Malattie non trasmissibili: nuova sfida per la tutela della salute in Africa

Speciale per Africa ExPress
Silvia Soligon
Basilea, 09 dicembre 2016

Era l’ormai lontano 2001 quando Big Pharma, coalizione di 39 aziende farmaceutiche che aveva citato in giudizio il governo sudafricano, decise di gettare la spugna e consentire ai Paesi in via di sviluppo di compiere il primo passo nella strada verso la commercializzazione a basso costo di medicinali salvavita. All’epoca il principale problema nelle nazioni a basso e medio reddito erano le malattie infettive; nel caso specifico, nel 1997 Nelson Mandela decise di firmare una legge per permettere la produzione locale e l’importazione di farmaci a basso costo alla luce dei danni derivanti dall’epidemia di Aids (il Medicines and Related Substances Control Amendment Act, noto anche come Medical Act). Big Pharma, però, non prese bene l’iniziativa, accusò il governo di violare gli accordi internazionali sulla proprietà intellettuale (TRIPs) e in barba a stime secondo cui l’applicazione del Medical Act avrebbe salvato circa 400 mila persone in soli 3 anni diede il “la” a un processo destinato ad entrare nella storia.

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Fortunatamente oggi il continente africano riesce a lottare meglio contro le infezioni. Parallelamente, però, le malattie non trasmissibili stanno aumentando più rapidamente di quanto stiano diminuendo le malattie infettive, tanto che oggi più dei tre quarti dei decessi per malattie cardiovascolari sono concentrati nei Paesi a basso e medio reddito e che entro il 2030 ci si aspetta che in queste nazioni le morti per malattie non trasmissibili aumentino ben del 52%. A fare il punto della situazione sono stati gli esperti riunitisi a Basilea in occasione dell’incontro “Improving care for chronic patients in lower-income countries: the patient jouney”, al quale abbiamo partecipato invitati dalla multinazionale farmaceutica Novartis, che con la sua Novartis Foundation (ente filantropico con l’obiettivo di sperimentare modelli sanitari innovativi per migliorare la salute delle popolazioni più povere) promuove un programma per la gestione dell’ipertensione proprio nei Paesi a basso e medio reddito.

Il quadro che ne è emerso è incoraggiante. Quello che si sta cercando di mettere in atto è infatti quella stessa medicina incentrata sulla persona che anche noi vorremmo vedere messa in pratica tutti i giorni nei nostri ospedali e nei nostri ambulatori. I primi risultati sembrano essere positivi, ma c’è ancora un grande ostacolo da superare: il paziente.

Da destra Akudo Anyanwu Ikemba (direttore del settore Sviluppo del Vaccine Center dell'Emory University di Atlanta) e Nelson Muriu, direttore dei Servizi alla Salute della Contea di Nyeri, in Kenya. ©Silvia Soligon
Da destra Akudo Anyanwu Ikemba (direttore del settore Sviluppo del Vaccine Center dell’Emory University di Atlanta) e Nelson Muriu, direttore dei Servizi alla Salute della Contea di Nyeri, in Kenya. ©Silvia Soligon

Una crescita rallentata dalla diffidenza

Oggi – ha sottolineato Amit Thakker, presidente della Kenya Healthcare Federation – condizioni favorevoli sia all’interno del continente stanno facendo vivere all’Africa una costante crescita economica. Purtroppo, però, resta circa mezzo milione di persone che non hanno accesso alle cure mediche o che sono troppo povere per permettersele. In questo scenario negli ultimi anni la relazione tra pubblico e privato si è andata stringendo, saldando due dei vertici di quel triangolo definito PPP Act, dove alle “P” di pubblico e privato si aggiunge quella delle persone, il terzo vertice che definisce l’intera figura innalzando delle barriere spesso difficili da abbattere.

Con il cancro al seno, ad esempio, sta succedendo la stessa cosa che è successa con l’Hiv. Come ha ricordato Celina Schocken – amministratore delegato di Pink Ribbon Red Ribbon, organizzazione dedicata a salvare dal cancro le donne dell’Africa subsahariana e dell’America Latina – le persone non si sottoponevano al test perché non ne vedevano il motivo. Perché voler sapere di essere sieropositivi se nell’immaginario comune la notizia avrebbe corrisposto ad una condanna a morte? L’avvento di farmaci efficaci nel tenere sotto controllo l’infezione ha però permesso di ribaltare la situazione. Per questo Schocken non sembra avere dubbi: con i giusti farmaci, la giusta chirurgia e la giusta radioterapia le donne africane saranno spinte alla prevenzione e alla diagnosi precoce di una malattia che oggi fa numerose vittime anche nei Paesi a basso e medio reddito lasciando dietro di sé la convinzione che non ci sia modo per sconfiggerla.

L’esperienza di Novartis Foundation mostra in modo concreto come si possa arrivare ad abbattere barriere di questo tipo. “L’empowerment delle persone è importante”, ha sottolineato Edward Kelley, direttore del Department of Service Delivery and Safety dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), “ma è importante anche agire sulle istituzioni, riorientando il sistema di cura e coordinando i servizi fra i settori”. Da parte sua, l’Oms lavora per uno sviluppo sostenibile del settore agendo sull’educazione dei pazienti e sull’offerta di servizi integrati. Come ha infatti spiegato Alma Adler, epidemiologa della London School of Hygiene & Tropical Medicine, l’empowerment può passare dall’educazione a livello di comunità, e la popolazione deve essere istruita all’autocontrollo della propria salute (ad esempio al controllo della pressione e alla prevenzione dei fattori di rischio), ma non solo: le cure devono arrivare direttamente in mezzo alle persone.

Non bisogna poi dimenticare le difficoltà economiche. Da questo punto di vista avere un’assicurazione sanitaria sembra indispensabile, soprattutto alla luce del fatto che come ha sottolineato Paddy Partridge – Regional Manager Africa del fornitore di assicurazioni BIMA – mobile micro-insurance and health – “può bastare un solo problema finanziario per creare enormi problemi a una famiglia”. Purtroppo, però, spesso questa soluzione non è nemmeno conosciuta da chi vive nei Paesi a basso e medio reddito, oppure incontra la diffidenza delle persone. Ciononostante è stato già fatto qualche primo tentativo di farla entrare in gioco, come un paio di esempi prodotti in Ghana e altri in Tanzania, Senegal e Uganda.

Al momento è difficile monitorare i risultati del lavoro svolto a tutti questi livelli. “Faremo dei progressi”, ha promesso Kelley, sottolineando anche i vantaggi derivanti dal ricorso alla cosiddetta digital health. L’Oms si sta impegnando anche in questo senso con “Be he@lthy be mobile”, iniziativa coordinata con l’agenzia delle Nazioni Unite Itu (International Telecommunication Union) per una maggiore diffusione della “salute mobile” (mHealth) per la lotta alle malattie non trasmissibili. In Ghana, invece, è attiva la piattaforma VOTO, che aiuta a gestire le malattie non trasmissibili inviando sms agli infermieri che se ne occupano.

Vikas Tibrewala, consulente indipendente proveniente da una lunga esperienza all'INSEAD. © Silvia Soligon
Vikas Tibrewala, consulente indipendente proveniente da una lunga esperienza all’INSEAD. © Silvia Soligon

Una svolta positiva

Il paziente non è però l’unico ostacolo al miglioramento. Come ha infatti sottolineato Thakker, “ci sono tante idee, ma spesso non vengono implementate”. I governi cambiano più velocemente di quanto ci voglia per mettere in pratica le buone iniziative; e non mancano nemmeno le barriere a livello di partnership, accesso ai capitali, infrastrutture che offrano i servizi, le finanze dei sistemi sanitari e il contesto normativo. E come ha ricordato Vikas Tibrewala, consulente indipendente proveniente da una lunga esperienza all’INSEAD (l’istituto europeo d’amministrazione degli affari), “le barriere esistono a causa dell’eredità lasciata dai comportamenti tenuti dalle industrie farmaceutiche negli anni passati”. L’esempio citato è proprio il caso Big Pharma versus Mandela.

Da quest’ultimo punto di vista l’iniziativa di Novartis Foundation sembra rappresentare una svolta positiva. A testimoniarlo sono esperienze come quella raccontata da Nelson Muriu, Direttore dei Servizi alla Salute della Contea di Nyeri, in Kenya. “Abbiamo soldi per i farmaci contro le malattie non trasmissibili. Possiamo fare gli screening”. Ma nemmeno in questo caso mancano gli ostacoli. “Abbiamo problemi soprattutto in termini di distribuzione del budget”, ha raccontato Muriu.

Come ha però sottolineato Akudo Anyanwu Ikemba – direttore del settore Sviluppo del Vaccine Center dell’Emory University di Atlanta – la storia di Aids, tubercolosi e malaria insegna che con un’azione globale è possibile ottenere ottimi risultati. In molti Paesi africani si parla addirittura di una copertura universale, esigenza che, come dimostrato da iniziative come la Giornata Mondiale per la Copertura Sanitaria Universale fissata per il prossimo 12 dicembre, è percepita a livello globale. “Se vogliamo un accesso universale alla salute”, ha però sottolineato Joerg Reinhardt, presidente del consiglio di amministrazione di Novartis, “tutti i portatori di interesse devono collaborare”. Industria farmaceutica inclusa.

Silvia Soligon
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