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L’ex dittatore ciadiano Habré condannato a Dakar all’ergastolo anche in appello

Africa ExPress
Dakar, 27 aprile 2017

L’ex dittatore del Ciad, Hissène Habré, ormai settantacinquenne, dovrà scontare i suoi ultimi anni in galera.
Oggi a Dakar, capitale del Senegal, la Corte d’Appello del tribunale speciale, appositamente creato dall’Unione Africana (UA) “Chambres africaines extraordinaires” (CAE) in virtù di un accordo con il presidente del Senagal, Macky Sall, ha confermato la sentenza di primo grado, pronunciata nel maggio del 2016, che vede l’ex tiranno condannato all’ergastolo. (http://www.africa-express.info/2015/07/23/crimini-contro-lumanita-processo-dakar-contro-lex-dittatore-habre/)

Il processo in appello si è tenuto a gennaio, ma la sentenza è stata letta solamente oggi dal presidente della Corte, Ougadeye Wafi, maliano, che ha inflitto la condanna a vita a Habré, che non era presente all’udienza, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e tortura. Una commissione d’inchiesta, appositamente istituita, ha stimato che tra il 1982 e il 1990, in  Ciad siano state uccise oltre quarantamila persone.

Hissène Habré, ex presidente del Ciad
Hissène Habré, ex presidente del Ciad

Dopo essere stato deposto dall’attuale presidente del Ciad, Idriss Deby, Habré si è rifugiato in Senegal e per poterlo processare a Dakar, l’ex colonia francese ha dovuto modificare le sue leggi e adottare la giurisdizione universale per permettere di giudicare uno straniero per atti commessi fuori dal suo territorio. E’ considerato un processo storico: per la prima volta un leader africano ha dovuto rispondere dei suoi atti in un altro Paese africano.

Ancora non è dato di sapere se il vecchio dittatore espierà la sua pena in Senegal o in un altro Paese del continente.

Souleymane Gouenggoueng, presidente di un’associazione delle vittime della dittatura, incarcerato per ben due anni dalla “Direction de la documentation et de la Sécurité (DDS, la polizia politica del regime), dopo la lettura della sentenza d’Appello ha fatto sapere: “Ho lavorato per oltre ventisei anni perché Habré venisse condannato. Oggi sono finalmente in pace. Spero che tutti i dittatori dell’Africa abbiano compreso il messaggio che rappresenta questa condanna”.

Il giurista statunitense, Reed Brody, che ha lavorato con le vittime per ben diciotto anni e assistendo le stesse durante tutte le tappe del processo, ha sottolineato l’importanza di questo verdetto. “E terminata l’epoca dei dittatori, un giorno storico, perché un gruppo di vittime di un tiranno è stato determinato nel pretendere e chiedere giustizia”.

Africa ExPress

 

Tratta degli schiavi: come dai bianchi il commercio passò nelle mani degli arabi

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Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 26 aprile 2017

Tra il 1808 ed il 1860, la Royal Navy catturò 1600 battelli negrieri e rese liberi oltre 150 mila schiavi africani, ma il traffico umano era ancora troppo redditizio per essere abbandonato ed i negrieri arabi decisero di trasferirsi dalle coste occidentali africane a quelle orientali, malgrado che ciò li costringesse a lunghe e perigliose circumnavigazioni del continente. Dovevano doppiare il Capo di Buona Speranza, per entrare nell’Oceano Atlantico e far rotta verso le Americhe, ormai rimaste le sole acquirenti del loro scellerato carico.

La flotta britannica dovette quindi adeguarsi a questa nuova situazione ed estendere la sua azione anche alle coste africane dell’Oceano Indiano. Qui i potenti sultanati di Zanzibar, Dar es Salaam, Mombasa e Malindi, gli opposero una feroce resistenza che dovette essere vinta a suon di cannonate. Tuttavia, malgrado la decisa e costante azione britannica, la tratta degli schiavi non fu totalmente debellata fino a che, nel 1861, ispirata da ambienti massonici, gli stessi da cui era nata la lotta di indipendenza del 1783, negli Stati Uniti, si scatenò la sanguinosa guerra di secessione tra gli stati del nord e quelli del sud che si concluse quattro anni dopo e decretò, tra l’altro, anche la definitiva abolizione della schiavitù con affrancatura di tutti gli schiavi presenti sul territorio nazionale. Fu, come detto, una guerra lunga e feroce, caratterizzata da numerosi rovesciamenti di fronte ed alla quale partecipò anche un contingente di garibaldini (solo 3 anni prima l’Italia era approdata all’unità nazionale).

Schiavi 2

Caduto il maggior fruitore dei loro indegni “servizi” i negrieri arabi ridussero drasticamente le incursioni sulle coste africane, ma ciò nonostante il traffico umano non cessò mai del tutto ed ancora continua, se pur in forma ridotta, nei paesi di influenza araba dell’Africa occidentale, anche se oggi gli schiavi sono soprattutto bambini che non vengono più sequestrati a forza, ma venduti per quattro soldi da genitori compiacenti e brutalizzati dalla povertà, i quali vedono nelle proprie progenie uno strumento di sopravvivenza per loro e per se stessi.

I destinatari di questo traffico, che sopravvive nella clandestinità, sono tornati ad essere esclusivamente i ricchi paesi arabi che impiegano le loro prede per lavori domestici (nei casi più fortunati); per laidi servizi sessuali e (nei casi più infami) quale merce con cui alimentare la banca clandestina degli organi.      

E’ davvero difficile credere che l’uomo, che si dice fatto “ad immagine e somiglianza del suo Creatore”, sia potuto arrivare a comportamenti così abbietti e così privi di umana pietà. Ma i resoconti della tratta degli schiavi dall’Africa non lasciano dubbi: nelle soffocanti stive dei vascelli negrieri in cui dovevano giacere anche per mesi durante la lunga traversata atlantica, gli uomini, incatenati alle paratie, lasciati senz’acqua, costretti a cibarsi di topi e scarafaggi, totalmente privati delle più elementari norme igieniche, erano falcidiati dalle malattie infettive e un terzo di loro giungeva a destinazione cadavere.

schiavi 4

Che il ripercorrere questa vergognosa odissea faccia inorridire è cosa del tutto comprensibile, ma è profondamente ingiusto addossarne la colpa alla Gran Bretagna che, unica nazione tra tutte le altre, fu la prima a riscuotersi e a rendere disponibili il denaro, i mezzi ed anche la vita dei propri Royal Marines per tentare di contrastarla.

Purtroppo la mistificazione della storia – a volte dovuta all’ ignoranza, a volte scientificamente orchestrata – non è un fatto raro nei paesi africani. Ne è un esempio la rivolta dei mau-mau in Kenya, esplosa verso la metà del secolo scorso contro i coloni bianchi. Storia che nella sua narrazione ufficiale si ammanta di un idealismo inesistente e giunge a sostenere che i mau-mau raggiunsero l’indipendenza attraverso la sconfitta militare del corpo di spedizione britannico.

Nel caso della tratta degli schiavi però la ragione è certamente più pragmatica: gli arabi, o comunque gli islamici, sono profondamente inseriti nel tessuto sociale dei paesi africani, nei quali attuano un proselitismo senza pari, influenzandone notevolmente gli assetti economici. Una brutale verità sul trattamento da loro riservato in passato alle popolazioni di colore, innescherebbe certamente reazioni indesiderate e destabilizzanti. Un evento del genere si verificò peraltro negli anni ‘70 nella Tanzania di Nyerere, dove al diffondersi della verità sulla tratta degli schiavi, si scatenò una feroce mattanza ad opera delle genti di colore contro le etnie arabe presenti nel Paese che fu a stento domata solo dopo molti giorni di indicibili massacri. Più semplice quindi trasferire le colpe di tutto sull’uomo bianco che ha le spalle larghe ed è già di per sè afflitto da numerosi sensi di colpa, alcuni reali, altri solo presunti.

Del resto, quello stesso uomo bianco, negli ultimi decenni ha visto progressivamente cambiare il rapporto tra lui e i popoli che un tempo aveva soggiogato. Dal reverenziale miscuglio di ammirazione, timore e rispetto, si trova ora a gestire un atteggiamento ambiguo nel quale, pur prevalendo forse ancora l’ammirazione, cominciano a far capolino sentimenti meno nobili, come l’invidia, l’insofferenza e la rivendicazione che (alquanto paradossalmente) paiono crescere proporzionalmente ai suoi continui sforzi risarcitori e assistenziali.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
(2 – continua)

La prima puntata del racconto sugli schiavi di Franco Nofori la trovi qui:

Tratta degli schiavi: Londra fu la prima a combatterla. Ma gli africani non lo sanno

La seconda puntata è qui:

Tratta degli schiavi: come dai bianchi il commercio passò nelle mani degli arabi

 La terza puntata è qui:

La tratta degli schiavi: gli staterelli italiani tra gli ultimi ad abolirla

Tratta degli schiavi: Londra fu la prima a combatterla. Ma gli africani non lo sanno

La Tanzania espelle il direttore dell’UNDP. Ha messo in dubbio la regolarità delle elezioni

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Africa ExPress
Dodoma, 25 aprile 2017

Il governo della Tanzania ha espulso con effetto immediato Awa Dabo, direttore del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) a Dodoma.

John Magufuli, presidente della Tanzania
John Magufuli, presidente della Tanzania

In un breve comunicato del ministero degli Esteri è stato spiegato che la Dabo, di nazionalità gambiana, avrebbe intrattenuto pessimi rapporti con alcuni membri dello staff dell’ufficio. Secondo il governo di Dadoma, tale fatto avrebbe avuto un impatto negativo sullo svolgimento del lavoro dell’UNDP in tutto il Paese. La Dabo non ha rilasciato nessun commento e non è dato di sapere se abbia già lasciato la Tanzania.

I veri motivi dell’espulsione della Dabo sono ben altri. In passato aveva criticato aspramente le ultime elezioni presidenziali (http://www.africa-express.info/2015/10/31/caos-elezioni-in-tanzania-annullate-a-zanzibar-lopposizione-denuncia-brogli/), vinte da John Pombe Magufuli, l’attuale presidente. La tornata elettorale era stata dichiarata nulla a Zanzibar. Lo scorso marzo si sono svolte nuove elezioni sull’isola, che gode di uno status di semi-autonomia, e vinte, ovviamente, dal partito al potere. In tale occasione i maggiori partiti all’opposizione avevano boicottato le urne.

Awa Dapo, capo dell’UNDP in Tanzania
Awa Dapo, capo dell’UNDP in Tanzania

Il parlamentare Pascal Yohana Haonga, in un suo intervento all’Assemblea nazionale, aveva sottolineato che un funzionario delle Nazioni Unite non può assolutamente permettersi di intromettersi nelle politiche locali e biasimare le ultime elezioni svoltesi a Zanzibar.

Africa ExPress

Eritrea, accusa le ONG che soccorrono i barconi e acquista armi dalla Nord Corea

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 25 aprile 2017

Il regime eritreo esulta e sul suo giornale on-line, Tesfanews, rincara le critiche dirette contro le Organizzazioni non governative, impegnate nell’attività Search and Rescue (SAR). Le ONG sono accusate dall’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera (Frontex) di collusione con i trafficanti di uomini. Il bollettino di propaganda di  Asmara, punta il dito su alcuni difensori dei diritti umani, attivisti eritrei, che da tempo hanno lasciato la loro patria.

Ovviamente il primo della lista è don Moussie Zerai, un sacerdote cattolico, residente in Svizzera, da anni impegnato nella difesa dei diritti dei migranti. Il suo operato è riconosciuto a livello internazionale, è stato persino candidato al Premio Nobel per la Pace (http://www.africa-express.info/2015/02/04/moussie-zerai-langelo-dei-profughi-candidato-al-nobel-per-la-pace/).

A seguire troviamo Meron Estefanos, una giornalista e attivista svedese, che spesso rilancia gli SOS quando gommoni o barconi carichi di profughi sono in difficoltà.

Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea dal 1993, governa il piccolo Stato del Corno d’Africa con il pugno di ferro. I diritti umani sono in continuazione violati. Gli oppositori del regime vengono arrestati senza una ragione e buttati in galera, Spesso i familiari non hanno più notizie dei propri cari per anni, a volte per sempre. Chi scappa e viene catturato durante la fuga, rischia la vita: ad un disertore bisogna sparare a vista, come è accaduto poco più di un anno fa nella capitale Asmara (http://www.africa-express.info/2016/04/09/ammazzati-in-eritrea-giovani-che-tentavano-di-disertare-mentre-leuropa-sblocca-i-finanziamenti/). E anche il rapporto della commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite sulle violazioni dei diritti umani in Eritrea conferma che negli ultimi venticinque anni sono stati commessi crimini contro l’umanità in modo sistematico  (http://www.africa-express.info/2016/06/09/13743/). La dittatura ha parecchi scheletri negli armadi, ciononostante discredita con estrema facilità gli altri.

Il 10 novembre scorso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU con risoluzione 2317 (2016) ha confermato per un altro anno l’embargo sulle armi all’Eritrea, Dieci i voti a favore e cinque i contrari (Angola, Cina, Egitto, Russia e Venezuela). Tale provvedimento nei confronti del Paese, accusato di sostenere con armi e addestramento militare il gruppo terrorista somalo al Shebab, era stato adottato la prima volta nel 2009 con la risoluzione 1907.

Secondo un rapporto dell’ONU pubblicato nel  febbraio scorso, nel luglio 2016 uno Stato membro dell’ONU avrebbe sequestrato una spedizione aerea destinata ad una società eritrea. Il carico conteneva radio militari ed altro equipaggiamento per le comunicazioni proveniente dalla Corea del Nord, Paese colpito dalle sanzioni dell’ONU a causa degli esperimenti nucleari. Sempre in base alla relazione degli esperti del Palazzo di vetro, Pyongyang avrebbe usato diversi metodi per aggirare i controlli e firmato accordi con almeno sette Stati africani per l’addestramento di truppe, la costruzione di infrastrutture e la vendita di munizioni, armi, autovetture e equipaggiamento militare. E sempre l’estate scorsa sarebbero state requisite trentamila granate con propulsione a razzo, ben nascoste in una nave cargo diretta verso il Canale di Suez. Non è dato di sapere chi sarebbe stato il destinatario delle granate.

Molti Paesi dell’Africa ignorano semplicemente le sanzioni dell’ONU nei confronti della Corea del Nord. “Non è nelle loro priorità”, ha specificato Pieter Wezeman, capo dei ricercatori del Stockholm International Peace Research Institute’s (SIPRI) Arms and Military Expenditure Programme e ha aggiunto: “La merce della Corea del Nord costa poco, ed è ciò che attrae i leader del continente”.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes    

 

 

Assalito in Kenya il santuario conservazionista di Kuki Gallmann ferita allo stomaco

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi

Nairobi, 23 aprile 2017

Scampata per miracolo a un attacco armato Kuki Gallmann, celebre conservazionista e scrittrice italiana, da almeno quarant’anni in Kenya. Nel pomeriggio è stata operata. Le sue condizioni sono stabili ed è trattenuta nel reparto terapia intensiva dell’Aga Khan Hospital di Nairobi, un centro medico che non ha nulla da invidiare agli ospedali europei.

Questa mattina un gruppo di pastori ha invaso il suo ranch (400 chilometri quadrati) Gallmann Africa Conservancy a Laikipia, alle pendici del monte Kenya, sparando all’impazzata contro l’auto della donna in  perlustrazione nella zona di Damu Nyekundu, normalmente abitata da elefanti. Kuki, che ha 73 anni ed è nata a Treviso, è stata colpita da un proiettile allo stomaco. Il suo autista l’ha portata immediatamente all’ospedale militare britannico di Nanyuki, per le prime medicazioni, e poi trasferita in aereo all’Aga Khan Hospital di Nairobi, dove è stata immediatamente operata. Fonti vicine alla famiglia hanno raccontato ad Africa ExPress che al momento del ricovero era cosciente e parlava. Le sue condizioni sono gravi e la prognosi è riservata.

Recentemente Kiki Gallmann era stata più volte minacciata per le sue attività in difesa della natura e c’erano stati diversi scontri tra esercito e polizia e i banditi che provengono dalle contee vicine di Baringo, Samburu e Pokot.

Sveva e Kuki Gallmann

In Kenya la situazione delle zone protette è complicata. Le grosse mandrie appartengono ai grandi proprietari, soprattutto politici, che le affidano ai pastori i quali debbono provvedere alla conservazione e alla sopravvivenza delle bestie. A causa della siccità che sta devastando intere zone del Paese, i pastori sono alla ricerca di nuovi pascoli e invadono le aree tutelate. E’ vitale per loro, altrimenti non solo per essere pagati per il loro lavoro, ma possono essere ritenuti responsabili se gli animali morissero. In questa situazione sono gli stessi politici, in lizza per vincere le prossime elezioni di agosto, che spingono i pastori a invadere fattorie e ranch promettendo poi l’impunità.

A fine febbraio uno splendido lodge appartenente alla famiglia Gallmann (Kuki è la vedova di Paolo Gallmann morto negli stessi giorni del figlio Emanuele in due diversi incidenti nel 1980) era stato attaccato e bruciato dai banditi.

Kuki Gallmann è molto conosciuta nel mondo. Dal suo libro autobiografico, “Sognando l’Africa”, è stato tratto un film. Lei è interpretata da Kim Basinger.

In Kenya è molto amata. La gente e i giornali conoscono perfettamente il lavoro che Kuki e la figlia Sveva hanno fatto e stanno facendo per tutelare la natura. Il leader dell’opposizione, Raila Odinga, ha condannato con estrema durezza l’attacco, ricordando le origini italiane della scrittrice: “Kuki, come altri che difendono il nostro ambiente naturale, fa parte del nostro Paese (è naturalizzata keniota, ndr), anche se non è nata qui. Ha contribuito in modo determinante alla crescita del Kenya. Lei ha diritto alla nostra protezione.” Proprio Sveva è stata fatta oggetto un mese fa da colpi d’arma da fuoco, per fortuna, andati a vuoto.

In quell’occasione qualcuno postò su internet questo ironico commento:

To all the people who say Kuki Gallmann and her family are white devils:
I guess you are right:

1* They are so terrible becasue they have a free food distribution program for the local community in times of drought. Conditions that are going on today. This is something the government should be providing.

2* They are horrid because they have a medical facility and oeprating theatre and maternity clinic for the locals, a service the government should provide for local communities.

3* They are the white devil becasue they actually have an economic development program on the conservancy that helps the locals work a sustainable and ecologically friendly charcoal business.

This is just a few of the things they do, besides preserve the natural and living heritage of Kenya. Something the government should support.

These are just horrible people and they deserve to be shot at, killed, evicted and have all their property stolen and burnt becasue they are white.

I am shocked by the ignorant racists who use the color of someone’s skin to vilify them. it is just another form of tribalism. And while you spend you time hating these hard working people who help our people, the government is stealing from you and your families right and left!!!!! And dividing you. Grow up people. Stop hating because it is convenient to do so.

 Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

Migliaia di rifugiati dal Congo-K scappano in Angola. E gli angolani fuggono in Namibia

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 22 aprile 2017

Da settimane migliaia di profughi provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo scappano  in Angola. Le autorità di Luanda hanno rafforzato il pattugliamento lungo le frontiere con la ex colonia belga. Temono, infatti,  che insieme ai profughi possano arrivare anche miliziani armati.

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), da quando sono iniziati gli scontri tra esercito e gruppi ribelli locali lo scorso agosto, oltre undicimila civili sono scappati, cercando rifugio in villaggi ormai sovraffollati appena oltre il confine del Congo-K. Gli ultimi novemila hanno raggiunto l’ex colonia portoghese dall’inizio di aprile, Metà di loro sono bambini in condizioni disperate: malnutriti e stremati. Per giorni sono rimasti nascosti nella foresta prima di poter continuare la fuga. La situazione per questi poveracci non è semplice; i più non hanno accesso all’acqua potabile, hanno difficoltà a procurarsi il cibo e/o un tetto sotto il quale ripararsi.

Rifugiati congolesi in Angola
Rifugiati congolesi in Angola

Le ultime violenze sono scoppiate nella regioni del Kasaï, nel centro del Paese, dopo che lo scorso agosto le forze dell’ordine hanno ucciso  Kamuina Nsapu, un leader tradizionalista, medico. sulla trentina. Kamuina aveva soggiornato a lungo in Sudafrica ed era rientrato in Congo solo nell’aprile 2016. Da un po’ di tempo invitava la popolazione all’insurrezione. Ora un gruppo, che porta il suo nome, è in zlotta armata contro l’esercito e le forze dell’ordine. Recentemente è stato accusato di aver ucciso in un’imboscata una quarantina di poliziotti (http://www.africa-express.info/2017/03/26/caos-congo-k-decapitati-quaranta-poliziotti-trovate-fosse-comuni-sequestrati-funzionari-onu/).

Scontri e violenze sono all’ordine del giorno nella travagliata ex colonia belga  e il presidente, Joseph Kabila, salito al potere dopo la morte del padre, Laurent-Désiré nel 2001, reprime qualsiasi opposizione con la forza. Ha vinto le elezioni nel 2006 ed è stato confermato nel 2011. Il suo mandato è scaduto a dicembre dello scorso anno. Ma lui ne ha chiesto un altro, il terzo, pur di restare incollato alla poltrona. Per il momento le elezioni sono state rinviate per la fine di quest’anno.

Fosse comuni nel Congo-K
Fosse comuni nel Congo-K

Finora in Kasaï sono state scoperte ben quaranta fosse comuni, le ultime diciassette proprio pochi giorni fa. L’ONU ha minacciato di essere pronta ad avviare un’inchiesta presso la Corte penale internazionale dell’Aja, se le autorità di Kinshasa dovessero rifiutarsi di aprire proprie indagini, finalizzate a scovare i responsabili di questi massacri.

Raramente si parla delle migrazioni interne africane. In Europa ci si concentrata solamente sui profughi in arrivo sulle nostre coste. Molti angolani, per esempio, scappano dal regime di Eduardo Dos Santos, un ex comunista, che, al potere dal 1979, è considerato uno tra i peggiori dittatori del continente. Chi osa criticarlo, chi si oppone al suo governo, viene sbattuto in galera. Come molti regimi africani, anche quello angolano, corrotto e cleptocrate, tappa la bocca ai dissidenti. La figlia di Dos Santos, Isabel, è considerata da Forbes la donna più ricca dell’Africa grazie al suo patrimonio stimato a oltre tre miliardi di dollari. Circa un anno fa, lo stesso padre ha nominato la figlia prediletta come presidente della Sonangol, la società petrolifera statale. Le ricchezze devono rimanere in famiglia, alla popolazione si distribuiscono le briciole. E’ così che funziona in molti Stati africani ed è per questo motivo che molti angolani scappano anche in Namibia, alla ricerca di libertà e fortuna.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dall’Angola, dallo Zimbabwe e dal Congo in Namibia: la grama vita degli immigrati che fuggono dall’Africa in Africa

Tratta degli schiavi: Londra fu la prima a combatterla. Ma gli africani non lo sanno

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Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 22 aprile 2017

Un’indagine svolta qualche anno fa in Kenya, rivelava che l’85 per cento dei giovani interrogati su chi fosse il responsabile della tratta degli schiavi dalle coste africane, rispondeva: “I britannici”. Risposta, questa, che per loro – ex sudditi coloniali della Gran Bretagna – stava a identificare, in senso esteso, gli “uomini bianchi”.

L’aspetto più singolare che emerse da questa indagine fu che la risposta ottenuta non veniva dagli indigeni incolti delle aree remote del Paese, ma da giovani con alto livello scolare e addirittura universitario. Indubbiamente le potenze europee fecero, per circa due secoli, largo uso degli schiavi africani, ma più di tutti se ne avvantaggiarono Stati Uniti e Canada, le nuove nazioni appena liberatesi dalla dominazione britannica.

Schiavi 1

I pellerossa, che si erano dimostrati guerrieri irriducibili e diedero a lungo del filo da torcere ai dominatori bianchi, non erano certo disponibili alla sottomissione totale e neppure lo erano gli indigeni dell’America meridionale che, anche se di costituzione più minuta, si rivelarono accaniti difensori della propria libertà. L’africano, invece, era uomo molto più docile anche se di struttura fisica possente e si mostrava quindi più adatto a essere ridotto in schiavitù.

La messa in schiavitù di esseri umani da parte di altri suoi simili, risale alla notte dei tempi ed è praticamente impossibile datarla con precisione. Ad essa ricorsero tutti i popoli di conquistatori: Assiri, Fenici, Greci, Egizi, Romani, ecc. Era nell’uso comune che il nemico sconfitto divenisse, per indiscutibile diritto, assoluta proprietà del vincitore. In Africa, la tratta in schiavitù delle popolazioni di colore, risale a tempi immemorabili e interessò quasi tutte le coste continentali, con particolare concentrazione su quelle atlantiche.

Su chi la praticò non esistono dubbi: si trattava dei paesi arabi affacciati sul Mediterraneo, sul Golfo Persico e sulla costa atlantica. Nel tempo, gli arabi, non furono solo gli utilizzatori di questa merce umana, ma ne divennero i fornitori per il resto del mondo, soprattutto per quei Paesi dell’ Europa e delle Americhe che stavano crescendo imperiosamente come potenze militari ed economiche ed avevano bisogno di mano d’opera a basso costo.

Gli africani catturati venivano spesso stipati in tenebrose caverne e incatenati alle pareti di corallo in attesa delle navi negriere il cui arrivo era stimato in modo molto approssimativo essendo soggetto alle mutevoli condizioni atmosferiche. I tempi potevano quindi dilatarsi di parecchie settimane e frequentemente le forti escursioni delle maree allagavano le caverne causando un’orrenda morte ai poveretti che vi erano imprigionati. In Kenya, uno di questi luoghi dell’orrore, era la zona di Shimoni nella costa sud a pochi chilometri dall’odierno confine con la Tanzania e oggi amena destinazione turistica.

Va detto che in Europa, già a partire dal Rinascimento ed dalla nascita del pensiero umanistico, ci fu sempre un forte movimento di opposizione alla tratta degli schiavi. Sentimenti, questi, che trassero ulteriore vigore dai principi di libertà, uguaglianza e fratellanza propugnati dalla Rivoluzione Francese. Ma, benché non sia noto a molti, fu proprio la Gran Bretagna che nel 1772 – quindi vent’anni prima dello scoppio della rivoluzione Francese – abolì la tratta degli schiavi su iniziativa del Lord cancelliere Mansfield che ingaggio una strenua battaglia alla Camera dei Lord, uscendone vittorioso. In un primo tempo la proibizione riguardò la sola Gran Bretagna e nell’immediato non riscosse grande successo per la mancanza di una regolamentazione chiara ed efficace che consentisse di applicarla e fu così che nel 1807 nacque lo Slave Trade Act che imponeva, al capitano della nave negriera, approdata sulle coste del Regno, una multa di 100 sterline (somma a quel tempo considerevole) per ogni schiavo importato, al quale naturalmente, veniva immediatamente restituita la libertà.

A breve distanza di tempo, altri Stati europei seguirono l’esempio del Regno Unito, timorosi di inimicarsi quella che allora era la massima potenza militare del mondo e fu così che, incoraggiata da questi consensi, nel 1808, solo un anno dopo la stesura dello Slave Trade Act, la Gran Bretagna, si mise a fare le cose sul serio e attraverso la Royal Navy, costituì una poderosa forza navale, Il West Africa Squadron, che prese a incrociare efficacemente lungo le coste occidentali africane intercettando le navi negriere che facevano rotta verso le Americhe con il loro carico di merce umana. Con questa iniziativa, la lotta alla tratta degli schiavi in Africa non fu più soltanto un fatto interno alla Gran Bretagna, ma intervenne alla fonte dell’indegno traffico umano impedendone lo svolgimento, senza curarsi di chi fosse il destinatario del commercio.

Il vascello di Sua Maestà Britannica “Turmalin”. Una delle navi della flotta “West Africa Squadron” utilizzate per contrastare la tratta degli schiavi
Il vascello di Sua Maestà Britannica “Turmalin”. Una delle navi della flotta “West Africa Squadron” utilizzate per contrastare la tratta degli schiavi

Non tutti, naturalmente, apprezzarono il deciso intervento britannico, soprattutto non lo apprezzarono i negrieri che videro i loro proventi falcidiati, ma non lo apprezzarono neppure gli Stati Uniti (soprattutto le regioni del sud) che a differenza dei loro vicini canadesi, non erano affatto disposti a rinunciare alle migliaia di braccia nere che garantivano l’esistenza delle loro sterminate piantagioni di cotone. La Gran Bretagna, dal cui dominio coloniale si erano affrancati da poco, costituiva comunque sempre un nemico troppo temibile per poterlo affrontare a viso aperto e – meno che mai – con il ricorso alle armi. Così dovettero accontentarsi di quelle poche navi negriere che raggiungevano le loro coste riuscendo ad eludere il blocco della flotta di Sua Maestà.

 Questa iniziativa britannica, per quanto lodevole sul piano umanitario, non mancò tuttavia di produrre anche alcuni effetti negativi. Quando le navi negriere venivano intercettate dai veloci e bene armati vascelli della Royal Navy, non avevano molte opzioni: o arrendersi o essere affondati a cannonate e fatalmente si piegavano alla prima scelta. Ma, consci delle esose sanzioni che gli sarebbero state inflitte, ricorrevano spesso a una pratica davvero aberrante: quella di gettare a mare gli schiavi che morivano così annegati o divorati dagli squali. Fu quindi necessario inasprire la lotta contro le navi negriere che furono non solo assoggettate a più severe sanzioni, ma se catturate i loro comandanti venivano sbattuti nelle galere dell’Impero.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
(1 – continua)

Maurizio Giuliano (UN) dopo 17 anni in Africa nuovo direttore ONU in Brasile

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Africa ExPress
Nairobi, 20 aprile 2017

Gli italiani sono sempre molto apprezzati all’estero nell’ambito della diplomazia internazionale. Questa volta è Maurizio Giuliano, veterano dell’Africa, a cambiare sede e a occupare una prestigiosa posizione all’interno del sistema delle Nazioni Unite: diventa direttore del Centro di Informazioni dell’Onu a Rio de Janeiro, in Brasile.

L’ultimo incarico in Africa di Maurizio Giuliano è stato consigliere speciale del capo della missione MINUSMA (United Nations Multidimensional Integrated Stabilization Mission in Mali). Si occupava di protezione dei civili e lavorava nell’unità che lavora sull’implementazione della fragile pace in vigore nell’ex colonia francese.

Maurizio Giuliano
Maurizio Giuliano

Tra il 2013 e il 2016 è stato capo dell’ufficio di Bunia (nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo) di OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) dove si è occupato di assistenza umanitaria alle popolazioni locali impegnate in una cronica guerra civile.

Africa ExPress lo ha rintracciato parecchie volte nelle città congolesi afflitte da conflitti tribali e violenze generalizzate dove le donne vengono violentate, i villaggi bruciati e saccheggiati, i bambini ridotti in schiavitù e gli uomini ammazzati. In Katanga, nel Kivu, in Kasai, a Kinshasa, a Kisangani, insomma un po’ ovunque. E spesso ci ha spiegato con una sottile analisi la situazione del Congo-K dipanando complicate matasse dove interessi politici si intrecciano con quelli economici (interni e stranieri) e tribali.

Non è la prima volta che Giuliano accetta una missione in America Latina (tra l’altro parla correntemente spagnolo e portoghese, oltre naturalmente l’inglese e il francese). Tra il 2011 e il 2013 è stato portavoce dell’UNICEF in Messico. Ma è stata una breve parentesi. Dal 2005 e il 2011 ha lavorato con OCHA in diverse nazioni africane. E’ difficile ricordarle tutte, ma ci proviamo: Repubblica Centrafricana, Ciad, Sudan e Sud Sudan, oltre che Congo, occupandosi sempre di disastrose crisi umanitarie. Ha lavorato comunque anche in Afghanistan e in Pakistan nel 2014 e nel 2015. LA sua carriera è cominciata come UN Volunteer (cioè volontario senza un vero salario ma solo qualcosa di poco superiore a un argent the poche) a Timor Est, nel 2000.

Africa ExPress esprime a Maurizio Giuliano i suoi complimenti e auguri per il nuovo incarico anche se – non ce ne voglia – ci dispiace un po’ che lasci il nostro continente di riferimento.

Africa ExPress

La caccia a Joseph Kony è finita: USA e Uganda ritirano le truppe dal Centrafrica

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 aprile 2017

L’Uganda ha iniziato a ritirare le proprie truppe dalla Repubblica centrafricana, dove hanno dato la caccia per anni a Joseph Kony, leader della Lord’s Resistance Army (LRA), in italiano, l’Esercito di Resistenza del Signore, e ai suoi miliziani.

Anche gli Stati Uniti, che dal 2011 hanno partecipato con un gran numero di soldati alla caccia del leader del LRA, hanno chiuso “l’operazione caccia a Kony” a fine marzo.  Tom Waldhauser, capo delle Forze armate degli USA in Africa, ha fatto sapere che tale operazione è costata una fortuna: tra seicento e ottocento milioni di dollari in sei anni e ha precisato: “Anche se Kony non è mai stato catturato, l’LRA si è notevolmente indebolito, anzi si è ridotto ad un gruppo ribelle insignificante. In questi anni abbiamo neutralizzato centinaia, forse migliaia di miliziani”. La missione americana era stata autorizzata dall’allora presidente Barack Obama nel 2010: un centinaio di uomini delle forze speciali statunitensi sono state inviate nel CAR come appoggio alle truppe regionali, impegnate a contrastare i miliziani del gruppo ribelle.

 Joseph Kony, Leader del LRA
Joseph Kony, Leader del LRA

Sul sanguinario leader del LRA pende un mandato di cattura emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja per crimini contro l’umanità. Attualmente è sotto processo nella città olandese uno degli ex principali aiutanti di campo di Kony, Dominic Ongwen, un ex bambino soldato, diventato uno dei più sanguinari guerriglieri del LRA. Dovrà rispondere a settanta capi di accusa per crimini di guerra e contro l’umanità. Dopo anni di latitanza, Ongwen si era consegnato spontaneamente nel 2015. Un processo certamente complesso per il duplice ruolo dell’imputato: vittima e carnefice.

LRA, un gruppo ribelle ugandese, ma attivo anche in diversi altri Stati africani (Repubblica centrafricana, Congo-K, Sudan, Sud Sudan) è stato fondato verso il 1987, dal fondamentalista cristiano Joseph Kony con l’intento di rovesciare il governo ugandese del presidente Yoweri Museveni, per instaurare un regime fondato sui dieci comandamenti, anzi un undicesimo è stato aggiunto dal leader: divieto assoluto di andare in bicicletta, pena dell’amputazione di una gamba. Ma LRA è stata attiva anche in Sud Sudan, Congo-K, nella Repubblica Centrafricana, nel Sud Sudan e in Sudan.

bambino soldato
bambino soldato

Questo gruppo è ritenuto responsabile di almeno centomila morti, del sequestro di oltre sessantamila minori e di averli trasformati in bambini-soldato; è accusato di torture, matrimoni forzati nonché stupri, per ottenere bambini da trasformare in soldati o in mogli per i soldati. Alle giovani donne spesso venivano tolti i neonati per essere usati come oggetti di scambio.

Circola voce che oggi Kony sia seriamente ammalato e, secondo quanto riferito da un ex ribelle che ha abbandonato l’LRA lo scorso anno, soffrirebbe di ulcere peptiche. Attualmente il leader darebbe meno importanza all’acquisto di nuove armi per il gruppo; la sua attenzione sarebbe piuttosto rivolta ai medicinali per curare la sua patologia, difficilmente reperibili nella travagliata Repubblica Centrafricana (CAR) dove si presume che si trovi attualmente. Pare che Kony ordini ai suoi combattenti di saccheggiare farmacie e ospedali per procurarsi le terapie necessarie per le sue ulcere, che provocano dolori e bruciori importanti allo stomaco.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes    

 

 

Basta sculacciate e schiaffi alle piccole pesti in Zimbabwe: vietati le punizioni corporali

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Africa ExPress
Harare, 18 aprile 2017

La Corte suprema di Harare ha condannato le punizioni corporali nell’ambito scolastico e casalingo nei confronti di minori.

Anche se la sentenza con le relative motivazioni deve essere ancora depositata, la decisione del giudice David Mangota è stata presa in seguito alla denuncia di un genitore, Linah Pfungwa, perché il figlio durante lo scorso anno scolastico, quando frequentava la prima elementare, era stato picchiato dall’insegnante durante le lezioni.

Alunno mentre viene picchiato con righello
Alunno mentre viene picchiato con righello

“Le punizioni corporali non devono far parte dell’educazione di un bambino, sia a scuola che a casa. Ritengo che questo tipo di castighi costituiscano un atto di violenza nei confronti dei piccoli, un abuso fisico intollerabile, che può provocare lesioni, come abrasioni, fratture della ossa, ematomi e quant’altro. Tali abusi possono provocare danni permanenti seri e talvolta essere causa di morte nei minori”, ha precisato l’avvocato della Pfungwaga nella querela.

Mangota ha riconosciuto le obiezioni della Pungwaga e ha precisato che la sua sentenza sarà depositata presto.

Non appena sarà confermato il “verdetto”, lo Zimbabwe sarà in linea con i Paesi (un terzo su scala mondiale) che vietano infliggere punizioni corporali ai bambini.

Africa ExPress