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Tanzania: continua l’eccidio degli albini per foraggiare i riti tribali degli stregoni

franco nofori francobolloDal nostro corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 26 maggio 2017

Sono africani, ma la loro pelle è bianca come il latte e la testa completamente canuta o rossiccia. La loro condizione è dovuta ad una carenza di melanina, una malattia genetica che, soprattutto in Tanzania, colpisce una significativa parte della popolazione locale. In tutta l’Africa, comunque, incontrare persone affetta da albinismo è comune, molto di più che  in Europa.

Si tratta di un’affezione ereditaria che non si esaurisce soltanto in un diverso aspetto fisico, rispetto all’etnia di appartenenza, ma comporta anche non poche problematiche esistenziali favorendo l’insorgere di tumori epidermici e riducendo in genere la protezione del sistema immunitario e quindi anche l’aspettativa di vita.

Ma questa inclemenza della sorte sembra non bastare a rendere difficile la vita degli albini.  In alcuni paesi africani, soprattutto in Tanzania, radicate superstizioni  e ritualità tribali, fanno degli albini una fonte di approvvigionamento di organi da impiegare in riti propiziatori da parte degli stregoni dei villaggi. Questo porta, soprattutto nelle zone più remote e primitive, ad una costante caccia all’albino che viene ucciso, fatto a pezzi e le sue parti vendute per i raccapriccianti scopi anzidetti.

Il cartello di benvenuto per gli albini che raggiungono l’Isola di Ukerewe
Il cartello di benvenuto per gli albini che raggiungono l’Isola di Ukerewe

In questo vergognoso mercato si stima che l’arto di un albino possa essere venduto fino a 600 euro, mentre il valore di un corpo intero riesce anche superare i 70,000 euro! E’ fatale che trattandosi di tali cifre, questo indegno mercato attiri enormi interessi da parte di trafficanti disumani e senza scrupoli che, pur se del tutto indifferenti alle presunte proprietà magiche di questi poveri corpi smembrati, non esitano a ritagliarsi sostanziose fette di profitto.

A Mtwapa, sulla costa nord del Kenya, ho incontrato Abdul, un albino diciottenne che in modo rocambolesco è riuscito a sottrarsi alla cattura rifugiandosi in Kenya, dove la credenza sulle proprietà magiche degli albini è scarsamente diffusa. Abdul è un ragazzo sveglio che è fuggito dalla Tanzania un anno prima di riuscire a completare l’istruzione secondaria. Si esprime in modo appropriato, in un inglese discreto anche se limitato ai vocaboli. Sotto un cappello a larga tesa, che protegge dai raggi del sole i sensibili ed incredibili occhi azzurro cenerino, mi racconta la sua storia.

In Tanzania, dopo aver lasciato il villaggio natio di Magagadu nell’isola di Pemba, si era trasferito con Aziza, una sorella di tre anni più grande, anche lei albina, in un quartiere periferico di Tanga. Allora aveva appena completato l’istruzione primaria e intendeva proseguire gli studi nella cittadina costiera fino al conseguimento del diploma.

Albini 2
Un gruppo di albini rifugiati sull’isola di Ukerewe grazie al supporto del Rotary Club International

“Mia sorella era una brava sarta – racconta – e io, nelle ore libere, giravo per Tanga consegnando i suoi lavori e cercando di procacciare nuovi clienti. Non eravamo ricchi, ma riuscivamo a mangiare tutti i giorni e a vivere in modo decoroso. Poi, due mesi fa, di notte, la nostra capanna è stata assalita da quattro uomini che ci hanno catturati entrambi. Ci hanno legati, infilati dentro a dei sacchi di juta e caricati sul pianale di un pick-up. Abbiamo viaggiato per più di due ore su strade dissestate, poi il pick-up si è fermato ed hanno scaricato mia sorella. Io non vedevo nulla, ma sentivo lei gridare e loro che urlavano per zittirla.
Parlavano in un dialetto dell’interno che non potevo comprendere. Credo fossero Chaga (tribù che vive a ridosso del lago Vittoria, n.d.a.) ma  non ne sono sicuro. Poi il pick-up è ripartito, ma io, in qualche modo ero riuscito a liberarmi le mani e afferrandomi ai bordi del cassone, sono riuscito a catapultarmi fuori.  La velocità non era molto alta, ma cadendo mi sono rotto il polso sinistro.” 
Gli chiedo come ha poi fatto a cavarsela: “Mi sono steccato il polso con dei rami – risponde – e li ho legati stretti con delle strisce di juta ricavate del sacco. Poi ho camminato per tutta la notte e per l’intero giorno successivo attraverso il bush, finché, all’imbrunire, sono arrivato in Kenya”.

Una storia incredibile, quella del povero Abdul, eppure una storia che in Tanzania si è ripetuta decine e decine di volte.  Sulla fine di Aziza, sua sorella, c’è poco da illudersi: gli organi femminili di una donna albina, non sono ritenuti così efficaci come quelli maschili per l’impiego nelle pratiche di stregoneria, ma c’è una barbara e assurda credenza che colpisce anche loro. Esse, dietro pagamento, vengono infatti rese disponibili ai malati di Aids che, stuprandole, sono convinti di potersi liberare dal morbo.

Cosa farai adesso? Chiedo ad Abdul. Lui si stringe nelle spalle: “Qui non starei male – risponde – vivo a casa di una amico keniano, anche lui albino. Fa il falegname ed io lo aiuto come posso, ma devo andarmene al più presto, perché sono entrato illegalmente in Kenya e se la polizia mi trova, mi arresta e poi mi rimanda in Tanzania”.

E dove vorresti andare? “Il mio amico mi ha detto che c’è un isola nel lago Vittoria dove si sono rifugiati molti albini come me. Lì sono protetti e vivono in pace. Io voglio cercare di andare lì. Tu mi potresti aiutare? Bastano 5,000 scellini.”

Bimbo albino

E’ un appello commovente ed accorato al quale è difficile resistere. So di che isola si tratta. E’ l’isola di Ukerewe, la più grande del lago Vittoria che è sotto la giurisdizione della Tanzania. Conta circa 150,000 abitanti ed ha la più grande concentrazione di albini del modo. Grazie all’aiuto delle organizzazioni umanitarie internazionali, l’isola si è dotata di una struttura medica specializzata nella cura dell’albinismo e anche di un consultorio legale per i diritti civili degli  “africani bianchi”. Ciò nonostante l’impudente ingordigia dei trafficanti continua a tentare di appropriarsi di queste sfortunate creature che vedono la loro serenità nuovamente minacciata. Fino ad ora nessuno di questi tentativi ha avuto successo, ma occorre una presa di coscienza seria e fattiva perché agli albini venga garantita la pace e la sicurezza a cui, come ogni altro essere umano, hanno incontestabile diritto.

Abdul è di religione islamica, fede che, come quella cristiana, aborrisce ogni tipo di violenza nei confronti degli albini, ma si sa che in Africa, su ogni religione monoteista importata dall’esterno, prevalgono sempre le superstizioni e le ritualità tribali dotate di radici ancestrali cosi radicate che occorreranno secoli per riuscire ad estirparle.

Abdul è partito oggi alla volta della sua isola felice, ma a me piace già immaginarlo sorridente e sereno mentre, appollaiato su uno scoglio di Ukerewe, getta la lenza nelle placide acque del lago Vittoria per procurarsi il pasto quotidiano.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@francoKronos1

Esportazione illegale d’oro: il presidente della Tanzania silura il ministro delle miniere

Africa ExPress
Dodoma, 25 maggio 2017

Il presidente della Tanzania, John Magufuli, ha silurato il ministro delle attività minerarie e Sospeter Muhongo e l’amministratore delegato dell’Agenzia statale di vigilanza e controllo delle attività minerarie (TMAA) e accusa società del settore estrattivo di evasioni fiscali per esportazioni non dichiarate. Ovviamente i responsabili negano qualsiasi coinvolgimento.

Magufuli ha spiegato durante un suo intervento all’emittente televisiva di Stato, che da un rapporto investigativo si evince che la società ACACIA Mining, ha dichiarato correttamente la presenza di oro, rame e argento nella sua distinta delle esportazioni, omettendo però nella distinta di consegna altri minerali preziosi.

Attività mineraria della società ACACIA in Tanzania
Attività mineraria della società ACACIA in Tanzania

Il comitato che ha svolto le indagini sull’esportazione di minerali ha rilevato che in diversi container non erano stati dichiarati minerali come zolfo, ferro, iridio, titanio e zinco. Inoltre è stata scoperta una fatturazione non corretta dell’effettivo quantitativo di oro, rame e argento contenuta nei container. Il rapporto evidenzia che sono stati dichiarati solamente 1,1 tonnellate di oro, mentre ne conteneva quindici tonnellate.

ACACIA respinge le accuse e afferma la propria correttezza nelle dichiarazioni commerciale e di aver sempre versato le royality e tasse sul materiale estratto. Dopo l’annuncio del presidente tanzaniano, le azioni della società hanno subito una forte caduta. Il maggior azionista dell’industria mineraria in questione è la Barrick Gold. ACACIA ha la licenza per estrarre oro in tre miniere, che producono anche rame, in Tanzania, ma effettua attività di esplorazione anche in altri Paesi africani.

John Magufuli, presidente della Tanzania
John Magufuli, presidente della Tanzania

Il presidente accusa la TMAA di aver omesso di effettuare i dovuti controlli sulla società e le relative esportazioni. Magafuli ha inoltre sottolineato che ha molta stima per il ministro Muhongo, che è anche un suo amico e proprio per questo chiede le sue dimissioni immediate, visto e considerato che dopo aver letto il rapporto investigativo sono stati messi sotto sequestro ben duecentocinquanta container.

Il settore minerario rappresenta il quattro per cento del prodotto interno lordo del Paese.

Magufuli non perdona nessuno quando si tratta di mancata vigilanza o imbrogli. Poche settimane fa ha licenziato con effetto immediato quasi diecimila dipendenti pubblici, perché non in possesso dei requisiti richiesti per svolgere il loro ruolo. (http://www.africa-express.info/2017/05/01/il-presidente-della-tanzania-silura-9900-dipendenti-pubblici-con-diplomi-falsi-o-inesistenti/).

Africa ExPress

 

 

Ecco il risultato degli accordi con l’Italia: guardacoste libico spara contro i migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 24 maggio 2017

“Una motovedetta libica ha sparato diversi colpi interrompendo le nostre operazioni di recupero. La situazione era sotto controllo almeno fino a quando non abbiamo udito i primi spari e visto le persone a bordo del gommone picchiate. Circa 100 persone in preda al panico si sono gettate in acqua e hanno cercato di raggiungere a nuoto la nostra nave e l’Aquarius. Due gommoni con i rifugiati venivano dirottate nuovamente in direzione della Libia dalla motovedetta. Al momento è impossibile capire se ci siano state vittime nè quante esse possano essere. Abbiamo rischiato anche noi di essere colpiti”.

Questo il racconto nel pomeriggio di ieri riportato sulla pagina Facebook  dell’Organizzazione non governativa tedesca “Jugend rettet”. Gravi violazioni commesse da una nave con le insegne della Guardia costiera libica. Da alcune ore la navi Aquarius di SOS Mediterranée e Medici senza frontiere (MSF), Iuventa, dell’ONG Jugend rettet e Vos Hestia di Save the children erano impegnate in operazioni di salvataggio di circa mille migranti, imbarcati su undici gommoni.

Migranti su gommone in mare
Migranti su gommone in mare

L’azione di ieri è molto probabilmente il risultato degli ultimi accordi sottoscritti domenica scorsa a Roma tra il nostro ministro degli Interni, Marco Minniti, e i suoi omologhi di Libia, Arif al Khojah, Ciad, Ahmat Mahamat Bachir e Niger, Mohamed Bazoum.

La cooperazione congiunta per la protezione dei confini è stato l’obbiettivo cardine dell’ incontro per contrastare in questo modo il terrorismo e il traffico di esseri umani.

Tale intesa prevede tra l’altro di rafforzare la guardia costiera libica, per renderla autonoma nel fermare i barconi con a bordo i profughi diretti verso l’Italia. Le prime motovedette italiane sono già state consegnate da Minniti; le restanti dovrebbero essere consegnate a breve. A bordo di queste navi ci saranno gli uomini formati recentemente nell’ambito dell’operazione Sophia di Eunavfor med (http://www.africa-express.info/2016/10/29/al-via-laddestramento-della-guardia-costiera-libica-importante-ruolo-dellitalia/).

Marco Minniti, ministro degli Interni con i suoi omologhi di Libia, Ciad e Niger al Viminale
Marco Minniti, ministro degli Interni con i suoi omologhi di Libia, Ciad e Niger al Viminale

E’ anche prevista la preparazione del personale addetto al controllo delle frontiere nella nostra ex colonia. Un’equipe congiunta – libica/europea – si occuperà della loro formazione, come ha specificato Vincenzo Tagliaferri, alto funzionario di polizia italiana, a capo della missione dell’Unione Europea per il controllo delle frontiere (EU Border Assistance Mission in Libya) EUBAM.

Il nuovo trattato comprende anche la creazione di centri di accoglienza in Niger e Ciad, Paesi di transito per migliaia di migranti, provenienti per lo più dall’Africa occidentale. E’ la rotta per raggiungere i porti libici per imbarcarsi verso le nostre coste. I nuovi campi di detenzione e espulsione dovranno rispettare i criteri umanitari internazionali e anche quelli già esistenti nella nostra ex colonia dovranno essere adattati a tali standard.

I quattro ministri degli Interni hanno convenuto sull’assoluta necessità di creare un’economia alternativa per contrastare quella illegale collegata al traffico di esseri umani.

Secondo gli ultimi dati del Viminale, dall’inizio dell’anno al 21 maggio sono giunti in Italia 50.041 migranti, per lo più partiti dalla Libia. Oltre milleduecento persone hanno trovato la morte nello stesso periodo nel tentativo di attraversare il tratto di mare che separa il nostro Paese dalla Libia.

Minniti non lascia nulla di intentato, il nostro governo e l’Europa tutta si avvalgono della collaborazione di partner africani, assai corrotti, autoritari e cleptocrati, e che non rispettano i diritti umani delle persone in fuga.( http://www.africa-express.info/2016/09/07/gli-accordi-segreti-tra-europa-e-dittatori-africani-per-combattere-limmigrazione-illegale/).

In febbrario il nostro presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, aveva firmato un Memorandum of Understanding con il suo omologo libico, Fāyez al-Sarrāj. Tale memorandum è stato sospeso dalla Corte d’Appello di Tripoli, ma L’ordinanza della corte resta ignorata. (http://www.africa-express.info/2017/03/28/pasticci-dellunione-europea-che-non-riesce-fermare-migranti-e-profughi/)

In un comunicato di Amnesty International rilasciato proprio ieri, l’Organizzazione accusa l’Italia di venire a meno degli obblighi internazionali aiutando la Libia a intercettare i rifugiati nel Mediterraneo. (https://www.amnesty.it/aiuti-alla-libia-litalia-sta-aggirando-suoi-obblighi-internazionali/).

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Kenya alla fame per la feroce speculazione sull’ugali, la farina di mais

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 23 maggio 2017

Ugali, Sima, Posho… qualunque sia il nome che le viene attribuito si tratta sempre e soltanto dell’onnipresente farina bianca di mais, l’alimento base della dieta keniota, che corrisponde alla nostra polenta. Il consumo interno è così grande che la produzione locale è impossibilitata a soddisfarlo, anche per effetto della grave siccità che ha colpito il Paese nella recente stagione pre-monsonica. Questo ha costretto il governo ad importarne ben 30,000 tonnellate dal Messico.

La polenta bianca, viene normalmente consumata in abbinamento a vari tipi di verdura, qui noti come sukumawiki, mchicha, maharagwe, pojo… che corrispondono a erbe varie, fagiolini e comune insalata. Solo i più fortunati possono ogni tanto abbinarla a pezzi di nyama (carne di manzo) o di kuku (pollo) o mbusi (capra).

Tipico piatto africano a base di ugali (polenta bianca di mais) e mchicha (tipo di verdura locale simile agli spinaci)
Tipico piatto africano a base di ugali (polenta bianca di mais) e mchicha (tipo di verdura locale simile agli spinaci)

E’ fatale che un prodotto alimentare di cosi esteso consumo favorisse una sempre più accesa speculazione da parte sia delle grosse aziende locali, che provvedono alla macina del granturco, sia da parte degli importatori che glielo forniscono. Attività, queste, alle quali non sembrano essere estranei potenti personaggi del mondo politico.

Per effetto di questa speculazione, una confezione standard del prodotto di 2 kg. aveva raggiunto, qualche mese fa, l’incredibile prezzo di quasi 2 euro. Considerando che una famiglia media del paese è composta da 5/6 persone, nella maggior parte dei casi sostenute da un monoreddito, per poter contare su almeno due pasti al giorno, doveva poter acquistare ogni giorno 4 chili di prodotto ad un costo complessivo di 4 euro, cioè più di quanto una persona di basso ceto sociale, pur potendo contare su una stabile occupazione, riuscisse a guadagnare con il proprio lavoro.

Parlando di “basso ceto sociale” non ci si riferisce ad una limitata parte della popolazione, ma a ben due terzi del suo numero totale ed è quindi facile comprendere come una situazione del genere possa produrre effetti esplosivi sulla stabilità di una nazione già prostrata da altre innumerevoli carenze sociali.

Ecco perché, questo potenziale rischio ha infine indotto il governo, in persona dello stesso presidente Uhuru Kenyatta, ad intervenire drasticamente ponendo sul prodotto un prezzo di legge di 8 centesimi di euro, riferito alla confezione di 2 kg. ma queste scelte che, appena rese note, esaltano la popolazione e portano ovviamente acqua al mulino della campagna elettorale in corso, devono inevitabilmente fare poi i conti con i logistici meccanismi della realtà.

La confezione di uguali da 2 chili in vendita nei supermercati
La confezione di uguali da 2 chili in vendita nei supermercati

Come si può ridurre di colpo il costo di un prodotto del 60% senza mandare all’aria la sua intera catena produttiva e distributiva? Ecco allora che, pur con un prezzo divenuto più che allettante, la farina di mais è improvvisamente scomparsa dal mercato e la situazione si è fatta nuovamente esplosiva. Come gestirà il governo questa nuova e grave minaccia alla stabilità del paese?

E’ facile intuire come tutti gli operatori interessati alla distribuzione di questo prodotto ne stiano facendo incetta riempiendo i propri magazzini in attesa che il prezzo di mercato torni a livelli che ne garantiscano la redditività e non è certamente facile entrare nei loro apparati gestionali per stabilire quale sia il prezzo giusto o quali interventi strutturali si rendano necessari perché tale prezzo risulti comunque accessibile al consumo. Si tratta inoltre di un settore produttivo che coinvolge così tanti e potenti interessi nei quali, lo stesso governo, non se la sente di entrare a gamba tesa.

Intanto, nello scenario delle reciproche accuse che il governo e l’opposizione si scambiano su questa crisi, come prima misura per tenerla sotto controllo è stata quella di imporre ai supermercati di limitare la vendita a soli 2 kg. di mais per persona. Una scelta, questa, del tutto ridicola in quanto può facilmente essere aggirata e serve solo a dimostrare in quale stato di confuso imbarazzo si trovino le autorità preposte a gestire a situazione.

In un periodo pre-elettorale già carico di scambi biliosi, di forti tensioni e di paure, il governo non poteva trovarsi a gestire una sfida più difficile di questa. La storia ha sempre dimostrato che l’arte della parola e della retorica sono spesso servite a placare le masse, ma quando esplode la fame è molto difficile che la pura dialettica, per quanto abile e sofisticata, riesca a riempire le pance degli affamati. Riuscirà la classe politica al potere ad uscire da questa impasse? E’ importante. Non tanto per lei, quanto per la popolazione di questo paese, già frustrata da corruzione, degrado e da una sempre più estesa discriminazione sociale.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Mai disturbare le elefantesse: ammazzato cacciatore sudafricano nello Zimbabwe

Africa ExPress
Harare, 21 maggio 2017

Un cacciatore sudafricano è morto venerdì scorso nello Zimbabwe, schiacciato da un’elefantessa.

Doveva essere un giorno speciale per il cinquantunenne sudafricano Theunis Botha, una guida di safari e esperto in caccia grossa; aveva promesso trofei di caccia eccezionali ai suoi clienti. Nel tardo pomeriggio di venerdì Botha e il suo gruppo si sono trovati accidentalmente di fronte ad un branco di elefantesse da riproduzione nel territorio della Good Luck Farm, poco distante dal Hwange National Park nello Zimbabwe.

Branco di elefanti
Branco di elefanti

I componenti della comitiva di caccia sono stati caricati da tre elefantesse. Botha ha sparato un colpo con il suo fucile, ma è stato schiacciato da un quarto pachiderma, che lo ha assalito di lato, uccidendolo.

Theunis Botha, cacciatore sudafricano
Theunis Botha, cacciatore sudafricano

Il corpo è stato trasportato nella camera mortuaria del Hwange Colliery Hospital. Botha era un cacciatore esperto e ben conosciuto nello Zimbabwe, si recava anche spesso negli Stati Unitivi alla ricerca di nuovi clienti, amanti di trofei di caccia in Africa.

La moglie Carika, residente a Tzaneen, Sudafrica, con i loro cinque figli, è attesa in Zimbabwe nei prossimi giorni per il riconoscimento della salma.

Africa ExPress

 

Pronto il vaccino contro il virus ebola. L’Oms lo porta in Congo-K

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 maggio 2017

Mentre il Congo-Kinshasa, nella provincia di Bas Uele, sono stati registrati altri casi di ebola che fino ad ora hanno causato tre decessi, arriva l’annuncio che il vaccino “rVsv-Zebov” contro il mortale virus è stato portato nella Repubblica democratica del Congo.

L’Oms, ha inviato personale medico
e attrezzature tecniche in RDC dove si trova la zona con il più grande focolaio del ceppo Zaire del virus, quello più aggressivo che ha causato il maggior numero di morti.

Il letale virus, durante l’ultima epidemia in Africa occidentale tra il 2013 e 2016, ha ucciso oltre 11.300 persone soprattutto tra Guinea, Sierra Leone e Liberia.

Virus ebola
Virus ebola

L’Agenzia Onu per la Salute (Oms), dopo un’ampia sperimentazione durata due anni sta decidendo se metterlo a disposizione per tutti. Di fatto il vaccino si è dimostrato “altamente protettivo” contro il patogeno della febbre emorragica.

Sotto la guida dall’Oms la sperimentazione è iniziata nel 2015 nella fase finale dell’ultima epidemia su oltre 5.800 persone. Il vaccino, utilizzato con la stessa tecnica “ad anello” come quella usata nella vaccinazione anti vaiolo, ha dimostrato la sua efficacia praticamente al 100 per cento. Il test è avvenuto nelle comunità di Conakry, capitale della Guinea, e in otto prefetture circostanti, a Tomkolili e Bombali in Sierra Leone.

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Per mettere a punto il vaccino l’azienda farmaceutica Merck ha avuto il supporto di Oms, UK Wellcome Trust, Governo del Regno unito, Medici senza frontiere, Ministero degli esteri norvegese e Agenzia canadese per la Salute pubblica. È il primo vaccino in grado di prevenire l’infezione da uno dei patogeni più letali conosciuti e i dati raccolti sulla sperimentazione sono stati pubblicati dalla rivista scientifica “The Lancet” lo scorso febbraio.

Mappa dell'epidemia di ebola aggiornata al 16 marzo 2016 (fonte WHO)
Mappa dell’epidemia di ebola aggiornata al 16 marzo 2016 (fonte Oms) Courtesy CDC-Centers for disease control and prevention

L’ Alleanza globale per i vaccini (Gavi) ha garantito a Merck, 5 milioni di dollari per continuare nelle pratiche per la registrazione di rVsv-Zebov-GP entro il 2017. Nell’accordo sono previste 300mila dosi, pagate in anticipo, che stoccate serviranno per un eventuale utilizzo in caso di emergenza.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

 

Il presidente angolano Dos Santos ammalato (forse gravemente) in Spagna per curarsi

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I.Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 maggio 2017

Da qualche giorno in Angola ci si interroga sullo stato di salute del presidente, Eduoardo Dos Santos, al potere dal 10 settembre 1979. L’agenzia di stampa angolana “ANGOP” in un breve comunicato del 1° maggio aveva annunciato che il presidente si sarebbe assentato per una quindicina di giorni per una visita privata a Barcellona.

A tutt’oggi Dos Santos non è tornato nella ex colonia portoghese e il governo non ha rilasciato nessun commento circa la sua assenza e il suo stato di salute.  Eppure da oltre una settimana circolano voci inquietanti dopo un articolo, pubblicato in un social network, che lo dava persino morto. Notizia che figlia prediletta Isabel, la donna più ricca dell’Africa (http://www.africa-express.info/2016/01/28/angola-isabel-dos-santos-donna-piu-ricca-dafrica-e-figlia-del-presidente/) ha subito classificata come falsa e finalizzata a creare confusione nel Paese.

Eduardo Dos Santos, presidente dell'Angola
Eduardo Dos Santos, presidente dell’Angola

Il maggiore partito dell’opposizione, il National Union for the Total Independence of Angola  (UNITA) ha chiesto chiarimenti al governo. Lo ha fatto sapere Raul Manuel Danda, parlamentare e vicepresidente dell’UNITA, sottolineando che: “La salute di Dos Santos è una questione che concerne tutti quanti, non si tratta di un segreto di Stato. Ho avuto l’impressione che non stesse molto bene negli ultimi mesi. Sarebbe dovuto ritornare a Luanda lunedì scorso, ma così non è stato”.

Nel suo sito web “Maka Angola”, Rafael Marques noto giornalista investigativo e attivista per i diritti umani, arrestato e processato più volte dal regime, riporta il 15 maggio che il vecchio leader sarebbe stato colpito da un attacco ischemico transitorio; un ictus, detto in parole povere.

In effetti, negli ultimi mesi il presidente si è mostrato raramente in pubblico e, lo scorso febbraio aveva  annunciato che non si sarebbe ricandidato alle prossime elezioni che dovrebbero svolgersi il prossimo 23 agosto. Il partito al potere, il Movimento popolare per la liberazione dell’Angola” (MPLA) ha disegnato come suo candidato l’attuale ministro della Difesa, Joao Lourenço.

Dos Santos nasce nel 1942 in un quartiere povero della capitale Luanda. Sa cosa significa la repressione: si iscrive ancora giovanissimo all’ MPLA (Movimento popolare di liberazione dell’Angola) e nel 1956 il governo coloniale lo costringe all’esilio. Dapprima in Francia, poi in Congo e per ultimo si trasferisce in Russia, dove termina gli studi come ingegnere. Torna nel suo paese nel 1970 e, dopo l’indipendenza dal Portogallo, nel 1975 diventa ministro degli esteri.

Nel 1979, dopo la morte di Agostinho Neto, viene scelto come presidente. Da rivoluzionario combattente per la libertà si trasforma in feroce dittatore. Sua figlia, Isabel, è una delle donne più ricche del mondo, grazie alle royalties versate dalle compagnie petrolifere (occidentali e non). Soldi diretti senza vergogna nei conti all’estero della famiglia “imperiale” che da comunista è diventata cleptocrate. Repressione è la parola d’ordine e per i giornalisti stranieri ottenere un visto di entrata è quasi impossibile: il governo vuole mantenere il più possibile segrete le sue malefatte.

Isabelle Dos Santos, figlia del presidente angolano
Isabel Dos Santos, figlia del presidente angolano

Lo scorso 17 aprile sono state arrestate e picchiate sette persone perché nel corso una manifestazione chiedevano trasparenza per la prossima tornata elettorale. Gli attivisti sono stati processati e condannati a quarantacinque giorni di galera e ad un ammenda di trecentonovanta dollari. Secondo le informazioni in possesso di Amnesty International, i sette non avrebbero goduto di un processo equo.

In un appello, la stessa organizzazione ha chiesto proprio ieri alle autorità di non approfittare delle manifestazioni pacifiche per punire i cittadini solo perché dissentono dalle opinioni del proprio governo. Una marcia di protesta per attirare l’attenzione pubblica sul caso dei sette attivisti condannati, era prevista per questa mattina.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Convivevano senza essere sposati, gli islamisti lapidano una coppia in Mali

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 maggio 2017

Doppio assassinio ieri nel nord del Mali, nella vallata di Tahglit, tra le città di Aguel’hoc e Tessalit. Una coppia, un uomo ed una donna, sono stata lapidati ieri da un gruppo di terroristi islamici, perché accusati di aver convissuto senza essere sposati, una grave violazione della legge islamica. E’ la prima volta che una fatto del genere è stato segnalato in Mali dopo il 2012, quando una parte del nord della ex colonia francese era controllata da gruppi di jihadisti.

Secondo la testimonianza di notabili del luogo, la coppia è stata arrestata martedì scorso da estremisti islamici. L’uomo e la donna sarebbero stati buttati in due buche, scavate precedentemente dai loro assassini e lapidati a morte da quattro individui non meglio identificati, non è stato dato di sapere nemmeno il gruppo terrorista di appartenenza.

Lapidazione nel nord del Mali
Lapidazione nel nord del Mali

Nel 2012 oltre la metà del nord della ex-colonia francese era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”. (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/).

La situazione nella ex colonia francese resta ancora precaria, l’insicurezza, causata dalle continue minacce terroriste hanno reso necessario prolungare di altri sei mesi lo stato d’emergenza. L’Assemblea nazionale ha approvato tale provvedimento all’inizio del mese a Bamako, la capitale del Paese.

E proprio per il grave stato di insicurezza che affligge ormai tutto il Paese, ieri il capo della Missione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite in Mali, Jean-Pierre Lacroix, ha annunciato che ben presto saranno inviate delle truppe senegalesi di intervento rapido.

Il 29 giugno 2016 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha rinforzato e esteso per un altro anno il mandato di MINUSMA. Con la risoluzione 2295, adottata all’unanimità dai quindici Paesi membri, il nuovo organico sarà composto da 12 338 membri di personale in uniforme: 11.024 militare, 36 osservatori militari, 1.278 poliziotti.

Inoltre Eucap Sahel Mali (European External Action Service), missione civile dell’UE con base a Bamako, ha messo a disposizione delle forze dell’ordine maliane e dei ministeri interessati, esperti in formazione e strategia per sostenere la riforma nel settore della sicurezza. La Svizzera è il primo paese non membro ad aver concluso un accordo di partecipazione con Eucap. Anche tale missione è stata rinnovata lo scorso 11 gennaio dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU per altri due anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Kenya, accuse al numero 2 del partito di opposizione: ha rubato 36 milioni di euro

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Dal Nostro Inviato Speciale
Franco Nofori
Nairobi, 17 maggio 2017

Questa volta a mettere le dita nel vasetto del miele, sembra essere stato il governatore della contea di Kakamega, Wycliffe Oparanya, che è anche il vice del leader del maggiore partito di opposizione l’Orange Democratic Novement (ODM) di Raila Odinga. Una fatto, questo, che nel clima arroventato del periodo preelettorale esplode con una possente deflagrazione, ma in qualche modo pareggia il conto con il recente scandalo attribuito al ministro della Sanità ed al suo vice, entrambi membri del partito al governo. Il loco comportamento ha indotto Trump a sospendere gli aiuti per 12 milioni di euro, già stanziati a favore del Kenya.

Certamente Oparanya sembra essere stato più ingordo dei suoi rivali politici riuscendo a moltiplicare per 3 la sparizione dei fondi pubblici. Un vero e abile gioco di prestigio che però non sembra essere destinato al successo in quanto per ordine di Jhon Loyangapuo, presidente della commissione senatoriale per l’Anti Corruzione, l’incauto Governatore è stato deferito alle autorità di polizia alle quali dovrà rispondere del considerevole ammanco.

Wycliffe Oparanya Governatore della Contea di Kakamega e vice leader del partito ODM di Raila Odinga
Wycliffe Oparanya Governatore della Contea di Kakamega e vice leader del partito ODM di Raila Odinga

Se si considera che, secondo le stime, circa un terzo degli abitanti del paese vive con meno di due dollari al giorno, si riesce ad avere una realistica visione della mostruosa consistenza dell’ammanco in questione, con il quale un bel numero di affamati compatrioti del governatore inquisito potrebbe vivere per molti anni in modo più che decoroso.

La commissione inquirente dell’Anticorruzione ha più volte richiesto al governatore Oparanya di presentarsi al fine di giustificare l’ammanco e presentare un resoconto delle spese sostenute dalla sua amministrazione, ma con una scelta piuttosto arrogante, questi ha sempre ignorato le convocazioni, finché, esasperati dal suo comportamento, i commissari hanno deciso per il suo deferimento alla giustizia.

Veduta di Kakamega
Veduta di Kakamega

Al momento Oparanya è attivamente impegnato nella campagna elettorale. Vuole la riconferma alla carica di governatore, ma a questo proposito la commissione senatoriale inquirente è di ben altro avviso. “E’ inaccettabile – Ha detto un membro del Senato – che un’importante carica pubblica com’è quella di governatore, sia lasciata nella mani di un politico che non gestisce con la necessaria trasparenza il pubblico denaro. Da questa commissione viene il forte suggerimento a che il Signor Wycliffe Oparanya, sia escluso dalla candidatura.”

Franco Nofori
Franco.kronos1@gmail.com
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Aiuti americani al Kenya, ovvero: Trump dà e Trump toglie

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Dal Nostro Inviato Speciale
Franco Nofori
Nairobi, 16 maggio 2017

La notizia è stata diffusa pochi giorni fa e rivela che il 9 maggio, alle 18.15 ora del Kenya, il presidente americano Donald Trump ha telefonato al suo omologo keniano, Uhuru Kenyatta, assicurandogli la continuità dei rapporti di collaborazione ed amicizia tra i due paesi. Il capo di stato americano si è anche augurato che le elezioni politiche di agosto, possano svolgersi in modo civile, trasparente e pacifico nel pieno rispetto dei risultati che emergeranno dalle urne.

Donald Trump. presidente degli USA e Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya
Donald Trump. presidente degli USA e Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya

L’auspicio di Trump, come ha dichiarato l’ambasciatore americano in Kenya, Robert Godec, non si esaurirà in una semplice espressione di speranza, ma verrà concretizzato con il contributo di circa 3 milioni di dollari che il governo del paese africano dovrà destinare al rafforzamento delle misure di sicurezza, affinché la consultazione elettorale si svolga in modo corretto, senza brogli né violenze intimidatorie nei confronti dei votanti. Una parte di questa donazione dovrà anche essere utilizzata per una campagna educativa verso gli elettori sul significato del voto democratico che implica l’accettazione delle scelte espresse dalla maggioranza.

E’ ancora vivo il ricordo dei tragici disordini che esplosero in Kenya prima e dopo le elezioni del 2008 quando la cronaca registrò indicibili carneficine che lasciarono sul campo oltre 300 vittime, con episodi davvero raccapriccianti come quello riferito alle 50 donne e bambini bruciati vivi all’interno di una chiesa. Questi scontri portarono il paese sull’orlo di una guerra etnica. La comunità internazionale non vuole che quei drammatici fatti si ripetano ed è proprio sul rafforzamento di questa volontà che si fonda l’aiuto americano.

“Gli Stati Uniti” – ha detto l’ambasciatore Godec – “non esprimono preferenze per specifici candidati o partiti politici, ma vogliono dare il proprio contributo affinché il popolo del Kenya possa votare in totale libertà e sicurezza”. 

E’ abbastanza emblematico che solo la scorsa settimana fa abbiamo dato notizia di un blocco degli aiuti statunitensi al sistema sanitario del Kenya per l’emergere di gravi episodi di corruzione, mentre oggi la situazione si rovescia e ci mostra un’America che torna ad essere generosa. Difficile non leggere in queste due opposte decisioni, un monito rivolto al Kenya, ma anche, in senso esteso all’intera Africa, che sembra suonare così: “Se pensate di fare i furbi con i nostri soldi, resterete all’asciutto, ma se vi serve il nostro aiuto per progetti onesti e seri, noi non ci tireremo indietro”

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
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