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Zimbabwe: critica Mugabe, arrestato per insulto alla bandiera. Denuncia di Amnesty

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 3 febbraio 2017


Forse se l’aspettava ma per Evan Mawarire
il ritorno dagli Stati Uniti, all’aeroporto di Harare, il primo febbraio, non è stato piacevole. La polizia lo ha arrestato con l’accusa di “sovvervvertire il governo costituzionalmente eletto”. Il giorno dopo l’arresto è stata aggiunta anche l’accusa di “insulto alla bandiera dello Zimbabwe”.

Il predicatore Evan Mawarire
Il predicatore Evan Mawarire

Al presidente-dittatore Robert Mugabe, alla Presidenza della repubblica da 40 anni non piace chi osa parlare mettendo in discussione la sua politica che da qualche decennio affama il popolo dello Zimbabwe.

Dura presa di posizione di Amnesty International che attraverso il suo rappresentante per l’Africa del Sud, Muleya Mwananyanda, ha dichiarato che “L’accusa di sovversione il pastore Evan Mawarire è inventata, una totale farsa ed è assolutamente ridicola. Le autorità devono rilasciarlo immediatamente e senza condizioni perché è un prigioniero di coscienza imprigionato solo per il pacifico esercizio dei suoi diritti”. Riguardo l’accusa di “insulto alla bandiera dello Zimbabwe” Amnesty afferma che è una manovra disperata per tenere dietro le sbarre l’accusato.

Mawarire è il predicatore e fondatore con sua moglie, nel 2010, della “His Generation Church” (Chiesa della Sua Generazione) che nella miriade di “chiese” presenti in Zimbabwe, pare stia diventando l’epicentro di un nuovo movimento di protesta contro la corruzione che minaccia di rovesciare la dittatura del 93enne Mugabe.

Lo scorso aprile il pastore si è autoregistrato con il suo smartphone e ha postato il video “This flag” (questa bandiera), su Facebook. Nel filmato avvolto nella bandiera nazionale, accusa il governo di averne tradito le promesse implicite. “This flag” è diventato virale nel Paese africano ed è diventato una campagna contro la dilagante corruzione.

“Mi hanno detto che il verde di questa bella bandiera rappresenta i raccolti ma io non vedo nessun raccolto nel mio Paese. Il giallo rappresenta i minerali: platino, diamanti, cromo. Non so a chi hanno venduto tutto questo e quanto hanno guadagnato – recita Mawarire nel video con la capacità oratoria di un politico di lungo corso – Il rosso è il sangue versato per avere la libertà e io sono grato per questo. Ma se coloro che sono morti per questo Paese vedessero come è oggi vorrebbero la restituzione di quel sangue. Il nero è dedicato al popolo nero come me ma per qualche ragione non mi sento parte di questo”.

I quattro minuti di fuoco del video non sono piaciuti per niente a Mugabe che lo ha accusato di voler rovesciare il governo. Arrestato a luglio, Mawarire è stato liberato da un magistrato perché la polizia di non aveva seguito le procedure corrette per la detenzione.

Secondo il portavoce di Amnesty dopo le accuse contro Mawarire l’anno scorso, il governo di Mugabe ha deciso di punirlo per aver parlato del peggioramento del rispetto dei diritti umani nello Zimbabwe e fermare il suo pericoloso attivismo che continua a raccogliere consensi.

Robert Mugabe è arrivato alla presidenza della repubblica con libere elezioni nel 1987 e riconfermato con altri cinque mandati alquanto discutibili. Con gli anni è rimasto attaccato al potere instaurando una feroce dittatura dove l’opposizione non ha alcun diritto e viene incarcerata e torturata.

Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe dal 1987
Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe dal 1987

A causa della sua politica dittatoriale l’ex colonia britannica è stata esclusa dal Commonwealth e al vecchio dittatore africano è vietato l’ingresso nell’Unione europea e negli Stati Uniti in quanto “persona non grata”.

Il Paese un tempo era florido grazie anche alle aziende dei grandi agricoltori e allevatori bianchi ai quali sono state espropriate le terre senza indennizzo. Da una quindicina di anni sta attraversando una terribile crisi economica, politica e umanitaria. Dal 2010, a causa del crollo del dollaro zimbabwiano la valuta accettata nel Paese è il dollaro Usa, il rand sudafricano ma anche il pula, la moneta del Botswana. Per la grave povertà la popolazione fugge oltre confine per rifugiarsi in Botswana e Sudafrica.

Mappa dello Zimbabwe e collocazione nel continente africano, con la bandiera
Mappa dello Zimbabwe e collocazione nel continente africano, con la bandiera

Secondo il “Rapporto 2015-2016” di Amnesty International, in Zimbabwe sono aumentati gli arresti arbitrari, le detenzioni e le azioni penali contro giornalisti e difensori dei diritti umani. Rimangono limitati la libertà di espressione e chiunque tenti di esercitare pacificamente i propri diritti viene arrestato.

Sono almeno dieci i giornalisti – dei media sia controllati dal governo che privati – arrestati per aver scritto articoli critici contro il governo e accusati, secondo la Criminal Law (Codification and Reform) Act del 2004, di aver scritto “falsità”.

Protesta dei cittadini zimbabwiani in Sudafrica a Cape Town, a supporto della campagna “This Flag 2016”
Protesta dei cittadini zimbabwiani in Sudafrica a Cape Town, a supporto della campagna “This Flag 2016”

E mentre la giustizia in Zimbabwe “fa il suo corso” sul caso Mawarire, si allarga a macchia d’olio il seguito sui social con gli hastag #MyFlag e #FreePastorEvan, su Periscope è stato seguito in diretta il trasferimento del detenuto girato dai passanti con lo smartphone al grido di “we love pastor E”. La prossima settimana Mawarire dovrà comparire davanti all’Alta Corte per il processo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

 

Crediti foto:
– Evan Mawarire
Courtesy Evan Mawarire
– Video “This Flag”
Courtesy Evan Mawarire
– Robert Mugabe
Di Tech. Sgt. Jeremy Lock (USAF) – dodmedia.osd.mil, Pubblico dominio, Collegamento
– Protesta in Sudafrica
By DiscottOwn work, CC BY-SA 4.0, Link
– Mappa dello Zimbabwe
Di United States Central Intelligence Agency – Webpage: CIA World Factbook page for Zimbabwe. Archived from the original on 10 June 2005.Image: CIA World Factbook map for Zimbabwe. Archived from the original on 10 June 2005., , Collegamento Pubblico dominio
– Bandiera dello Zimbabwe
Di Madden – Own work after www.flag.de, Pubblico dominio, Collegamento
– Collocazione dello Zimbabwe nel continente africano
Di By Rei-artur  pt en Rei-artur blog  – Original by Vardion, Image:A large blank world map with oceans marked in blue.svg, CC BY-SA 3.0, Collegamento

Il risultato degli accordi anti-migranti: aumentati i prezzi dei viaggi della speranza

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 2 febbraio 2017

L’accordo tra Europa e Italia da una parte e Niger dall’altra per bloccare il flusso dei migranti verso la Libia e quindi verso le nostre coste ha ottenuto risultati miseri. O meglio un paio di risultati li ha avuti: aumentare il prezzo dei trasporti – e quindi i guadagni dei trafficanti di uomini – e aumentare a dismisura i disagi e i rischi dei disperati che cercano in tutti i modi di attraversare il Mediterraneo. Insomma le misure adottate non scoraggiano chi vuole partire. molti di loro muoiono ma non muore la loro speranza di una vita migliore.

Lo scorso autunno sia la cancelliera tedesca, Angela Merkel che l’allora ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni, si sono presentati alla corte di alcuni leader africani, per stingere accordi volti a frenare i flussi migratori verso l’Europa (http://www.africa-express.info/2016/10/12/niger-la-seconda-tappa-del-viaggio-in-africa-della-cancelliera-tedesca/) e (http://www.africa-express.info/2016/11/20/nigermalisenegalgentilonielue-firmano-assegni-per-fermare-il-flusso-dei-migranti/). La Merkel e Gentiloni hanno intrattenuto anche colloqui con il presidente del Niger, Mahamadou Issoufou, perché la ex colonia francese si trova in una posizione geografica strategica: devono attraversarlo quei disperati che dall’Africa occidentale intendono raggiungere la Libia, e poi passando per il Mediterraneo, l’Europa.

Si stima che lo scorso anno almeno centomila persone, in fuga da una fame micidiale, guerre e persecuzioni, siano passati per Agadez, città e capoluogo della regione omonima nel nord del Niger, verso il confine con la Libia, sulla pista che porta al confine con la Libia dove ci si imbarca per raggiungere le nostre coste.

Agadez, Niger
Agadez, Niger

 A metà dicembre dello scorso anno è stato firmato nell’ambito del “migration compact” un primo accordo con il Niger, sostenuto da Italia, Francia e Germania, che prevede un primo finanziamento di seicentodieci milioni di Euro.

Nei mesi scorsi il flusso di migranti si è notevolmente ridotto sulla rotta Niger-Agadez. L’Unione europea è convinta che ciò sia dovuto in gran parte agli investimenti effettuati nell’addestramento delle forze di sicurezza nigerine. Sono state sequestrate quasi trecento autovetture, arrestati centodue trafficanti di uomini e nove poliziotti corrotti. Zaki Moussa, procuratore del Tribunale di Agadez ha specificato che raramente i trafficanti sono di nazionalità nigerina, per lo più provengono dalla Nigeria o da altri Paesi dell’Africa occidentale.

Malgrado Agadez non sia più una delle principali rotte, il flusso migratorio verso le nostre coste non si è arrestato. Nel 2016 oltre centottantunomila persone hanno attraversato il Mediterraneo. Più di cinquemila hanno perso la vita durante la traversata. Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM) dal 1. al 25 gennaio 2017 sono giunti via mare in Europa 3.829 disperati. Circa i due terzi (2.788) sono arrivati in Italia e il resto in Grecia (1.041).  In questi primi giorni dell’anno duecentoquarantsei persone sono morte nel viaggio.

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migrante deceduto nel deserto

Chi deve fuggire, lasciare il proprio Paese a causa di guerre, oppressioni, carestie e fame, è disposto a qualsiasi rischio. Dunque se viene chiusa una rotta, i trafficanti ne troveranno altre, più pericolose, per portare i migranti verso le coste libiche.E i costi del viaggio salgono. E’ la regola di tutti i proibizionismi.

Secondo Peter Tinti, ricercatore di Global Initiative against Transnational Organized Crime ha spiegato che spesso le politiche contro la tratta sono controproducenti: “Riescono ad aumentare anche di molto il margine di profitto dei trafficanti, mettendo a forte rischio la sicurezza dei migranti”. Infatti i boss cercano strade alternative, si viaggia solamente di notte in camion stracarichi di persone. Media locali hanno riportato che recentemente sono stati trovati i corpi di trentotto persone morte nel deserto.

Inoltre non sarà facile attuare velocemente i programmi di sviluppo economico, voluti fortemente dall’UE, per ridurre la povertà. Potrebbero volerci degli anni per vedere i primi risultati e nel frattempo le persone continueranno a scappare.

Agadez, durante il boom del passaggio dei migranti, era una città attiva. In ogni angolo si trovavano cambiavalute, venditori di telefoni cellulari, meccanici d’auto. Gli edifici affittati ai mercanti di uomini, che ospitavano i migranti nell’attesa della partenza, ora sono vuoti. Dunque per gli abitanti della città il piano dell’UE ha avuto un impatto economico negativo.

La regione e la citta di Agadez sono da sempre stati centro di transito per chi era diretto in Libia o in Algeria. Un protocollo d’intesa per la libertà di movimento è stato adottato anni fa dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS). Il trasporto di migranti provenienti dall’Africa occidentale non era considerato un crimine, fino all’entrata in vigore della legge contro la tratta degli esseri umani nel maggio del 2015.

Migranti espulsi dall'Algeria nei loro alloggi ad Agadez, Niger
Migranti espulsi dall’Algeria nei loro alloggi ad Agadez, Niger

Negli ultimi mesi sono stati espulsi e deportati dall’Algeria a Agadez oltre millecinquecento migranti di diverse nazionalità. Sono d stati accolti dalle autorità locali che collabora con l’Alto commissariato per i rifugiati (UNHCR) la Croce rossa locale.

Alcuni di loro sono arrivati in pessimo stato di salute, perché torturati e picchiati nelle prigioni algerine. Ma anche qui, ad Agadez, le loro condizioni di vita non sono tra le migliori. Dormono tutti insieme, il cibo è poco, tra loro diciannove donne e undici bambini. Forse nessuno ha previsto finanziamenti adeguati per questi rimpatri, troppo spesso ci si dimentica che anche i migranti sono persone.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

I paesi africani stanno pensando di ritirarsi in massa dalla Corte Penale Internazionale

Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 1° febbraio 2017

L’insofferenza della maggior parte dei leader africani verso la Corte Penale Internazionale è nota da tempo. D’altro canto la pretesa che i dittatori – le cui caratteristiche contemplano il disprezzo totale dei diritti umani, il saccheggio forsennato dei loro Paesi a vantaggio dei propri conti all’estero, la somiglianza più ai satrapi che ai governanti – si facciano giudicare da un tribunale è assurda e impensabile. C’eravamo illusi che la CPI potesse spaventare qualche tiranno, inducendolo a metodi più umani. Sbagliavamo, soprattutto perché, per realizzare un’utopia, non siamo stati aiutati dai Paesi cosiddetti civili le cui parole di condanna formali non sono quasi mai state seguite da atteggiamenti conseguenti. Il bastone a parole, la carota nei fatti. E per carota intendo armi, aiuti logistici, training alle forze armate e a quelle dell’ordine.

Il palazzo dove ha sede la Corte Penale Internazionale a L'Aja, in Olanda
Il palazzo dove ha sede la Corte Penale Internazionale a L’Aja, in Olanda

Così domenica, nelle ultime ore prima della chiusura del vertice dell’Unione Africana, durante una riunione tenuta a porte chiuse (e quindi riservatissima) i leader del continente hanno deciso di studiare in massa l’uscita dal tribunale. “Studiare”, per ora perché c’è qualcuno che, democratico e dalle mani (quasi pulite), si è fatto portavoce di un dissenso forte, scandendo “io non ci sto”.

A parte qualche caso isolato, come il Gambia, il Burundi o il Sudafrica, finora nessun Paese ha chiesto formalmente di lasciare l’istituzione. Il Gambia poi, visto che il dittatore Yahya Jammeh, nonostante si fosse autoinchiodato alla poltrona dopo aver perso le elezioni, è stato costretto all’esilio, ha già annunciato, per voce del suo nuovo presidente Adama Barrow, che ritirerà la richiesta di lasciare la Corte dell’Aja.

Molti dei presidenti africani temono la possibilità di essere incriminati per pesanti violazioni dei diritti umani. In particolare temono quello che potrebbe accadere al presidente sudanese Omar Al Bashir, sul quale pende un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità, stupri e genocidio, se dovesse essere catturato.

Il presidente sudanese Omar al Bashir al potere, dopo un colpo di Stato, dal 30 giugno 1989
Il presidente sudanese Omar al Bashir al potere, dopo un colpo di Stato, dal 30 giugno 1989

Come ha fatto notare l’arcivescovo sudafricano Demond Tutu, i leader vogliono l’immunità e l’impunità per continuare imperterriti a esercitare il potere con il pugno di ferro e per arricchirsi alla faccia dei poveracci che popolano i loro Paesi.

Secondo alcune fonti contattate ad Addis Abeba, dove si è svoto il vertice dell’UA, durante l’incontro a porte chiuse si è parlato esplicitamente del pericolo rappresentato dallo statuto di Roma, che nel 2002 ha dato origine al Tribunale Penale Internazionale. Segno che la Corte fa veramente paura.

I tiranni vogliono continuare a governare imperterriti, perché sanno che non gli mancano gli appoggi internazionali. Anche dell’Italia che negli ultimi anni si è prodigata a vendere armi a dittatori incalliti e a despoti impenitenti, come il congolese Denis Sassu Nguessu o l’angolano José Eduardo Dos Santos. Ma non solo. Per la lotta contro i migranti il nostro governo non esita a negoziare, finanziare e aiutare Paesi come il Sudan, che, per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani, ha uno dei più alti record negativi del mondo.

Una politica sorda alle grida di richiamo e di aiuto che arrivano dalle popolazioni africane, che però sembra non raggiungano i salotti romani.

Massimo A. Alberizzi
massimo.aberizzi@gmail.com
@malberizzi

Il ciadiano Moussa Faki nuovo presidente della Commissione dell’Unione Africana

ex ministro degli Esteri ciadiano,Moussa Faki Mahamt,eletto presidente della Commissione dell'UA
ex ministro degli Esteri ciadiano,Moussa Faki Mahamt,eletto presidente della Commissione dell’UA

Africa ExPress
Addis Ababa, 31 gennaio 2017

Il ciadiano, Moussa Faki Mahamat è il nuovo presidente della Commissione dell’Unione Africana. E’ stato eletto nella sede dell’UE ad Addis Ababa, la capitale dell’Etiopia, il 30 gennaio. Al settimo turno delle votazioni ha sconfitto i favoriti, la keniota Amina Mohamed e il senegalese Abdoulaye Bathily.

In lizza per la prestigiosa poltrona c’erano anche altri due candidati, il ministro degli Esteri del Botswana, Pelonomi Venson-Moitoi e l’equatoguineano Mba Mokuy.

Moussa Faki Mahamat ha cinquantasei anni ed è padre di cinque figli. Dal 2003 al 2005 ha ricoperto la carica di primo ministro del Ciad. E’ stato ministro degli affari Esteri del suo Paese dal 2008 fino a gennaio 2017. E’ tra l’altro un fedelissimo del presidente ciadiano, Idriss Déby Itno, che fino a ieri è stato anche presidente dell’UA, sostituito dal capo di Stato della Guinea, Alpha Condé.

Faki Mahamat succede a Nkosazana Dlamini-Zuma, ex moglie di Jacob Zuma, presidente del Sudafrica, che, come prima donna è stata alla guida dell’UA per quattro anni.

Il voto si è svolto a scrutinio segreto e vi hanno partecipato i cinquantaquattro Capi di Stato facenti parte dell’UA. Il candidato deve assicurarsi due terzi dei voti, ossia almeno trentasei consensi, per poter essere dichiarato vincitore.

Durante questo ventottesimo vertice è stato riammesso anche il Marocco, che aveva abbandonato l’Unione nel 1984 per protesta contro l’ammissione del Repubblica Democratica Araba dei Sahrawi. Dunque ora l’Unione Africana è composta da ben cinquantacinque Stati.

Africa ExPress

 

Nigeria: imboscata dei Boko Haram sull’autostrada, decine di morti

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per AfricaExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 30 gennaio 2017

Nuova imboscata di militanti Boko Haram sabato mattina sull’autostrada tra Maiduguri, la capitale del Borno State, e Damboa, ad un convoglio di autovetture, scortato da militari dell’esercito nigeriano. La dinamica dell’attacco è ancora da chiarire. Si parla di molti morti, tra quindici e ventiquattro e di parecchi feriti, anche qualcuno in modo grave. Questo tratto di strada è stato riaperto solamente nel febbraio 2016. E’ rimasta chiusa per oltre due anni, perché ritenuta troppo pericolosa per i continui attacchi terroristi.

Testimoni oculari hanno spiegato che i sanguinari Boko Haram sono sbucati all’improvviso dalle foresta Korowaso. Hanno aperto il fuoco contro gli autisti di quindici autocarri che trasportavano cibo. Gli automezzi che sono stati portati via immediatamente dai miliziani.

Miliziani di Boko Haram
Miliziani di Boko Haram

Molte persone sono fuggite nella boscaglia. A tutt’oggi non sono state ritrovate, malgrado siano state attivate immediatamente le ricerche. Non si esclude che siano stati portati via dai terroristi. Si suppone che i Boko Haram siano venuti dalla foresta Sambisa, collegata con quella del Korowaso. Eppure un mese fa Muhammadu Buhari, il presidente della Nigeria aveva dichiarato che i terroristi sarebbero stati annientati, visto gli innumerevoli attacchi nella foresta Sambisa, l’ultima roccaforte rimasta ai sanguinari terroristi. Molti residenti nell’area confermano il contrario. Secondo loro molti membri di Boko Haram sarebbero ancora nascosti nella foresta.

Una decina di giorni fa una ragazzina, certamente addestrata dai terroristi, si è fatta saltare per aria nel campus universitario di Maiduguri. L’esplosione è avvenuta nella moschea, situata nell’ala del campus riservata agli alloggi dello staff; quattro persone sono morte, altre quindici hanno riportato ferite più o meno gravi.

Alcuni studenti dell’università lamentano che la sorveglianza è stata rallentata da alcuni mesi. Infatti, il governo è convinto che la lotta contro i jihadisti sia ormai giunta alle fasi finali e alcuni militari, che controllavano le entrate del campus, sono stati trasferiti.

Università di Maiduguri, Nigeria
Università di Maiduguri, Nigeria

L’8 gennaio sono stati uccisi cinque soldati durante un attacco ad una base a Buni Yadi, nel Yobe State. Il giorno seguente, tre persone hanno perso la vita a Maiduguri dopo l’esplosione provocata da un kamikaze.

Dunque il “problema” Boko Haram non è stato affatto ancora risolto, eppure gli aiuti dell’Occidente non sono mancati. Giusto per fare qualche esempio, durante la visita di Ursula von der Leyen, ministro della Difesa tedesco, in Nigeria a dicembre, la Germania ha consegnato tre stazioni radar, centottanta cercamine e un ospedale da campo mobile e sono solo una parte dell’equipaggiamento del valore di oltre quattro milioni promessi all’ex colonia britannica dalla Germania per la lotta contro il terrorismo. Ad agosto l’Unione europea ha stanziato un finanziamento di cinquanta milioni di Euro dal “Fondo per la pace in Africa” per sostenere la multi task force nella lotta contro i Boko Haram.

La Nigeria con centottanta milioni di abitanti è lo Stato più popolato del Continente nero, è abitato da quattrocento etnie diverse e si parlano cinquecentoquattordici tra lingue e idiomi. E soffre di una malattia che sembra incurabile: la corruzione. Pur vantando uno tra i PIL più elevati dell’Africa, la maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà. Dunque rappresenta un terreno fertile per il reclutamento di nuove forze ribelli.  Altri giovani, invece, scappano, lasciano il Paese, per trovare lavoro e pace in Europa.

Dal 2009 ad oggi sono state uccise oltre ventimila persone, più di 2,5 milioni hanno dovuto lasciare le loro case a causa dei conflitti causati dai Bolo Haram.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

I Faraoni son tornati per una sfida all’ultimo gol tutta nordafricana

Dal nostro corrispondente sportivo
Costantino Muscau
Libreville, 28 gennaio 2017

Sì, i Faraoni sono tornati e vogliono essere di nuovo i re dei re del calcio africano. Leoni dell’Atlante, ovvero Marocco, permettendo.

Per 7 anni, l’Egitto, la nazionale calcistica più titolate del continente, è vissuto nell’oscurità. Si era eclissato dopo aver vinto per 7 volte la Coppa d’Africa. E per tre volte consecutivamente: nel 206, 2008 e nel 2010. Poi non pervenuto. Per le ultime tre edizioni non si era nemmeno qualificato. Evidentemente gli sconvolgimenti politici degli ultimi anni hanno mandato a fondo anche il mondo del pallone all’ombra delle Piramidi. (E qualcosa ne sappiamo anche noi italiani: che altro è il brutale assassinio del ricercatore Giulio Regeni se non un’onda crudele della crisi egiziana)?

Domenica, 29 gennaio, invece, eccolo di nuovo: scende nel campo acquitrino del nuovo, avveniristico stadio (all’apparenza) di Port Gentil per giocarsi un posto per la semifinale.

Coppa d'Africa 2017 Gabon
Coppa d’Africa 2017
Gabon

Siamo nella seconda fase della Coppa delle Nazioni d’Africa. Erano in 16 sono rimaste in 8 e tra esse brilla il sole dei Faraoni, che ora se la vedono con il Marocco, in una durissima sfida tutta nordafricana durissima.

I marocchini, meglio noti come Leoni dell’Atlantide, sono alla vigilia di un evento storico. L’unico successo risale al 1976, ben 40 anni fa. Poi solo un secondo posto (1980) e un terzo (2004). Ora sperano, sotto la guida del coach francese, Herve Renard ,58 anni, che ha conquistato la Coppa d’Africa ben due volte: nel 2012 con lo Zambia, battendo in finale la Costa d’Avorio e nel 2015 con la…Costa d’Avorio. Proprio quella (scherzi dl mondo pallonaro) che ha eliminato da questo torneo continentale il 24 gennaio, sconfiggendola per 1 a 0.

L’Egitto si affida al Corano, alle cure dell’argentino Hector Cuper (già allenatore dell’Inter), al presidente El Sisi, e al Messi locale, come è stato ribattezzato in patria, Mohamed Salah Galy, 24 anni, alla Roma dal 2015, dopo un passaggio alla Fiorentina, autore del goal che ha mandato ai quarti di finale i nordafricani nella partita giocata a Port Gentil il 25 scorso contro il Ghana (a sua volta plurititolato avendo vinto la Coppa della nazioni africani per 4 volte). I Faraoni prima di ogni match si ritrovano per recitare tutti assieme i versetti del Corano; l’allenatore Cuper dirige il gruppo con il pugno di ferro, tanto da aver proibito loro di parlare con i giornalisti, ai quali ha vietato di viaggiare sullo steso aereo dei giocatori.

I Faraoni, squadra nazionale dell'Egitto
I Faraoni, squadra nazionale dell’Egitto

Quanto al presidente egiziano, pochi giorni prima della competizione, ha incontrato Salah per incoraggiarlo e ringraziarlo della sua donazione a un’importante fondazione benefica. Eppure i Faraoni non si sentono sicuri: questi storici rivali del Maghreb sono proprio una…bestia nera. LI hanno battuti solo due volte e l’ultima 30 anni fa.

A margine della disfida calcistica vale la pena ricordare che sta per giocarsi, ma a Rabat, tra lunedi e martedi (30-31 gennaio) una partita ben più rilevante. Quella per la presidenza dell’Unione Africana, cui il Marocco aspira. In questo confronto, però, l’avversario è l’Algeria, che, calcisticamente è stata eliminata nella prima fase.

L’Algeria è una delle tre illustri vittime del torneo. Le altre due sono i padroni di casa del Gabon e i campioni uscenti, gli Elefanti della Costa d’Avorio. Il Gabon è uscito al primo turno pur non avendo mai perso, con tre pareggi in tre partite. Una Coppa preparata male, come ha ammesso anche la stella Aubameyang, con un cambio di allenatore a poche settimane dall’inizio e con un pubblico poco numeroso (nonostante i demagogici investimenti governativi spesso mal riusciti). La gente è quasi certamente ben più preoccupata della la precaria situazione politica.

Stando nel campo delle sorprese clamorose ecco gli Stalloni del Burkina Faso, che oggi 28 sabato tentano la galoppata vittoriosa contro le <Aquile di Cartagine>, ovvero la Tunisia, supergasata dopo aver strapazzato per 4 a 2 lo Zimbabwe.

Il falconiere dei tunisini è un vintage signore polacco, Henryk Kasperczak. 70 anni, che 21 anni fa conquisto la medaglia d‘argento, in Coppa d’Africa, proprio con la Tunisia.

Sempre oggi si disputa un altro match interessante, tra due équipe di alto livello: una delle nazionali storicamente più forti dell’Africa, il Camerun, opposto al Senegal: ovvero i Leoni indomabili ( quattro volte vincitori e due volte secondi ) contro i Leoni tunisini della Teranga (secondi nel 2002). Un confronto che evoca un incubo per Aliou Cissè, 40 anni, allenatore del Senegal dal 2012.

Il 10 febbraio 2002, in Bamako, nel Mali, la sua squadra perse la finale proprio contro il Camerun per 3-2, dopo i rigori tirati al termine dei supplementari conclusisi 0-0. Ora, 14 anni più tardi, quei 3 rigori sbagliati del Senegal si riaffacciano alla mente di Aliou Cissè. A fallire l’ultimo tiro dal dischetto degli 11 metri fu proprio lui, Cissè, allora giocatore.

A proposito di sorprese….Come dimenticare un altro grande ritorno? Quello dei Leopardi, redivivi dopo decenni di anonimato. E’ riapparsa la nazionale della Repubblica Democratica del CONGO, vittoriosa due volte , nel 1968 e nel 1974.

I Leopardi non solo avevano perso la loro connaturata velocità e potenza, ma addirittura sembravano essersi persi nella foresta e savana del calcio africano. Domani pomeriggio, allo stadio D’Oyem, se la vedrà col Ghana negli altri quarti di finale. Questo perché, in Gabon non solo sono stati i primi del loro girone, ma possono esibire anche il capocannoniere del campionato, Junior Kabananga Kalonji, con 3 reti. Giocatore ventisettenne dell’Astana (Kazakhistan), Skysport lo ha definito <Un eroe inatteso>, perché inizialmente era stato escluso dalle scelte del ct Jean-Florent Ikwange Ibengé ed è stato richiamato in seguito all’infortunio di un suo compagno.

Grazie a lui, i Leopardi hanno ripreso a correre, anzi a danzare, ha sottolineato ancora Luca Cassia di SkySport: “I  Leopardi” corrono eccome a passo di danza, ultimo fenomeno regalato dalla Coppa d’Africa attraverso la passione della Repubblica Democratica del Congo. Parliamo della Fimbu, ballo di un popolo che unisce passione, spirito e cultura. Esultanza d’obbligo ad ogni rete della squadra di Ibengé, l’inno ha trovato il suo artefice in Felix Wazekwa, artista popolarissimo a Kinshasa ed ora esportato a livello continentale. Come immaginare un manifesto migliore se non la festa di una Nazionale che sogna in grande? Ora la Fimbu è diventata virale con Junior Kabananga, eroe a sorpresa che danza verso la storia.

Kossi Agassa
Kossi Agassa

Concludiamo, però, con la penosa vicenda del portiere veterano del Togo, Kossi Agassa, 38 anni, a conferma che sovente il pallone fa perdere il luce della ragione ai tifosi.

Il portiere era stato giudicato responsabile della sconfitta (1-3) contro il Marocco e per questo si è visto bruciare da teppisti infuriati la propria casa a Lome, in Togo. Sotto choc non ha voluto prender parte all’ultimo incontro.

Ha commentato il suo allenatore Claude LeRoy: “Siamo rimasti tutti sconvolti. Siamo stati vicini ad Agassa e alla sua famiglia. Dopotutto il calcio è un gioco”.

Già, ma vallo a dire a certa gente…

Costantino Muscau
muscost@gmail.com

Chiede asilo in Svizzera ex ministro gambiano, accusato di violazione dei diritti umani

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 gennaio 2017

Un ex membro del governo gambiano ha chiesto asilo in Svizzera. Si tratta di Ousman Sonko, ministro degli Interni dell’ex presidente Yahya Jammeh, che lo ha destituito nel settembre 2016.

Sonko è stato una figura chiave durante il regime di Jammeh ed è ritenuto responsabile di torture, sparizioni, arresti extra giudiziali, nonché di esecuzioni capitali, eppure la scorsa primavera una delegazione italiana si era recata nel Paese, ricevuta appunto da Sonko, per discutere degli accordi finalizzati a frenare il flusso migratorio (http://www.africa-express.info/2016/08/27/gambia-muore-in-galera-altro-oppositore-del-regime-ma-litalia-tratta-con-banjul-per-controllo-immigrazione-clandestina/.

Ousman Sanko, ex ministro degli Interni del Gambia
Ousman Sanko, ex ministro degli Interni del Gambia

A metà novembre Sonko si è presentato nella Confederazione elvetica con un passaporto diplomatico, si trova ora in un centro per richiedenti asilo. Lo ha confermato il direttore della polizia del Cantone di Berna, Hans-Jürg Käser,  all’agenzia di stampa svizzera SDA.

Secondo notizie non confermate, l’ex ministro avrebbe affermato di essere fuggito dalla ex colonia britannica dopo essere stato deposto da Jemmeh. Temeva eventuali rappresaglie da parte dell’ormai ex presidente, ora in esilio in Guinea equatoriale (http://www.africa-express.info/2017/01/24/perche-lex-dittatore-del-gambia-yahya-jammeh-si-e-rifugiato-guinea-equatoriale/).

Immediatamente dopo la sua fuga dal Gambia, Sonko ha chiesto asilo in Svezia, che per tutta risposta lo ha deportato in Spagna ad ottobre, dopo aver rigettato la sua istanza. Ed eccolo riapparire in Svizzera. La Segreteria statale della migrazione elvetica (SEM) ha confermato martedì scorso che un uomo di nome Ousman Sonko ha dichiarato durante l’intervista investigativa di essere stato il ministro degli Interni del Gambia dal 2006 al 2016. Ma secondo l’agenzia Reuters esiste anche un capo della polizia nell’enclave del Senegal con lo stesso nome, che solo pochi giorni fa ha fatto sapere di non prendere più ordini da Jammeh.  Secondo gli svizzeri potrebbe trattarsi di un caso di omonimia. Per questo i funzionari della Confederazione stanno indagando a fondo sulla reale identità dell’uomo.

Adama Barrow, il nuovo presidente della piccola ex colonia britannica, è arrivato ieri a Banjul, dove è stato ricevuto da un bagno di folla. Barrow è stato eletto il 1° Dicembre e la cerimonia di insediamento sarebbe dovuta svolgersi nello stadio di Bakau, città ad ovest della capitale, il 19 gennaio, poche ore dopo la scadenza del mandato di Jammeh. La vecchia volpe, invece, per non lasciare la poltrona, il 17 gennaio aveva dichiarato lo stato d’emergenza nel Paese (http://www.africa-express.info/2017/01/18/gambia-rischio-guerra-civile-il-parlamento-prolunga-per-tre-mesi-il-mandato-di-jammah/). Barrow ha dunque prestato giuramento nell’ambasciata gambiana a Dakar, la capitale del Senegal (http://www.africa-express.info/2017/01/19/truppe-entrano-gambia-barrow-giura-dakar/).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Diritti umani dei pigmei violati in Camerun, Survival: WWF sapeva degli abusi ma ha taciuto

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 27 gennaio 2017

Si aggiungono altre pesanti accuse di Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, contro il Wwf (Fondo mondiale per la Natura) riguardo al mancato rispetto dei diritti umani e reiterate violenze e abusi contro pigmei Baka del Camerun.

Pigmei - Courtesy © Salome/Survival International
Pigmei – Courtesy © Salome/Survival International

Oltre alle accuse di cui abbiamo scritto lo scorso 7 gennaio (http://www.africa-express.info/2017/01/07/camerun-survival-contro-wwf-locse-indaga-su-violazione-dei-diritti-umani-dei-pigmei/) Survival denuncia il Wwf di sapere esattamente quello che le guardie ecologiche anti bracconaggio facevano e fanno contro le popolazioni pigmee dei villaggi nel Sud-Est del Camerun e dei pesanti abusi che ledono i diritti umani dei Baka.

La prova è in un documento interno del Wwf, datato aprile 2015: “Analyse et évaluation participative de la mise en œuvre des stratégies et principes du WWF sur les droits de l’homme dans les sites sélectionnés autour de Parcs Nationaux de Lobéké, Boumba Bek et Nki au Cameroun-Rapport Final” (Analisi e valutazione partecipata della attuazione delle strategie e dei principi sui diritti umani del WWF in siti selezionati ai parchi nazionali di Lobéké, Boumba Bek e Nki in Camerun-Rapporto finale).

“Il Ministero delle Foreste del Camerun (MINFOF) gode del notevole supporto tecnico e finanziario da parte del WWF – si legge nel documento – Nel frattempo, le popolazioni indigene e delle comunità locali Baka che vivono nelle aree protette sono vittime di abusi e violazioni dei diritti umani da parte dei ranger del parco…”

Area degli abusi contro i pigmei Baka e mappa dell'Africa con il Camerun
Area degli abusi contro i pigmei Baka e mappa dell’Africa con il Camerun

Nel rapporto si scopre che l’associazione ambientalista sapeva anche delle difficoltà di relazione tra il gruppo etnico Bantu di cui fanno parte le guardie anti bracconaggio – alle quali il Wwf fornisce veicoli, attrezzature e un sistema di bonus sulla confisca dei trofei – e i pigmei Baka considerati inferiori e trattati come servi.

Survival accusa il Wwf di sapere che nei confronti dei Baka i guardaparco che pattugliano l’area “si comportano come signori e padroni” lanciando “operazioni pugno di ferro”… “terrificanti”. Al contrario, un portavoce WWF ha invece affermato che i ranger “compiono la loro funzione specifica di proteggere le foreste e di rendere sicuri l’accesso e le aree delle comunità della foresta, inclusi quelli dei Baka.”

Nonostante i Baka siano il popolo più antico del Camerun, dai Bantu e di conseguenza anche dai ranger della foresta, “…sono marginalizzati e screditati e le loro relazioni sono verticali: padrone e schiavo” – dice il rapporto interno del Wwf.

L’ong ambientalista, nel 2008, ha sviluppato e adottato uno strumento di riferimento e conservazione che si chiama “Dichiarazione di Principi Wwf” che testimonia il suo interesse per promuovere i diritti delle comunità indigene nel raggiungimento del suo mandato di conservazione. Nel documento si legge che “In Camerun alcuni principi non sono attuati, se non addirittura violati. A titolo di esempio, possiamo citare gli articoli 23, 30 e 32 che si occupano di questioni di consultazione e cooperazione con i popoli indigeni in cui opera il Wwf”.

Survival accusa ancora l’ong perché sapeva che i Baka non erano stati consultati in merito ai parchi nazionali a causa dei quali hanno perso la loro terra ma ha sempre pubblicamente sostenuto che ci fosse “un alto livello… di consenso tra la comunità”.

Il guardaparco camerunese Mpaé Désiré accusato di aver picchiato i Baka - Courtesy Survival International
Il guardaparco camerunese Mpaé Désiré accusato di aver picchiato i Baka – Courtesy Survival International

Tra gli arresti per corruzione in Camerun ci sono diversi guardaparco tra i quali Mpaé Désiré oltre a un capo della polizia locale. Sono stati arrestati per sospetto coinvolgimento nel commercio illegale di avorio nella terra ancestrale dei Baka e di altre tribù della foresta. I Baka avevano accusato Mpaé di aver picchiato gli indigeni e dato fuoco a uno dei loro accampamenti nella foresta.

Ai Baka, che dal 1500 a.C. hanno sempre vissuto nella foresta e da questa si procurano il cibo, viene loro vietato di uscire dai villaggi per andare a caccia e se lo fanno vengono accusati di bracconaggio. Uomini, donne, bambini e anziani subiscono abusi e violenze quotidiane, vengono umiliati e torturati e molti sono morti per le botte ricevute a colpi di machete.

“I guardaparco cominciarono a picchiarci con i loro machete e continuarono dall’alba al tramonto – ha raccontato a Survival international un uomo Baka – Avevano fatto sedere altri componenti del villaggio all’aperto e li costringevano a fissare il sole; se abbassavano la testa, li minacciavano. Ci fecero trasportare i loro bagagli alla base del Wwf. Ed è lì che siamo quasi morti per quanto ci hanno picchiato. Non riuscivamo più a camminare. Abbiamo dovuto usare tutta la nostra forza per non morire lungo la strada”.

I pigmei hanno accusato apertamente i guardaparco di bracconaggio. Un uomo Baka, nel 2013, ha detto a Survival che i ranger aprivano scatole di sardine e le lasciavano come esca per attirare i leopardi e dar loro la caccia per le pelli e che i guardaparco non vogliono nessun Baka nella foresta per poter cacciare abusivamente.

Intanto nel territorio dei Baka vengono organizzati safari di caccia mentre il Wwf Francia è partner di Rougier Group una compagnia francese di legname che opera nello sfruttamento di 800mila ettari di foresta in Camerun, Gabon e Congo-B. Rougier in Camerun, lavora attraverso la controllata Société Forestière et Industrielle de la Doumé dove sfrutta 550mila ettari di foreste e gestisce due segherie e un laboratorio di lavorazione del legno per un totale di 230mila metri cubi di tronchi all’anno.

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I Baka hanno chiesto al Wwf di smettere di finanziare i ranger perché entrano nei loro villaggi e continuano con le violenze “Le attività del Wwf e della compagnia che organizza safari di caccia – dicono gli abitanti di un villaggio in un video – stanno danneggiando la terra in cui viviamo. Non vogliamo che siano dati soldi a chi ci maltratta perché abbiamo sofferto abbastanza, siamo affamati e sofferenti. Come faremo nutrire i nostri figli? Noi non compriamo armi ma quando nei nostri villaggi, anche di notte, vengono le squadre anti bracconaggio siamo costretti a scappare. Non possiamo continuare a vivere così”. E per la prima volta l’Ocse-Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico indaga contro il Wwf sulla violazione dei diritti umani dei pigmei del Camerun.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Mappa area pigmei Baka, Camerun
Courtesy Google Maps
– Mappa Africa-Camerun
Di Alvaro1984 18Opera propria, Pubblico dominio, Collegamento

Sudafrica: La polizia sequestra cinquemila pelli d’asino destinate al mercato cinese

Africa ExPress
Pretoria, 25 gennaio 2017

La polizia sudafricana ha sequestrato cinquemila pelli d’asino durante un blitz, effettuato la scorsa settimana in una fattoria a Benoni, a est di Johannesburg.

Le forze dell’ordine sospettano che gli asinelli siano stati macellati illegalmente e che le loro pelli siano destinate al mercato cinese. La gelatina contenuta in questi pellami viene utilizzata per la preparazione di tonici, che rallenterebbero la menopausa, curerebbero l’insonnia e sarebbero pure indicati per problemi di circolazione. Ovviamente per chi ci crede.

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Asinelli

Un giro d’affari di milioni di dollari, perché grazie alle loro supposte proprietà curative, i cinesi sono disposti a pagare prezzi altissimi per le pelli dei ciuchi.

Il blitz della polizia è avvenuto dietro la segnalazione di una signora, che da giorni avvertiva un effluvio insopportabile di carne in putrefazione. Per il momento nessun arresto, ma gli agenti hanno riferito di aver raccolto nuove informazioni volte a far luce sul commercio di carni e pelli senza i necessari certificati veterinari. Si sospetta ovviamente il coinvolgimento di cittadini cinesi residenti nel Paese.

La South African National Society for the Prevention of Cruelty to Animals (NSPCA) riporta che molti asini vengono abbattuti a colpi di martello e scuoiati ancora vivi e accusa il governo di fare poco niente per contrastare queste pratiche crudeli, per giunta illegali.

Dallo scorso anno in Niger è vietato l’export degli asini, mentre il governo del Burkina Faso ha bandito quello del loro pellame.

Africa ExPress

Perché l’ex-dittatore del Gambia Yahya Jammeh si è rifugiato in Guinea Equatoriale

Massimo AlberizziSpeciale per Africa ExPress
Andrea Spinelli Barrile
Roma, 24 gennaio 2017

La scorsa settimana è finito un incubo per il Gambia: dopo una strenua resistenza e una lunga trattativa diplomatica durata giorni, l’ex-Presidente Yahya Jammeh, al potere da 22 anni a Banjul, ha accettato di lasciare il posto al legittimo vincitore delle elezioni, Adama Barrow. Jammeh ha preso un aereo sabato 21 gennaio, con la sua numerosa famiglia e diversi suoi collaboratori, e dopo essersi diretto verso nord ed essere atterrato a Conakry dal suo amico Alpha Condé, uno dei due negoziatori per conto dell’ECOWAS, ha poi scelto la Guinea Equatoriale come suo buen retiro. Un aereo inviato dal Presidente equatoguineano era ad attenderlo già sulla pista.

L’esilio Jammeh lo farà alla corte del suo amico Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, il leader africano più longevo – al potere ininterrottamente dal 1979 – e tra i più spietati: il regime di Malabo ha messo a disposizione dell’ex-capo di stato gambiano una lussuosa villa a Sipopo, sembra di proprietà della prima dama equatoguineana Constancia Mangue de Obiang, dove Jammeh è arrivato con l’intera sua famiglia. A precederlo, ha sostenuto un portavoce del ministero dell’economia del Gambia, 11,4 milioni di dollari di fondi pubblici trafugati nelle settimane precedenti la capitolazione ed esportati all’estero illecitamente. Jammeh è fuggito con la cassa ma non ha dimenticato il tesoro: con il suo aereo infatti a Malabo è atterrato anche un aereo cargo ciadiano contenente beni di lusso e un numero imprecisato di automobili.

Ma come mai Jammeh ha scelto la Guinea Equatoriale come sua residenza per l’esilio?

Gambia Crisis
La domanda sorge perché questa ipotesi non è mai emersa nel corso dei negoziati, nessuno aveva mai menzionato la Guinea Equatoriale come possibile destinazione finale del dittatore gambiano. Ma questo non significa che non sia stata ugualmente discussa: la principale preoccupazione di Jammeh, da qualche tempo a questa parte, è stata quella di preservare la propria incolumità, in particolar modo dalla giustizia internazionale. Per questo motivo poco prima delle elezioni il gambiano aveva promulgato una legge che decretava l’uscita del Gambia dallo Statuto di Roma, quindi dalla Corte Penale Internazionale (CPI), seguendo l’esempio di Burundi e Sud Africa ma con una curiosità in più: il procuratore capo della CPI è Fatou Bensouda, gambiana.

Dopo essere stato sconfitto alle elezioni, avere accettato il risultato salvo ritrattare quanto detto pochi giorni dopo, essersi arroccato nel suo palazzo a Banjul contando i fedelissimi e constatando di essere rimasto solo, Yahya Jammeh ha sentito un brivido lungo la schiena, quello di chi può trovarsi a dover rispondere dei crimini commessi negli ultimi 22 anni. La Guinea Equatoriale garantisce a Jammeh l’immunità: il Paese centroafricano infatti non ha mai sottoscritto lo Statuto di Roma e quindi non ha alcun vincolo né obbligo nei confronti della CPI, cosa che mette al sicuro Jammeh da un eventuale mandato di cattura internazionale contro di lui. Inoltre la soluzione equatoguineana, ha scritto RFI, potrebbe essere gradita anche al nuovo Presidente gambiano Adama Barrow, che in questo modo interpone molti più chilometri tra sé ed il suo predecessore.

Anche la Nigeria si era offerta di ospitare Jammeh, ma l’ex-dittatore non si sarebbe fidato di Muhammadu Buhari: la Nigeria è stato il secondo paese africano dopo il Senegal a mettere a disposizione le proprie truppe all’ECOWAS per fare pressioni su Jammeh e costringerlo ad andarsene e il precedente di Charles Taylor, esiliato nella Nigeria di Obasanjo ma finito ugualmente tra le grinfie della CPI, hanno rappresentato due buoni motivi per declinare l’offerta.

Se fosse andato in Guinea Conakry o in Mauritania infatti, nazioni che si erano offerte di ospitare l’esilio di Jammeh, il rischio di future interferenze sarebbe stato maggiore visto che lo stesso Jammeh ha chiesto di poter continuare a gestire il suo partito politico. Forse, chissà, per presentarsi alle prossime elezioni. In Guinea Equatoriale l’opposizione è insorta: Andrés Esono Ondo, segretario generale della CPDS, ha attaccato il Presidente Obiang, che non ha consultato né il Parlamento né le istituzioni prima di prendere la sua decisione: “Quell’uomo dovrebbe affrontare la giustizia del suo paese. Come possiamo dargli un esilio dorato qui quando ha commesso così tanti crimini a casa sua?”. La domanda di Ondo è in verità una domanda retorica e sottolinea il carattere del regime di Obiang: remissivo ma brutale, il dittatore equatoguineano con l’operazione Jammeh ha portato a casa una vittoria su tutta la linea.

Obiang si è (nuovamente) ingraziato la comunità internazionale, mostrandosi come una pedina fondamentale nello sbloccare la crisi in Gambia, che prometteva davvero malissimo e che invece si è risolta in un successo diplomatico storico per l’Africa. Contemporaneamente manda un chiaro segnale ai propri cittadini: chi comanda è uno e uno soltanto e i suoi amici sono intoccabili come lui.

Jammeh ha accettato l’offerta di Obiang anche in base ad un preciso calcolo politico che sicuramente non è sfuggito al gambiano: l’età di Obiang costringe il Paese a guardarsi attorno alla ricerca di un nuovo leader che, in realtà, è già designato dalla nascita. Teodorin Nguema Obiang Mangue, “figlio di” e attuale vicepresidente alla sbarra in Francia (da contumace) per riciclaggio internazionale, appropriazione indebita, furto e corruzione è il risultato di questo calcolo: Yahya Jammeh è convinto che la dinastia Obiang continuerà e, con essa, sarà garantita anche la sua salvezza.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile