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Confermato un altro caso di ebola in Congo-K, 17 casi sospetti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 15 maggio 2017

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha confermato un altro caso di ebola nel Congo-Kinshasa. Finora sono decedute tre persone e dalle analisi del sangue risulta che due di esse sicuramente hanno perso la vita a causa della febbre emorragica. Altre diciasette persone sono attualmente sotto osservazione, perché sospette di aver contratto il virus killer.

Qualche giorno fa l’OMS ha disposto l’invio nell’area colpita dall’infezione di personale altamente specializzato. Le Organizzazioni Medici senza frontiere (MSF) e The Alliance for International Medical Action (Alima) stanno cercando di raggiungere la zona, nel centro della foresta pluviale tropicale.

Régis Billaudel, capo della missione dell’organizzazione non governativa Alima nella ex colonia belga, ha spiegato che la zona è difficilmente raggiungibile. Le strade sterrate sono troppo strette per le autovetture, i collegamenti con questo luogo remoto, poco distante dal confine con la Repubblica Centrafricana, sono possibili solamente con la moto o la barca, dunque è difficile trasportare il materiale medico e le protezioni per evitare il contatto con i malati. “Finora abbiamo inviato il materiale a Buta, capoluogo della provincia del Bas-Uele, che utilizzeremo come piattaforma logistica. Ci auguriamo di poter essere operativi nei prossimi tre giorni per assistere il personale già in loco”, ha sottolineato Billaudel.

Paziente affetto da ebola
Paziente affetto da ebola

Malgrado i molti disagi che comporta, è una fortuna che il virus si sia presentato in un’area remota e non densamente popolata. Il suo diffondersi sarà certamente rallentato.

Ebola è un microrganismo dalla famiglia dei filovirus. A sua volta è suddiviso in quattro sottotipi che prendono in nome dalla zona dove sono stati identificati la prima volta: Zaire, Sudan, Costa d’Avorio e Reston. L’incubazione della malattia è di 7-10 giorni, poi esplode con febbre acuta, cefalea, mialgia, stato di progressiva spossatezza, associata ad esantema, shock e manifestazioni emorragiche cutanee e mucose.

virus ebola
virus ebola

La malattia si manifesta con forte febbre cui presto si aggiunge un’insopportabile emicrania. Più il virus si moltiplica, più attacca gli organi interni che vengono distrutti e praticamente liquefatti. Intervengono vomito inarrestabile, rosso e nero, diarrea rossa e delirio totale. Il viso e il corpo si coprono di macchie scarlatte purulente (anche Edgard Allan Poe, ma con la fantasia, nel suo racconto “La maschera della morte rossa”, aveva descritto una malattia simile). Alla fine tutti gli organi esplodono e l’ammalato muore tra indicibili sofferenze. La mortalità è tra l’ottanta e il novanta per cento.

Il direttore esecutivo della Global vaccine alliance (GAVI), Seth Berkley, ha annunciato che sono a disposizione trecentomila dosi di vaccino contro l’ebola in caso di necessità per evitare una pandemia. Conosciuto con il nome di rVSV-ZEBOV e sviluppato dalla casa farmaceutica Merck, la difesa medica ha dimostrato di essere molto efficacie durante i test clinici e potrebbe essere di importanza vitale per proteggere le persone più vulnerabili.

Durante la terribile epidemia di ebola apparsa nel 2014, che ha colpito prevalentemente la Guinea, Sierra Leone e Liberia, sono morte 11.325 persone, tra loro anche quarantanove del Congo-K.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Oltre centocinquanta morti in Centrafrica: tra loro anche sei caschi blu di MINUSCA

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Africa,ExpressSpeciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 14 maggio 2017

Gli attacchi si susseguono nel sud del Centrafrica. Ieri notte è stato presa d’assalto la base della Missione delle Nazioni Unite nella Repubblica centrafricana (MINUSCA), che dista solo sette chilometri da Bangassou. Durante una sparatoria tra i caschi blu e miliziani cristiani anti-balaka, che controllano da giorni la città, è stato ferito un altro soldato marocchino dell’ONU e diversi civili, che attualmente si trovano tutti nella moschea, impossibile raggiungere l’ospedale.

Durante la notte tra il 12 e il 13 maggio è stato ucciso un altro casco blu del contingente marocchino dell’ONU. E’ il sesto militare della Missione di pace ad aver perso la vita nel giro di pochi giorni.

Hervé Verhoosel, responsabile per le comunicazioni di MINUSCA ha confermato che gli ultimi scontri si sono verificati a Bangassou, nel sud-est della Repubblica centrafricana (CAR), dove le aggressioni si sono per lo più concentrate a Tokoyo, il quartiere musulmano. Membri di una vasta coalizione, comprendente anche molti anti-balaka (irregolari cristiani e animisti), hanno assalito la popolazione civile. Anche l’ufficio regionale della Missione ONU a Bangassou è stato preso di mira durante la stessa notte con armi pesanti, per impedire ai caschi blu di uscire dalla base per proteggere la popolazione civile. Ieri notte sono morti parecchi civili, oltre al militare di MINUSCA. Venticinque feriti sono stati trasportati all’ospedale locale, gestito dall’Organizzazione Medici Senza Frontiere. Verhoosel ha specificato che i miliziani sono ben organizzati e dispongono di ottime capacità tattiche.  Tra cinquecento e seicento uomini molto ben armati, sarebbero entrati a notte fonda nella città da due lati, in sella alle moto o a piedi.

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All’inizio della settimana un convoglio del contingente ONU è stato fermato da un blocco stradale sotto una pioggia battente mentre si dirigeva a Bangassou. Un gruppo di anti-balaka ha aperto il fuoco, uccidendo un casco blu cambogiano. Altri tre militari ONU, sempre cambogiani, sono stati rapiti e barbaramente assassinati, un quinto, marocchino, è stato dato per disperso. E’ stato ritrovato morto solo qualche giorno più tardi. Durante l’imboscata sono stati feriti altri dieci soldati di MINUSCA. E’ il peggiore attacco da quando il contingente è operativo nel CAR.

Secondo una fonte che ha voluto mantenere l’anonimato, il gruppo che ha assalito il convoglio sarebbe lo stesso che ha seminato morte e panico a Bangassou questo fine settimana.

Antonio Guterres, Segretario generale dell'ONU
Antonio Guterres, Segretario generale dell’ONU

In un comunicato di poche ore fa, un portavoce del Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha condannato gli attacchi dei miliziani armati ed ha espresso le sue condoglianze ai familiari dei caschi blu deceduti e ai parenti delle vittime civili. Il portavoce ha inoltre sottolineato che l’uccisione di caschi blu potrebbe essere considerata come crimine di guerra e ha altresì biasimato il barbaro assassinio  dei civili.

“L’ONU continuerà la sua Missione con fermezza e determinazione per assolvere il mandato di MINUSCA e questi ultimi assalti dimostrano che il Paese è ancora fragile e necessita ancora costantemente del supporto della comunità internazionale”, ha aggiunto infine l’estensore del comunicato stampa.

Anche Alindao, che dista poco meno di duecentocinquanta chilometri da Bangassou, è stato scenario di scontri tra gruppi di anti balaka e miliziani dell’Unité pour la Centrafrique (UPC), capeggiati da Ali Darass, un gruppo ex-Séléka (che comprende per lo più musulmani). Durante le violenze, durate ben tre giorni, sono morte almeno trentasette persone, molte tra loro arse vive nelle loro case e oltre cento hanno riportato ferite più o meno gravi. La popolazione è disperata e terrorizzata; tremila abitanti sono fuggiti, hanno abbandonato le loro case, alla ricerca di un luogo sicuro. Dei caschi blu portoghesi sono sul luogo da lunedì scorso, cercando di riportare la calma.

La crisi dell’ex colonia francese comincia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (il maggioranza musulmani) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica (nonostante il nome) del Paese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra i cristiano animisti anti-balaka  e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico. Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

violenza nella Repubblica centrafricana
violenza nella Repubblica centrafricana

Il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana. Le forze dell’Unione Africana del contingente MUNISCA, presenti con 5250 uomini (850 soldati del Ciad hanno dovuto lasciare il Paese qualche mese prima, perché accusati di aver usato la popolazione come scudi umani) affiancano le truppe francesi dell’operazione Sangaris. Con la risoluzione 2301 del 26 luglio 2016 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rinnova il mandato di MINUSCA fino a novembre 2017. Attualmente il contingente internazionale conta 12.870 uomini: 10.750 militari e 2.080 poliziotti, oltre ad un certo numero di personale civile. Il 31 ottobre scorso la Francia ha ufficialmente ritirato le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per tre anni.

Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) la Repubblica centrafricana rappresenta uno dei Paesi più pericolosi al mondo per le agenzie umanitarie: solamente nel primo trimestre del 2017 si sono verificati ben trentatré attacchi nei confronti di operatori umanitari. Nelle ultime settimane cinque Agenzie umanitarie internazionali hanno abbandonato la loro attività nel CAR per motivi di sicurezza.

Risulta sempre più difficile venire incontro alla popolazione tanto provata, per lo stato di insicurezza e per i continui combattimenti e attacchi da parte dei vari schieramenti. Quasi la metà della popolazione, ossia oltre 2,2 milioni di persone, su una popolazione di appena 4,6 milioni, necessitano di assistenza umanitaria. Dall’inizio del conflitto, oltre ottocentosessantamila civili hanno dovuto lasciare i loro villaggi e le loro case. Tra loro poco più della metà hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, gli altri sono sfollati interni. I morti non si contano più.

Gruppo di uomini armati in Centrafrica
Gruppo di uomini armati in Centrafrica

E’ difficile riportare la pace in questo Paese, dove risorse naturali, come legno e minerali pregiati, nonchè diamanti  fanno gola a tutti; con il ricavato (http://www.africa-express.info/2015/07/19/centrafrica-le-multinazionali-e-il-saccheggio-delle-grandi-foreste-pluviali/), (http://www.africa-express.info/2016/12/19/dal-centrafrica-al-camerun-cosi-diamanti-insanguinati-finanziano-la-guerra-civile/) si comprano armi per finanziare la guerra civile. Sembra incredibile a dirsi, mentre l’ONU, i governi occidentali spendono centinaia di milioni di euro per stabilizzare la Repubblica Centrafricana, questi stessi governi e il Palazzo di vetro a tutt’oggi non sono ancora riusciti a controllare questi traffici illeciti, insanguinati da vittime innocenti.

Si parla troppo poco della Repubblica centrafricana, eppure l’attenzione dei media potrebbe contribuire alla risoluzione delle atrocità che si consumano in questo Paese. Gli sguardi dei giornali sono concentrati altrove, perché ben pochi centrafricani attraversano il Mediterraneo per chiedere asilo nell’Unione Europea, e di conseguenza il CAR non fa notizia

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Malawi, Kenya e Ghana dal 2018 sperimentano Mosquirix, il primo vaccino anti malaria

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 13 maggio 2017

 

Il vaccino è iniettabile e si chiama RTS,S ma è noto con il nome commerciale di Mosquirix. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) dà una protezione parziale ai bambini tra 6 settimane e 17 mesi di età ed è attivo anche contro l’epatite B.

Il  Fondo globale per la lotta contro l’AIDS, la tubercolosi e la malaria (The Global fund) per la prima fase del programma per combattere la malaria ha approvato uno stanziamento di 15 milioni di dollari.

Zanzara anofele
Zanzara anofele

Il vaccino è stato analizzato e valutato nell’Africa sub-sahariana come strumento aggiuntivo per il controllo della malaria che potrebbe essere aggiunto al pacchetto di base delle misure preventive, diagnostiche e di trattamento raccomandate dall’Oms. Per la “fase 3” della sperimentazione sono stati coinvolti oltre 12 mila neonati e bambini in 7 paesi dell’Africa sub-sahariana.

L’Agenzia europea per i medicinali (European Medicines Agency) nel luglio 2015 ha dato parere positivo all’utilizzo di Mosquirix e nel mese di ottobre dello stesso anno c’è stata la raccomandazione di due gruppi di consultazione dell’Oms sull’attivazione di un progetto pilota del vaccino in Africa in un numero limitato di Paesi.

Attacco del Plasmodio della malaria
Attacco del Plasmodio della malaria

Quelli scelti sono Malawi, Kenya e Ghana e l’Organizzazione mondiale della sanità conferma che “Il finanziamento è ora assicurato per la fase iniziale del programma e le vaccinazioni dovranno iniziare nel 2018”. La scelta di questi tre Paesi africani è stata voluta dall’Oms a causa degli elevati tassi di malaria e delle buone pratiche contro la malattia in corso.

Negli studi clinici Mosquirix è risultato efficace solo parzialmente e la sua somministrazione deve essere programmata in quattro dosi. È comunque il primo vaccino approvato contro il paludismo. Se la sicurezza e l’efficacia del vaccino verranno considerati accettabili, il progetto pilota potrebbe aprire la strada ad un suo utilizzo più ampio.

Mappa della malaria nel mondo
Mappa della malaria nel mondo

Mosquirix è stato sviluppato dalla multinazionale farmaceutica britannica GlaxoSmithKline (GSK) in collaborazione con l’organizzazione non profit PATH Malaria Vaccien Initiative e con il co-finanziamento della Fondazione Bill & Melinda Gates.

La malaria è una malattia infettiva causata dal Plasmodium malariae, un protozoo trasmesso dalla femmina della zanzara anofele. Il protozoo più pericoloso veicolato è il Plasmodium falciparum che causa il più elevato tasso di complicanze e di mortalità. Coloro che ne sono colpiti hanno violenti accessi febbrili, che si ripetono ogni terzo o quarto giorno a causa della massiccia distruzione di globuli rossi da parte del protozoo.

Secondo dati dell’Oms, nel 2015 in tutto il mondo, sono stati stimati 438 mila morti per malaria (il range è tra 236 mila e 635 mila). Il 90 per cento dei decessi si è verificata nell’Africa sub-sahariana e l’88 per cento sono bambini dei quali uno su quattro non ha alcuna protezione contro la malattia. Dal 2000 al 2015, gli sforzi fatti contro la malaria hanno consentito di ridurre il numero dei morti del 62 per cento.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Zanzara anofele
Di Content Providers(s): CDC/James GathanyProvider Email: jdg1@cdc.govPhoto Credit: James Gathany – CDC http://phil.cdc.gov/PHIL_Images/09262002/00008/A.gambiae.1354.p_lores.jpg, Pubblico dominio, Collegamento

– Plasmodium falciparum
Di Photo Credit:Content Providers(s): CDC/Dr. Mae MelvinTranswiki approved by: w:en:User:DmcdevitThis media comes from the Centers for Disease Control and Prevention‘s Public Health Image Library (PHIL), with identification number #2704.Note: Not all PHIL images are public domain; be sure to check copyright status and credit authors and content providers.English | Slovenščina | +/−, Pubblico dominio, Collegamento

– Mappa della malaria nel mondo
Di PercherieCHU de Rouen – Frequence du paludisme, CC BY-SA 3.0, Collegamento

Nuova epidemia di ebola questa volta in Congo-Kinshasa: ma è pronto un vaccino

Africa ExPress
Kinshasa, 12 maggio 2017

Nella Repubblica democratica del Congo è scoppiato  un nuovo focolaio di ebola. Lo ha confermato sul suo account twitter l’Organizzazione mondiale della sanità poche ore fa.

Il ministro della Sanità del Congo-Kinshasa, Ilunga Kalenga ha annunciato che la temibile malattia ha colpito un’area in una foresta pluviale equatoriale, nella Provincia del Bas-Uele. La zona in questione è al confine con la Repubblica centrafricana (CAR) ed è difficilmente accessibile. Nel suo comunicato Kalenga ha fatto appello alla popolazione di mantenere la calma.

Ebola nel Congo-K
Ebola nel Congo-K

Dal 22 aprile ad oggi sono state ricoverate nove persone con i sintomi del mortale virus, tre di loro sono decedute. Cinque campioni di sangue sono stati analizzati all’ Institut National de Recherche Biomédicale (INRB) di Kinshasa, che ha confermato la positività per ora in un solo caso. Si attendono ora gli esiti dei  controlli incrociati che dovrebbero pervenire da altri laboratori nelle prossime ore.

L’OMS ha fatto sapere che sta collaborando con le autorità locali per facilitare l’invio nella zona colpita del materiale di protezione e un team di personale congolese. Occorre rinforzare quanto prima la sorveglianza epidemiologica, indispensabile per controllare l’espandersi del virus.

Il portavoce di OMS a Kinshasa, Eugene Kabambi, ha fatto sapere che personale altamente specializzato di Medici senza Frontiere, del CDC (Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta), dell’UNICEF e dell’OMS giungerà sul posto nei prossimi giorni. Kamibi ha aggiunto che nella zona, pur essendo di difficile accesso, molte persone si spostano continuamente nel vicino CAR e viceversa, per visitare amici e parenti. “E’ dunque necessario intervenire immediatamente con misure di prevenzione per contenere i rischi”,  ha specificato.

Il direttore esecutivo della Global vaccine alliance (GAVI), Seth Berkley, ha annunciato che sono a disposizione trecentomila dosi di vaccino contro l’ebola in caso di necessità per evitare una pandemia. Tale vaccino, conosciuto con il nome di rVSV-ZEBOV e sviluppato dalla casa farmaceutica Merck, ha dimostrato di essere molto efficacie durante i test clinici e potrebbe essere di importanza vitale per proteggere le persone più vulnerabili.

Durante la terribile epidemia di ebola apparsa nel 2014, che ha colpito prevalentemente la Guinea, Sierra Leone e Liberia, sono morte 11.325 persone, tra loro anche quarantanove del Congo-K.

Africa ExPress

 

Cristian Provvisionato è libero: era stato arrestato 20 mesi fa in Mauritania

Cristiano Provvisionato è libero. Era stato arrestato 20 mesi fa in Mauritania. La sua è una vicenda piena di misteri dove sono coinvolti i servizi segreti, società di spionaggio informatico, società di sicurezza. Una storia per niente limpida che i giudici dovranno chiarire facendo luce sulle responsabilità e le complicità che l’hanno avvolta e circondata. 

“Esprimo la mia gratitudine al Presidente della Repubblica Islamica di Mauritania, Mohamed Ould Abdel Aziz, e alle autorità mauritane per avere dimostrato, con tale decisione, profonda amicizia verso l’Italia e grande umanità verso Cristian, che potrà riabbracciare la sua famiglia” ha dichiarato in una nota il ministro Alfano, ringraziato sui social anche dalla famiglia Provvisionato.

Al telefono a casa Provvisionato c’è un grande caos, una commozione ancora non trasformatasi in lacrime per via della forte tensione che, come spesso accade in questi casi, è difficile da far calare. Alessandra Gullo, compagna di Cristian, con voce tremante ha espresso ad Africa ExPress la propria felicità. E noi a lei.

Qui sotto l’articolo di Andrea Spinelli Barrile pubblicato questa mattina sul nostro quotidiano online.

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Andrea Spinelli Barrile
Roma, 11 maggio 2017

Dopo 20 mesi di battaglie dignitose e silenziose, 20 mesi di informazione inquinata che delinea uno scenario fosco e inquietante attorno alla vicenda, il Ministero degli Esteri italiano si è espresso pubblicamente con una nota sul caso di Cristian Provvisionato, il connazionale detenuto senza accuse e senza ragioni apparenti dalle autorità della Mauritania dall’agosto del 2015.

20 mesi. Questo è il tempo dell’agonia della famiglia Provvisionato, un’agonia acuita dal dolore provocato dai silenzi e dalle porte chiuse, dalla titubanza istituzionale che oggi, forse, sembra essere terminata. Tutto è iniziato dopo Pasqua 2017, quando Doina Coman madre di Cristian ha deciso di intraprendere una protesta dignitosamente silenziosa: una marcia, lungo la via Francigena, per percorrere i quasi 300 chilometri che separano Siena da Roma, dove sarebbe arrivata presumibilmente i primi di maggio. L’arrivo designato era piazzale della Farnesina, di fronte al palazzo presso il quale lei e la sua famiglia sono stati più volte ricevuti, rassicurati e ascoltati ma dal quale le azioni politiche e diplomatiche per ottenere la liberazione del figlio innocente sono, fino ad oggi, sono state prive di risultati concreti.

Cristian Provvisionato
Cristian Provvisionato

Durante la marcia Doina ha ricevuto diverse chiamate dagli uffici del ministero, l’ultima delle quali è sembrata quasi un’illuminazione: le è stato concesso di incontrare il ministro Angelino Alfano proprio pochi giorni la liberazione di un altro italiano illecitamente detenuto all’estero, Gabriele Del Grande in Turchia. E in quell’occasione Doina, accompagnata dalla compagna di vita di Cristian, Alessandra Gullo, e dal loro avvocato, ha letteralmente “strappato” al titolare della Farnesina un impegno che ha fatto rinascere la speranza: quello di fare “tutto il possibile” per riportare a casa suo figlio. Nei giorni successivi la stampa italiana sembra essersi accorta, e non solo lei viste le minacce ricevute da chi scrive, del complicato e drammatico caso di Cristian Provvisionato; il quale, per non darsi per vinto e amplificare la propria battaglia per la verità e la giustizia, ha intrapreso dal 2 maggio uno sciopero della fame.

“La verità è che Cristian è ostaggio innocente all’interno di una complessa vicenda di cyberspionaggio dove i colpevoli sono altri e non certo lui” dice ad Africa ExPress Davide Tripiedi, deputato del Movimento 5 Stelle, tra i più attivi nel seguire la vicenda del prigioniero italiano: “Non deve essere una battaglia politica il riportare a casa Cristian Provvisionato. Come M5S non ci interessa sapere chi riuscirà a farlo. Quello a cui davvero teniamo è il poter ridare la gioia della libertà per troppo tempo negata ad una persona del tutto innocente”.

Cristian ha deciso, spiega la sua famiglia, di “mettere a rischio la vita per tornare alla vita”: rinchiuso in una bolla di cemento armato per 23 ore al giorno, senza la possibilità di incontrare nessuno che non siano i suoi carcerieri e ogni tanto, dopo ore di trafile burocratiche e costi quasi proibitivi di viaggio e alloggio, di qualche familiare, e con la reputazione messa continuamente a rischio dalle voci che girano sul suo conto (“è un mercenario fascista” dice qualcuno, “se l’è andata a cercare” dice qualcun altro) Cristian oggi è il fantasma di colui che era ieri ma nonostante i chili in meno non ha smarrito la forza di andare avanti. Truffato dalla sua azienda, abbandonato da tutti, Provvisionato ha trovato forza e dignità nella sua famiglia, nell’amore, negli amici di sempre e in nuovi amici avvicinatisi a lui con lo spirito e la solidarietà, in questi durissimi mesi di detenzione immotivata. Immotivata perché le autorità mauritane non hanno formulato accuse formali, immotivata perché sono state sciorinate solo accuse vaghe, informali e sopratutto rivolte a chi in quella situazione Cristian ce l’ha messo, la sua azienda, il suo capo. I mauritani chiedono un vero e proprio riscatto per la sua liberazione, 2,5 milioni di euro per un prodotto di cybersicurezza venduto loro (a quanto risulta ad Africa ExPress illegalmente, aziende italiane non possono svolgere questo tipo di affari con il governo della Mauritania perché il paese è in black-list) ma parzialmente difettoso e mai completamente consegnato al cliente. Cristian si trovava lì perché, ufficialmente, doveva tenere una presentazione di prodotto per conto della sua azienda.

Da detenuto Cristian Provvisionato, alla luce della totale assenza di prove fornite dalla giustizia mauritana, è un vero e proprio prigioniero politico.

Cristian Provvisionato fotografato al mare pochi giorni prima del suo viaggio in Mauritania
Cristian Provvisionato fotografato al mare pochi giorni prima del suo viaggio in Mauritania

Lo scorso 9 maggio il Ministero degli Esteri ha fatto un passo avanti più unico che raro, esponendosi pubblicamente con un comunicato stampa nella vicenda di Cristian Provvisionato: “La Farnesina rende noto che il 26 aprile scorso il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Angelino Alfano ha ricevuto la Signora Doina Coman, madre di Cristian Provvisionato, e le ha confermato massimo impegno per giungere ad una rapida soluzione della vicenda. Il Ministero degli Affari Esteri, in stretto raccordo con l’Ambasciata d’Italia a Rabat, segue infatti con grandissima attenzione, sin dal suo inizio, la vicenda del Sig. Provvisionato ed ha sempre mantenuto stretti contatti con i familiari. Il connazionale, fermato in Mauritania alla fine di agosto del 2015, è da allora in custodia cautelare, poiché sono in corso in quel Paese indagini penali che possono durare, secondo la normativa locale, sino ad un massimo di tre anni. La Farnesina continua a svolgere numerosi passi al più alto livello chiedendo alle Autorità di Nouakchott che il Sig. Provvisionato sia sottoposto a un procedimento equo e rapido. Grazie all’intervento del Ministero degli Esteri è assicurato al connazionale un trattamento rispettoso; ha la possibilità di incontrarsi e di comunicare con i familiari e gli sono recapitati i beni che la famiglia stessa gli invia dall’Italia, compresa oggi l’ultima spedizione. Sono state effettuate visite consolari con regolarità per sincerarsi delle sue condizioni di salute.”

Una iniezione di fiducia per la famiglia Provvisionato, che incassa con favore l’impegno del ministro di interessarsi personalmente al caso di Cristian. Una fiducia che mantiene la guardia alta, fino al ritorno del nostro connazionale: “Ringraziamo il Ministro Alfano, che ha dimostrato pubblicamente l’impegno preso con noi. Ci aspettiamo che seguano davvero delle azioni volte a riportare a casa Cristian, oggi al quo quinto giorno di sciopero della fame. I cali di glicemia [è diabetico, ndr] cominciano a farsi sentire. Per questo ribadiamo e sottolineiamo, come facciamo da 20 mesi, due elementi fondamentali in questa vicenda: il fatto che Cristian sia stato totalmente una vittima degli eventi e il fatto che 3 anni di indagini preventive, e di carcere preventivo, contrastino oltremodo con qualsiasi standard internazionale in merito proprio alle attività inquirenti” ha dichiarato ad Africa ExPress Alessandra Gullo, compagna di Cristian.

Davide Tripiedi, deputato M5s che ha presentato un’interrogazione parlamentare sul caso Provvisionato, analizza la situazione in modo altrettanto preciso e drammatico: “Una persona totalmente inesperta di sistemi di cyberspionaggio come Cristian non può far parte di una banda internazionale finalizzata alla truffa informatica ai danni dello Stato mauritano e, altra anomalia per un fatto così grave, ricevere tale accusa solo dopo 6 mesi dal suo arresto. […] La riprova determinante della sua innocenza, il fatto che qualche settimana fa il giudice mauritano che sta seguendo il caso ha annullato la pesante imputazione a lui comminata. Di fatto, allo stato attuale, Cristian Provvisionato è trattenuto senza aver commesso alcun genere di reato”.

Sarà per questo che nei corridoi della Procura di Milano la voce che corre più veloce di tutte parla di Cristian Provvisionato come di “prigioniero politico”?

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
@spinellibarrile

Troppa corruzione in Kenya: Trump sospende buona parte degli aiuti

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Franco Nofori
Mombasa, 10 maggio 2017

Una vera doccia fredda per il Kenya, la formale notifica portata al governo del presidente Huhuru Kenyatta dall’ambasciatore americano Robert Godec: l’Istituzione USAID sospende con effetto immediato di circa 12 milioni di euro di aiuti previsti a sostegno del programma di salute pubblica keniano.

Se molti degli scandali che continuano a coinvolgere le pubbliche istituzioni del paese, svaniscono quasi sempre nel silenzio e senza che i colpevoli siano portati alla sbarra, i paesi donatori, sempre più alle prese con problemi economici interni, non possono certo mostrarsi distratti di fronte agli sperperi di denaro dei paesi emergenti, denaro che viene prelevato dalle tasche dei propri contribuenti ed a questo proposito il nuovo presidente americano è certamente il capo di stato meno incline a finanziare la rampante corruzione che ormai da oltre mezzo secolo affligge l’Africa vanificando ogni progetto di emancipazione.

Il ministro della Sanità del Kenya dottor Cleopha Maimu indiziato per appropriazione indebita
Il ministro della Sanità del Kenya dottor Cleopha Maimu indiziato per appropriazione indebita

Nella fattispecie la brusca decisione americana prende spunto dallo scandalo “Afya House” che vede coinvolti il Ministro della Salute, Cleopha Mailu ed il suo ex Primo Segretario, Nicholas Muraguri, oggi ministro per lo sviluppo urbano. I due sarebbero accusati di appropriazione indebita di fondi pubblici destinati alla Sanità, cioè proprio al settore in cui venivano convogliati gli aiuti dell’USAID.

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Non è noto per quanto tempo questa sospensione sarà mantenuta in essere, ma è certo che l’amministrazione americana, prima di riprendere i finanziamenti, vorrà vederci chiaro e non si accontenterà di generiche giustificazioni che, come troppe volte è successo, finiscono sempre per lasciare le cose come stanno senza alcun provvedimento nei confronti dei colpevoli.

Anticorruption authorityUn impatto disastroso, questo, per il già peggio che precario sistema sanitario del Kenya che ne subirà certamente un grave contraccolpo, anche se lo stesso ministro inquisito, Cleopha Mailu, si è affrettato a tranquillizzare la popolazione, sostenendo che i fondi sospesi riguardavano soltanto le funzioni logistiche del suo dicastero e non quelle propriamente mediche, ma quando i denari, da qualsiasi parte provengano, finiscono nella stessa borsa, è alquanto difficile supportare simili differenziazioni.

Franco Nofori
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@FrancoKronos1

Prostituta assassinata a Nanyuki, Kenya: le sua colleghe protestano in piazza

Dal nostro corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 9 maggio 2017

L’Africa, il Kenya in questo caso, non è certo avara di paradossi. Benché la prostituzione sia ufficialmente proibita, non solo viene largamente tollerata dai tutori dell’ordine, ma spesso è addirittura favorita perche costituisce per loro una lucrosa fonte di reddito.

Data questa premessa, non stupirà che questa mattina, le allegre signorine di Nanyuki, dedite al “mestiere”, si siano riversate in piazza per protestare a seguito della morte di una loro collega, Fridah Wambui, trovata morta nella stanza di un alberghetto locale, dopo il probabile incontro con un cliente. Le infuriate operatrici del sesso si sono scagliate con verbale virulenza contro le forze di polizia, accusandole di comportamento omertoso volto a proteggere i soldati del locale contingente militare che accedono spesso ai servizi di Eros e – sempre a dire delle dimostranti – trattano le prostitute con brutalità, assoggettandole a stupri, aggressioni e anche omicidi nella continua e totale impunità.

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Dal canto suo la polizia ha dichiarato le accuse del tutto infondate poiché il corpo della sventurata donna, pare non presentasse alcun segno di violenza e che la morte della poveretta doveva quindi essere imputata a cause naturali. Ovviamente questa risposta non ha soddisfatto le dimostranti che insistono nella loro versione. Anzi, nell’ottobre scorso, la loro associazione “Sex Workers Association” (sì, pare che esista davvero…) ha addirittura inviato una formale protesta al presidente Kenyatta per denunciare la recrudescenza delle violenze compiute ai danni delle loro associate. Non siamo in grado di dire se il presidente abbia risposto all’appello.

Tuttavia, che queste rimostranze possano avere un qualche fondamento, lo proverebbe anche una serie di raccapriccianti delitti avvenuti solo due giorni prima a Nakuru dove una prostituta è stata trovata morta in una strada cittadina orrendamente mutilata.

Le era stata asportata la pelle del viso, gli occhi rimossi dalle orbite e le parti genitali maciullate. Questo brutale assassinio è stato l’ultimo di una serie di quattro. Gli altri tre si erano verificati nei giorni precedenti con le stesse modalità e sempre aventi donne come vittime.

L’alto tasso di povertà e l’inesistente supporto sociale, spingono molte ragazze verso la prostituzione. La maggior parte di loro si ritrovano madri, spesso ancora giovanissime e con l’uomo che le ha ingravidate dissolto nel nulla. La comunità a cui appartengono e le loro stesse famiglie, le respingono e le disprezzano, almeno fino a quando la loro attività non produca sufficienti risorse di cui anche il parentado possa beneficiarne.

E’ una legge disperata e dura che forgia il carattere di queste sventurate affinandolo verso una feroce ed impietosa sopravvivenza che annulla ogni concezione morale.

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Molti turisti europei (quelli più incauti) per aver ceduto ad un ammiccamento e ad un sorriso, sono stati spesso catapultati in un girone infernale, vittime di strategie ben orchestrate nelle quali non raramente compare anche un poliziotto che, in accordo con ragazza, estorce al malcapitato quanto più denaro possibile impartendogli una dura lezione di vita.

Una delle tecniche più comuni, dopo che l’uomo si è ingenuamente confidato con la partner, riferendole la data del rientro in Europa, è quella di braccarlo nell’ultima sera che precede la partenza. In quel momento in cui comparirà l’austero tutore dell’ordine che si farà consegnare il passaporto e gli sciorinerà una serie di reati in virtù dei quali dovrà procedere al suo arresto affinché compaia nella mattinata successiva davanti al giudice.

Ovviamente la mattina successiva è proprio quella in cui partirà l’aereo che dovrebbe riportarlo a  casa ed il poveretto piomba nella disperazione.  Ecco allora che la ragazza, impietosita, intercede per lui con il poliziotto e dopo una breve trattativa, annuncia al compagno che è riuscita ad evitargli il problema, contro pagamento di un modesto compenso. Il turista, felice, ringrazia il poliziotto, ringrazia la ragazza e se si invola alleggerito di mille o più euro che verranno equamente divisi  tra i due africani.

In fin dei conti, anche queste sono pur sempre emozioni africane.

 Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com

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Sindrome di Stoccolma: alcune studentesse rapite dai Boko Haram rifiutano la libertà

Africa ExPress
Abuja, 9 maggio 2017

Zannah Mustapha, avvocato e uno dei mediatori nelle trattative per la liberazione delle studentesse di Chibok, rilasciate solo pochi giorni fa, ha specificato ai reporter di Reuters che alcune ragazze si sono rifiutate di partire con le compagne, hanno espresso la ferma volontà di voler restare con i terroristi Boko Haram. (http://www.africa-express.info/2017/05/07/nigeria-libere-ottanta-ragazze-rapite-dai-boko-haram-chibok-nel-2014/)

L’avvocato crede che le ragazze siano state o radicalizzate dalla setta islamica jihadista, oppure si vergognano, forse hanno paura, ma potrebbero sentirsi anch’esse ormai terroriste. Quale sia il reale motivo, non è dato di sapere, sta di fatto che non vogliono riprendere la vita che hanno lasciato ormai oltre tre anni fa. Mustapha ha sottolineato che non ha chiesto a nessuna delle ragazze il motivo reale della loro rinuncia. Le sue sono solo supposizioni. “Ho agito come mediatore. Non posso obbligare nessuno ad andarsene”, ha aggiunto infine l’avvocato.

Le ragazze liberate insieme al presidente della Nigeria, Muhammadu Buhari
Le ragazze liberate mentre vengono ricevute dal presidente della Nigeria, Muhammad Bihari. Alcune di esse hanno rifiutato le libertà e hanno preferito restare con i terroristi di Boko Haram

E’ il secondo gruppo di ragazze che viene rilasciato dai terroristi. Un primo gruppo di ventuno studentesse  era stato liberato ad ottobre dello scorso anno, grazie alla mediazione della Svizzera; altre ragazze erano riuscite a scappare. Ora si presume che nella mani dei sanguinari miliziani ci siano ancora centotredici giovani, sperando che nessuna di loro sia stata usata come kamikaze nei molteplici attacchi terroristi Boko Haram.

Secondo la psicologa nigeriana Fatima Akilu, a capo della Neem Foundation , una ONG che contrasta l’estremismo, è convinta che le studentesse rimaste con i loro aguzzini soffrano della sindrome di Stoccolma. E ha precisato: “Non possiamo sapere se la loro decisione è stata influenzata dai loro mariti.

Domenica pomeriggio gli ex ostaggi sono stati ricevuti a porte chiuse dal presidente Muhammadu Buhari, che poche ore dopo è partito per Londra per sottoporsi a nuove terapie mediche. All’incontro sono stati ammessi solamente i fotografi di fiducia e la TV di Stato. (http://www.africa-express.info/2017/05/05/buhari-e-ammalato-la-nigeria-ripiomba-nel-caos-con-la-corruzione-che-torna-ai-massimi-livelli/). Buhari ha promesso di voler aiutare le ragazze e vigilerà che le autorità preposte facciano il proprio dovere. “Devono essere nuovamente inserite nella società, voglio che stiano bene in salute, ricevano un’educazione appropriata e che siano ben protette”.

Africa ExPress
#BringBackOurGirls

La tratta degli schiavi: gli staterelli italiani tra gli ultimi ad abolirla

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Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 8 maggio 2017

Come si è visto, a partire dal 18° secolo, fu la Gran Bretagna ad agire con fermezza per contrastare l’attività negriera, benché questa sua lodevole iniziativa non solo restò largamente ignorata ma, proprio ad opera di molti africani (discendenti delle vittime dell’infame commercio) si trova tuttora accusata di averlo addirittura gestito.

Quando ignoranza e disinteresse per i propri trascorsi storici si estendono a macchia d’olio sui popoli, si giunge a poter parlare di patologie endemiche ed è quindi con grande sorpresa che spesso ci si trova a prendere atto di eventi che molti non avevano neppure ipotizzato.

Dopo l’iniziativa britannica e se pur in epoche diverse, tutti i paesi europei ne seguirono l’esempio. Lo fece il Regno Sabaudo e in senso generale, lo fecero anche gli altri staterelli della penisola Italica benché un’esatta rilevazione dei loro comportamenti non risulti agevole soprattutto a causa delle continue tensioni che li opponevano l’uno all’altro. Ci furono tuttavia due importanti eccezioni:

La Francia fu tra le prime nazioni ad aderire all’iniziativa di Londra, anche in ossequio al trinomio di Libertà, Uguaglianza e Fratellanza che aveva ispirato la transizione dal sistema monarchico a quello repubblicano, ma Napoleone Bonaparte, decise di ripristinare la schiavitù che fu definitivamente abolita soltanto nel 1833. Cosa questa che non fa certo onore al grande condottiero francese. Peggio di lei fece però il Regno Borbonico in cui la schiavitù sopravvisse fino all’unificazione del Regno d’Italia.

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Quale fu a questo proposito il comportamento della Chiesa, o meglio, dello Stato Pontificio? Non proprio edificante, occorre dirlo. Intanto è utile ricordare che la Santa Inquisizione proseguì nel suo truculento “Salvataggio delle anime” fino al 1820 e che nello Stato Pontificio, anche se con solo valore giuridico, la pena di morte sopravvisse fino al 2001 quando fu infine e definitivamente abolita sotto il pontificato di Woytila, cioè ben 54 anni dopo che era stata abolita in Italia. Mastro Titta, il famoso “Boia di Roma”, tra il 1796 e il 1870 eseguì per conto dello Stato Pontificio ben 527 esecuzioni!

Tornando alla questione della schiavitù è appurato che la Chiesa, nel suo torbido passato, fece personale uso di schiavi oltre ad avvallare apertamente l’asservimento di esseri umani compiuto dai cattolicissimi sovrani di Spagna e Portogallo sin dal periodo post Colombiano. A questo riguardo l’atteggiamento del Vaticano fu quantomeno ambiguo e contradditorio perché benché nella lettera ai Galati (versetto 3,28) San Paolo precisi che “Non c’è né Giudeo né Greco; non c’è né schiavo né libero; non c’è né maschio né femmina; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù», lo stesso Paolo, nella Lettera agli Efesini, sostiene, confutando se stesso: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo» (6,5) e nella Prima lettera a Timoteo: «Quelli poi che hanno padroni credenti, non manchino loro di riguardo perché sono fratelli, ma li servano ancora meglio». E infatti, forti di questo autorevole imprimatur ecclesiale, i nobili romani, benché convertiti al cristianesimo, continuarono tranquillamente a servirsi di schiavi.

Ma anche nel VII secolo il concilio di Toledo stabilì che: “chi dal vescovo, giù fino al suddiacono, abbia generato dei figli da nozze esecrande, sia con una donna libera sia con una schiava, dev’essere punito secondo la legge canonica; i figli generati da tale incesto devono appartenere per sempre come schiavi alla Chiesa». C’è ben poca misericordia cristiana in un decreto che punisce l’incolpevole frutto del peccato commesso dal clero.

La Chiesa, nei confronti della schiavitù, si espresse anche in epoche più recenti, come nell’anno 1179 quando il terzo Concilio Lateranense autorizzò a ridurre in schiavitù le bande anticristiane della Brabanza, Aragona e Navarra e concesse al sovrano del Portogallo, Niccolò V, di “ricercare, catturare, conquistare e soggiogare tutti i Saraceni e qualsiasi pagano e gli altri nemici di Cristo gettandoli in schiavitù perpetua”. Dal canto suo Papa Innocenzo X ordinò nel 1645 al Principe Nicolò Ludoviso, generale della flotta vaticana, di “provvedere alla Chiesa 100 schiavi turchi”.

Del resto, ancora nel 1794, esisteva un «intendente pontificio per gli schiavi» a nome Colelli, ma il clou di questo deprecabile atteggiamento della Chiesa, lo si raggiunge nel 1866, quando la schiavitù era ormai bandita in ogni angolo del mondo e ciò nonostante Papa Pio IX approvò una presa di posizione del Santo Uffizio che si dichiarava “Non contrario alla legge naturale e divina che uno schiavo possa essere venduto, acquistato, scambiato o regalato”.

Nelle sue “Cronache Laiche” Walter Peruzzi dichiara: “La Chiesa non ha abolito fin da principio la schiavitù anzi l’ha praticata per secoli, ha giustificato la sua conservazione e ha speso la sua influenza per perpetuarla. E quando si è decisa a condannarla non ha ammesso di aver predicato l’errore per quasi due millenni. Né potrebbe farlo, senza doversi riconoscere umanamente fallibile anziché divinamente ispirata…”.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
(3 – fine)

La prima puntata del racconto sugli schiavi di Franco Nofori la trovi qui

Tratta degli schiavi: Londra fu la prima a combatterla. Ma gli africani non lo sanno

La seconda puntata è qui:

Tratta degli schiavi: come dai bianchi il commercio passò nelle mani degli arabi