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Proteste contro l’uso del cianuro nelle miniere d’oro in Sudan

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 aprile 2017

Nei giacimenti auriferi del Kordofan settentrionatale, uno dei diciotto Stati federali che costituiscono il Sudan, viene utilizzato il cianuro per l’estrazione e la lavorazione dell’oro.  Alla luce dei gravi rischi che la cianurazione pone – in particolare l’inquinamento delle falde acquifere – la popolazione del distretto di Sodari ha chiesto con un memorandum alle autorità del luogo, di vietare entro settantadue ore l’uso di tale tecnologia. Per il suo alto grado di tossicità, l’uso del cianuro è vietato in molti Paesi.

Proteste contro l’uso del cianuro nelle miniere d’oro sono in atto un po’ in tutto il nord del Sudan, dopo la morte di quattro minatori e di altri due finiti in ospedale, per aver respirato il veleno altamente tossico, a causa di un’interruzione dell’apporto di ossigeno in una galleria del giacimento, particolarmente stretta e profonda.

estrazione oro in Sudan
estrazione oro in Sudan

Radio Debanga, un’emittente generalmente ben informata, ha fatto sapere che la scorsa settimana due persone che protestavano insieme ad altri contro l’uso del pericoloso composto chimico, sono stati malmenati e feriti a Talodi, nel Kordofan meridionale da componenti del corpo paramilitare “Central Reserve Police” (Abu Tira), incaricati della sorveglianza della miniera aurifera di Talodi.  Dopo gli scontri sono stati chiamati rinforzi. Ora la zona è praticamente blindata.

Un altro attivista ambientalista è stato fermato e interrogato dal “National Intelligence and Security Services” (NISS), con l’accusa di resistenza armata in diversi giacimenti auriferi. Fortunatamente ha potuto dimostrare di non possedere armi e di non essere coinvolto in tale faccenda.

oro, in Sudan i minatori rischiano la vita
oro, in Sudan i minatori rischiano la vita

Padre e figlio sono stati selvaggiamente picchiati e seriamente feriti da paramilitari mentre effettuavano controlli alla centrale elettrica di El Sawarda alle quattro del mattino, per un’interruzione di corrente. Evidentemente sono stati scambiati per ambientalisti, intenzionati a sospendere l’erogazione di corrente elettrica nel vicino giacimento aurifero.  Per entrambi è stato necessario il ricovero in ospedale, ha fatto sapere il portavoce del gruppo ambientalista locale.

In Sudan si estrae l’oro solamente dal 2015, una nuova fonte di reddito indispensabile per l’ex protettorato anglo-egiziano a causa dell’isolamento economico dovuto alle sanzioni internazionali, anche se, secondo i più, buona parte dei proventi vanno in tasca ad alti funzionari governativi e commercianti stranieri Pur troppo l’attività estrattiva è ancora poco regolamentata dal punto legislativo, in particolare per quanto concerne l’uso del mercurio e del cianuro, che inquinano terreno e falde.

Come succede spesso in Sudan, le proteste dei cittadini vengono sedate con la repressione. E’ stato anche il caso di alcuni studenti dell’Università di Khartoum nord. All’inizio del nuovo semestre, il consiglio accademico aveva deliberato che gli studenti del Darfur sarebbero stati esenti dalle tasse universitarie, per poi ribaltare questa decisione un mese dopo.  Per tutta risposta gli universitari darfurini hanno organizzato un sit-in di protesta lo scorso fine settimana. Lunedì dieci di loro sono stati fermati dal NISS. Sono stati rilasciati durante la stessa notte, ma cinque di loro con in tasca una denuncia per aver organizzato una rivolta nell’ateneo. Sette studenti sono stati espulsi dall’università, tra loro anche qualcuno vicino alla laurea.

Tra la fine di febbraio e i primi di marzo le autorità sudanesi hanno rimpatriato centoquindici migranti provenienti da Etiopia e Eritrea. Erano stati fermati dalle Rapid Support Forces (RSF), che dalla seconda metà del 2016 sono incaricati del controllo delle frontiere con la Libia e con l’Egitto, dopo gli accordi siglati con l’Unione europea per arginare il flusso migratorio.

Mohammed Hamdan Dagl
Mohammed Hamdan Dagl

Peccato solo che l’attuale comandante delle RSF, Mohamed Hamdan Dagl, (detto Hametti) era uno dei capi dei famosi Janjaweed, i diavoli a cavallo che bruciavano i villaggi, stupravano le donne, uccidevano gli uomini e rapivano i bambini per renderli schiavi.
E con la risoluzione nr. 1556 del 30 luglio 2004 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite aveva chiesto al Governo del Sudan di disarmare le milizie islamiche Janjaweed e di catturare e sottoporre a processo i leaders di tale forza armata, responsabile di alcune tra le peggiori atrocità e di gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario.

Alla fine degli anni Duemila i janjaweed, per troppo tempo sotti i riflettori, erano stati sciolti (ma più formalmente che di fatto), ma riattivate nell’agosto 2013 sotto il comando del NISS (National Intelligence and Security Service) i servizi segreti del regime sudanese, per combattere contro le ribellioni presenti in Darfur, nel Sud Kordofan e nel Blu Nile.  

Non è dato di sapere quanti eritrei siano stati consegnati alle forze di sicurezza della nostra ex colonia e nemmeno il luogo esatto, probabilmente a Tessenei, che dista pochi chilometri dal confine con il Sudan.  

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Scomparso un grosso quantitativo di uranio estratto dalle miniere in Niger

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 aprile 2017

Un grosso quantitativo di uranio estratto dalle miniere del Niger sarebbe sparito e con lui sarebbe scomparsa un’ingente somma di denaro. Il settimanale indipendente dell’ex colonia francese, Le Courrier, ha riportato che vi sarebbero implicate anche società russe e libanesi, oltre alla francese Areva e dagli atti risulta una transazione bancaria di 319 milioni di dollari, effettuata il 12 dicembre 2011 dal conto parigino della SOPAMIN (Società del Patrimonio delle Miniere del Niger, una compagnia statale), sul conto della società privata Optima (libanese) a Dubai per la vendita di 5,5 milioni di libbre di uranio.

Alcune Organizzazioni non governative (ONG) del Niger hanno depositato una querela contro ignoti al tribunale di Niamey perché venga aperta un’inchiesta sulla vicenda, soprannominata “Uraniumgate”.

“E’ un affare gravissimo – ha sottolineato Moussa Tchangari, portavoce delle ONG e ha aggiunto – La giustizia nigerina deve pronunciarsi e aprire un’inchiesta. Questa faccenda non deve restare impunita”.

Camion che trasportano rocce contenti uranio nel Niger
Camion che trasportano rocce contenti uranio nel Niger

Su richiesta dell’opposizione, il Parlamento dell’ex colonia francese ha nominato una commissione d’inchiesta composta da dieci membri. Secondo “Le Courrier”, dopo le prime audizioni della commissione, sono già usciti alcuni nomi di società coinvolte, tra loro anche quella del gruppo nucleare francese Areva.

Sembra che nei documenti appaia il nome dell’attuale ministro delle Finanze del governo di Niamey, Hassoumi Massaoudou, che all’epoca era il direttore del gabinetto del presidente del Niger, Mahamadou Issoufou.

Hassoumi Massaoudou, ministro delle Finanze nigerino
Hassoumi Massaoudou, ministro delle Finanze nigerino

Naturalmente il ministro ha negato qualsiasi suo coinvolgimento, accusando l’opposizione di manipolazioni.
Ha inoltre assicurato che nemmeno un grammo di uranio sarebbe mai uscito dal Paese senza i dovuti e necessari controlli. “La catena di vendita e acquisto dell’uranio è trasparente – ha sottolineato Massaoudou -. D’altronde viene tutto controllato dall’Agenzia Internazionale per l’Energia atomica (AIEA)”.

Sempre secondo l’attuale ministro delle Finanze, all’epoca l’ex colonia francese avrebbe tratto profitto da tale transazione, perché nelle sue casse sarebbero affluiti 1,2 milioni di euro in cambio dell’utilizzo del nome della SOPAMIN, operazione che definisce come “trading legale” e “regolare”.

C’è comunque da chiedersi cosa c’entrava in quell’affare l’allora direttore di Gabinetto del presidente. Il diretto interessato ha risposto durante una conferenza stampa lo scorso febbraio, dichiarando di aver ricevuto una delega dal direttore dell’epoca della SOPAMIN, Hamma Hamadou. Non è chiaro perché Hamadou abbia  delegato Massaoudou.

Nei prossimi giorni dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sarà ascoltato anche l’attuale direttore della SOPAMIN, Hama Zada. Una volta terminate le audizioni, la Commissione avrà quarantacinque giorni di tempo per depositare il proprio rapporto.

Il Niger è tra i dieci Paesi più poveri del nostro pianeta – il reddito annuo pro capite supera di poco i quattrocento dollari – eppure il suo sottosuolo dispone di ricchezze non indifferenti, come oro, ferro, carbone, petrolio, ma soprattutto uranio, del quale è il quarto produttore su scala mondiale.

Il prezioso minerale  è stato scoperto per caso ad Azelik, nel nord del Paese, dall’Ufficio francese per Ricerche geologiche e minerarie nel 1957. In seguito sono stati individuati  altri giacimenti di uranio in Niger. L’estrazione  commerciale è iniziata solamente nel 1971.

Cornelia I. Tolgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Arrestati su mandato di cattura internazionale tre italiani in Kenya

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 2 aprile 2017

L’8 settembre 2015, in una Milano resa vetrina mondiale dall’Expo, il ministro della Giustizia del Kenya, Githu Muigai, dopo aver visitato alcuni padiglioni insieme al suo presidente Uhuru Kenyatta, entrambi accompagnati nella visita dal guardasigilli Andrea Orlando, aveva finalmente siglato un accordo di assistenza giudiziaria e penale con il suo omologo italiano. In altre parole, veniva infine data attuazione a quella norma bilaterale, rimpallata per estenuanti decenni, che consentiva l’estradizione di elementi colpiti da mandati di cattura internazionali emessi dai rispettivi Paesi.

E’ ben risaputo che, prima di questo accordo, il Kenya era diventato l’isola felice di un gran numero di malandrini stranieri che, oltre a sottrarsi alla giustizia del proprio paese, non contribuivano certo alla creazione di un’immagine positiva delle proprie comunità in Kenya, soprattutto, per quanto riguarda gli italiani, nella regione costiera.

Mario Mele (a sinistra). Dietro al gruppo di destra si intravedono Stefano Poli e Fulvio Leone, insieme agli altri arrestati nel recente blitz della polizia keniota
Mario Mele (a sinistra). Dietro al gruppo di destra si intravedono Stefano Poli e Fulvio Leone, insieme agli altri arrestati nel recente blitz della polizia keniota

Il Kenya ha atteso sedici mesi prima di dare attuazione a questo accordo, ma proprio in questi giorni ha infine deciso di muoversi arrestando Mario Mele di Malindi, Fulvio Leone di Mtwapa e Stefano Poli di Kilifi. I tre, tutti colpiti da mandato di cattura della magistratura italiana, sono stati catturati con un blitz dall’Interpol keniana e detenuti a disposizione della polizia italiana per l‘espatrio.

Mario Mele, 56 anni, gestiva a Malindi una discoteca ed un attivissimo bar: il “Pata Pata” nel complesso del nuovo centro commerciale Nakumatt. Originario della provincia di Nuoro, dove era considerato il “Re delle discoteche”, Mele possedeva numerosi locali in Barbagia e nella Gallura. Latitante dal 2013, a seguito di una condanna emessa dal tribunale di Nuoro per evasione fiscale, l’imprenditore sardo, stando alle risultanze della Guardia di Finanza, aveva frodato le casse dello stato italiano per l’incredibile somma di 17 milioni di euro. Quando i militi si erano recati al suo domicilio per arrestarlo, Mele si era già rifugiato in Kenya.

Diversa e la storia di Fulvio Leone, un genovese sessantanovenne che viveva, in condizioni di precarietà finanziaria a Mtwapa, nel distretto di Kilifi. Leone era colpito da due mandati di cattura internazionali emessi dai tribunali di Torino e di Genova rispettivamente nel 1992 e nel 2007 che si riferivano reati commessi nel 1983 quando il pregiudicato era appena trentacinquenne. Si trattava di un cumulo di reati sui quali capeggiava lo spaccio di droga. Leone riuscì a sottrarsi all’arresto approdando in Kenya 23 anni fa e da allora, grazie alla connivenza di alcune autorità locali, ottenne nel 2009 la cittadinanza keniana e poco dopo, nel 2012, gli fu anche rilasciato un certificato di buona condotta, grazie al quale, nello stesso anno, poté addirittura ottenere la licenza di porto d’armi. Tutto questo mentre il mandato di arresto internazionale circolava presso tutte le sedi Interpol del pianeta, Kenya incluso.

Fulvio Leone (a Sinistra) e Stefano Poli al momento dell’arresto
Fulvio Leone (a Sinistra) e Stefano Poli al momento dell’arresto

Difficile ottenere informazioni dettagliate circa sul terzo arrestato, Stefano Poli, originario della provincia di Bergamo, che è arrivato in Kenya un anno fa. Al seguito aveva un’enorme moto, cui lui stesso sembra attribuisse un valore di oltre diecimila euro. Ha girovagato un po’ alla ricerca di una casa, finché qualche mese dopo il suo arrivo, ne aveva acquistatata una nella zona Boffa di Kilifi. Lì aveva fissato la sua residenza. Notizie non confermate asseriscono che sia stato condannato in Italia per varie frodi finanziarie e fiscali, ma mancano oggettivi riscontri in proposito, sta di fatto che anche il suo arresto, ad opera della polizia del Kenya, pare sia stato effettuato su mandato della giustizia italiana.

La stampa locale ha dato grande risalto a questi arresti, ascrivendoli, un po’ frettolosamente, a un traffico internazionale di droga che coinvolgerebbe un dozzina di persone. In realtà l’unico riscontro per ora certo è che gli arresti siano semplicemente avvenuti in esecuzione ai mandati di cattura internazionali. I giornali del Kenya hanno anche enfatizzato la ferma volontà del governo di non trasformare ex colonia britannica in un rifugio per pregiudicati, ma nessuno parla mai delle colpevoli connivenze che hanno consentito a queste persone di installarsi nel Paese godendo di granitiche protezioni.

Nei mesi a venire si potrà meglio valutare la genuinità di queste iniziative perché di pregiudicati nostrani, in Kenya, ce ne sono ancora molti, anche colpiti da condanne molto più pesanti di quelle inflitte ai tre appena arrestati. Vedremo se tra loro rimarrà intonsa la categoria degli “intoccabili” o se la giustizia del Kenya saprà finalmente riscattarsi da un passato non proprio edificante fatto di favoritismi e di corruzione. A quel punto saremo ben lieti di poter esprimere un plauso incondizionato a questa iniziativa.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com

Chiedeva un tetto alle spese pubbliche: licenziato in Sudafrica ministro delle Finanze

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Africa ExPress
Pretoria, 1° aprile 2017

Il presidente del Sudafrica, Jacob Zuma, ha rivoluzionato il proprio governo, licenziando, primo fra tutti to il ministro delle Finanze, Pravin Gordhan, e nominando al suo posto Malusi Gigaba, che fino a poche ore prima dirigeva il ministero degli Interni. Parecchi leader politici del partito al potere, l’ African National Congress (ANC) hanno dovuto cedere le proprie poltrone. Tra rimpasti e sostituzioni sono stati coinvolti ben dieci dicasteri. Questa mattina Zuma ha presenziato al giuramento dei nuovi ministri.

Jacob Zuma, Presidente del Sudafrica
Jacob Zuma, Presidente del Sudafrica

Il licenziamento di Gordhan era nell’aria da diversi giorni e il Rand sudafricano ne ha sofferto parecchio. Alla notizia dell’allontanamento del ministri la moneta del Paese ha perso il cinque per cento rispetto al dollaro sul mercato asiatico, per poi risalire lentamente nel corso della giornata. Gordhan godeva della fiducia degli investitori, i quali non hanno affatto apprezzato la sua rimozione dal governo.

Certamente la causa del licenziamento del ministro delle Finanze sono da cercarsi nella lotta di potere. Le divergenze tra Zuma e Gordhan erano tangibili, in particolare erano in totale disaccordo sul tetto limite delle spese pubbliche.

L’ex ministro delle Finanze è stato appoggiato e sostenuto da diversi altri suoi colleghi, ai quali, ovviamente è stato dato il benservito: sono stati licenziati assieme a Gordhan, un personaggio, tra l’altro,  molto amato dalla popolazione e dai veterani della lotta contro l’apartheid. Il sessantasettene ex ministro delle Finanze chiedeva a gran voce maggiore disciplina e rigore di bilancio, inoltre era un esponente nella lotta contro la corruzione.

Zuma ha giustificato la sua drastica decisione con il fatto che un cambiamento di rotta nella politica socio-economica si è reso necessario “Devo mantenere le mie promesse – ha fatto sapere il presidente e ha aggiunto – Più lavoro per i poveri, occorre migliorare le loro condizioni di vita”.

Africa ExPress   

Epidemia di meningite in Nigeria: quasi trecento morti

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Africa ExPress
Abuja, 30 marzo 2017

Una nuova epidemia di meningite ha colpito cinque, dei trentasette Stati della Confederazione della Nigeria.
Il Nigeria Centre for Disease Control  (NCDC) ha fatto sapere che quasi trecento persone sono morte.

Chikwe Ihekweazu, il direttore de NCDC ha confermato che sono stati registrati dall’inizio di febbraio ad oggi 1966 casi sospetti di infezione del liquor cerebrospinale. Centonove casi sono stati confermati e i pazienti sono stati trattati con la terapia adeguata.

Vaccinazione a larga scala contro la meningite dei bambini in Nigeria, negli Stati colpiti
Vaccinazione a larga scala contro la meningite dei bambini in Nigeria, negli Stati colpiti

Un team di specialisti è stato inviato negli Stati colpiti dalla malattia, per dare risposte concrete alla popolazione e prevenire il dilagare dell’infezione. Attualmente si sta procedendo a vaccinazioni su larga scala.

Il direttore ha sottolineato che è apparso un nuovo tipo di meningite, “stereotipo C”, mentre quello precedente, “stereotipo A” è praticamente scomparso. Purtroppo il vaccino specifico per il nuovo ceppo non è ancora in commercio; è necessario fare richiesta all’Organizzazione Mondiale della Sanità per ottenere la profilassi appropriata.

I giovani tra i cinque e i quattordici anni sono i più vulnerabili e esposti al contagio. Sokoto, Katsina, Kebbi, Niger e Zamfara sono gli Stati toccati dalla meningite, in particolare Zamfara, dove  è stato registrato il maggior numero di casi: cinquecentonovanta ammalati e ventinove decessi.

Solo due anni fa, la Nigeria e il Niger hanno dovuto affrontare la stessa epidemia, che è costata la vita a oltre millecento persone.

Africa ExPress

 

In India disordini razzisti, africani in fuga attaccati dalla folla

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Africa ExPress
Nuova Delhi, 29 marzo 2017

Centinaia di persone si sono scatenate contro un gruppo giovani studenti africani lunedì scorso a Greater Noida, poco distante da Nuova Delhi, dove è morto Manish Khari di diciannove anni, per sospetta overdose. Qualcuno avevo messo in giro la voce che gli africani sarebbero i responsabili del decesso del giovane e si è scatenato il finimondo.

Non sono bastati gli insulti di stampo razzista sui socialnetwork, la folla ha aggredito con spranghe e bastoni un’automobile e alcuni più violenti degli altri , “armati” di sedie di metallo, hanno picchiato i clienti in un centro commerciale.

manifestazione in India contro gli africa
manifestazione in India contro gli africa

I disordini sono scoppiati dopo che cinque studenti nigeriani sono stati rilasciati dalla polizia: erano stati interrogati sulla morte del ragazzo. Le forze dell’ordine avevano specificato che non c’erano prove contro i giovani subsahariani. 

Il ministro degli esteri indiano, Sushma Swaraj, ha condannato severamente i disordini a sfondo razziale di questi giorni.

Il capo della polizia Greater Noida, Sujata Singh, ha fatto sapere che i suoi agenti hanno arrestato sette uomini che hanno partecipato all’assalto contro le persone di origine africana, tra loro due sono state ricoverate per le lesioni subite. Una donna keniota è stata spinta fuori da un risciò, poi è stata picchiata da un gruppo di uomini.

Negli ultimi anni è aumentato notevolmente l’antipatia verso le persone di origine africana, un po’ per le differenze culturali, un po’ perché alcuni, anche se pochi, sono coinvolti in traffici di droga. Sono migliaia gli studenti africani che frequentano le università in India. Attualmente vivono nel subcontinente cinquantamila nigeriani, secondo i dati forniti dal consolato. La vita degli africani in India non è facile, specie se si è un richiedente asilo. (http://www.africa-express.info/2017/01/04/disperati-e-braccati-per-moti-politici-rifugiati-del-congo-k-cercano-asilo-india/)

Africa ExPress

Ritrovati i corpi mutilati dei due esperti dell’ONU sequestrati nel Congo-K

Africa ExPress
Kinshasa, 28 marzo 2017

I due corpi ritrovati nel Congo-K oggi, sono quelli dei due esperti dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, Michael Sharp, statunitense, e Zaida Catalan, svedese, rapiti due settimane fa insieme a quattro congolesi dello staff.

Lambert Mende, ministro delle Comunicazioni della ex colonia belga, ha fatto sapere che, secondo il resoconto del commissario della polizia provinciale, la donna è stata decapitata, mentre il corpo dell’uomo presenta mutilazioni. Le due salme sono state ritrovate sulla strada che porta da Bukonde a Tshimbulu nel Kasaï occidentale.

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Sharp e la Catalan facevano parte di una commissione di esperti dell’ONU per indagare sui conflitti interni esplosi dalla metà degli anni novanta nel Congo-K.  Il Kasaï centrale, provincia nel centro-sud, con aree densamente boschive, dalla scorsa estate è teatro di violenti contrasti tra forze dell’ordine e le milizie Kamuina Nsapu, che prendono il nome da un capo tribale ucciso nell’agosto 2016. (http://www.africa-express.info/2017/03/26/caos-congo-k-decapitati-quaranta-poliziotti-trovate-fosse-comuni-sequestrati-funzionari-onu/)

La morte del giovane americano è stata resa nota su facebook dal padre, John Sharp.

Africa ExPress

I pasticci dell’Unione Europea che non riesce a fermare migranti e profughi

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 28 marzo 2017

Thomas de Mazière, ministro degli Interni tedesco, ha invitato suoi omologhi europei a tagliare gli aiuti umanitari ai Paesi non disposti a riammettere i loro connazionali espulsi dall’Unione Europea. Ieri, durante un meeting a Bruxelles De Mazière ha anche proposto una riduzione drastica dei visti per i Paesi UE per gli alti funzionari governativi degli Stati poco collaborativi.

Secondo il ministro tedesco, la sua proposta avrebbe trovato un largo consenso presso i suoi colleghi. De Mazière ha anche chiesto all’UE di riprendere nuovamente le trattative con i Paesi d’origine dei migranti, per aumentare la loro disponibilità nel riaccogliere i propri concittadini espatriati, come per esempio il Mali, che alla fine dello scorso anno ha rispedito alla Francia due persone espulse (http://www.africa-express.info/2016/12/31/schiaffo-del-mali-alleuropa-bamako-rispedisce-al-mittente-due-espulsi-dalla-francia/. Insomma non si lascia nulla di intentato, pur di diminuire la presenza di rifugiati nell’UE, specie ora che i colloqui intrapresi con la Libia per arginare il flusso migratorio potrebbero rivelarsi un fallimento.

Marco Minniti, capo del Viminale
Marco Minniti, capo del Viminale

La Corte d’Appello di Tripoli ha sospeso in via cautelare il 22 marzo il Memorandum of Understanding (MoU) tra Italia e Libia, siglato lo scorso 2 febbraio a Roma dal nostro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni e da Fāyez al-Sarrāj, presidente del Consiglio presidenziale (CP) della Libia, riconosciuto dall’ONU.  L’accordo è volto ad arginare il flusso migratorio verso le nostre coste ed è stato fortemente sostenuto dall’Unione Europea durante il vertice informale dei Capi di Stato e di Governo europei, tenutosi a Malta il 3 febbraio.

Sei ricorrenti, tra loro anche l’avvocato Azza Al-Maqhor e l’ex ministro della Giustizia, Salah Al-Marghani, avevano intentato un appello contro il MoU, sostenendo che il CP non ha l’autorità di firmare un tale accordo poiché – sostengono – non è costituzionale, in quanto  il presidente del Consiglio presidenziale (CP) della Libia  non è riconosciuto dal Parlamento con sede a Tobruk.

Documento della Corte d'Appello di Tripoli
Documento della Corte d’Appello di Tripoli

E’ necessario precisare che un Memorandum of Understanding di per se non necessita della ratifica del Parlamento, a meno che tale accordo abbia natura politica, comporti modifiche di leggi o oneri alle finanze. Ma è anche oggetto di diritto degli stranieri e di diritto di asilo e la nostra Costituzione impone che sia una legge a dettare le regole e non un documento semplificato.  

Anche la Commissione per i diritti umani libica ha espresso le sue perplessità circa la proposta italiana di voler aprire campi per rifugiati nella nostra ex colonia e ha sottolineato che l’accordo è contrario ai valori umani, alla Dichiarazione universale dei diritti umani, alle leggi internazionali sul diritto d’asilo. E, in poche parole, respingere i profughi e migranti in Libia, significa esportare la crisi migratoria in questo Paese. La Commissione è contraria a tale accordo.

Il 19 e 20 marzo, dunque pochi giorni prima che il Tribunale d’Appello di Tripoli sospendesse il MoU, il responsabile del Viminale, Marco Minniti, ha voluto fortemente un vertice che si è svolto nella scuola di Polizia a Roma e al quale hanno partecipato i ministri degli Interni di Libia, Algeria, Tunisia, Austria, Francia, Germania, Italia, Francia, Malta, Slovenia e Il Commissario europeo per le Migrazioni, gli Affari interni e la Cittadinanza Dimitris Avramopoulos. La conferenza del “gruppo di contatto” Europa-Africa è stata aperta dal nostro presidente del Consiglio dei Ministri, Paolo Gentiloni. Il suo omologo libico Serraj aveva dato fortfait per la situazione precaria a Tripoli in quei giorni. La sua delegazione è stata guidata da Aref al Kouja, ministro degli Interni.

Una settimana prima ancora si era recata a Roma un’altra delegazione libica, capeggiata da Tariq Shanbor, della direzione generale delle Coste, per discutere con le nostre autorità dettagli sull’attivazione dell’ormai sospeso MoU.

Attualmente è ancora in corso l’addestramento della Guardia costiera libica (http://www.africa-express.info/2016/10/29/al-via-laddestramento-della-guardia-costiera-libica-importante-ruolo-dellitalia/). Attualmente diciotto ufficiali vengono formati in Italia; proseguiranno in seguito la preparazione pratica sulle sei imbarcazioni già riparate ed attualmente ormeggiate nel porto di Biserta in Tunisia.

Queste imbarcazioni sono state donate dal nostro Paese tra il 2009 e il 2010 all’allora governo Gheddafi per la lotta contro l’immigrazione “illegale” verso le nostre coste (http://www.africa-express.info/2014/01/16/navi-libiche-contro-migranti-paga-litalia/).

La guardia costiera libica sta intercettando da tempo gommoni e barconi e il trattamento che riserva ai migranti spesso non è condividibile, per non parlare della sorte che aspetta i poveracci, che, una volta ritornati in Libia, vengono chiusi in centri di accoglienza, nell’attesa del rimpatrio forzato. La Libia non è firmataria della Convenzione di Ginevra del 1951 e pertanto un profugo, anche se minorenne, viene considerato un immigrato clandestino, un illegale.

gommone con migranti
Gommone con migranti

Le varie Organizzazioni umanitarie che operano nel Mediterraneo centrale per salvare le vite ai migranti in pericolo, sono state accusate da Frontex, l’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera con sede a Varsavia, accusandole di essere addirittura in collusione con i trafficanti di uomini in Libia. E, sempre secondo Frontex, dall’inizio del loro operato, sarebbero aumentati gli attraversamenti, gli arrivi dei migranti, in quanto le operazioni SAR (Search and rescue) si svolgerebbero troppo vicine alle coste libiche. La Procura di Catania, sede di Frontex in Italia, ha aperto un indagine conoscitiva lo scorso febbraio. Ma anche le Procure di Palermo e Trapani hanno aperto dei fascicoli.  Ci si vuole accertare sui finanziamenti delle ONG in questione, in particolare di quelle minori, come Sea Eye e altre. Due operatori della Sea Eye sono stati arrestati lo scorso settembre dalle autorità libiche, proprio perché con il loro motoscafo per interventi veloci sarebbero penetrati nelle acque territoriali della nostra ex colonia. Cosa sia successo veramente non è dato di sapere, forse sono stati testimoni scomodi, come potrebbero esserlo le altri navi di soccorso nel Mediterraneo.Le Organizzazioni hanno smentito qualsiasi collusione con i trafficanti.

Dall’inizio dell’anno fino al 22 marzo 2017, 25.170 persone sono entrate in Europa via mare, secondo i dati dell’Organizzazione internazionale migranti (OIM), l’ottanta per cento in Italia, gli altri in Spagna e Grecia. E sempre l’OIM, 559 persone avrebbero perso la vita durante la traversata quest’anno.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Raped, injected with poison, entire family murdered: One woman’s story in CAR

p_kleinfieldIRIN
Philip Kleinfeld
Bangui, March 23rd, 2017

The first time the Séléka rebels captured Danielle* she was visiting the shallow grave where her husband, father, and brothers were all buried. Danielle had witnessed the rebels kill the men outside her home just a few hours earlier. When she returned to show her mother what had happened, the fighters – still lingering outside – turned on her.

“They took me to the bush, where I stayed for almost two weeks with my hands tied behind my back,” she says. “Every day, they raped and brutalised us.”

Eventually, Danielle managed to escape from the rebels, but they soon caught her again. Back in the bush in Bambari, a market town in Central African Republic’s Ouaka Province, the fighters filled up a syringe and injected her with poison.

Rape in Car

“Sometimes, my body smells very bad,” she says, peeling back her t-shirt to reveal a thick surgical scar snaking down her stomach.

Almost three years on, the memory is still hard to bear. Sitting on a brown, flowery sofa at a legal aid clinic run by the American Bar Association in CAR’s capital, Bangui, the 31-year-old weeps in front of her lawyer, Guy Galabaja.  “This is a war crime,” says Galabaja, 51.

Guy Galabaja
Philip Kleinfeld/IRIN 

Sitting next to Danielle, three other women from different parts of the country share similarly horrific stories.

They are all survivors of sexual and gender-based violence perpetrated by the Séléka – a predominantly Muslim coalition of rebel groups from the north, who overthrew former president François Bozizé in a coup in March 2013 – and the anti-balaka, a network of Christian self-defence militias that rose up in response (Since its formal dissolution in 2014 the rebel coalition is now often referred to as “ex-Seleka”).

The battle for justice

While a small number of victims of the ensuing conflict have since found lawyers and had their cases filed with the national prosecutor, the search for justice in CAR remains an uphill struggle.

According to figures from Amnesty International, the UN’s peacekeeping force in CAR, MINUSCA, has helped arrest 384 suspects following warrants from the country’s prosecutor. But barely any have been high-ranking members of Séléka or anti-balaka.

Part of the problem is a lack of resources “The judiciary system has been destroyed, the infrastructure has been destroyed, and the personnel that worked in the justice system have fled,” explained Adrien Nifasha, a Burundian lawyer working with the NGO Avocats Sans Frontiers. There is also an absence of political will. One of the few senior figures to be arrested since the conflict began was Jean-Francis Bozizé, former minister for defence and son of the deposed president. 

After returning from exile, Bozizé fils (son) was arrested by MINUSCA but released just a few days later by the national authorities. Since then he has been networking among various anti-balaka groups, according to the UN Security Council’s Panel of Experts. For Didier Niewiadowski, a French jurist and former advisor at the French embassy in Bangui, the Bozizé affair reveals just how deeply “the Central African authorities fear losing their lucrative positions by questioning anti-balaka and former Séléka leaders”.

More explicit cases of corruption are occurring as well. One senior lawyer interviewed by IRIN says he was forced to abandon two recent cases involving perpetrators of rape and child abuse after receiving threatening phone calls from “high-level people”.

It’s clear there is corruption and not just in Bangui,” he says. “In a context where there is poverty and people are not well paid, [legal officials] will use their positions to get resources”.

Philip Kleinfeld/IRIN 
Site of the SCC still operating as the High Court 

Hybrid help?

To help rebuild public trust, the country’s pre-election, transitional government ordered the creation of a Special Criminal Court back in May 2015.

Like previous courts in Sierra Leone, Cambodia, East Timor, and Kosovo, the SCC will have national and international staff and apply a blend of national and international law.

If things go well its hybrid structure will mean “the justice that is served will ultimately be closer to the communities affected by violence”, says Mark Kersten, international criminal justice consultant at the Munk School of Global Affairs. Tasked with prosecuting genocide, war crimes, and crimes against humanity dating back to 2003, experts also hope the SCC will complement the work of the International Criminal Court, which has two investigations active in CAR but is expected to indict just a handful of people.

When it opens, it will be the first example of a hybrid court working alongside the ICC in the same country. Almost two years after the law establishing the new court was promulgated however, evidence of progress is hard to find. The building earmarked for the SCC – a faded, modernist relic in downtown Bangui – is still operating as the country’s High Court.

Asked when he expects it to be operational, Joe Londoumon, president of the SCC’s organisational committee, sighs and looks up at the ceiling of his office, across the road from where the court will eventually be based. “I don’t know yet,” he says. “The judicial police is not yet in place, so for now there are no investigations. Even the building where the SCC will operate hasn’t been set up.”

One of the main challenges facing the SCC will be funding. While $5 million of the $7 million required for the court’s first 14 months has been provided, according to figures from Amnesty International, its future revenue will depend on piecemeal, voluntary contributions. A similarly unpredictable funding structure used for the Special Court in Sierra Leone left it chronically underfunded.

The fog of war

An even greater problem is CAR’s ongoing conflict. Like their counterparts at the ICC – yet to issue a single arrest warrant despite opening a new investigation in September 2014 – SCC investigators will face the unenviable challenge of how to access vast parts of the country where war crimes have and continue to be committed.

“We are not talking about a post-conflict situation,” says Pierre Hazan, special advisor in transitional justice with the Centre for Humanitarian Dialogue in Geneva. “We are in a war. If [investigators] want to meet people, collect evidence, protect witnesses, how are they going to do that? It makes the whole thing extremely ambitious.”

For Londoumon, the solution is obvious: “My hope is that these rebels will be disarmed so we can catch them,” he says, referring to the government’s ongoing disarmament, demobilisation, and reintegration (DDR) programme.

But simultaneously disarming and prosecuting rebels isn’t as straightforward as it sounds. Since the 1990s – when the contemporary international criminal justice system was born in former Yugoslavia and Rwanda – scholars have agonised over an apparent tension between peace and justice.

Intervening after conflicts with decisive victors such as was the case with the Nuremberg and Tokyo tribunals, created by the Allied powers in the wake of World War II, is one thing. But in active conflicts, some fear the presence of international prosecutors can turn belligerents away from peace negotiations.

While rebel groups in CAR have complex incentives for remaining violent, with the DDR programme stalling, “there is a risk,” says Richard Moncrief, Central Africa project director for the International Crisis Group, “that the process of negotiation around disarmament becomes bogged down and justice, including through the Special Criminal Court, accelerates. That creates a very strong disincentive for people to enter the disarmament programme because they are already being targeted by the justice system,” he adds.

Outside his house in Boy Rabe, a notorious anti-balaka neighbourhood in Bangui’s fourth district, Judicael Moganazou, the spokesman for one faction of the group, says the debate is academic.“If some of the people know that today they are going to be disarmed and then tomorrow they are going to be prosecuted by the international community or local judges, then they won’t drop their guns,” he says.

Ex-Seleka rebels in Bambari
Philip Kleinfeld/IRIN 

Finding a way

Whatever progress the SCC and ICC do make, the mass criminality that swept through CAR means neither is likely to be sufficient.  Searching for fresh ideas, last year Hazan joined a delegation of Central Africans to Rwanda where 9,000 community-based “Gacaca” courts sprung up across the country in the aftermath of the 1994 genocide.

While they’ve been criticised by some human rights groups, the courts played an important role in post-conflict Rwanda, focusing not just on retributive justice but on truth recovery and national reconciliation.

A mandate for CAR’s own Truth and Reconciliation Commission was adopted by the transitional government in May 2015.   “The basic concept is to address the needs of victims,” Hazan explains. “You need to address what people have been through over the past few years and create a narrative that is acceptable along the spectrum of public opinion.” No progress has been made to date, however, and in the context of open conflict, building an effective commission won’t be easy.

“People talk a lot about reconciliation, but the tensions and the mistrust are absolutely still there,” says author and anthropologist Louisa Lombard. “The idea that Muslims are not real Central Africans is still present, as is the idea that justice should be a way to punish ‘bad people, but not us because we were just fighting for our own rights’”.

Back at ABA’s legal aid clinic, it’s just 10am but almost every seat is taken. The road to justice may look impassable, but in a country where so few victims receive any kind of support, the women here remain hopeful that some, albeit limited form of justice, can still be served. “Even if they don’t find the people who committed this crime, at least I will go to the courts and publicly tell people what happened,” says Marie, who was raped by three Séléka fighters in a graveyard in Bangui three years ago. 

Philip Kleinfeld

“I will explain to them what is in my heart,” she adds, fighting back tears.

*Names have been changed.

(TOP PHOTO: Abuse survivor sits at a legal aid clinic run by the American Bar Association in CAR’s capital, Bangui. CREDIT: Philip Kleinfeld/IRIN)

Congo-K: decapitati 40 poliziotti, trovate fosse comuni, sequestrati funzionari ONU

Africa ExPress
Kinshasa, 25 marzo 2017

Miliziani del gruppo ribelle Kamuina Naspu hanno decapitato in un’imboscata venerdì scorso quaranta poliziotti nel Congo-K, nel Kasaï-Occidentale. Il convoglio con gli agenti stava andando dalla città di Tshikapa verso Kananga, il capoluogo della Provincia. Secondo alcuni testimoni oculari, i miliziani avrebbero risparmiato la vita a sei poliziotti per il semplice fatto che parlavano tshiluba, cioè la lingua luba.

Questi guerriglieri sono molti abili con l’uso del machete; raramente impiegano fucili nei combattimenti, eppure dopo aver ammazzato barbaramente quaranta agenti delle forze dell’ordine, hanno portato via tutte le armi, munizioni e gli automezzi del convoglio.

Polizia Congo-K
Polizia Congo-K

Il gruppo porta il nome di Kamuina Nsapu, un leader tradizionalista, ucciso lo scorso agosto dalle forze dell’ordine. Il ribelle era un medico sulla trentina. Aveva soggiornato a lungo in Sudafrica. Era ritornato nel Congo solo nell’aprile 2016, ma da tempo invitava la popolazione all’insurrezione.

Recentemente nel Kasai Occidentale gli abitanti di Tshimbulu, capoluogo del Territorio Dibaya, hanno scoperto otto fosse comuni. L’ONU ritiene che le forze armate congolesi abbiano ucciso ottantaquattro persone del gruppo ribelle Kamuina Nsapu tra il 9 e il 13 febbraio scorso (http://www.africa-express.info/2017/02/24/congo-k-lesercito-reprime-nel-sangue-le-proteste-della-popolazione-contro-kabila/)

Il portavoce del governo di Kinshasa ha naturalmente negato l’uso delle armi da parte dei soldati e ha aggiunto: “I corpi sono stati interrati dai miliziani e non dai militari. Non vedo perché i nostri uomini dovrebbero nascondere la verità”.

Ma l’inchiesta del Consiglio dei diritti umani dell’ONU in Congo-K non è ancora terminata. Pare ci siano altre  fosse comuni nella stessa zona. Dallo scorso agosto ad oggi sono state uccise oltre duecento persone.

Esperto ONU in Congo-K
Esperto ONU in Congo-K

Solo due settimane fa sono stati rapiti nella stessa zona due esperti dell’ONU: Michael Sharp, statunitense, e Zaida Catalan, svedese. Insieme a loro sono stati portati via anche l’interprete congolese, l’autista e due motociclisti, che non sono ancora stati identificati. Il sequestro non è stato rivendicato da nessun gruppo. La missione dell’ONU per il mantenimento della pace nel Congo-K (MINUSCO) ha dispiegato i suoi caschi blu uruguaiani e le forze speciali tanzaniane alla ricerca degli scomparsi, purtroppo senza la minima collaborazione del governo centrale.

Africa ExPress