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Rapito in Ciad al confine con il Darfur impiegato francese di società mineraria

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 marzo 2017

Il ministero degli Esteri francese ha confermato il rapimento di un cittadino francese nel Ciad. Le generalità dell’uomo non sono state ancora rese note. Secondo, l’emittente radio francese, Europe 1,  l’uomo, sulla sessantina, sarebbe un impiegato di una società mineraria. E’ stato rapito mentre trasportava i salari per i dipendenti dell’impresa a sud di Abéché, città nell’est della ex colonia francese, non lontana dal confine con il Sudan.

Una fonte militare ciadiana ha reso noto che l’uomo è stato sequestrato giovedì mattina molto presto ed  è stato portato via da un gruppo di uomini armati, arrivati sul luogo con un pick up e delle moto. La stessa fonte ammette che per il momento non si sa ancora nulla dei rapitori, ma assicura che le ricerche sono in corso e che sono stati attivati tutti i mezzi per ottenere la sua liberazione.

Ciad
Ciad

Nel 2009 è stato sequestrato un altro cittadino francese, l’agronomo Laurent Meurice, che all’epoca si trovava in missione per il Comitato internazionale della Croce (CICR) nell’est del Ciad.  Meurice è stato rilasciato dopo tre mesi. Il sequestro era stato rivendicato dalle “Aquile di liberazione dell’Africa” un gruppo ribelle sudanese nel Darfur, poco conosciuto.

Il Darfur, provincia del Sudan, che confina con il Ciad, uno dei principali alleati della Francia nella lotta contro il terrorismo, è devastato dalla guerriglia cominciata nel 2003 e ancora in atto, sebbene ufficialmente viga una tregua. Il quartiere generale della missione antiterrorista Barkhane si trova a N’Djamena, la capitale della ex colonia francese. L’operazione Barkhane comprende quattromila militari francesi ed è stata istituita nel febbraio 2014 per sostenere le forze armate dei Paesi del Sahel (Niger, Ciad, Mauritania, Burkina Faso e Mali) nella lotta per contrastare i gruppi armati e di impedire che si formino nuove roccaforti terroriste nella regione.

Operazione Barkhane nel Sahel
Operazione Barkhane nel Sahel

All’inizio dell’anno la ex colonia francese ha chiuso le frontiere con la Libia. Principalmente per timore di infiltrazioni jihadiste, ma anche per impedire che ciadiani e profughi provenienti da altri Paesi possano raggiungere i porti libici, per imbarcarsi alla volta delle nostre coste. Recentemente è stato riaperto un punto di passaggio a Wour. Ahmat Bachir, ministro per la Pubblica sicurezza ciadiana ha precisato che tale misura si è resa necessaria per questioni umanitarie e perchè molti ciadiani stanno cercando di rientrare nel Paese. “Comunque abbiamo preso tutte le misure necessarie per la messa in sicurezza dei millequattrocento chilometri di confine con la Libia”, ha aggiunto il ministro.

Lo scorso ottobre Idriss Déby, presidente del Ciad, è stato ricevuto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel a Berlino. Durante la visita la Merkel ha promesso consistenti aiuti al presidente in cambio del controllo delle sue frontiere. Altri sostegni sono stati promessi per il gran numero di rifugiati, provenienti da Darfur, Repubblica centrafricana, Niger, Nigeria, che si trovano nella ex colonia francese (http://www.africa-express.info/2016/10/13/etiopia-merkel-incontra-premier-a-berlino-presidente-del-ciad-e-buhari-domani/).

Idriss Déby, presidente del Ciad e Angela Merkel, cancelliera tedesca
Idriss Déby, presidente del Ciad e Angela Merkel, cancelliera tedesca

Attualmente altri due francesi sono tenuti come ostaggi in Africa. Lo scorso dicembre è stata rapita una donna a Gao, nel Mali. Sophie Pétronin era direttrice di un’associazione umanitaria svizzera (http://www.africa-express.info/2016/12/26/mali-rapita-operatrice-umanitaria-francese-mentre-salta-laccordo-su-rimpatri-forzati-dalla-ue/). Finora nessun gruppo ha rivendicato il suo sequestro.

All’inizio di questo mese, invece, è stato rapito un minatore transalpino nel Congo-K, insieme ad altri tre colleghi congolesi ed uno tanzaniano (http://www.africa-express.info/2017/03/03/rapiti-cinque-minatori-nel-congo-k-tra-loro-un-cittadino-francese/).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Motivi di sicurezza: il governo del Camerun espelle oltre 2500 rifugiati nigeriani

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 marzo 2017

Dall’inizio dell’anno il governo del Camerun ha rimpatriato oltre due mila rifugiati nigeriani, che erano fuggiti dai continui attacchi dei sanguinari Boko Haram.

L’allarme è stato lanciato da Babar Baloch, un portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), durante una conferenza stampa a Ginevra. “Finora sono stati deportati duemilaseicento persone. Sono stati scaricati dai soldati camerunensi in villaggi nigeriani, vicino alla frontiera”. ha specificato Baloch, molti si trovano ora a Banki, un campo per sfollati.

Rifugiate nigeriane in Camerun
Rifugiate nigeriane in Camerun

Secondo le testimonianze del personale dell’UNHCR, i profughi sono stati costretti dalle truppe a lasciare il Paese in fretta e furia, senza dare loro il tempo di raccogliere i poveri averi, una ricchezza immensa per chi non ha nulla. Il portavoce ha sottolineato che tale comportamento non rispetta in alcun modo il diritto internazionale.

Sembra che i rimpatri vengano effettuati per motivi di sicurezza, eppure all’inizio del mese Nigeria, Camerun e l’UNHCR avevano siglato un accordo nel quale veniva specificato: “Il ritorno dei rifugiati deve essere assolutamente volontario”.
Ovviamente il governo di Yaoundé respinge tutte le accuse e ha dichiarato che i nigeriani sono partiti di loro spontanea volontà. Ma come si spiega allora che tra i deportati ci siano anche diciasette camerunensi? Sono stati espulsi per errore, ma intanto anche loro si trovano a Banki.

Baloch ha riferito che l’espulsione è stato un vero e proprio caos. Alcune mamme hanno dovuto lasciare i loro figli nel Camerun, tra loro anche una bimba di soli tre anni.

Crisi alimentare nel nord-est della Nigeria
Crisi alimentare nel nord-est della Nigeria

Secondo l’ONU, i territori camerunensi confinanti con la Nigeria ospitano oltre ottantacinquemila rifugiati; rimandarli a casa ora, rappresenta un atto disumano, perchè nel nord est della ex colonia britannica centinaia di migliaia di nigeriani sono ancora allo stremo. Quasi impossibile per le organizzazioni umanitarie raggiungere queste persone, perché, secondo Medici Senza Frontiere (MSF) sono intrappolate tra i sanguinari militanti e le operazioni controinsurrezionali dell’esercito. Moltissimi sono coloro che sono rimasti senza cibo e lavoro. Quei pochi che riescono a raggiungere i centri medici sono esausti dalle continue violenze che subiscono da entrambe le parti: Boko Haram e forze armate. Più o meno ottocentomila persone che, che vivono nei pressi della capitale del Borno State, Maiduguri, non hanno accesso ad alcun servizio sanitario. Circa un quarto di loro è ospitato in campi per sfollati, gli altri sono stati raggruppati in piccole città, ma non godono della libertà di movimento e non possono seminare i campi. Non hanno mezzi di sussistenza. MSF ha sottolineato che in alcune parti del Borno State la situazione è migliorata dopo l’appello di sei mesi fa. Ma servono ulteriori finanziamenti e indispensabile ricordare che la popolazione necessità di protezione; dietro questo conflitto ci sono obiettivi politici e militari che molto spesso hanno poco riguardo nei confronti della popolazione civile.

Basti pensare che a gennaio, durante un raid aereo dell’aeronautica nigeriana, è stato bombardato un campo per sfollati, che ha ucciso centocinquanta persone, altrettante sono state ferite, alcuni di loro in modo grave e permanente.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Bolloré (Vivendi): assalto all’Africa e all’Italia

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 marzo 2017


Se in Francia Vincent Bolloré
(il proprietario di Vivendi che vuole acquistare Mediaset http://www.africa-express.info/2017/03/15/bollore-luomo-che-vuole-comprare-mediaset-il-paperone-africa-neocolonialista-o-benefattore/) è più che famoso, in Italia è noto più che altro nel mondo della finanza. Il grande pubblico ha visto i riflettori accesi su di lui nel 2007, grazie a Nicolas Sarkozy, appena insediato alla presidenza della repubblica francese.

Paloma, lo yacht di Vincent Bolloré
Paloma, lo yacht di Vincent Bolloré

Tutti i media hanno mostrato le immagini del jet privato di Bolloré messo a disposizione di Sarkozy e Carlà fino a Malta, e soprattutto della vacanza offerta alla coppia presidenziale nelle acque limpide del Mediterraneo a bordo del Paloma, yacht di 60 metri del miliardario bretone.

Nel 2001 il gruppo Bolloré, attraverso Delmas, acquisisce l’80 per cento e prende il controllo della Linea-Setramar, compagnia marittima italiana con sede a Ravenna. Nel 2002 entra nel capitale della banca d’affari Mediobanca e oggi è il primo socio privato.

Torna in prima pagina quando a ottobre scorso ha inaugurato Bluetorino, la rete di auto elettriche Bluecar del capoluogo piemontese con 100 colonnine di ricarica e 70 auto. Entro il 2017 sono previste 400 auto e 700 colonnine in 212 stazioni di ricarica. Una rete presente anche a Parigi, Lione, Bordeaux e a Indianapolis, negli Stati Uniti.

vivendi
È invece del dicembre scorso
l’assalto di Vivendi a Mediaset che ha mandato in bestia Berlusconi e Confalonieri. L’ex cavaliere (in realtà non è ex perché non si è mai dimesso, né è stato allontanato, ma ha soltanto lasciato l’associazione che riunisce i cavalieri) e il presidente di Mediaset hanno accusato Bolloré di aver fatto crollare i titoli del Biscione per riprendere la scalata comprando le azioni a “prezzo di saldo”.

Per il momento il miliardario francese è indagato per aggiotaggio. Nel mentre il gruppo Bolloré dice di essere stato imbrogliato mentre Mediaset accusa Vivendi di aver fatto una scalata ostile. Se il tentativo di Vivendi è vero, l’atteggiamento di monsieur Balloré assomiglia più a quello uno squalo che a un businessman.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Guarda anche:

Bolloré (Vivendi) il francese Paperone africano che vuole comprare Mediaset

Vincent Bolloré
Vincent Bolloré

Ecco i nuovo governo del Ghana: centodieci persone tra ministri e vice

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Africa ExPress
Accra, 20 marzo 2017

Nana Akufo-Addo, il nuovo presidente del Ghana, eletto all’inizio di quest’anno, ha presentato il suo nuovo governo in questi giorni: comprende centodieci persone tra capi di dicastero e vice ministri.

All’opposizione, che ha criticato non tanto la scelta, bensì il grande numero dei componenti del nuovo governo, il presidente ha risposto che è stato un investimento necessario. Eppure durante la campagna elettorale Akufo-Ado aveva promesso che avrebbe tagliato le spese, gli sprechi, in particolare quelli della pubblica amministrazione e del governo.

Il presidente del Ghana, Nana Addo-Akufo
Il presidente del Ghana, Nana Addo-Akufo

La scorsa settimana il presidente della ex colonia britannica ha dato mandato ad altri quattro nuovi capi di dicastero, in aggiunta ai cinquantasei già esistenti e ha designato cinquanta nuovi vice-ministri. Non si è mai visto un esecutivo di queste dimensioni dall’entrata in vigore della nuova Costituzione del 1992.

Akufo-Ado ha sottolineato che il nuovo governo dovrebbe portare ad una rapida trasformazione del Paese, giustificando così le infinite nomine durante un’intervista televisiva. “Un investimento necessario, i ministri vengono a lavorare, non stanno andando in vacanza”, ha aggiunto il presidente.

Haruna Iddrisu, leader del partito all’opposizione in Parlamento, il National Democratic Congress (NDC), ha fortemente criticato le scelte di Akufo-Ado, che è stato eletto proprio per aver promesso di un netto taglio alle spese del governo e di voler combattere la corruzione. “Ora dobbiamo confrontarci con un governo extra-large e il nostro nuovo Capo di Stato si è dimostrato di essere più un politico che un presidente”, ha evidenziato Iddrisu.

Secondo il nuovo trend, il dicastero dell’Agricoltura ora dispone di un ministro, di un sottosegretario di Stato e di tre vice ministri. Coloro che coprono le alte cariche di Stato ricevono uno stipendio mensile di quattromila dollari, hanno a disposizione due macchine, compresa la benzina, una casa, protezione personale e godono di altre agevolazioni.

Il Ghana ha una popolazione di 27 milioni di abitanti. Fino al 2014 è stato uno dei Paesi emergenti dell’Africa. L’economia, assai dinamica, ha avuto un arresto dopo un deficit fiscale.

Nana Akomea, portavoce del governo, ha fatto sapere che le critiche cesseranno, quando la popolazione e l’opposizione vedranno i risultati raggiunti dal nuovo esecutivo.

Africa ExPress

 

 

 

Nigeria: tribunale ordina dissequestro dei pozzi di petrolio di ENI e SHELL

Africa ExPress
Abuja, 19 marzo 2017

John Tsoho, giudice dell’Alta Corte Federale di Abuja, capitale della Nigeria, ha ordinato due giorni fa il dissequestro del campo petrolifero offshore OPL245, in concessione pariteticamente ad ENI e SHELL dal 2011. Il giacimento nel golfo di Guinea, di fronte allo Stato di Bayelsa, è il più ricco di tutta l’Africa, è situato a una profondità di 1300 metri (cioè superficiale) ed è stato valutato in 9 miliardi di barili. (http://www.africa-express.info/2017/02/05/presunta-tangente-di-13-miliardi-di-dollari-la-nigeria-toglie-alleni-e-alla-shell-la-concessione-del-piu-ricco-giacimento-africano/)

ENI e SHELL
ENI e SHELL

A gennaio lo stesso Tribunale aveva ordinato il sequestro provvisorio del giacimento dietro richiesta dell’ Economic and Financial Crimes Commission (EFCC), per una presunta tangente di 1,3 miliardi di dollari , per accordi sottoscritti con una società, di proprietà di un ex ministro e di altri i politici del vecchio governo. Le accuse sono pesanti: “associazione per delinquere, corruzione, corruzione di funzionari del governo, e riciclaggio di denaro”.

Il giudice ha motivato la sua decisione di revocare la confisca del campo petrolifero, perchè il capo dell’EFCC avrebbe omesso di presentare richiesta di sequestro dei beni ad interim. Dunque la domanda risulta irregolare e pertanto viene annullata.

Nel 1998 la concessione di sfruttamento del campo petrolifero offshore OPL245 era stata venduta dall’allora ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete alla società Malabu Oil and Gas, della quale lui stesso era uno degli azionisti.

Nel 2011 la licenza è stata passata ad ENI e SHELL per 1,3 miliardi di dollari. Un tribunale britannico ha dimostrato che alla Malabu sono stati versati 1,09 miliardi, solamente la somma restante, “le briciole”, sono state trasferite nelle casse del governo nigeriano.

Dopo la sentenza dell’altro giorno, Roberto Carlo Albini, portavoce di ENI, ha riaffermato la correttezza della società nella transazione, mentre Shell ha dichiarato di ritenersi soddisfatta della decisione del giudice. E’ bene ricordare che la Nigeria è uno dei Paesi più corrotti del mondo: occupa il 136° posto su 176. L’Italia, per fare un paragone, è al 69° posto.

Africa ExPress 

Sierra Leone: trova un diamante da 706 carati e lo consegna al presidente

Africa Express
Freetown, 17 marzo 2017

Il pastore Emmanuel Momoh ha trovato un diamante di ben 706 carati in una miniera di tipo artigianale nel villaggio di Koyadu, nel distretto di Kono in Sierra Leone.

La preziosa pietra di ben 141,2 grammi (un carato è pari a 1/5 di un grammo, ossia 200 milligrammi, le pietre sono misurate al centesimo più vicino di un carato) è stata portata ieri a Ernest Bai Koroma,  presidente della ex colonia britannica. Koroma ha ringraziato il pastore e il suo popolo per non aver cercato di esportare illegalmente il diamante.

 Ministro " Mines and Natural Resources", della Sierra Leone, Minkailu Mansaray, con il diamante di 706 carati
Ministro ” Mines and Natural Resources”, della Sierra Leone, Minkailu Mansaray, con il diamante di 706 carati

La pietra sarà venduta nel Paese stesso con una procedura trasparente e aperta. Da tempo il governo applica la tolleranza zero per il traffico illegale di diamanti. Un modo per persuadere gli investitori stranieri che i “blood diamonds” (diamanti insanguinati, a causa delle guerra) appartengono al passato. Gli affari loschi a suo tempo servivano a finanziare la guerra civile, terminata nel 2002, durante la quale sono stata ammazzate oltre cinquantamila persone.

Paul Zimnisky, uno dei maggiori esperti in diamanti, ha specificato che una volta appurata la purezza, la pietra potrebbe inserirsi tra la decima e quindicesima gemma più grande mai scoperta. Ha poi sottolineato che è assai raro trovare un tale pregio in una miniera artigianale. Infatti i minatori usano solamente utensili grezzi, spesso le sole mani, per scavare il terreno in questo tipo di giacimento.

La Sierra Leone è ricchissima di diamanti, malgrado ciò, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite, è tra i cinque Paesi più poveri al mondo. Il reddito medio annuo pro capite supera di poco 620 dollari. I suoi abitanti sono poco più di sei milioni e la loro aspettativa di vita è piuttosto bassa.

Africa ExPress

 

 

Bolloré (Vivendi) il francese Paperone africano che vuole comprare Mediaset

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 marzo 2017


In Africa, nel bene e nel male
, tutti conoscono monsieur Bolloré. Di fatto, anche grazie alle aziende che hanno il suo nome, l’Africa o perlomeno quella parte chiamata Françafrique, porta nutrimento alla Francia.

È un business troppo ghiotto e vasto perché si possa interrompere l’immenso flusso di denaro e materie prime, anche strategiche, per i nostri cugini d’oltralpe. Per avere un’idea più precisa del Bolloré Group, è fra i primi 500 gruppi economico-finanziari leader del pianeta e le sue aziende sono presenti in 130 Paesi.

Vincent Bolloré
Vincent Bolloré

Il business diversificato
Le sue aree di intervento sono diversificate e vanno dalla fabbricazione di pellicole plastiche alla logistica internazionale e ai trasporti, dai media alla pubblicità, dalle telecomunicazioni ai sondaggi fino alle ricerche di mercato, dalla produzione di batterie per auto al car-sharing di auto elettriche, dalla distribuzione di carburanti alle piantagioni di olio di palma e vigneti. Il suo grande business in Africa da molti è invece ritenuto a un enorme saccheggio.

Secondo dati aziendali riferiti al 2015, ha un giro d’affari di quasi 11 miliardi di euro che gli portano un reddito netto di 727 milioni annui e un patrimonio netto di 11 miliardi e 285 milioni di euro e dà lavoro oltre 58 mila persone.

L’affare delle privatizzazioni
Nel continente africano il gruppo Bolloré è presente da tre decenni. È diventato proprietario di varie aziende che hanno fatto fortuna nell’import-export e nei trasporti nel periodo coloniale. Ha infatti approfittato delle privatizzazioni imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali ad alcuni Paesi africani. Nel 1986 ha ottenuto la concessione di infrastrutture strategiche come la linea ferroviaria (Sitarail di 1250 km.) che collega e il porto di Abidjan, in Costa d’Avorio, a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso. Nel 1999 in Camerun ha avuto la concessione della Camrail, 1100 km. di ferrovia che dal porto di Douala arriva alla capitale Yaounde e a alla città di Ngaoundere.

In Africa ha aperto 200 agenzie in 41 Paesi dove ci lavorano 20 mila persone per un giro d’affari che copre il 25 per cento del totale aziendale. Con la Bolloré Africa Logistics Network, la più grande rete di logistica integrata, nel continente è il maggiore operatore del settore. Negli ultimi anni soprattutto si è esteso soprattutto in Africa australe e orientale dove offre supporto nel campo petrolifero ed estrattivo.

Containers di Bolloré stoccati nel porto di Lagos
Containers di Bolloré stoccati nel porto di Lagos

Il coltan e i conflitti
Tra i minerali che interessano Bolloré c’è anche la columbite-tantalite. Conosciuta meglio come coltan, è un minerale strategico perché utilizzato nell’industria hi-tech per costruzione di condensatori di smartphone e computer portatili. Il coltan, come i diamanti, è spesso legato al finanziamento e al traffico di armi di gruppi armati delle guerre dell’Africa centrale. Secondo un’indagine Onu degli anni 2000, la SDV Transitra del gruppo Bolloré trasportava coltan da Kigali (Ruanda) a Mombasa (Kenya) e Dar es Salam (Tanzania) per poi salpare per i porti belgi di Anversa e Ostenda.

I porti africani
Il fiore all’occhiello di Vincent Bolloré sono i porti africani, fondamentali per la sua rete di trasporti nel continente. In pochi anni, attraverso le sue filiali o in collaborazione con altri operatori che gestiscono i terminal dei container ha vinto la concessione di una ventina di porti: da Abidjan e San Pedro (Costa d’Avorio) a Bangui (Repubblica Centrafricana), da Tincan (Lagos, Nigeria) a Moroni (Isole Comore), da Freetown (Sierra Leone) a Pointe-Noire (Congo-B).

Il benefattore e i diritti umani
Per alcuni il miliardario bretone viene accusato di essere intermediario del neocolonialismo francese, per altri è ritenuto un visionario benefattore, rispettoso dei diritti umani che porta posti di lavoro e costruisce scuole con il motto “educazione per tutti”.

Ma nelle decine di migliaia di ettari di piantagioni di palma del Camerun, le cose non vanno molto bene. Secondo un’inchiesta fatta dalla TV France2 ci lavorano – senza alcuna protezione – uomini e donne di tutte le età, anche minorenni, che vivono in case di legno fatiscenti e chiedono condizioni di vita migliori.

la lettera consegnata a Vincent Bolloré
la lettera consegnata a Vincent Bolloré

Nel 2013 una delegazione camerunese, a Parigi, ha consegnato pubblicamente a monsieur Bolloré una lettera e la documentazione riguardante i problemi nelle piantagioni.

L’Ocse Francia-Organisation de coopération et de développement économiques, sulla base dei documenti consegnati ha aperto un’inchiesta e tre anni dopo, con una rarissima procedura, ha verificato che il Gruppo Bolloré non ha rispettato i diritti umani, non ha rispettato l’ambiente e non ha garantito la salute e la sicurezza sul lavoro.

I leader africani e i crimini di guerra
Di sicuro Vincent Bolloré ha avuto e ha ancora ottimi rapporti con i leader africani, anche con chi ha poco o nessun rispetto per i diritti umani. Tra questi l’ex presidente della Liberia, Charles Taylor, condannato dalla Corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Anche Paul Biya, presidente del Camerun, al potere da 35 anni, più volte denunciato da Amnesty International è tra i politici africani con i quali Bolloré è in affari.

Nonostante questi rapporti con i politici africani che possono metterlo in imbarazzo in Francia e nel mondo, il miliardario francese sa di poter contare su una solida rete di amicizie a livello politico e soprattutto dei media che controlla e che lo possono difendere. Primo fra tutti Canal+ (controllata al 100 per cento), asset di Vivendi, la società di media e telecomunicazioni di Bolloré che ha 24,9 per cento di Telecom Italia e il 28,8 per cento di Mediaset.

Vincent Bolloré e il presidente del Camerun Paul Byia
Vincent Bolloré e il presidente del Camerun Paul Biya

Grazie a Vivendi e Canal+ a Conakry, capitale della Guinea, Bolloré ha fatto un’operazione spettacolare che ha avuto il gradimento del presidente della repubblica, Alpha Condé, da pochi mesi eletto presidente della repubblica e della popolazione.

Nel settembre 2015, in occasione della fine dell’epidemia di ebola, nella spianata del Palazzo del popolo, ha organizzato un concerto gratuito con numerosi gruppi musicali africani che ha attirato almeno 25 mila persone da tutto il Paese.

Venti minuti dopo l’inizio del concerto, il capo dello stato è apparso sul palco accolto dalle ovazioni dalla folla per il graditissimo regalo. Una versione moderna di “Panem et circenses” che gli antichi romani conoscevano bene e che funziona sempre. Non a caso due dei settori del business di Vivendi – la comunicazione e sondaggi – hanno fatto comodo sia ad Alpha Condé che Vincent Bolloré.

Vedi anche:
Bolloré (Vivendi): assalto all’Africa e all’Italia

Sandro Pintus
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Almeno 40 morti sotto la valanga di rifiuti che si stacca da una discarica in Etiopia

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Massimo AlberizziSpeciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
Milano, 13 marzo 2017

Una quarantina di persone sono morte, nella notte tra sabato e domenica, travolte da una valanga di rifiuti che si è staccata da una montagna di immondizie alla periferia di Addis Abeba. La tragedia era annunciata da tempo.

Da cinquant’anni nel sito si accumulano rifiuti di ogni genere e c’erano stati limitati crolli e smottamenti dovuti soprattutto a piccole esplosioni causate dai gas sviluppati dalla fermentazioni degli scarti gettati in discarica.

La discarica Koshe ad Addis Abeba
La discarica Koshe ad Addis Abeba

Puzzolente, nauseabonda, stomachevole è un vero girone dantesco. Eppure la discarica di Koshe è popolata da almeno 300 mila persone che le vivono attorno. Disgraziati che rovistano nell’immondizia, alla ricerca di qualcosa di commestibile: avanzi di un pasto o rimasugli del mercato, forse la metà di un avocado o di un mango marciti e scartati. Ad Addis Abeba non c’è la raccolta differenziata: e quindi la povera gente si improvvisa “riciclatore” direttamente in discarica. Adulti e ragazzini lavorano a mani nude. Alcuni gruppi raccolgono le bottiglie, le frantumano su una pietra e vendono poi il vetro sminuzzato. Altri si occupano della carta, delle lattine o della plastica.

In quella discarica tra le più grandi di tutta l’Africa, i derelitti, i disperati, i pezzenti e i miserabili, insomma quella parte del mondo senza speranza, cercano di sopravvivere. Non è, per altro, una cosa nuova: ogni capitale africana ha la sua discarica e la vita che pullula attorno è purtroppo sempre uguale. Si calcola che Addis Abeba conti più di 4 milioni d’abitanti. I trecentomila che sopravvivono scavando nella discarica della tragedia respirano esalazioni mefitiche e dannose. La loro aspettativa di vita è valutata in poco meno di quarant’anni. Poi schiantano, distrutti e consumati dai vapori nauseabondi e sprigionati da quell’ammasso di sudicia immondizia.

Negli ultimi anni si è parlato di bonificare il sito e le falde acquifere sottostanti inquinate. Le autorità hanno anche pensato di utilizzare i rifiuti per ricavarne energia. Sono stati stanziati poco più di 112 milioni di euro ma la centrale termica è ancora in costruzione dal 2013.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

 

Dopo oltre 2 mesi Buhari rientra in Nigeria devastata dagli attacchi dei Boko Haram

Cornelia I. Toelgyes
Cornelia I. Toelgyes

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 marzo 2017

Ieri mattina Muhammadu Buhari, il presidente della Nigeria, è ritornato a casa dopo oltre sette settimane passate a Londra per cure mediche. Non è mai stato specificato quale fosse la sua patologia che viene tutelata come un segreto di Stato. Si sa solamente che è stato sottoposto a diverse trasfusioni di sangue.

Al suo arrivo nella base dell’aeronautica di Kaduna, Buhari ha tenuto un breve discorso: “Non mi sono mai sentito così male in vita mia”, ha spiegato il presidente. Che poi ha aggiunto: “Ora sto meglio, ma necessito ancora un po’ di riposo”.

Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria, scende dalla scaletta dell'aereo che l'ha riportato a Kaduna
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria, scende dalla scaletta dell’aereo che l’ha riportato a Kaduna

Il vicepresidente, Yemi Osinbajo, svolgerà le veci del Capo di Stato fino a lunedì prossimo, quando Buhari riprenderà la sua attività. Il suo portavoce, Femi Adesina, ha specificato poco più tardi che il presidente avrebbe inviato una lettera formale all’Assemblea nazionale in tal senso.

Il settantaquattrenne presidente è stato eletto democraticamente nel 2015; da allora si è assentato più volte per visite mediche e ha sottolineato che succederà nuovamente.   

Osinbajo, un abile avvocato di Lagos, ha saputo tenere ben fermo il timone del gigante dell’Africa. Durante l’assenza del presidente ha presenziato il Consiglio dei ministri ed è riuscito portare a termine un’importante riforma economica, indispensabile per chiedere un prestito alla Banca Mondiale, per colmare almeno parzialmente il deficit causato dalle minori entrate sulle royalities dopo la caduta del prezzo del greggio. Si è anche recato più volte nella capitale commerciale Lagos e nel Delta del Niger per sedare gli attacchi dei militanti “Delta Avengers”, che ripetutamente hanno assalito gli oleodotti.  Tutte zone che Buhari aveva spesso ignorato. Dicono che sia un grande lavoratore e pretende anche dai suoi collaboratori sacrifici e dedizione.

Buhari dovrà affrontare diversi problemi di grande importanza. Non per ultimo i terroristi Boko Haram, che, pur indeboliti, continuano mietere distruzione e paura tra la popolazione. I loro attacchi continuano incessantemente, ma ciò che è peggio, sono la devastazione, la fame, che hanno lasciato nei territori precedentemente occupati.

Nel nord est della ex colonia britannica centinaia di migliaia di nigeriani sono allo stremo. Quasi impossibile per le organizzazioni umanitarie raggiungere queste persone, perché, secondo Medici Senza Frontiere (MSF) sono intrappolate tra i sanguinari militanti e le operazioni controinsurrezionali dell’esercito. Moltissimi sono coloro che sono rimasti senza cibo e lavoro. Quei pochi che riescono a raggiungere i centri medici sono esausti dalle continue violenze che subiscono da entrambe le parti: Boko Haram e forze armate. Più o meno ottocentomila persone che, che vivono nei pressi della capitale del Borno State, Maiduguri, non hanno accesso ad alcun servizio sanitario. Circa un quarto di loro è ospitato in campi per sfollati, gli altri sono stati raggruppati in piccole città, ma non godono della libertà di movimento e non possono seminare i campi. Non hanno mezzi di sussistenza. MSF ha sottolineato che in alcune parti del Borno State la situazione è migliorata dopo l’appello di sei mesi fa. Ma servono ulteriori finanziamenti e indispensabile ricordare che la popolazione necessità di protezione; dietro questo conflitto ci sono obiettivi politici e militari che molto spesso hanno poco riguardo nei confronti della popolazione civile.

Un gruppo di membri del Consiglio di sicurezza dell'ONU a Maduguri
Un gruppo di membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU a Maduguri

Basti pensare che in gennaio, durante un raid aereo dell’aeronautica nigeriana, è stato bombardato un campo per sfollati, che ha ucciso centocinquanta persone, altrettante sono state ferite, alcuni di loro in modo grave e permanente.

Una settimana fa diversi membri del Consiglio di sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite si sono recati nella zona del Lago Ciad, dove è in atto una delle peggiori crisi umanitarie mai viste. Ma hanno visitate anche i campi per sfollati vicino a Maiduguri. (http://www.africa-express.info/2016/09/24/lago-ciad-crisi-umanitaria/) e i Paesi direttamente confinanti.

La situazione nella quale si trova il Bacino del Lago Ciad è stata provocata sempre dai jihadisti Boko Haram. . Il bacino è situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun. Gli abitanti sono quasi triplicati negli ultimi tre anni.

Matthew Rycroft (Gran Bretagna) ha co-presieduto la missione di quindici persone insieme ai rappresentanti permanenti di Senegal, Fodé Secke, e Francia, François Delattre.

Così si vive nel Bacino del Lago Ciad
Così si vive nel Bacino del Lago Ciad

Hanno toccato con mano, ascoltato dalle persone direttamente colpite dai Boko Haram e hanno constato che le conseguenze sono altrettanto gravi. Oltre ventimila persone hanno perso la vita, 2,3 milioni hanno dovuto lasciare le loro radici, i loro villaggi ed ora i più sono senza lavoro, allo stremo. Molti bambini e giovani non possono frequentare le scuole, altrettanto carente, a volte addirittura inesistente, il servizio sanitario. I giovani sono disoccupati, molte donne sono costrette a prostituirsi pur di portare un pezzo di pane a casa.

Oltre sette milioni di persone sono a rischio carestia e necessitano di aiuti umanitari immediati. Finora sono stati stanziati 672 milioni di dollari da quattordici Paesi per i prossimi tre anni, per far fronte alla crisi. I Paesi donatori che fanno parte del Consiglio di sicurezza dell’ONU sono la Francia con 14 milioni di dollari, l’Italia con 31 milioni, altrettanti la Svezia, mentre il Giappone si è impegnato per 48 milioni di dollari.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

Africa ExPress al convegno su donne, mafia e immigrazione a Rocca Imperiale

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Donne, Mafia, Immigrazione

Sabato prossimo, 11 marzo, si parlerà di donne, mafia e immigrazione a Rocca Imperiale, durante un convegno organizzato dall’Associazione “La fucina delle idee”.

Interverranno:

Maria Carmela Lanzetta
Maria Carmela Lanzetta

Maria Carmela Lanzetta, ex ministro per gli Affari regionali e le autonomie durante il governo Renzi dal 22 febbraio 2014 al 30 gennaio 2015. E’ stata sindaco di Monasterace, Calabria. Nel 2011 cade nel mirino della ndrangheta, che le brucia la farmacia e le spara sull’auto.

Da sempre la signora Lanzetta è impegnata nella lotta contro la criminalità organizzata.

 

Attilio Simeone
Attilio Simeone

Attilio Simeone è un avvocato e membro del Comitato di solidarietà del ministero degli Interni per le vittime dell’estorsione e dell´usura e legale della Consulta nazionale antiusura.

 

 

 

Cornelia I. Toelgyes
Cornelia I. Toelgyes

Cornelia I. Toelgyes vicediretore del quotidiano online Africa ExPress, esperta di problemi dell’immigrazione e della povertà in Africa. Ha vissuto per anni in Kenya, Nigeria, Angola, Etiopia e ha viaggiato parecchio nel Paesi del continente. Ha adottato tre ragazzini africani che ora sono diventati adulti.

 

 

 

Attolico Leopoldo
Attolico Leopoldo

Mentre Attolico Leopoldo, professore del Liceo classico P. Virgilio Marone di Gioia del Colle sarà il moderatore dell’incontro