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Swaziland: abolite le lezioni sul Corano a scuola si insegna solo cristianesimo

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 febbraio 2017

Il nuovo anno scolastico nello Swaziland è iniziato quest’anno con una sorpresa: il governo ha deciso che d’ora in poi nelle scuole del Paese dalle elementari alle medie verrà insegnata solamente la religione cristiana. Tale decisione ha naturalmente suscitato non poche critiche da parte degli oppositori in quanto alimenta l’intolleranza verso i musulmani, che rappresentano il dieci per cento della popolazione.

I vecchi libri di testo saranno sostituiti con nuovi, che devono fare riferimento solamente alla bibbia. Alle scuole è stato chiesto di stilare una lista di qualificati insegnanti di religione. Un funzionario del ministero della Pubblica istruzione ha precisato che solo alle superiori i ragazzi saranno liberi di scegliere quale religione studiare. I più piccoli, invece, dovranno sottostare alle nuove disposizioni ministeriali.

studenti nello Swaziland
Studenti nello Swaziland

Sahid Matsebula, un musulmano nato nello Swaziland, lavora in una moschea vicino a Mbabane, la capitale della ex colonia britannica, teme che le nuove disposizioni potrebbero peggiorare gli attriti religiosi già presenti nel Paese. “Inoltre si confondono le idee ai bambini, a scuola si insegna una cosa, a casa ne sentono un’altra”, precisa, non a torto, Matesbula.

In un rapporto del Dipartimento di Stato statunitense per la libertà di religione è stato evidenziato che le scuole negano ai bambini musulmani il permesso di anticipare l’uscita il venerdì, per poter partecipare alla preghiera nelle moschee. Inoltre, molti gruppi non cristiani sono discriminati, specie nelle aree rurali, dove la maggior parte delle persone hanno una visione negativa dell’Islam.

Mswati III, re dello Swaziland
Mswati III, re dello Swaziland

Questa nuova politica è dovuta alle molte proteste contro migranti asiatici e musulmani, giunti nel Paese recentemente. Il governo si è visto costretto ad istituire una commissione d’inchiesta. Da allora molti “migranti illegali” sono stati deportati. Il ministro del Commercio Jabulani Mabuza ha assicurato che presto presenterà nuove leggi, finalizzate a rendere più difficile l’apertura di un’attività commerciale agli stranieri.

Dal 2005 la Costituzione del Paese sancisce la libertà di culto, ma in realtà non è così. Lo Stato non riconosce i matrimoni celebrati solamente con rito islamico e i figli nati da tali unioni sono considerati illegittimi.

Lo Swaziland conta solamente 1 milione e 250 mila i abitanti. Il reddito annuo pro capite supera di poco i tremila dollari. Un Paese povero, che vanta il triste primato di avere la più alta incidenza di infezione HIV al mondo. L’aspettativa di vita è inferiore ai quarantanove anni. E’ governato dal re Mswati III, l’unico monarca assoluto dell’Africa ancora al potere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

La turista esalta la Tanzania, la guida traduce denigrando e finisce in galera

Africa ExPress
Dodoma, 11 febbraio 2016

Una guida del parco nazionale Serengeti in Tanzania è stata arrestata per aver tradotto in modo completamente sbagliato le dichiarazioni di una turista. La scena è stata ripresa con un video selfie che è stato pubblicato.

Malauguratamente il ministro per le Risorse Naturali e il Turismo tanzaniano, Jumanne Maghembe, ha avuto modo di visionare il video, ormai diventato virale, e ha fatto arrestare la giovane guida giovedì scorso all’entrata principale della riserva naturale Nabi Serengeti, per aver messo in cattiva luce il suo ministero. Attualmente la guida è in stato di fermo presso il commissariato di polizia di Mugumu.

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Nel filmato – e non si può negare che susciti ilarità – ha tradotto a modo suo il messaggio della turista dalla lingua inglese in swahili , invece di mantenere la versione della signora. Mentre la donna ha espresso ammirazione per il Paese e la sua natura mozzafiato, il giovane ha dato questa versione: “Siamo stanchi di sentire i vostri lamenti, non fate che ripetere che soffrite la fame”.

Jumanne Meghembe, ministro per il Turismo della Tanzania
Jumanne Meghembe, ministro per il Turismo della Tanzania

Ora la polizia sta investigando se il ragazzo ha postato il video anche sui social network. In tal caso potrebbe essere incriminato per violazione della controversa legge sul cybercrimine, introdotta nel 2015, molto criticata da alcuni politici, difensori per i diritti umani e esperti di social network, in quanto darebbe troppo potere alle forze dell’ordine in assenza di un adeguata supervisione.

La legge prevede multe da milletrecento dollari in poi e una pena detentiva di almeno tre mesi per la pubblicazione di notizie false, ingannevoli e/o fuorvianti.

Alcuni estratti del video sono stati pubblicati dal quotidiano on line keniota e-daily .

Turista: “La mia visita è stata semplicemente favolosa”

Traduttore: “Voi tanzaniani vi lamentate sempre della fame. Avete ortaggi a casa, perché non li bollite e li mangiate? Basta con questi piagnistei”.

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Turista: “La varietà degli animali, le persone che ho incontrato qui sono incredibili, come in nessun altro posto. E’ semplicemente favoloso”.

Traduttore: “Voi tanzaniani date il tormento al vostro presidente. Pretendente che cucini per voi. E’ forse uno chef? Lavorate duro, e anche se dovete cucinare i vostri vestiti, fatelo, basta che avete qualcosa da mangiare”.

Turista: “E’ un esperienza unica, che rimane per tutta la vita. E’ fantastico, bellissimo, incredibile”.

Traduttore: “Voi, che vivete in un posto sperduto di questo Paese, dovete smettere di sognare che il presidente lasci il palazzo governativo e venga qui a cucinare per voi”.

Africa ExPress

Due diplomatici eritrei scappano e chiedono asilo negli Stati Uniti

Massimo AlberizziDal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 11 febbraio 2017

Due diplomatici eritrei sono scappati, hanno abbandonato il loro Paese e chiesto asilo politico all’estero. Si tratta di Omar Sarmea, chargé d’affaire dell’ambasciata a Gibuti, e di Allo Asgedom Tedla, primo segretario della missione presso l’Unione Africana e presso l’United Nations Economic Commission for Africa, organizzazioni che hanno la loro sede ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, considerata dall’Eritrea il suo arcinemico.

Eritrei dietro filo spinato

I due diplomatici avevano ricevuto dal ministero degli Esteri eritreo l’ordine di rientrare ad Asmara. Non hanno accettato e chiesto asilo politico agli Stati Uniti.

Allo Asgedom Tedla era reduce da un recente viaggio in Africa e confidenzialmente aveva espresso la sua delusione per il regime eritreo che aveva promesso pace e prosperità e invece aveva abbandonato le idee di libertà e giustizia e imboccato la strada di un regime autoritario e repressivo, dove chi dissente sparisce in qualche galera organizzata dalle autorità in luoghi riservati e inaccessibili.

Omar Sarmea appartiene al gruppo etnico Saho, lo stesso del ministro degli Esteri, Saleh Osman Mohammed, di cui era amico e fedele sostenitore. Durante la sua ultima visita ad Asmara era stato interrogato dalle forze di sicurezza della dittatura che lo accusavano di aver rilasciato passaporti ai giovani Saho in fuga dell’Eritrea. Dopo gli scontri di frontiera con il Paese limitrofo del 2008, era l’unico diplomatico dell’ambasciata a Gibuti, che ora è praticamente chiusa.

Nel luglio scorso il presidente dell’ex colonia francese, Ismail Omar Guelleh, aveva ordinato di rafforzare il dispositivo di sicurezza del suo Paese, anche con armi pesanti, al confine con l’Eritrea. Aveva giustificato la misura sostenendo che gli scontri tra Etiopia ed Eritrea intorno a Tsorona potevano creare dei problemi per il suo Paese.

Rifugiati Eritrei

Ma a Nairobi, fonti riservate contattate da Africa ExPress avevano suggerito un’altra chiave di lettura: Guelleh temeva che i militari del Qatar dislocati tra i due Paesi africani avrebbero potuto violare la loro neutralità e consentire ai soldati eritrei di penetrare in territorio gibutino.

L’ex colonia italiana, assieme alla Corea del Nord, è il Paese al mondo che più vessa i suoi cittadini che considera sudditi. Anche quelli emigrati all’estero soggetti alle angherie e al controllo delle spie che il regime ha seminato ovunque.

Anche in Italia, dove nel centro di racconta di Lampedusa a schedare i profughi appena arrivati con i barconi dall’Africa c’era anche un funzionario del governo eritreo. (http://www.africa-express.info/2013/10/22/manifestazione-degli-eritrei-il-25-ottobre-a-roma-per-chiedere-protezione-dal-loro-governo/)

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Somalia, militare italiano ferito durante la festa per elezione del nuovo presidente

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 9 febbraio 2017

 

Un sergente della Brigata Sassari è rimasto lievemente ferito da un proiettile ieri pomeriggio all’aeroporto di Mogadiscio . “Il militare è stato raggiunto al torace da un colpo di rimbalzo – si legge nel comunicato diffuso dallo Stato maggiore della Difesa – proveniente dall’esterno della base dove erano in corso i festeggiamenti per l’elezione di Mohamad Abdullahi Farmajo a Presidente della Repubblica”.

La Brigata Sassari durante la sfilata del 2 giugno 2007
La Brigata Sassari durante la sfilata del 2 giugno 2007

Immediatamente soccorso dai commilitoni è stato trasportato all’ospedale da campo della base e sottoposto a intervento chirurgico che ha avuto esito positivo. Secondo quanto dichiarato dallo Stato maggiore il proiettile si è arrestato a livello intramuscolare senza raggiungere alcun organo interno.

Mappa della Somalia
Mappa della Somalia

Il sottufficiale fa parte del contingente italiano EUTM Somalia, una missione per conto dell’Unione europea che ha il compito di aiutare la stabilizzazione del Corno d’Africa, con particolare riguardo alla situazione della Somalia e alle implicazioni che ha quel Paese a livello regionale.

Le elezioni si sono svolte all’aeroporto di Mogadiscio, luogo ritenuto il più sicuro e controllato per l’elezione del presidente. La vittoria è andata a Mohamed Abdullahi Mohamed, conosciuto con il soprannome di Farmajo, del Tayo political party (Tpp).

Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, 9° presidente dalla Somalia
Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, 9° presidente dalla Somalia

L’uso dei soprannomi in Somalia è pratica comune, tutti ne hanno uno e probabilmente “Farmajo” è l’anglo-americanizzazione della parola italiana “formaggio” visto che il Paese era una colonia italiana e ne è ancora viva l’influenza della lingua. Gli deriva da quello dato al padre perché in Somalia tutti sanno che è ghiotto di formaggio.

La vittoria di Abdullahi Mohamed, che ha doppia cittadinanza somala- statunitense, è stata accolta con evidente euforia dai somali che non hanno esitato a sparare colpi d’arma da fuoco in aria tra i quali quello che ha colpito il militare italiano.

Farmajo, già premier dal novembre 2010 e il giugno 2011, è il 9° presidente della Somalia eletto con 184 voti (55 per cento) su un totale di 328.

La missione EUTM Somalia è stata approvata il 15 febbraio 2010 dal Consiglio Europeo con l’invio di un contingente militare per contribuire all’addestramento delle forze di sicurezza somale. Il comando della missione, dal 15 febbraio 2014 è stato affidato all’Italia.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

 

Crediti foto:
– Brigata Sassari
Di Jollyroger – Opera propria, CC BY-SA 2.5, Collegamento

– Mappa Somalia
Di So-map.png: ciaderivative work: Diablos86 (talk) – So-map.png, Pubblico dominio, Collegamento
Di original map :, South Sudan : FlappiefhOpera propria, CC BY 3.0, Collegamento

– Mohamed Abdullahi Mohamed
By Deeqosonna Warsame – Fagaaraha 11aad Columbus Ohio Farmaajo,Culusow,Faqi, CC BY 3.0, Link

Sud Sudan: i ribelli accusano l’Egitto di aver bombardato una loro base. Il Cairo nega

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 febbraio 2017

All’inizio del mese i ribelli, leali all’ex vicepresidente del Sud Sudan Riek Machar, hanno accusato l’Egitto di aver effettuato raid aerei sulle loro postazioni.Cairo ha immediatamente negato un suo coinvolgimento.

In un comunicato, il Sudan People’s Liberation Movement-in-Opposition (SPLA-IO), guidati appunto da Machar, che attualmente si trova in Sudafrica per cure mediche, ha puntato il dito contro l’Egitto; secondo SPLA-IO sarebbero state le forze aeree del Cairo ad aver lanciato almeno nove bombe e altro esplosivo sulla loro base, situata nei pressi del villaggio di Kaka, nello Stato dell’Upper Nile, ricco di giacimenti petroliferi.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan
Salva Kiir, presidente del Sud Sudan

 Il portavoce del ministero degli Esteri egiziano, Ahmed Abu Zeid, ha replicato che il suo Paese non si intromette negli affari interni di un altro Stato.

La smentita di un coinvolgimento egiziano è arrivata anche dal portavoce della presidenza sud sudanese, Ateny Wek Ateny, sottolineando il nonsenso di tali accuse. E ha precisato: “Questa manciata di ribelli vive in mezzo alla popolazione e noi non possiamo bombardare il nostro popolo”.

E’ pur vero che Kiier si è recato in Egitto all’inizio di gennaio, dove si sono svolti colloqui a porte chiuse. Ma è poco probabile che i due capi di Stato abbiano preso in considerazione un appoggio diretto nel conflitto interno da parte del governo del Cairo. Ufficialmente il dialogo era improntato sulla questione della diga sul Nilo e Abd al-Fattah al-Sisi cerca sempre nuovi alleati tra i membri del Nile River Bassin.

Machar è scappato da Juba, la capitale del Paese, dopo terribili scontri nel giugno del 2016. Kiir e Machar hanno firmato diversi trattati di pace, ma il cessate il fuoco è sempre stato interrotto per l’incapacità di entrambi di controllare le proprie truppe. Entrambe le parti sono accusate di crimini contro l’umanità, stupri, violenze di ogni genere e di aver utilizzato bambini soldato.

L’attuale situazione nel Sud Sudan è frutto di una guerra civile iniziata tre anni fa: il presidente Salva Kiir Mayardit aveva accusato il suo vice Riek  Marchar di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati a fine 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Ex vice presidente del Sud Sudan, ora leader dei ribelli, Riek Machar
Ex vice presidente del Sud Sudan, ora leader dei ribelli, Riek Machar

Questa’ultima guerra civile ha portato sull’orlo del baratro una buona parte della popolazione. Solo nei primi mesi del conflitto oltre quattrocentomila persone hanno abbandonato le loro case. Decine di migliaia hanno cercato rifugio nei campi delle basi dell’ONU, che ben presto si sono trasformati in veri e propri campi per sfollati.

Gli ultimi dati rilevati dall’United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA) sono catastrofici: dall’inizio del conflitto a fine 2016, oltre tre milioni di persone hanno dovuto abbandonare le loro case a causa delle violenze, i morti sono decine di migliaia. Si muore anche di fame, perchè le Organizzazioni umanitarie non governative spesso non possono raggiungere molte zone a causa delle violenze in atto o per le cattive condizioni delle strade, specie nei periodi di pioggia. Due giorni fa sono decedute due donne, forse anche più di due, nel Eastern Equatoria State, nella Regione di Kapeota, mentre cercavano di raggiungere l’Uganda. Scappavano dalla fame e hanno trovato la morte.

bambini affetti di denutrizione grave in Sud Sudan
bambini affetti di denutrizione grave in Sud Sudan

Nel più giovane Stato della Terra oltre cinque milioni di persone necessitano di aiuti umanitari. Si muore di fame nel Sud Sudan. Le donne sono terrorizzate, le violenze sono all’ordine del giorno. (http://www.africa-express.info/2016/01/01/stupri-omicidi-violenze-di-ogni-genere-la-vita-delle-donne-in-fuga-dal-sud-sudan/). Fame e stupri sono vere e proprie armi da guerre,

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

How much worse are African droughts because of man-made climate change?

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IRIN NEWS
Peter Lind
Cape Town, 6th February 2017

The once-fertile fields of South Africa’s Western Cape region are filled with scorched patches of earth, dying plants, and wasted crops.

The scene is now common throughout eastern and southern Africa, as droughts for three consecutive years have decimated crops and caused widespread hunger. New research indicates that it is partly due to climate change driven by human action, which has worsened the El Niño weather phenomenon.

“This is about as bad as it has ever been,” said Chris Harvey, as he walked to his farm´s irrigation dam, where the water level has fallen six metres in 10 months.

“We might not be able to grow any vegetables next year,” his wife Sue added.

Dams in the area are drying out, symptomatic of the continent´s battle with years of poor rainfall. The droughts in eastern and southern Africa beginning in 2015 have affected tens of millions of people. The latest numbers from the UN suggest that 24 million people are facing food insecurity in eastern Africa alone, not counting millions of people in the southern region.

According to a new study published by the American Meteorological Society, such conditions will become increasingly normal as climate change takes its toll.

“We are advising governments to expect yearly disasters, droughts, floods, and also now diseases,” David Phiri, the UN´s food and agriculture coordinator in Southern Africa, told IRIN.

No surprise

In South Africa, dams are down to 37 percent capacity, according to the government. Farmers say that actually means 27 percent in practical terms.

“The last 10 percent are unusable,” said Harvey. “It´s been lying too long on the bottom.”

Researchers associated with the United States Geological Survey found that man-made climate change contributed to the 2015/2016 droughts  and most likely to the reduced “short rains”, a second rainy season that usually occurs at this time of year in southern Africa.

SEE: El Niño in Africa in 2016

Their research, published in the American Meteorological Society’s December bulletin, explains how man-made climate change worsened El Niño.

The phenomenon occurs naturally every several years as a patch of warm water appears in the Pacific Ocean, which can lead to weather fluctuations including unseasonably dry periods. It is often followed by La Niña, which is associated with below average ocean temperatures and can lead to weather impacts that are opposite to El Niño.

Lead researcher Chris Funk, a professor at University of Santa Barbara, described in an interview how the oceans warm due to climate change, and very warm surface temperatures develop in pockets of the sea. These warm patches often increase the impact of natural climate variations that accompany El Niño, which can intensify droughts in food insecure areas.

Chris Harvey says the river came up to the top of the stick only 10 months ago. His irrigation dam now sits six metres below normal level.
Chris Harvey says the river came up to the top of the stick only 10 months ago. His irrigation dam now sits six metres below normal level.

For Africa, increases of about 0.9 degrees in both sea temperatures in the eastern equatorial Pacific Ocean and air temperatures in eastern and southern Africa have meant reduced rainfall.

Davos, peace in Iraq and Libya, and demographic dynamism: IRIN Top Picks

“Our research shows that man-made climate change is making the impacts of both El Niño and La Niña climate variations stronger in Africa – meaning what we´ve seen in the last 18 months,” said Funk.

Although climate change alone did not cause the drought, it certainly made it stronger, according to Funk.

The study has yet to be reviewed by the UN’s Intergovernmental Panel on Climate Change, which is the leading expert body on climate change and does not comment on research until it is reviewed.

Richard Washington, a climate science professor at Oxford University, said he agreed with the findings overall, although he cautioned that they were based on “linear” research. “One limitation is for example: how does the Indian Ocean influence climate El Niño?”

Worst drought in decades

The UN has labelled it “the worst drought in 35 years” in southern Africa. . Almost 580,000 children are in need of treatment for severe acute malnutrition, and more than three million children have reduced access to safe drinking water.

“We estimate that more than 40 million people will be affected by food insecurity until March,” said Phiri, the UN food and agriculture coordinator. “Crops from last year are gone, and no new crops are ready.”

The UN is targeting 13.8 million people in southern Africa alone for humanitarian assistance during the peak of the lean season, which lasts until April. The worst-hit countries – Lesotho, Madagascar, Malawi, Mozambique, Swaziland, Zambia and Zimbabwe – are being specifically targeted by the World Food Programme.

David Orr, a spokesman for the WFP in southern Africa, sees positive short-term signs, as rainfalls have started again. But he still expects more frequent and more intense extreme weather events in the near future. Those include “drought and flooding as a result of upsets in the global weather system”, he said.

“If extended weather events of this kind, covering several cropping seasons, become more frequent, they’ll have devastating consequences for millions of poor and vulnerable people,” said Orr.

The situation on Harvey’s farm indicates the extent of the crisis.

“We have got 10 weeks, then we run out of water,” said Harvey. “Hopefully it will rain in at Easter, but if it does not, then we have a serious problem. There will not be enough water for the crops.”

As he walked up the dry bank of his shrinking dam, looking hopefully at the cloudless sky, he emphasised how this not only concerns the individual farmer: “What is on the line here, are thousands and thousands of jobs. It is a lot of people´s livelihoods we are talking about here, not just a few people and their crops.”

Peter Lind

Buhari in Inghilterra per motivi medici rimanda il suo rientro in Nigeria

Africa ExPress
Abuja, 6 febbraio 2017

Muhammadu Buhari, il presidente della Nigeria, in visita in Gran Bretagna per un check-up medico, avrebbe dovuto fare ritorno nel suo Paese ieri sera e riprendere in mano gli affari di Stato questa mattina. Con una lettera, inviata ieri, ha fatto sapere all’Assemblea nazionale che avrebbe prolungato il suo soggiorno a Londra per ulteriori accertamenti.

Il settantaquattrenne presidente della ex colonia britannica si era già assentato l’estate scorso per visite sanitarie in Gran Bretagna. Allora si mormorava che fosse affetto dalla sindrome di Ménière. Questa malattia, che colpisce generalmente un solo orecchio, causa ipoacusia, cioè perdita dell’udito da parte dell’orecchio interessato, vertigini, nausea, vomito e acufeni. Tali sintomi, pur non presentandosi costantemente, rappresentano un grave deficit per la persona che ne è colpita, perché limitano la sua vita nella società.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria

Il portavoce di Buhari, Femi Adesina, durante un suo intervento nella televisone di Stato ieri sera, non ha fatto accenno alla malattia del presidente, ma ha chiesto ai nigeriani di pregare per lui.

Il governo, dal canto suo, non ha rilasciato alcun commento, nessuno si è espresso sulla gravità delle condizioni di salute del presidente. Attualmente gli affari di Stato sono in mano al vice presidente, Yemi Osinbajo, che, in caso di dimissioni per malattia di Buhari, governerebbe fino alla fine del mandato.

In passato due leader nigeriani sono morti durante la loro presidenza. E’ capitato nel 2010 a Musa Umaru Yar’Adua che aveva problemi renali. Allora gli subentrò il vicepresidente Goodluck Jonathan, poi eletto presidente nel 2011.

Negli anni ’90 è venuto a mancare il generale Sani Abacha, mentre era a capo della dittatura militare.

Africa ExPress

I Leoni indomabili del Camerun hanno ruggito ancora. Dopo 15 anni

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Milano, 5 febbraio 2017

I Leoni indomabili del Camerun, re della foresta ma anche del calcio africano. Da ieri notte sono i nuovi campioni del continente nero. Hanno fatto un sol boccone del favoritissimo Egitto.

Separatisti in casa, ma uniti sul campo, a Libreville, in Gabon, (stadio de l’Amitié) hanno ridimensionato le pretese e le ambizioni dei Faraoni. A due minuti dalla fine, un meraviglioso gol di Vincent Aboubakar, 24 anni, accasato nella squadra turca del Besiktas, ed entrato dopo l’ intervallo, ha sbloccato il risultato di 1-1. E così La 31a edizioni della Coppa delle Nazioni africane è andata al Camerun, che ha rimontato quando era sotto di una rete e ha vinto.

EGITTO CAMERUN 1-2

E’ stato uno scontro fra i “titani” calcistici del continente. I Faraoni cercavano il trionfo per l’ottava volta, i Leoni indomabili per la quinta. E c’è l’hanno fatta. L’Egitto e il Camerun da soli hanno vinto oltre un terzo di tutti i tornei della Coppa calcistica delle nazioni africane. Eppure, a dispetto di questo onorato curriculum, nessuna delle due nazionali si aspettava di arrivare a giocarsi la finale, quando tre settimane fa, in Gabon ha preso il via la 31a edizione del torneo.

Il cammino per giungere allo scontro di ieri sera, infatti, non è stato proprio lastricato di sonanti successi e di bel gioco. L’Egitto si è qualificato agli ottavi con due striminzite vittorie per 1-0 e un pareggio ed è sbarcato ai quarti di finale con un terzo 1-0 e in semifinale grazie al suo portiere El Hadary, alla quinta partecipazione a 44 anni (definito un eroe improbabile), che ha parato due rigori contro il sorprendente Burkina Faso (classificatosi terzo grazie alla vittoria per 1-0 sul Ghana ottenuta sabato sera).

Il Camerun ha fatto quasi peggio: è arrivato ai quarti di finale con due pareggi e una vittoria; ai quarti ha sconfitto il Senegal ai rigori e in semifinale ha finalmente piegato il Marocco

Egitto e Camerun si erano trovati di fronte per la conquista dello scettro calcistico africano già due volte: nel 1986 al Cairo con la vittoria dei padroni di casa ai rigori( 5-4) dopo i tempi supplementari chiusisi senza gol e nel 2008 ad Accra , in Ghana, con i Faraoni ancora vittoriosi (1-0). Il portiere era già allora El Hadary.

Ieri sera le due squadre hanno stabilito il record della finale più giocata in assoluto (assieme a Nigeria Cameron): tre.

Se si guardano i precedenti fra le due nazionali, la favorita era pur sempre quella delle Piramidi. Negli ultimi 20 anni, su 9 partite, sei sono state appannaggio dei Faraoni, una del Camerun e due sono finite in parità . Negli ultimi 13 anni non ha perso una partita nelle fasi finali!

Esultanza dei giocatori del Camerun dopo la vittoria
Esultanza dei giocatori del Camerun dopo la vittoria

I numeri, insomma, erano tutti a favore dell’Egitto, che di questa ottava vittoria aveva bisogno come delle acque del Nilo . Il trionfo calcistico veniva sentito come necessario a superare, o a lenire, le piaghe che attanagliano la nazione.

Non solamente la religione – si sa – ma anche il pallone è l’oppio dei popoli, si potrebbe dire invocando il concetto marxista. O, se si vuole andare più indietro al poeta latino Giovenale, il “panem et circenses” è sempre attuale.

“La gente desidera di nuovo un po’ gioia dopo un così lungo periodo di crisi”, scriveva Vanguardngr.com, il sito dell’omonimo quotidiano nigeriano, citando un tifoso del Cairo, Rabib Hilal, 68 anni. “La vittoria serve a ridarci il nostro prestigio”, ribadiva Amra Mustafa, un ingegnere di 33 anni.

Sentimenti condivisi – è facile presumerlo – dalla massa dei fans egiziani: da almeno 5 anni l’estremismo islamico, la crisi politica , economica e sociale hanno colpito duramente la popolazione e acuito certe tensioni internazionali.

Come ben sappiamo anche noi italiani. Per una incredibile coincidenza quasi un anno fa in Egitto venne ritrovato, sulla superstrada Il Cairo – Alessandria, il corpo martoriato del giovane ricercatore triestino dell’università di Cambridge, Giulio Regeni.

REGENI

Il clamore e lo scandalo suscitati dal suo brutale assassinio, che coinvolge il governo, non si sono attenuati. Anzi, nell’antivigilia della finale calcistica, in diverse parti d’Italia sono stati organizzati cerimonie religiose, letture collettive, eventi vari per non dimenticare e chiedere di non smettere di cercare la verità. La Rai, proprio sabato notte, ha mandato in onda uno toccante speciale dal titolo “Tutto il male del mondo”, che ha messo insieme ” le inchieste giornalistiche, i frammenti di verità, le tante bugie” sulla sorte del ventottenne friulano.

Se la sconfitta in Gabon non porta neppure momentaneamente quel sollievo tanto atteso dal popolo egiziano, per l’allenatore della nazionale essa sembra perpetuare una maledizione che lo insegue da decenni.

Hector Cuper, 61 anni, argentino giramondo, soprannominato “Uomo verticale”, ovvero tutto d’un pezzo, assunto dalla federazione egiziana in seguito a un bando via internt, ha infatti perso l’ennesimo appuntamento con la storia. Era riuscito a riportare i Faraoni in finale dopo tre edizioni bucate ma non ce l’ha fatta a sconfiggere questa maledizione (o sfiga? ), che lo perseguita nei tanti Paesi dove ha allenato.

Alcuni esempi. Nel 1994 per un pelo perse il campionato in Argentina, nel 1997 la Copa del Rey col Mallorca in Spagna, nel 1998 la finale di Coppa Delle Coppe contro la Lazio di Eriksson.

Nel 2000 e 2001, quando guidava il Valencia, ancora in Spagna, arrivò in finale ed entrambe le volte fu sconfitto. Il 5 maggio 2002 (data fatidica: ieri era il 5 seppure di febbraio) la Juventus gli soffio uno scudetto già vinto e nel 2009 vide svanire all’ultimo la Coppa di Grecia.

Questa volta sembrava dovesse sconfiggere il maledetto sortilegio. E invece l’hanno spuntata i camerunesi, che hanno soddisfatto la loro sete di vendetta nutrita dal 2006 quando furono sconfitti (2-0) in finale proprio dal Egitto.

Oltretutto Il Camerun sembrava una squadra dal destino segnato fin dall’inizio della Coppa d’Africa. Ben 7 giocatori , pilastri della squadra, convocati dal commissario tecnico belga Hugo Broos , 64 anni, avevano addirittura disertato e non si son presentati: hanno preferito restare in Europa, dove giocano.

La federazione calcistica Camerunese era allo sbando “come una nave senza nocchiere in gran tempesta”, direbbe Dante. Lo stesso allenatore era contestato dalla stampa ancor prima di sbarcare in Camerun ed era stato costretto a ripiegare su giovani entusiasti, ma immaturi.

Insomma la situazione era tale che i Leoni invincibili erano stati scherniti come Leoni ingestibili!

Una volta conquista la finale, il capitano Benjamin Moukandjo si era preso la rivincita con i giornalisti durante la conferenza stampa: “Sono sicuro che nessuno fra di voi avrebbe scommesso un centesimo su di noi. Peccato, avrebbe guadagnato parecchio”.

I Leoni però non han dovuto sconfiggere solo lo scetticismo della stampa, ma anche condizioni olitico-sociale un po’ più ostiche. Il Camerun, infatti, da alcuni mesi sembra aver perso una certa qual stabilità (per una nazione africana).

Il Paese, da alcuni mesi, sta vivendo – ha scritto il prestigioso settimanale Jeune Afrique – una fronda da parte delle due regioni anglofone del nordest e del sud est confinanti con la Nigeria. Una minoranza di attivisti comincia a parlare di federalismo, ovvero di separatismo. E le tensioni crescenti – ai primi di dicembre – hanno portato a sanguinosi scontri fra manifestanti anglofoni e forze dell’ordine. Bilancio: numerosi morti.

Il bilinguismo, come è noto, è eredità della storia del Camerun, ex colonia tedesca passata alla Francia e poi alla Gran Bretagna fino al 1960, anno dell’indipendenza.

Esso coinvolge – ricorda ancora Jeune Afrique – circa il 20 per cento dei 23 milioni di abitanti.

Il fenomeno non aveva mai creato seri problemi e tanto meno all’interno della nazionale calcistica, dove su 23 giocatori tre rappresentano la minoranza anglofona: Clinton Mua N’jie (che gioca nel Marsiglia), Robert Ndip També (Sparta Trnava in Slovacchia) e Fai Collins (difensore dello Standard Liegi).

Qualche malumore, per la verità , era sorto negli anni ’90 per bocca del capitano Stephen Tataw, che si sentiva trascurato dalla parte francofona. “Ma poi – ricorda l’ex allenatore della nazionale camerunense Claude Le Roy – Stephen aveva imparato il francese proprio in nazionale”.

E l’attuale allenatore Hugo Broos che venendo dal Belgio conosce bene le schermaglie bi-linguistiche, conferma: “Io parlo sempre francese, che tutti capiscono, ma quando qualche giocatore mi si rivolge in inglese, non c ‘è problema alcuno. Certo, se non si conosce la lingua, ci sono gli interpreti, ma i sentimenti espressi con le parole tue non sono gli stessi”.

Una allusione neppure tanto indiretta al suo “sfigato” avversario, Hector Cuper, che ha sempre dialogato con i suoi Faraoni tramite l’interprete arabo-spagnolo. Ma per ora tutti i camerunesi festeggiano, francofoni e anglofoni. Con il canto in “Pidgin”, un miscuglio di parole inglesi, francesi e altre prese in prestito dalle centinaia di dialetti del Camerun.

L’Egitto cercava prestigio e un po’ di sollievo. Non li ha trovati. Il Camerun si accontenterebbe di ritrovare l’unità in piena crisi anglofila. E Hector Cuper cercherà la qualificazione per i Mondiali (o una nuova squadra?) e un potentissimo amuleto.

Costantino Muscau
c.muscau@alice.it

Presunta tangente di 1,3 miliardi di dollari: la Nigeria toglie all’ENI e alla Shell la concessione del più ricco giacimento africano

Massimo AlberizziDal Nostro Corrispondente
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 4 febbraio 2017

L’Alta Corte Federale della Nigeria ha tolto temporaneamente all’ENI e alla Shell la concessione detenuta dal 2011 pariteticamente dalla due società, per lo sfruttamento del campo petrolifero offshore OPL245. Il giacimento nel golfo di Guinea, di fronte allo Stato di Bayelsa, è il più ricco di tutta l’Africa, è situato a una profondità di 1300 metri (cioè superficiale) ed è stato valutato in 9 miliardi di barili. Le società di diritto nigeriano di proprietà di ENI e Shell sono indagate per una tangente di 1,2 miliardi di dollari che sarebbe stata versata per ottenere le concessioni di sfruttamento, ora sono sospese fino al termine dell’inchiesta.

Le agenzie anticorruzione della Nigeria stanno indagando a fondo sulle accuse rivolte alla NAOC (Nigerian Agip Oil Company, la sussidiaria nigeriana di proprietà dell’ENI) e alla SPDC (Shell Petroleum Development Company of Nigeria, dell’anglo-olandese Shell) di avere sottoscritto un “fraudulent agreement”, cioè un accordo fraudolento, con una società di proprietà dell’allora ministro del petrolio e di altri politici di vecchio corso. Le accuse ipotizzate sono “associazione per delinquere, corruzione, corruzione di funzionari del governo, e riciclaggio di denaro”.

Il ministro di Stato per le Risorse Petrolifere e Presidente del Board della Nigerian National Petroleum Corporation (Nnpc), Emmanuel Ibe Kachikwu e Claudi Descalzi, ENI
Il ministro di Stato per le Risorse Petrolifere e Presidente del Board della Nigerian National Petroleum Corporation (Nnpc), Emmanuel Ibe Kachikwu e Claudi Descalzi, ENI

Indagini sul presunto caso di corruzione sono state aperte anche dai giudici italiani e olandesi, che accusano l’ex amministratore dell’Eni, Paolo Scaroni, e l’attuale ad, Claudio Descalzi, allora direttore operativo della società petrolifera di Metanopoli. Raccogliere le prove però è difficilissimo. Innanzi tutto perché la Nigeria è uno dei Paesi più corrotti al mondo e poi perché nel contesto nigeriano è difficile riuscire a far parlare qualcuno. Regna infatti l’omertà e tutti hanno paura delle conseguenze che può avere una collaborazione con la giustizia.

shell
shell

La vicenda di cui i giudici nigeriani sostengono di avere le prove, è questa: nel 1998, mentre è Presidente della Federazione nigeriana Goodluck Jonathan, il blocco viene assegnato all’allora ministro del petrolio Dan Etete, alla società Malabu Oil And Gas. Gli inquirenti hanno dimostrato che il ministro e altri politici avevano azioni in quella società. Dopo che la Saipem effettua una serie di ricerche e prospezioni, che garanticono la presenza di 9 miliardi di barili, la concessione di sfruttamento del campo viene venduta all’ENI e alla Shell dietro pagamento di una tangente di 1,2 miliardi di dollari.

Secondo i giudici nigeriani, ENI e Shell sapevano perfettamente che la concessione era stata acquisita della Malibu fraudolentemente. Ciononostante l’avevano acquistata. Una sorta di ricettazione. Le due compagnie, sempre secondo le accuse, hanno comprato i diritti di sfruttamento del blocco versando al governo nigeriano 210 milioni di dollari e avrebbero trasferito, attraverso un conto presso la JPMorgan Chase bank garantito dal governo nigeriano, 1,2 miliardi di dollari. La Shell si è difesa dicendo che si è trattato del prezzo pattuito. Secondo un documento stilato dagli inquirenti “le investigazioni hanno rivelato che si è trattato di una tangente versata a Dan Etete e ai sui soci nell’affare”.

ENI e Shell negano ogni addebito. La Shell ha detto di conoscere la questione e di avere fiducia nei giudici italiani “per dimostrare che noi non c’entriamo nulla”. L’ENI invece ha sostenuto di non avere avuto nessuna notifica del provvedimento di sospensione della concessione e comunque di non doversi rimproverare nulla perché “la transazione è stata pulita e trasparente”.

Massimo A. Alberizzi
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Morto a 84 anni Étienne Tshisekedi, il campione dell’opposizione in Congo-K

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Massimo AlberizziDal Nostro Corrispondente
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 3 febbraio 2017

Étienne Tshisekedi wa Mulumba, il simbolo dell’opposizione della Repubblica Democratica del Congo, l’uomo che per più di tre decenni ha osato sfidare il potere di tre dittatori, è morto a 84 anni a Bruxelles. Da tempo era ammalato di diabete e i suoi viaggi in Belgio per sottoporsi a cure mirate erano frequenti.

Tshisekedi era amato dal popolo congolese, specie quello dei bassifondi di Kinshasa e i suoi discorsi infuocati erano capaci di galvanizzare e mobilitare le folle. Riusciva a riempire le strade e le piazze della capitale di suoi sostenitori che affrontavano coraggiosamente poliziotti e soldati. Questo però non gli era bastato per raggiungere la poltrona della presidenza della Repubblica.

Étienne Tshisekedi wa Mulumba, il campione dell’opposizione della Repubblica Democratica del Congo
Étienne Tshisekedi wa Mulumba, il campione dell’opposizione della Repubblica Democratica del Congo

Pochi giorni prima di morire ancora una volta aveva giocato un ruolo cruciale nella vita politica del Congo-K, cercando di unificare l’opposizione contro l’attuale presidente che, nonostante siano terminati i due mandati previsti dalla Costituzione, ha rimandato di un anno le elezioni.

Ho incontrato Tshisekedi l’ultima volta parecchi anni fa nella sua casa di Limetè, uno dei quartieri di Kinshasa, sulla strada per andare all’aeroporto. Come spesso gli accadeva era stato messo agli arresti domiciliari e, per evitare che gli accadesse qualcosa, i suoi militanti avevano preso il controllo dell’intera zona.

Aprile 1997: Étienne Tshisekedi wa Mulumba, viene scortato a casa dai soldati dello Zaire. lIl Cingo-K allora si chiamava ancora così
Aprile 1997: Étienne Tshisekedi wa Mulumba, viene scortato a casa dai soldati dello Zaire. Il Congo-K allora si chiamava ancora così

Erano gli ultimi giorni del dittatore maresciallo Mobutu Sese Seko e i miliziani di Laurent-Désiré Kabila, un vecchio capo guerrigliero, trafficante di minerali preziosi e contrabbandiere, scelto dagli americani per far saltare gli equilibri del Paese e padre dell’attuale presidente, erano alle porte della capitale. I giornali erano pieni di notizie gonfiate e di analisi che poi si sarebbero dimostrate avventate. Ma tutti si domandavano quale ruolo sarebbe stato riservato al grande oppositore.

André Kisase Ngandu e Laurent-Désiré KabilaI piani di Kabila, che già aveva fatto fuori (fisicamente) altri leader dissidenti all’interno dell’Alliance des Forces démocratiques pour la Libération du Congo (il gruppo ribelle antimobutista) come André Kissasse Ngandu, erano altri: potere assoluto con al massimo alcuni (pochi) consiglieri, accanto a sé. Così pochi giorni dopo la presa del potere, Kabila arresta Tshisekedi e lo tortura, senza un motivo apparente. Una volta liberato riprenderà il suo ruolo di ribelle senz’armi che non abbandonerà fino alla morte.

Nel 2006 Tshisekedi boicotta le elezioni presidenziali vinte da Joseph Kabila, che aveva incassato la fiducia e il sostegno degli americani, dei francesi e dei belgi, mentre scende in campo per le successive del 2011. Kabila perde il supporto degli occidentali, supporto che però non si sposta su Tshisekedi, che perde di nuovo. Accusa l’avversario di brogli e gli osservatori internazionali gli danno ragione, ma non accade nulla.

Joseph Kabila
Joseph Kabila

Il suo rapporto con Laurent Kabila e con il figlio Joseph, succeduto alla presidenza della Repubblica dopo l’assassinio del padre il 16 gennaio 2001, è stato sempre conflittuale, mentre con Mobutu ha avuto fasi alterne: grande amicizia e galera e torture. Passava dal ruolo di ministro (anche primo ministro) a capo dell’opposizione.  Tshisekedi aveva soprannominato il dittatore “il Caligola zairota” (la Repubblica Democratica del Congo era stata ribattezzata Zaire dal maresciallo). Qualche anno fa, richiesto un suo paragone sui regimi di Mobutu e Kabila, ebbe a dire: “Mobuti esercitava solo la forza, Kabila forza e repressione”.

Campione fino all’ultimo e animato da una instancabile dalla passione politica, pochi mesi fa, nonostante si avvicinasse agli 84 anni, aveva dichiarato di essere pronto a presentarsi alle elezioni presidenziali e in grado di reggere le sorti del Paese. Ma Joseph Kabila, il cui mandato scadeva nel dicembre scorso, aveva posposto il voto di un anno. Uno sgambetto micidiale al vecchio lottatore.

Con Tshisekedi il Congo perde un protagonista d’eccezione. Sarà difficile trovare nell’immediato un sostituto. La sua morte spiana a Joseph Kabila la strada verso il potere assoluto. Sarà difficile che il president accetti le elezioni entro quest’anno, come invece ha promesso.

Massimo A. Alberizzi
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