Beled Havo, una grande città nella provincia di Gedo, nel sud-ovest della Somalia, ha messo il veto a matrimoni troppo sfarzosi. Da oggi non sono più permessi ricevimenti in alberghi, agli invitati può essere servito solamente carne di capra. Cancellati dal menu manicaretti prelibati e costosi.
Anche per regali è stato messo un limite: per l’arredamento della casa dei novelli sposi non si possono spendere più di seicento dollari, mentre il prezzo massimo per la sposa è stato fissato a centocinquanta dollari.
Uno sfarzoso matrimonio somalo
Generalmente la famiglia dello sposo è disposta (quando è ricca) a sborsare cinquemila dollari e più. Una cifra esagerata, anche se nel prezzo è compreso il ricevimento, il costo della sposa, l’abbigliamento, gioielli e l’arredamento.
Le autorità della città somala hanno deciso di imporre un limite di spesa per una festa nuziale, perchè recentemente alcuni impiegati comunali hanno scoperto che oltre centocinquanta bambini erano nati al di fuori dal vincolo matrimoniale, perché le famiglie non disponevano dei fondi necessari per celebrarlo. Molti giovani hanno lasciato la provincia, che confina con il Kenya, per cercare lavoro altrove, per poter sostenere i costi delle nozze.
Spesso le giovani donne si rifiutano di sposarsi, se non viene spesa una fortuna per il ricevimento e la futura casa.
“Ma ora i tempi sono difficili a causa della siccità e della disoccupazione”, ha fatto sapere il commissario della città, Mohamud Hayd Osman, ai reporter della BBC. Infine Osman ha aggiunto: “E’ giusto aiutare la giovane sposa, ma la cifra che abbiamo stabilito dovrebbe essere più che sufficiente per acquistare un letto matrimoniale, un tavolo, sedie e gli utensili da cucina. Inoltre la dottrina islamica ci insegna che per sposarsi si dovrebbe spendere poco”.
Non bisogna comunque dimenticare che i festeggiamenti di un matrimonio tradizionale somalo durano ben sette giorni.
Speciale per AfricaExpress Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 12 gennaio 2017
La data dell’insediamento di Adama Barrow, presidente eletto in Gambia lo scorso dicembre, si sta avvicinando: è prevista per il prossimo 19 gennaio. Finora Jahya Jammeh, al potere nella piccola ex colonia britannica da oltre ventidue anni, non ha ceduto alle pressioni della comunità internazionale e non è disposto a passare le consegne al suo successore.
Jammeh ha fatto ricorso alla Suprema Corte del Paese, presieduta da un giudice di origini nigeriane, Emmanuel Fagbenle, per irregolarità nel conteggio dei voti (http://www.africa-express.info/2016/12/28/gambia-cittadini-fuga-verso-il-senegal-appello-jammeh/). Il caso si sarebbe dovuto discutere in Tribunale il 10 gennaio, ma gli altri due giudici “mercenari”, uno proveniente dalla Nigeria e l’altro dalla Sierra Leone, che avrebbero dovuto coadiuvare Fagbenle, non si sono fatti vedere a Banjul, la capitale del Paese.
Nella mattinata, centinaia di simpatizzanti e membri del partito di Jammeh, l’Alliance for Patriotic Reorientation and Construction (APRC),, hanno atteso invano all’esterno del Tribunale. Indossavano magliette verdi, il colore del partito al potere. Infine il giudice ha aggiornato l’udienza al 16 di questo mese.
Vedremo se si potrà emettere un verdetto, visto che i presidenti della Suprema Corte nigeriana e sierraleonese hanno inviato un documento a Fagbenle, esprimendo le loro perplessità circa la richiesta di una sessione straordinaria della massima autorità giudiziaria gambiana, che si riunisce già due volte all’anno, precisamente a maggio e a novembre.
La prossima settimana i presidenti della Nigeria, Muhammadu Buhari, della Liberia, Ellen Johnson Sirleaf, e della Sierra Leone, Ernest Bai Koroma, si recheranno nuovamente a Banjul, per convincere Jammeh a cedere pacificamente il potere a Barrow.
Malgrado le forti pressioni della comunità internazionale e le minacce di un eventuale intervento militare di ECOWAS (Economic Community of West African States, la comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale) (http://www.africa-express.info/2016/12/24/gambia-ecowas-pronta-ad-intervento-militare-se-jammeh-non-lascia-potere/), la maggior parte dei quadri militari e del suo gabinetto, hanno espresso la loro solidarietà a Jammeh. Mentre il suo portavoce, Sheriff Bojang, ha lasciato il Paese qualche giorno fa, rifugiandosi nel vicino Senegal. Bojang è giornalsita e proprietario del quotidiano indipendente “Standard”. Il suo successore, Seedy Njie, è stato nominato anche ministro dell’Informazione lunedì scorso dal presidente tutt’ora in carica.
Martedì scorso il presidente si è rivolto nuovamente alla popolazione durante un suo intervento all’emittente televisiva di Stato, accusando la comunità internazionale, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, l’Unione africana e l’ECOWAS per aver preso risoluzioni frettolose nei confronti della Repubblica e della Costituzione della ex colonia britannica.
Infine Jammeh ha chiesto ai cittadini di essere pazienti, nell’attesa della sentenza della Corte Suprema.
Nel frattempo i parlamentari nigeriani stanno discutendo proprio oggi sull’eventualità di concedere asilo al presidente gambiano. Una mozione in tal senso è stata presentata da Emmanuel Yisa Orker-Jev, a capo del “rules and bussiness committee” della Camera dei Rappresentanti.
Special for International Organization for Migration Hajer Naili
Niamey, 11th January 2017
In April 2014, Boko Haram kidnapped 276 female
students from Chibok, in Borno state, making international
headlines and causing an international outcry. Since then, many other schoolgirls have been kidnapped.
Assiatou* was seated in her classroom listening to he r teacher talk about Boko Haram atrocities, when the sound of gunshots interrupted the class.
Boko Haram fighters had just entered the town of Damasak, northeast Nigeria. It was November 2015. “They were heavily armed. People were running everywhere, fleeing and screaming,” recalls Assiatou. “I saw them burning people alive.”
Assiatou, 13 years old at the time fled from her classroom and made it home where her mother had begun searching for her.“’Take off your uniform!’ my mother told me. She didn’t want me to be identified as a schoolgirl,” says Assiatou thinking of the young female students, who were abducted by Boko Haram in April 2014.
Testimonies from former Boko Haram captives have revealed that the girls are abused and married despite their young age, and in some instances are used to carry out suicide attacks.
Girl walking
We met Assiatou, now 15 years old, in a decrepit house in Niamey, Niger, where she and her family found refugee. Like Assiatou, they are an estimated 96,940 Nigerian refugees that have fled to neighbouring Niger to escape the extremist group’s violence, according to the most recent data released by IOM’s Displacement Tracking Matrix. “They caught us,” says Assiatou, while looking down and scratching a wound on her shin.
With her frail silhouette and hair wrapped in a veil, Assiatou speaks in a low and hushed tones. She feels ashamed of her ordeal at the hands of Boko Haram. Her mother encourages her to speak up. “She must tell what happened. People need to know. She cannot be afraid,” her mother says.
After they were kidnapped by Boko Haram, Assiatou and her mother were kept together with other women in a house until they were divided into two groups. Assiatou’s mother and other older women were let go but Assiatou and the younger girls remained under captivity.
They were then taken to another location where they were taught a radical version of Islam and trained in the use of weapons. “I am Muslim but I couldn’t see Islam in any of things they were doing,” says Assiatou. “Islam has never advised to marry women against their will or to slaughter human beings. They slaughter men and keep women alive to take ownership of them,” she says.
Female members of Boko Haram were in charge of indoctrinating the kidnapped girls and were tasked with teaching them how to use weapons. Some, like Assiatou, were even taught how to make suicide belts and how to carry out possible attacks. “First, we were shown videos of attacks and killings and then we were trained to use arms,”says Assiatou.
Watching videos of humans being slaughtered and learning how to use weapons was not all Assiatou was forced to do. She became a wife without giving her consent; married off to her Quranic teacher during one of the classes.
Until now, Assiatou has been unable to speak of the sexual abuse she endured.
From the little she can share, Assiatou reveals that during an eight-day period she was forced to perform sexual acts with a man she didn’t agree to marry. The few times she dared to resist, he threatened her with a gun. “I carry this in my skin every day. What this man did to me is worse than what you can imagine,” she says.
Less than two weeks after being married off, Assiatou managed to escape when her so-called husband left the town with several members of Boko Haram to carry out an attack in Diffa, south east Niger, on 6 February 2015.
Assiatou escaped with three other girls. This was something they had been plotting for days. As she was the second spouse, Assiatou was assigned daily chores. When she went to throw away the dirty water used to wash the dishes, she never went back.
“We must have walked from 10:00 am until 5:00 pm when we finally reached the Nigerien border,” recalls Assiatou. “We had found the courage to leave but we were still petrified. We were praying not to run into them [Boko Haram] on our way to the border.”
Once the girls finally crossed the border, they separated and each of them went to look for their own families. “I never saw again the girls I fled with,” recounts Assiatou.
Assiatou and her family now live on the outskirts of Niamey. Although they feel safer, they live in precarious conditions with no electricity or running water.
Assiatou is one of several thousands of victims of violent extremism in the region. Boko Haram’s seven-year insurgency has left an estimated 20,000 people dead, mainly in north-eastern Nigeria.
While media often report stories of women and girls kidnapped by Boko Haram, Williams Bill Hansen, teacher at the American University of Nigeria, criticizes what he sees as partial coverage. “Boko Haram has kidnapped/recruited/Shanghaied many young men as well and forced (also enticed) them into service. I would guess far more young men than young women. The press doesn’t make so much of a story about that because, I assume, it’s not as salacious as kidnapping young girls as “sex slaves” or “wives,” Hansen said in an email interview.
More than 2.6 million individuals are currently displaced – internally and across borders – in the Lake Chad Basin region due to Boko Haram insurgency, according to IOM’s regionalanalysis of displacement trends published in December 2016.
It is estimated that 109,000 persons are internally displaced in Diffa province, south east Niger, while the country hosts about 96,940 refugees. “Helping people to start over their lives after such traumatic experiences is our priority,” said the IOM Chief of Mission in Niger Giuseppe Loprete. “Thousands of young people in Diffa region remain vulnerable to violent extremism. Government authorities and local leaders need our support to steer their communities away from the negative influence of these groups and their violent activities.
“The best approach would be to gradually re-start social and economic life in Diffa and help people return to their villages. It is essential to give them new perspectives and hope for their future life,” he added.
Although there is currently no tailored assistance for victims of extreme violence, Loprete emphasizes on the importance of psychosocial assistance and the need to focus on social cohesion inside communities where suspicion of being a Boko Haram ally has become pervasive.
Hansen from the American University of Nigeria also agrees on the need to protect those who escaped Boko Haram. “Given the religious and cultural beliefs in the region, many of the returnees are ostracized. They carry ‘terrorist’ babies in their bellies. People in this area are deeply religious and deeply traditionalist about their beliefs. Good and evil are often seen to be determined by blood. These young women produce babies with ‘contaminated’ blood,” Hansen said.
Kawadi* another Nigerian young woman still bears the traumatic wounds of her husband’s killing.
A refugee in Diffa, she is a mother of four children. Her husband was killed during a Boko Haram attack against the Damasak market (state of Borno, Nigeria) in November 2014.
“I didn’t know what had happened to my husband until 29 days later when one of his friends confirmed his death. I have never seen or recovered his body,” Kawadi says, teary-eyed. She looks febrile and has developed hypertension and numbness on several parts of her body.
The crisis, which has created a wave of displacement inside Nigeria, has impacted communities deeply at a psychosocial level. Many have been traumatized.
In this context, IOM has put in place mobile psychosocial teams which provide services to alleviate distress and rebuild support mechanisms in Nigeria. Last year, the mission opened a new child and adolescent therapy room at the neuro-psychiatric hospital in north-eastern city of Maiduguri.
Yet, whenever it becomes possible, victims like Assiatou seize the second chance that is given to them to regain control over their life. She is now back at school in Niger and is learning French, the official language in the country. “One day, I will become a doctor,” she says with a shy smile.
Dopo le visite lampo in Tunisia e a Malta il ministro dell’Interno italiano Marco Minniti è volato a Tripoli per rafforzare la collaborazione con la Libia, soprattutto nella lotta all’immigrazione (si afferma “di irregolari”) e al terrorismo. Sul tavolo ci sono prima di tutto accordi bilaterali, e in prospettiva con l’Unione europea, che il governo Gentiloni fotocopia del governo Renzi punta a siglare il fretta e furia anche con diversi Paesi dell’Africa centrale per rispedire indietro i migranti o bloccarli all’imbarco sulle carrette del mare.
A dare man forte a Minniti è scesa in campo il ministro della Difesa Roberta Pinotti, che in un’intervista ai media, con il suo solito impeto ha esortato la Libia a passare alla “fase 2” della missione UE anti-scafisti capitanata dall’Italia: “Ora bisogna sostenere la guardia costiera e la marina libiche, dopo la fase iniziale dell’addestramento, a controllare le navi nelle loro acque. La lotta agli scafisti non va fatta in acque internazionali ma in acque libiche”. Come dire, colpire e affondare, loro e un po’ anche noi.
Il ministro all’Interno Marco Minniti a Tripoli.
Al termine del colloquio con il premier libico di unità nazionale Fayez al Serraj, Minniti ha annunciato la riapertura a pieno regime dell’ambasciata italiana in Libia, per intensificare il mutuo aiuto tra l’ex colonia e il governo di Roma. Come ai tempi del regime di Gheddafi, le manovre a tenaglia di Minniti e Pinotti puntano ad armare e attrezzare il Paese in cambio di contropartite, anche economiche, per chiudere ai trafficanti di migranti le frontiere meridionali della Libia e aprire centri di raccolta e identificazione di stranieri in loco.
Nella sostanza, nulla di nuovo rispetto al migration compact dell’ex premier Matteo Renzi, protagonista con l’allora ministro degli Esteri Paolo Gentiloni di ferventi analoghe trattative anche con diversi regimi visitati nell’Africa subsahariana. Le novità sono la maggiore incisività e l’accelerata del tandem Minniti-Pinotti (il primo a onor del vero molto più esperto in materia di antiterrorismo e sicurezza della seconda), dovute anche all’uccisione in Italia del terrorista della strage di Berlino, il tunisino Anis Armi, dopo un lungo e indisturbato peregrinare da pregiudicato, in teoria espulso, per l’Europa.
Reazione comprensibile, se non fosse che il memorandum d’intesa concordato con la Libia resta vago, come quelli che si vanno negoziando con altri governi nel Sahel, su come garantire in Stati senza democrazia o in fieri come la Libia a tutti i coinvolti -dai migranti da trattenere o rispedire indietro, agli stessi italiani o stranieri chiamati a “sostenere” le forze dell’ordine libiche- gli standard imprescindibili di sicurezza e rispetto dei diritti umani.
La ministro alla Difesa italiana Roberta Pinotti.
Si va invece affermando il principio di fare di tutta l’erba un fascio: tanti giusti a pagare per qualche peccatore (forse, perché i più furbi e i più forti hanno sempre più risorse). Intanto l’equazione, ricorrente ormai anche in Italia, tra migranti e terroristi: Pinotti, che in qualità di esponente del Pd dovrebbe credere nell’accoglienza e per il suo incarico avere anche un’idea sui principali flussi di denaro all’ISIS e ad AL QAEDA (petrodollari del Golfo persico? Servizi segreti di qualche Paese islamico, mediorientale o interessato?) ha sorprendentemente affermato: “Gli scafisti lucrano sul dolore delle persone, finanziando poi con gli ingenti guadagni anche il terrorismo”.
Cioè gli scafisti demonizzati, anello medio-basso di una lunga catena criminale che si intreccia ma non nasce di per sé con l’Isis o con altro terrorismo islamico, né lo ha mai originato più di quanto almeno non lo facciano anche le mafie italiane o balcaniche o gli stessi affari -leciti- degli occidentali con gli sceicchi del Golfo, sarebbero deliberati foraggiatori del Califfato e degli emirati jihadisti: un’iperbole semplicistica e grossolana.
Né Renzi né Gentiloni hanno mai spiegato in che modo, sulla carta e senza vincoli imposti, dittature corrotte come quelle del Sudan o dell’Eritrea possano garantire le libertà d’espressione e l’accesso all’istruzione e al lavoro che i migranti cercano in Europa. Allo stesso modo Minniti non chiarisce come la Libia possa – pur con tutta la sua buona volontà – aprire centri d’accoglienza e di espulsione in un territorio frammentato in balia di milizie sempre più spazientite e pronte al golpe che, a un anno dall’insediamento a Tripoli, Serraj non controlla.
Paolo Gentiloni con il premier libico Serraj a Tripoli, in Libia.
Le frontiere meridionali che si vogliono blindare sono un colabrodo attraversato da predoni, mercenari e jihadisti. L’est della Libia è ancora in mano al generale Khalifa Haftar che ostinatamente non riconosce il governo dell’Onu di Serraj. Non è stata risolta la penuria di liquidità e anche per questo anziché “stabilizzarsi” come da impegno nel memorandum tra Italia e Libia, le strutture e infrastrutture del Paese soffrono del black out sempre più esteso dei servizi pubblici: manca la corrente elettrica e salta Internet, anche a Tripoli, per 13 ore al giorno.
Membri della Guardia presidenziale di Serraj continuano a dimettersi per “fallimento” e anche un’ala scissionista delle brigate di Misurata pro Serraj, capitanata dall’ex premier golpista Khalifa Gwell, è pronta a scaricarlo se non viene in qualche modo stipendiata sottobanco. Il cammino della Libia verso l’equilibrio è lungo ed è giusto insistere nell’appoggio al governo di unità frutto delle trattative di pace in Marocco: l’alternativa non sono dittature come quella dell’egiziano Abdel Fatah al Sisi o nuovi, compianti, Gheddafi o Saddam Hussein.
Ma nel frattempo, come possono i libici organizzarsi per gli altri prima che per se stessi? Come si possono discernere migranti economici, richiedenti asilo e criminali in zone in mano a milizie o nel deserto del Sahel che, con l’accordo tra Gheddafi e Silvio Berlusconi, inghiottiva donne, bambini, migliaia di innocenti morti nella sabbia anziché annegati di fronte a Lampedusa? Quanti soldi e mezzi dall’Italia servono per aiutare la Libia a strutturarsi e come possono, non ultimi, anche i soldati e altri connazionali di rinforzo a Tripoli definirsi sicuri?
Poco ore fa il primo ministro della Costa d’Avorio, Daniel Kablan Duncan, ha presentato le sue dimissioni e quelle del suo governo al presidente Alassane Ouattara.
La rinuncia all’incarico non giunge inaspettata, è perfettamente in linea con la nuova Costituzione, approvata con referendum popolare lo scorso ottobre. La nuova legge fondamentale prevede anche la nomina di un vice presidente. Non si esclude che tale ufficio potrebbe essere affidato proprio a Kablan Duncan, molto vicino a Ouattara.
Fino alla nomina del nuovo primo ministro e del governo, il vecchio esecutivo si occuperà degli affari correnti.
Il primo ministro dimissionario della Costa d’Avorio, Daniel Kablan Duncan, a sinistra e il presidente Alassane Ouattara
Ora è ritornata la calma nelle città, anche se sabato sera si è temuto il peggio. Subito dopo l’annuncio del presidente nella televisione pubblica di aver approvato i pagamenti rimasti in sospeso, gli insorti, nervosi e ancora arrabbiati, hanno sparato per aria raffiche di kalashnikov e di armi pesanti, impedendo così al ministro della Difesa, Alain Richard Donwahi, e alla sua delegazione di lasciare la residenza del vice prefetto di Bouaké. Il ministro era venuto in città per negoziare con gli insorti.
La loro liberazione è avvenuta dopo due ore e contemporaneamente i dimostranti hanno tolto anche le barricate, che avevano impedito l’accesso alla città.
Speciale per AfricaExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 gennaio 2017
Il ministro della difesa della Gran Bretagna, Michael Fallon, ha fatto sapere ieri che il suo governo ha inviato recentemente una novantina di militari del “1st The Queen’s Dragoons Guards’ ‘B’ Squadron in Sierra Leone. I soldati britannici, durante un’esercitazione congiunta con venticinque soldati delle forze armate sierraleonesi (RSLAF) hanno appreso come sopravvivere e combattere nella giungla. E Fallon ha aggiunto – “Un avvenimento senza precedenti, è la prima volta in assoluto che truppe di queste due nazioni si esercitano insieme”.
Quasi due terzi dei militari britannici destinati all’addestramento si trovano attualmente in Africa, per la preparazione di truppe in vari Stati, in particolare per quanto concerne il controllo delle frontiere, ovviamente per arrestare il flusso migratorio.
Esercitazione congiunta: truppe britanniche e sierraleonesi nella giungla
Lo scorso febbraio cinquantotto uomini del “1st The Queen’s Dragoons Guards’ ‘A’ Squadron, sopranominato “The Welsh Cavalry” sono stati mandati in Sierra Leone per addestrare soldati dell’RSLAF, soprattutto per un loro utilizzo nel quadro delle operazioni di pace delle Nazioni Unite.
Pace fatta dunque tra l’esercito britannico e la Sierra Leone dopo i fatti del 10 settembre 2000, quando un militare delle forze speciali era stato ucciso e altri dodici feriti dai ribelli “West Side boys”, durante il tentativo di liberare un gruppo di soldati britannici della “United Nations Mission in Sierra Leone” (UNAMSIL). I militari erano stati presi in ostaggio dai miliziani, molto attivi durante la guerra civile. L’operazione andò comunque a buon fine. I militari britannici furono tutti liberati, mentre per i West Side Boys fu una totale disfatta. Almeno venticinque miliziani furono uccisi e altri diciotto fatti prigionieri, compreso il loro capo, Foday Kallay.
L’Unione Europea e la Gran Bretagna sono fermamente convinti che un maggiore controllo delle frontiere di alcuni Stati africani dovrebbe ridurre l’arrivo in massa di nuovi migranti economici, entro il 2020. Lo si evince da un rapporto dei servizi militari austriaci “Heeres-Nachrichtenamt” di cui il quotidiano tedesco “Bild” ha dato alcune anticipazioni. La relazione completa sarà resa pubblica nei prossimi giorni.
Sempre secondo tale rapporto, il “Bild” riporta che il flusso migratorio crescerà a dismisura se l’UE non prenderà provvedimenti adeguati, come aiuti economici sostanziosi agli Stati di provenienza dei migranti, nella fattispecie Nigeria, Congo-K, Sudan e Etiopia, Paesi dai quali si prevedono arrivi importanti nel prossimo futuro. L’Europa dovrebbe attuare anche un’attenta azione politica per contrastare tale flusso migratorio. Infatti già ora l’UE e l’Italia in particolare, stanno stringendo accordi assai discutibili con vari Paesi africani, governati da dittatori sanguinari, che potrebbero usare il flusso di denaro promesso per ulteriori repressioni, invece di creare posti di lavoro e benessere per la popolazione. Non è difficile prevedere che l’oppressione creerà nuovi profughi. Ricordiamo qui l’importante ruolo dell’Italia nell’addestramento della Guardia costiera libica, che dovrebbe effettuare i respingimenti dei migranti direttamente in mare. (http://www.africa-express.info/2016/10/29/al-via-laddestramento-della-guardia-costiera-libica-importante-ruolo-dellitalia/)
Barcone di migranti
L’intelligence austriaca afferma che tra il 2013 e giugno 2016 dall’Africa sono arrivati in Europa cinquecentomila cinquecento richiedenti asilo. Precisa poi che solamente eritrei e somali fuggono da reali situazioni di guerra e terrore. Oltre trecentomila profughi sarebbero da considerare “migranti economici”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 7 gennaio 2017
Minacce, vessazioni, umiliazioni, intimidazioni, violenze, arresti e pestaggi, torture e persino morte a uomini, donne e bambini. Questo fanno alla popolazione di pigmei le squadre anti-bracconaggio in quella che dovrebbe diventare la Ngoyla Wildlife Reserve, un’area di oltre 9300kmq di foresta pluviale nel sud-est del Camerun.
È la zona dove, dal 1991, il Fondo mondiale per la natura (Wwf) ha il “Jengi initiative”, un progetto – come spiega l’associazione – “per la gestione responsabile delle foreste e delle aree protette nelle aree forestali della regione”.
L’interessamento dell’Ocse nasce da un’istanza presentata nel febbraio scorso dell’ong per i diritti dei popoli indigeni, Survival international, sugli abusi delle squadre anti-bracconaggio contro la popolazione di pigmei Baka che vivono nell’area protetta del Wwf.
Mappa del Camerun. Nel cerchio l’area nella quale vivono i pigmei Baka
È qui che in una sessantina di villaggi vivono circa 10mila persone di etnia Fang, Djem, Nzimédi e pigmei Baka, cacciatori-raccoglitori abitanti della foresta da migliaia di anni. Questi ultimi rappresentano il 30 per cento della popolazione.
Per il popolo Baka, circa 30mila individui tra Camerun, Gabon e Africa centrale, la foresta oltre che essere la fonte di cibo e base fondamentale e indispensabile della loro cultura e religione, è un luogo sacro e di sepoltura dei loro morti e degli antenati. Purtroppo, secondo Survival international, dagli anni ‘90 ad oggi, la situazione è andata peggiorando al punto che i Baka non riescono ad avere accesso al cibo e ai loro luoghi sacri.
“È terribile ciò che fanno le squadre anti-bracconaggio in questo villaggio. Non possiamo andare a curare i nostri orti, ci picchiano con il machete e ci controllano continuamente. Nella foresta cadono i frutti di mango selvatico ma abbiamo paura di andare a cercarli e non ci sono più i sentieri per prendere i frutti. Se ci impediscono di andare nella foresta dove dovremmo andare? Dove dovremmo stare? Noi veniamo dalla foresta non dai villaggi. Abbiamo paura, cosa possiamo fare? Vogliamo che chi è coinvolto in tutto questo si fermi”. Chi parla in un video girato da Survival international è un anziano pigmeo Baka che vive nelle foreste pluviali del sud-est del Camerun.
Stephen Corry, direttore generale di Survival international: “Il fatto che l’Ocse abbia accettato la nostra istanza costituisce un enorme passo avanti per i popoli vulnerabili”. E rincara la dose contro la politica dell’associazione ambientalista più importante del pianeta: “Il lavoro del Wwf ha portato ai popoli indigeni del bacino del Congo decenni di sofferenze. Il Wwf non ha fatto niente di concreto per rispondere alle preoccupazioni di migliaia di indigeni derubati e maltrattati per effetto dei suoi progetti. Se il Wwf non può garantire che certe iniziative rispettino gli standard delle Nazioni Unite e dell’Ocse, semplicemente non dovrebbe finanziarle”.
Da quanto scrive Survival in un comunicato il Wwf riconosce che ci sono stati abusi ma, nonostante le testimonianze dei Baka, ha respinto le accuse. In risposta all’Ocse, come ragioni principali delle violazioni dei diritti umani, ha invece sottolineato l’instabilità politica nella regione e le difficoltà nei processi di creazione delle aree protette per la conservazione della fauna. Tuttavia non ha negato il suo coinvolgimento nel finanziamento, addestramento ed equipaggiamento delle guardie.
Purtroppo uno dei maggiori problemi dei popoli pigmei è che, in quanto cacciatori-raccoglitori, non viene loro riconosciuto il diritto alla terra. Inoltre molti stati africani negano loro lo status di indigeni e di conseguenza i diritti che gli spetterebbero.
Speciale per AfricaExPress
Yamoussoukro, 6 gennaio 2016
Verso le due di questa notte sono stati esplosi alcuni colpi di fucile a Bouaké, la seconda città della Costa d’Avorio. Durante la guerra civile Bouaké è stata la roccaforte dei ribelli e stavolta degli ex combattenti smobilitati. Insieme a soldati regolari sono insorti, per reclamare i premi promessi, ma mai percepiti e per denunciare il mancato aumento degli stipendi e l’avanzamento di grado per anzianità di servizio.
Dopo essersi impossessati delle armi dell’arsenale del terzo battaglione, il principale campo militare della città, e di quelle di alcuni commissariati, gli insorti hanno bloccato l’accesso alla città, sia a nord che a sud. Ovviamente tutti i negozi sono rimasti chiusi, la gente, spaventata, è rimasta barricata in casa. Secondo un testimone oculare, nel tardo pomeriggio la situazione è leggermente migliorata e i taxi hanno ripreso a circolare.
Alassane Ouattara, Presidente della Costa d’Avorio
Ad Abidjan i militari sono rimasti consegnati nelle caserme, dunque la situazione è rimasta calma. La contestazione si è estesa, invece, in altre citta, come a Korhogo, nel nord del Paese, a Daloa, nel centro-ovest e a Daoukro, nell’est. A Korhogo i contestatori hanno tolto la bandiera dal municipio; hanno bloccato la strada principale, ma non hanno assolutamente usato fucili, neanche per sparare in aria.
Alassane Ouattara, il presidente della Costa d’Avorio, ha immediatamente indetto una riunione del comitato di crisi con i responsabili delle forze armate. Secondo la presidenza durante l’incontro si sarebbe discusso del pagamento del soldo, delle prospettive per le promozioni e del mancato pagamento dei premi agli ex ribelli, che sono stati integrati nell’esercito alla fine della guerra civile nel 2011.
Speciale per AfricaExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 gennaio 2017
Un attacco ad un convoglio scortato da militari della United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic (MINUSCA) è costato la vita a due caschi blu del Marocco, altri due sono stati feriti, uno de quali in gravi condizioni.
Il fatto è successo nel sud-est della Repubblica centrafricana, a venti chilometri da Mboki, sulla strada di Zémio. I militari di MINUSCA erano stati incaricati di scortare un convoglio di camion che trasportava gasolio da Zémio a Obo, quando sono stati attaccati da un gruppo di uomini armati. che si sono dileguati immediatamente dopo l’assalto. Finora non c’è stata nessuna rivendicazione.
Uccisi due caschi blu marocchini di MINUSCA nella Repubblica centrafricana
Secondo gli abitanti della zona, lo stesso gruppo avrebbe attaccato su questa strada un veicolo del trasporto pubblico, ma per fortuna non ci sono state vittime. Non ci sono certezze ma parecchi diplomatici puntano il dito contri gli uomini di Joseph Kony, il capo del Lord’s Resistance Army” (LRA), un sanguinario gruppo armato ugandese da anni presente nell’area, in opposizione al presidente Yowecri Museveni. Nella stessa zona però sono attivi anche molti altri gruppi armati.
Quello di ieri è un duro colpo per MINUSCA, che dal suo arrivo nella Repubblica Centroafricana, nell’autunno del 2014, ha già perso quaranta caschi blu. In un comunicato, Parfait Onanga-Anyanga, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU e capo di MINUSCA, ha duramente condannato questo ennesimo attacco ai caschi blu.
La crisi della Repubblica Centrafricana comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (il maggioranza musulmani) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica della ex-colonia francese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka (per lo più composti da cristiani e animisti) e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.
Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana. Le forze dell’Unione Africana del contingente MUNISCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Con la risoluzione 2301 del 26 luglio 2016 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rinnova il mandato di MINUSCA fino a novembre 2017. Attualmente il contingente internazionale conta 12.870 uomini: 10.750 militari e 2.080 poliziotti, oltre ad un certo numero di personale civile. Il 31 ottobre scorso la Francia ha ufficialmente ritirato le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.
sfollati in Repubblica centrafricana
Ancora oggi oltre ottocentocinquantamila persone non hanno ancora potuto fare ritorno nelle proprie case: 383.000 sono sfollati, mentre 468.000 hanno cercato rifugio nel Ciad, nel Congo-K, nel Congo Brazzaville e nel Camerun, che ha accolto oltre la metà dei cittadini centrafricani in cerca di protezione. Secondo l’UNICEF, il quarantuno per cento dei bambini al di sotto dei cinque anni soffre di malnutrizione cronica e si stima che dal 2013 ad oggi tra sei e diecimila minori siano stati reclutati dai vari gruppi armati come bambini-sodato.
Oltre la metà della popolazione si trova in stato di insicurezza alimentare, tra loro 2,3 milioni necessitano di aiuti umanitari, su una popolazione totale di 4,616 milioni di persone. Non è facile vivere in questo Paese, specie per i bambini.
L’inchiesta per violenza sessuale su minori nella Repubblica Centrafricana, aperta dalla Procura parigina nei confronti di sei soldati dell’operazione Sangaris non è riuscita a formulare alcun capo d’accusa. Le investigazioni sul caso si sono concluse lo scorso 20 dicembre 2016. I sei militari sono stati ascoltati più volte, ma non risulta nessuna imputazione a loro carico. Hanno ammesso di aver dato delle razioni di cibo ai minori, ma hanno negato di aver commesso alcuna violenza sessuale nei loro confronti. Dunque il caso potrebbe arrivare a un proscioglimento anticipato con un non luogo a procedere. Le parti dispongono comunque di tre mesi di tempo per richiedere nuovamente gli atti dell’inchiesta, prima dell’istanza della Procura di Parigi e di una decisione definitiva del giudice.
A tutt’oggi sono aperte ancora altre inchieste sulle quali la Procura di Parigi sta indagando. Inoltre, grazie ad un’indagine interna dell’ONU, è stato possibile individuare quarantun caschi blu burundesi e gabonesi di MINUSCA, che avrebbero commesso violenze sessuali nella Prefettura di Kemo tra il 2014 e il 2015.
In India ci sono oltre cento rifugiati del Congo-K. Chi per un motivo chi per un altro è scappato dal proprio Paese per non essere arrestato o ammazzato. Magari per aver espresso un’opinione non gradita, o semplicemente per essere stato nel luogo sbagliato al momento sbagliato. E’ successo a George, il direttore di una scuola superiore. Nel 2012 si trovava per puro caso in una zona del Kasai, durante l’insurrezione del colonnello John Tshibangu, oppositore del presidente Joseph Kabila.
George è stato arrestato dalle truppe governative e buttato in una lurida galera. Qualcuno ha avuto pietà di lui e lo ha liberato, ma ovviamente non è potuto tornare a casa, in famiglia. E così con i documenti di un amico ha acquistato un biglietto aereo per Nuova Delhi.
Una stazione di polizia a Nuova Delhi, India
Appena arrivato, si è recato immediatamente all’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazione Unite (UNHCR). I funzionari gli hanno riconosciuto immediatamente lo status di profugo e gli hanno consegnato un documento che avrebbe dovuto proteggerlo. Un gesto gentile, ma in fin dei conti solamente teorico, perché l’India non è firmataria dei trattati internazionali, relativi allo status di rifugiato, vale a dire della Convenzione di Ginevra del 1951 e del Protocollo del 1967, adottato a New York il 31 gennaio 1967 e entrato in vigore il 4 ottobre dello stesso anno. Nuova Delhi dunque non riconosce questo diritto umanitario.
Durante un controllo della polizia George è stato arrestato nel 2015, perché non era in possesso di visto. Dopo due mesi è stato rilasciato dietro cauzione, grazie all’intervento di un avvocato dell’UNHCR. Fra pochi giorni dovrà ripresentarsi in Tribunale e forse sarà nuovamente rispedito in prigione per immigrazione clandestina.
Eppure l’India ha accolto milioni di rifugiati negli ultimi decenni. Basti pensare ai tibetani o ai Tamil dello Sri Lanka. Loro vengono protetti e aiutati dallo Stato indiano. Purtroppo il governo non ha una legge uniforme per tutti i coloro che chiedono asilo sul suo territorio. Generalmente non viene fatta differenza tra uno straniero qualunque e un rifugiato, anche se, in qualche modo, la Costituzione protegge questi ultimi. Normalmente il giudice condanna il richiedente asilo in prima istanza, per poi rilasciarlo sotto cauzione in appello.
Una situazione frustrante, perché senza un visto a lungo termine o un documento valido, è impossibile spostarsi, viaggiare, tanto meno trovare un lavoro o aprire un conto in banca. Si vive con la speranza che l’UNHCR possa ricollocare i rifugiati in un altro Paese, ma spesso resta un sogno, perché succede solamente in casi eccezionali.
giovane congolese viene arrestato dalla polizia indiana
Oltre un centinaio di congolesi si trovano in questa situazione “provvisoria”, divenuta in realtà “permanente”. Sono fuggiti per repressioni politiche o militari del loro governo, con il desiderio, la speranza di potersi ricostruire una vita qui in India, invece sono costretti a vivere in clandestinità.
Jacques è arrivato qui nel 2008, quando aveva trent’anni e ha seguito le indicazioni dell’UNHCR, come George. Nel 2010 ha rischiato di essere arrestato. Da allora ha sempre dovuto nascondersi. Aveva trovato anche un lavoro. Google gli aveva offerto un ottimo contratto, ma in mancanza dei documenti non ha potuto assumerlo. Il giovane congolese ha una fidanzata indiana. I due vorrebbero sposarsi, ma se dovessero presentare la richiesta per registrazione del matrimonio, George sarebbe immediatamente arrestato.
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