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Rapporto ONU accusa l’Eritrea: crimini contro l’umanità e assenza dei diritti umani

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 16 giugno 2017

In Eritrea i diritti umani continuano ad essere violati. L’ha sostenuto  Sheila B. Keetharuth durante la trentacinquesima sessione del Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che si è svolta oggi a Ginevra. La signora Keetharuth, ha presentato all’assemblea il suo rapporto sulla situazione nella nostra ex colonia.

La Keetharuth ha sottolineato che nel piccolo Paese africano i diritti umani sono completamente assenti: arresti arbitrari, detenzioni in incommunicado, sparizioni forzate e un’organizzazione del servizio militare nazionale, paragonabile a un vero e proprio stato di schiavitù che rendono la vita impossibile.

Militari eritrei
Militari eritrei

 “Mi dispiace davvero, ma il governo eritreo non ha fatto alcuno sforzo per cambiare l’attuale stato di cose: continua a infrangere i diritti umani, violazioni che sono state descritte dalla Commissione d’inchiesta dell’ONU come crimini contro l’umanità”. (http://www.africa-express.info/2015/06/08/lonu-attacca-il-governo-eritreo-e-responsabile-di-crimini-contro-lumanita/). E ha aggiunto: “L’Eritrea non ha mantenuto le sue promesse. Ora basta con la retorica, il governo deve assolutamente tradurre in fatti i suoi obblighi e salvaguardare i diritti umani”.

Anche se ultimamente le autorità di Asmara hanno preso contatto con alcune Organizzazioni che si occupano di diritti umani, sostanzialmente non è cambiato nulla. “Non c’è alcuna volontà o intenzione di punire coloro che in passato hanno leso pesantemente i diritti umani nel Paese. Inoltre lo Stato è ancora senza Costituzione, è carente delle istituzioni fondamentali che sono la base di uno Stato di diritto”, ha specificato il relatore speciale. Infine ha aggiunto: “A tutt’oggi questo governo vieta l’ingresso ad esperti internazionali per controllare lo stato delle cose”.  

Isaias Afewerki, presidente dell'Eritrea
Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea

Kate Gilmore, vice Alto commissario per i Diritti umani delle Nazioni Unite, ha voluto sottolineare che recentemente membri della Direzione dell’Ufficio dei Diritti umani dell’ONU hanno potuto effettuare due missioni nella nostra ex colonia, una terza è prevista per il mese di luglio. La Gilmore ha inoltre fatto sapere che il governo ha dato il consenso per dei corsi di formazione  riguardanti i diritti umani e le relative normative in ambito internazionale e nazionale. A tali corsi parteciperanno giudici, pubblici ministeri, avvocati, agenti di polizia e guardie penitenziare. Nell’ambito dell’United Nation Development Programme (UNDP) corsi di preparazione di questo tipo vengono fatti da anni, peccato solo che la maggior parte dei partecipanti di allora, dopo qualche tempo hanno lasciato il loro Paese.

Nella nostra ex colonia non esiste un sistema giudiziario indipendente, tantomeno un parlamento eletto democraticamente oppure un’assemblea legislativa, figuriamoci partiti all’opposizione o giornali liberi; è dunque ovvio che non c’è spazio per i diritti fondamentali dei cittadini, che continuano a scappare da questa prigione a cielo aperto.

Al visitatore occasionale o ai vari politici europei che ultimamente si sono recati nel piccolo Stato del Corno d’Africa per verificare ciò che i rifugiati denunciano, Asmara, la capitale, sembra una città africana meravigliosa, candidata a patrimonio dell’UNESCO. Le poche persone che incontrano sorridono, sono accoglienti con lo straniero e sono spaventati e certamente non raccontano le loro sofferenze e il loro dolore. Pochi hanno occasione di visitare l’Eritrea vera, che piange i suoi figli lontani, forse morti annegati o torturati in una qualche prigione libica. Chissà se questi visitatori avranno potuto vedere i villaggi, dove per lo più sono rimasti solo i vecchi e i bambini, figli dei giovani partiti per cercare un futuro e la libertà fuori dalla propria patria.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Terroristi attaccano ristorante a Mogadiscio, 17 morti e 20 ostaggi. Intervenuti gli italiani

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Africa Express
Mogadiscio, 15 giugno 2017

Un kamikaze ha fatto esplodere l’autovettura sulla quale viaggiava davanti al ristorante Pizza House a Mogadiscio, la capitale della Somalia. Subito dopo l’esplosione un commando di terroristi è piombato nel Posh Hotel situato nella porta accanto, sparando all’impazzata. I morti sono almeno 18, i feriti sono una trentina e 20 persone sono ancora tenute in ostaggio. Il Posh hotel è dotato di una discoteca in cui si suona musica occidentale: un sacrilegio per gli shebab. 

Al momento in cui andiamo in rete, i terroristi hanno ancora il controllo dell’albergo e del ristorante, uno dei locali più alla moda della città, frequentato da giovani e da membri della diaspora somala. I terroristi di al Shaabab hanno già rivendicato l’attacco. 

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Le forze dell’ordine somale hanno circondato tutto il quartiere e stanno cercando di entrare nell’immobile. Sono coadiuvavate da un gruppo di soldati ugandesi del contingente dell’Amisom.

Fonti locali hanno fatto sapere ad Africa ExPress che l’attentato avrebbe potuto avere conseguenze ancora più gravi se i carabinieri del piccolo contingente italiano presente nella capitale somala, con compiti soprattutto di istruzione e formazione della polizia della nostra ex colonia, non avessero individuato e bloccato due gradi automobili imbottite di esplosivo e cariche di miliziani, dirette verso Pizza House.

Secondo queste informazioni, anche gli italiani hanno preso posizione attorno al ristorante ma non sono entrati direttamente in contatto con i terroristi nella zona dell’operazione per liberare gli ostaggi e prendere il controllo della situazione. 

Africa Express

Lesotho: vince di misura il partito d’opposizione che guadagna 48 seggi su 80

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Africa ExPress
Masero, 14 giugno 2017

Le ultime elezioni nel piccolo regno del Lesotho, un’enclave nel Sudafrica, non hanno risolto, almeno per ora, i problemi del Paese. All’inizio di marzo, l’allora primo ministro Pakhalita Mosisli  (http://www.africa-express.info/2017/06/05/caos-elettorale-lesotho-due-agguerriti-ultrasettantenni-si-contendono-la-leadership/) era stato sfiduciato. Il re – il Lesotho è una monarchia parlamentare – ha sciolto l’Assemblea nazionale e indetto una nuova consultazione elettorale.

Thomas Thabane e il suo partito, finora all’opposizione, All Basotho Convention (ABC), hanno sconfitto il primo ministro uscente, Pakalitha Mosisili e la sua formazione politica, Democratic Congress .

Thomas Thabane, possibile Primo ministro del Regno di Lesotho
Thomas Thabane, possibile Primo ministro del Regno di Lesotho

Il governo di Thabane è stato rovesciato nel 2014 da un colpo di Stato e lui si era rifugiato nel vicino Sudafrica, perché temeva per la sua incolumità (http://www.africa-express.info/2014/08/30/colpo-di-stato-lesotho-il-primo-ministro-fuga-sudafrica/). Ora il settantasette ex primo ministro si è candidato nuovamente e ha vinto, anche se non si tratta di una vittoria schiacciante. Il suo partito ha portato a casa quarantotto seggi sugli ottanta, che vengono aggiudicati durante le elezioni, mentre quello del suo avversario, Mosisli, ne ha guadagnati trenta. L’Assemblea nazionale è composta da centoventi membri. Oltre a quelli scelti dagli elettori, membri di partiti riconosciuti dallo Stato, ne fanno parte alti gradi militari, capi tribali e rappresentanti delle minoranze etniche.

Ora il partito ABC di Thabane dovrà formare una coalizione composta da tre partiti per poter ottenere i sessantuno seggi di maggioranza, necessari per poter costituire il nuovo governo.

Non appena la Commissione elettorale ha reso noto il risultato di questa tornata elettorale, il primo ministro ha rassegnato le dimissioni, che sono state accettate dal re Letsie III.

In un comunicato del governo è stato precisato che il primo ministro resterà in carica finchè non sarà nominato il suo successore.

Africa ExPress

Le truppe senegalesi di ECOWAS restano per altri sei mesi in Gambia

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 12 giugno 2017

Il mandato delle truppe dell’Economic Community of West African States (ECOWAS), intervenute in Gambia all’inizio di quest’anno con l’Operazione “Restore Democracy”, è stato prolungato di altri sei mesi, dopo i disordini avvenuti i primi del mese nella regione natale dell’ex presidente Yahya Jammeh, attualmente in esilio in Guinea Equatoriale.

Alcuni sostenitori e compaesani di Jammeh, hanno protestato contro la presenza delle truppe di ECOWAS a Kanilai, che dista un centinaio di chilometri dalla capitale Banjul, in prossimità della regione senegalese Casamance. Un consistente numero di persone aveva bloccato le strade del centro abitato, bruciando pneumatici un po’ ovunque. I militari hanno aperto il fuoco contro i manifestanti, cinque sono stati feriti, mentre un sesto è morto a cause delle lesioni riportate. Altre ventidue persone sono state arrestate, secondo un comunicato del ministro dell’Informazione, Demba Ali Jawo.

Adama Barrow, presidente del Gambia a sinistra, e Macky Sall, presidente del Senegal, a destra
Adama Barrow, presidente del Gambia a sinistra, e Macky Sall, presidente del Senegal, a destra

In seguito a questi fatti, il 5 giugno l’ECOWAS ha rinnovato il mandato per altri sei mesi a cinquecento uomini della missione dell’Operazione “Restoring Democracy”. Finora era presente nell’enclave del Senegal con settemila uomini.

Le forze dell’ECOWAS sono già intervenute nella ex colonia britannica nel 1981 per contrastare un colpo di Stato intento a rovesciare il primo presidente del Gambia, Dawda Jawara. Grazie ad un golpe, organizzato appunto da Jammeh, Jawara è stato detronizzato nel 1994. Da allora il despota  ha governato a suo piacimento il Paese, imprigionando e mettendo a tacere gli oppositori fino a gennaio di quest’anno.

Jammeh aveva sorpreso il mondo intero quando si era congratulato con Adama Barrow ancor prima che la Commissione elettorale indipendente lo avesse proclamato vincitore della tornata elettorale. Una settimana dopo, invece, il dittatore aveva fatto marcia indietro, rifiutandosi di lasciare la poltrona, impedendo al neo eletto presidente di insediarsi. Infatti Barrow ha prestato il primo giuramento a Dakar, in Senegal, (http://www.africa-express.info/2017/01/19/truppe-entrano-gambia-barrow-giura-dakar/) il 19 gennaio 2017.

Solamente dopo estenuanti trattative diplomatiche, durate giorni e giorni, Jammeh aveva accettato di cedere il potere a Barrow, democraticamente eletto il 1° dicembre 2016, e di trasferirsi in esilio con la famiglia in Guinea Equatoriale (http://www.africa-express.info/2017/01/24/perche-lex-dittatore-del-gambia-yahya-jammeh-si-e-rifugiato-guinea-equatoriale/). Ma prima di lasciare il Paese, il dittatore ha saccheggiato e svuotato le casso dello Stato, facendo trasferire illegalmente ingenti somme di denaro su conti all’estero.

Yahya Jammeh, ex presidente del Gambia
Yahya Jammeh, ex presidente del Gambia

Alla fine di maggio il governo gambiano ha fatto mettere sotto sequestro ottantasei conti bancari e centotrentuno beni immobiliari riconducibili a Jammeh, grazie ad un ordinanza del Tribunale. Ricchezze accumulate e sottratte alle casse dello Stato durante i ventidue anni di tirannia, lasciando in miseria e povertà buona parte della popolazione, che conta poco meno di due milioni di persone. Il reddito annuo pro capite è di quattrocentoquaranta dollari.

La comunità internazionale sostiene Barrow, il nuovo presidente del Gambia. In particolare l’Unione Europea, specie dopo le elezioni legislative, che si sono svolte all’inizio di aprile e che hanno visto vincitore il partito del presidente, l’United Democraty Party, che si è aggiudicato trentuno dei cinquantatré seggi in Parlamento. ( http://www.africa-express.info/2017/04/07/legislative-gambia-vince-il-partito-del-nuovo-presidente-adama-barrow/).

Anche il Senegal – il Gambia è un enclave dell’ex colonia francese – vede positivamente questo cambio della guardia, perché le relazioni tra i due governi non sono state proprio idilliache fino all’arrivo di Barrow. Dakar e la sua regione Casamance, che confina direttamente con la ex colonia britannica, vivono un conflitto ultra trentennale, spesso nel silenzio del mondo. E Jammeh, specie alla fine del suo regno di terrore, era solito circondarsi da ribelli di Casamance e da altri mercenari provenienti dalla Liberia, Sierra Leone e Mali.

Durante la prima visita di Baroow a Dakar, Macky Sall, presidente del Senegal, ha parlato subito con il suo omologo del conflitto in Casamance e ha avanzato immediatamente una richiesta al suo omologo: “Vogliamo la pace nella nostra regione, abbiamo bisogno del suo aiuto e del suo sostegno in questa faccenda”.

Questa regione senegalese è geograficamente molto distante e isolata dal resto del Paese. E’ una zona ricca – viene considerata il granaio di Dakar – ma vive ancora una situazione di conflittualità con il governo centrale. Nel recente passato, cioè da quando Sall è stato eletto presidente, non si sono verificati scontri importanti tra i ribelli indipendentisti del “Mouvement des forces démocratiques de Casamance (MFDC) e le truppe regolari, ma non si è arrivati ancora alla totale distensione tra le parti.

Il conflitto è scoppiato nel lontano 1982, quando Casamance ha rivendicato la sua indipendenza. La regione confina a nord con l’enclave del Gambia, mentre a sud con la Guinea Bissau e la Guinea e a est con il Mali. E’ abitata da quasi ottocentomila persone, che, malgrado il terreno assai fertile, vista la presenza di molti corsi d’acqua, vivono in uno stato di povertà estrema; l’agricoltura di sussistenza rappresenta la maggiore attività insieme alla pesca e l’allevamento di bestiame. In tutto il territorio c’è una sola università, a Ziguinchor, inaugurata nel 2007, ma è carente di tutte le materie scientifiche.

Nel 2004, dopo anni di lotta, spesso repressa nel sangue dalle truppe governative, Augustin Diamacoune Senghor, detto l’Abbé Diamacoune, capo dell’MFDC e l’allora presidente del Paese, Abdoulaye Wade, hanno firmato un trattato di pace. Per due anni nella regione il clima è stato più disteso, ma dopo la morte dell’abate, nel 2006, il movimento si è spaccato in diverse fazioni. Per la mancanza di controllo del territorio da parte delle autorità, si suppone che per anni il sud del Senegal sia stato terra di passaggio del narcotraffico

Nel 2012, con la mediazione della Comunità di Sant’Egidio, il governo senegalese ha tentato una pacificazione – poi fallita – con il più radicale dei leader del movimento, Salif Sadio, che godeva dell’appoggio dall’ex presidente gambiano Jammeh appunto.

La popolazione ora è stanca, chiede la pace, le conseguenze della guerra civile sono stati devastanti e intere aree sono ancora disseminate di mine antiuomo poste dall’MFDC, che hanno provocato centinaia di morti e mutilati.

Il nuovo governo gambiano ovviamente ha cambiato politica. Sono stati notevolmente aumentati i controlli alle frontiere e c’è una maggiore collaborazione con i servizi di sicurezza senegalesi. Inoltre, i due ministeri per l’Ambiente di entrambi gli Stati hanno già firmato un accordo per combattere il traffico di legno illegale, che in passato ha causato una massiccia deforestazione in Casamance.

Certamente il conflitto tra questa regione del Senegal e il governo centrale non sarà risolto dall’oggi al domani, anche se da tempo non si tratta più di un problema politico per l’indipendenza; gli obbiettivi dei ribelli ora sono puramente economici e la mancanza dell’appoggio di Jammeh è stato comunque un duro colpo per alcune fazioni dell’MFDC.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Botswana, i rifugiati dalla Namibia: ”Resistenza armata contro i rimpatri forzati”

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 11 giugno 2017

Fuggiti dalla Namibia sin dal 1998, quali oppositori al nuovo regime che vi si era instaurato, i namibiani avevano trovato accoglienza e rifugio in Botswana nel campo appositamente allestito di Dukwi a circa 180 chilometri a Nord-Ovest di Francistown, la seconda città del paese.  Negli anni successivi a causa delle asserite turbolenze dei rifugiati e della sovrappopolazione del campo, che ospita anche rifugiati da molti altri paesi africani, una commissione congiunta, composta da rappresentanti del Governo botswano, di quello namibiano e di quello dell’Alto Commissario ONU per i rifugiati, nell’aprile del 2015 giunse ad una risoluzione che imponeva a tutti i namibiani presenti nel campo, di rientrare nel proprio paese entro il 31 dicembre dello stesso anno, quando il loro titolo di rifugiati sarebbe stato annullato.

Le fatiscenti condizioni in cui vivono i rifugiati namibiani nel campo di Dukwi in Botswana
Le fatiscenti condizioni in cui vivono i rifugiati namibiani nel campo di Dukwi in Botswana

Questa ordinanza si basava sulle assicurazioni fornite dal Governo della Namibia, di accogliere i propri connazionali senza assoggettarli a qualsiasi tipo di ostracismo o di ritorsione per la loro passata militanza politica. Assicurazione, questa, che parve tranquillizzare anche i funzionari ONU, ma che non fu considerata credibile dagli interessati i quali si opposero tenacemente al rimpatrio forzato, asserendo che appena messo piede nel proprio paese sarebbero stati immediatamente arrestati. Per legalizzare questa loro posizione un comitato di rappresentanza dei rifugiati namibiani aveva anche presentato un istanza all’alta Corte del Botswana che diede loro ragione ordinando al governo di desistere dal tentativo di espatriarli.

Viste le orribili condizioni del campo che li ospita e le ripetute angherie che i rifugiati denunciano di subire da parte delle forze di polizia botswane, si sarebbe portati a dare un certo credito ai loro timori di un rientro forzato, visto anche che gli stessi funzionari ONU hanno scelto di temporeggiare prima di cedere alle insistenti richieste del Botswana di procedere ad un’azione coatta.

Questi rifugiati provengono prevalentemente dalla striscia di Caprivi nella regione dello Zambesi in Namibia e per rientrare in patria hanno posto come condizione che il governo namibiano conceda l’indipendenza alla loro terra d’origine.  Richiesta che, com’era presumibile, è stata sdegnosamente respinta.

Le continue pressioni del governo botswano, sempre più debolmente moderate dall’ONU, ad effettuare con la forza il rimpatrio dei rifugiati, hanno creato in questi ultimi due anni un’altissima tensione tra i namibiani presenti a Dukwi che hanno minacciato di armarsi e di resistere combattendo alle pressioni dei militari botswani qualora questi tentassero di cacciarli dal campo. Le stesse armi sarebbero quindi usate contro la Namibia per riappropriarsi della loro terra natia, Caprivi, che a loro dire non è mai stata e mai sarà parte della Namibia.

La striscia di Caprivi in Namibia, rivendicata dai rifugiati politici come nazione indipendente
La striscia di Caprivi in Namibia, rivendicata dai rifugiati politici come nazione indipendente

Resta difficile immaginare dove e come i rifugiati namibiani potrebbero procurarsi le armi che minacciano di usare visto che sono rinchiusi in un campo super sorvegliato dalle forze di polizia, ma è certo che la loro rabbia sta raggiungendo una temperatura esplosiva, favorita anche da alcune iniziative disumane messe in atto dal governo botswano , come quella di lasciare senza cibo i rifugiati che rifiutano di firmare il modulo per il rimpatrio volontario.

In barba all’ordinanza del tribunale, il governo botswano, dal gennaio di quest’anno, ha dichiarato di aver nuovamente messo in atto i processi di rimpatrio coatto, visto che a seguito della risoluzione congiunta del 2015, qualsiasi namibiano si trovi nel territorio del Botswana sarà considerato un immigrato clandestino e quindi trattato di conseguenza a termini di legge.

Questo estenuante rimpallo tra i rifugiati ed il governo che li ospita, ha comunque indotto un certo numero di nubiani a rientrare volontariamente in patria. Quelli che ancora restano sono un gruppo di 700 irriducibili sui quali si addensa ora un altro rischio: quello che il campo si Dukwi venga definitivamente chiuso.  Fino ad ora l’Agenzia ONU per i rifugiati non ha confermato né smentito questa notizia, limitandosi ad assicurare i media che qualunque sarà la decisione presa dal governo del Botswana, sarà loro cura esaminare la situazione di ogni singolo rifugiato per valutare, là dove si rendesse necessario, la possibilità del suo ricollocamento in un altro paese.

Franco Nofori
franco.kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

 

 

 

L’UE stanzia 50 milioni di euro per un nuovo contingente militare interforze nel Sahel

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 9 giugno 2017

Qualche giorno fa l’Unione Europea ha stanziato cinquanta milioni di Euro per finanziare il contingente multiforza nel Sahel. Lo ha annunciato Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la politica di sicurezza e vicepresidente della Commissione, in occasione della sua vista a Bamako, capitale del Mali, dove ha incontrato i ministri degli Esteri di Ciad, Niger, Mauritania, Burkina Faso e Mali nell’ambito del G5 Sahel. Questa nuova iniziativa mira a contrastare il terrorismo islamico che ancora imperversa in tutta la regione, in particolare nelle zone di frontiera.

La Mogherini a questo proprosito ha sottolineato: “La sicurezza e lo sviluppo di queste zone non è solo una priorità dei Paesi del Sahel, ma anche nostra. Dobbiamo unire le nostre forze per combattere il terrorismo, i traffici di ogni genere, compreso quello di esseri umani e gestire al meglio il controllo delle frontiere. Continueremo ad investire per lo sviluppo del Continente africano, perché rappresenta un investimento per il nostro comune futuro”.

G% Sagel con la partecipazione di Federica Mogherini Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza
G% Sagel con la partecipazione di Federica Mogherini
Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza

La creazione di questo nuovo corpo di sicurezza è stata lanciata durante il vertice del G5 Sahel di gennaio, al quale avevano partecipato i capi di Stato del Burkina Faso, Mauritania, Niger, Ciad e Mali e il presidente di turno dell’Unione Africana, il guineano Alpha Condé.

Durante il meeting di gennaio il presidente del Ciad, Idriss Déry, aveva puntualizzato che era arrivato il momento di agire autonomamente, per mettere in sicurezza le frontiere dai terroristi e dalla droga. I membri del G5 Sahel avevano chiesto all’UE di finanziare le spese per l’equipaggiamento, armamenti compresi, per il contingente multiforza. (http://www.africa-express.info/2017/03/08/cinque-gruppi-jihadisti-attivi-nel-sahel-si-sono-riuniti-sotto-la-guida-di-un-capo-tuareg/).

Tutto il Sahel è ancora in subbuglio. Gli attacchi terroristi si susseguono, specie nelle zone di frontiera (http://www.africa-express.info/2017/03/24/sequestrato-cittadino-francese-nellest-del-ciad-al-confine-con-il-darfur/), malgrado la presenza dei caschi blu in Mali e dell’Operazione francese Barkhane, con base a N’Djamena, la capitale del Ciad: infatti i militari francesi sono operativi in tutta la regione con una presenza di quasi quattromila uomini, millesettecento dei quali si trovano a Gao nel nord del Mali.

Didier Dakouo, a capo della nuova multiforza Sahel
Didier Dakouo, a capo della nuova multiforza Sahel

Il nuovo contingente Sahel, che dovrebbe comprendere diecimila unità (inizialmente ne erano previsti solamente cinquemila), sarà formato da militari maliani, bukinabé, ciadiani, mauritani e nigerini. Il comando delle truppe è stato affidato al generale maliano Didier Dakouo, già capo di stato maggiore dell’esercito del suo Paese. Non è ancora dato di sapere quando inizierà ad essere attivo e quale sarà il suo effettivo mandato.

Alla fine di questo mese è in scadenza il mandato della Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA), che dovrebbe essere rinnovato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU nei prossimi giorni.

Nel 2012 oltre la metà del nord del Mali era sotto il controllo dei gruppi jihadisti. Solo con l’arrivo nel 2013 del contingente internazionale della missione MINUSMA, in gran parte dell’aerea è stata ristabilita l’autorità del governo. Diverse zone sfuggono ancora al controllo delle truppe maliane e internazionali, malgrado sia stato firmato nel giugno 2015 il “Trattato per la pace e la riconciliazione nel Mali”. (http://www.africa-express.info/2015/06/24/firmato-laccordo-di-pace-mali-anche-dai-ribelli-maggioranza-tuareg/).

Tale accordo ha incontrato non poche difficoltà per decollare, ma finalmente si sono riuniti a Bamako a fine gennaio i firmatari del trattato di Algeri e i ministri dei Paesi implicati nel processo di pace, in prima linea il ministro degli Affari esteri algerino, Ramtane Lamamra. In tale occasione è stata stabilita una tabella di marcia ambiziosa e fitta. Il 23 febbraio sono iniziati i pattugliamenti misti (composti da truppe dell’esercito regolare, del coordinamento dei movimento per l’Azawad “CMA” e combattenti della piattaforma di autodifesa), finalizzati alla formazione di un esercito unitario maliano a Gao, nel nord della ex colonia francese.

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo a Kidal, Gao e Menaka sono state istituite le autorità interinali, finalizzate a ristabilire la presenza dello Stato nel nord del Paese, mentre a Timbuktu e Taoudénit, a causa di conflittualità tra i vari candidati preposti all’incarico, l’insediamento ha avuto luogo solamente poche settimane fa.

La situazione in questa ex colonia francese resta ancora precaria, l’insicurezza, causata dalle continue minacce terroriste, hanno reso necessario prolungare di altri sei mesi lo stato d’emergenza. L’Assemblea nazionale ha approvato tale provvedimento all’inizio di maggio.

Soldati della Minusma in pattugliamento
Soldati della Minusma in pattugliamento

E proprio ieri sera sono morti altri tre caschi blu della missione MINUSMA a Kidal, nel nord-est della ex colonia francese. Altri tre sarebbero stati feriti, secondo fonti ufficiali. Finora non sono state rese note le nazionalità dei militari uccisi. L’attacco è stato rivendicato dal “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, capeggiato da Iyad Ag Ghaly, che lo ha annunciato questa mattina in diversi social network.

Secondo un rapporto dell’UNICEF di pochi giorni fa, in Mali quasi un milione di giovanissimi e adolescenti non possono frequentare la scuola. Recentemente sono state chiuse cinquecento istituti, duecentoquarantotto nella sola regione di Mopti (http://www.africa-express.info/2017/06/02/mali-e-niger-morti-e-feriti-si-moltiplicano-gli-assalti-armati-dei-jihadisti/), perché sotto costante pressione dei terroristi islamici. Senza educazione, senza un’adeguata preparazione professionale, lo sviluppo di quest’area, di tutto il Sahel, è messo a dura prova e per quanto tempo ancora?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Ruanda: ecologista ungherese salvava i rinoceronti ma uno di essi lo uccide

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Africa ExPress
Kigali, 8 giugno 2017

L’ambientalista ungherese, Krisztián Gyöngyi, è stato ammazzato da un rinoceronte nero nel Akagera National Park in Ruanda, mentre stava monitorando alcuni esemplari di questa specie. Non ci sono dettagli sulla sua morte, ma generalmente questi animali caricano e uccidono la vittima con il loro corno. 

L’ambientalista ungherese Krisztián Gyöngyi mentre cattura assieme ai rangers un rinoceronte per trasferirlo in salvo nel parco dell’Akagera in Ruanda
L’ambientalista ungherese Krisztián Gyöngyi mentre cattura assieme ai rangers un rinoceronte per trasferirlo in salvo nel parco dell’Akagera in Ruanda

I rinoceronti neri in Ruanda si erano estinti da oltre dieci anni. Sono stati reintrodotti nel Paese lo scorso maggio. Gyöngyi era considerato un vero esperto in questo campo e, grazie alla sua quinquennale esperienza, era stato una figura chiave nello sforzo di ripopolare questa specie nel piccolo Paese dell’Africa centrale.

black rhinoPeter Fearnhead, capo dell’Organizzazione Afrikan Parks, ha specificato che venti esemplari di questo animale sono stati portati dal Sudafrica nell’Akagera National Park poche settimane prima. 

Negli anni Settanta vivevano oltre settanta rinoceronti neri nel parco ruandese; a causa del bracconaggio, l’animale piani piano si è estinto. L’ultimo rinoceronte nero era stato avvistato nel 2007. Dopo aver messo in sicurezza l’Akagera Park, l’Organizzazione ha reintrodotto i rinoceronti neri.

Africa ExPress  

Da 35 a 120 all’ora: in servizio in Kenya il primo treno africano ad alta velocità

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 8 giugno 2017

E’ tutto cinese. Il progetto, i treni, la realizzazione dei lavori ed i corsi formativi del personale.

Sui social network esplode l’entusiasmo benché non manchi qualche riserva, come quella che appare sul post di un certo Nicholas: “Si tratta pur sempre di roba cinese. Quanto durerà prima di sfasciarsi?”. Njuguna invece osserva: “Non sarà il solito sistema per fare arricchire la nostra leadership e lasciare poi il paese pieno di rottami made in China?”

In realtà i progettisti ed i tecnici cinesi, questa volta, hanno fatto un ottimo lavoro. La Cina dispone di un esteso ed eccellente sistema ferroviario, tecnicamente elevato e gestito con indubbia efficienza. La loro esperienza, trasferita in Kenya, rappresenta per il paese un primo importante passo per alleviare la disastrosa congestione del traffico stradale sull’arteria Mombasa-Nairobi, dovuta soprattutto agli autotreni e agli autobus passeggeri che guidano come invasati al tragico costo di molte vite umane.

Treno a scartamento standard

Certo, “l’alta velocità” dichiarata dalla Kenya Railways Corporation, con i suoi 120 kmh, può far sorridere rispetto ai 600 kmh dei treni giapponesi o i 530 kmh raggiunti dalle ferrovie francesi ed anche ai, se pur più modesti, 300 kmh delle ferrovie italiane. Senza contare che già verso la metà degli anni ’70 la British Railways disponeva di un intercity che collegava Londra ad Edimburgo viaggiando alla velocità di 250 kmh.

Tuttavia, ogni innovazione, va sempre contestualizzata, prima di esprimere giudizi. Fino a pochi giorni fa, il sistema ferroviario del Kenya, era ancora quello realizzato dai britannici a fine ‘800. Si partiva da Mombasa o da Nairobi alle 7 di sera e si giungeva a destinazione alle 8 del mattino. 13 ore di viaggio per percorrere poco più di 450 km ad una velocità media di 35 kmh! La stessa agevolmente raggiungibile da un discreto ciclista!

Nell’ultimo giorno di maggio, precedente la festività del Madaraka day, che celebra l’ottenuta indipendenza dalla dominazione britannica, il nuovo treno, cui è stato appunto assegnato il nome di “Madaraka Train”, ha percorso il suo viaggio inaugurale da Nairobi a Mombasa con a bordo il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta, accompagnato da numerose personalità politiche, tecnici e giornalisti. Nota curiosa: i servizi di bordo sono prevalentemente prestati da graziose hostess keniane ed anche le due macchiniste che hanno condotto il convoglio nel suo primo viaggio, appartenevano al gentil sesso: Shalom Njeri ed Elizabeth Wanjala.

Per ora sono previste due partenze giornaliere da Mombasa ed altrettante da Nairobi, ma la direzione della Kenya Railways dichiara di essere pronta ad incrementarle in ragioni delle prenotazioni che riceverà. I passeggeri avranno a disposizione un treno locale, che sosterà in tutte le stazioni, ed un espresso che fermerà solo nelle più importanti. L’intero percorso dovrebbe comunque compiersi in un massimo di 5 ore, trasportando 1200 passeggeri.

Le tariffe sono senz’altro politiche: circa 7 euro per una tratta in classe economica e circa 26 euro per la prima classe. La terza classe, presente sul vecchio treno, è stata definitivamente abolita. Presto verranno anche messi in servizio convogli per il trasporto merci che consentiranno alle aziende dell’interno di ricevere i propri container dal porto di Mombasa a Nairobi, al più che ragionevole costo di circa 430 euro.

I viaggiatori accedono ai controllo di sicurezza della nuova stazione ferroviaria di Mombasa prima di accedere all’imbarco
I viaggiatori accedono ai controllo di sicurezza della nuova stazione ferroviaria di Mombasa prima di accedere all’imbarco

Largamente apprezzato dall’utenza locale, il nuovo collegamento ferroviario ha però gettato nel panico le società di trasporto su strada, quelle degli autobus, ma anche le varie compagnie aeree che potevano contare su una quindicina di voli giornalieri tra le due città keniane. Ma benché la durata del volo non superi i 60 minuti, le operazioni di sicurezza e d’imbarco, oltre al tragitto necessario per raggiungere il centro cittadino dagli aeroporti, portano il tempo complessivo destinato al viaggio, molto vicino a quello impiegato dal treno, ma soprattutto il costo del volo, in classe economica, può risultare fino a 15 volte superiore a quello del treno, mentre chi viaggia in bus deve affrontare una spesa doppia e con tempi di percorrenza, rischi per l’incolumità fisica e vari disagi da rendere percorso stradale del tutto improponibile al confronto.

Il collegamento ferroviario Mombasa-Nairobi, appena realizzato, rappresenta solo la prima fase dell’intero progetto che prevede un percorso complessivo di ben 1,233 chilometri per collegare con il porto keniota anche Kampala, la capitale dell’Uganda. Successivamente, sono inoltre previste altre 4 ramificazioni verso il Sudan meridionale, il Congo, il Burundi e la Tanzania che, a progetto ultimato, vanteranno una rete complessiva di  3,238 chilometri sub-appaltati, creando un’occupazione complessiva di oltre 40.000 posti di lavoro. Entro la fine di quest’anno è previsto di inserire in servizio un treno di lusso che offrirà ai passeggeri vari servizi accessori, tra cui un bar ristorante con menù alla carta, per rendere il viaggio più confortevole.

Il progetto, malgrado i molti vantaggi, presenta tuttavia un aspetto negativo che resta alquanto incomprensibile in quanto ne vanifica una buona parte. Le stazioni passeggeri di Nairobi e Mombasa non sono state ricostruite nelle vecchie sedi al centro città, ma rispettivamente collocate ad Athi River e a Miritini, cioè sensibilmente lontane dall’agglomerato urbano. Solo il treno merci, di prossimo inserimento, godrà di uno scalo nel porto della città costiera. Questa scelta costringerà quindi i passeggeri a lunghe percorrenze in taxi o in matta (i pulmini che effettuano servizio pubblico) per potersi imbarcare sul treno. Questa scelta, un po’ bizzarra, pare basata sul progetto di creare bretelle stradali che rendano agevole l’accesso alle stazioni, ma non tutti i progetti, in Kenya, si realizzano con la stessa rapidità e nel frattempo il disagio per l’utenza sarà inevitabile.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
@FrancoKronos1

Lento ritorno alla normalità del prezzo del riso in Madagascar

Dal Nostro Corrispondente
Giorgio Maggioni
Antananarivo, 7 maggio 2017

Dopo una difficile annata per la coltura del riso, caratterizzata da una stagione delle piogge arrivata molto in ritardo e culminata poi in un ciclone che ha colpito tutta la parte nord e est del Madagascar, la ridotta produzione del 2017 sta pian piano raggiungendo i principali mercati dell’isola, calmierando leggermente l’enorme aumento del prezzo di questo bene primario che incide fortemente sulle economie della già provata popolazione locale.
Mondina in Madagascar
 
Con circa 20 milioni di tonnellate di consumo interno (circa una tonnellata all’anno a nucleo famigliare,una delle più alte al mondo) la produzione interna ormai da anni non basta più  a soddisfare la domanda. E’ ferma dagli anni 70 e nonostante occupi il 45 per cento del terreno coltivato, soffre di un’arretratezza a livello di tecnologia agricola e di investimenti nel settore. Una situazione questa che obbliga sia i commercianti sia il governo a importazioni annuali da Paesi dell’Estremo Oriente.
Contadino in Madagascar
 
Quest’anno il ritardo nelle consegne e la scarsa quantità di riso importato, unito al fatto dei problemi climatici, avevano portato il prezzo del riso a livelli insostenibili per i portafogli della popolazione malgascia. Le zone del nord est colpite dal ciclone e le zone del sud colpite da una carestia che dura ormai da due anni avevano visto il prezzo del riso triplicare. Sicuramente il pessimo stato dei trasporti e un cartello dei grossisti hanno ampliato il problema, ma il governo non ha saputo secondo molti rispondere velocemente al problema che già in aprile si stava profilando.
 
Il governo davanti alle richieste delle associazioni dei consumatori e dei deputati dell’opposizione ha puntato il dito contro la speculazione e conta ormai sulla fine della stagione dei raccolti per riportare tutto alla normalità.
 
Giorgio Maggioni

Gaffe di Macron: nelle Comore i pescherecci non pescano ma trasportano migranti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 giugno 2017

Durante una visita in un centro di osservazione e salvataggi in Bretagna, il 2 giugno scorso, il neo eletto presidente francese, Emmanuel Macron, scambiando alcune parole con i responsabili, si è lasciato sfuggire una “battuta”, a dir poco infelice circa i migranti che approdano quasi giornalmente sull’Isola francese Mayotte, nel Canale del Mozambico: “Le kwassa-kwassa pêche peu, il amène du Comorien, c’est différent” (tradotto liberamente in italiano: I kwassa-kwassa non servono per pescare: trasportano solamente comoriani). I kwassa-kwassa sono i pescherecci usati nell’arcipelago.

La gaffe del presidente ha quasi suscitato un incidente diplomatico tra il governo comoriano e quello francese; difatti, in un primo momento Mohamed Bacar Dossar, ministro degli Esteri dell’Unione delle Comore, formata da tre isole – Grande Comore, Moheli e Anjouan – che hanno avuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975, aveva preteso le scuse ufficiali da Parigi. Mentre la presidenza comoriana si è rammaricata dell’espressione poco felice del neo presidente, ma ha aggiunto: “Il presidente francese è ancora molto giovane, bisogna tener conto di questo”.   

Naufraghi alle Comore
Naufraghi alle Comore

Qualche giorno dopo, Macron ha chiarito il fatto con il suo omologo comoriano, Assoumani Azali, durante un lungo colloquio telefonico. Entrambi i presidenti sono d’accordo sulla necessità di una collaborazione basata sulla fiducia reciproca. Azali e Macron vogliono rafforzare la cooperazione in tutti settori per evitare i continui drammi che si consumano quotidianamente in quel piccolo tratto di mare che separa le Comore da Mayote, territorio francese e quindi dell’Unione Europea.  

L’Unione delle Comore, formata da tre isole – Grande Comore, Moheli e Anjouan – erano colonie francesi e hanno ottenuto l’indipendenza nel 1975, mentre la popolazione di Mayotte, che dista solo sessanta chilometri dall’isola di Anjouan, in due referendum ha votato contro l’indipendenza dalla Francia. I giovani comoriani sono attratti come da una calamita da Mayotte, da quel fazzoletto di terra francese, in mezzo all’Oceano Indiano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Come tale, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.

Cartello

Per attraversare il breve tratto di oceano chi scappa utilizza i kwassa kwassa, tradizionali imbarcazioni da pesca il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? (Che cos’è questo?). Come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente. Basta poco per trasformare i viaggi della speranza sui kwassa kwassa in naufragio. Per evitare le motovedette guardacoste, poi, si viaggia soprattutto di notte e i natanti sono strapieni: si sa, i trafficanti vogliono trarre il maggior profitto possibile, esattamente come succede nel Mediterraneo.

Dal 1995 ad oggi hanno trovato la morte nel tentativo di raggiungere Mayotte oltre cinquantamila comoriani. Un tragico bilancio di vite umane del quale si parla poco o nulla in Occidente. Ecco perché il capo della diplomazia delle Comore si è tanto offeso delle parole pronunciate da Macron: “Molte famiglie perdono i loro cari durante la traversata. Non si può scherzare su questo argomento tanto delicato e doloroso”. Di fronte a tanta indignazione, l’Eliseo ha ammesso: “Un’uscita di umorismo infelice, capace di offendere”.

migranti 1

Da qualche anno le leggi francesi sull’immigrazione sono cambiate. Ora si procede alla deportazione immediata, senza dover ricorrere alla sentenza di un giudice. La giurisdizione francese non permetteva di rimpatriare forzatamente i minori, a meno che non viaggiassero con almeno uno dei genitori o un tutore. Ora, invece, basta che sullo stesso barcone nel quale sono imbarcati ci siano degli adulti, anche non legati da parentela, e le autorità di Mayotte respingono tutti senza alcuna distinzione.

Mayotte è poverissima, ma ha una posizione di rilevanza strategica molto importante: nel 1977 i francesi vi hanno installato una base militare, dotata di quattro radar e di altri elementi si sorveglianza per contrastare, tra l’altro, il flusso dei migranti irregolari.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes