Mauritania, la schiavitù, il silenzio del mondo A Roma si parla di Cristian Provvisionato

Massimo AlberizziSpeciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 28 novembre 2016

Tra i tanti rimossi dalla coscienza collettiva occidentale, sopratutto europea, c’è la schiavitù. Oggi pensiamo erroneamente che no, che la schiavitù non esiste e che non esisterà mai più e, se ci fossero schiavi ancora nel mondo, i loro aguzzini fanno i padroni illegalmente, criminali senza scrupoli e senza pietà. Non è così. In Mauritania, paese principalmente desertico a sud del Marocco il 4% della popolazione (ma secondo diverse ong le stime sono attorno al 20% della popolazione) nasce, vive e muore in schiavitù: qui la schiavitù è uno stato sociale, una forma culturale, una legge da rispettare.

I mauritani, per raccontare se stessi e la propria cultura, raccontano una leggenda che arriva direttamente dal deserto. Due fratelli, viaggiando attraverso il Sahara, incontrarono un temporale torrenziale, violentissimo. Uno dei due, per coprirsi il capo e non bagnarsi, prese il suo Corano e se lo mise in testa mentre l’altro, più attento e rispettoso della parola del Profeta, protesse il libro sacro come poteva, salvandolo dall’acqua: la pioggia fece sciogliere le parole d’inchiostro macchiando il volto del primo fratello e tingendolo di nero per sempre mentre Dio fu contento e grato di come il secondo fratello aveva protetto il Corano. Una storia che esemplifica una realtà più di mille parole.

Il tavolo dei relatori dell'incontro "Schiave", sulla schiavitù in Mauritania. Da sinistra: Antonella Soldo, Radicali Italiani, Antonio Marchesi, Amnesty International, Biram Dah Abeid, IRA Mauritaine, Emma Bonino, Antonio Strango, LIDU. Roma, 26 novembre 2016 [Foto - Andrea Spinelli Barrile]
Il tavolo dei relatori dell’incontro “Schiave”, sulla schiavitù in Mauritania. Da sinistra: Antonella Soldo, Radicali Italiani, Antonio Marchesi, Amnesty International, Biram Dah Abeid, IRA Mauritaine, Emma Bonino, Antonio Strango, LIDU. Roma, 26 novembre 2016 [Foto – Andrea Spinelli Barrile]
Sono gli Haratin l’etnia in fondo alla piramide sociale mauritana e le donne, in particolare, coloro le quali subiscono maggiormente la schiavitù: l’80% delle donne Haratines vivono in una condizione di oppressione, a disposizione completa del padrone, che è padrone anche dei figli prodotti dallo stupro, a loro volta nati servi. Parliamo di circa 600.000 persone. Gli uomini, quando crescono, tendono ad andarsene e conquistarsi con la fuga la propria libertà ma le donne, e i bambini, restano schiavi. Sabato 26 novembre si è tenuto a Roma, presso il salone del Partito Radicale, un incontro, promosso da Radicali Italiani e Non c’è pace senza giustizia, chiamato “Schiave” in occasione della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne: incontro che ha visto protagonisti Emma Bonino e sopratutto Biram Dah Abeid, Presidente di IRA Mauritania, l’Iniziativa per la Rinascita del movimento Abolizionista della schiavitù, che ha ricordato come Marco Pannella sia stato tra i primi ad occuparsi di schiavitù in Mauritania e del tragico legame che lega la schiavitù alla violenza sulle donne. Tra i pochi ad occuparsi di lui: “Le ragazze schiave della Mauritania sono abituate a questa condizione, la conoscono fin da piccole” dice Biram con gli occhi sgranati.

Ufficialmente, in Mauritania la schiavitù è stata abolita nel 1981, criminalizzata nel 2007 e dichiarata “crimine contro l’umanità” con la riforma costituzionale del 2012. Nonostante questo la cultura islamica mauritana, che giustifica retaggi culturali spietati con un’interpretazione decisamente atipica del Corano, prevede la schiavitù nella quotidianità. Sopratutto per le donne: “La legge sulla schiavitù da noi è una legge sacra: le leggi anti-schiavitù non sono fatte per opporsi alla legge sulla schiavitù ma solo perché il governo possa approfittare dei soldi della comunità internazionale. Su tutti i trattati internazionali che firma la Mauritania c’è sempre una postilla: ‘Sotto la riserva della Sharia islamica’. Quindi le leggi adottate sono tutte in contrasto con la legge nazionale e sottoposte sempre alla revisione della legge sacra” spiega Biram durante l’incontro.

Ad Africa ExPress Biram racconta la sua storia, quella di un bambino nato non si sa bene dove e non si sa bene quando: “La mia data di nascita è arbitraria, io stesso non so bene quando sono nato: credo negli ultimi tre mesi del 1965, era un periodo di pioggia quindi probabilmente la fine dell’anno. Non c’era un ospedale, non un centro clinico, mia madre non è stata aiutata da nessuno a mettermi al mondo nella tenda dove ha partorito” ci spiega Biram. Secondo la breve biografia che mi è stata consegnata dagli organizzatori dell’incontro la nascita di Biram è avvenuta il 12 gennaio 1965. Nel 2008 Biram ha fondato IRA Mauritania, “un’organizzazione di lotta popolare contro la schiavitù” di cui oggi è presidente. Soprannominato “il Mandela della Mauritania” Biram è stato arrestato diverse volte, nel 2010, nel 2011, nel 2012 e nel 2014: nel 2010 Marco Pannella e Marco Perduca dei Radicali andarono a trovarlo in prigione e nell’aprile del 2012 durante una manifestazione nella capitale Nouakchott il suo gruppo e lui stesso bruciarono in piazza alcuni testi giuridici islamici che declinavano la legge coranica mauritana, l’interpretazione dei mauritani del Corano che giustifica la schiavitù, destando scalpore: “Le leggi in vigore sono leggi schiaviste ma non credo che le leggi schiaviste siano leggi islamiche: per questo le ho bruciate pubblicamente. Non “un atto di guerra” come disse Pannella ma “un atto politico di distruzione della mentalità schiavista legata alla religione”, è stato un atto di salvataggio, di sensibilizzazione […] era il voler interpellare le persone che hanno una vera fede musulmana chiamandole in causa” ha spiegato ad Africa ExPress.

Biram Dah Abeid a Roma, 26 novembre 2016 [Foto - Andrea Spinelli Barrile]
Biram Dah Abeid a Roma, 26 novembre 2016 [Foto – Andrea Spinelli Barrile]
Nel 2014 si è candidato presidente, perdendo abbondantemente contro Mohamed Ouid Abdel Aziz ma prendendo uno storico 9% con la sua IRA Mauritania, un risultato decisamente incoraggiante in quella situazione di deserto politico. Quell’anno è stato anche inserito nell’elenco delle “10 persone che hanno cambiato il mondo e di cui potresti non sentire parlare” di PeaceLink: “Le donne sono oggetto di schiavitù perché per legge vivono da sempre sotto il padrone. Addirittura ci sono bambine di 7, 8 o 9 anni che conoscono già lo stupro, bambine di 13 che hanno già 1 o 2 figli, 17enni con 4 figli, bambini nati in condizioni prive di sicurezza sanitaria. Schiavi sin dal grembo materno” ci dice Biram. Quando parla per sottolineare i concetti e le parole, in un francese spigoloso come la roccia, sgrana gli occhi ma ti osserva in ogni movimento, in ogni reazione: “Il dramma di oggi continua ad essere quello di bambini che hanno e avranno la mia stessa storia. […] il crimine della schiavitù è in gran parte invisibile e io mi appello a tutti affinché ci sia un’insurrezione morale contro questa situazione, che deve provenire dall’occidente: bisogna legalizzare l’immigrazione di quelle persone vittime di schiavitù, che è una violazione dei diritti umani, perché criminalizzare chi attraversa la frontiera è il concime grazie al quale cresce la schiavitù” conclude Biram.

Negli ultimi mesi in Mauritania numerose manifestazioni dei movimenti abolizionisti stanno animando le strade e le piazze di Nouakchott. Molti di loro vengono arrestati, sbattuti nelle terribili celle del Paese africano, picchiati. Qualcuno non tornerà mai a casa. E sabato, di qualcuno non tornato più a casa, si è parlato eccome: Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia, nel suo intervento ha sottolineato la “vicinanza” dell’associazione alle battaglie per l’abolizione della schiavitù sottolineando anche l’importanza chiave del “ruolo dei governo occidentali: “Va chiesto loro di essere coerenti ed energici, più trasparenti, dovrebbero fare molto di più. Sembra che oggi non ritengano che i diritti popolazione mauritana non possano più aspettare, per tenersi buono il governo della Mauritania: magari può tornare utile per la lotta al terrorismo o per fermare i flussi migratori… Più diritti umani significa più sicurezza, le migrazioni non si fermano affidando a governi di Paesi terzi il ruolo di piantone, di guardiano dell’Europa” ha dichiarato Marchesi, che ha sfruttato l’occasione per fare presente il caso di Cristian Provvisionato, che in Mauritania c’è finito suo malgrado, inviato per conto della sua azienda italiana a presentare un prodotto di cyber sicurezza, un software per il monitoraggio delle utenze cellulari.

Cristian Provvisionato fotografato al mare pochi giorni prima del suo viaggio in Mauritania
Cristian Provvisionato fotografato al mare pochi giorni prima del suo viaggio in Mauritania

Il caso di Cristian Provvisionato

“Vorremmo attirare l’attenzione su questo caso da parte dei media e delle istituzioni, da parte del Ministero degli Esteri” ha detto Marchesi ragionando proprio sulla catena di conseguenze che ha messo nei guai Provvisionato. Come è possibile che un’azienda italiana faccia da intermediaria per la vendita di un software ad un regime di un Paese segnalato nelle black-list del governo italiano? Dello stesso avviso anche Pia Locatelli, presente anche lei all’incontro di sabato: “Fino a un anno fa non sapevo nemmeno che in Mauritania ci fosse la schiavitù” ha detto l’onorevole Pia Locatelli, deputata capogruppo del Gruppo Misto in Commissione Affari Esteri e comunitari, con la vicepresidenza del comitato permanente sull’Africa e le questioni globali, che coordina l’intergruppo parlamentare salute globale e diritti delle donne:“Non siamo ancora andati in Mauritania ma è ora di farlo, anche preoccupandoci di italiano in carcere. Se noi chiediamo a paesi di fermare flussi in cambio di aiuti è difficile distinguere le varie situazioni che si creano”. Per la prima volta dopo 15 mesi di prigionia ingiusta nella caserma della Polizia di Nouakchott un’istituzione ha preso un serio impegno sul caso di Cristian Provvisionato, e questo non può che farci piacere.

Il servizio del nostro direttore Massimo Alberizzi ha infatti scoperchiato un vero e proprio vaso di Pandora (qui la prima puntata, qui la seconda: “È stato rincuorante apprendere che si è parlato pubblicamente del caso di Cristian e rincuoranti sono state soprattutto le parole del onorevole Locatelli. Abbiamo bisogno di aiuto, Cristian ne ha bisogno e speriamo vivamente di avere da ora in poi un sostegno ancora più è forte determinato” dicono ad Africa ExPress Doina Coman e Alessandra Gullo, madre e compagna di Provvisionato: “Cristian sta pagando per un reato mai commesso e ha bisogno di sapere che si sta facendo ogni cosa possibile per lui. Una missione in Mauritania sarebbe davvero importante, in tutti i sensi. Ci auguriamo di avere presto notizie positive da parte del onorevole Locatelli, dalle Istituzioni e da chiunque voglia sostenerci”.

Lateralmente noi di Africa Express siamo venuti in possesso di alcune informazioni circa un latente imbarazzo nel Governo, sia agli Esteri che agli Interni, riguardante proprio il caso di Provvisionato: riconosciuta vittima in un affare andato a male tra la ditta per cui era dipendente, la Vigilar Srl di Milano, e il braccio destro del Presidente mauritano, Ahmed Bah, Provvisionato si trova suo malgrado in un guaio più grande di lui, vittima di affari poco chiari nei quali il giovane di Cornaredo non c’entra nulla.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile

 

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