Lo ha reso noto il governatore di Kaduna, Nasir Ahmad El-Rufai, che si è complimentato con le forze dell’ordine nigeriane.
Secondo le ultime ricostruzioni, due residenti della zona sarebbero stati uccisi dalla banda armata, perchè avevano tentato di prestare soccorso ai due tedeschi mentre stavano per essere sequestrati.
I sequestratori avevano chiesto un riscatto di duecentomila dollari. Le autorità nigeriani hanno negato che sia stato pagato. Ma in questi casi gli ostaggi o vengono liberati con un blitz dalle teste di cuoio oppure si deve versare la cifra richiesta per ottenere la liberazione.
Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi Milano, 25 febbraio 2017
Abubakar Shekau, il leader del gruppo terrorista nigeriano Boko Haram, ha ammesso di aver assassinato il suo vice, uno dei suoi più stretti collaboratori e portavoce del gruppo, Abu Zinnira detto Tasiu. La rivelazione è contenuta in un video di 50 minuti finiti nella mani della France Presse.
Il leader di Boko Haram Aboubakar Shekau
Il filmato si riferisce a un incontro del “comitato centrale” dei Boko Haram avvenuto il 18 dicembre scorso, convocato da Shekau per affrontate “quegli elementi che brontolano” sulla fine di Tasiu. “L’ho ucciso io, l’ho ucciso io – ha urlato durante la riunione – ci stava tradendo e poi ha sbagliato alcuni attacchi contro i nemici. Non credete che ha pagato per i suoi crimini?” ha chiesto retoricamente. Tasiu è spesso apparso nei mesi scorsi nei video di propaganda del gruppo terrorista. In particolare quello con cui veniva rivendicato il rapimento delle 274 studentesse del liceo di Chibok.
Shekau non è nuovo a atteggiamenti di questo genere e ha eliminato più volte i suoi avversari interni. Per questo i Boko Haram hanno subito diverse scissioni. Le più importanti sono quella di Ansaru, che sostiene di essere la branca nigeriana di Al Qaeda, e quella della Fazione dello Stato Islamico in Africa Occidentale, che opera soprattutto nel bacino del lago Ciad.
Entrambi i gruppi accusano Shekau di aver ordinato di uccidere indiscriminatamente innocenti civili musulmani. Shekau e i suoi militanti sembra siano stati espulsi anche dallo Stato Islamico che invece ha dato la sua benedizione alla fazione scissionista comandata da Abou Mosab Al Barnaoui, figlio del fondatore di Boko Haram, Mohamed Yusuf, morto qualche anno fa.
Al Barnaoui e il suo vice, Mamman Nur avevano già accusato Shekau di “tendenze dittatoriali” e di aver assassinato tutti quelli che non erano d’accordo con lui.
Massimo A. Alberizzi Massimo.alberizzi@gmail.com Twitter @malberizzi
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 febbraio 2017
Un video, agghiacciante, che mostra la brutalità dei soldati dell’esercito del Congo-K (FARDC), è stato consegnato ad alcuni media e poi messo in rete e fatto circolare sui social network. Il filmato documenta come una pattuglia di soldati abbia represso barbaramente una protesta popolare, ammazzando senza pietà quindici militanti del movimento che porta il nome di Kamuina Nsapu, un leader tradizionalista, ucciso lo scorso agosto dalle forze dell’ordine. Il ribelle era un medico sulla trentina. Aveva soggiornato a lungo in Sudafrica. Era ritornato nel Congo solo nell’aprile 2016, ma da tempo invitava la popolazione all’insurrezione. Il suo movimento viene considerato come “gruppo terrorista” dalle autorità congolesi, ma nel filmato i miliziani sono armati solamente di bastoni, clavi e fionde.
soldati dell’esercito del Congo-K
Le violenze si sono consumate a Mwanza Lomba, un villaggio nel Kasaï-Orientale, ad una trentina di chilometri da Mbuji-Mayi, capoluogo della Provincia. Le scene del video sono raccapriccianti, altrettanto il linguaggio usato dai sei militari coinvolti, che si scambiano battute in lingala e swahili.
In un primo momento le autorità di Kinshasa, tramite il loro portavoce, Lambert Mendé, hanno fatto sapere che secondo loro si tratta semplicemente di un montaggio. Ma personalità di spicco della società civile hanno sottolineato che sarebbe doveroso che la missione dell’organizzazione delle Nazioni Unite in Congo-K aprisse un’inchiesta. Anche Mark Toner, portavoce del Dipartimento di Stato USA è intervenuto in tal senso presso il governo congolese, chiedendo di approfondire e di identificare le persone che hanno commesso tali eccessi. La stessa richiesta è pervenuta anche da Zeir Ra’ad al Hussein, alto commissario dell’ONU per i diritti umani; anche alcuni diplomatici hanno espresso la loro preoccupazione per questo abuso di forza. Al Hussein mercoledì scorso ha nuovamente rimproverato le autorità congolesi perché i militari dell’esercito avrebbero ucciso oltre cento persone durante altri scontri verificatisi tra il 9 e il 23 febbraio scorso nel Kasaï Centrale.
Dopo queste pressioni, Kinshasa ha annunciato mercoledì scorso di aver inviato una commissione, formata da alti magistrati militari, nel Kasaï Orientale e Centrale per le verifiche e gli accertamenti del caso.
Le violenze nel Congo-K sono all’ordine del giorno e non solo da parte delle forze regolari. Sabato scorso sono stati uccisi venticinque civili hutu da miliziani dell’etnia Nande. Le vittime maschili sono stati ammazzati barbaramente a colpi di machete, mentre l’unica donna, con un colpo di arma da fuoco; si punta il dito sui Maï-Maï Mazembe. Il feroce attacco si è consumato nel villaggio di Kyaghala e dintorni nel Nord Kivu. Secondo Hope Kubuya, responsabile della società civile locale, tale attacco riaccende le violenze interetniche nella Regione.
I Maï-Maï – milizie tradizionali che combattono dopo essere stati sottoposti a iniziazioni magiche ed esoteriche – sono stati molto attivi nella seconda guerra del Congo. Ma le loro tracce si possono già osservare nelle guerre seguite all’indipendenza, raggiunta nel 1960. Allora li chiamavano simba, cioè leoni in swahili. Maï-Maï vuol dire acqua. I miliziani credono infatti che le pallottole dei nemici a contatto con la loro pelle si trasformino in acqua e quindi non li uccidano.
I miliziani Maï-Maï sono ricomparsi sulla scena qualche mese fa e sono responsabili di altri gravi attacchi, l’ultimo risale allo scorso Natale, durante il quale sono morte trentacinque persone.
Gli Hutu sono ancora visti come stranieri dalle altre comunità, come i Kobo, i Nande e gli Hunde, che si considerano autoctone. Negli ultimi mesi le violenze etniche si sono susseguite da entrambe le parti. Il 13 febbraio scorso un commando di miliziani Nyatura, della comunità Hutu, ha assalito dei contadini di etnia Nande e Hunde nella Regione, sgozzando tre persone, altre tredici sono state rapite.
Anche altre bande armate, come quella mistico-politica Corps du Christ, rendono insicuro il Nord-Kivu. Il loro leader supremo, David Maranata, un ex autista di tassì e trafficante di armi tra la frontiera con l’Uganda, divenuto in seguito predicatore, è stato arrestato lo scorso 7 febbraio dall’esercito congolese, con l’accusa di essere a capo di una banda criminale. I miliziani di questo gruppo settario, apparso sulla scena lo scorso ottobre, prega sulle montagne sacre nei dintorni, ma non esitano ad impugnare le armi, creando non pochi problemi ai caschi blu di MONUSCO. A dicembre un soldato sudafricano ha perso la vita in uno scontro con gli adepti del Corps du Christ. Infatti gli adepti sono convinti che i politici creino solamente problemi e disordini e la loro missione “sacra” consiste nel mettere fine a tutto ciò e creare un nuovo sistema che “obbedirà” solamente alla Bibbia.
Il presidente, Jospeh Kabila, al potere da ben sedici anni, è uno dei tanti leader africani che amano restare incollati alla loro poltrona. Il suo mandato è scaduto a metà dicembre, ma lui ha semplicemente rinviato le elezioni. In un primo momento le prossime presidenziali si sarebbero dovuti svolgere nel 2018, ma il trattato firmato anche dall’opposizione, autorizza Kabila a restare in carica solamente fino alla fine del 2017.
Anche l’opposizione stenta a ricompattarsi ed a scegliere il nuovo leader dopo la morte di Etienne Tshisekedi, morto all’inizio del mese a Bruxelles, all’età di ottantaquattro anni. La nomina di un suo successore urge, in quanto Tshisekedi avrebbe dovuto presiedere il nuovo Consiglio di transizione (CNT), secondo gli accordi pace.
Ma nella ex colonia belga la crisi non è solamente politica, ma abbraccia anche altri settori, in particolare quello finanziario. L’industrializzazione è in una fase di stallo, anche a causa della galoppante corruzione a larga scala, che coinvolge soprattutto i politici – tra loro anche deputati e senatori congolesi, “servitori dello Stato” tra i meglio pagati del pianeta.
Due archeologi tedeschi, Peter Breunig e Johannes Behringer, sono stati rapiti in mattinata da un gruppo di uomini armati nel villaggio di Jenjela, nello di Stato di Kaduna, nel nord della Nigeria. Lo ha confermato il commissariato di polizia di Kaduna. Per ora il ministero degli Esteri tedesco non ha rilasciato alcun commento, nessuna dichiarazione nel sito. Anche i media tedeschi non hanno ancora dato grande eco al rapimento dei loro concittadini.
Cultura NOC, Nigeria
I due tedeschi sono arecheologi del Goehte Universitaet di Francoforte, che collabora con la commissione nigeriana per musei e monumenti. Si trovavano nella ex colonia britannica con altri due colleghi. Breunig e Behringer, che lavorano da oltre dieci anni, impegnati in svariati scavi nella zona.
Secondo Aliyu Usman, portavoce della polizia di Kaduna, i due sarebbero stati rapiti mentre erano impegnati in scavi nel villaggio di Jenjela, che dista solo una trentina di chilometri dalla strada che porta da Abuja, la capitale del Paese, a Kaduna.
Original-BOS-ID:18377081 Caption: Pfauter 3309 Nok-Kultur Nigeria Afrika Abuja Archäologie Ausgrabung Karte Janjala Kubacha Datum: 10. August 2009 The diffusion of Nok culture Benin Niger Nigeria Cameroon Niger Benue Abuja Kubacha Janjala
Usman ha specificato che il fatto è stato denunciato da abitanti della zona. La polizia è alla ricerca dei due tedeschi. Finora non sarebbe stato richiesto nessun riscatto per la loro liberazione. Nella zona sono giunte anche forze speciali della polizia.
Dal prossimo 8 marzo l’aeroporto di Abuja sarà chiuso per sei settimane per lavori di manutenzione. I funzionari governativi e i diplomatici e lo staff delle ambasciate dovrebbero utilizzare l’aerostazione di Kaduna, che dista un centinaio di chilometri dalla capitale, ma è risaputo che la strada congiunge le due città è al quanto pericolosa e dunque limiteranno gli spostamenti nazionali e internazionali durante questo periodo.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 febbraio 2017
Sabato scorso alcuni attivisti della Campagna LasciateCIEntrare hanno segnalato la presenza di una decina di minori non accompagnati in un Centro di accoglienza straordinaria (CAS) a Porto Torres, situato sulla Ss 131, in località Li Lioni in prossimità di Su Crocifissu Mannu. Secondo la nostra legislazione, i minori stranieri non accompagnati devono essere accolti in strutture esclusivamente riservate a loro ed è vietata la loro presenza in centri per adulti.
In seguito alla denuncia, è seguita la visita di Nicola Bianchi, deputato alla Camera per il Movimento 5 Stelle. Bianchi è stato accompagnato dal consigliere comunale di Sassari, Maurilio Murru e da due attivisti della Campagna LasciateCIEentrare.
L’edificio, conosciuto come la ex discoteca KISS KISS, chiusa nel 2010 dalle forze dell’ordine, è stato “trasformato” in CAS, autorizzato per centocinquanta richiedenti asilo. Attualmente ospita centotrentasette persone, tra loro anche ventitré donne e una decina di minori non accompagnati. La struttura è gestita dalla Janas International, il cui presidente, Cheikh Diankha, è un migrante proveniente dal Senegal, ma residente da anni in Sardegna.
Africa Express ha raggiunto telefonicamente l’onorevole Bianchi, che ha riferito della sua visita nel CAS.
Il parlamentare ha puntualizzato che le donne sono alloggiate nel primo piano dell’edificio. In ogni camera ci sono cinque letti a castello. Le stanze di questo piano e i bagni sono dotate di porte e possono essere chiuse a chiave. La privacy tra un letto a castello e l’altro è “garantito” da una tenda o un lenzuolo. Dal punto di vista sanitario le giovani sono seguite regolarmente da un medico ginecologo. Una delle attiviste di LasciateCIEntrare ha potuto parlare con le ragazze. “Sono serene, sono seguite anche da un’organizzazione anti-tratta. Sono per lo più giovani donne provenienti da Somalia e Nigeria”, ha riferito a Africa ExPress.
I maschi di origine somala, sono nel dormitorio al piano terra, mentre gli altri occupano lo stanzone che un tempo doveva essere la sala da ballo della discoteca, privo di finestre. Anche qui, la privacy tra un letto castello e l’altro è rappresentato da un telo.
Diankha ha assicurato alla delegazione che gli ospiti hanno a disposizione un’insegnante di italiano, il cui corso, però, non è seguito molto volentieri. Per stimolare la frequenza, spesso si ricorre a piccoli ricatti, meglio premi, come una bottiglia di coca cola. Durante la mattinata vengono proposte altre attività ai ragazzi, che si svolgono in piccoli gruppi nei “séparés”.
I ragazzi giocano volentieri a calcio nel molto tempo libero a disposizione. Per questo motivo i gestori hanno preso accordi con una società sportiva in località Li Punti.
Il gestore ha confermato al deputato che a tutt’oggi non è stato nominato un tutore per i minori. Dunque è difficile per loro frequentare la scuola, inserirsi nel contesto sociale di Porto Torres.
Gli ospiti sono seguiti dal punto di vista sanitario da un medico un paio di volte la settimana. Per le emergenze vengono accompagnati al pronto soccorso.
Bianchi ha sottolineato che generalmente non si occupa di migrazione o/e di centri di accoglienza. Questa mattina abbiamo avuto qualche difficoltà all’ingresso del centro, ma i problemi sono stati risolti dopo una chiamata in prefettura.
Certamente non è una struttura adatta per ospitare a lungo termine dei giovani richiedenti asilo, in particolare minori non accompagnati.
Un’attivista, presente alla visita, ha potuto osservare che il rapporto tra gli ospiti e il responsabile Diankha è amichevole e sereno, ma ciò non toglie che questo non è il luogo adatto per i minori stranieri non accompagnati. Un loro trasferimento deve avvenire immediatamente.
La ex discoteca kiss kiss riflette le precarietà e le lacune presenti nella maggior parte dei CAS in Sardegna, in Italia.
Un piccolo ospite, di appena quindici anni, ha salutato così l’attivista di LasciateCIEntrare:
“Please, Ma, I really need your help, because I want to stay with a family or in a house, so I can go to school and be useful. Thank you and I am very grateful” (in italiano: per favore, signora, ho bisogno davvero del suo aiuto, perché voglio stare in una famiglia o in una casa per poter andare a scuola ed essere utile. Grazie, le sarò molto grato).
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 febbraio 2017
Adama Barrow, il neo eletto presidente del Gambia, ha prestato giuramento il 18 febbraio, proprio il giorno dell’Indipendenza, nel più grande stadio di Banjul, in presenza di alcuni capi di Stato africani e migliaia di gambiani. Durante il regime di Yahya Jammeh, durato ben ventidue anni,il 18 febbraio non è mai stato un giorno di festa. Il popolo era costretto a celebrare il 22 luglio, data della presa del potere del dittatore nel 1994.
Giuramento a Banjul, Gambia, del presidente Adama Barrow
Il neo presidente, durante il suo discorso ha specificato: “Questa è la vittoria della democrazia”. E ha aggiunto: “Ora i gambiani sono padroni del proprio destino”.
Barrow ha promesso che avrebbe fatto liberare tutti prigionieri politici e che avrebbe incrementato la libertà di stampa. Durante i regime di Jammeh molte stazioni radio sono state chiuse (http://www.africa-express.info/2017/01/03/gambia-jammeh-si-prepara-resistere-chiude-2-radio-e-sfida-lecowas/). Il nuovo presidente intende anche revocare la richiesta fatta dal dittatore, di voler abbandonare la Corte Penale Internazionale dell’Aja.
Il nuovo governo è altresì deciso di ritornare nel Commonwealth. Lo ha annunciato a Londra Boris Johnson, Segretario di Stato britannico per gli Affari Esteri e del Commonwealth, subito dopo la sua visita nel Gambia la scorsa settimana. Johnson ha anche visitato la tristemente famosa “Mail II prison” a Banjul, dove sono ancora detenuti i prigionieri politici, gli oppositori di Jammeh. Ne è emerso un quadro terribile di sporcizia, freddo, umido, squallore, dolore, sofferenza. Gli uomini hanno raccontato di essere stati picchiati selvaggiamente, le donne, di essere state anche separate dai loro bimbi.
Boris Johnson, segretario di Stato della Gran Bretagna
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 19 febbraio 2017
Le ultime informazioni ufficiali parlano di 216 casi di colera e un decesso. Il ministro della Salute, Maria Benigna Matsinha, ne ha dato conferma giovedì 16 affermando che le città colpite dall’epidemia sono la capitale Maputo, la vicina Matola e Inhambane nel sud del Paese.
Ciclone tropicale Dineo visto dal satellite mentre si avvicina al Mozambico
La concausa della diffusione del colera pare essere il ciclone tropicale Dineo proveniente dal Madagascar. Da tempesta è diventato rapidamente ciclone di categoria 4 con venti fino a 200km/h che hanno catapultato 100 millimetri di pioggia in 24 ore portando morte e distruzione.
Un momento della tempesta tropicale Dineo in Mozambico
Intere regioni alluvionate e devastate dal passaggio di Dineo: sono stati contati 7 morti e 20 mila abitazioni distrutte, linee elettriche abbattute. Secondo il Centro nazionale per le emergenze (CENOE), sono andate distrutte 998 aule scolastiche, 70 posti sanitari e 106 edifici pubblici. Le persone colpite dalla furia di Dineo sono oltre 650 mila mentre i danni ammontano a 7,8 milioni di dollari.
Il ministro Matsinha ha smentito che nella capitale e a Matola l’epidemia sia stata causata dalla crisi idrica nelle due città confermando che la diffusione della malattia è dovuta alla contaminazione delle acque per le alluvioni.
Il vibrione del colera
Il colera è una malattia altamente contagiosa causata dal batterio Vibrio cholera. Il contagio avviene attraverso l’ingestione di cibo o acqua contaminati.
In Mozambico, a causa delle precarie situazioni igieniche – che si aggravano nella stagione delle piogge tra dicembre e giugno – si ripresentano spesso casi di colera. Nella città di Beira, la seconda del Paese, nel 1998 l’Oms ha registrato un’epidemia con oltre 43.600 casi di colera con 1.353 morti. L’ultima epidemia è stata nel febbraio 2013 con 358 casi e due decessi nella provincia di Cabo Delgado che confina con la Tanzania.
Il governo della Tanzania ha chiuso quaranta centri di salute privati che garantivano servizi nel settore dell’infezione HIV – AIDS, con l’accusa di aiutare gli omosessuali in un Paese dove il sesso tra gay e tra lesbiche è considerato un crimine.
Secondo il ministro della salute del Paese, Ummy Mwalimu, il governo è convinto che alcune ONG usino le cliniche private per promuovere il sesso tra gay.
Molti altri Paesi africani hanno promulgato leggi draconiane contro gay, lesbiche, transessuali negli ultimi anni, nello specifico, in Tanzania sono previsti fino a trent’anni di galera per chi pratica sesso con persone dello stesso genere.
Secondo gli ultimi dati raccolti dal governo, nell’ ex protettorato britannico il trenta per cento degli uomini gay sono affetti da infezione HIV. Il governo tanzaniano ha delegato i servizi relativi all’AIDS / HIV ad altri tremila centri di salute sparsi sul territorio.
Da tempo è in atto una nuova campagna contro gay, lesbiche e transessuali. Sei mesi fa il governo tanzaniano aveva minacciato di cancellare la registrazione di gruppi e associazioni pro gay. Mwalimu si è espresso duramente contro loro, puntualizzando che sono pericolosi e contrari alla cultura del Paese. A settembre, invece, aveva bloccato temporaneamente progetti contro HIV / AIDS finalizzati a sensibilizzare uomini gay.
La Costa d’Avorio, il maggior esportatore di cacao al mondo, si ritrova con quattrocentomila tonnellate di caco invenduto. I produttori sono in sciopero e gli esportatori sono in attesa di un risarcimento.
Tale situazione è dovuta in gran parte al calo del venticinque per cento del prezzo del caco su scala mondiale dallo scorso novembre. Sei milioni di ivoriani vivono direttamente o indirettamente di questo prodotto.
Chicchi di cacao
Secondo le ultime stime, almeno un terzo di questa merce destinata all’esportazione è attualmente ferma nei porti della ex colonia francese e i contadini sono senza un soldo. Ora i produttori chiedono al governo di utilizzare il loro fondo d’urgenza sul cacao, per colmare al meno in parte le loro perdite.
Nel 2016 gli speculatori avevano acquistato in anticipo quasi quattrocento tonnellate del prodotto, quando il prezzo era ancora alto, credendo che sarebbe salito ancora, ovviamente senza controparti bancarie o linee di credito. Ora sono inadempienti per quasi trecentocinquantamila tonnellate.
Intanto nel porto di Abidjan i camion pieni di caco occupano ogni spazio possibile, anche i magazzini sono pieni dei chicchi bruni. L’umidità è nemica del prodotto, che rischia di rovinarsi.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 febbraio 2017
La Nigeria tutta, quella cristiana e quella musulmana, prega per il presidente Muhammadu Buhari, ricoverato in una clinica di Londra da ormai quasi quattro settimane. Bocche cucite sulle cause del ricovero. Il governo non si esprime; muti anche il suo entourage e la famiglia. Solo la sorella ha chiesto ai nigeriani di riunirsi in preghiera per il fratello, per il loro presidente.Ma non ha spiegato bene il perché chi si debba rivolgere al cielo.
Nel pomeriggio di ieri il presidente della ex colonia britannica, eletto democraticamente nel 2015 – ma in precedenza, nel 1983, organizzatore di un colpo di Stato e allora rimasto a capo del regime militare per un anno e mezzo – ha ricevuto una telefonata da Donald Trump. Il portavoce di Buhari, Femi Adesina, ha fatto sapere che il presidente americano ha promesso al suo omologo che gli Stati Uniti d’America sono pronti ad aiutarlo fornendo nuovi aiuti, cioè armi, per la lotta contro il terrorismo. Trump ha elogiato Buhari per il lavoro svolto finora e lo ha incoraggiato a continuare su questa scia. Infine lo ha invitato per una visita di Stato da tenersi in una data da concordare.
Manifestazione contro il governo nigeriano a Lagos e ad Abuja, la capitale
Alcuni oppositori, appena hanno saputo del prolungarsi dell’assenza del loro presidente, sono scesi in Piazza, sia a Lagos, che nella capitale Abuja la scorsa settimana. Hanno chiesto spiegazioni sulla terribile crisi economica e chiedono un buon governo, sicurezza, inoltre hanno protestato contro la corruzione e la crescente mancanza di lavoro.
La Nigeria con centottanta milioni di abitanti è lo Stato più popolato dell’Africa. Ci vivono quattrocento etnie diverse e si parlano cinquecentoquattordici tra lingue e idiomi. E soffre di una malattia che sembra incurabile, almeno per il momento: la corruzione. Pur vantando uno tra i PIL più elevati dell’Africa, la maggior parte della popolazione vive al di sotto della soglia della povertà. E’ dunque un gigante difficilmente governabile. In particolare nel nord-est, dove i sanguinari Bolo Haram, dal 2009 spargono terrore e morte non solo in Nigeria ma anche nei Paesi confinanti.
Secondo un recente rapporto delle Nazioni Unite, oltre centoventimila nigeriani saranno in grave difficoltà alimentare. La relazione dell’ONU sottolinea sarà un anno catastrofico, simile alla carestia per queste persone. Altri undici milioni avranno necessità di aiuti umanitari, dovuto alle continue incursioni per anni in queste aree, non permettendo ai contadini di coltivare i propri campi. I terroristi hanno ucciso oltre ventimila persone, più di 2,5 milioni hanno dovuto lasciare le loro case a causa di questo atroce conflitto. E chi è tornato a casa, ha trovato il nulla. Case bruciate, campi devastati, gli animali uccisi, familiari brutalmente ammazzati o figlie e mogli sequestrati dai sanguinari miliziani.
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