Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 gennaio 2017
Il governo del Burundi ha rimesso in libertà un centinaio di prigionieri durante una cerimonia simbolica. La grazia presidenziale era stata annunciata a fine dello scorso anno.
Sono stati liberati anche i membri del partito d’opposizione, arrestati nel 2015, durante una manifestazione svoltasi nella capitale Bujumbura. Uno di loro ha chiesto che venissero scarcerati tutti i prigionieri politici, precisando: “E’ assurdo passare tre anni in galera senza alcun processo”.
Sicuramente la scarcerazione è la risposta all’Unione Europea, che pochi giorni fa, con una nuova risoluzione, ha chiesto alla Corte penale internazionale (CPI) e al Consiglio di sicurezza dell’ONU di aprire immediatamente un’inchiesta sulla violazione dei diritti umani, commessi durante la recente crisi. Nella risoluzione del 19 gennaio, nr. 2017/2508 al punto 9, l’UE desidera anche chiarimenti sul rischio di genocidio. (http://www.africa-express.info/2015/11/07/burundi-sullorlo-del-baratro-si-rischia-un-nuovo-genocidio-africano/).
L’Unione Europea ha allegato una serie di rapporti che attestano torture, sparizioni forzate, uccisioni, commessi da parte di agenti burundesi e conferma di sospendere gli aiuti finanziari al Paese e chiede punizioni esemplari per coloro che hanno commesso questi efferati crimini, altrettanto per chi ostacola gli sforzi finalizzati a trovare una soluzione politica per questa crisi.
Gli eurodeputati sono inoltre molto preoccupati per l’annuncio fatto da Nkurunziza, durante il suo discorso di fine anno, di volersi eventualmente ricandidare per un ulteriore mandato nel 2020.
Ragazzino in mano alla polizia in Burundi
Ovviamente Bujumbura ha risposto il giorno seguente all’UE, evidenziando che certamente i parlamentari dell’Unione non sono stati informati che dal 30 dicembre 2016 non sono stati segnalati casi di violazioni dei diritti umani in nessuna delle diciotto circoscrizioni del Paese. La lettera porta la data del 20 gennaio.
Le dichiarazioni delle autorità burundesi non hanno convinto Anschaire Nikoyagize, presidente di Iteka, un’organizzazione che difende i diritti umani. Nikoyagize, che vive in esilio, precisa: “Dall’inizio dell’anno sono state uccise barbaramente almeno otto persone ogni settimana. Tra il 9 e il 15 gennaio sono stata ammazzate dieci persone, altre due sono state torturate, tre sono scomparse e novantasette arrestate arbitrariamente dalla polizia, in collaborazione con i giovani Imbonerakure, guerriglieri che infondono il terrore in tutto il Paese, alleati con il partito al potere.
Il progetto regionale della nuova linea ferroviaria che dovrebbe collegare il Kenya con il Ruanda, fortemente appoggiato da Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, richiede più spazio e il governo è costretto ad espropriare un elevato numero di terreni. Più facile a dirsi che a farsi, visto che non esiste il catasto per questa area, nessuna indicazione di quante persone sono interessate all’esproprio, chissà potrebbe trattarsi anche di migliaia di abitanti.
La legge ugandese vieta per altro insediamento in zone umide e boschive, ma molte persone hanno costruito ugualmente le loro case in aree del genere. Malgrado ciò, i governi locali hanno rilasciato dei documenti che attestano la proprietà, pur sapendo che non hanno valore legale. Una di queste aeree è proprio Namanve, ad una decina di chilometri da Kampala, la capitale del Paese, dove dovrebbe passare la nuova strada ferrata.
Betty Amongi, Ministro ugandese per lo sviluppo territoriale
Su una delle case di questa zona è stata dipinta una grande croce, indicante che presto la ferrovia passerà di qui. Il proprietario è disperato, ci sono voluti oltre venti anni per mettere insieme i soldi per costruirla, i binari attraverseranno i terreni che ha ereditato da suo padre. Il signore è deciso a non andarsene, anche se le autorità governative l’hanno già invitato più volte di lasciare la sua casa. Giustamente lui chiede un adeguato risarcimento per le sue proprietà. Dove potrebbe andare senza soldi, come potrebbe costruire una nuova abitazione per sé e la sua famiglia?
Molti abitanti si trovano nella stessa situazione. Hanno in mano un documento che certifica che sono i proprietari dei loro terreni, ma probabilmente questi atti non saranno sufficienti.
Il ministro ugandese per gli affari “Lands, Housing and Urban Development”, Amongi Betty, ha fatto sapere che i lavori del genio civile per la costruzione della ferrovia sono in forte ritardo, dovuto al fatto che tale area è occupata illegalmente. E precisa “Le disposizioni di legge sono chiare, vieta determinate attività, installazioni e il frazionamento di questi terreni da parti di privati”.
Il governo ugandese ha già preso le sue decisioni in merito: saranno annullati tutti titoli di proprietà nella riserva forestale di Namanve e delle zone umide adiacenti.
Finora le autorità non hanno parlato né di risarcimenti o dove intende ricollocare gli abitanti.
Yahya Jammeh, l’ex presidente del Gambia, il cui mandato è ormai scaduto, non ha ancora lasciato il Paese. In un annuncio alla televisione di Stato ha precisato ieri notte: “Non è necessario che venga versata anche una sola goccia di sangue! Ho deciso oggi di voler rinunciare alla leadership di questo Paese con infinita gratitudine verso tutti gambiani. Ho promesso ad Allah che la questione sarà risolta pacificamente”.
Dunque apparentemente la vecchia volpe sembra che abbia accettato la disfatta e disposto a lasciare il poter, come già anticipato ieri da Africa ExPress (http://www.africa-express.info/2017/01/21/gambia-jammeh-abbandonato-da-tutti-va-esilio-gli-succede-adama-basrrow/). Ora bisogna definire dove andrà in esilio e con quali condizioni.
Adama Barrow, presidente del Gambia
Ieri pomeriggio alle 16.00 è scaduto l’ultimatum che l’Economic Community of West African States aveva imposto a Jammeh. Durante la giornata l’ex presidente ha intrattenuto lunghi colloqui con i presidenti della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, e della Guinea, Alpha Condé. In un documento, stipulato in loro presenza, l’ex capo di Stato s’impegna di consegnare il potere ad Adama Barrow, il nuovo leader del Gambia, eletto democraticamente il 1° dicembre scorso.
L’insediamento di Barrow non ha potuto aver luogo nella ex colonia britannica. Jammeh aveva dichiarato lo stato di emergenza il 17 gennaio. Il neo eletto presidente ha prestato quindi giuramento in esilio, presso l’ambasciata gambiana a Dakar, capitale del Senegal, nel pomeriggio del 19 gennaio (http://www.africa-express.info/2017/01/19/truppe-entrano-gambia-barrow-giura-dakar/).
Poche ore dopo la cerimonia, le truppe senegalesi, che avevano ricevuto l’incarico di intervenire nella piccola enclave dall’ECOWAS, naturalmente dopo la formale autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sono entrate nell’enclave, senza trovare resistenza alcuna da parte delle forze armate gambiane.
Jammeh, al potere da oltre ventidue anni, in un primo momento aveva accettato di buon grado la vittoria di Barrow e si era persino congratulato con lui pubblicamente. Una settimana dopo, invece, ha fatto marcia indietro, impugnando il risultato della tornata elettorale per irregolarità nel conteggio dei voti.
E così alla fine Yahya Jammeh se ne va. Lascia la poltrona di presidente della repubblica del Gambia sulla quale si era seduto dopo un colpo di stato 22 anni fa. E alla quale si era inchiodato dopo aver perso le elezioni il 1° dicembre scorso.
Qualche ora fa il convoglio di autovetture con a bordo i presidenti della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, e della Guinea, Alpha Condé, insieme a Jammeh hanno lasciato la residenza dell’ormai ex capo di Stato del Gambia e si sono diretti verso l’aeroporto. Fonti ben informate hanno lasciato trapelare che il satrapo gambiano avrebbe acconsentito a lasciare il Paese. Con molta probabilità andrà in esilio in Guinea, anche se altre fonti hanno menzionato la Mauritania o il Marocco, qualora i governo di Re Muhammed VI gli dovesse offrire tale opportunità.
Adama Barrow, presidente del Gambia
Questa mattina il presidente della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, era volato nuovamente a Banjul insieme al suo omologo della Guinea, Alpha Condé, per cercare di trovare una soluzione insieme alla crisi che ha paralizzato l’ex colonia britannica. il mandato di Jammeh era scaduto ieri e lui avrebbe dovuto consegnare le sorti del Gambia ad Adama Barrow, il vincitore delle elezioni presidenziali del 1° Dicembre scorso.
L’insediamento di Barrow non ha potuto aver luogo nella ex colonia britannica. Jammeh aveva dichiarato lo stato di emergenza il 17 gennaio. Il neo eletto presidente ha prestato quindi giuramento in esilio, presso l’ambasciata gambiana a Dakar, capitale del Senegal, nel pomeriggio di ieri (http://www.africa-express.info/2017/01/19/truppe-entrano-gambia-barrow-giura-dakar/).
Nelle ultime ore sarebbe stato stipulato un documento nel quale Jammeh si impegna di consegnare il potere a Barrow nei prossimi tre giorni. A convincerlo sarebbero state non solo le pressioni politiche, ma anche (e soprattutto) quelle militari e cioè la presenza delle truppe senegalesi, penetrate in territorio gambiano nella serata di ieri. Evidentemente chiamate in aiuto da Barrow appena eletto e immediatamente riconosciuto come legittimo presidente dai Paesi dell’Economic Community of West African States. Le forze armate del Senegal avevano ricevuto l’incarico di intervenire nella piccola enclave dall’ECOWAS, naturalmente dopo la formale autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
truppe senegalesi
Non è la prima volta che le forze senegalesi intervengono in Gambia per conto dell’ECOWAS. E’ già successo nel 1981 per contrastare un colpo di Stato intento a rovesciare il primo presidente della piccola ex colonia britannica, Dawda Jawara. Grazie ad un golpe, organizzato appunto da Jammeh, Jawara è stato detronizzato nel 1994. Da allora il despota governa a suo piacimento il Paese, imprigionando e mettendo a tacere gli oppositori.
Ora è giunto il momento di cambiare rotta. L’ECOWAS, ONU, l’Unione africana (UA) e la comunità internazionale hanno deciso che il nuovo presidente sarà Barrow, scelto democraticamente come Capo di Stato dal popolo gambiano. L’Africa potrebbe finalmente cambiare rotta. “Bisogna rispettare le Costituzioni” è stato sottolineato anche durante l’ultimo vertice Africa-Francia (http://www.africa-express.info/2017/01/18/vertice-africa-francia-bamako/). Vedremo se tale consiglio sarà rispettato anche dagli altri leader africani che governano i loro Paesi da decenni.
Le forze armate gambiane non hanno posto resistenza ai loro colleghi senegalesi. Non era nelle loro intenzioni impugnare le armi. Da ieri tutti hanno espresso la loro fedeltà a Barrow. Jammeh è rimasto solo, protetto solo dai ribelli di Casamance (regione del sud del Senegal) e da mercenari provenienti dalla Liberia, Sierra Leone e Mali.
Poche ore fa Adama Barrow, che ha vinto lo scorso 1° Dicembre le elezioni presidenziali gambiane, ha prestato giuramento poche ore fa a Dakar, la capitale del Senegal, nell’ambasciata del suo Paese. Ora il presidente della ex colonia britannica è lui. La comunità internazionale aveva dichiarato alcune settimana fa che, con la scadenza del mandato di Yahya Jammeh, al potere da oltre ventidue anni, avrebbe riconosciuto solamente Barrow come capo di Stato del Gambia.
Truppe ECOWAS entrano in azione
L’Economic Community of West African States (ECOWAS) ha cercato di convincere Jammeh a farsi da parte pacificamente, anche con la minaccia di un intervento militare. Forse il vecchio satrapo non ha creduto a tali intimidazioni, forse ha voluto sfidare l’ECOWAS, la comunità internazionale tutta. Sta di fatto che stavolta i leader africani non hanno perso tempo. Ieri sera il Senagal ha presentato al Consiglio di sicurezza dell’ONU un progetto di risoluzione, al fine di poter prendere tutte le misure necessarie per garantire il passaggio del potere al nuovo presidente. Nel documento presentato dalle autorità della ex colonia francese viene precisato che “l’instabilità del Gambia potrebbe minacciare la pace internazionale e la sicurezza in tutta la regione”.
Il Consiglio di sicurezza ha dato tutto il suo appoggio all’ECOWAS nel suo impegno finalizzato a far rispettare la volontà del popolo gambiano oggi stesso.
Meno di un’ora fa le truppe senegalesi sono entrate nel territorio gambiano, dando il via all’operazione “Restore Democracy”. Lo ha confermato il portavoce delle forze armate di Dakar, Abdou Ndiaye, all’agenzia Reuters. Già da ieri i militari senegalesi erano posizionati al confine con l’enclave. Il portavoce dell’aeronautica militare nigeriana, Ayodele Famuyiwa, ha fatto sapere che aerei armati di ricognizione del suo Paese stanno sorvolando i cieli della ex colonia britannica.
Fonti ben informate riportano che la moglie e i figli di Jammeh hanno lasciato Banjul nella giornata di oggi.
Il presidente della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, è in viaggio verso Banjul, la capitale del Gambia, per tentare un’ultima mediazione con Yayah Jammeh, il cui mandato scade fra poche ore. (http://www.africa-express.info/2017/01/18/gambia-rischio-guerra-civile-il-parlamento-prolunga-per-tre-mesi-il-mandato-di-jammah/). L’ex colonia francese, pur non facendo parte dell’ECOWAS (la comunità economica dei Paesi dell’Africa Occidentale), ha sempre proposto i suoi servigi per risolvere la crisi del Gambia. Si spera che il leader mauritano riesca a convincere il dittatore incollato alla sua poltrona a lasciare e partire in esilio.
L’esercito senegalese ha già preso posizione alla frontiera con la ex colonia britannica, pronto ad entrare in Gambia a mezzanotte, se Jammeh dovesse rifiutarsi di lasciare il potere.
Il presidente del Gambia, Yahya JammehIl presidente della Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz
Il portavoce delle forze armate del Senegal, Abdou Ndiaye, ha fatto sapere che accanto alle sue truppe sono già in pre-allarme quelle nigeriane. Ora bisogna attendere il mandato e le necessarie autorizzazioni dell’ONU e dell’ECOWAS.
Il sindaco di Djouloulou, cittadina nel sud del Senegal, a pochi chilometri dal confine con l’enclave, ha chiesto al governo e alle Organizzazione non governative un aiuto finanziario per assistere i profughi provenienti dal Gambia. Attualmente molti gambiani sono ospitati da famiglie del luogo, ma non sono in grado di nutrirli, i soldi bastano a mala pena per sfamare le bocche dei propri cari.
Questa mattina l’Assemblea Nazionale del Gambia ha approvato una risoluzione volta a permettere al presidente Yahya Jammeh di restare in carica per altri tre mesi. Il suo mandato dovrebbe scadere oggi a mezzanotte e l’insediamento del vincitore delle scorse elezioni, Adama Barrow, era previsto per domani, 19 gennaio.
L’Assemblea Nazionale ha anche approvato lo stato d’emergenza per un periodo di novanta giorni, dichiarato ieri da Jammeh. Da ciò si evince che il dittatore non ha nessuna intenzione di mollare il potere. Bisogna attendere la reazione dell’Economic Community of West African States (ECOWAS), che già a dicembre aveva dichiarato il suo pieno appoggio a Barrow. Visto il fallimento della via diplomatica, l’ECOWAS aveva minacciato di essere pronta ad un intervento militare, se Jammeh non si fosse messo da parte volontariamente.
Yahya Jemmeh, presidente del Gambia
La situazione in tutto il Paese è molto tesa ed incerta. Otto ministri hanno rassegnato le dimissioni, quattro di loro nelle ultime ventiquattro ore. Non è ancora dato di sapere se i quadri militari dell’esercito saranno pronti a difendere Jammeh alla scadenza naturale del suo mandato. Certamente la dichiarazione dello stato di emergenza è stato studiato ad hoc dalla vecchia volpe: un modo per impedire il giuramento di Barrow, che dovrebbe svolgersi appunto domani allo stadio di Bakau, città ad ovest della capitale Banjul. Ma forse il vecchio satrapo – al potere da 22 anni – non ha tenuto conto che tecnicamente la cerimonia di insediamento del neo eletto presidente potrebbe aver luogo anche nella sede dell’Ambasciata del Gambia a Dakar, in Senegal.
Turisti lasciano il Gambia
Nel frattempo i turisti stanno lasciano il Paese, dopo l’avvertimento del Ministero degli affari Esteri della Gran Bretagna di non recarsi nella sua ex colonia se non in casi strettamente necessari.
Ma anche migliaia di gambiani fuggono dall’enclave (http://www.africa-express.info/2016/12/28/gambia-cittadini-fuga-verso-il-senegal-appello-jammeh/) già dalla fine di dicembre. In questi ultimi giorni il flusso è nettamente aumentato, come lo confermano i conducenti dei minibus: “Generalmente partono tre piccoli mezzi al giorno. In quest’ultimo periodo stiamo facendo venticinque corse e più giornalmente, senza contare i grandi pullman, autocarri e mezzi privati”, ha spiegato ai reporter Sonore Momodou Choi, manager della Bus Park.
Imponenti le misure di sicurezza messe in campo: oltre diecimila uomini per sorvegliare la città, alcune centinaia di agenti per proteggere le personalità presenti, duecento militari delle forze speciali locali, senza dimenticare gli uomini dei servizi maliani e francesi. Bamako è stata sorvegliata anche dal cielo da droni, aerei e elicotteri.
La capitale della ex colonia francese si è trasformata in un bunker impenetrabile durante tutta la durata del vertice, al quale hanno partecipato una trentina tra capi di Stato e di governo, tra loro Idriss Déby Itno, presidente del Ciad e attualmente presidente in carica dell’Unione Africana, il leader dello Zimbabwe, Robert Mugabe, quello del Ruanda Paul Kagame, il capo della Nigeria, Muhammadu Buhari, della Liberia Ellen Johnson Sirleaf, che attualmente presiede anche l’ “Economic Communty of West African States “. Buhari e la Johnson Sirleaf hanno raggiunto Bamako direttamente da Banjul, la capitale del Gambia, dove hanno nuovamente cercato di convincere – senza successo – Yahya Jammeh di lasciare la poltrona entro il 19 gennaio prossimo. Tutti i leader presenti sono concordi che la scelta del popolo gambiano deve essere assolutamente rispettata. Adama Barrow, che ha vinto le elezioni in Gambia, è stato invitato dall’ECOWAS a partecipare al summit.
François Hollande, Presidente della Repubblica francese al vertice di Bamako
Il vertice è stato presieduto da Ibrahim Boubacar Keïta, presidente del Mali, e da François Hollande, presidente della Francia. Il leader dell’Eliseo ha colto l’occasione per salutare i suoi omologhi africani, dato che non si presenterà alla prossime elezioni a maggio e dunque questo dovrebbe essere il suo ultimo viaggio nel Continente.
I temi principali toccati durante il vertice sono stati democrazia, sicurezza e sviluppo.
“Il rispetto delle Costituzioni” è stato uno degli argomenti trattati durante il summit, in quanto molti leader africani, pur di restare incollati alla poltrona, infrangono volentieri le leggi fondamentali del loro Paese. E, naturalmente, si è parlato anche della trasparenza nel processo elettorale.
Si è discusso molto sulla sicurezza e la capacità di difesa del continente. Nel 2013 la Francia si era impegnata ad addestrare almeno ventimila soldati africani. Questo numero è già stato superato, perché a tutt’oggi sono stai già preparati ben sessantacinque mila militari, ma l’obbiettivo è di arrivare a venticinque mila.
Anche per quanto riguarda lo sviluppo economico, la Francia è pronta ad alzare la quota: sotto forma di prestito o dono metterà a disposizione cinque miliardi di euro invece dei quatto previsti, da oggi fino al 2019.
Hollande lancerà anche un fondo di investimento franco-africano di settantasei milioni di euro della durata di dieci anni. Secondo Parigi si tratterebbe del primo fondo transfrontaliero tra l’Africa e la Francia.
Truppe francesi in Mali “Operazione Barkhane” a Gao
Prima di recarsi a Bamako, Hollande ha salutato le sue truppe a Gao. Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Alcune zone, come Kidal, sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane ed internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali” (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/) e l’attuazione dell’accordo stenta a decollare (http://www.africa-express.info/2016/08/22/14413/).
Un vertice tutto sommato ben riuscito. L’unico neo, l’uccisione di un ragazzino di soli dieci anni e poi seppellito di nascosto dai soldati francesi. Il fatto sarebbe accaduto lo scorso 30 novembre vicino a Tessalit, nel nord del Mali, ma è venuto alla luce solamente il 13 gennaio grazie al giornale on-line “Jeune Afrique”. L’informazione è stata confermata lo stesso giorno dal ministero della Difesa francese ed è stata immediatamente aperta un’inchiesta.
Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Libreville, 16 gennaio 2016
Diverse decine sono giunti dalla Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia, Spagna, Olanda, Belgio, Grecia. Altri sono tornati dalla Corea, Cina, Singapore. Qualcuno è volato perfino dal Brasile, dal Canada e dall’Australia. Qualcuno è volato perfino dal Brasile, dal Canada e dall’Australia. E la chiamano Coppa d’Africa. In realtà è un’Africa che – calcisticamente parlando – sa d’America, d’Asia e, soprattutto, d’Europa. Sulla coppa d’Africa risplende un arcobaleno di Paesi.
I giocatori delle 16 nazioni africane che in Gabon, da sabato 14 gennaio stanno disputandosi, fino al 5 febbraio, la 31° edizione del torneo continentale, sono lo specchio del mondo. Dall’Europa sono sbarcati in 220.
Prendiamo la gara d’apertura del campionato, Gabon-Guinea Bissau, giocata alle 17 di sabato nello stadio dell’Amicizia di Libreville, la capitale del Gabon (per chi se ne fosse scordato), dove nel settembre scorso è stato dato alle fiamme il Parlamento.
Samba, mascotte Coppa d’Africa 2017, Gabon
Molti gabonesi contestavano la rielezione a presidente di Ali Bongo Ondimba con uno scarto di 5564 voti sul concorrente Jean Ping. Ali è figlio di Omar Bongo, storico padre e padrone del Paese dal 1967 al 2009, anno della sua morte , quando gli succedette appunto Ali, che evidentemente vuole imitare il padre, il quale venne eletto nel 1973, 1979, 1986, 1993, 1998 e 2005. Ma non divaghiamo, anche se è difficile in Africa in genere, in Gabon in particolare separare le vicende calcistiche da quelle (geo)politiche, nazionali e internazionali.
Ad esempio, parliamo di Jean Ping, il candidato presidenziale battuto da Ali: dopo la sconfitta ha invitato i gabonesi a disertare la competizione biennale non recandosi allo stadio. E a proposito di stadio e stadi, cominciamo dallo stadio d’Angondjè o dell’Amicizia di Libreville: moderno, nuovo, 40 mila posti, costruito nel 2010 con i soldi del governo e da Shanghai Construction General, che ha tirato su anche l’impianto di Oyem , nel nordest dl Paese, che ospita la maggior parte delle partite del gruppo C (Marocco, Costa d’Avorio, Togo e Congo).
Questa struttura è stata inaugurata pochi giorni prima del via (il 9 gennaio), ma conclusa in extremis proprio il 16! La popolazione si era opposta ai lavori e aveva minacciato di boicottare l’inaugurazione, perché l’impresa cinese non aveva mantenuto la promessa di portare l’energia elettrica in tutta la città.
Il 12 novembre la gente era scesa in strada e si era rischiata la rivolta in questo Paese, diviso non solo dall’equatore (“unito sotto la bandiera verde, gialla e blu, simbolo di foreste, sole e oceano”), ma dalla politica dopo le già citate elezioni presidenziali.
Torniamo a bomba, ovvero alla composizione delle due squadre che si sono affrontate nella gara di apertura e finita, per la cronaca, in parità (1-1) con la cenerentola Guinea Bissau capace di far sfigurare i più forti padroni di casa. Dei 22 giocatori scesi in campo sapete quanti giocano in Africa? Neppure uno!
Mario Lemina, originario del Gabon, giocatore della Juventus
Partiamo dalle “Pantere” del Gabon: quattro sono accasati in Francia (Ondele,Obiang,Palun, Buanga); due in Inghilterra (Manga e Ndong), uno in Belgio (il portiere Ebang), due in Cina (Malick e Abdoulaye), uno nella nostra Juventus (Lemina) e uno in Germania (il tanto declamato Aubameyang, autore del goal, uno dei tre migliori giocatori africani dell’anno).
Quanto ai debuttanti in assoluto nella Coppa delle Nazioni Africane, cioè i guineensi, detti i Licaoni (nome di battaglia e d’arte obbligatorio per ogni nazionale del continente nero) ben 7 giocano nell’ex colonizzatore Portogallo, due in Grecia, uno in Polonia e uno in Norvegia! Questa diaspora, ovviamente, non è frutto del caso: l’ex possedimento lusitano sta affrontando una grave situazione di instabilità politico-economica al punto che è stato sospeso perfino il “campeonato nacional” di football.
Con i licaoni (o djurtus) è stato convocato anche Idrissa Camarà, 23 anni, attaccante che gioca in Italia nientemeno che in serie D, con la romagnola Corregese. Idrissa riassume bene la “sventura” di tanti pedatori di ventura poco baciati dal grande successo: nato in Bissau, cresciuto calcisticamente nel Senegal, finito in Portogallo, poi in serie B in Belgio, quindi a Corregio. Comunque grazie a un suo goal, la nazionale guineense ha sconfitto il Kenya e si è qualificata per la prima volta alla coppa in corso.
Se cambiamo gli schieramenti, il prodotto non cambia di molto. Prendiamo Algeria e Zimbabwe, sfidatesi domenica 15 gennaio.
Le “verdi” Volpi del deserto, o Fennecs, del Nord (Africa), guidati dal belga Leekens, avrebbero dovuto fare un sol boccone degli Warriors, i guerrieri del sud (Africa), che non solo erano considerati una squadra materasso, ma che hanno rischiato di non partecipare alla disfida continentale: il mancato pagamento del premio di qualificazione aveva spinto i giocatori a scioperare e saltare il volo per il Gabon e a non presentarsi alla cena ufficiale con il vice-presidente della Nazione il giorno prima di partire.
“La realtà è che – ha scritto un commentatore italiano – il movimento calcistico è praticamente in bancarotta, così come tutto il Paese”. Alla fine si è raggiunto l’accordo e i giocatori hanno ottenuto i 5 mila dollari che reclamavano, ma non le..maglie. La squadra si è trovata quasi in braghe di tela: le maglie con cui è scesa in campo contro l’Algeria sono state recuperate all’ultimo momento grazie al regalo di una società di Singapore. Tra l’altro lo Zimbabwe è stato eliminato dalle qualificazioni ai Mondiali del 2018 per non avere pagato lo stipendio di 67 mila dollari all’ex allenatore José Claudinei Georgini.
L’Algeria, invece, si presentava come una delle principali favorite: nel 1990 trionfò in casa, in Brasile ha disputato un ottimo mondiale, e annovera il pallone d’oro africano Ryhad Mahrez (che gioca sotto il nostro Claudio Ranieri nel Leicester in Inghilterra), e altri giocatori di livello quali Brahimi (Leicester) , Islam Slimani (Porto), Ghoulam (pilastro del Napoli)Guedioura (Watford, UK), Feghouli (West Ham, UK),Bentaleb (Schalke 04, Germania), Bensebaini (Rennes, Francia). Senza dimenticare altri due che giocano in Italia: Mesbah (Crotone), Taider (Bologna).
La conclusione del match è nota: il match è finito 2-2, con grande disappunto delle Volpi. La star Mahrez non si è smentita e ha segnato due reti salvando il suo gruppo da una ignominiosa sconfitta. I guerrieri, infatti, erano in vantaggio grazie a un giocatore grane e grosso, ma noto soprattutto per i suoi guai con la giustizia: Nyasha Mushekwy, 27 anni, attaccante di una squadretta cinese di seconda serie, la Dalian Yifang.
Nyasha Musheweki
Mushkwi era divenuto tristemente noto nel 2011 perché coinvolto in un giro di scommesse. Se si salvò dalla radiazione, fu solo perché accettò di collaborare con la giustizia. L’anno scorso, invece, ha ricordato la Gazzetta dello Sport, ha attuato lo sciopero della fame contro la ex moglie! Questo perché aveva appreso che la Federazione calcistica del suo paese avrebbe assunto la signora Luminitsa nel dipartimento di marketing. La coppia era ..scoppiata, perché secondo il calciatore, la signora l’aveva tradito con due compagni di squadra.
Non sono queste le uniche amenità che fanno da contorno alla manifestazione più importante del continente. Vogliamo ricordare che cosa è successo al campione del Gabon, Pierre-Emerick Aubameyang? La compagnia aerea gli ha perso i bagagli e, lui, vanesio come pochi, ha dovuto saltare una serata di gala per non presentarsi in tuta sportiva. Con suo grande disappunto, come ha fatto sapere sui social.
E vogliamo parlare della calorosa (e non solo per i 27 gradi ambientali) cerimonia inaugurale del 14 gennaio nello stadio dell’Amicizia? I 40 mila spettatori in attesa di Gabon-Guinea Bissau, dopo essere stati ben bene surriscaldati e spinti a ballare sugli spalti dal rapper francese di origini senegalesi, Booba, a un tratto si sono fermati e ammutoliti in attesa dell’esecuzione degli inni nazionali dei due paesi. Potevano ben aspettare. Il tecnico aveva perso la chiavetta con i due inni e quindi è stato..suonato il silenzio! Alla fine il pubblico stanco di aspettare, si è messo a cantare senza musica. E la partita poi è potuta cominciare.
Ma torniamo ancora a bomba, ovvero alla legione degli “stranieri” convocati per la Coppa.
Prendiamo le formazioni del match tanto atteso tra Costa d’Avorio, campione in carica favorito per il bis, e Togo (lunedì 16 gennaio). Fra gli 11 “Elefanti” (questo il soprannome degli ivoriani) scesi in campo nel primo tempo, solamente il portiere Sylvain Gbohouo gioca in patria. Gli altri 10 vivono e scalciano in Europa: Eric Bailly (United, Uk), Kodja (Aston Villa, Uk), Zaha (Crystal Palace, Uk), Kalou (Hertha, Germania), Aurier (Psg, Francia), Serey e Traoré (Basilea, Svizzera) e Kessié, attesissimo quanto deludente, dell’Atalanta. Traorè, poi, è un caso emblematico: ha militato in due formazioni australiane e del paese dei canguri ha perfino il passaporto.
Avrebbe addirittura voluto giocare con la nazionale australiana, ma non gli è stato consentito perché aveva già indossato la maglia del paese natale. Tanti altri giocatori, invece, pur nati in Europa, hanno rinunciato a giocare in Belgio, Portogallo, Svizzera, Svezia, Inghilterra, Francia e schierarsi dalla parte delle radici: sono tornati a casa (dei genitori), con un’emigrazione al contrario. Secondo un calcolo della Gazzetta dell Sport sono ben 53 i giocatori delle nazionali di Congo, Marocco, Algeria, Mali, Senegal nati nel vecchio continente.
Sempre per la cronaca, il risultato finale di Costa d’Avorio-Togo è stato di parità senza reti. Una sorpresa, l’ennesima delle prime tre giornate del torneo nel quale su 6 partite ben quattro sono finite in pareggio. E solo due con una vittoria: il Senegal, che ha sconfitto la Tunisia 2-0 (15 gennaio) e (16 gennaio) la Repubblica Democratica del Congo (noti anche come Leopardi) che ha fatto il colpaccio piegando 1-0 il Marocco, detti pure <I leoni dell’Atlante>. Il cammino è ancora tanto e 32 partite sono lunghe da giocare da qui al 5 febbraio e di colpi gobbi ne vedremo altri.
Il Marocco è uno dei grandi favoriti, infarcito pure lui di nomi illustri, quali lo juventino Benatia, il napoletano El Kaddouri,e poi Gonzalez (Benfica), Da Costa (Olympiacos, Grecia). Per farla corta: della rosa del Marocco solo uno “ruggisce” in casa. Tutti gli altri si esibiscono in Italia, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo, Grecia, Inghilterra, Germania, Belgio.
E’ proprio vero: è un Africa che sa d’America, d’Asia, d’Australia, ma, soprattutto, d’Europa. E c’è ancora chi, in Europa, vuole costruire muri.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 gennaio 2017
Dopo lunghe ed estenuanti trattative, grazie alla mediazione della Chiesa cattolica del Congo-K, il 31 dicembre 2016 è stato firmato un accordo tra la maggioranza e l’opposizione per uscire dalla crisi politica che affligge la ex colonia belga da mesi. Il trattato prevede la creazione di un consiglio di transizione (CNT), presieduto dall’oppositore storico al regime, Etienne Tshisekedi, e la nomina di un primo ministro, che dovrà essere designato dalla coalizione dell’opposizione, ma autorizza Joseph Kabila di restare in carica fino alla fine del 2017.
Qualche giorno fa i rappresentanti della Chiesa cattolica congolese si sono nuovamente riuniti con la classe politica del Paese e mercoledì scorso l’arcivescovo Marcel Utembi, presidente della conferenza episcopale del Congo-K, ha chiesto sostegno per la messa in atto dell’accordo al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Hervé Ladsous, capo del Dipartimento dell’ONU per le operazioni di mantenimento della pace, ritiene che la messa in opera dell’accordo incontrerà molte difficoltà se non sarà sostenuto da tutte le parti interessate. Ha espresso inoltre la sua preoccupazione per le violenze che affliggono la ex colonia belga dalla presa del potere di Kabila nel 2001.
Joseph Kabila, presidente del Congo-K
Solo poche ore fa anche il partito dell’opposizione e seconda forza politica del Paese, il “ Mouvement de Libération du Congo” (MLC) ha posto la firma sul documento. MLC è il partito dell’ex vice presidente, Jean-Pierre Bemba, attualmente detenuto all’Aja per ordine della Corte Penale Internazionale, perché ritenuto colpevole di crimini contro l’umanità (http://www.africa-express.info/2016/03/21/congo-k-bemba-colpevole-di-crimini-contro-lumanita/).
Marcel Utembe, Presidente della conferenza episcopale del Comgo-K
Ma in questo travagliato Paese i disordini e le violenze non si sono ancora fermate. Le autorità hanno raccontato che dall’inizio dell’anno nella Provincia del Kasai occidentale, durante gli scontri tra i partigiani di un ex leader tradizionale, morto ammazzato lo scorso agosto dalle forze dell’ordine, sono state uccise ventisei persone, tra loro nove civili, quattro militari delle forze dell’ordine, dodici miliziani e la moglie del capo. Kamwina Nsapu era un medico sulla trentina. Aveva soggiornato a lungo nel Sudafrica. Era ritornato nel Congo solo nell’aprile 2016, ma da tempo invitava la popolazione all’insurrezione.
Il governatore della Provincia, Alex Kande, ha spiegato che il movimento insurrezionalista di Kamwina Nsapu si è anarchicamente trasformato in guerriglia assassina e accusa i partigiani di arruolare minori e di utilizzare donne e bambini come scudi umani, di intercettare i convogli e di devastare e bruciare gli uffici pubblici.
Lo stringer di Africa Express ha fatto sapere che alla fine dell’anno appena trascorso, villaggi vicino a Bunkonde, città del Kasai, sono stati teatro di terribili combattimenti. La popolazione è dovuta fuggire e al suo ritorno ha trovato le loro povere capanne rase al suole e gli animali domestici sgozzati. La situazione è drammatica, gli abitanti sono terrorizzati e spesso le persone non hanno di che nutrirsi.
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