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Guinea Equatoriale: processo per corruzione in Francia contro Teodorin Obiang

Speciale per Africa Express
Andrea Spinelli Barrile
Firenze/Parigi, 25 giugno 2017

Teodoro Nguema Obiang Mangue detto Teodorin, vicepresidente della Guinea Equatoriale e tra i criminali corrotti e torturatori più famosi di tutta l’Africa – e non solo – ha passato un pessimo 48esimo compleanno: nonostante i suoi avvocati abbiano fatto letteralmente di tutto per evitargli uno storico processo per corruzione e riciclaggio, il figlio ed erede del presidente Obiang, leader più longevo di tutto il continente africano, è oggi alle corde della giustizia francese e sembra difficile possa uscire dall’angolo.

Lunedì 19 giugno 2017 è iniziato a Parigi quello che i media francesi hanno definito “il processo del secolo” e che invece i media italiani ignorano come si farebbe con un qualsiasi caso di cronaca: è molto di più. Si tratta del primo maxi-processo per riciclaggio, appropriazione indebita, distrazione di fondi pubblici e corruzione della storia della Francia e dell’Unione Europea. Un processo che vede imputato un vice-capo di Stato accusato da centinaia di oppositori politici e cittadini equatoguineani della diaspora – la causa è nata da un’azione della società civile grazie all’interessamento della sezione francese di Trasparency International – non solo di aver stornato nei suoi conti correnti personali, o a lui riconducibili, centinaia di milioni di euro di fondi pubblici dello stato guineano ma di aver perpetrato comportamenti criminali e riprovevoli per raggiungere questo scopo.

Teodorin Obiang

Ci sono voluti ben 10 anni per arrivare a questo processo e mettere Teodorin Nguema con le spalle al muro: accusato da anni di usare i beni del suo paese come se fossero proprietà personali Nguema ha sperperato montagne incalcolabili di denaro. La giustizia francese ha sequestrato decine di automobili sportive e di lusso, uno yacht di 76 metri, un intero palazzo del XVI arrondissement di Parigi – 101 stanze extralusso a uno degli indirizzi più prestigiosi della città, avenue Foch – e conti correnti da capogiro, mettendo a nudo uno stile di vita principesco per un politico che ufficialmente guadagna quanto un impiegato statale di medio livello.

Regali e shopping faraonici, prostitute da mille e una notte, vizi e stravizi e una ramificazione vastissima del proprio potere economico, Nguema non è nuovo a questo tipo di accuse: già nel 2014 patteggiò con il Dipartimento di Giustizia americano una multa da 34 milioni di dollari, promettendo agli Stati Uniti di vendere la propria villa di Malibù e tutti i beni acquistati con denaro riciclato negli States, centinaia di milioni di dollari che la giustizia a stelle e strisce contestò al rampollo di casa Obiang.

Oltre alla villa di Malibù, che è ancora sul mercato, gli americani cercarono di sequestrare a Nguema auto di lusso, tra cui due Bugatti Veiron da 1,5 milioni di dollari ciascuna, un jet privato e una collezione di memorabilia di Michael Jackson, di cui Nguema è un fan e per il cui acquisto ha utilizzato anche denaro proveniente dalle casse di un’azienda italo-guineana di cui era socio, la Eloba Construction SA. La storia di Eloba è anche la storia dell’imprenditore italiano Roberto Berardi, che scoperta la truffa fatta a sue spese dal “rispettabile” socio guineano ha denunciato tutto al Dipartimento di Giustizia americano, finendo in carcere a Bata per oltre due anni e mezzo per vendetta di Nguema. Nel compound penale militare di Bata Central, Guinea Equatoriale, Berardi è stato torturato, affamato e ridotto quasi in punto di morte per ordine di Nguema, riuscendo a cavarsela solo per resilienza e combattendo come un leone dentro la cella.

Da sin. Roberto Berardi al suo arrivo in Italia con il senatore Luigi Manconi e Andrea Spinelli Barrile
Da sin. Roberto Berardi al suo arrivo in Italia con il senatore Luigi Manconi e Andrea Spinelli Barrile

Rientrato in Italia Berardi ha giurato all’ex-socio che gliel’avrebbe fatta pagare, dopo averlo scritto per mesi sulle mura della fetida cella africana: ha scritto un libro sulla sua vicenda e denunciato alla stampa occidentale la spietatezza efferata e l’avidità della famiglia Obiang.

“Sono dannosi pel loro svergognato brigantaggio. Non contenti di divorare quanto si mangia, derubano ancora cose che non si mangiano nelle case e nei cortili, nelle tende e nelle stanze, nelle stalle e nelle cucine. Portan via quanto loro piace, e la loro passione per rubare è forse pari alla loro voracità. Nel pollaio fanno la parte della nostra volpe: uccidono colla crudeltà della martora e derubano se non coll’astuzia, almeno colla temerità della volpe”. Con queste parole lo scrittore e biologo tedesco Alfred Edmund Brehm descriveva, a fine Ottocento, lo sciacallo nel primo volume del suo Vita Degli Animali.

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Il patteggiamento con gli Stati Uniti non è mai stato onorato da Nguema, che ha fatto letteralmente sparire nel nulla auto e beni di lusso (molte di queste sono state successivamente sequestrate dalla magistratura francese nel garage del palazzo di avenue Foch) e oggi il Dipartimento di Giustizia USA sembra essere intenzionato a riaprire il caso. Un’altra indagine per riciclaggio di denaro è stata aperta in Svizzera nel novembre scorso anche a carico della madre di Teodorin, la prima dama Constancia Mangue de Obiang, e la magistratura elvetica ha bloccato un aereo di Stato del governo di Malabo, oltre a 11 auto ancora sotto sequestro nel deposito giudiziario dell’aeroporto di Ginevra.

Un’altra indagine è aperta in Spagna, dove due teste di ferro della famiglia Obiang sono finite alla sbarra per complicità in riciclaggio e in Brasile lo scandalo Petrobras ha visto emergere più volte il nome di Nguema e del padre Teodoro, che ama così tanto il Brasile da aver donato 3 milioni di euro ad una scuola di samba nel 2015, la stessa che vinse il Carnevale di Rio di quell’anno.

Nguema Obiang non può più sottrarsi alla giustizia francese. I suoi avvocati hanno provato ogni possibile strategia: si sono appellati all’immunità diplomatica declinandola come impunità e vedendosi rigettare l’istanza dalla Corte di Parigi, hanno cercato di screditare Trasparency International e Open Society Foundation con campagne stampa finite male, hanno coperto arrestati e torture di decine di oppositori nel Paese affinché facessero da esempio ai compatrioti della diaspora. La scorsa settimana, a processo iniziato, hanno accusato la Corte parigina di razzismo sostenendo di voler processare Nguema a tutti i costi “perché nero”.

Starnazzi di una dittatura oramai sul viale del tramonto: nel Paese la situazione economica è completamente allo sbando, il crollo del prezzo del greggio sui mercati (la Guinea Equatoriale è il terzo estrattore di petrolio di tutta l’Africa ma manca completamente di infrastrutture per la raffinazione) ha prodotto un effetto domino simile a quello che ha messo in ginocchio il Venezuela chavista e la famiglia Obiang si trova isolata sul piano internazionale.

Dal 2007, da quando cioè Trasparency International France lavorando con la ong Sherpa ha presentato una denuncia penale contro tre capi di Stato africani (Denis Sassou Nguesso, Omar Bongo e Teodoro Obiang Nguema Mbasogo) dando il via al processo “Bien Mal Acquis”, la spirale verso il basso è stata rapida e senza fine per la famiglia Obiang e per il rampollo Teodorin, erede al “trono” del padre. Dopo una lunga battaglia legale portata avanti con serietà e testardaggine da William Bourdon, avvocato, Trasparency International è stata riconosciuta parte civile nel processo, come sarebbe avvenuto in un sistema di common law: la denuncia della ong è stata ritenuta ammissibile nel 2010, il mandato d’arresto contro Nguema è stato emesso nel 2012 e il rinvio a giudizio è stato firmato solo nel 2016, motivo per cui Nguema non è stato presente né mai lo sarà al processo che lo vede imputato. Entro il 6 luglio la Corte parigina si esprimerà sul caso con una sentenza che, con ogni probabilità, farà scuola e avrà ripercussioni molto oltre i confini francesi.

Equatorial Guinea UN Prize

Questo processo a Nguema ha una portata storica e già il fatto che si possa celebrare rappresenta una vittoria importante per la battaglia globale contro la corruzione: mai prima d’ora un funzionario di governo ha affrontato procedimenti per corruzione così importanti in un paese estero e secondo molti la sentenza farà scuola in diversi sistemi giudiziari europei e non solo.

La corruzione costa agli stati africani, ed alle popolazioni, miliardi di euro ogni anno: paralizza lo stato di diritto e incoraggia la violazione dei diritti umani, falsa i parametri economici e affama milioni di persone ogni giorno, dilaga come un virus in tutto il mondo grazie al lavoro degli intermediari, le banche, gli studi legali e le società immobiliari che si utilizzano per le operazioni di riciclaggio.

In Italia l’associazione Riparte Il Futuro, che è una costola di Trasparency International, cerca da anni di fare pressioni sul legislatore affinché si cominci ad affrontare il problema della corruzione con strumenti moderni, gli stessi che in Francia hanno permesso l’apertura di questo storico processo. Ne gioverebbero tutti, dallo stato di diritto ai singoli cittadini italiani come Roberto Berardi, che dopo aver presentato 3 denunce contro il suo socio una volta rientrato in (poca) carne e (molte) ossa nel suo paese ancora attende, dal 2015, di essere convocato dalla Procura di Roma e da quella di Latina.

Andrea Spinelli Barrile
aspinellibarrile@gmail.com
Twitter: @spinellibarrile

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Isole Bijagos (Guinea Bissau): patrimonio dell’umanità e smistamento della cocaina

Africa ExPress
Bissau, 25 giugno 2017

Le isole Bijagos sono un gruppo di ottantotto isole lungo la costa africana al largo della Guinea Bissau, classificate dall’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (UNESCO) come patrimonio dell’umanità per il loro particolare ecosistema, sono a tutt’oggi uno dei maggiori punti di smistamento dei trafficanti di droga sudamericani. Infatti è il centro dove fa tappa la cocaina proveniente dall’America meridionale.

Spiaggia sulle isole Bijagos, Guinea Bissau
Spiaggia sulle isole Bijagos, Guinea Bissau

Queste isole, poche abitate, con spiagge incantevoli, potrebbero essere un vero paradiso per i turisti, invece, sono un’attrazione per i narcotrafficanti, proprio perché ancora oggi sono ancora praticamente isolate dal resto del mondo.

L’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (UNODC) sta monitorando il Paese da anni. Malgrado il sequestro di immensi quantitativi di cocaina e marijuana dal 2011 ad oggi, è quasi impossibile fermare completamente questo traffico illegale.

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Dopo l’arresto nel 2013 di José Américo Bubo Na Tchuto, ex comandante della Marina militare della Guinea Bissau, in traffico è notevolmente diminuito, ma continua ad essere una delle maggiori attività nel Paese.

Bijagos mappa

Dal 1980 la Guinea Bissau ha subito nove colpi di Stato o tentativi di golpe e i narcotrafficanti hanno sempre saputo approfittare del caos politico.

Africa ExPress

Centrafrica: 13 gruppi armati firmano la pace ma la guerra non si ferma

Speciale per Africa Exress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 23 giugno 2017

A Bria, città nel centro-est della Repubblica centrafricana (CAR)  i violenti combattimenti tra miliziani vicini agli anti-balaka (vi aderiscono per lo più cristiani e animisti) e altri, residui degli ex Séléka (guerriglieri soprattutto di fede musulmana) hanno provocato oltre cento morti e decine di feriti

Questo nuovo attacco ha avuto luogo proprio il giorno dopo la firma dell’accordo di pace tra tredici gruppi ribelli – su quattordici attivi nella ex colonia francese – e la presidenza della Repubblica Centrafricana, grazie alle mediazione della Comunità di Sant’Egidio. Le parti si sono incontrate il 19 giugno a Roma, nella sede dell’organizzazione religiosa. Il trattato prevede, tra l’alto,  un cessate il fuoco immediato, oltre al riconoscimento delle autorità elette democraticamente durante le votazioni che si sono svolte tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 (http://www.africa-express.info/2015/12/30/urne-aperte-in-repubblica-centrafricana-si-elegge-il-nuovo-presidente-si-teme-il-caos/) e http://www.africa-express.info/2016/03/02/12483/.

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I diversi punti del trattato di pace sono ambiziosi. Eccone qui alcuni: i gruppi ribelli si sono impegnati a consegnare le armi nei mesi a venire – non è stata fissata una data precisa – e di riconvertirsi in forze attive della nazione oppure in partiti politici. Dal canto suo il governo s’impegna di riconoscere tutti i gruppi politico-militari e li impegna a partecipare alla ricostruzione del Paese. Tutti firmatari si impegnano affinchè sia garantita la libera circolazione delle persone e dei beni su tutto il territorio nazionale.

Una nuova speranza, forse, per la popolazione, che in questi oltre quattro anni di conflitto ha pagato un tributo molto alto. A tutt’oggi i rifugiati nei Paesi limitrofi sono ancora oltre cinquecentomila, mentre gli sfollati interni sono poco più di quattrocentottantamila, su una popolazione totale che supera appena i cinque milioni, tra loro 2,2 milioni di persone vivono in stato di necessità umanitaria. E i morti? Difficile contarli ad uno ad uno, ma sono diverse migliaia.

Come in tutti i conflitti, sono i bambini a pagare il prezzo più alto. Malnutrizione, malattie, spesso orfani di uno, se non di entrambi i genitori, campi di accoglienza che molto difficilmente corrispondono agli standard richiesti e dove per la maggior parte delle volte le scuole sono inesistenti (http://www.africa-express.info/2016/09/29/centrafrica-scuole-occupate-da-gruppi-armati-lanno-scolastico-non-comincia/).

Le organizzazioni umanitarie fanno del loro meglio, ma non basta, molto spesso le strade per raggiungere i più colpiti sono inaccessibili o troppo pericolose, perché sotto il controllo delle varie bande armate.

Campo per sfollati, Centrafrica
Un campo per sfollati in Centrafrica
MINUSCA
Una pattuglia della MINUSCA

La crisi della Repubblica Centrafricana inizia alla fine del 2012: il presidente François Bozizé dopo essere stato minacciato dai ribelli Séléka (in maggioranza musulmani) alle porte di Bangui, chiede aiuto all’ONU e alla Francia. Nel marzo 2013 Michel Djotodia, prende il potere, diventando così il primo presidente di fede islamica della ex-colonia francese. Dall’ottobre dello stesso anno i combattimenti tra gli anti-balaka (per lo più composti da cristiani e animisti) e gli ex-Séléka si intensificano e lo Stato non è più in grado di garantire l’ordine pubblico, Francia e ONU temono che la guerra civile possa trasformarsi in genocidio. Il 10 gennaio 2014 Djotodia presenta le dimissioni e il giorno seguente parte per l’esilio in Benin. Il 23 gennaio 2014 viene nominata presidente del governo di transizione Catherine Samba-Panza, ex-sindaco di Bangui.

I primi dicembre 2013 il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizza con risoluzione nr. 2127 la Missione dell’Unione Africana e quella delle truppe francesi dell’Operazione Sangaris nella ex colonia francese, mentre il 15 settembre 2014 arrivano anche i caschi blu dell’ONU della Missione Multidimensionale Integrata per la Stabilizzazione nella Repubblica Centrafricana (MUNISCA). Con la risoluzione 2301 del 26 luglio 2016, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU rinnova il mandato di MINUSCA fino a novembre 2017.

Al 31 maggio 2017 MINUSCA era presente nel CAR con 13.389 uomini, così suddivisi: 12.159 personale in uniforme, tra loro 10.188 militari, 1.806 poliziotti, 165 osservatori militari, 600 membri di personale civile internazionale, 400 di personale civile locale, 220 volontari dell’’ONU.

Il 31 ottobre scorso la Francia ha ufficialmente ritirato le sue truppe dell’operazione Sangaris, che si è protratta per ben tre anni.

La MINUSCA, in questi anni di permanenza nell’ex colonia francese, spesso ha creato problemi alla popolazione e al Paese invece di risolverli e non  ha protetto efficacemente i civili. Certamente non è facile controllare un territorio grande come la Francia e il Belgio messi insieme, dove i vari gruppi armati ribelli spesso si spostano a piedi o in moto su strade sterrate o sentieri e senza sapere con esattezza quale sia il loro fine politico-militare. Gli uomini di MINUSCA sembrano molti, ma effettivamente sul campo si trova solamente poco più di un quarto del numero indicato, in quanto una parte è composta da personale amministrativo, medico, logistico, mentre altri militari si trovano in congedo, ferie, malattia o altro. Dunque il numero del personale spiegato sul terreno per far fronte alle violenze e per controllare i confini non è assolutamente sufficiente.

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Ma non sempre i “pochi” caschi blu presenti, hanno svolto il loro compito all’insegna dell’onestà e della correttezza. Questa missione dell’ONU è stata travolta sin dall’inizio da vari scandali: i militari francesi dell’Operazione Sangaris sono stati accusati di molestie sessuali (http://www.africa-express.info/2015/04/30/centrafrica-militari-francesi-accusati-di-molestie-sessualiverso-minori/), faccenda orribile che ha fatto saltare più di una testa ai vertici dell’ONU (http://www.africa-express.info/2015/08/12/scandali-sessuali-e-caschi-blu-si-dimette-il-capo-della-missione-dellonu-centrafrica/) e (http://www.africa-express.info/2015/08/13/la-crisi-centrafricana-investe-anche-lonu-nel-caos-dopo-e-dimissioni-dellitaliana-che-si-occupava-di-diritti-umani/). Le truppe ciadiane, invece, sono state rimandate a casa dopo poco, perché accusate di aver usato la popolazione come scudi umani.

Recentemente soldati ugandesi sono stati incolpati di aver abusato sessualmente di almeno tredici ragazze e donne. Si tratta di militari che fanno parte della forza di intervento dell’Unione africana sostenuta dagli Stati Uniti durante la campagna per la cattura di Joseph Kony, signore della guerra capo del Lord’s Resistance Army (LRA) http://www.africa-express.info/2017/05/28/hrw-e-onu-accusano-truppe-ugandesi-di-violenze-a-donne-centrafricane/. Da aprile l’Uganda, insieme agli Stati Uniti, ha iniziato a ritirare i propri uomini
http://www.africa-express.info/2017/04/20/la-caccia-joseph-kony-e-finita-stati-uniti-e-uganda-ritirano-le-proprie-truppe-dal-centrafrica/.

Il contingente del Congo-Brazzaville, forte di seicento uomini, sarà ben presto rispedito a casa, perché anche alcuni dei militari sono sotto inchiesta per abusi a sfondo sessuale e per traffico di carburante. Anche i camerunensi hanno arrotondato il loro soldo, rivendendo illegalmente camion pieni di birra, importati dal proprio Paese.

Diamanti centrafricani in vendita sui social network
Diamanti centrafricani in vendita sui social network

Non sarà dunque facile attuare l’accordo firmato grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio. La popolazione ha sofferto e soffre ancora troppo e gli interessi in gioco non sono pochi, basti pensare al traffico illecito dei legni pregiati (http://www.africa-express.info/2015/07/19/centrafrica-le-multinazionali-e-il-saccheggio-delle-grandi-foreste-pluviali/) e quello diamanti insanguinati (http://www.africa-express.info/2016/12/19/dal-centrafrica-al-camerun-cosi-diamanti-insanguinati-finanziano-la-guerra-civile/), che finanziano i vari gruppi armati. I controlli delle autorità preposte sono insufficienti, se non addirittura inesistenti. Non è difficile eludere il “Kimberley Process”, il “passaporto” che permette ai diamanti  l’accesso al mercato internazionale. Ma oggi è possibile piazzare questi preziosi anche senza quel documento: c’è la rete, ci sono i social network, dove troviamo i “community managers” , trafficanti dei diamanti di sangue provenienti dal CAR e vietati all’esportazione, che offrono i loro prodotti su Facebook e WhatsApp.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Mozambico: l’ENI si aggiudica maxi-contratto per sfruttare giacimento di gas offshore

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 giugno 2017

Sei pozzi sottomarini, collegati all’impianto di produzione galleggiante, che possono estrarre ogni anno 5 miliardi di metri cubi di gas naturale. I pozzi attingono da un enorme giacimento a 2.600 metri di profondità che, secondo le ricerche Eni portate avanti dal 2012, ha una capacità di 450 miliardi di metri cubi di gas.

Da sin. il presidente mozambicano Filipe Nyusi e l'ad Eni Claudio Descalzi (courtesy Eni)
Da sinistra il presidente mozambicano Filipe Nyusi e l’ad Eni Claudio Descalzi

È questa l’ultima mossa vincente del colosso energetico italiano Eni in Mozambico dove lo scorso 1° giugno – nella capitale Maputo – il presidente della repubblica del Mozambico Filipe Nyusi e Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, hanno firmato il contratto che dà il via alla realizzazione del progetto Coral South LNG (liquefied natural gas).

Sono stati siglati tutti i contratti che riguardano perforazione, costruzione e installazione degli impianti di produzione, gli accordi con il governo mozambicano per il finanziamento dei progetti e il quadro regolatorio.

Mappa dell'Area 4 di intervento Eni a nord del Mozambico (courtesy Eni)
Mappa dell’Area 4 di intervento Eni a nord del Mozambico

Questa firma segue quella dell’ottobre 2016 quando Eni e i partner dell’Area 4 hanno confermato un accordo con BP per la vendita di tutti i volumi di gas naturale liquefatto prodotto nei prossimi vent’anni da Coral South.

L’Area 4 del bacino del fiume di Rovuma, si trova a cinquanta km al largo della costa mozambicana della provincia di Cabo Delgado a nord del Paese al confine con la Tanzania.

È il primo progetto che prevede lo sfruttamento delle enormi risorse di gas naturale scoperte da Eni a tre anni dalla perforazione dell’ultimo pozzo esplorativo.

Lo sfruttamento del giacimento permette al Mozambico di affacciarsi per la prima volta sul mercato mondiale del gas soprattutto verso oriente.

Un gioiello tecnologico

La nave che provvederà alla liquefazione ed esportazione del gas (FLNG), secondo Eni è un vero gioiello della tecnologia. “I contratti di EPCIC (Engineering, Procurement, Construction, Installation & Commissioning) e lo start-up della FLNG  – dicono da Roma – sono stati assegnati ad un consorzio guidato da TechnipFMC e formato da Technip, JGC Corporation e Samsung Heavy Industries. I tempi previsti sono di 60 mesi e prevediamo di avviare la produzione nel 2022”.

Secondo quanto pubblicato dal Marimaritime Executive la nave sarà lunga 439 metri, larga 65 metri e profonda 38.5 metri con una stazza di 210,000 tonnellate.

Eni conferma la sua capacità produttiva di circa 3,4 milioni di tonnellate di gas per anno e sarà il primo FLNG del continente africano ed il terzo nel mondo. Il suo progetto è reso possibile grazie a un accordo di finanziamento sottoscritto con 15 istituti bancari e garantito da 5 agenzie di Export credit.

Modello della nave FNLG (courtesy Eni)
Modello della nave FNLG


Al Mozambico benefici per 16 mld di USD

“Per il Mozambico è il primo passo verso la messa in produzione delle ingenti risorse del bacino di Rovuma, per Eni è la conferma della validità della nostra strategia di sviluppo, che guarda al gas come risorsa chiave per la riduzione delle emissioni di CO2 – spiega un portavoce dell’azienda italiana – Da un punto di vista economico, lo sviluppo di Coral South comporterà investimenti per circa 8 miliardi di dollari e i benefici per le casse del Mozambico sono stimati a oltre 16 miliardi. Oltre a ciò bisogna contare la creazione di posti di lavoro (almeno 1000) e lo sviluppo, a livello locale, di industrie di servizi a supporto delle operazioni”.

E dal punto di vista ambientale? “La tutela dell’ambiente e la riduzione del footprint delle nostre attività è uno dei principali criteri-guida per Eni – rispondono dalla sede romana – La decisione di utilizzare una FLNG (una nave che ha al proprio interno tutte le facility necessarie per la produzione, la liquefazione e il trasporto del gas) invece di uno stabilimento a terra è dovuta anche alla possibilità di ridurre l’impatto ambientale”.

Eni e i partner

Eni opera nell’Area 4, tramite la sua partecipazione in Eni East Africa (EEA), che detiene il 70 per cento della concessione. Altri partner sono la portoghese Galp Energia, la coreana Kogas e la mozambicana Empresa Nacional de Hidrocarbonetos (ENH) che detengono ciascuna il 10%. Eni possiede il 71,4 per cento di Eni East Africa, mentre China National Petroleum Corporation (CNPC) detiene il restante 28,6 per cento.

Nel marzo 2017 Eni ha firmato un accordo per la vendita del 50 per cento delle proprie quote di EEA al gigante texano ExxonMobil. Il completamento dell’accordo ci sarà con una serie di condizioni precedenti, tra le quali anche l’autorizzazione da parte delle autorità mozambicane e di altre autorità regolatorie.


Inflazione oltre il 20 per cento e crescita economica al 4 per cento

Per il Paese africano la scoperta di questi enormi giacimenti di LNG e la firma degli accordi arrivano in un momento particolarmente delicato dell’economia. Ma i giacimenti scoperti nel nord del Paese non portano posti di lavoro nell’ex colonia portoghese.

“Non mi risulta che porti occupazione ai mozambicani, almeno per quanto riguarda il Coral Sul – spiega Fernando Lima, giornalista mozambicano e direttore di Savana – Questo progetto monterà una piattaforma galleggiante, occuperà poca mano d’opera, soprattutto quella locale, e sarà operativo solo nel 2022″.

Nonostante il Mozambico abbia una crescita economica tra le più alte del continente africano, negli ultimi anni si è registrato un notevole aumento dei prezzi dei prodotti alimentari come riso, farina di mais, zucchero, olio alimentare, arachidi (alimento fondamentale della dieta mozambicana) ed elettricità.

Panorama della capitale Maputo vista dalla baia
Panorama della capitale, Maputo, vista dalla baia

Secondo dati del CPI (Investment Promotion Centre), da gennaio a ottobre 2016 l’inflazione è stata del 13,5 per cento e a novembre è arrivata al 21 per cento. I prodotti alimentari hanno contribuito all’aumento dell’inflazione quasi per il 9 per cento.

Nel 2016, nonostante la crisi e l’inflazione, in Mozambico la crescita economica si è attestata di poco sotto il 4 per cento, la più bassa negli ultimi 15 anni durante i quali è arrivata fino al 7 per cento. Secondo la Farnesina, le previsioni di crescita per il 2017 sono del 4,2 per cento.

(ultimo aggiornamento 31 luglio 2017)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Crediti immagini:
– Filipe Nyusi e Claudio Descalzi (Courtesy Eni)
– Mappa Area 4 (Courtesy Eni)
– Modello nave FNLG (Courtesy Eni)
– Panorama di Maputo
Di San Carlos_desde lago.jpg: Andrew Moir derivative work: Dr Brains (talk) – Maputo.jpg, CC BY 2.0, Collegamento

In Congo-K riesplode la guerra civile: in meno di un anno oltre 3000 morti

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 21 giugno 2017

Nella Repubblica democratica del Congo sono state uccise oltre tremila persone in meno di un anno. La Chiesa cattolica ha presentato un dettagliato rapporto circa le violenze scoppiate nella regione del Gran Kasaï, che comprende ben cinque province: Kasaï, Kasaï Centrale, Kasaï Orientale, Lomami e Sankuru.

Queste morti, si parla di 3338 persone, sono state provocate dalle violenze scoppiate tra le forze dell’ordine congolesi e il gruppo ribelle “Kamuina Nsapu”, che porta il nome di un leader tradizionalista, ucciso lo scorso agosto dalle truppe regolari. Il ribelle era un medico sulla trentina. Aveva soggiornato a lungo in Sudafrica. Era ritornato nel Congo solo nell’aprile 2016, ma da tempo invitava la popolazione all’insurrezione contro lo Stato centrale e il presidente Joseph Kabila, al potere da ben sedici anni, uno dei tanti leader africani che amano restare incollati alla loro poltrona.

Violenze nel Congo-K
Violenze nel Congo-K

L’invito alla rivolta di Kamuina Nsapu, il predicatore ucciso, ha trovato inizialmente terreno fertile, proprio a causa dell’estrema povertà e l’omonimo gruppo ribelle non ha trovato difficoltà nel reclutamento di nuovi adepti.  Secondo la testimonianza di un abitante del villaggio di Lubami Manga, ora rifugiato a Kikwit, nella provincia di Kwilu, bambini e adulti, spesso arruolati con la forza, sono sottoposti a dei “riti di invulnerabilità”. Il testimone ha aggiunto: “Il giorno dopo l’attacco al nostro villaggio,  tutti i ragazzini sono stati portati nella foresta. Non si è più saputo nulla di loro”.

I ribelli sono spesso armati solamente di bastoni, qualche volta di machete e tra i loro membri molti sono bambini. Giovani e giovanissimi, assassini e vittime allo stesso tempo, arruolati come  bambini soldato, costretti ad uccidere.

In due video, pubblicati dal sito  Radio France International, sono stati inquadrati ragazzini ancora piccoli, una bimbetta, gravemente ferita, interrogata da un civile, ha risposto così: “Mi hanno detto di picchiare la gente”. La piccolina, arruolata con la forza e obbligata a bere una “pozione magica”, è morta dopo poco. Una storia terribile, simile a quella di tanti in questa zona poverissima, per lo più abitata da minatori, che non possono permettersi di mandare i figli a scuola.

Sfollati nel Congo-K
Sfollati nel Congo-K

Le atrocità che si sono consumate negli ultimi mesi in questa vasta area sono terribili. Le truppe congolesi sono accusate di aver distrutto una decina di villaggi, altrettanti sono stati attaccati e rasi al suolo dai ribelli. “Poliziotti uccisi, funzionari delle Nazioni Unite rapiti, poi trovati morti. L’ONU ha scoperto una quarantina di fosse comuni, dove erano seppellite oltre quattrocento persone con evidenti ferite da arma da fuoco, picchiate, massacrate a morte o arse vive”, sono le sconcertanti parole di Prince Zeid Ra’ad al-Hussein, l’Alto commissario per i diritti umani dell’ONU, che ha aggiunto: “Le autorità locali ci hanno negato l’accesso alle informazioni per poter capire cosa sia realmente accaduto nella zona. Abbiamo comunque la certezza che centinaia di membri appartenenti ai gruppi etnici Luba e Lulua sono stati barbaramente ammazzati”. (http://www.africa-express.info/2017/03/26/caos-congo-k-decapitati-quaranta-poliziotti-trovate-fosse-comuni-sequestrati-funzionari-onu/).

Oltre un milione di abitanti è fuggito negli ultimi mesi dai loro villaggi. Molti si trovano ora a Kikwit. Stando agli ultimi dati rilasciati dall’ Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), oltre la metà degli sfollati sarebbero minori, buona parte di loro ha perso la madre o il padre, o sono rimasti orfani di entrambi i genitori durante i massacri.

Chi è rimasto a casa, deve confrontarsi oltre che con la paura, anche con la penuria alimentare. Nelle province del Kasaï, oltre quattrocentomila bambini sarebbero a rischio malnutrizione, in quanto è difficile far arrivare gli aiuti umanitari, come ha specificato Yves Willemot, rappresentante del Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (UNICEF) nella ex colonia belga e ha aggiunto: “Anche perché mancano i fondi necessari. Per soddisfare tutte le necessità abbiamo fatto richiesta di quaranta milioni di dollari. Finora ne sono stati stanziati solamente sei milioni”.

I centri sanitari nella zona sono o inaccessibili o sprovvisti di medicinali. La maggior parte delle scuole sono chiuse. Secondo la Missione dell’ONU per la stabilizzazione nel Congo-K (MONUSCO), nel Kasaï e nel Kasaï Centrale sarebbero state distrutte 639 edifici scolastici. E a fare le spese di questo orribile conflitto sono sempre i più piccoli, ai quali viene negata l’infanzia, la gioia di vivere, il futuro.

Questa settimana il Consiglio di sicurezza dell’ONU metterà ai voti se inviare una commissione d’inchiesta indipendente nelle province del Kasaï. Le autorità congolesi hanno già preannunciato che non accetteranno investigazioni di nessun genere.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Con il blocco del Qatar si rischia un’escalation della guerra in Libia

Speciale per Africa ExPress
Barbara Ciolli
19 giugno 2017

La prima ripercussione in Africa della grave crisi tra il Qatar e la cordata guidata dall’Arabia Saudita è stato il ritiro del contingente del piccolo emirato dai territori del Gibuti contesi al confine con l’Eritrea: entrambi gli Stati hanno scaricato Doha, schierandosi con Riad e il Qatar di tutta risposta ha tolto il suo presidio di peacekeeping da Gibuti che denuncia la rioccupazione dell’area da parte di Asmara. La crisi locale aggiunge instabilità al corridoio strategico tra il Corno d’Africa e la penisola araba, già minato dalle conseguenze della guerra civile in Yemen, in corso dal 2015 senza accenni di tregua.

Ma lo scontro tra petromonarchie rivali del Golfo potrebbe avere effetti ancora peggiori sulla Libia: il più turbolento degli Stati nordafricani, di fatto uno Stato fallito dalla caduta del regime di Gheddafi nel 2011. Con l’Egitto, gli Emirati Arabi e infine anche la Russia (nonché un discreto sostegno della Francia che sulla carta dovrebbe stare con il governo di unità nazionale di Tripoli dei negoziati dell’ONU), l’Arabia Saudita finanzia almeno dal 2014 il governo laico di Tobruk, nell’Est della Libia, in mano al generale Khalifa Haftar. Noto per essersi rifiutato di entrare nell’esecutivo di riconciliazione guidato dal premier Fayez al Serraj.

La Turchia e il suo stretto partner del Qatar nelle Primavere arabe sono viceversa i grossi sponsor della potente brigata di Misurata, capofila delle rivolte, e delle milizie islamiste sue alleate: un blocco che, a causa del rifiuto di Haftar di firmare il memorandum delle trattative in Marocco, pur con pericolose scissioni e defezioni continua a tenere in piedi il governo di Tripoli, riconosciuto dalla comunità internazionale e anche dall’UE. Poco più di un mese fa Haftar e al Serraj avevano accettato di incontrarsi ad Abu Dhabi, negli Emirati, dopo oltre un anno di dinieghi: si era frettolosamente prospettata la “svolta” per andare a elezioni libiche finalmente condivise nel 2018.

Khalifa Haftar
Khalifa Haftar.


Invece la crisi del Golfo tra Arabia Saudita e Qatar può facilmente tornare a polarizzare le posizioni del governo della Tripolitania verso quello della Cirenaica.
A Misurata le unità speciali degli USA e dei Paesi dell’UE (britannici, italiani, anche francesi) hanno moltiplicato le loro basi e i loro contingenti dal varo, nel 2016, del governo legittimato di al Serraj a Tripoli. Ma la Turchia e il Qatar restano dall’esplosione delle Primavere arabe i principali supporter politici e finanziatori, anche di armamenti, delle milizie libiche nell’orbita della Fratellanza musulmana.

Il canale, navale ma anche aereo da Tripoli e Misurata, soprattutto verso Istanbul e altri scali e porti turchi, è quasi sempre rimasto aperto e resta molto intenso, anche in termini di investimenti per la ricostruzione. Dalle roccaforti nell’Est di Tobruk e Baida, il generale Haftar si è invece unito, con l’Egitto e gli Emirati Arabi, al duro blocco commerciale e delle relazioni diplomatiche dei sauditi verso il Qatar. Tra Il Cairo e Doha le relazioni erano critiche dal golpe nel 2013 del generale (poi presidente) egiziano al Sisi contro il capo di Stato islamista democraticamente eletto Morsi: centinaia di esponenti del movimento della Fratellanza musulmana – dichiarata terrorista da Egitto e Arabia Saudita – si rifugiarono in Qatar. Esplose allora una crisi con i sauditi a inizio 2014, poi rientrata, anche perché gli esuli seguaci di Morsi furono traferiti nella Turchia di Erdogan.

La skyline del Qatar.
La skyline del Qatar.

Nella calda estate del 2017 la contrapposizione, anche tra Egitto e Turchia, si ripropone più forte che mai, rischiando di mandare in frantumi anche i piani di ricomposizione sulla Libia, che da sempre risente dei fatti del Cairo. Ankara ha mandato migliaia di truppe in Qatar per dare modo alla piccola monarchia accerchiata degli al Thani di difendersi nel caso di un’aggressione da parte della coalizione saudita, che due anni fa si mosse contro lo Yemen. Haftar e tutta la cordata dei sauditi recriminano al Qatar di “finanziare gruppi terroristici”: un pretesto, oltre che una generalizzazione.

Doha può aver sostenuto gruppi radicali sunniti affiliati ad al Qaeda (come al Nusra in Siria e Ansar al Sharia in Libia), che hanno finito per allearsi con gli islamisti della Fratellanza musulmana. La Turchia è anche fortemente sospettata di aver spalleggiato l’ISIS per interessi territoriali in Siria. Ma non vi sono prove di finanziamenti statali per nessun Paese, e anche se vi fossero il Qatar non l’avrebbe fatto più dell’Arabia saudita, né così a lungo. Da decenni Riad versa fiumi di petrodollari nel promuovere l’Islam radicale wahhabita (dal quale origina al Qaeda, poi ISIS) ovunque. Compresa l’Asia centrale, da dove arrivano migliaia combattenti dell’ISIS in Siria e in Iraq: il sedicente Califfato, non al Nusra, vanta il record di jihadisti stranieri da ogni angolo di mondo.

In Siria l’Arabia Saudita è indicata come sponsor gruppi di jihadisti sunniti come Jaish al Islam, che la Russia neanche voleva come interlocutori ai suoi negoziati sulla Siria in Kazakistan perché “terroristi”. Mentre in Libia l’entità della presenza dell’ISIS propagandata da Haftar e dai sauditi era sproporzionata rispetto alla reale. Quello che davvero infastidisce del Qatar è in primis che da lì si diramino le onde della (boicottata) tivù libera al Jazeera: un unicum nella regione. Non bastasse la monarchia assoluta – ma ribelle – di Doha ha curiosamente scelto di appoggiare nelle Primavere arabe l’Islam politico della Fratellanza musulmana che mira ad abbattere dal basso lo statu quo di tutti i regimi arabi, laici e islamici, compreso quello saudita.

Fayez al Serraj
Fayez al Serraj.

Tanto è indisposta la dinastia degli al Thani alla sudditanza verso i sauditi che, da monarchi wahhabiti conservatori quali figurano, hanno poi preferito stringere un’alleanza politica ed economica con l’Iran sciita. Con Teheran, Doha condivide il maggiore giacimento al mondo di gas naturale del North Dome-South Pars nel Golfo persico, cruciale per le stratosferiche ricchezze dei qatarini: la collaborazione occulta tra i due Stati che fa imbestialire Riad va avanti da qualche anno e sarà una coincidenza ma, diventata palese, l’Iran è stato vittima del primo attentato jihadista nella capitale. Il primo anche a venire indubbiamente rivendicato dall’ISIS.

Un tale stravolgimento di alleanze nel Golfo persico (con l’Iran già presente anche in Yemen, nel Bahrein, a Dubai negli Emirati e nei non ostili Oman e in Kuwait), anziché aiutare a sciogliere i nodi delle Primavere arabe in Medio Oriente e in Nord Africa li esaspera. Lo scontro è difficilmente ricomponibile, a meno che anche stavolta non scenda in campo la Russia che tiene il piede in due staffe. In Egitto e in Libia, supportando al Sisi e Haftar, il leader del Cremlino Putin sta con i sauditi. In Siria, da alleato dell’Iran, con Assad. Con la Turchia di Erdogan è tornato per scopi strategici ad andare d’accordo e non ha mai fatto mistero di voler mediare per stabilizzare la Libia del post Gheddafi. Gli mancava solo la crisi del Qatar.

Barbara Ciolli
barbara.ciolli@tin.it
@BarbaraCiolli

Commando terrorista attacca una stazione turistica per stranieri in Mali: 2 Morti

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Africa ExPress
Bamako, 18 giugno 2017

Un commando di terroristi ha attaccato poco fuori Bamako, la capitale del Mali un villaggio turistico, frequentato soprattutto da stranieri. I morti sono almeno due (uno è franco-gabonese) e i feriti quattro, tra cui un soldato maliano. Sono state liberate trentotto persone che erano state prese in ostaggio. Non si conosce ancora la nazionalità delle vittime. Gli assalitori che si erano barricati dentro la struttura erano stati circondati da forze speciali dell’esercito mariano (le Forsat, create nel 2016), da soldati delle Nazioni Unite dell’operazione MINUSMA (United Nations Stabilization Mission in Mali) e da soldati francesi dell’operazione antiterrorismo Bakhane, che hanno fatto irruzione in serata.

L’attacco è cominciato oggi nel primo pomeriggio. Molti ospiti erano ancora assiepati nel ristorante mentre altri erano immersi in piscina o sulle sedie sdraio ai suoi bordi.

Un casco blu appostato fuori dal resort attaccato dai jihadisti
Un casco blu appostato fuori dal resort attaccato dai jihadisti

Le Campement Kangaba, il resort assalito, si trova a Dougourakoro, a est della capitale Bamako. Durante il week end è frequentato dai ricchi maliani e dai numerosi espatriati che lavorano nel Paese nella missione MINUSMA, nelle agenzie delle Nazioni Unite e nelle varie Organizzazioni Non Governative. Ci sono anche parecchi italiani che in questo momento risiedono nell’ex colonia francese.

Mappa resort mali

Pochi giorni fa, il 9 giugno,  l’ambasciata americana a Bamako aveva diffuso un comunicato in cui ammoniva gli stranieri a stare molto attenti per un possibile attentato

Statement US Embassy

Ancora nessuno dei numerosi gruppi jihadisti che combattono im Mali ha rivendicato l’attacco. Le fazioni jihadiste collegate ad Al-Qaeda controllano le grandi distese di deserto nel Mali settentrionale. Grazie all’afflusso di miliziani e di armi provenienti dalla guerra civile in Libia, nel 2012, hanno preso il posto della rivolta tuareg che era stata lanciata anni prima.

L’ultima alleanza tra gruppi fondamentalisti islamici si chiama Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani o al-Qaeda in Mali), che incorpora al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM), al-Mourabitoun, Ansar Dine e il Fronte di Liberazione del Macina.Tra i suoi leader c’è Mokhtar Belmokhtar,  algerino capo di al-Mourabitoun e ex comandante militare di AQIM, l’uomo che ha organizzato attacchi terroristici in Mali, Algeria, Niger e Burkina Faso.

Il comandante terrorista è stato l’obiettivo di numerose operazioni militari e di attacchi aerei stranieri, molte volte è stato dato per morto ma qualche tempo dopo ricompariva vivo e vegeto e pronto a combattere la sua jihad contro l’Occidente.

Il numero delle vittime è salito a quattro. Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha fatto sapere in un comunicato che durante l’attacco di ieri sono morti anche due impiegati dell’Unione europea (UE), uno di nazionalità maliana, l’altro portoghese. 

Mentre fonti del ministero per la Sicurezza di Bamako hanno comunicato che quattro assalitori sono stati uccisi, mentre altre cinque persone sono state arrestate.

Solo qualche tempo fa, il proprietario del Campement, Hervé Depardieu, di nazionalità francese, ha protestato più volte contro gli allarmismi diramati dal ministero degli Esteri di Parigi, che sconsigliano ai viaggiatori di recarsi nella ex colonia. “Riceviamo sms di allerta quasi quotidianamente dal Consolato. Ci tolgono la gioia di vivere e la nostra libertà”. – aveva precisato Depardieu.

Salif Traoré, ministro della Sicurezza e della Protezione civile, ha fatto sapere che il numero dei morti è salito a nove: tre civili e due militari, oltre ai quattro terroristi, tra loro tre di etnia fulani. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo di jihadisti di recente formazione “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato poi capo jihadista e fondatore di Ansar Dine. 

 

Africa Express

 

 

 

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Il Qatar si ritira dal confine Gibuti-Eritrea e Asmara occupa i territori contesi

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 giugno 2017

Appena il Qatar ha ritirato le sue truppe un paio di giorni fa dal confine tra l’Eritrea e Gibuti, sono ricominciati i guai tra i due Stati del Corno d’Africa. Questa mattina il governo di Gibuti ha accusato Asmara di aver nuovamente occupato i territori contesi: le montagne di Dumeira e l’isola di Dumeira.

Il ministro degli esteri gibutiano, Mahamoud Ali Youssouf, ha dichiarato che l’esercito è già in stato di allerta e che immediatamente dopo la partenza del corpo di pace del Qatar, sono stati avvertiti strani movimenti nelle montagne di Dumeira. Ali Youssouf ha specificato: “Ora sia le montagne che l’isola sono sotto il totale controllo dell’Eritrea. Abbiamo informato l’Unione Africana (UA) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), perché tale fatto rappresenta una violazione della risoluzione dell’ONU.

Il ministro della Difesa del Qatar, Khalid Al Attiyah e uomini delle truppe al confine eritreo-gibutiano
Il ministro della Difesa del Qatar, Khalid Al Attiyah e uomini delle truppe al confine eritreo-gibutiano

I primi di giugno del 2008 erano scoppiati gravi scontri tra le forze armate di Gibuti e quelle eritree, lungo un’area di confine contesa tra i due Paesi del Corno d’Africa. Durante il breve conflitto ci furono morti, feriti e prigionieri da entrambe le parti.

Con la risoluzione 1862 del 14 gennaio 2009, il Consiglio di Sicurezza ha invitato i due Paesi, l’ex colonia francese e l’ex italiana, a risolvere la questione pacificamente e chiesto il ritiro delle truppe dai confini entro cinque settimane dalla risoluzione.

Nel 2010 Gibuti ed Asmara hanno siglato un accordo di pace, grazie alla mediazione del Qatar, che aveva inviato le sue truppe per sorvegliare i confini tra i due Paesi.

Ma mercoledì scorso il Qatar ha annunciato il ritiro dei suoi uomini dal confine tra i due Stati del Corno d’Africa, sospendendo così il suo ruolo di mediatore. La decisione è stata presa perché il 7 giugno Gibuti aveva fatto sapere in un comunicato di aver ridotto le relazioni diplomatiche con Doha, in quanto solidale con l’Arabia Saudita e i suoi alleati. Anche l’Eritrea, concorde con l’Arabia Saudita e i suoi alleati, avrebbe allentato i rapporti con il Qatar; il quotidiano online “Sudan Tribune”, in un articolo del 14 giugno sostiene addirittura che Asmara abbia proprio interrotto i rapporti diplomaci con Doha da martedì scorso, perché accusata dai Paesi del Golfo – esclusi Kuwait e Oman – di sostenere il terrorismo.

Sabato mattina Moussa Faki, il presidente della Commissione dell’Unione Africana (http://www.africa-express.info/2017/02/01/il-ciadiano-moussa-faki-mahamat-nuovo-presidente-della-commissione-dellunione-africana/), ha fatto sapere che l’UA è in contatto con le autorità di Gibuti e di Asmara ed è in procinto di inviare una missione conoscitiva ai confini dei due Paesi. Faki ha sottolineato che lunedì prossimo la nuova crisi sarà anche sottoposta al vaglio del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a porte chiuse.    

Sta di fatto che il ritiro delle truppe qatariane ha reso nuovamente esplosiva e preoccupante la situazione al confine tra i due piccoli Stati del Corno d’Africa.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Sentenza della Corte africana: il Kenya ha violato i diritti della minoranza Ogiek

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 17 giugno 2017

Ancora una volta Davide ha vinto contro Golia: la Corte africana per diritti umani dei popoli ha stabilito che il governo kenyota ha ripetutamente violato i diritti della popolazione Ogiek sfrattandoli continuamente dalle loro terre ancestrali.

Cortesy Ogiek peoples development programe
Courtesy Ogiek peoples development program

Del caso della minoranza Ogiek se ne è occupata abbondantemente Survival international denunciando i continui abusi contro la popolazione e la distruzione dei villaggi nella Mau Forest, nell’area centrale del Paese, 200 km a nord ovest della capitale Nairobi. Per l’occasione ha anche lanciato una campagna invitando gli utenti del sito web a scrivere una lettera per i diritti degli Ogiek a Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya.

Cortesy Ogiek Peoples Development programe
Courtesy Ogiek
Peoples Development program

Otto anni fa, l’Ogiek Peoples Development Program (OPDP), il Centro per lo Sviluppo dei Diritti delle Minoranze (CEMIRIDE) e il Gruppo Internazionale per i Diritti delle Minoranze, hanno sollevato il caso. Nel 2012 hanno portato in tribunale il governo del Kenya per la violazione del loro diritto alla vita, alle risorse naturali, alla cultura,alla religione, alla proprietà, allo sviluppo e alla non-discriminazione.

Il tribunale, lo scorso 26 maggio ha emesso una sentenza tassativa: ha accusato il Kenya di aver violato sette articoli della Carta Africana è ha ordinato al governo di rimediare prendendo tutte le misure utili al caso.

Arnia tradizionale del Popolo Ogiek
Arnia tradizionale del Popolo Ogiek

È una vittoria importantissima per le popolazioni Ogiek perché conferma il loro diritto di vivere nelle terre ancestrali. Ma è anche un precedente per altre minoranze che vivono in Kenya come i Sengwer e gli Endorois e in altri Paesi del continente africano.

La Corte, infatti, enuncia: “la sentenza implica che qualunque politica e azione di conservazione o di sviluppo che i Paesi intendano perseguire non deve venire a scapito dei diritti e della stessa esistenza di gruppi minoritari o popolazioni/comunità indigene come gli Ogiek”.

Gli Ogiek sono un popolo di cacciatori/raccoglitori conosciuti come protettori delle api. Sono famosi come apicultori che vivono allevando questi insetti in arnie tradizionali con sistemi tradizionali. Sono circa 20 mila persone che da diversi secoli abitano in modo sostenibile la Mau Forest, la più grande foresta montana indigena dell’Africa orientale.

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Courtesy Google maps

Il governo kenyota, con la scusa della conservazione dell’ambiente, li ha continuamente sottoposti a sgomberi forzati distruggendo le loro case. Ora che la Corte Africana ha emesso la sua sentenza vediamo se verrà rispettata dati i grandi interessi che riguardano la vendita del legname delle foreste degli Ogiek.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
@sand_pin

Angherie, violenze, sofferenze: 12 migranti raccontano il terribile viaggio verso l’Italia

EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
Milano 13 giugno 2017

Lapa-Lapa, ovvero “La barca”, il documentario che presentiamo qui sotto, è frutto del lavoro intelligente della cooperativa “Progetto Accoglienza e Integrazione – Un sole per tutti”.  Gli autori, Damiano Rossi e Fausto Conter, sottolineano che l’obbiettivo è disincentivare le future possibili partenze. La parte essenziale del racconto dei dodici intervistati riguarda infatti le angherie subite, le violenze sopportate e le sofferenze patite durante il viaggio della speranza verso l’Europa.

Dietro i volti e nelle risposte dei protagonisti del video si coglie un profondo tormento, una terribile angoscia e il terrore provato in alcuni momenti. La prima domanda, “Rifaresti in viaggio”, riceve una risposta concorde lapidaria: “No” ed è spiegata dai racconti raccapriccianti e struggenti dei protagonisti. La domanda però che forse colpisce più nel segno – ed è anche la più angosciante – riguarda i motivi per i quali questi ragazzi hanno lasciato la loro casa: “Cosa vorresti ci fosse nel tuo Paese per potervi tornare?”. Anche qui le risposte sono tutte uguali: libertà e lavoro.

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I migranti intervistati vengono tutti dall’Africa Occidentale: Gambia, Senegal, Guinea Conakry, Nigeria, Mali e Costa d’Avorio, Paesi dove c’è un forte disagio sociale, non c’è lavoro e i giovani sono senza futuro e senza speranze. Ma profondamente diversa la situazione di chi viene da quelle zone dell’Africa Orientale dove imperversa la guerra o dove la repressione delle dittature è ossessiva e totalmente arbitraria. In questi Paesi ogni giorno si rischia di morire o di essere internati in un campo di concentramento senza ritorno.

I giovani eritrei che fuggono da una dittatura disumana e folle (http://www.africa-express.info/2017/06/16/rapporto-onu-accusa-leritrea-crimini-contro-lumanita-e-assenza-dei-diritti-umani/) sanno a cosa vanno incontro durante il viaggio verso l’Europa. Mettono in conto che il paradiso che sperano di trovare alla fine della loro corsa, cammin facendo si può trasformare in un inferno mortale. Sanno che tanti loro compagni sono morti e non ce l’hanno fatta. Eppure si mettono in marcia lo stesso. Ed è questo che noi ci dobbiamo domandare: perché partono?

Nei Paesi d’origine si conoscono le telefonate degli aguzzini che chiedono soldi alle famiglie dei migranti per permettere ai poveracci di poter continuare il viaggio. Chi emigra da questi Paesi canaglia sa persino che i suoi organi potrebbero essere espiantati e venduti a qualche disumano trafficante. Un fegato, un rene, un cuore nuovo viene pagato a peso d’oro. Chi parte è a conoscenza di questi fatti. Eppure parte ugualmente. Domandiamoci il perché.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com

twitter @malberizzi