La popolazione del regno del Lesotho è stata nuovamente chiamata alle urne sabato. Si tratta della terza tornata elettorale dal 2012.
Malgrado il freddo, la partecipazione al voto è stata elevata. Davanti ai seggi si sono formate lunghe code già di primo mattino. Secondo la Commissione elettorale gli aventi diritto al voto erano 1,2 milioni, su una popolazione totale di 2,13 milioni. Il conteggio è già iniziato alle prime ore di domenica mattina, ma ci vorranno diversi giorni prima di avere i risultati definitivi.
Allora il vecchio leader si era rifugiato in Sudafrica dove è rimasto due anni. Ha fatto ritorno nel regno solamente a febbraio per preparare la sua candidatura e sembra proprio lui il favorito di queste elezioni anticipate.
All’inizio di marzo il primo ministro, Mosisili, leader del partito Democratic Congress e capo della coalizione al governo, era stato sfiduciato dall’Assemblea nazionale. Tutti si aspettavano le dimissioni del premier, per lasciare l’incarico a Monyane Moleleki, anche lui da molti anni sulla scena politica del piccolo Paese dell’Africa australe, visto che il Parlamento aveva votato in tal senso. Moleleki è stato ministro degli Interni fino al 2016 e numero due del Democratic Congress. All’inizio dell’anno ha lasciato però il partito per fondarne uno nuovo, il Alliance of Democrats.
Il sovrano dell’enclave sudafricana, Letsie III, a questo punto ha dovuto sciogliere la Camera dei deputati e indire nuove elezioni. Lesotho è una monarchia parlamentare. Nell’Assemblea nazionale vi sono membri elettivi di partiti riconosciuti dallo Stato, ma vi risiedono anche alti gradi militari, capi tribali e rappresentanti delle minoranze etniche.
Il Paese necessita di un governo forte e stabile, che sappia apportare riforme urgenti, visto l’elevato tasso di disoccupazione e un’economia totalmente dipendente dal Sudafrica. Inoltre il 22,7 per cento della popolazione adulta è affetta da infezione da HIV / AIDS.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 3 giugno 2017
L’Africa è povera, o almeno così la vediamo, ma pochi sanno che la ricchezza di soli 50 miliardari africani ammonta a 96,5 miliardi di USD. Forbes, rivista statunitense di economia e finanza fondata nel 1917, ha redatto una classifica degli africani più ricchi. Tra questi paperoni troviamo il re del Marocco, tre sono sudafricani bianchi, due egiziani, due nigeriani, un algerino e anche una donna: la figlia del presidente dell’Angola.
Aliko Dangote L’uomo più ricco d’Africa è il nigeriano Aliko Dangote con un patrimonio netto di 16,4 miliardi di dollari derivanti vari settori dall’industria e dei servizi: dal cemento agli immobili, dalla farina al sale, dalle bevande ai fertilizzanti, dalle telecomunicazioni al gas, dall’acciaio allo zucchero. È proprietario del Dangote Group che opera oltre che in Nigeria, in Benin, Etiopia, Senegal, Camerun, Ghana, Sudafrica, Togo, Tanzania e Zambia.
Nicky Oppenheimer Il secondo posto per ricchezza spetta all’imprenditore sudafricano Nicholas Oppenheimer. Conosciuto come “Nicky”, il miliardario con un patrimonio di 6.6 miliardi di usd è il maggiore azionista della multinazionale dei diamanti De Beers, insieme di imprese che si occupa di ricerca, lavorazione e vendita di diamanti. Nicky è anche azionista di maggioranza della compagnia mineraria Anglo American plc una delle più maggiori società minerarie del pianeta e socio di diverse imprese minerarie minori.
Cristoffel Wiese Anche il quarto posto nella classifica dei primi dieci miliardari d’Africa è di un sudafricano bianco: Cristoffel Wiese. Con un patrimonio netto di 6,5 miliardi di USD suo settore è la vendita al dettaglio attraverso la Steinhoff International, una holding che opera in Europa, Asia Africa, Stati Uniti e Australia con circa 6.000 punti vendita e 90mila addetti. Steinhoff in Africa include marchi come HiFi Corp, Pennypinchers, Timbercity, Pep, Ackermans, Shoe City, Incredible Connection e Unitrans con oltre 4.300 punti vendita in quasi tutta l’Africa australe e la Nigeria.
Johann Rupert È un sudafricano bianco anche Johann Rupert, che troviamo al quarto posto con 6,3 miliardi di USD. Erede del magnate sudafricano Anton Rupert è presidente della Compagnie Financiere Richemont con sede in Svizzera famosa per la vendita di marchi di lusso tra cui Cartier e Mont Blanc.
È anche presidente della Remgro, una società di investimento con interessi nel settore bancario, servizi finanziari, settore degli imballaggi, prodotti in vetro, servizi medici, miniere, petrolio, bevande, alimenti e prodotti per la cura personale.
Mohammed VI Il re del Marocco Mohammed VI si trova al quinto posto con beni per 5.7 miliardi di USD. Diciottesimo sovrano della dinastia alawide è al trono dal 1999 dopo la morte del padre Hassan II. Dal genitore ha ereditato la Société Nationale d’Investissement (SNI) grande holding privata marocchina di proprietà principalmente della famiglia reale.
La SNI opera in diversi settori: dalle banche alle telecomunicazioni, dall’energia rinnovabile alle miniere, dall’industria alimentare ai supermercati. Sta investendo in vari Paesi africani tra i quali Camerun, Costa d’Avorio, Ruanda e Gabon.
Nassef Sawiris L’egiziano Nassef Sawiris occupa la sesta posizione della classifica di Forbes con un reddito netto di 4,9 miliardi di USD. Dal 1998 è amministratore delegato di Orascom Construction Industries (OCI), con sede al Cairo, in Egitto. La OCI è la prima corporation multinazionale egiziana e fornitore leader nel settore ingegneristico e nelle costruzioni oltre che maggior produttore di fertilizzanti.
La società è stata la prima multinazionale del Paese nordafricano ed è una delle principali società del gruppo Orascom. Sawiris è stato membro del Nasdaq a Dubai tra il 2008 e il 2010. È nel consiglio di amministrazione di Besix Group il più grande gruppo belga che opera nell’edilizia, costruzione di infrastrutture e strade. È anche nel consiglio di amministrazione della lussemburghese e NNS Holding e direttore della LafargeHolcim, multinazionale del Lussemburgo che produce cemento, aggregati e calcestruzzo presente in 90 Paesi e 115 mila dipendenti.
Mike Adenuga Il settimo posto, con 3.5 miliardi di USD è del nigeriano Mike Adenuga. Secondo super ricco della Nigeria, Adenuga deve la sua ricchezza soprattutto alle telecomunicazioni e al petrolio. Fondatore e proprietario della Globacom (34 milioni di utenti), secondo operatore di telecomunicazioni del grande Paese africano, è presente anche in Ghana, Benin e Costa d’Avorio.
Possiede partecipazioni nella Equitorial Trust Bank, che ha un centinaio di succursali in tutta la Nigeria, e nella società di esplorazione petrolifera Conoil, che fa attività di vendita al dettaglio nel settore aeronautico nei lubrificanti, gas e petrolio.
Isabel dos Santos, all’insediamento come presidente della Sonangol, la compagnia petrolifera angolana
Isabel dos Santos Figlia del presidente angolano José Eduardo dos Santos, Isabel, secondo Forbes, è donna più ricca del continente africano e l’unica signora che fa parte dei top ten in Africa. Forbes la mette all’ottavo posto con un reddito netto di 3,4 miliardi di USD. La fonte della sua ricchezza, in parte ereditata dal padre al potere in Angola senza soluzione di continuità dal 1979, sono gli investimenti.
Considerata una bravissima donna d’affari ha importanti interessi in Angola e in Portogallo nelle telecomunicazioni, nei media, nelle vendita al dettaglio, nella finanza e nell’energia. È in possesso di azioni di imprese che operano nell’estrazione dei diamanti e di petrolio. Nel 2016 dal padre è stata messa alla presidenza della Sonangol, la compagnia petrolifera nazionale.
Issad Rebrab Nel 2014 sembrava che il miliardario algerino fosse il salvatore delle acciaierie Lucchini di Piombino e dei 2 mila posti di lavoro ma dopo tre anni Rebrab non mantiene gli impegni presi. Formes piazza Issad Rebrab al nono posto con un patrimonio di 3,2 miliardi di USD.
È proprietario del gruppo Cevital, prima azienda privata in Algeria e una della maggiori raffinerie di zucchero del mondo che conta 26 succursali in tre continenti e 18 mila addetti. Il suo business sono l’agro-industriale e la distribuzione, il mercato automobilistico e immobiliare e il settore metallurgico. È interessato anche al settore dei media: proprietario del quotidiano Liberté, nel 2016 ha acquisito El Khabar media group, che pubblica l’omonimo quotidiano.
Naguib Sawiris Fratello di Nasseref, Naguib è al decimo posto dei super-ricchi d’Africa con 3 miliardi di USD. Con Media and Technology Holding (OTMT) è un magnate delle telecomunicazioni non solo in Egitto ma anche in altri Paesi africani, Medio Oriente, Asia, America settentrionale ed Europa. Nel 2005 ha fondato la Weather Investment, guidandola all’acquisizione della quota di controllo di Wind Telecomunicazioni in Italia.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 3 giugno 2017
Non bastavano le centinaia di bambini uccisi con atroce crudeltà nell’interminabile conflitto tra le due opposte fazioni politiche del Sud Sudan, ora la morte per queste innocenti vittime dell’indifferenza umana, arriva anche attraverso le iniziative che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, aveva disposto per proteggerli: i vaccini. L’Unicef aveva fornito al governo sud sudanese il necessario per immunizzare oltre due milioni di bambini contro il morbillo, ma questa operazione, in luogo di proteggerli, si è rivelata la causa della loro morte.
Uno dei bimbi soggetti alla vaccinazione contro il morbillo
Stando ai dati forniti dal locale ministero della Sanità, sarebbero quindici i bambini sotto i cinque anni che hanno perso la vita a seguito di questa vaccinazione, mentre altri trentadue ne sono stati severamente affetti, ma sono per ora sopravvissuti. La causa di questa tragedia, sempre a detta del ministero competente, si è verificata nella cittadina di Torit e sarebbe da attribuire a un “errore umano”, i vaccini si erano deteriorati per una cattiva conservazione ed erano stati somministrati da personale incompetente che aveva usato una siringa non sterilizzata per tutti i bambini. Tra gli incaricati all’inoculazione del vaccino, vi erano persino adolescenti di dodici anni, del tutto privi delle più basilari conoscenze sanitarie.
Tukul nei dintorni della cittadina di Torit dove hanno avuto luogo le mortali inoculazioni
E’ davvero surreale che un ministero della Sanità, specificamente preposto al controllo di tutte le attività sanitarie svolte nel Paese, denunci la propria inefficienza, come se il responsabile fosse da ricercarsi altrove. La somministrazione dei vaccini deteriorati ha provocato nelle piccole vittime una grave forma di setticemia che, proprio per la rapidità con cui si diffonde nell’organismo, risulta quasi sempre fatale. Ora il governo ha nominato la solita e inutile commissione che dovrà accertare le responsabilità per la morte dei bambini e verificare la possibilità di risarcire le famiglie di origine.
L’esodo di intere popolazioni che abbandonano le proprie case per sottrarsi al conflitto
Ciò che si stenta a capire è perché siano stati utilizzati addetti alla vaccinazione del tutto incompetenti, visto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva e ha tuttora in corso, una massiccia campagna d’istruzione per gli operatori sanitari sud sudanesi sul corretto modo di praticare la vaccinazione. Questa ennesima tragedia che colpisce la già martoriata terra della giovane nazione africana, arriva dopo cinque lunghi anni di atroci conflitti che vedono proprio nei bambini le principali vittime. Dall’inizio delle ostilità, cominciate nel 2013 (due anni dopo l’ottenuta indipendenza) i bimbi costretti a fuggire dalle proprie case sono più di un milione, mentre un altro milione risulta disperso.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori Mombasa, 2 giugno 2017
Anche questa volta le vittime sono agenti di polizia, cinque, caduti in un’imboscata dei sanguinari terroristi somali che si riconoscono nell’Isis. L’attentato è avvenuto mercoledì scorso a poca distanza dall’isola di Lamu, nel nord del Kenya quasi ai confini con la Somalia. La bomba, piazzata lungo una strada, segue di una sola settimana un altro sanguinoso attentato, in prossimità della frontiera con l’ex colonia italiana, sempre ai danni delle forze di polizia, che aveva prodotto 11 vittime.
Al shabab non perdona al Kenya l’intervento in Somalia delle proprie truppe che, fin dal 2011, operano nell’area del porto di Chisimaio, inquadrate nella forza multinazionale ONU. Il contingente internazionale è formato da oltre 22.000 uomini che tentano a fatica di riportare stabilità in un Paese devastato dalla guerra civile iniziata nel 1991. Nel gennaio di quell’anno una rivolta aveva cacciato il presidente Sian Barre, fino a quel momento sostenuto, tra gli altri, anche dal governo Craxi, ma subito dopo la coalizione ribelle si era spaccata e i signori della guerra hanno cominciato a combattersi ferocemente.
Il mezzo della polizia keniana che è stato fatto saltare in aria uccidendo l’intero equipaggio a bordo
La nascita del califfato islamico di credenza sunnita, partorito anche dai molti errori occidentali nella seconda guerra del golfo e nell’intervento in Libia, ha creato una specie di aberrante legittimazione per i vari gruppi terroristici, tra cui al shabab, che fino a quel momento agivano slegati e in totale indipendenza, permettendo loro di riconoscersi nel fanatismo dell’Isis.
Malgrado i continui sostegni internazionali, tra cui primeggia quello dell’Italia, il nuovo governo somalo riconosciuto dall’ONU, resta estremamente debole e si dimostra del tutto incapace a controllare la sanguinosa faida interna che ha ormai raggiunto il suo ventiseiesimo anno di conflitto.
Terroristi di al shabaab si apprestano ad una delle tante esecuzioni
L’intervento militare in Somalia, è finora costato al Kenya un alto prezzo che non compensa neppure lontanamente i modesti successi ottenuti nel tentare di contenere l’attività dei terroristi. Le zone dell’estremo Nord-Est del Paese sono state teatro di raccapriccianti stragi di civili, tra cui l’indimenticabile massacro nel campus universitario di Garissa, costato la vita a 147 giovani studenti: non erano stati in grado di recitare alcuni versetti del Corano. Per non parlare dell’attacco contro il centro Commerciale Westgate a Nairobi.
Questa situazione, che espone a continui rischi soprattutto le regioni orientali del Kenya, ha già quasi azzerato gli afflussi turistici e creato una débâche economica senza precedenti, portando molti keniaoti a chiedere al governo di ritirare le proprie truppe dal conflitto. D’altro canto il Kenya non può neppure restare indifferente a ciò che accade proprio a ridosso dei suoi confini, né l’intera comunità internazionale può permettere che al shabab continui, del tutto indisturbato, a rafforzarsi e a crescere.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 1 giugno 2017
Alcuni soldati francesi del contingente Barkhane e quattro caschi blu, dei quali non è stata resa nota la nazionalità, sono stati feriti da diversi colpi di mortaio questa mattina al campo di Timbuktu della Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA). Le condizioni di salute di uno dei militari francesi colpiti destano preoccupazioni; è stato immediatamente operato nell’ospedale da campo, gestito dalle truppe svedesi di MINUSMA.
Immediatamente dopo l’attacco da parte di sconosciuti, sono scesi in campo truppe terrestri e aeree per rintracciare i colpevoli.
Convoglio di MINUSMA
Mercoledì scorso, invece, sono stati uccisi tre soldati maliani durante un’imboscata nel nord del Paese, ad una trentina di chilometri da Nampala. Secondo un portavoce del ministero della Difesa maliano, il primo veicolo del convoglio sarebbe saltato su una mina. Inseguiti, i terroristi avrebbero attaccato le altre vetture. Anche nelle fila degli assalitori ci sarebbero stati tre morti. Questo attacco è stato rivendicato dalla nuova alleanza “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, l’unificazione di diverse formazioni armate, già attive da anni nel Sahel. Il nuovo gruppo è guidato da Iyad Ag Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine. (http://www.africa-express.info/2017/03/08/cinque-gruppi-jihadisti-attivi-nel-sahel-si-sono-riuniti-sotto-la-guida-di-un-capo-tuareg/)
Anche nel Niger ieri sono stati barbaramente ammazzati sei soldati dell’esercito nigerino e quattro membri della guardia nazionale. L’attacco jihadista è avvento ad Abala, che dista poco più di duecento chilometri dalla capitale Niamey, al confine con il Mali. Una fonte della sicurezza nazionale ha raccontato che alla sera quattordici autovetture SUV, con a bordo uomini pesantemente armati, sono entrati nella città, assalendo la base militare della zona, già teatro di diversi attacchi in passato. I combattimenti tra i terroristi e forze della ex colonia francese si sarebbero protratti fino a poche ore fa. Questa mattina, il ministro degli Interni, Mohamed Bazoum, ha partecipato ai funerali delle vittime.
Abala si trova nella regione di Tillabéri, che ospita anche un campo per rifugiati maliani. Tillabéri e Tahoua, regioni confinanti con il Mali e il Burkina Faso, sono oggetto di soventi attacchi terroristi. Solo una settimana fa due poliziotti ed un civile sono stati uccisi durante un assalto all’ufficio postale della zona di Tillabéri. Tra febbraio e marzo sono stati ammazzati una ventina di persone appartenenti alle forze dell’ordine e della sicurezza nigerine. Per questo motivo il governo ha dichiarato lo stato di emergenza in alcune aree di queste due regioni all’inizio di marzo; alcuni mercati rurali sono stati chiusi dalle autorità e in alcune località è tassativamente vietato circolare con la moto o in macchina, per evitare eventuali infiltrazioni jihadiste.
Scolari in Mali
Anche le scuole non sono esenti dalle aggressioni dei terroristi. Alla fine di maggio uomini armati hanno attaccato una scuola primaria nella regione di Mopti, a Ndodjigado, nel centro del Mali. Secondo alcune testimonianze, otto jihadisti sarebbero arrivati in sella alle loro moto, irrompendo nell’edificio, dopo aver sfondato la porta con i loro fucili. Prima di andarsene, hanno saccheggiato le aule e dato fuoco allo stabile.
Per fortuna al momento del loro arrivo, verso le cinque del pomeriggio, le lezioni erano terminate e nessun scolaro si trovava nello stabile. Pur non avendo provocato vittime, questo attacco ha seminato il panico tra la popolazione. La scuola in questione è una scuola statale laica, dove l’insegnamento viene effettuato in lingua francese o nel dialetto locale, non ci sono lezioni di arabo o di religione. Dunque la scelta di attaccare questo tipo di istituto non è stato un caso.
Dopo questo incidente, alcune scuole sono state chiuse nel centro e nel nord del Paese. Molti insegnati sono in sciopero e diversi titolari di cattedra a Ndodjigado sono scappati, si sono rifugiati in villaggi vicini, per paura di ripercussioni; tutti chiedono una maggiore presenza delle forze dell’ordine per proteggere gli alunni e i loro maestri. Il terrorismo non uccide solo le persone, mira alla desertificazione delle menti.
Qualche settimana fa è stata riportata la notizia della lapidazione di una coppia maliana da diversi giornali internazionali e locali. (http://www.africa-express.info/2017/05/19/convivevano-senza-essere-sposati-gli-islamici-lapidano-una-coppia-mali/) Tale fatto era stato confermato da un nostro stringer. Fortunatamente la coppia in questione è ancora viva. In zone come queste, dove le incursioni di vari gruppi jihadisti sono all’ordine del giorno, tutto può accadere. La coppia in questione era stata arrestata da estremisti islamici e minacciata di morte con lapidazione. Secondo un notabile del luogo, ci sarebbe stata una simulazione dell’esecuzione. Il “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, ritenuto inizialmente responsabile di tale efferato delitto, ha smentito categoricamente il suo coinvolgimento nella presunta lapidazione in diversi social network venerdì scorso.
Dal Nostro Corrispondente Franco Nofori
Mombasa, 31 maggio 2017
Nel Kenya della dilagante povertà e delle nicchie di sfrenata ricchezza, una piccola comunità combatte da decenni una strenua battaglia in difesa dei propri diritti ed infine vince, vedendo premiata la propria determinazione e sconfiggendo la potente gerarchia al potere.
Si tratta della comunità Ogiek, non più di 80,000 abitanti che vivono da secoli nell’incontaminato splendore del Mau Forest, ai piedi del monte Elgon. Fin dal 1930, i primi a tentare ripetutamente di cacciarli dalla loro terra furono i dominatori britannici che volevano trasformare la foresta in un santuario naturale per la fauna locale e fornire ai coloni bianchi aree per il proprio inserimento.
Agenti di polizia e del Kenya Wildlife Service distruggono un villaggio Ogiek nel Mau Forest
L’atteggiamento del governo del Kenya, nei confronti di questa minoranza etnica fu sempre caratterizzato dall’ambiguità. Nell’anno 1968, in apparente accordo con la comunità Ogiek, in una parte del Mau Forest, fu creato il Parco Nazionale “Cheptikale Game Reserve” la cui proprietà, con una disposizione del 2012, fu assegnata agli abitanti locali con la garanzia che vi potessero continuare a vivere indisturbati.
Le cose, però, andarono ben diversamente. Vaste aree della foresta furono rase al suolo per essere trasformate in colture di mais e la direzione del Kenya Widlife Service emise un ordinanza per cui i Parchi Nazionali del Paese dovevano essere disabitati per prevenire la caccia di frodo e il danneggiamento della foresta. Così, a partire dal 2009, gli Ogieck furono ripetutamente aggrediti da brutali operazioni di polizia e di agenti del Wildlife Service che li cacciarono dal territorio, bruciarono le loro case e malmenarono chi tentava di resistere alle distruzioni.
Una suggestiva immagine de Monte Elgon ai cui piedi si stende la Mau Forest, habitat della comunità Ogiek
Tutto ciò è davvero paradossale visto che la nuova Costituzione del Kenya, varata nel 2010, protegge il diritto delle popolazioni indigene a far libero uso delle terre in cui hanno da sempre vissuto. La beffa è che questo articolo della Costituzione, ad oggi, non è ancora stato approvato dal parlamento e quindi non si è trasformato in legge.
Ma gli Ogiek, rimasti senza case, costretti a dormire al freddo sotto le fronde degli alberi e senza che venisse mai riconosciuta loro alcuna compensazione, non si sono mai rassegnati al sopruso e le loro continue istanze sono infine approdate all’African Court of Human and Peoples Rights con base in Arusha (Tanzania) che ha riconosciuto la fondatezza del loro diritto ed emesso una sentenza in loro favore, sentenza che il governo del Kenya ha già dichiarato di voler rispettare.
Questo tribunale per la protezione dei diritti umani dei popoli africani è stato creato nel 2006 e con questa sentenza acquista di colpo una straordinaria autorevolezza. Si tratta, infatti, di una decisione rivoluzionaria che non mancherà di produrre effetti a catena nelle molte, troppe, situazioni dell’intero Continente in cui malgoverno e corruzione hanno visto numerose etnie indigene cacciate dalle proprie terre.
Tuttavia, questo encomiabile atto di giustizia che ristabilisce l’inalienabile diritto a continuare a vivere nella terra in cui si è nati ed in cui per secoli e secoli sono vissuti i propri avi, contiene anche non pochi rischi di essere mistificato provocando atti di violenza, soprattutto nelle aree più primitive e di bassa educazione scolare, in cui il riconoscimento del fatto che la terra appartiene al popolo, può scatenare irruzioni dei più esagitati anche in residenze private che sono state legittimamente acquisite. Cosa questa che è già più volte avvenuta attraverso atti sanguinari, non raramente sobillati dalle stesse autorità politiche locali alla costante ricerca di consensi elettorali.
Speciale per Africa Express Cornelia I. Toelgyes Quartu Sant’Elena, 30 maggio 2017
Dal primo di maggio è in atto una campagna di “moralizzazione” della società burundese. Il presidente dell’ex protettorato belga, Pïerre Nkurunziza, ha ordinato alle coppie conviventi more uxorio di sposarsi entro la fine dell’anno. Ancora più severo si è espresso nei confronti degli uomini ancora sposati e non divorziati dalla precedente moglie: Nkurunziza ha chiesto di porre fine immediatamente alla convivenza con altra persona.
La pressione sulle coppie di fatto è enorme, anche se al momento attuale l’amministrazione pubblica si limita ancora alle minacce, ma ha promesso ritorsioni, se entro la fine dell’anno queste persone non dovessero regolarizzare le loro unioni.
Il governo del Burundi vieta le unioni illegali
Pierre ha ventisette anni e vive in una relazione aperta da oltre cinque, lui e la sua compagna abitano nella provincia di Ngozi. Il giovane è stato contattato dalle autorità locali, che hanno chiarito: finora non è soggetto a nessuna ammenda e se lui e la fidanzata dovessero decidere di far registrare la loro unione nel registro dello stato civile, ciò non comporterebbe alcun costo, se fatto entro i termini indicati dal governo, vale a dire entro la fine dell’anno. Oltre quella data, nel caso in cui la compagna dovesse restare incinta, il parto sarebbe a spese della coppia, ed il futuro figlio non potrà beneficiare dell’assistenza sanitaria e dell’educazione scolastica gratuita.
Naturalmente c’è chi si oppone a tali misure, perchè in contrapposizione ai proprio diritti. Ma tali provvedimenti, secondo un funzionario di Ngozi, sarebbero stati presi per una questione di eredità. Infatti, non è raro che la compagna e i figli vengono cacciati dagli altri familiari in caso di morte del convivente, se la coppia non aveva regolarizzato la loro unione.
Térence Ntahiraja, portavoce del ministero degli Interni ha spiegato che nel Paese l’esplosione demografica è preoccupante e ha precisato: “La popolazione non si rende conto di questo grave problema” – e ha aggiunto: “Ci sono troppe unioni illegali, troppi uomini hanno due, tre mogli; queste donne e i loro figli non sono protetti da nessuna legge”.
Quando alcuni anni fa un problema analogo si è presentato in Kenya, il governo ha risolto la questione legalizzando
la poligamia. (http://www.africa-express.info/2014/03/15/kenya-la-poligamia-diventa-legge-furiose-le-parlamentari-donne/)
Dal Nostro Inviato Speciale Franco Nofori Nairobi, 29 maggio 2017
“Mio padre – racconta Letodo, uno scheletrico guerriero pokot, privo del braccio destro – affrontava i nemici con arco e frecce e quando era fortunato, riusciva a portar via ad un Turkana, due o tre mucche. Fino a due mesi fa, con il mio AK47, di mucche me ne portavo a casa anche dieci in un colpo. Il problema è che adesso le armi le hanno anche loro ed ogni volta dobbiamo ingaggiare battaglie che costano molte vite ad entrambi”.
Un ennesima conferma al racconto di Letodo arriva proprio questa mattina: ieri, nel villaggio di Kom, della contea di Isiolo, si è scatenata una feroce battaglia tra tribù rivali che, iniziata alle prime ore del mattino, si è protratta per ben nove ore, lasciando sul campo 10 morti e 8 feriti, ma consentendo agli assalitori di appropriarsi di oltre 900 capi di bestiame.
Un giovane guerriero pokot, scorta la propria mandria all’abbeverata armato di kalashnikov
Ispirandosi alle norme del vecchio dominatore britannico, in Kenya l’uso e la detenzione di armi è severamente regolamentata e si può finire in galera anche per il semplice possesso di una pistola ad acqua. Infatti, così come i “bobby” britannici, i loro colleghi keniani, svolgono le proprie funzioni normalmente disarmati.
Ma gli affascinanti contrasti paesaggistici che offre la terra africana, esprimono la stessa peculiarità anche in questo settore e nelle terre dell’estremo nord-ovest è infatti quasi impossibile trovare un villaggio che non si sia dotato di pistole e kalashnikov, così come è molto comune, avventurandosi in quei territori, incontrare un pastore che dirige le proprie mandrie con un mitra a tracolla.
Tutte le zone rurali confinanti con Sudan, Etiopia ed Uganda, rappresentano nei fatti, aree di quasi totale anarchia, dove gli interventi del potere centrale di Nairobi risultano pressoché inesistenti. La strada che da Maralal conduce al lago Turkana, un tempo attirava un intenso traffico turistico. Ormai è diventata impraticabile, non solo per le orrende condizioni della pista sterrata, ma soprattutto per il costante rischio di essere assaliti a colpi di mitraglia.
Maralal, Isiolo, Marsabit, South Horr, sono di incontrastato dominio delle tribù di origine nilotica, in prevalenza, Maasai, Samburu, Turkana e Pokot. Tutte tribù nomadi dedite esclusivamente alla pastorizia e fortemente resistenti a dar vita anche ad un minimo progetto agricolo di sostentamento.
I continui periodi di siccità e la conseguente scarsità dei pascoli, producono frequenti sconfinamenti nei territori delle tribù limitrofe, dando così vita a scontri sanguinari e a reciproci furti di bestiame, poiché in quelle zone, l’abigeato, non si configura in un crimine, ma conferisce grandi onori a chi è riuscito ad attuarlo, dando anche vita a celebrazioni raccapriccianti.
Qualche anno fa, nella remota missione di Morijo, nel cuore delle splendide montagne del Samburuland, attendevo a fianco di padre Aldo Vettori, un attivo sacerdote trevigiano, parroco della missione, l’inizio della messa domenicale. Padre Aldo mi spiegò che la cerimonia era in ritardo indicandomi il villaggio samburu adagiato qualche centinaio di metri più a valle.
“Hanno appena avuto uno scontro con i turkana – chiarì il sacerdote – e ora stanno celebrando la vittoria. Poi saliranno quassù a seguire la funzione”. Alti guerrieri samburu saltellavano a piedi uniti, nei loro tipici passi di danza. Impugnavano lunghe lance in cima alle quali erano appesi degli strani fagotti che ondeggiavano ai loro movimenti.
“Cosa sono quei fagotti in cima alle lance?”, chiesi. Lui corrugando la fronte, controvoglia rivelò: “Sono i genitali dei nemici uccisi. Li hanno portati al villaggio per dimostrare di aver vinto. I samburu sono circoncisi, ma i turkana no e quel trofeo conferisce un grande onore ai giovani guerrieri”.
Pochi minuti dopo quei sanguinari assassini sarebbero entrati in chiesa per venerare il Dio cristiano portato loro da un prete muzungu (bianco). Quando feci notare a padre Aldo quel paradosso, lui allargò le braccia e rispose con un sorriso: “Le vie del Signore sono infinite e ad ogni passo ne segue un altro. Occorre sempre fidare nella provvidenza.”
Padre Aldo è scomparso da qualche anno, ma la mattanza continua e anzi, si inasprisce sempre di più perché la crescente urbanizzazione riduce costantemente i terreni che potrebbero essere destinati al pascolo. E’ un massacro quotidiano che molto raramente attrae l’interesse dei media e quindi si attua nel silenzio.
Letodo, senza il braccio destro, non può più impugnare il mitra e confrontarsi con le tribù rivali. Ora lavora come guardino notturno in una delle prestigiose ville di Karen a poca distanza dalla capitale. Appare abbattuto perché non può più fregiarsi del titolo di guerriero, ma a quel moncherino che gli spunta oltre la manica del camiciotto, spetta il merito di avergli probabilmente salvato la vita.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 27 maggio 2017
Human Rights Watch, l’Osservatorio per i diritti umani, ha accusato i militari ugandesi di aver abusato sessualmente almeno 13 ragazze e donne della Repubblica Centrafricana.
Si tratta di militari che fanno parte della forza di intervento dell’Unione africana sostenuta dagli Stati Uniti durante la campagna per la cattura di Joseph Kony, signore della guerra del Lord’s Resistance Army (LRA).
Kony e il suo Esercito di Resistenza del Signore sono conosciuti per la loro brutalità e per il sequestro dei bambini usati come combattenti e le bambine come schiave del sesso. È ricercato dalla Corte penale internazionale con l’accusa di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Le truppe ugandesi si sono stabilite in Centrafrica dal 2009 con circa 2.500 uomini. Le violenze sono avvenute nella provincia di Obo, area meridionale del Centrafrica al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e il Sud Sudan.
Human Rights Watch ha affermato di aver intervistato oltre una dozzina di donne e ragazze che hanno accusato i militari di abusi e violenze sessuali in cambio di cibo. I soldati hanno anche minacciato le donne di rappresaglie se avessero raccontato le violenze. Lo stesso tipo di accuse ai militari ugandesi sono state fatte nel luglio 2016 da Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto commissario Onu per i diritti umani.
Il cerchio rosso indica la provincia di Obo in Centrafrica dove sono avvenute le violenze
In una relazione interna dell’Onu del 2016 avuta da Hrw, nell’area di Obo gli investigatori delle Nazioni Unite hanno registrato 18 casi di violenza sessuale o molestie da parte dei soldati ugandesi. Secondo il rapporto gli investigatori hanno ottenuto informazioni su 44 donne e ragazze con figli avuti da militari dell’Uganda.
Molte delle ragazze, alcune delle quali minorenni, sono state abbandonate dopo essere rimaste incinte e si sono dovute pagare le spese per il parto senza avere nessun sostegno da parte dal padre dei loro figli.
Una delle giovani si chiama Karin. Aveva 15 anni quando è rimasta incinta. Ha raccontato a Hrw che un militare ugandese l’ha pagata 5,000 CFA (circa 8,30 USD) per diventare la sua moglie locale. Poi è rimasta incinta e il soldato è sparito.
Richard Karemire, portavoce militare dell’Uganda
Richard Karemire, portavoce militare dell’Uganda, ha dichiarato che il suo Paese sta investigando riguardo alle accuse di abusi sessuali e ha affermato: “Abbiamo un codice di condotta e le leggi, quindi, chiunque non li rispetta va di fronte al giudice. Almeno un soldato è già stato arrestato ed è stata promossa un’azione penale per tentato stupro mentre era nella Repubblica Centrafricana”.
“L’esercito ugandese non dovrebbe ignorare le accuse di sfruttamento sessuale e stupro fatte ai suoi soldati”, ha dichiarato l’Osservatorio per i diritti umani e ha chiesto all’Uganda e all’Unione Africana di condurre indagini adeguate e punire i responsabili.
Mercoledì scorso, 24 maggio 2017, la Guardia costiera libica ha sparato alcuni colpi sulla motovedetta CP288, in dotazione della nostra Guardia costiera. Il fatto viene riportato sul sito GrNet.it, Informazione sicurezza e difesa.
In una prima ricostruzione dei fatti si evince che la motovedetta libica avrebbe intimato al natante italiano di fermare i motori. I nostri non avrebbero dato seguito all’ordine ricevuto via radio dalla controparte libica e si sarebbero dati alla fuga. Immediata la risposta dei marinai libici: una raffica di spari sul natante italiano.
Grazie alla destrezza e l’esperienza del personale della nostra Guardia costiera, si è riuscito a evitare il peggio: nessuno è stato ferito perché i nostri marinai hanno saputo accrescere in breve tempo la distanza tra i due natanti.
Motovedetta cp288 in dotazione alla nostra Guardia Costiera
Qualche ora dopo, sempre secondo il GrNet, sarebbe arrivata una telefonata di scuse al Comando generale delle Capitanerie di Porto (Maricogecap) da parte delle autorità libiche. I militari della nostra ex colonia avrebbero scambiato la CP288 con un barcone di migranti.
Dunque in un certo qual modo un’ammissione che i libici sono autorizzati a sparare contro i barconi dei migranti, fatto che finora è sempre stato negato. Sempre il 25 maggio, il portavoce della Marina libica, l’ammiraglio Ayob Amr Ghasem, aveva risposto all’Organizzazione non governativa tedesca “Jugend rettet” di portare prove inconvertibili circa le accuse presentate dalla ONG, secondo cui i libici avrebbero sparato sui migranti.
Poco più di dieci giorni fa in un breve messaggio il nostro ministro degli Esteri, Marco Minniti, aveva elogiato la guardia costiera libica.
A metà marzo, Enrico Credendino, comandante della missione navale europea, aveva illustrato l’addestramento dei militari libici: “Novantatré uomini della guardia costiera della nostra ex colonia sono stati preparati a tutte le attività operative durante quattordici settimane sulla nostra nave San Giorgio e su un’altra olandese. Tre equipaggi sono pronti, manca l’ultima fase dell’addestramento sulle motovedette donate dall’Italia. Alti cinque equipaggi, composti in totale da deucentocinquantacinque persone, stanno per essere addestrati sulla basi della Marina militare di La Maddalena e Taranto”.
Dunque si dovrebbe trattare di personale altamente qualificato, che ha ricevuto un addestramento d’eccellenza. Nel canale di Sicilia non stanno naufragando soltanto i barconi stracarichi di profughi, ma anche le bizzarre idee del governo italiano, Gentiloni prima e Minniti adesso, che tentano – attraverso accordi con controparti inesistenti e/o inaffidabili – di bloccare i disperati che provano ad attraversare il Canale di Sicilia. Pressappochismo, dilettantismo, faciloneria, ignoranza, interessi inconfessabili? Probabilmente un cocktail micidiale di tutte queste cose. Una miscela che sta aggravando la crisi delle migrazioni bibliche. Noi non lo sappiamo con precisione. Ma sappiamo perfettamente che quegli accordi non funzionano e non funzioneranno mai. In Libia come in Niger, in Ciad o in Sudan, dove gli aiuti europei sono finiti nelle mani dei Janjaweed, i terroristi che per anni hanno atterrito i villaggi del Darfur bruciando le capanne, ammazzando gli uomini, stuprando le donne rapendo i bambini. Nessuno scrupolo a rivolgersi a questa gente per proteggere le nostre coste.
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