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Cinque gruppi jihadisti attivi nel Sahel si sono riuniti sotto la guida di un capo tuareg

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 8 marzo 2017

In un video diffuso il 1° marzo dall’agenzia di stampa della Mauritania ANIC cinque tra i più noti jihadisti del Sahel hanno annunciato l’unificazione di diverse formazioni armate, già attive da anni nell’area. Il nuovo raggruppamento è stato chiamato: “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”.

Seduti uno accanto all’altro, nel filmato si vedono Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine – in italiano: ausiliari della religione (islamica) – operativo per lo più nel nord del Mali; Yahya Abu Al-Hammam; l’emiro della Regione del Sahara di al-Qaida au Maghreb islamique (AQMI);  Amadou Koufa, un predicatore radicale maliano, di etnia fulani, e capo del “Fronte per la liberazione di Macina” (http://www.africa-express.info/2016/08/22/14413/), legato ad Ansar Dine e attivo nel centro del Paese, Al-Hassan Al-Ansari, braccio destro dell’algerino Mokhtar Belmokhtar, del gruppo Al-Mourabitoun; e infine Abdalrahman Al-Sanhaji, detto il giudice di AQMI. Il nuovo gruppo è guidato da Iyad Ag-Ghali, alleato con al-Qaeda e i talebani afgani.

Iyad Ag Ghali, capo del nuovo  “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”
Iyad Ag Ghali, capo del nuovo “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”

Ovviamente è stata notata l’assenza di Mokhtar Belmokhtar, mandante e responsabile dei peggiori e più spettacolari attacchi nella regione, l’ultimo quello di Gao del 18 gennaio scorso, durante il quale un kamikaze ha ucciso oltre settanta persone. L’attentato è stato rivendicato da al-Mourabitoun, legato a AQIM. Il terrorista algerino è stato dato per morto più volte, ma in qualche modo è sempre “resuscitato”. Attualmente non è chiaro che fine abbia fatto. A fine novembre 2016 fonti dei servizi statunitensi avevano fatto sapere che Belmokhtar potrebbe essere stato ucciso in un raid aereo francese in Libia.

Mokhtar Belmokhtar
Mokhtar Belmokhtar

Alcuni analisti ritengono che l’alleanza sia nata per un maggiore coordinamento e per potersi espandere in territori già destabilizzati da conflitti e dove lo Stato è assente. L’AQMI è infatti presente nell’est della Libia e nel Sahel, e non ha mai nascosto la sua ambizione di volersi spingere fino in Burkina Faso. In alcune regioni Al Qaeda è spesso in competizione, se non in forte contrasto con l’ISIS, presente in Libia. Dopo gli accordi presi con i Boko Haram (http://www.africa-express.info/2015/12/02/i-boko-haram-nigeriani-scendono-in-libia-per-dar-manforte-ai-miliziani-dellisis/) l’ISIS, con l’aiuto dei terroristi nigeriani, vorrebbe conquistare il Sahel (http://www.africa-express.info/2016/02/18/12365/).

Pochi giorni dopo l’annuncio della formazione del nuovo “Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani”, ecco un nuovo attacco al centro del Mali, alla base militare di Boulikessi, al confine con il Burkina Faso, durante il quale hanno perso la vita undici soldati maliani. Secondo una fonte della sicurezza regionale, responsabile dell’attentato sarebbe il gruppo jihadista del Burkina Faso di recente formazione Ansarul Islam, legato ad Ansar Dine e guidato da Malaam Ibrahim Dicko, un predicatore burkinabé. Il materiale bellico presente alla base è stato in parte bruciato, in parte portato via dai terroristi.

Solo due giorni prima era stato ucciso il direttore di una scuola e l’abitante di un villaggio nella Provincia di Soum nel Burkina Faso, al confine con il Mali. Durante la stessa settimana sono stati attaccati alcuni edifici pubblici nella stessa provincia. Anche per questi attacchi si punta il dito contro il gruppo Ansarul Islam.

Per combattere il terrorismo che dilaga ancora nella regione, si sono incontrati a fine gennaio i capi di Stato del Burkina Faso, Mauritania, Niger, Ciad e Mali a Bamako per il G5 Sahel, al quale ha partecipato in qualità di presidente di turno dell’Unione Africana il guineano Alpha Condé. Durante il vertice i cinque leader hanno espresso la volontà di voler formare un contingente multiforza, formato da militari maliani, bukinabé, ciadiani, mauritani e nigerini. La richiesta formale sarà sottoposta da Condé all’ONU.

Presidenti di Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania al G5 Sahel
Presidenti di Ciad, Mali, Burkina Faso, Niger, Mauritania al G5 Sahel

Il presidente del Ciad, Idriss Déry, ha puntualizzato che è arrivato il momento di agire autonomamente, è necessario mettere in sicurezza le frontiere dai terroristi e dalla droga. I membri del G5 Sahel chiedono all’UE di assumere le spese per l’equipaggiamento, armamenti compresi, per il contingente multiforza che intendono creare. I cinque capi di Stato del G5 Sahel sono concordi sul fatto che la risposta militare contro il terrorismo non sia sufficiente, è necessario combattere contemporaneamente la povertà estrema.

In un certo senso è un atto di sfiducia nei confronti del caschi blu, presenti nel Paese dal 2013. La missione delle Nazioni Unite MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali) è stata decisa con la risoluzione 2100 del 25 aprile 2013 dal Consiglio di Sicurezza per sostenere il processo politico di transizione e aiutare la stabilizzazione del Mali.

Il 29 giugno 2016 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rinforzato e esteso per un altro anno il mandato di MINUSMA. Con la risoluzione 2295, adottata all’unanimità dai quindici Paesi membri, il nuovo organico sarà composto da 13.289 soldati e 1.920 ufficiali di polizia.

Inoltre Eucap Sahel Mali (European External Action Service), missione civile dell’UE con base a Bamako, ha messo a disposizione delle forze dell’ordine maliane e dei ministeri interessati, esperti in formazione e strategia per sostenere la riforma nel settore della sicurezza. La Svizzera è il primo paese non membro ad aver concluso un accordo di partecipazione con Eucap. A questo sembra essere collegato il rapimento avvenuto il 25 dicembre 2016 a Goa di un’operatrice umanitaria francese che lavorava per ong svizzera.

Già il 6 gennaio 2016, a Timbuctu, era stata rapita una missionaria svizzera (per la seconda volta, la prima volta era stata sequestrata nel 2012). Il rapimento è stato rivendicato da AQIM.

Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”. (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/).

Tale accordo ha incontrato non poche difficoltà per decollare, ma finalmente si sono riuniti a Bamako a fine gennaio i firmatari del trattato di Algeri e i ministri dei Paesi implicati nel processo di pace, in prima linea il ministro degli Affari esteri algerino, Ramtane Lamamra. In tale occasione è stata stabilita una tabella di marcia ambiziosa e fitta. Il 23 febbraio sono iniziati i pattugliamenti misti (composti da truppe dell’esercito regolare, del coordinamento dei movimento per l’Azawad “CMA” e combattenti della piattaforma di autodifesa), finalizzati alla formazione di un esercito unitario maliano a Gao, nel nord della ex colonia francese.  

Tra la fine di febbraio e l’inizio di questo mese a Kidal, Gao e Menaka sono state istituite le autorità interinali, finalizzate a ristabilire la presenza dello Stato nel nord del Paese, mentre per quanto riguarda Timbuktu e Taoudénit è stato rimandato alla prossima settimana per ragioni logistiche. Infatti non si riesce ad accordarsi sui nomi delle persone che dovrebbero essere nominati presidenti dei consigli queste Regioni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Distribuzione di cibo in Zambia: oltre 30mila si accalcano allo stadio, otto uccisi dalla calca

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Africa ExPress
Lusaka, 7 marzo 2017

Otto persone – sei donne, un uomo e un bambino – sono morte ieri, calpestate durante la calca creatasi allo Stadio Olimpic Youth Development Center di Lusaka, la capitale dello Zambia. Altre ventotto sono state ferite

Il gruppo “Lesedi seven”, che fa parte della Church of Christ aveva organizzato un raduno di preghiera allo stadio, promettendo anche la distribuzione di pacchi di cibo. All’evento sono accorse oltre trentacinque mila persone, ognuna di loro voleva ovviamente assicurarsi al meno un pezzo di pane.

Stadio di Lusaka, Zambia
Stadio di Lusaka, Zambia

Secondo Esther Mwaata Katongo, portavoce delle polizia, cinque persone sono morte sul posto, altre tre in ospedale, a causa delle gravi ferite riportate. Le forze dell’ordine hanno fermato l’evento e aperto un’inchiesta.

Il settanta per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, tra loro oltre il quaranta per cento è in stato di indigenza estrema. Lo stipendio medio annuale pro capite si aggira sui 395 dollari.

Invito per l'evento di preghiera
Invito per l’evento di preghiera

Eppure fino a non molti anni fa lo Zambia era considerato uno dei Paesi africani emergenti dal punto di vista economico. Con la caduta del prezzo del rame, di cui è il secondo produttore del continente africano, le sue entrate si sono ridotte notevolmente. La chiusure di diverse miniere ha prodotto migliaia di disoccupati. La siccità e la carenza nell’ approvvigionamento di corrente elettrica hanno avuto un ulteriore grave impatto negativo sull’economia.

L’aspettativa di vita dei zambiani è piuttosto bassa. Si colloca sui 49 anni, a causa dell’infezione da HIV / AIDS, che nel Paese assume risvoltii drammatici. Si stima che oltre il 12,9 per cento la popolazione adulta tra i 15 e i 49 anni ne sia colpita.

Attualmente lo Zambia è afflitto da una terribile siccità e di conseguenza i prezzi, specie quelli dei generi alimentari sono saliti alle stelle. Buona parte della popolazione non è più in grado di procurarsi un pasto al giorno. Alla fine dello scorso anno le coltivazioni di mais sono state attaccate dal voracissimo bruco africano, infierendo così un ulteriore colpo alla già magra produzione di questa stagione.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Per combattere i ribelli Gibuti chiede aiuto all’Etiopia che manda l’esercito

Massimo AlberizziSpeciale per Africa Express
Massimo A. Alberizzi
Milano, 5 marzo 2017

L’Etiopia è scesa in campo per aiutare il governo di Gibuti che sta tentando di fermare i ribelli del FRUD (Front pour la Restauration de l’Unité et de la Démocratie) sempre più aggressivi. La richiesta di intervento è partita dal presidente gibutino Ismail Omar Guelleh che conosce la fragilità del suo esercito, le Forces Armées Djiboutiennes. Ma la decisione del leader deve essere stata presa dopo aver sentito la Francia, il grande alleato garante dell’indipendenza della sua ex colonia.

Gibuti Auto con stemma Guelleh

La risposta di Addis Abeba non si è fatta attendere. Un buon numero di miitari dell’Ethiopian National Defense Forces si sono raggruppati alla frontiera con Gibuti il 1° marzo e due giorni dopo, il 3 marzo, otto camion carichi di soldati armati di tutto punto hanno attraversato il confine a Alayto-le-Boyna. Gli uomini del FRUD, che controllano una piccola fetta di territorio, hanno fatto sapere che non avere nessuna intenzione di sospendere igli attacchi alle guarnigioni governative.

Ismail Omar Guelleh a Parigi durante un summit per la pace in Africa nel 2013 . Feferberg/AFP
Ismail Omar Guelleh a Parigi durante un summit per la pace in Africa nel 2013 . Feferberg/AFP

Sono mesi che i dirigenti dei ribelli accusano il governo di continue violazione dei diritti umani. A Gibuti convivono due etnie entrambe di religione musulmana: i somali, che detengono il potere e l’hanno sempre detenuto, e gli afar, che sono distribuiti tra Eritrea, Etiopia e l’ex colonia francese, e hanno dato vita al FRUD.

Il presidente Guelleh, al potere dal 1999, scelto dal suo predecessore, il primo leader del Paese e suo zio, Hassan Gouled Aptidon, già membro dell’assemblea nazionale francese, e succedutogli pacificamente, sta negli ultimi mesi subendo ripetuti attacchi specie dopo il massacro del 21 dicembre 2015 quando, durante una cerimonia tradizionale a Bukdhuqo, nei dintorni della capitale, l’esercito ha sparato sui civili facendo almeno 70 morti e un numero doppio di feriti.

Dal 2010, dopo aver fatto modificare la Costituzione per consentirgli di restare al potere ben oltre il suo secondo mandato, ora è già al quarto, il presidente sta circondandosi solo di fidati consiglieri e ministri della sua famiglia. L’ultima mossa, il marito della figlia nominato ministro della Sanità. Il suo comportamento, piuttosto spregiudicato, sta creando tensioni anche all’interno del suo partito, il Rassemblement populaire pour le Progrès. Il suo gruppo detiene saldamente in mano il potere economico, il grande business, e i posti principali dell’esercito, della polizia e dell’amministrazione pubblica. Mentre il clan presidenziale si arricchisce sempre più, l’80 per cento dei gibutini vive sotto la soglia di povertà. La situazione economica disastrosa, con i prezzi alle stelle, e la repressione del regime dove l’uso della tortura è comune, hanno costretto molta gente a scegliere la via dell’esilio. In diecimila su una popolazione di ottocentomila abitanti, sono scappati in Etiopia, in Yemen e perfino in Somaliland, dove il clan al potere, issak, sono da sempre in antagonismo con quello che vive e governa a Gibuti, issa.

 L’opposizione politica è fortemente divisa e alle ultime elezioni presidenziali non è riuscita a esprimere un candidato unico, cosa che ha spianato la strada al quarto madato di Guelleh. E mentre i capi litigano in attesa di trovare un’impossibile unità per le politiche del 2018 la collera della gente verso un regime rapace aumenta e il FRUD, opposizione armata ingrossa i suoi ranghi.

Massimo A. Alberizi
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Zimbabwe: la gente è allo stremo ma Mugabe festeggia nello sfarzo il suo 93° compleanno

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 marzo 2017

Dallo scorso dicembre ad oggi nello Zimbabwe sono morte oltre duecentocinquanta persone, almeno duemila zimbabwesi hanno perso le loro case e tutto quello che avevano, altri centoventotto sono rimasti feriti per le inondazioni, causate dal cedimento di diverse dighe. Parecchie strade e altrettanti ponti sono ormai totalmente distrutti. Molte infrastrutture nel Paese sono fatiscenti e necessitano di urgenti manutenzioni, ma mancano i soldi.

Il ministro per gli Enti locali, Saviour Kasukuwere, giovedì scorso ha proclamato lo stato di calamità in tutto il Paese ed ha chiesto aiuto ai donatori internazionali, almeno cento milioni di euro per coperte, vestiti, tende e medicinali per gli sfollati. “Qui manca tutto – ha aggiunto il ministro e ha precisato: “Se non interveniamo immediatamente, molte persone potrebbero morire di polmonite o di altre malattie respiratorie acute”.

Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, durante i festeggiamenti del suo 93esimo compleanno
Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, durante i festeggiamenti del suo 93esimo compleanno

Impossibile chiedere prestiti, i finanziatori stranieri non danno più credito alla ex colonia britannica a causa dei molti impegni finanziari rimasti ancora aperti, arretrati che non sono stati corrisposti, perché il novanta per cento del budget dello Stato se ne va in stipendi.

Anche il ministro dei trasporti, Joram Gumbo, ha fatto sapere che buona parte delle strade di tutto il Paese sono ormai impraticabili, molte sono state distrutte a causa delle abbondanti piogge: “Cercheremo di mettere in sesto la viabilità in economia, chiedendo parte del denaro in prestito alle banche locali, il cinquanta per cento sarà messo a disposizione dall’Agenzia nazionale delle strade”, ha assicurato.

Ponti e strade distrutte nello Zimbabwe
Ponti e strade distrutte nello Zimbabwe

Mentre il Paese è allo stremo, il presidente Robert Mugabe, ha festeggiato il suo novantatresimo compleanno in grande stile. Un party costato quasi due milioni di dollari, con migliaia di invitati. Il vecchio leader, si è presentato alla festa con occhiali scuri, un cappello da cowboy ed un’ originale giacca multicolore con stampe della sua immagine.

La vecchia volpe ha ricoperto la carica di primo ministro del Paese dal 1980 al 1987. Mentre il 31 dicembre del 1987 è diventato presidente e non intende mollare il potere, è pronto a ricandidarsi alla prossima tornata elettorale nel 2018. Il suo partito, l’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU PF), non ha ancora designato il proprio rappresentante per le prossime elezioni. Mugabe ha dato la sua disponibilità, ma è anche pronto a ritirarsi se il partito dovesse chiederlo. In tal caso convocherà un congresso straordinario per designare il nuovo leader.

La festa si è tenuta nel Matabeleland, nell’ovest dello Zimbabwe. La torta di compleanno pesava novantatre chilogrammi, il peso dei suoi anni.

Il Paese dell’Africa australe è uno tra i più poveri al mondo e vanta anche un altre triste primato: un terzo dell’intera popolazione è affetta da infezione di HIV che ha abbassato l’aspettativa di vita a quarantatré  anni. Anche la mortalità infantile è piuttosto elevata e si attesta all’ottantuno per mille.

Mugabe è sposato con Grace Mugabe, di oltre trent’anni più giovane e a dispetto della povertà, della carestia, delle inondazioni, che affliggono la ex colonia britannica, è amante del lusso, della bella vita.

Pochi giorni dopo i festeggiamenti, l’inosinabile  leader è partito alla volta di Singapore per un check-up sanitario. Nel proprio Paese non era possibile, medici e infermieri sono in sciopero da tempo. Chiedono il pagamento di bonus arretrati. Si vocifera che Mugabe si rechi spesso a Singapore per le sue cure. Sembra sia affetto di cataratta e che da qualche tempo stia anche combattendo con un cancro alla prostata.

Vista la precaria situazione del servizio sanitario nazionale, sono stati precettati i medici dell’esercito, ma ovviamente non riescono a far fronte alle esigenze e richieste delle popolazione, già duramente provata.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Gli ambasciatori africani a Roma costituiscono un gruppo di lavoro comune

paolo sannella FrancobolloSpeciale per Africa ExPress
Paolo Sannella
Roma, 3 marzo 2017

Il 22 febbraio si è concluso con la firma di un accordo di collaborazione fra la Società Geografica Italiana ed il Gruppo degli Ambasciatori Africani accreditati in Italia e residenti a Roma un negoziato con interessanti prospettive di sviluppo. Non capita infatti di frequente che alcuni ambasciatori aderiscano in modo collettivo ad un protocollo di intesa con una Istituzione scientifica straniera per perseguire finalità proprie alla loro stessa missione diplomatica. L’accordo appena concluso si pone proprio questi obiettivi attraverso questa non comune modalità.

Gli ambasciatori africani in Italia si sono da tempo dati una struttura organizzativa unitaria per migliorare e dare maggiore coerenza ed efficacia alla loro azione. Il Gruppo così costituito è guidato dal loro Decano, attualmente l’Ambasciatore del Congo Brazzaville. Esso si articola in 5 Commissioni ( con competenza per materia: affari politici, economici, culturali, di cooperazione e di immigrazione), ciascuna guidata da un presidente e un suo vice. Il Gruppo si riunisce in plenaria di norma ogni mese per discutere di questioni e di iniziative di comune interesse, senza peraltro mai giungere prima d’ora a formalizzare posizioni esterne comuni.

23 maggio 2016. Trentotto Ambasciatori africani accreditati a Roma, hanno fatto visita al Comando generale del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera.
23 maggio 2016. Trentotto Ambasciatori africani accreditati a Roma, hanno fatto visita al Comando generale del Corpo delle Capitanerie di porto – Guardia Costiera.

Da tempo il Gruppo era alla ricerca di una modalità più permanente – dotata anche di spazi fisici adeguati – per svolgere quelle attività comuni di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica italiana sugli sviluppi del Continente e sulla sua realtà. Contatti a tal fine erano stati stabiliti in passato con l’Amministrazione comunale romana e con varie Istituzioni, senza peraltro alcun risultato e malgrado le crescenti esigenze del Gruppo di fronte allo scarso livello di informazione prevalente in Italia sulle condizioni di vita e di sviluppo dell’Africa.

L’immagine della povertà africana trasmessa da quanti cercano di finanziare interventi di assistenza umanitaria e quella della natura africana fatta di elefanti in libertà e tramonti da capogiro sembrano gli unici stereotipo che riempiono la scena informativa ma che non rendono giustizia ad un grande Continente che si affaccia con prepotenza sulla scena internazionale con la sua straordinaria crescita demografica, economica e politica.

Questo è il retroterra dell’accordo appena firmato che vede la Società Geografica ritornare – proprio mentre si prepara a celebrare il 150mo anniversario della sua fondazione – a una sua antica tradizione aprendo le porte e impegnandosi a porre la sua rete di contatti e la sua struttura a disposizione del corpo diplomatico africano per lo svolgimento della sua missione in Italia di promozione dell’immagine e dei valori delle popolazioni del continente.

Il Centro Relazioni con l’Africa della Società Geografica è adesso incaricato di preparare, d’intesa con il Gruppo degli Ambasciatori, un programma attuativo dell’Accordo per poi procedere sulla via di una più intensa e fruttuosa collaborazione. La prospettiva più ambiziosa è certamente quella di muovere in direzione della costituzione di un polo a Roma di approfondimento e di conoscenza della realtà africana contemporanea gestito con la piena collaborazione dei Paesi africani stessi e con la partecipazione delle Istituzioni scientifiche italiane che si occupano di Africa con continuità ed interesse.

Paolo Sannella
ex ambasciatore italiano in Angola e in Costa d’Avorio

Assalto alla miniera d’oro: rapiti cinque minatori (uno è francese) nel Congo-K

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Africa ExPress
Kinshasa, 2 marzo 2017

Tra martedì e mercoledì notte sono state rapite cinque persone, nella zona di Kabambare, nella provincia aurifera di Maniema, nell’est del Congo-K. La società canadese Banro, quotata nella borsa di Tokio e concessionaria della miniera d’oro a cielo aperto di Namoya, ha reso noto solo questa mattina il sequestro di tre minatori congolesi, uno tanzaniano e uno di cittadinanza francese. Le cinque persone sarebbero state portate via con la forza da un gruppo di uomini armati.

Già in passato la società ha avuto problemi con minatori illegali e gruppi di miliziani. Il mese scorso una banda di ladri armati ha attaccato un’altra loro miniera a Twangiza, nella Provincia del Sud Kivu. Furono uccisi tre poliziotti.

Miniera d'oro della Banro a Namoya, nel Congo-K
Miniera d’oro della Banro a Namoya, nel Congo-K

Il ministero degli Esteri francese ha confermato il rapimento del loro concittadino e in un breve comunicato ha puntualizzato che il Quai d’Orsay allo stato attuale non è in grado di dare informazioni sull’identità dei sequestratori e ha aggiunto: “Insieme alle autorità congolesi stiamo cercando di fare luce su questi gravi fatti per ottenere quanto prima la liberazione del nostro connazionale”.

La situazione nella ex colonia belga è particolarmente fragile. Le continue repressioni del governo e le violenze esercitate dalle forze dell’ordine contro i dissidenti sono segno della profonda crisi politica che affligge e abbraccia tutto il Paese (http://www.africa-express.info/2017/02/24/congo-k-lesercito-reprime-nel-sangue-le-proteste-della-popolazione-contro-kabila/).

Africa ExPress

Congo-Brazzaville: il pugno duro del regime colpisce dissidenti e oppositori

Africa ExPress
Brazzaville, 1° marzo 2017

L’Osservatorio congolese per i diritti umani (OCDH) ha pubblicato ieri il suo rapporto del 2016 sulla situazione in Congo-Brazzaville. Arresti extragiudiziali, sparizioni forzate, torture sono in forte aumento nella ex colonia francese, governata con pugno ferreo da Denis Sassou Nguesso dal 1997. In precedenza Sassou Nguesso aveva occupato la stessa poltrona dal 1979 al 1992 come colonello, era a capo del partito unico di ispirazione marxista-leninista. Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il Paese si è spostato verso un sistema multipartitico e Sassou Nguesso ha perso il potere nel 1992 da Pascal Lissouba, eletto da una consultazione libera. Nel 1997 la vecchia volpe dopo aver scatenato una guerra civile e aver caco ciao col suo rivale riesce a farsi rieleggere, truccando il voto. Da allora comanda indisturbato.

Le violazioni dei diritti umani nel Paese sono all’ordine del giorno, spiega l’OCDH nel suo rapporto, dal quale si evince che la politica del governo è orientata verso il totale disprezzo dei diritti fondamentali e il totale annientamento degli equilibri dei poteri. Questa situazione perdura da tempo e a tutt’oggi non si intravvede alcun spiraglio di miglioramento.

Denis Sassou Nguesso, Presidente del Congo-B
Denis Sassou Nguesso, Presidente del Congo-B

Lo stato attuale è caratterizzato da un’evidente crescita dei reati di tortura, confisca delle libertà fondamentali, assassini, sparizioni forzate, strumentalizzazione delle giustizia, violenze contro le donne, licenziamenti abusivi, disoccupazione giovanile, espulsioni forzate, arresti e detenzioni arbitrari, stigmatizzazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo, emarginazione delle comunità locali e autoctone, attacchi contro la stampa, un forte aumento dei prigionieri d’opinione, condizioni detentive pessime, uso eccessivo della forza, intimidazioni nei confronti degli attivisti dei diritti umani, e altro.

Anche le ultime elezioni presidenziali, svoltesi nel 2016, sono state ampiamente contestate e il processo elettorale non rispecchiava in alcun modo le più elementari regolo democratiche: pubblicazione dei risultati elettorali in piena notte, totale black-out dei media durante la diffusione dell’esito dello spoglio, interruzione di internet e dei social network, intimidazioni alla stampa internazionale. Infine, due candidati dell’opposizione alle presidenziali sono stati arrestati con accuse varie. Qualsiasi contestazione viene risolta con minacce fisiche o azioni giudiziarie. Il numero dei prigionieri politici non è mai stato così elevato come ora.

Il presidente del Congo Brazzaville, Denis Sassu Nguesso, durante un'intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi
Il presidente del Congo Brazzaville, Denis Sassu Nguesso, durante un’intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi

Il Département du Pool vive una situazione a dir poco terribile. Villaggi interi sono stati incendiati e le testimonianze raccolte sono senza appello: una catastrofe umanitaria “a porte chiuse”: nessuna organizzazione indipendente ha ricevuto l’autorizzazione di recarsi sul posto per rilevare l’effettiva situazione dei diritti umani nelle aree maggiormente colpite. D’altronde anche qui le autorità hanno adottato la politica della repressione nei confronti degli oppositori.

Anche l’indipendenza della giustizia è messa a dura prova nel Paese. I magistrati sono condizionati e spesso pagati per occultare la verità, uccidendo così giustizia e legge. L’impunità per chi viola i diritti umani è diventata la regola, a beneficio di chi rappresenta lo Stato. La magistratura congolese è rimasta notevolmente in dietro per quanto riguarda lo spirito e gli ideali della Dichiarazione universale dei diritti umani.

A livello istituzionale non giunge nessun messaggio positivo da parte dei garanti della Costituzione. Inoltre, le violenze politiche non fanno altro che rinforzare le divisioni etniche.

L’OCDH nel suo rapporto ha descritto una situazione a dir poco allarmante. Una polveriera pronta ad esplodere. La Repubblica del Congo conta poco più di 4,5 milioni di abitanti, il guadagno annuo si aggira sui 485 dollari pro capite.

Africa ExPress

Sudan, accordo sui migranti: Europa e Italia complici delle violazioni dei diritti umani

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 febbraio 2017

Qualche giorno fa un gruppo di richiedenti asilo, per lo più etiopi e qualche eritreo, ha manifestato pacificamente a Karthoum, la capitale del Sudan, contro gli aumenti esponenziali degli oneri amministrativi per i visti.

Per tutta risposta ai sessantacinque giovani è stata inflitta una pena di quaranta frustate ed una multa di ottocento dollari. Secondo alcuni testimoni oculari, i ragazzi sono stati attaccati violentemente dalla polizia durante la loro protesta assolutamente pacifica. Quaranta etiopi sono stati rimpatriati immediatamente.

Migranti arrestati e deportati dal governo sudanese
Migranti arrestati e deportati dal governo sudanese

E’ andato un po’ meglio ad un gruppo di sei eritrei. Due donne e quattro uomini hanno camminato per tre giorni interi, dopo essere riusciti a liberarsi da un trafficante, quando sono stati fermati da soldati sudanesi ad una ventina di chilometri da Karthoum. I militari hanno minacciato di portarli davanti ad un Tribunale, e ciò significa deportazione immediata, ritornare in Eritrea, nel Paese dal quale erano appena scappati. Le autorità eritree li avrebbero buttati senza esitazioni in una lurida galera per un periodo indeterminato e probabilmente anche torturati. Ma grazie all’immediato intervento di un avvocato, i giovani sono stati liberati, dopo il pagamento di una multa di duecento dollari a testa.

Secondo gli attivisti per i diritti umani, i migranti, in particolari gli eritrei, sono una fonte di guadagno per le forze dell’ordine sudanesi. Grazie alle multe estorte ai questi poveracci, portano a casa un secondo stipendio.

Ma altri non sono stati così fortunati. Un folto gruppo di eritrei è stato arrestato qualche mese fa e portato nella prigione di Huda a Karthoum. Quattro di loro sono stati rimpatriati. E, ovviamente,si sono perse le tracce. Non si è più saputo nulla. Staranno marcendo in una delle tante galere di Isais Afwerki, presidente dell’Eritrea.

Il governo sudanese non è mai stato molto tollerante con i richiedenti asilo e i migranti, ma da quando  l’Unione Europea e l’Italia hanno promesso ad Omar al Bashir, il presidente del Sudan ricercato dal tribunale penale internazionale per crimini contro l’umanità commessi in Darfur, somme consistenti (cento milioni di euro) per il controllo delle frontiere per arginare il flusso di coloro che fuggono, la condotta delle forze dell’ordine nei confronti dei profughi si è inasprita.
(http://www.africa-express.info/2016/09/05/sudan-nella-guerra-contro-i-migranti-litalia-finanzia-e-aiuta-i-janjaweed/). Dopo questa denuncia di Africa ExPress, venticinque europarlamentari, guidati da Barbara Spinelli, hanno scritto a Roma per ulteriori chiarimenti.( http://www.africa-express.info/2016/10/28/i-finanziamenti-italiani-e-europei-agli-stupratori-sudanesi-gli-eurodeputati-scrivono-al-governo-di-roma/).

Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir
Il presidente del Sudan, Omar al-Bashir

E giustamente, alcuni europarlamentari cominciano a porsi delle domande sul finanziamento concesso a Khartoum, come Barbara Lochbihler, vicepresidente della Sottocommissione per i diritti dell’uomo e Judith Sargentini, membro sostituto della Commissione per lo sviluppo e della sottocommissione per i diritti dell’uomo. La Lochbihler ritiene che l’UE dovrebbe aprire immediatamente un’inchiesta su come si sono svolti i fatti durante la manifestazione pacifica di qualche giorno fa. “Invece di migliorare la gestione migratoria, si rischia di diventare complici nella violazione dei diritti umani e in tal caso bisogna abbandonare immediatamente il progetto”, ha sottolineato la Lochbihler.

Mentre la Sergentini, che ha promesso un’interrogazione parlamentare, ha precisato: “Non sembra che il controllo delle frontiere funzioni molto bene. Immagino che al-Bashir sia convinto di avere un maggior margine d’azione grazie ai finanziamenti europei. Non possiamo legittimare questo comportamento dei sudanesi”.

Ma non dimentichiamoci che lo scorso dicembre l’allora ministro Esteri, Paolo Gentiloni, ha ricevuto il suo omologo sudanese, Ibrahim A. Ghandour, a Roma, promettendogli di voler incrementare la cooperazione con il suo governo (http://www.africa-express.info/2016/12/04/gentiloni-incontra-ministro-degli-esteri-sudanese-roma-e-promette-maggiori-aiuti-contro-migranti/).

Ovviamente l’UE nega che il finanziamento concesso all’ex protettorato anglo-egiziano sia destinato alle sue forze dell’ordine, come la Rapid Support Forces (RSF), composta essenzialmente da miliziani  conosciuti con il nome di Janjaweed, che controllano in particolare la frontiera con la Libia. Il loro capo, Mohamed Hamdan Dagl, (detto Hametti)  ha avuto la faccia tosta di chiedere all’Europa di rinnovare il parco macchine e le armi dei suoi uomini, perché avrebbe respinto ventimila migranti. “Combattiamo gli immigrati illegali a nome dell’Europa, se il nostro lavoro non viene apprezzato, apriamo il deserto ai migranti”, ha minacciato  l’anno scorso lo stesso Hametti.

Ma nel caso specifico degli etiopi deportati la scorsa settimana non c’entra l’RSF. I giovani erano per lo più oromo, che scappavano da oppressione etnica e politica. Sono stati arrestati e deportati dalla polizia, non dall’RSF. Sono stati espulsi grazie alla sentenza di un giudice di un tribunale sudanese. Uno degli avvocati della difesa ha voluto precisare che il processo non si è svolto in modo molto corretto, certamente non secondo gli standard europei. Ai giovani non è stata data la possibilità di ricorrere in appello.

naufragio di un barcone nel Mediterraneo
naufragio di un barcone nel Mediterraneo

Il Sudan è uno dei Paesi di maggior transito per i migranti. Si suppone che nei primi undici mesi dello scorso anno trentamila persone siano transitate da qui, per raggiungere i porti della Libia per poi proseguire verso le nostre coste. Attualmente nel Paese sarebbero presenti oltre cinquecentomila tra eritrei, etiopi e somali.

Il tema migrazione è al centro della politica europea da tempo. Si cerca di arginare in tutti modi il flusso delle persone che scappano da repressione, guerra, fame. Spesso i singoli Paesi e la stessa Unione, quando stringono alleanze con dittatori africani, come al-Bashir, non tengono conto dei diritti umani, che in passato invece hanno sempre difeso strenuamente. Attenzione, così facendo, i principi fondanti che tengono assieme il vecchio continente potrebbero naufragare insieme ai migranti che non hanno saputo proteggere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Lotta tra poveri: si scatena a Pretoria la rabbia dei sudafricani contro i migranti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 27 febbraio 2017

“La marcia dell’odio” così ha definito la Mandela Fundation la manifestazione xenofoba che si è svolta venerdì scorso a Pretoria, la capitale del Sudafrica, puntando il dito contro le autorità per aver autorizzato la dimostrazione contro gli immigrati.

La polizia è intervenuta con granate di stordimento, proiettili di gomma e idranti per disperdere i dimostranti e tenerli lontani dai cittadini stranieri. Le forze dell’ordine hanno arrestato centotrentasei persone. Armati di bastoni o sbarre tubolari, i manifestanti si sono diretti verso il ministero degli Esteri a Pretoria, dove hanno consegnato una petizione. I partecipanti, infuriati, hanno chiesto al governo di insegnare l’educazione agli immigrati, in particolare a quelli di origine nigeriana. “Sono arroganti, non sanno parlare con la gente”, è stato specificato nel documento.

marcia anti migranti a Pretoria, Sudafrica
marcia anti migranti a Pretoria, Sudafrica

La rabbia dei sudafricani affonda le sue radici nella forte disoccupazione, che ha raggiunto ormai quota venticinque per cento. Ovviamente la popolazione teme che gli stranieri possano rubare il lavoro; dunque anche qui in Sudafrica l’immigrato è il capro espiatorio del malessere generale. Le violenze nei confronti degli stranieri durano da tempo. Anche nel 2015 ci fu un’ondata di xenofobia piuttosto preoccupante (http://www.africa-express.info/2015/04/17/ondata-xenofoba-sudafrica-e-boko-haram-minaccia-uccideremo-sudafricani-nigeria/) e diversi governi africani avevano rimpatriato i propri cittadini.

La recente ondata xenofoba è scoppiata all’inizio del mese: una decina di giorni fa, nel quartiere Pretoria ovest, alcuni residenti hanno incendiato alcune abitazioni di cittadini stranieri, perché convinti che venissero utilizzati come bordelli o utilizzate dai trafficanti di droga come deposito. La settimana precedente almeno dieci case sono state bruciate per lo stesso motivo a Rosettenville, a sud di Johannesburg.

Le persone che hanno subito le violenze lamentano che la polizia non sia intervenuta mentre gruppi di sudafricani saccheggiavano e/o incendiavano le loro case. L’African Diaspora Forum (ADF) ha chiesto al governo di mettere un freno alle dichiarazioni che criminalizzano gli stranieri.

Jacob Zuma, presidente del Sudafrica
Jacob Zuma, presidente del Sudafrica

Jacob Zuma, presidente della ex colonia britannica ha richiamato la popolazione, sottolineando che i crimini non vengono commessi solamente da cittadini stranieri, e ha aggiunto: “Ma non possiamo ignorare che droga, prostituzione e traffico di esseri umani vengono spesso gestiti da cittadini non sudafricani”.  Secondo Zuma il Sudafrica non è xenofobo. La gente è semplicemente stufa dei crimini.

Johnson Adeke, portavoce dell’ADF, ha evidenziato che i cittadini stranieri sono stati criminalizzati dalle autorità che avrebbero dovuto proteggerli. Adeke ha precisato che i disordini sono iniziati dopo l’affermazione del sindaco di Johannesburg, Herman Mashaba, che avrebbe mandato via tutti i migranti illegali dalla città. Il portavoce di ADF ha anche chiarito che a Rosettenville le persone accusate di essere trafficanti di droga o proprietari di bordelli non erano tutti stranieri. Tra le case incendiate c’erano anche diverse di proprietà di cittadini sudafricani.

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David Makhura, primo ministro del Gauteng, una delle dodici Province del Sudafrica, ha suggerito il calcio come “medicina” contro il razzismo. Ieri ha inaugurato il torneo di calcio “Social Cohesion Games”, che vede coinvolti settecentosessantotto giocatori di sessantaquattro squadre. In un comunicato Makhura ha voluto sottolineare che anche un piccolo torneo provinciale può aiutare ad unire le persone e ha definito la recente ondata di xenofobia come atti di violenza senza senso. E ha aggiunto: “Non possiamo permettere che stranieri vengano uccisi o mandati via, come è successo in passato. Queste cose non si devono ripetere”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il flusso di migranti va regolato: da un convegno a Como una proposta in 7 punti

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Speciale per Africa ExPress
Paolo Sannella
Como, 26 febbraio 2017

La scorsa settimana Como, che era stato teatro di un grave episodio di disagio sociale a seguito della chiusura della frontiera svizzera e il rifiuto delle Autorità elvetiche di consentire il transito sul suo territorio ad alcune centinaia di immigrati, ha dedicato una intensa mattina di riflessione a questo problema con la partecipazione di personalità del mondo politico, accademico e della società civile.

Ammassati 2

Il Convegno si è aperto con alcuni dati significativi sulla tumultuosa crescita demografica africana, posti quindi a confronto con la decrescita della popolazione europea, ed in particolare di quella italiana. Si è ricordato che, al netto dei flussi migratori, si prevede per la popolazione italiana un ulteriore aggravarsi della tendenza attuale ed un vero e proprio tracollo nei prossimi anni con conseguenze molto pesanti sulla sua cultura, sull’economia e sulla sostenibilità di molti degli essenziali servizi di assistenza e di welfare.

Concorde però il convincimento di tutti i partecipanti sul fatto che di fronte alle dimensioni di un fenomeno in crescita e che potrebbe assumere proporzioni enormi e senza precedenti come appare essere quello delle emigrazioni dall’Africa occorra prendere provvedimenti adeguati ed urgenti per la sua corretta gestione, e cioè per recuperarne gli apporti positivi e limitarne le conseguenze negative.

Ammassati 1

Esigenza cioè di una politica coerente, intelligente e di ampio respiro le cui caratteristiche fondamentali sono state riassunte in un documento in sette punti trasmesso al termine dei lavori alla maggiori Autorità italiane, africane ed europee.

Ancoraggi forti dell’intero dibattito, espressi nei sei punti del documento riassuntivo delle sue conclusioni, sono stati essenzialmente due. Si è ritenuto innanzitutto velleitario affrontare il problema “da soli”, e cioè da parte dei singoli Stati o addirittura delle singole Comunità locali. Occorre una azione coordinata a livello internazionale che veda decisioni congiunte dei Paesi di origine dei maggiori flussi migratori e dei Paesi di destinazione che dovrebbero essere chiamati a far parte di strutture integrate che raccolgano le diverse competenze ed i diversi attori sulla base di un’analisi approfondita dei numerosi interessi e delle prospettive in gioco.

In secondo luogo è emersa con chiarezza la necessità di politiche che affrontino entrambe le maggiori criticità del fenomeno, e cioè non solo quella degli interventi nei Paesi di origine intesi a frenare alla partenza i flussi migratori ma anche e soprattutto quella delle politiche da adottare nei Paesi di destinazione per una inclusione senza scosse degli immigrati nei rispettivi ambiti culturali ed economici.

barcone inclinato un po'

Su questi ampi scenari il Convegno si è limitato ad indicare l’esigenza di nuove e più efficaci politiche di cooperazione euro/africana e di uno straordinario sforzo di previsione e di inquadramento di quel nuovo mondo – multiculturale ma pacifico e di progresso – che potrebbe nascere dalla spinta di questi straordinari fattori di cambiamento che sono i movimenti migratori senza cadere nel pessimismo alla Onfray dell’inevitabile “decadenza” dell’Europa e della sua civiltà e senza d’altra parte cadere nell’insostenibile “mito” delle frontiere a protezione di un mondo che – lasciato a sé stesso – invecchia e sembra condannato ad esaurirsi.

Paolo Sannella
ex ambasciatore italiano in Costa d’Avorio

 

– Strategie per un mondo nuovo: prospettive di gestione dei flussi migratori provenienti dall’Africa –

Como – Teatro Sociale – sabato 18 febbraio 2017

DOCUMENTO FINALE

Il 18 febbraio 2017, si è tenuta a Como la Conferenza “Strategie per un mondo nuovo: prospettive di gestione dei flussi migratori provenienti dall’Africa”, organizzata dal Centro Relazioni con l’Africa della Società Geografica Italiana, dall’Università degli Studi dell’Insubria, dall’Università degli Studi di Pavia, dall’Università degli Studi di Sassari e dal suo Nucleo Ricerca Desertificazione (NRD), dal Coordinamento Comasco per la Pace e dall’Associazione del Volontariato Comasco – Centro Servizi per il Volontariato (CSV) di Como.

L’iniziativa che ha beneficiato della partecipazione di Onorevoli rappresentanti del Parlamento della Repubblica Italiana e del Parlamento dell’Unione Europea, del Prefetto e del Sindaco della Città di Como, del patrocinio del Comune e dell’adesione di numerose e attive associazioni cittadine, è nata dall’esperienza maturata dalla Città di Como nella gestione del crescente flusso di migranti, in prevalenza di origine africana, respinti alla frontiera elvetica.

La Conferenza di Como, preso atto della trasformazione del fenomeno migratorio da evento emergenziale in elemento strutturale dell’epoca attuale, ha elaborato un documento finale capace, se attuato, di contribuire alla gestione dei flussi migratori provenienti dall’Africa.

Di seguito gli indirizzi finali emersi dai lavori di Como:

1 Le prospettive in crescita dei flussi migratori dall’Africa verso l’Europa richiedono la collaborazione e la stretta concertazione fra Istituzioni africane ed europee. Nessun Paese da solo può immaginare di affrontare quello che appare essere uno dei maggiori elementi di trasformazione della società contemporanea. Occorre agire in fretta e accompagnare con determinazione – in Europa come in Africa – un fenomeno che rischia altrimenti di travolgere non solo la nostra amicizia ma il fondamento stesso della nostra comune cultura e civiltà.

2 È necessario procedere alla costituzione in tempi rapidi di una struttura euro-africana di coordinamento per la gestione congiunta della situazione. In attesa, l’Italia dovrebbe procedere all’istituzione di una analoga struttura che – sempre con la collaborazione e partecipazione di rappresentanti di Istituzioni africane – coordini le competenze e le attività attualmente distribuite fra diverse Istituzioni, favorendo in tal modo la coerenza degli approcci, delle modalità di intervento e degli strumenti operativi.

3 Per sostenere la creazione di posti di lavoro nei Paesi africani – maggiore elemento di una politica di contenimento dell’espansione dei flussi migratori – occorre favorire l’attuazione di un “Fondo Speciale” di grandi dimensioni a livello europeo – ma in stretta correlazione con analoghi fondi nazionali – destinato a finanziare lo sviluppo mediante interventi diretti alla creazione di posti di lavoro e alla formazione giovanile in Africa.

4 L’afflusso indiscriminato di emigranti economici va scoraggiato mediante misure energiche contro i trafficanti e mediante accurate campagne di informazione nei Paesi di provenienza che collaboreranno all’applicazione dei provvedimenti di accoglienza e reinserimento degli immigrati respinti.

5 L’accoglienza degli immigrati necessari alla sostenibilità delle economie europee e delle nostre società deve garantire processi inclusivi non basati su principi di assistenzialismo ma sul rispetto di regole comuni e delle diversità culturali. Un lavoro congiunto e innovativo deve essere svolto – anche con il concorso degli enti di ricerca – per dare nuovo slancio ed efficacia alle politiche e attività di accoglienza e integrazione.

6 Il pieno e rapido inserimento degli immigrati regolarmente residenti in attività lavorative è la chiave per una positiva politica di inclusione. Essa deve essere però accompagnata da provvedimenti per la distribuzione degli immigrati nel tessuto sociale dei Paesi di accoglimento, evitando la creazione di ghetti o di separazioni artificiali.

7 Occorrerà inserire nei programmi scolastici della scuola dell’obbligo adeguati riferimenti alle culture di origine delle comunità immigrate maggiormente presenti sul territorio e con una visione sempre più aperta alla comprensione delle diversità e affinità culturali.