Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
Mogadiscio, 7 maggio 2017
Un raid delle forze speciali somale guidate da alcuni consiglieri americani si è concluso con la morte del leader shebab Moalin Osman Abdi Badil, di tre suoi luogotenenti e quella di un soldato statunitense. L’operazione è scattata nella notte tra giovedì e venerdì scorso, quando il commando è stato trasportato con elicotteri in una base terrorista nel villaggio di Bariire, vicino a Daarasalaam, nel Lower Shebele a una settantina di chilometri a sud ovest di Mogadiscio.
Fonti della capitale somala hanno raccontato ad Africa ExPress che c’è stata una violenta battaglia durata parecchie ore. Il villaggio è stato circondato dai sodati somali e dagli americani. Gli shebab non si sono arresi fino all’ultimo, quando il loro leader Moalin Badil non è stato scovato e ucciso assieme a tre dei suoi più stretti collaboratori.
Un comunicato dell’US Africa Command basato in Germania, dal canto suo ha spiegato che il ranger è stato ucciso giovedì scorso mentre era impegnato “in una missione di assistenza e training a un gruppo di soldati somali”.
A metà aprile l’US Africa Command aveva annunciato l’arrivo in Somalia di un “piccolo gruppo di forze speciali americane con il compito di addestramento dell’esercito somalo e di supporto in missioni speciali”. Pochi giorni dopo il “piccolo gruppo”era arrivato a Mogadiscio. Non si può escludere che il militare ucciso fosse appena arrivato in Somalia e impiegato immediatamente nell’operazione organizzata per arrestare – o comunque uccidere – Moalin Badil.
Un documento diffuso dagli shebab sostiene invece che gli insorti islamici hanno ucciso diversi soldati americani: “Sono arrivati in elicottero ma sono stati affrontati dai nostri mujaheddin che hanno respinto l’attacco”, ha scritto uno dei portavoce del gruppo terrorista islamico. Poi ha aggiunto: “Abbiamo ucciso diversi americani. Parecchi sono stati feriti. Alla fine gli aggressori sono scappati con i loro elecotteri”. Non sarebbe la prima volta che il gruppo terrorista canta vittoria, anche se dovrebbe invece ammettere la sconfitta.
La morte di Moalin Osman Abdi Badil segna una significativa vittoria del governo somalo nei confronti del gruppo terrorista. Secondo notizie raccolte in Somalia, il capo terrorista fungeva da collettore tra i finanziatori medio orientali e i mujaheddin che operano sul campo nell’ex colonia italiana.
I militari americani sono in Somalia da parecchio tempo. Ufficialmente solo in missione di consulenza e addestramento delle forze speciali governative, in realtà, da parecchie testimonianze risulta che partecipano attivamente ai combattimenti e in special modo ai raid mirati (come quello di giovedì/venerdì) come la cattura o l’uccisione di capi militari e/o leader spirituali.
Quella di venerdì è la prima uccisione di un soldato dal 1993, quando in una battaglia furibonda, immortalata dal film Black Howk Down, furono uccisi 18 ranger delle special forces e furono abbattuto due elicotteri.
Parata degli shebab in un villaggio somalo
Recentemente sia il presidente americano, Donald Trup, che quello somalo, Mohamed Abdullahi Mohamed “Formajo”, hanno sostenuto che moltiplicheranno gli sforzi per battere gli shebab. In particolare quest’ultimo ha accusato il gruppo terrorista di essere in responsabile degli attacchi non sono nell’ex colonia italiana, ma in tutta l’Africa orientale.
Dal canto suo Trump ha invece promesso di inviare consistenti aiuti, compreso un contingente militare che, sostengono a Mogadiscio, è già operativo.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
Per ora sono stati resi noti pochi dettagli sulla loro liberazione. Attualmente le giovani si trovano a Banki, vicino al confine con il Camerun, dove sono sottoposte a viste mediche. Al più presto un volo speciale le porterà a Maiduguri, il capoluogo del Borno State.
Nella foto AFP un gruppo di ragazze rapite, riprese dopo la liberazione
Dal 2009 ad oggi i terroristi hanno ucciso oltre ventimila persone, più di due milioni hanno dovuto lasciare le loro case, cercando rifugio nei Paesi limitrofi o in campi per sfollati.
Abubakar Shekau, il leader dei Boko Haram
Grazie anche al supporto della Task Force Multinazionale e gli aiuti internazionali, i jihadisti hanno perso terreno, ma certamente non sono scomparsi. I loro attacchi mietono ancora morte e disperazione. Ora circola voce che durante un’incursione aerea di venerdì scorso, effettuata dall’aeronautica militare nigeriana vicino a Domboa, a bordo della foresta di Sambisa, sia stato ferito il loro leader, Abubakar Shekau, e pare che siano addirittura stati uccisi il suo vice, Abba Mustapha, alias Malam Abba, insieme ad un’altra figura chiave della setta terrorista, Abubakar Gashua, alias Abu Aisha.
Una fonte, in contatto con Boko Haram, ha fatto sapere che Shekau dovrebbe trovarsi attualmente nella zona di Kolofata, al confine con il Camerun, per le cure necessarie. Ma il suo ferimento è stato negato da Shekau stesso in un video, pubblicato pochi giorni fa, nel quale appare in piena forma. Più spavaldo che mai ha dichiarato: “Sto benissimo, non sono stato assolutamente ferito e nessuno dei miei uomini chiave è stato ammazzato. Sono tutte bugie”.
Una trentina di alunni tra i dodici e tredici anni della scuola Lucky Vincent di Arusha – città nel nord della Tanzania – due insegnati e l’autista del pullman sul quale viaggiavano, sono morti questa mattina, mentre si recavano in un altro istituto per sostenere gli esami di fine anno. Non è ancora chiaro se qualche adolescente sia sopravvissuto, alcuni media locali fanno menzione di quattro o cinque feriti gravissimi.
Secondo una prima ricostruzione della polizia, lo scuola-bus sarebbe caduto in un burrone, mentre scendeva lungo la strada di una collina ripida in condizioni meteorologiche avverse; il manto stradale era bagnato a causa di forti piogge.
L’incidente è accaduto verso le 09.30 di oggi, ci sono volute ore per estrarre i corpi dalle lamiere. I rilevamenti circa l’esatta dinamica del terribile incidente sono ancora in corso.
Il presidente dell’ex protettorato britannico, ha descritto l’accaduto come una “tragedia nazionale”, è un dolore immenso per i genitori e per il Paese intero. Nel biennio 2014-2016 sarebbero morte almeno undicimila persone in incidenti stradali, secondo l’ufficio statistico del governo.
L’economia della Tanzania è seconda solo a quella del Kenya, eppure la messa in sicurezza della sua rete stradale è alquanto precaria e malgrado ciò il mezzo di trasporto più comune per collegare una città con l’altra è il pullman.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 5 maggio 2017
Survival International, il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, ha dato il Greenwash Award al Fondo mondiale per la natura (Wwf) presente in oltre 100 Paesi.
Ma l’assegnazione del premio è una pessima notizia per chi lo riceve. Si tratta infatti di un riconoscimento negativo che viene dato a quelle organizzazioni che vogliono far credere al pubblico di essere ecologiste e che fanno passare le distruzioni delle foreste – habitat fondamentale per i popoli indigeni – come iniziative per la conservazione dell’ambiente.
La motivazione è allarmante: “Per avere stretto partnership con sette compagnie che stanno disboscando quasi 4 milioni di ettari di foresta appartenenti ai pigmei Baka e Bayaka, nell’Africa centrale”.
Anche azienda italiana coinvolta
È un territorio pari all’estensione di Lazio e Toscana e tra queste multinazionali è coinvolto anche il gruppo italo-camerunense SEFAC, collegato direttamente all’azienda italiana Vasto Legno che commercia legnami pregiati con punti vendita in Cina e Giappone.
Secondo Survival, il Wwf France, nel suo sito web, descrive le compagnie di taglio del legname come “operatori forestali” e le sue partnership con queste azioni “promuovono una gestione sostenibile della foresta”.
L’accordo tra Wwf France e Rougier Group, un produttore leader di legname tropicale africano certificato che opera in Camerun, Gabon e nel Congo-Brazzaville prevede anche il sostegno alle unità anti-bracconaggio nel nord del Congo.
Peccato che questo avvenga a spese delle popolazioni Baka nell’area sud-est del Camerun. Le guardie ecologiche anti-bracconaggio, che il Wwf contribuisce a sostenere offrendo supporto logistico e finanziario, perpetuano continui abusi sui Baka senza fare distinzioni tra uomini donne, bambini e anziani. Cacciano le popolazioni di pigmei dai loro villaggi e dalla loro terra ancestrale e impediscono loro di cacciare per sopravvivenza. Ma la cosa grave è che il Wwf è a conoscenza di questi abusi.
Ci sono stati anche dei morti. In diversi filmati di Survival con molte testimonianze dirette, uomini e donne Baka raccontano soprusi, umiliazioni e violenze subite dalle guardie anti-bracconaggio e spiegano l’importanza della foresta per il loro popolo. Raccontano anche come una ragazza e un uomo anziano sono morti durante l’attacco alla loro comunità organizzato da una squadra anti-bracconaggio finanziata dal Wwf.
La denuncia all’Ocse e i safari dei bianchi Survival, ha più volte denunciato l’atteggiamento del Wwf nei Paesi del bacino del Congo verso i popoli pigmei e sulla violazione dei diritti umani delle etnie Baka e Bayaka che vivono nelle foreste pluviali tra Camerun e Congo.
La pagina con la petizione
L’Ocse, l’ Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, sta indaganto su un’istanza sugli abusi e le reiterate persecuzioni, torture e violenze delle squadre anti-bracconaggio contro la popolazione di pigmei Baka che vivono nell’area “protetta” del Wwf presentata da Survival nel febbraio 2016.
Mentre alla comunità Baka è vietato cacciare per procurarsi il cibo, ricchi bianchi fanno safari di caccia all’elefante a spese dei pigmei. È dello scorso novembre una foto pubblicata da Survival che ha messo in imbarazzo il Wwf: Peter Flack, cacciatore e membro del consiglio del Fondo Mondiale per la Natura si è fatto fotografare con un elefante appena ucciso.
Area dei territori dei pigmei in Africa centrale
Il movimento per i diritto dei popoli indigeni ha subito lanciato una petizione indirizzata alla Fondazione Tri-National de la Sangha, uno dei principali finanziatori dell’ “area di conservazione”, al Wwf e all’agenzia turistica – di cui è comproprietario il miliardario francese Benjamin de Rothschild – che organizza i safari di caccia grossa.
Disboscamento senza autorizzazione delle comunità pigmee Survival afferma che “tutti i partner del Wwf sono stati accusati di taglio illegale e nessuno di loro ha ottenuto il consenso dei Baka e dei Bayaka. Un recente studio ha anche rivelato che approcci come quello del Wwf non hanno rallentato la distruzione della foresta pluviale del bacino del Congo”.
Lo studio citato è quello pubblicato da Science Advances con il titolo “The last frontiers of wilderness: Tracking loss of intact forest landscapes from 2000 to 2013″ (Le ultime frontiere delle aree selvagge: Traccia della perdita di paesaggi forestali intatti dal 2000 al 2013).
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 5 maggio 2017
Le ultime foto di Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria, il gigante dell’Africa, lo ritraggono stanco, dimagrito e sofferente. E’ ritornato da Londra poco meno di due mesi fa dove è rimasto sei settimane per terapie mediche (http://www.africa-express.info/2017/03/11/dopo-oltre-2-mesi-buhari-rientra-nigeria-devastata-dagli-attacchi-dei-boko-haram/), non si sa per quale patologia, che viene tutelata come un segreto di Stato. Il presidente è ancora cagionevole, tanto che per la terza volta di seguito non ha partecipato al Consiglio dei ministri, previsto ogni mercoledì . Buhari resta chiuso in casa e cerca di sbrigare gli affari di Stato urgenti dalla sua residenza ad Abuja, la capitale del Paese.
Il vicepresidente, Yemi Osinbajo, un abile avvocato di Lagos, anche in questa occasione tiene ben saldo il timone della ex colonia britannica, che con i suoi centottanta milioni di abitanti è lo Stato più popolato del continente africano.
Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria
Milioni di nigeriani sono a rischio carestia (http://www.africa-express.info/2016/12/15/guerra-e-carestia-nel-nord-est-della-nigeria-infestata-dai-terroristi-si-muore-di-fame/). I più sono ex profughi o ex sfollati, che avevano lasciato le loro case e i loro villaggi per fuggire alla furia omicida dei terroristi Boko Haram. Ora che i territori nel nord-est della Nigeria sono stati riconquistati dall’esercito nigeriano, in molti hanno accettato di ritornare nelle terre d’origine. Ma la sorpresa è stata amara: i campi sono devastati, i sementi scarseggiano, i mercati sono ancora chiusi.
La stagione delle grandi piogge, attesa a momenti, renderà la vita ancora più difficile. Quattro milioni e settecentomila nigeriani nel nord-est vivono in stato di necessità. I frequenti scontri tra jihadisti ed esercito rendono difficile l’approvvigionamento alimentare e le prestazioni mediche agli abitanti, ed ora, che si avvicinano i forti temporali, le poche strade saranno praticamente inaccessibili per i convogli che distribuiscono il cibo. Cesar Tishilombo, a capo dell’ufficio dell’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) di Maiduguri, capoluogo del Borno State, ha previsto che circa tre milioni di persone, saranno a rischio carestia nel nord-est del Paese.
Una situazione ancora più difficile dalla mancanza di fondi. Finanziamenti promessi e soldi liquidi quasi mai arrivati. Per far fronte a tutte le esigenze, l’UNHCR aveva chiesto uno stanziamento di settanta milioni di dollari. Finora sono stati stanziati solamente undici milioni.
Crisi alimentare nel nord-est della Nigeria
Inoltre la corruzione a tutti livelli resta un problema quasi insormontabile. Dall’autista, agli impiegati statali, al governo federale, i corrotti sono in ogni dove. Un diplomatico ha evidenziato che tempo fa è partito un convoglio di dodici camion, colmi di viveri destinati al centro di distribuzione per i bisognosi. Solamente due camion sono arrivati a destinazione. Nessuno sa dove sono andati a finire gli altri dieci.
Un portavoce del presidente non ha risposto alla questione corruzione in relazione agli aiuti umanitari. Il mese scorso le autorità avevano avviato un indagine a proposito di fondi destinati alla ricostruzione di infrastrutture nelle zone devastate dai Boko Haram e già assegnati ai costruttori. La presidenza ha risposto che tale fatto è da collegarsi ad un’altra inchiesta, che ha portato alla luce quarantatrè milioni di dollari in contanti, nascosti in un appartamento a Lagos, la capitale commerciale della ex colonia britannica.
La lotta contro la corruzione, che è stata uno dei cavalli di battaglia di Buhari durante la sua campagna elettorale, ha portato finora ben pochi frutti. Basti pensare che attualmente è persino sotto inchiesta e sospeso dal servizio Ayodele Oke, direttore generale del Nigeria’s National Intelligence Agency (NIA) – i servizi segreti nigeriani – perché in un appartamento privato di Lagos, riconducibile a lui, gli agenti della Commissione per crimini finanziari ed economici hanno trovato milioni e milioni di dollari in contanti. Oke aveva ricevuto l’incarico di dirigere l’Agenzia nel 2013 da Goodluck Jonathan, il precedente presidente ed ha mantenuto la poltrona anche con Buhari, perché ha dichiarato da subito di essere un uomo del nuovo capo di Stato.
Anche gli attacchi dei terroristi sono ancora un flagello per il Paese. A più riprese Buhari aveva dichiarato di aver sconfitto i sanguinari Boko Haram. Grazie anche al supporto della Task Force Multinazionale e gli aiuti internazionali, i jihadisti hanno perso terreno, ma certamente non sono scomparsi. I loro attacchi mietono ancora morte e disperazione. Ora circola voce che durante un’incursione aerea di venerdì scorso, effettuata dall’aeronautica militare nigeriana vicino a Domboa, a bordo della foresta di Sambisa, sia stato ferito il leader dei jihadisti, Abubakar Shekau e pare che siano addirittura stati uccisi il suo vice, Abba Mustapha, alias Malam Abba insieme ad un’altra figura chiave della setta terrorista, Abubakar Gashua, alias Abu Aisha. Una fonte, in contatto con Boko Haram, ha fatto sapere che Shekau dovrebbe trovarsi attualmente nella zona di Kolofata, al confine con il Camerun, per le cure necessarie.
L’epidemia di meningite ha colpito ormai ventitre dei trentasette Stati della Confederazione nigeriana.
(http://www.africa-express.info/2017/03/31/epidemia-di-meningite-il-nigeria-quasi-trecento-morti/)
Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) da metà marzo alla fine di aprile sono morte ottocentotrentasei persone, mentre novemilaseicentoquarantasei sono sospettate di aver contratto l’infezione.
Come presidente, Buhari dovrebbe affrontare con determinazione innumerevoli, urgenti problemi ma il suo attuale stato di salute non gli permette di dedicarsi completamente al suo incarico. Per questo motivo tredici membri di spicco della società civile nigeriana, tra loro anche Femi Falana, avvocato per i diritti umani, e Jibrin Ibrahim, uno stimato politologo, hanno indirizzato una lettera aperta al presidente, chiedendogli di dimettersi per motivi di salute. Anche molti politici sono preoccupati per la situazione stagnante, in quanto il leader del Paese si ostina a non voler delegare Osinbajo durante la sua assenza, come previsto dalla Costituzione. Il portavoce del presidente, Femi Adesina, non ha voluto rilasciare alcun commento a riguardo della lettera aperta, mentre un altro responsabile delle comunicazioni della presidenza, Garba Shehu, ha riferito che, malgrado la convalescenza, il capo del governo è aggiornato sugli affari di Stato, anche grazie ai regolari incontri con il suo vice.
Nel frattempo Osinbajo sembra comunque ben determinato a mettere le mani sui dossier più delicati: ha incontrato i genitori della ragazze rapite a Chibok tre anni fa, promettendo loro il massimo impegno del governo per la loro liberazione. Il vicepresidente si è anche seduto al tavolo delle trattative con i ribelli del Delta, che rivendicano una più equa distribuzione dei proventi del petrolio.
E proprio ieri è stato reso noto dalla stampa che i residenti del villaggio di Ikebiri, nel River State, hanno querelato l’ENI a Milano, per l’esplosione di un oleodotto verificatosi nel 2010 a soli duecentocinquanta metri da un torrente. Secondo il legale italiano della comunità, Luca Saltalamacchia, la fuoriuscita del greggio avrebbe causato un disastro ambientale, in quanto ha inquinato non solo le acque, ma anche quarantatré ettari di terreno, ora incoltivabili. La popolazione colpita ha chiesto un risarcimento per danni di due milioni di euro all’ENI.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 maggio 2017
Un convoglio del gruppo tattico GTIA (Groupement tatique interarmes) BALZAN (prende il nome di un albero sacro della regione di Ségou) è caduto in un’imboscata questa mattina nel centro del Mali, nella regione di Ségou, tesa dai terroristi. Due i veicoli deflagrati a causa di un ordigno esplosivo: si parla di otto o nove morti e cinque feriti gravi, un’altra vettura è stata portata via dai terroristi, che dopo l’esplosione hanno anche sparato contro i militari. Al momento attuale dieci soldati risultano dispersi. Secondo fonti militari ci sarebbero feriti anche tra i terroristi.
Le truppe, di ritorno da una missione a Diabaly, si stavano dirigendo verso Nampala, al centro del Mali, città non lontana dalla frontiera mauritana, che nel recente passato è stata attaccata più volte da gruppi jihadisti. Alcuni assalti sono stati rivendicati da Al-Qaïda nel Maghreb islamico (AQMI), tra cui anche quello del gennaio 2015, durante il quale persero la vita una decina di soldati maliani.
Militari francesi di Barkhane in Mali
All’inizio del mese di aprile è stato ucciso un soldato francese durante uno scontro con un gruppo terrorista a sud di Hombori, al confine con il Burkina Faso, dove da diversi giorni uomini della forza Barkhane nel Sahel, insieme a truppe maliane e burkinabè, erano impegnati in un’operazione militare per contrastare gruppi armati terroristi. Secondi fonti dell’Eliseo, è il diciannovesimo soldato francese che ha perso la vita nella ex colonia francese dall’inizio dell’operazione Serval istituita nel 2013, sostituita nel 2014 dall’operazione Barkhane con quattromila uomini, operativa non solo in Mali, bensì in tutti i cinque Paesi del Sahel (Mali, Niger, Mauritania, Burkina Faso e Ciad).
Lo scorso fine settimana le truppe francesi hanno ucciso una ventina di terroristi, nascosti in una foresta al confine tra il Mali e il Burkina Faso. L’operazione si è svolta sia via terra, che con mezzi aerei (elicotteri e caccia) di appoggio. Nel nascondiglio dei terroristi sono stati trovati munizioni, lanciarazzi e ordigni esplosivi. Per il momento non è stato reso noto il nome del gruppo jihadista. Ma fonti del Burkina Faso puntano il dito su Ansaroul Islam, legato ad Ansar Dine e guidato da Malaam Ibrahim Dicko, un predicatore burkinabé, responsabile di un attacco alla base di Boulikessi (http://www.africa-express.info/2017/03/08/cinque-gruppi-jihadisti-attivi-nel-sahel-si-sono-riuniti-sotto-la-guida-di-un-capo-tuareg/).
Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”. (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/).
Miliziani jihadisti in Mali
Tale accordo ha incontrato non poche difficoltà per decollare, ma finalmente si sono riuniti a Bamako a fine gennaio i firmatari del trattato di Algeri e i ministri dei Paesi implicati nel processo di pace, in prima linea il ministro degli Affari esteri algerino, Ramtane Lamamra. In tale occasione è stata stabilita una tabella di marcia ambiziosa e fitta. Il 23 febbraio sono iniziati i pattugliamenti misti (composti da truppe dell’esercito regolare, del coordinamento dei movimento per l’Azawad “CMA” e combattenti della piattaforma di autodifesa), finalizzati alla formazione di un esercito unitario maliano a Gao, nel nord della ex colonia francese.
Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo a Kidal, Gao e Menaka sono state istituite le autorità interinali, finalizzate a ristabilire la presenza dello Stato nel nord del Paese, mentre a Timbuktu e Taoudénit, a causa di conflittualità tra i vari candidati preposti all’incarico, l’insediamento ha avuto luogo solamente poche settimane fa.
La situazione nella ex colonia francese resta ancora precaria, l’insicurezza, causata dalle continue minacce terroriste hanno reso necessario prolungare di altri sei mesi lo stato d’emergenza. L’Assemblea nazionale ha approvato tale provvedimento domenica scorsa a Bamako, la capitale del Paese.
All’inizio di febbraio è stata sequestrata una suora francescana di origini colombiane a Koutiala, nel sud-est del Mali. La religiosa, Gloria Cecilia Narvaez Argoti, di una cinquantina d’anni, è stata portata via con la forza da un gruppo di uomini armati. In un primo momento si è puntato il dito su un gruppo terrorista, ma dopo accurate indagini la polizia ha fermato quattro collaboratori della parrocchia di Karangasso, dove la suora svolgeva la sua attività. L’inchiesta è ancora in corso.
Oltre alla minaccia del terrorismo, che ha costretto centoquaruntunomila maliani a rifugiarsi nei Paesi limitrofi, 3,8 milioni di persone soffrono di insicurezza alimentare. Oltre seicentoventimila bambini sotto i cinque anni sono malnutriti, dati divulgati nel bollettino del mese di marzo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA).
Speciale per Africa ExPress Barbara Ciolli 1 maggio 2017
Dalla sentenza del 24 aprile 2017 gli attivisti per diritti umani arabi hanno lanciato l’ultima campagna #SaveFadlAlMawla: salvare dall’impiccagione l’ultimo arrestato e processato sommariamente nell’Egitto che, ormai un anno e mezzo fa, fermò e torturò fino alla morte il giovane ricercatore italiano Giulio Regeni. La mobilitazione per bloccare l’esecuzione capitale del predicatore islamico Sheikh Fadl al Mawla, rimbalza sui social network ed è appoggiata da decine di organizzazioni per i diritti umani nel mondo.
L’unico testimone oculare presentato dall’accusa si è contraddetto in cinque diverse versioni. Senza il suo racconto, gli indizi che durante la manifestazione antigovernativa del 15 agosto 2013, ad Alessandria, al Mawla abbia effettivamente ucciso il tassista poco più che 20enne Mina Rafaat Aziz sono nulli. Eppure la Corte di Cassazione d’Egitto ha confermato il verdetto del 2016 della Corte criminale d’Alessandria, rigettando il ricorso in appello della difesa senza fornire motivazioni: un’ ulteriore violazione dei diritti umani, dopo le 15 violazioni verso l’imputato denunciate dai legali nel giudizio.
La dura sentenza è anche politica, insieme ad al Mawla altri 17 manifestanti dell’area della Fratellanza musulmana sono stati condannati al carcere per diverse accuse, tra le quali l’omicidio del tassista. La rivolta di Alessandria esplose all’indomani del massacro, da parte dell’esercito e delle forze di sicurezza egiziane, nelle piazze di al Nahda e di Rabaa del 14 agosto 2013: il secondo atto del golpe andato in scena un mese e mezzo prima che, per mano dei militari guidati dal generale e successivo presidente Abdel Fatah al Sisi, destituì il presidente legittimamente eletto Mohammed Morsi.
Leader della Fratellanza musulmana, Morsi è in prigione con due ergastoli, in attesa di un nuovo processo, perché nel suo caso nel 2016 la Corte di Cassazione ne ha annullato la condanna a morte. Quattro anni fa nelle due piazze del Cairo migliaia di egiziani islamisti stavano protestando giorno e notte da sei settimane contro il golpe di al Sisi, chiedendo la liberazione di Morsi: militari e polizia sgomberarono in poche ore le zone occupate di al Nahda e Rabaa, provocando per Human Rights Watch 817 morti e quasi 4 mila feriti, «una delle più grandi uccisioni di dimostranti in un singolo giorno della storia recente».
In Egitto è stata la repressione più dura dalle rivolte di piazza Tahrir del 2011. La Fratellanza musulmana – che dopo il colpo di Stato del 2013 è stata dichiarata «organizzazione terroristica» – rivendica 2.600 morti solo nel sit-in in piazza Rabaa, anche il Ministero della Sanità egiziano ammette 638 vittime. All’indomani dei fatti, ad Alessandria come al Cairo e in altre città scoppiarono altre rivolte, con morti e feriti: in questo contesto è avvenuta l’uccisione del tassista Aziz, per il quale, come in altri casi, sono stati svolti processi sommari per attribuirne le responsabilità.
Pochi giorni dopo gli scontri del 15 agosto, anche il capo spirituale della Fratellanza musulmana Mohamed el Badia fu prelevato dai militari in un appartamento e portato in prigione. Arrestato da agenti mentre si trovava al lavoro, oltre che per l’omicidio, il predicatore al Mawla è incriminato per partecipazione a dimostrazioni illegali e assemblee politiche. Per la Fratellanza musulmana “accuse fabbricate”, anche attraverso false testimonianze della violenza contro il tassista perché cristiano, che “riaffermano la trasformazione della giustizia egiziana, con il golpe militare, in una piattaforma della morte che per vendetta ne chiede il conto agli oppositori politici”.
La repressione dell’apparato militare e di sicurezza egiziano non si è in realtà mai fermato: arresti di manifestanti, torture e incriminazioni arbitrarie di oppositori erano proseguite, dopo la caduta del regime di Hosni Mubarak nel 2011, anche sotto la breve presidenza di Morsi. Ma con al Sisi la durezza è aumentata: la repressione delle opposizioni, dopo il suo colpo di Stato, è superiore anche a quella degli ultimi anni sotto Mubarak. Migliaia di contestatori e attivisti per le libertà d’espressione, anche laici, sono stati incarcerati, centinaia torturati, altre centinaia gli spariti nel nulla e mai ritrovate, come i morti nelle manifestazioni. La Commissione per la Giustizia (CFJ), associazione indipendente basata a Ginevra per la difesa dei diritti umani soprattutto in Medio Oriente e nel Nord Africa, chiede alle autorità egiziane di “porre fine alla sentenza contro al Mawla”, ricordando come, anche ad Alessandria, “per fermare le dimostrazioni forze di sicurezza e militari sparassero ai manifestanti, provocando diversi morti nelle strade incluso il tassista Mina Raafat Aziz”. Per Costituzione il Presidente al Sisi può concedere la grazia o mitigare una sentenza di morte, l’hashtag (in arabo) di #SaveFadlAlMawla ha svettato nella classifica dei più popolari, con 50 mila tweets.
Il presidente della Tanzania, John Magufuli, ha silurato novemilanovecento dipendenti pubblici. Dopo un’attenta verifica su tutto il territorio nazionale dei diplomi accademici e scolastici degli impiegati. Molte credenziali sono risultate fasulle o inesistenti.
Non è la prima volta che il presidente, eletto nell’ottobre 2015, mette in atto tali azioni. Un anno fa aveva licenziato tutti dipendenti pubblici fantasma, dicannovemilasettecento persone, che non si erano mai presentate sul posto di lavoro, ma figuravano sui libri paga dello Stato. (http://www.africa-express.info/2016/05/17/la-tanzania-silura-i-dipendenti-pubblici-fantasma/).
John Magufuli, presidente della Tanzania
Per combattere la corruzione, una delle maggiori piaghe che affliggono il Paese, Magufuli non ha nemmeno esitato a dare il benservito ad alcuni alti funzionari, come il capo dell’ente contro la corruzione, il direttore dell’ufficio delle entrate, il capo dell’autorità portuale e un impiegato di grado superiore delle ferrovie, . Gli affari, gli investimenti vanno a rilento proprio a causa della corruzione e l’inefficienza dell’amministrazione pubblica, ostacoli che lamentano anche gli investitori stranieri.
Quando il presidente ha preso visione del rapporto relativo agli impiegati che avevano falsificato o non erano in possesso delle credenziali richieste, è sbottato: “Abbiamo lavorato sodo per creare nuovi posti di lavoro ed ora abbiamo dovuto constatare di essere stati imbrogliati da molti. Ho ordinato la pubblicazione dei nomi di questi imbroglioni sui quotidiani più importanti. Devono vergognarsi pubblicamente”.
Dalla relazione si evince anche che millecinquecento titoli di studio sono stati usati più volte per diverse persone, mentre undicimilacinquecento impiegati hanno fornito credenziali accademiche incomplete.
Gli imbroglioni dovranno rassegnare le dimissioni entro il 15 maggio, in caso contrario saranno perseguiti per vie legali.
La Tanzania spende mensilmente oltre duecentosessanta milioni di dollari per pagare gli stipendi a cinquecentocinquantamila dipendenti del settore pubblico. Il presidente, soprannominato “bulldozer”, sin dal momento del suo insediamento, aveva annunciato che avrebbe effettuato dei tagli alla spesa pubblica e combattuto la corruzione dilagante.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 30 aprile 2017
L’accusa contro Hakainde Hichilema è pesantissima: tradimento e tentativo di colpo di stato contro il presidente. Il leader del Partito unito per lo sviluppo nazionale (UPND) – il maggior partito di opposizione ed ex sfidante del presidente Edgar Lungu – è messo parecchio male.
Pare che Lungu, del Fronte patriottico (PF), che ha vinto le elezioni del’11 agosto 2016 con il 50,35 per cento dei voti, non accetti di avere tra i piedi un partito di opposizione forte che ha perso ma con il 47,67 per cento con soli 100 mila voti di differenza.
Non accettare l’opposizione è cosa abbastanza comune ai plutocrati africani ma la vicenda tra Lungu e Hichilema è al confine tra il comico e il ridicolo se non fosse tragicamente vera.
Ma cosa è successo l’8 aprile scorso? Mentre il corteo di auto di Hichilema transitava su una strada del distretto di Mongu, 600 km a est della capitale Lusaka, viene sorpassato dal convoglio presidenziale di auto a sirene spiegate, composto da una ventina di veicoli e fuoristrada con le scorte militari e della polizia. Dai filmati si vede chiaramente che il corteo presidenziale passa senza problemi e anzi alcune auto della polizia cercano di spingere verso sinistra quelle di Hichilema.
Da sinistra: Edgar Lungu, presidente dello Zambia e Hakainde Hichilema, leader dell’ UPND, maggiore partito di opposizione
Pochi giorni dopo, nella notte dell’11 aprile, l’abitazione di Hichilema, viene assaltata con lacrimogeni e il politico è arrestato. Vengono imprigionati anche 5 suoi collaboratori perché “Disobbedendo alla legge” hanno impedito il passaggio del presidente della repubblica e insultato i poliziotti che li sorpassavano impedendogli di esercitare le sue funzioni.
La denuncia viene da Amnesty international attraverso il direttore per l’Africa meridionale, Deprose Muchena: “Hakainde Hichilema e gli altri membri dell’UPND – si legge nella nota dell’ong – sono vittime di una campagna persecutoria da parte delle autorità dello Zambia a causa del loro impegno politico e della pluriennale attività come opposizione e a causa dell’impegno nelle elezioni politiche dello scorso anno. Le accuse contro Hichilema e il suo personale sono state elaborate per molestarlo e per intimidirgli di continuare la sua attività politica”.
Eppure, subito dopo essere stato eletto alla presidenza della repubblica, Lungu, nel suo discorso di insediamento, davanti a migliaia di persone al National Heroes Stadio della capitale Lusaka, aveva detto: “Non c’è tempo per la vendetta. Dobbiamo restare uniti e in pace. C’è molto lavoro da fare”.
Mappa dello Zambia
Gli arrestati affermano che la polizia ha loro spruzzato peperoncino spray sui genitali e di essere stati picchiati. Tre di loro hanno detto di essere stati torturati da poliziotti incappucciati.
Amnesty chiede alle autorità dello Zambia di “esaminare prima possibile approfonditamente le denunce di tortura e di altri maltrattamenti ai detenuti e di portare alla giustizia coloro che vengono accusati di averle fatte affinché abbiano un processo equo”. L’ong per i diritti umani chiede che i detenuti vengano immediatamente liberati.
Hakainde Hichilema, dopo le elezioni, aveva accusato Lungu di brogli e chiesto un nuovo il conteggio dei voti. La sua richiesta è stata rigettata da Elliot Chulu presidente della Commissione elettorale che ha dichiarato Edgar Lungu vincitore delle elezioni.
Mappa delle elezioni in Zambia 2016
Intanto, il tribunale di Lusaka ha dichiarato inammissibile la richiesta degli avvocati di Hichilema di far cadere l’accusa di tradimento perché è una decisione che può essere presa solo dall’Alta corte. Ha invece posticipato al 5 maggio il processo per tentato colpo di Stato.
Presa di posizione anche della Conferenza episcopale dello Zambia che ha criticato il brutale arresto del leader politico e ha lanciato un monito: “Non si usi la polizia per regolamenti di conti politici”.
Le abbondanti piogge di quest’anno e gli interventi mirati del governo dello Zimbabwe hanno contribuito ad un raccolto eccezionale quest’anno. Grazie a questo felice connubio, il Paese è oggi in grado di esportare l’eccedenza di produzione. Quasi un miracolo, visto che all’inizio di febbraio dello scorso anno la ex colonia britannica aveva dichiarato lo stato di calamità naturale in diverse regioni del Paese (http://www.africa-express.info/2016/02/05/12294/).
Il “Command Agriculture programme” del governo ha stanziato finanziamenti, sementi, pesticidi e fertilizzanti lo scorso anno per contrastare la scarsa produzione agricola, dovuta in gran parte alla siccità.
Culture di mais in Zimbabwe
Bishow Parajuli, coordinatore locale delle Nazioni Unite nello Zimbabwe, ha sottolineato: “Abbiamo raggiunto lo scopo: il Paese è ora indipendente, non ha più la necessità di importare cibo. Bisogna ammettere che molte persone sono ancora malnutrite e vivono in stato di insicurezza alimentare. Siamo molto concentrati su quel fronte”.
La stagione delle piogge a cavallo tra il 2016 e il 2017 è terminata con la prima settimana di aprile. Le precipitazioni sono state fin troppo abbondanti. Le inondazioni hanno ucciso duecentosettantasei persone, oltre duemila hanno perso la casa e tutti i loro averi (http://www.africa-express.info/2017/03/05/zimbabwe-la-gente-e-allo-stremo-ma-mugabe-festeggia-nello-sfarzo-il-suo-93-compleanno/). E’ stato dichiarato immediatamente lo stato di calamità in tutto il Paese e non è mancata nemmeno la richiesta di fondi alla comunità internazionale
Il vicepresidente, Emmerson Mnangagwa, ha voluto precisare che per la prima volta dopo oltre vent’anni il Paese è in grado di produrre mais a sufficienza per il fabbisogno interno, anzi, sarà addirittura in grado di esportarlo. Ma ora non si sa dove conservare tutta questa produzione. E’ indispensabile che venga immagazzinata al più presto, se si vuole trarre profitto da questo eccezionale raccolto.
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