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L’ Africa sempe più alla fame per la crescita demografica incontrollata

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 16 aprile 2017

Non sono soltanto corruzione, malgoverno e ingordigia dei propri leader ad affamare l’Africa, ma è soprattutto lo spaventoso tasso di crescita demografica che moltiplica esponenzialmente i bisogni di sopravvivenza in un contesto dalle risorse sempre più insufficienti.

Tenaci convenzioni religiose e tribali tendono a fare di questo riscontro un argomento tabù, ma per quanto si presenti impopolare, esso resta comunque un’inconfutabile realtà che meriterebbe un’attenzione molto più responsabile da parte dei vari istituti internazionali di monitoraggio.

Famiglia con figli

Uno di questi la Center Intelligence Agency americana (CIA) dal cui rapporto risulta che è proprio l’Africa, il continente più povero e più mal governato del mondo, a primeggiare in quanto a natività.

Ecco i dati riferiti ad alcuni paesi africani:

 

PAESE

TASSO ANNUALE DI CRESCITA DEMOGRAFICA (x 1000)
ZIMBABWE 4.3
NIGER 3.7
ETIOPIA 3.0
SENEGAL 2.5
NIGERIA 2.4
KENYA 2.1

 

Questi dati diventano ancora più preoccupanti se si considera che l’Africa detiene anche il più alto tasso si mortalità infantile del mondo con 17 bambini ogni 100 che perdono la vita, per fame e malattie infettive, prima di raggiungere i 5 anni (riscontro riferito all’Angola).

Negli ultimi anni, grazie ai continui interventi degli organismi internazionali, il tasso di mortalità infantile in Africa va gradualmente riducendosi e questo non può che rappresentare un successo di alto valore umanitario, ma è fatale che, riducendosi la mortalità infantile, si incrementerà inevitabilmente la crescita demografica ed il problema dell’assistenza al continente, nei decenni a venire, si farà sempre più difficile.

Spesso i crudi dati statistici non vengono percepiti nel reale impatto che essi producono all’interno delle società cui si riferiscono. Ecco quindi un’informazione che, riferita all’attuale trend di crescita, dà una chiara visione del fenomeno che stiamo trattando: nel 2011, il continente africano contava 1 miliardo e 51 milioni di abitanti; nel 2051, cioè 40 anni dopo, gli abitanti stimati saranno ben 2 miliardi e 300 milioni, cioè, nel volgere di due generazioni, si saranno più che raddoppiati!  

In Occidente si considera convenzionalmente che un arco generazionale si compie in 25 anni. In Africa, la precoce capacità riproduttiva, restringe questo arco a soli 20 anni. Chi si occuperà di tutta questa gente? Chi la sfamerà? Soprattutto in un paese come lo Zimbabwe che, tra quelli sopra considerati, ha il più alto tasso di crescita demografica e che, nonostante le ingenti risorse minerarie, vede la propria economia in costante declino e con un tasso di inflazione che sfiora il mille per cento annuo?

Tutto quanto detto rischia, infine, di riflettersi con devastanti conseguenze anche sull’Europa, in virtù della costante fuga delle genti africane verso il vecchio continente. L’Italia, con il suo ridicolo tasso di crescita demografica dello 0,3 per mille (in buona misura dovuto agli stessi immigrati), potrebbe essere travolta da questo esodo. Potrebbe perfino perdere le proprie connotazioni storiche e culturali se non dovesse riuscire a mediare con loro per raggiungere un compromesso che permetta di affermare i fondamentali principi sui cui si basa la nostra organizzazione sociale.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com

L’Africa ha la prima donna topgun: è Thokozile Muamba pilota dello Zambia

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 15 aprile 2017


Si chiama Thokozile Muwamba
, ha 24 anni ed è il primo pilota di cacciadonna della Zaf-Zambian air force, l’aeronautica militare del Paese africano. La passione per gli aerei l’ha ereditata dalla zia che faceva la pilota e fin da bambina il sogno di Thokozile, era pilotare i caccia.

Thokozile Muwamba, la prima pilota di caccia dello Zambia
Thokozile Muwamba, la prima pilota di caccia dello Zambia

Un sogno che l’ha portata ad abbandonare la facoltà di Matematica e scienze della Copperbelt University nel 2012 per entrare nella Zaf. Dopo l’addestramento è stata selezionata per andare nello squadrone da combattimento, quello dei topgun.

Oggi il sottotenente Muwamba e riuscita realizzare il suo sogno e, intervistata dalla Bbc, nonostante questo sia un settore di dominio maschile, dice: “Un aereo non fa alcuna distinzione di genere. Dipende solo da quali comandi si danno per farlo volare”. Ora ha un’ambizione: diventare il primo comandante donna. Intanto è appena entrata nella storia dell’aviazione africana e dello Zambia.

L’aereo che pilota l’ufficiale Thokozile Muwamba è un L-15AFT, velivolo cinese da addestramento molto simile all’Aermacchi M346. L’ex Rhodesia Settentrionale nel 2014 ne ha ordinati sei esemplari al costo di circa 100 milioni di USD.

I primi due sono stati presentati all’Africa Aerospace & Defence nel settembre 2016, e consegnati al 15° Squadrone dell’Air Defence Command (Comando di difesa aerea) con sede a Lusaka. Gli altri quattro aerei saranno consegnati entro il 2017.

Uno degli aerei cinesi L-15AFT venduto allo Zambia
Uno degli aerei cinesi L-15AFT venduto allo Zambia

Si tratta di velivoli supersonici utilizzati in addestramento che raggiungono mach 1.4 (1730km/h) multiruolo, sia per difesa che per attacco. Nel 2016 la Zaf, per gli L-15AFT, ha ordinato tutta la gamma di armamento: missili aria-aria a corto raggio, missili aria-terra, mitragliatrici da 23mm oltre che bombe da 250 e 500 kg.

L’Aeronautica militare dello Zambia ha in dotazione 18 aerei da combattimento: 10 Mig-21MF russi modificati in Israele allo standard MiG-21-2000 e 8 F-6A cinesi prodotti su licenza del Mig-19 sovietico. Oltre agli L-15AFT dispone di 35 velivoli da addestramento di cui 6 sono cinesi (K8) e 29 italiani (6 Aermacchi SF260 e 23 Aermacchi MB-326). Ha 6 elicotteri Bell UH-1 Iroquois ceduti dal Sudafrica e 16 aerei da trasporto di vario tipo.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Nigeria nel baratro della violenza: 3 anni fa rapite le 276 ragazze dai Boko Haram

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 aprile 2017

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 2014  duecentosettantasei studentesse vengono rapite dai miliziani islamici Boko Haram a Chibok, città nel Borno State, nel nord-est della Nigeria. Le ragazze si trovavano in un collegio per sostenere gli esami di fine anno. Il mondo intero si indigna per un attimo e parte una delle più grandi campagne mai lanciate sui social network con l’hashtag #BringBackOurGirls.

Alcune ragazze riescono a scappare quasi subito. Altre sono liberate in seguito. Sta di fatto che di molte di loro non si sa più nulla. Forse alcune sono morte, costrette dai loro aguzzini a farsi saltare per aria, mietendo morte e distruzione nella propria terra contro la loro volontà, dopo aver subito un lungo lavaggio del cervello.

alcune delle studentesse rapite a Chibok, Nigeria
Alcune delle studentesse rapite a Chibok, Nigeria

Nel 2014 quasi tutte le scuole nel Borno State vengono chiuse, perché il governo non è in grado di proteggere i giovani dagli attacchi della setta islamica Boko Haram, che oltre ad attaccare interi villaggi, incendiare le povere capanna, sgozzare gli uomini, stuprare e rapire le donne, le ragazze e i bambini, in quel periodo assalgono anche i centri di istruzione. Boko Haram, liberamente tradotto dalla lingua Hausa, significa “L’educazione occidentale è peccato”, dunque i primi luoghi a dover essere distrutti sono ovviamente gli edifici scolastici.

All’epoca Chibok, contava sessantamila abitanti, per lo più cristiani, non era mai stata sfiorata dai terroristi, ecco perché molti genitori avevano mandato le figlie proprio in quella città per studiare e sostenere gli esami finali.

Nell’aprile dello scorso anno Amina Ali Darsha Nkek, una delle studentesse di Chibok, viene riconosciuta da un membro delle milizie civili di autodifesa che in quel momento era in pattugliamento in un villaggio della foresta di Sambisa (vicino al confine con il Camerun) assieme ad un gruppo di soldati. All’epoca del sequestro Amina aveva diciasette anni. Al momento del ritrovamento ne conta diciannove e porta una bambino legato sulla schiena. Racconta di essersi dovuta sposare con un membro dei Boko Haram, come praticamente tutte le sue compagne. Durante vari interrogatori svela poi che sei delle sue amiche sono morte.

Amina, la ragazza trovata vicino alla foresta di Sambisa con il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari
Amina, la ragazza trovata vicino alla foresta di Sambisa con il presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari

Lo scorso ottobre, ventuno ragazze vengono liberate grazie alla mediazione di funzionari del governo svizzero con esponenti dei Boko Haram.

In questi anni si sono intrecciate notizie e voci incontrollate sul destino di queste giovani: c’è chi le dava arruolate, chi con un lavaggio del cervello trasformate in bombe suicide, chi portate fuori dal Paese e chi vendute nei mercati dei villaggi sahariani. Non si sa quante studentesse siano ancora in mano ai terroristi dentro o fuori la foresta di Sambisa.

La Nigeria dal momento del rapimento ha ricevuto dalla comunità internazionale moltissimi aiuti finalizzati agli sforzi per liberare le giovani e alla lotta contro il terrorismo. All’inizio di marzo il quotidiano inglese Guardian ha rivelato che l’ex colonia britannica aveva rifiutato l’intervento della Royal Air Force, che si era offerta di recuperare le studentesse. Durante una missione denominata “Operation Turus”, il nord della Nigeria era stato oggetto di voli di ricognizione da parte della RAF e poche settimane dopo il rapimento le studentesse erano state localizzate. Uno dei partecipanti a tale missione ha riferito: “Volevamo recuperare le ragazze, ma il governo nigeriano ha declinato la nostra offerta”. E ha precisato: “Anche nei mesi seguenti, abbiamo monitorato la situazione con i nostri aerei e abbiamo potuto accertare che pian piano le ragazze sono state suddivise in gruppi sempre più piccoli”.

L’allora presidente Goodluck Jonathan aveva fatto sapere durante una riunione con Mark Simmons, sottosegretario agli Esteri  della Gran Bretagna, che il recupero delle studentesse sequestrate era compito dell’intelligence e dei militari nigeriani. Ovviamente Jonathan non ha rifiutato il sostegno materiale di Londra e di molti altri governi. Anche il suo successore, Muhammad Buhari, non li ha respinti.

Buhari, che ha vinto le elezioni presidenziali nel 2015, aveva annunciato più volte che le ragazze sarebbero state liberate presto. Anzi, a più riprese, ha fatto sapere che la distruzione totale del gruppo terrorista era vicina. Intanto il tempo è passato e dal 2009, anno nel quale sono comparsi per la prima volta i Boko Haram, oltre ventimila persone hanno perso la vita, 2,3 milioni hanno dovuto lasciare le loro radici, i loro villaggi ed ora i più sono senza lavoro, allo stremo. Molti bambini e giovani non possono frequentare le scuole, il servizio sanitario è carente, a volte addirittura inesistente. I giovani sono disoccupati, molte donne sono costrette a prostituirsi pur di portare un pezzo di pane a casa.

Oggi i Boko Haram sono sempre attivi nel nord-est della Nigeria, anche se hanno dovuto cedere molti dei territori conquistati, ma rendono ancora insicure zone molto ampie. Parecchie aree non possono essere raggiunte dalle organizzazioni umanitarie, sono completamente isolate e oltre sette milioni di persone sono a rischio carestia, tra loro 1,3 milioni di bambini.

Miliziani Boko Haram
Miliziani Boko Haram

I sanguinari terroristi hanno esportato morte e terrore anche oltre le frontiere nigeriane: in Camerun, in Ciad e in Niger, e da un paio d’anni si sono spostati anche in Libia. Il capo della setta, Abubakar Shekau, ha giurato fedeltà ad Abu-Bakr al-Baghdadi, il leader dello Stato Islamico nel febbraio 2015. (http://www.africa-express.info/2015/12/02/i-boko-haram-nigeriani-scendono-in-libia-per-dar-manforte-ai-miliziani-dellisis/).

Boko Haram, setta islamica estremista, compare per la prima volta in Nigeria nel 2009, ma anche prima c’erano stati altri fenomeni simili. Negli anni Settata miete successo tra le masse diseredate un predicatore, Mohammed Marwa, un hausa, meglio conosciuto come Maitatsine. Con i suoi sermoni violenti contro lo Stato, corrotto e inefficiente, infiamma la folla.

Originario di Mawra, nel nord-est del Paese, in una regione che un tempo faceva parte del Camerun, sosteneva che chi leggesse un altro libro all’infuori del Corano fosse un pagano. Durante il colonialismo era stato mandato in esilio, ma subito dopo l’indipendenza era rientrato a Kanu. Era contrario alle biciclette, agli orologi, alle automobili e sosteneva che era peccato possedere più denaro del necessario per vivere.

Durante le sue prediche attaccava tutti: autorità civili e islamiche. Erano attratti dalle sue teorie e dalla sua ideologia soprattutto i giovani, diseredati e senza una speranza per il futuro . Man mano che cresceva il numero dei suoi seguaci, aumentavano anche i confronti con la polizia. Agenti e soldati, era il 1980, intervennero per sedare alcune dimostrazioni violente.  La repressione costò la vita a cinquemila persone. Fu ucciso anche Maitatsine.

Dopo la sua morte, ci furono altri sporadici tumulti nei primi anni Ottanta. In particolare i militanti di Yan Tatsine nel 1982 insorsero a Bukumkutta, vicino a Maiduguri, e a Kanu, dove molti adepti si erano trasferiti dopo la morte del leader. Intervennero le forze dell’ordine che uccisero più di tremila persone. Allora molti membri sopravvissuti si spostarono a Yola, dove, guidati da Musa Makanik, un discepolo del maestro, nel 1984 organizzarono svariati attacchi violenti.

Negli ultimi scontri ci furono un migliaio di morti e metà dei sessantamila abitanti di Yola persero la loro casa. Makanik scappò prima a Gombe, la sua città natale, dove fino al 1985 si susseguirono sanguinosi attacchi mortali, e poi in Camerun dove rimase per molti anni. Nel 2004 fu arrestato in Nigeria.

Hashtag
Hashtag

Certamente oggi, terzo anniversario dal sequestro delle studentesse di Chibok, l’hashtag ricomparirà per qualche giorno, ma che non sia semplicemente un simbolo. La liberazione delle sfortunate giovani potrebbe significare molto per la Nigeria, i nigeriani tutti: un nuovo inizio, una nuova speranza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
#BringBackOurGirls

 

 

Da 20 mesi prigioniero in Mauritania: la Regione Lombardia chiede di fare chiarezza

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Africa ExPress
Milano, 13 aprile 2017 

Il caso di Cristian Provvisionato, il bodyguard di Cornaredo prigioniero in Mauritania da 20 mesi, è approdato oggi in Regione Lombardia, con un’audizione della madre, della compagna e del suo avvocato alla commissione che si occupa di carceri. Il presidente della commissione, Fabio Fanetti, ha introdotto i lavori e dato la parola alla mamma di Cristian, Doina Coman, che mentre raccontava le vicissitudini del figlio è scoppiata in lacrime. Poi ha telefonato a Cristian che si trova relegato in una caserma di Nouakchott, da cui non può uscire ma dove è trattato abbastanza bene (ricordiamoci comunque che siamo in Africa).

Christian ha raccontato di star bene fisicamente anche se ha perso parecchi chili ma che non ne può più: “Le autorità mauritane sono gentili, ma il processo che doveva essere imminente è stato procrastinato di 6 mesi. Se non si muove niente, dal 1° maggio comincerò uno sciopero della fame per sensibilizzare le autorità italiane sul mio caso”.

Cristian Provvisionato
Cristian Provvisionato

Il presidente della Regione Lombardia, Raffaele Cattaneo ha espresso la sua solidarietà alla famiglia “che sta attraversando un’enorme sofferenza”. Ha poi promesso che la Regione Lombardia eserciterà tutte le pressioni possibili perché sia fatta chiarezza sul caso e che solleciterà la Farnesina “perché metta in campo ogni azione possibile per riportare a casa Cristian”.

Le considerazioni di Cattaneo sono state condivise da tutti gli oratori che si sono succeduti. In particolare Paola Macchi, del Movimento 5 Stelle, che ha richiesto l’audizione, ha sottolineato come sia necessario un intervento del nostro ministero degli Esteri. In Mauritania non abbiamo un’ambasciata. C’è solo un consolato onorario, che, per altro, ha perso misteriosamente il posto immediatamente dopo l’arresto del bodyguard. “E sarebbe interessante sapere cosa fa la giustizia italiana, quali passi ha fatto, dopo la denuncia dei familiari”, ha commentato Paola Macchi.

Il Consigliere Mario Mantovani, di Forza Italia, ha ricordato come il Consiglio abbia già approvato su questa vicenda ben due distinte mozioni, mentre Fabio Pizzul (del PD) ha chiesto una nuova audizione con la Giunta regionale. “Vorrei conoscere quali azioni siano state intraprese nei confronti del Ministero degli Esteri”. Riccardo De Corato, ex vicesindaco di Milano e ora capogruppo di Fratelli d’Italia in Ragione, è stato esplicito e ha domandato: “C’è stata superficialità del Governo italiano nel ricercare e trovare una soluzione?”

L’avvocato di Cristian, Fabio Schembri, ha sottolienato come l’accusa, che in un primo tempo era di “frode ai danni dello stato mauritano”, pare sia stata trasformata in “attentato alla sicurezza della Stato”, che ovviamente assume un’altra valenza ed è molto più grave. Un’accusa totalmente infondata, come anche le indagini svolte a suo tempo da Africa ExPress hanno potuto verificare.

Leonida Reitano davanti alla sede della Federazione Nazionale della Stampa (il sindacato dei giornalisti) dove ha tenuto alcuni corsi sull'utilizzo di fonti di intelligence aperti (OSINT)
Leonida Reitano davanti alla sede della Federazione Nazionale della Stampa (il sindacato dei giornalisti) dove ha tenuto alcuni corsi sull’utilizzo di fonti di intelligence aperti (OSINT)

Durante l’udienza, Alessandra Gullo, la compagna di Cristian l’unica che sia andata in Mauritania più volte a trovare il prigioniero, ha raccontato di come si tratti di un incubo di cui ancora non si vede la fine: “Un cittadino innocente, perde la libertà per colpa di altri e nessuno fa iente. Cristian è finito in una trappola dove è stato attirato a bella posta”.

La ragazza, alla fine della sua testimonianza, ha chiesto al presidente Fanetti di ascoltare il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, che si trovava in aula. Alberizzi ha spiegato come la situazione sia assai complicata e ci siano attori che conoscono esattamente i fatti ma non li hanno raccontati neppure al magistrato. Sicuramente dovrebbe essere valutata meglio la posizione di Leonida Reitano, l’uomo che aspettava Provvisionato in Mauritania e che ricevuto il bodyguard di Cornaredo l’ha salutato ed è ritornato in Italia. “In questa storia – ha concluso il suo intervento il giornalista – ci sono di mezzo diplomatici di diversi Paesi, governo, il nostro ma non solo, servizi segreti anche italiani, coinvolti con obbiettivi ben precisi che sfuggono a tutti noi ma che devono essere così importati da non far caso a un povero giovane innocente che da 20 mesi è recluso in Mauritania”.

Cristian Provvisionato si è sempre dichiarato completamente estraneo alla vicenda, la vendita di un software che permette di controllare le attività dai telefoni cellulari e dei computer.

Lavorava come bodyguard (con contratti a termine) per una ditta di sicurezza di Milano, la Vigilar, gestita da Davide Castro. Ed era stato Davide Castro di chiedergli di andare in Mauritania per sostituire un esperto di ricerche di intelligence su fonti aperte in internet (OSINT, Open Source Intelligence), Leonida Reitano, appunto, che doveva rientrare immediatamente in Italia.

Secondo le istruzioni di Castro, Provvisionato che conosce bene l’inglese (già, ma in Mauritania si parla francese!) avrebbe dovuto soltanto presenziare ad un meeting solo per presentare la Vigilar.

Inganno e tranello. Infatti quel meeting non si è mai tenuto e, partito dalla Mauritania Reitano, Cristian è stato arrestato. La denuncia presentata dalla famiglia contro Castro e la Vigilar alla procura di Milano, per ora non ha avuto seguito. Perché? Semplice tutti gli indizi portano ai servizi segreti italiani che sanno, ma non parlano. “A pensar male – diceva Andreotti – si fa peccato, ma ci si azzecca”.

 Africa ExPress

 

Italiano da un anno agli arresti in Mauritania, abbandonato da tutti rischia la pena di morte (14 agosto 2016)

Gli intrighi di spie e faccendieri: il tranello teso all’italiano prigioniero in Mauritania (19 agosto 2016)

Tutti sanno ma nessuno parla. E Cristian Provvisionato resta agli arresti in Mauritania (22 agosto 2016)

Venduto anche alla presidenza del consiglio italiana (e all’Egitto) il software per spiare cellulari e computer (12 settembre 2016)

Mauritania, la schiavitù, il silenzio del mondo A Roma si parla di Cristian Provvisionato (28 novembre 2016)

 

La vita terribile delle bambine in Africa

franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 13 aprile 2017

Secondo un rapporto Unicef di qualche anno fa, solo nella Repubblica Democratica del Congo ci sono ancora 15 mila bambine e bambini ridotti in stato di schiavitù, molti dei quali usati come giocattoli sessuali dalle alte gerarchie militari che non mostrano alcuna intenzione si restituire loro la libertà, forti della protezione del Presidente Kabila che vede nelle forze armate un irrinunciabile sostegno al proprio potere.

Ma il Congo non è purtroppo l’unico paese africano in cui lo scellerato uso di queste creature è largamente praticato nel silenzio, quando non nell’esplicita connivenza, delle autorità governative.

infibulazione bambine in Africa
Infibulazione bambine in Africa

I figli, secondo molte convenzioni tribali africane, sono innanzi tutto considerati assoluta proprietà dei padri che li hanno generati e quindi soggetti alla loro volontà ed ai loro capricci. Capricci che includono anche la facoltà di farne uso personale o di cederli ad altri contro la corresponsione di una ragionevole somma di denaro o di beni equivalenti.

Si stima che una minima parte di bambine, in Africa, riesca a raggiungere l’età puberale senza aver subito uno stupro che, nella maggior parte dei casi, si compie nell’ambiente familiare: padri, fratelli, cugini e spesso anche nonni.

Quelle che hanno avuto la fortuna di superare indenni questa turpe iniziazione, diventano preda dei vicini di casa, degli insegnanti, dei ragazzi più adulti e di chiunque abbia lerce pulsioni da soddisfare. Molti europei, dominati da questi istinti, trovano anche loro in Africa un Eden sconfinato in cui tutto è consentito purché, beninteso, si sia ben provvisti della necessaria valuta.

Nei rari casi in cui questi fatti vengano portati all’attenzione delle autorità, il tutto si risolve sempre con una transazione in denaro e qualora la famiglia si mostri soddisfatta per l’obolo ricevuto, perfino la polizia si dichiara impossibilitata ad agire. Se poi lo stupratore è molto facoltoso, lo sventurato che osi insistere per ottenere giustizia rischia, lui, di finire in galera, cosa, questa, che è già avvenuta e non in poche occasioni.

Superato l’atroce rito della mutilazione genitale, tuttora praticato in Africa non solo dalle etnie islamiche, ma anche da molte tradizioni tribali animiste, molte bambine, alla soglia dell’adolescenza, vengono vendute in moglie a uomini anche vecchissimi, come è avvenuto a Vanessa Cheruto, una bimba di soli nove anni del West-Pokot, in Kenya, che era stata venduta dalla propria famiglia, fin dall’età di tre anni, all’ultrasettantenne capo di un “Boma” (villaggio) che, al prezzo di due bovini e di una modesta somma in denaro se ne era assicurata la “proprietà” assegnandole il ruolo di ultima delle sue cinque mogli.

bambina schiava
Bambina schiava

Il vecchio decise di lasciare crescere Vanessa per alcuni anni prima di impossessarsene in forza del diritto acquisito. Fatto questo, l’affidò alla cura delle altre quattro mogli perché la preparassero ai doveri del talamo. Ma lei, quando le fu detto che doveva giacere con l’anziano “padrone” e malgrado avesse solo nove anni, riuscì a fuggire e dopo aver vagato per un intera notte nella savana, scampando miracolosamente alle iene e agli altri predatori, approdò all’alba in un centro abitato dove venne indirizzata al “Naramam Resque Centre” un centro di raccolta per ragazze, fondato dall’Ambasciata Tedesca in cooperazione con la “Safaricom Foundation”. La sua terrificante storia è nota solo perché si è conclusa felicemente, ma quante altre storie simili si sono consumate nel silenzio?

Infine, con il drammatico avvento dell’AIDS, che in Africa ha mietuto e miete ancora migliaia di vittime, in alcune zone rurali del Kenya, è nata una raccapricciante credenza: se un uomo affetto dal morbo si congiunge con una bambina che non ha ancora raggiunto la pubertà, ha grandi possibilità di liberarsi dall’infezione, trasferendola alla piccola vittima.

Anche i bambini maschi, pur se in forma ridotta, non sono esenti da questi raccapriccianti rischi e si può ben capire quali disastri queste azioni possano creare, sia nel percorso verso la maturità di queste piccole ed incolpevoli vittime, sia nel più vasto disegno dell’emancipazione africana.  

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com

Nel silenzio assoluto dei media musulmani e cristiani si ammazzano tra loro in Centrafrica

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 11 aprile 2017

Nella Repubblica centrafricana (CAR), dopo quattro anni il conflitto interno non tende a placarsi. Le violenze non si fermano e la popolazione civile è allo stremo. Secondo i dati dello scorso febbraio, rilasciati dall’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA), 2,2 milioni di persone, su una popolazione totale di 4,6 milioni, si trovano in stato di insicurezza alimentare. Oltre ottocentosessantamila civili hanno dovuto lasciare i loro villaggi e e le loro case. Tra loro poco più della metà hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, gli altri sono sfollati interni.

I primi di aprile la città di Ngaoundaye nel nord-ovest del CAR, vicino al confine con il Ciad e il Camerun, è stata teatro di un assalto da parte del Mouvement Politique pour le Centrafique (MPC) e di un gruppo ribelle locale, Révolution Justice (R.J.), durante il quale sono state uccise diverse persone. Da allora, per paura di nuovi attacchi, oltre mille centrafricani hanno attraversato la frontiera, cercando rifugio nel vicino Ciad. Sembra che molti ex Séléka (miliziani soprattutto musulmani)  avrebbero voluto installarsi in questa area strategica e zona di passaggio durante la transumanza delle mandrie dei fulani.

Rifugiati centrafricani arrivano nel Ciad
Rifugiati centrafricani arrivano nel Ciad

A fine marzo sono state barbaramente ammazzate in meno di quattro giorni una cinquantina di persone nella zona di Bambari, nel centro del Paese. Decine di altre sono state ferite. Secondo alcuni residenti i responsabili dell’attacco a tre villaggi nell’aerea di Bambari sarebbero miliziani del movimento Union pour la paix en Centrafrique (UPC), un gruppo capeggiato da Ali Ndarass, uno dei componenti dei ribelli ex Séléka. Continuano indisturbatamente le rappresaglie contro le popolazioni autoctone. L’UPC nega e punta il dito contro un altro gruppo armato, nato sempre da combattenti ex Séléka, il Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique (FPRC). Scontri e attacchi da parte di bande criminali rivali sono ancora all’ordine del giorno nella zona e nella città stessa di Bambari, dove è dislocato anche un contingente della United Nations Multidimensional Integrated  Stabilization Mission in the Central African Republic (MINUSCA).

Nell’est della ex colonia francese imperversano, invece, bande criminali, formate soprattutto da componenti degli anti-balaka (vi aderiscono soprattutto cristiani e animisti). A Bakouma, nella prefettura di Mbomou, e a Bria, nella prefettura dell’Haute-Kotto, questi gruppi si sono scontrati con i caschi blu di Minusca, intervenuti per proteggere la popolazione civile.

Tre anti-balaka sono stati uccisi e quattro hanno riportato ferite più o meno gravi a Bakouma, dove i criminali hanno distrutto il ponte, per impedire l’accesso alle forze dell’ONU. Mentre durante l’attacco a Bria sono morte sei persone, altre dodici sono state ferite, tra loro anche un civile: nove miliziani sono stati arrestati.  

Gruppi di bande armate che comprendono miliziani ex Séléka da una parte e anti-balaka dall’altra, spargono terrore e violenza nel Paese. I caschi blu di MINUSCA, Missione fortemente voluta dall’allora Segretario generale delle Nazioni Unite (ONU) Ban ki-moon, dopo due anni e mezzo di attività nella ex colonia francese, non sono ancora riusciti a disarmare le bande e riportare la stabilità. E nemmeno la visita di Papa Bergoglio ha riportato la pace in questi luoghi, che hanno dato i natali a Jean-Bedel Bokassa.

Secondo e Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana sono presenti anche oltre cinquecento mercenari che combattono a fianco di vari gruppi ex-Séléka. Miliziani stranieri pericolosi, che saccheggiano villaggi, violentano le donne e che cercano di appropriarsi delle ricchezze naturali del Paese. Tra loro anche membri della “Lord’s Resistance Army” (LRA), gruppo armato ugandese in opposizione al presidente Yoweri Museveni.  Altri provengono dal Sudan e dal Ciad, ma tutti presenti sul territorio con il solo scopo di approfittare della fragilità che ancora regna nel Paese, dell’assenza dello Stato e della presenza di un sentimento di impunità che esaspera la popolazione.

ob_4caa82_carte-centrafriqueLa crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (il maggioranza musulmani) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica (nonostante il nome) del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra i cristiano animisti anti-balaka  e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana. Le forze dell’Unione Africana del contingente MUNISCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Con la risoluzione 2301 del 26 luglio 2016 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rinnova il mandato di MINUSCA fino a novembre 2017. Attualmente il contingente internazionale conta 12.870 uomini: 10.750 militari e 2.080 poliziotti, oltre ad un certo numero di personale civile. Il 31 ottobre scorso la Francia ha ufficialmente ritirato le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per tre anni.

Nella primavera del 2015 alcuni caschi blu, tra loro anche dei soldati francesi, sono stati accusati di molestie sessuali contro minori http://www.africa-express.info/2015/04/30/centrafrica-militari-francesi-accusati-di-molestie-sessualiverso-minori/. Gli incresciosi fatti hanno scosso l’opinione pubblica ed alcuni alti funzionari hanno dovuto lasciare i loro incarichi, come Babacar Gaye, capo di MINUSCA (http://www.africa-express.info/2015/08/12/scandali-sessuali-e-caschi-blu-si-dimette-il-capo-della-missione-dellonu-centrafrica/) e l’italiana Flavia Pansieri, numero due dell’agenzia ONU “Alto commissariato per i diritti dell’uomo” (OHCHR) (http://www.africa-express.info/2015/08/13/la-crisi-centrafricana-investe-anche-lonu-nel-caos-dopo-e-dimissioni-dellitaliana-che-si-occupava-di-diritti-umani/).

caschi blu di MINUSCA
caschi blu di MINUSCA

L’inchiesta per violenza sessuale su minori nella Repubblica Centrafricana, aperta dalla Procura parigina nei confronti di sei soldati dell’operazione Sangaris non è riuscita a formulare alcun capo d’accusa. Le investigazioni sul caso si sono concluse lo scorso 20 dicembre 2016. I sei militari sono stati ascoltati più volte, ma non risulta nessuna imputazione a loro carico. Hanno ammesso di aver dato delle razioni di cibo ai minori, ma hanno negato di aver commesso alcuna violenza sessuale nei loro confronti. Dunque il caso potrebbe arrivare a un proscioglimento anticipato con un non luogo a procedere. Le parti dispongono comunque di tre mesi di tempo per richiedere nuovamente gli atti dell’inchiesta, prima dell’istanza della Procura di Parigi e di una decisione definitiva del giudice.

A tutt’oggi sono in corso altre indagini avviate dalla Procura di Parig. Inoltre, grazie ad un’inchiesta interna  dell’ONU, è stato possibile individuare quarantun caschi blu burundesi e gabonesi di MINUSCA, che avrebbero commesso violenze sessuali nella Prefettura di Kemo tra il 2014 e il 2015.

A fine novembre dello scorso anno l’Unione europea ha stanziato per il periodo 2016-2020 oltre due miliardi di euro per il raggiungimento della pace, la sicurezza, la riconciliazione e per incoraggiare lo sviluppo e la ripresa economica del CAR. Da allora non si parla quasi più di questo Paese tanto travagliato, dove i musulmani uccidono i cristiani e viceversa, dove sono state distrutte dai cristiani quattrocentodiciasette moschee.

Cornelia I. Toelgyes
coneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Kenya, gli arrestati italiani estradati prima pattuglia di un gruppo numeroso?

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 9 aprile  2017

Sei giorni fa abbiamo riferito dell’arresto in Kenya di tre pregiudicati italiani, colpiti da mandato di cattura internazionale. Si trattava di Mario Mele (Malindi), Fulvio Leone (Mtwapa) e Stefano Poli (Kilifi). I tre, scortati dall’Interpol italiana, sono sbarcati a Roma Fiumicino nella tarda mattinata di mercoledì 5 aprile e dovranno ora rispondere degli addebiti pendenti a loro carico nelle rispettive sedi giudiziarie di competenza.

E’ quindi fallito il tentativo dei loro legali di opporsi all’estradizione a mezzo dell’istanza presentata alla Corte di Mombasa che non ha neppure potuto essere discussa in quanto, con una sorprendente e fulminea azione che ha sbalordito un po’ tutti, la polizia del Kenya ha fatto sparire gli arrestati dei quali non si è più saputo nulla fino alla loro ricomparsa nell’aeroporto romano. E’ risultato così evidente che questa mossa frettolosa aveva proprio lo scopo di vanificare il probabile blocco dell’espatrio da parte della magistratura di Mombasa.

Fulvio Alberto Leon e, uno dei tre arrestati, al suo arrivo all’aeroporto di Fiumicino
Fulvio Alberto Leon e, uno dei tre arrestati, al suo arrivo all’aeroporto di Fiumicino

Perché il Kenya, dopo decenni di ignavia, è diventato di colpo così solerte nel compiacere i mandati di arresto internazionali emessi dall’Italia? A questa domanda credo troveremo una risposta nei mesi a venire. Del resto, molti organi di stampa hanno dato credito al presidente Uhuru Kenyatta di mostrarsi ben determinato a voler combattere l’ingresso di pregiudicati nel proprio paese, estirpando, una volta per tutte, la diffusa corruzione che lo affligge e che, oltre ai molti negativi effetti sulla sua emancipazione economica e sociale, favorisce proprio la permanenza di questi fuggitivi sul proprio territorio.

E’ questo un intento più che giustificato visto che l’Istituzione USA “Ey Fraud Survey”, che monitorizza ogni due anni l’andamento della corruzione mondiale, nel suo ultimo rapporto ha assegnato al Kenya il poco invidiabile primato di paese più corrotto dell’Africa iscrivendolo al sesto posto nella classifica mondiale. Questo balzo ha fatto superare al Kenya paesi in cui la corruzione era un fatto endemico, come Nigeria, Somalia e Congo.

Che l’arresto e l’estradizione dei tre pregiudicati italiani sia un tangibile segno di questa volontà? Vedremo. Certo è che di connazionali colpiti da mandati di cattura emessi da nostro paese, qui ce ne sono ancora molti. Alcuni di loro per reati gravissimi che hanno comportato pene pesanti ma che, malgrado questo e almeno per ora, sono ancora qui anche se è lecito ritenere che, alla luce dei recenti arresti, non si sentano più così tranquilli, anche quelli che, ungendo potenti meccanismi, avevano ottenuto il passaporto keniota.

Perché il dichiarato intento del presidente Kenyatta di fare pulizia eliminando la corruzione, sia davvero credibile, occorrerebbe che, per cominciare, accanto ai nomi degli arrestati, comparissero anche quelli delle autorità che hanno steso davanti a loro tappeti di benvenuto, gli hanno concesso protezioni, cittadinanza e addirittura il porto d’armi.

Questo, fino ad ora non è avvenuto. E’ vero: finché c’è vita c’è speranza, ma dati i trascorsi, un po’ di scetticismo resta più che legittimo.

Franco Nofori

franco.kronos1@gmail.com

Salta in Libia l’accordo tra Italia e tribù del sud per il controllo dei migranti

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 aprile 2017

L’assemblea nazionale dei toubou (NTA), una delle tribù della Libia meridionale, ha denunciato il trattato di pace firmato venerdì 31 marzo a Roma tra suoi esponenti e i capi degli awlad suleiman. L’accordo, firmato in presenza dei leader tuareg e del vicepresidente libico del Consiglio presidenziale (CP), riconosciuto dall’ONU, Abdelsalam Kajman, è stato giudicato una palese interferenza del nostro Paese negli affari interni dell’ex Jamahiriya. Chi ha partecipato ai colloqui in Italia non poteva rappresentare la comunità dei toubou, in quanto residente a Qatrun, un villaggio nel sud della Libia e loro non hanno partecipato agli scontri tra i toubou e gli awlad suleiman tra il 2011 e il 2015, che hanno avuto luogo a Obari, Sebha and Murzuk.

Il nostro ministro degli Interni Marco Minniti non lascia nulla di intentato pur di arginare il flusso migratorio proveniente dai porti libici, dove si imbarca la maggior parte dei profughi che vogliono raggiungere le nostre coste.

Esponenti di tribù libiche a Roma firmano accordo di pace
Esponenti di tribù libiche a Roma firmano accordo di pace

Ma anche questa volta, come è già successo per il Memorandum of Understanding (MoU), siglato a febbraio tra il  presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, e il presidente del CP, Fāyez al-Sarrāj, ma poi bloccato temporaneamente in via cautelare, dalla Corte d’Appello di Tripoli il 22 marzo 2017 (http://www.africa-express.info/2017/03/28/pasticci-dellunione-europea-che-non-riesce-fermare-migranti-e-profughi/), gli sforzi di Minniti non sembrano sfociare in risultati concreti: i libici non permettono interferenze, vogliono essere i padroni della loro sorte. Ed è quanto ha sottolineato uno dei componenti dell’NTA: “Capiamo perfettamente che l’Italia ha necessità di voler controllare il flusso migratorio proveniente dalle nostre coste, ma ciò non dà il diritto alle autorità di Roma ad interferire nei nostri affari interni e ignorare i canali ufficiali che potrebbero dare una mano al governo italiano”.  

Il secolare antagonismo tra awlad suleiman, toubou e tuareg si è accentuato ancora di più dopo la caduta di Gheddafi. Un primo accordo di cessate il fuoco era stato sponsorizzato dal Qatar e firmato nel novembre del 2015, ma è stato di breve durata. E nell’ottobre dello scorso anno si erano riuniti al tavolo delle trattative presso la Comunità di Sant’Egidio i rappresentanti delle tribù awlad suleiman e toubou della città di Sabha, nel sud della Libia, capoluogo della Regione desertica di Fezzan. Allora i delegati avevano firmato una dichiarazione congiunta, nella quale affermavano di voler ristabilire un dialogo. Ora anche il trattato di pace siglato pochi giorni fa è stato annullato.

migranti in Libia
Migranti in Libia

A Sabha, città strategica  del sud, sin dall’inizio della crisi libica sono avvenuti scontri tra le diverse componenti della popolazione. Si è così determinata una situazione di grande incertezza. La città, e soprattutto la parte meridionale del Fezzan, sono anche il principale punto di snodo dei migranti provenienti dal Sahel e dall’Africa occidentale. Ed è proprio lì che spesso tribù libiche o vari gruppi di criminali bloccano i profughi, li maltrattano, li torturano e li sottopongono a torture e violenze di ogni genere finchè non viene pagato un riscatto. Dunque è sbagliato sostenere che solo gli scafisti traggano profitto dai poveracci, costretti ad abbandonare le loro radici per guerre, conflitti interni, oppressione, carestie, fame e terrorismo.

Il confine meridionale della Libia è lungo cinquemila chilometri e le varie zone sono sotto il controllo di diverse entità, dalle varie tribù, ai gruppi armati criminali, ai contrabbandieri e ai trafficanti di uomini e altro.

Dunque per il nostro governo avere degli alleati in questa zona, disposti a controllare il confine e impedire il passaggio dei migranti, sarebbe stato di importanza vitale. In cambio sono stati promessi investimenti nel sud della nostra ex colonia per contrastare l’economia illegale. Sia sotto il governo di Gheddafi che dopo la rivoluzione, il sud della Libia è sempre stato emarginato. Molte promesse sono state fatte, ma di concreto, per sollevare la povera economia reale,  ben poco, per non dire nulla è stato fatto.

confine meridionale Libia
Confine meridionale Libia

Il Viminale ha anche ospitato a metà febbraio alcuni sindaci della regione di Fezzan e Minniti in persona ha presieduto l’incontro, chiedendo agli amministratori locali collaborazione nel controllo delle frontiere. I sindaci avevano approvato ogni virgola del Memorandum of Understanding, in quanto conteneva anche punti essenziali concernenti cooperazione in tema di sanità, istruzione, sviluppo economico, ricostruzione delle infrastrutture, in particolare per la zona del Fezzan. Cioè distribuiva denaro a leader e capetti.

Bisogna sottolineare che il nostro governo si era impegnato nel MoU con Serraj per quanto riguarda il controllo della frontiera meridionale, vale a dire che l’Italia dovrebbe fornire tecnologie avanzate, droni, immagini satellitari e quant’altro. Peccato che Serraj non ha alcun controllo del confine meridionale del suo Paese.

Per quanto concerne, invece, il controllo delle acque territoriali della nostra ex colonia, è ancora in corso l’addestramento della Guardia costiera libica (http://www.africa-express.info/2016/10/29/al-via-laddestramento-della-guardia-costiera-libica-importante-ruolo-dellitalia/). Attualmente diciotto ufficiali vengono formati in Italia; proseguiranno in seguito la preparazione pratica sulle sei imbarcazioni già riparate ed attualmente ormeggiate nel porto di Biserta in Tunisia. 

Queste imbarcazioni sono state donate dal nostro Paese tra il 2009 e il 2010 all’allora governo Gheddafi per la lotta contro l’immigrazione “illegale” verso le nostre coste (http://www.africa-express.info/2014/01/16/navi-libiche-contro-migranti-paga-litalia/).

La guardia costiera libica sta intercettando da tempo gommoni e barconi e il trattamento che riserva ai migranti spesso non rispetta i diritti umani, per non parlare della sorte che aspetta i poveracci, che, una volta ritornati in Libia, vengono chiusi in centri di accoglienza, nell’attesa del rimpatrio forzato. La Libia non è firmataria della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo statuto dei rifugiati e pertanto un profugo, anche se minorenne, viene considerato un immigrato clandestino e illegale.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

Legislative in Gambia: vince il partito del nuovo presidente Adama Barrow

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 aprile 2017

Il partito di Adama Barrow, il presidente del Gambia ha vinto le elezioni legislative, che si sono tenute ieri nel piccolo Stato dell’Africa occidentale.

L’United Democraty Party si è aggiudicato trentuno dei cinquantatré seggi in Parlamento. Grazie al risultato ottenuto, al partito di Barrow spettano altri cinque seggi, inclusi il portavoce e il suo vice. Ora il presidente, che si è insediato solamente lo scorso 18 febbraio (http://www.africa-express.info/2017/02/21/barrow-nuovo-presidente-del-gambia-ha-giurato-tra-gli-applausi-della-comunita-internazionale/), può finalmente procedere con le riforme promesse durante la sua campagna elettorale. Il Paese necessita di un Parlamento forte e capace di attuare riforme, perché la popolazione possa avere nuovamente fiducia nelle istituzioni.

elezioni legislative in Gambia
elezioni legislative in Gambia

Barrow aveva vinto le presidenziali lo scorso dicembre, sconfiggendo Yahya Jammeh, che ha dovuto lasciare la poltrona sulla quale è rimasto seduto per oltre ventidue anni dopo un colpo di Stato. Ora si trova in esilio in Guinea Equatoriale. Ovviamente prima di andarsene, ha pensato bene di svuotare le casse dello Stato.

Il partito al potere sotto di Jammeh, l’ Alliance for Patriotic Reorientation and Construction party, in questa tornata elettorale ha riportato a casa solamente cinque seggi. L’affluenza alle urne è stata molto bassa, ma Alieu Momarr Njai, a capo della Commissione elettorale indipendente (CEI), ha fatto sapere che le votazioni si sono svolte in modo regolare e libero.

Adama Barrow
Adama Barrow

In poco più di due mesi della sua presidenza, Barrow ha liberato centosettantuno prigionieri politici, i più erano stati buttati in galera senza processo durante la dittatura. Pochi giorni fa sono stati trovati i corpi di alcuni partecipanti al golpe del dicembre 2014; omicidi extragiudiziali erano all’ordine del giorno negli anni della dittatura di Jammeh.

Moltissimi giovani hanno lasciato il Paese negli ultimi anni, perché terrorizzati dal despota. Due anni fa l’allora presidente aveva dichiarato persino come persona non grata la rappresentante dell’Unione Europea, ritenendo il vecchio continente troppo permissivo con i gay (http://www.africa-express.info/2015/06/07/leuropa-troppo-permissiva-con-gli-omosessuali-il-gambia-espelle-lambasciatore-dellunione/).

Barrow, nel suo primo discorso da presidente aveva esclamato: “Questa è la vittoria della democrazia”. E ha aggiunto: “Ora i gambiani sono padroni del proprio destino”. Il neo presidente gode dell’appoggio della comunità internazionale tutta, in particolare dell’Unione Europea, che ha promesso di supportare la ex colonia britannica con milioni di euro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

L’IVECO (Fiat) sbarca in Kenya con uno stabilimento per l’assemblaggio di camion

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franco nofori francobolloDal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 4 aprile 2017

Lo sterminato gruppo Fiat Industrial-CNH pare voglia riprovarci in Kenya dopo la deludente esperienza conclusasi nei tardi anni ’90, quando a Mombasa era stata allestita una struttura industriale per il montaggio in loco dell’utilitaria FIAT Uno.

Adesso a cimentarsi nell’impresa si è candidato il colosso IVECO con la sua vasta gamma di veicoli commerciali e pesanti. Il prestigioso brand torinese pare voler fare le cose in grande ed oltre ad una sede amministrativa e commerciale a Nairobi, progetta anche di creare una struttura industriale di assemblaggio a Mombasa che si prevede darà occupazione a circa 600 addetti.

Camion Iveco

Un ottima notizia, questa, per il Kenya, che ormai da un intero decennio, vede gli investimenti occidentali abbandonare il paese per altre destinazioni più favorevoli, lasciando così il campo all’invasione dell’imprenditoria cinese, costantemente affamata di risorse sotto la forte pressione (stando ai dati della Banca Mondiale) dei suoi 500.000.000 cittadini che vivono con meno di due dollari al giorno.

La notizia di questa iniziativa è stata confermata alla stampa dal direttore commerciale dell’Iveco per l’Africa e il Medio Oriente, Fabio De Serafini, le cui trattative, ormai in fase molto avanzata, dovrebbero concludersi presto, riuscendo a concretizzarsi già a partire dal prossimo luglio.

Il nuovo distributore sul posto sarà la società Global Motors, detentrice di una licenza esclusiva conferita dall’Iveco che oltre alla gestione dell’industria di assemblaggio, curerà anche l’introduzione sul mercato di veicoli leggeri, medi e pesanti, off-road e on-road non solo sul territorio keniano ma, in un vicino futuro, anche in quelli dell’Uganda e del Rwanda.

Un progetto molto ambizioso, quindi, che ci si augura verrà facilitato e non ostacolato dalla onnipresente burocrazia keniana che, ahimè, ha spesso mostrato di privilegiare meschini interessi individuali al bene collettivo del paese.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com