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Morto Gheddafi l’Unione Africana senza soldi: Mugabe le regala un milione di dollari

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Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 7 luglio 2017

In questi giorni si sono riuniti ad Addis Ababa, capitale dell’Etiopia, i leader dell’Unione Africana per la ventinovesima assemblea. L’UA conta 55 membri e comprende tutti gli Stati internazionalmente riconosciuti del continente e la Repubblica Araba Saharawi Democratica.  Uno dei promotori – e cospicuo finanziatore – della creazione dell’Unione è stato, tra gli altri, il leader libico Muhammar Gheddafi. Morto il dittatore dell’ex colonia italiana le casse dell’Organizzazione si sono prosciugate. Per ora ci penserà, con una donazione di un milione di dollari, Robert Mugabe.

Con un folcloristico intervento l’ha annunciato lo stesso novantatreenne, presidente dello Zimbabwe: “Ho fatto un ottimo affare, ho venduto all’asta trecento vacche delle mie mandrie. Questa operazione ha fruttato un milione di dollari ed è con grande piacere che faccio dono di questa somma all’Unione”. Un modo originale per ricordare ai suoi omologhi che bisogna trovare dei metodi innovativi per finanziare l’UA.

I giovani, che rappresentano il settanta per cento della popolazione del continente e la difficile e urgente riforma dell’UA sono stati i punti cardini del vertice.

Il presidente di turno dell’UA, eletto lo scorso gennaio e che resterà in carica per una anno, Alpha Condé, ha esordito proprio parlando dei giovani nel suo discorso d’apertura: “E’ assolutamente necessario cercare di trarre vantaggio di questa esplosione demografica e investire nei giovani. Dobbiamo garantire loro un presente accettabile e un futuro migliore”. Bellissime parole, ci si chiede solamente come si possa realizzare un “un presente accettabile” in breve tempo, vista l’attuale situazione assai critica in cui versano molti Paesi africani. Basti pensare al Sud Sudan (http://www.africa-express.info/2017/07/06/catastrofe-umanitaria-sud-sudan-infuria-la-guerra-non-ce-cibo-la-gente-muore/), alla Repubblica Centrafricana (http://www.africa-express.info/2017/06/23/centrafrica-13-gruppi-armati-firmano-la-pace-ma-la-guerra-non-si-ferma/), alla tragedia che si consuma nella regione del Lago Ciad e in diversi Stati della Nigeria (http://www.africa-express.info/2016/09/24/lago-ciad-crisi-umanitaria/) (http://www.africa-express.info/2017/06/30/nigeria-tra-corruzione-miseria-e-boko-haram/), alla crisi del Sahel, o della repressione, parola d’ordine di molti governanti africani, incollati alla sedia del potere. Non sono stati ovviamente menzionati i tantissimi giovani che ogni anno sono costretti a fuggire dai propri Paesi e molto spesso trovano la morte cercando di raggiungere altri dove.

"Ritratto di famiglia" - i partecipanti al 29° summit dell'Unione Africana
“Ritratto di famiglia”. I partecipanti al 29° summit dell’Unione Africana

Idriss Déby Itno, presidente del Ciad, a proposito dei giovani, ha presentato all’Assemblea il rapporto del Forum panafricano della gioventù, che si è svolto lo scorso febbraio nella capitale N’Djamena. Le raccomandazioni dei giovani avranno poche probabilità di trovare un seguito. Per esempio “La carta africana sulla democrazia, le elezioni e la governance” è stata ratificata da soli dieci Stati. Nel documento si dichiara che qualsiasi revisione della Costituzione per poter mantenere il potere costituisce un cambiamento anticostituzionale del governo. Ovviamente nemmeno Joseph Kabila, presidente della  Repubblica Democratica del Congo ha siglato tale documento. Kabila è al potere da oltre sedici anni e ora ha chiesto il terzo mandato (http://www.africa-express.info/2017/06/21/congo-k-riesplode-la-guerra-civile-meno-di-un-anno-oltre-3000-morti/).

Sulle riforme istituzionali di base i leader si sono trovati tutti d’accordo, mentre alcuni Stati hanno espresso delle perplessità sulla loro realizzazione. Gli Stati membri concordano che bisogna mettere un punto finale all’assistenzialismo. Finora l’UA è finanziata in gran parte da donatori internazionali, in particolare dall’Unione Europea. Per potersi autofinanziare, i governanti africani hanno già approvato a giugno 2016, durante il vertice di Kigali (Ruanda), un accordo di fondo che prevede una tassa dello 0,2 per cento sui prodotti di importazione provenienti da Paesi non africani. L’applicazione di questa norma dovrebbe produrre un’entrata di almeno un miliardo di euro già nel primo anno. Finora è stata adottata da soli dieci Stati; infatti molti temono eventuali ripercussioni dei partner commerciali extra continentali e altri ritengono che tale imposta sia incompatibile con le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC).

 

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Il novantatreenne dittatore della Zimbabwe, Robert Mugabe. Ha donato all’UA un milione di dollari

Durante il summit si è discusso anche dei recenti fatti che si sono creati nelle zone di confine tra l’Eritrea e Gibuti dopo il ritiro delle truppe del Qatar (http://www.africa-express.info/2017/06/18/il-qatar-si-ritira-dal-confine-gibuti-eritrea-e-asmara-occupa-territori-contesi/). Dietro specifica richiesta del presidente del Gibuti, Ismail Omar Guelleh, durante il vertice di Addis Ababa, il commissario per la Pace e la Sicurezza dell’UA Smail Chergui si recherà sul posto nei prossimi giorni per cercare sbloccare con una mediazione l’attuale stato dei fatti.

Alla fine dell’anno scadrà il mandato Alpha Condè,  presidente di turno dell’UA, e molti dei leader presenti, in modo ufficioso, hanno indicato Paul Kagame, attuale capo di Stato del Ruanda, come suo possibile successore. Eppure attualmente il Ruanda è nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali, che dovrebbero svolgersi il mese prossimo. (http://www.africa-express.info/2016/01/05/ha-cambiato-la-costituzione-il-presidente-ruandese-paul-kagame-si-presentera-per-un-terzo-mandato/ )

Grazie ad un referendum costituzionale Kagame può presentarsi a questa votazioni per conquistare il terzo mandato. Kagame è presidente del Ruanda dal 2000, ma de facto è il leader del Paese dalla fine del genocidio, cioè dal 1994. 

 Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

Quando agli affari sui migranti ci pensano le aziende pubbliche e private

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Catania, 5 luglio 2017

A fare affari milionari con l’“accoglienza” migranti in Italia non ci sono solo pseudocooperative e false onlus, ma anche più o meno note aziende di costruzione e perfino una società per azioni interamente controllata dal governo. E’ quanto emerge dalla “Relazione sul funzionamento del sistema di accoglienza predisposto al fine di fronteggiare le esigenze straordinarie connesse all’eccezionale afflusso di stranieri nel territorio nazionale (Anno 2015)” presentata il 13 marzo 2017 dal ministro dell’Interno Marco Minniti alla Presidenza del Senato della Repubblica.

Il consuntivo finanziario 2015 relativo al finanziamento dei centri governativi e delle strutture temporanee destinate all’ospitalità e/o all’identificazione, detenzione ed espulsione dei migranti soccorsi in mare, ha avuto un’assegnazione di bilancio pari a 610.045.927 euro. “Ciò ha coperto le spese per l’attivazione, la locazione, la gestione dei centri di trattenimento e di accoglienza per stranieri irregolari; le spese per interventi a carattere assistenziale, anche al di fuori dei centri e quelle per studi e progetti finalizzati all’ottimizzazione ed omogeneizzazione della gestione”, spiega il ministro Minniti. Più specificatamente, le somme messe a bilancio sono state utilizzate per un importo pari a 127.271.248 euro per finanziare la gestione dei centri governativi, la locazione o l’occupazione di alcuni stabili adibiti a CARA o CIE e le spese in economia come utenze, trasporti o altro. La restante parte, pari a 482.774.679 euro, è stata invece utilizzata per la “gestione delle strutture temporanee di accoglienza attivate su tutto il territorio nazionale a seguito dell’operazione Mare Nostrum e dell’Intesa sancita in Conferenza Unificata dell’1 luglio 2014, con la quale è stato approvato il Piano nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati”. Il ministro dell’Interno lamenta poi che l’attivazione di nuove strutture per l’accoglienza temporanea in tutto il territorio nazionale, poiché non supportata da un “adeguamento proporzionale delle risorse finanziarie”, ha generato nel bilancio 2015 un debito pari a 211.529.585 euro. Conti alla mano, la spesa governativa per la gestione di CARA e CIE, due anni fa, è stata di 821.575.512 euro. Non poco, considerate le pessime condizioni di vita di migliaia di “ospiti” all’interno della maggior parte dei centri attivati.

 Invitalia, Agenzia nazionale per l'attrazione degli investimenti e lo sviluppo d'impresa, di proprietà del Ministero dell'Economia.
Invitalia, Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, di proprietà del Ministero dell’Economia.

Una percentuale non irrilevante del budget è stata destinata alle cosiddette “spese infrastrutturali”, relative cioè alla “costruzione, acquisizione, completamento, adeguamento, ristrutturazione e manutenzione straordinaria di immobili e infrastrutture destinati a centri di identificazione ed espulsione, di accoglienza per gli stranieri irregolari e richiedenti asilo”. Si tratta complessivamente di una spesa di 37.136.488 euro; gli interventi di maggiore rilievo – riporta il ministero – hanno riguardato i lavori di ristrutturazione ed adeguamento funzionale dell’ex caserma “Serini” di Brescia (5.110.000 euro), la realizzazione di una nuova rete di perimetrazione presso il CARA di Foggia (3.168.600 euro); l’adeguamento funzionale dell’ex Consorzio ASI a Siracusa (3.497.934 euro); i lavori di ristrutturazione del “Villaggio” di San Giuliano di Puglia, Campobasso (1.289.475); quelli della “palazzina E” presso l’ex caserma “Cavarzerani” di Udine, da “utilizzare anche in relazione ai flussi migratori in arrivo alle frontiere terrestri” (1.500.000); i lavori di ristrutturazione e manutenzione straordinaria presso il CDA/CARA di Isola di Capo Rizzuto, Crotone (1.723.968); per le “esigenze di allestimento e di funzionalità degli hotspot di contrada Imbriacola a Lampedusa e di Pozzallo, Ragusa (1.200.000 euro); l’adeguamento delle ex caserme “Gasparro” di Messina (709.528 euro) e “Monti” di Pordenone (460.000); i lavori di manutenzione straordinaria presso l’ex caserma di Oderzo, Treviso (830.000); l’adeguamento del “Villaggio del fanciullo” di Barletta – Andria Trani (756.460). La tabella ministeriale riporta infine il trasferimento di 620.000 euro al fondo “Lire UNRRA” per i lavori di ristrutturazione ed adeguamento funzionale dell’immobile sito a Saint Pierre (Aosta), da adibire a centro di accoglienza per migranti.

Le cronache di questi mesi hanno documentato con dovizia di particolari il malaffare e la malagestione all’interno di alcune delle infrastrutture e degli immobili riconvertiti a centri: nel corso dell’inchiesta Mafia capitale, gli inquirenti hanno documentato come Luca Odevaine, già uomo di punta del tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione del Ministero dell’Interno, poi arrestato e condannato per favori e mazzette con le maggiori coop della malaccoglienza, prefigurasse per il realizzando “Villaggio” di San Giuliano di Puglia, un modello di gestione, occupazionale e clientelare dello stile CARA di Mineo (Catania), forse l’esempio più emblematico delle trame criminali che ruotano attorno all’affaire migranti in Italia. Altrettanto inquietanti le vicende giudiziarie che hanno interessato il CARA-lager di Borgo Mezzanone, Foggia (meno di un mese fa il Viminale ha comunicato la revoca della gestione del centro alla cooperativa Senis Hospes di Senise dopo aver accertato le drammatiche condizioni di vita a cui sono sottoposti gli “ospiti”) o del Centro di Isola di Capo Rizzuto, altro inferno per migranti ma vero e proprio paradiso per gli affari di personaggi strettamente legati alle cosche criminali e mafiose locali.

Nella sua relazione al Senato, il ministro Minniti si sofferma anche su uno dei capitoli meno noti dell’affaire migranti, quello relativo alla stipula, in data 28 maggio 2015, di un’apposita Convenzione Quadro tra il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale e INVITALIA S.p.A., l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, partecipata al 100% dal Ministero dell’Economia.Con l’obiettivo di “fornire il supporto per migliorare il sistema delle strutture per l’accoglienza e il soccorso dei migranti”, la Convenzione affida ad INVITALIA le funzioni di Stazione Appaltante o di Centrale di committenza del Ministero dell’Interno e delle sue articolazioni periferiche (le Prefetture)per le attività di “progettazione e realizzazione di interventi di adeguamento strutturale e impiantistico” degli immobili da destinare all’accoglienza. Per lo svolgimento di queste funzioni, nell’esercizio di bilancio 2015, il Ministero ha assegnato a INVITALIA la somma di 488.000 euro.

Per la cronaca, la S.p.A. del Ministero dell’Economia convenzionata con il Viminale, è presieduta dall’avvocato Claudio Tesauro, contestualmente presidente di Save the Children Italia Onlus e già legale delle holding industriale General Electric ed assicurative Generali-INA, nonché membro del consiglio di amministrazione di TNT Post Italia S.p.A. e, sino al 2013, del board di Save the Children International. Alla vigilia della stipula della Convenzione INVITALIA-Ministero dell’Interno, Save the Children Italia conduceva per conto del Viminale e delle Prefetture il progetto Presidium, in partnership con le organizzazioni internazionali OIM, UNHCR e la Croce Rossa Italiana. Nello specifico gli operatori di Presidium fornivano consulenze e informazioni ai migranti in occasione degli eventi di sbarco, valutavano gli standard di accoglienza dei centri presenti nel territorio nazionale e assicuravano il “supporto alle competenti Autorità al momento dell’identificazione dei minori non accompagnati in arrivo via mare”.

Più di un’ombra ed esiti contradditori sono stati registrati durante gli interventi INVITALIA di “progettazione e realizzazione strutturale” degli immobili destinati alle finalità di controllo sicuritario e “accoglienza”. Il 20 ottobre 2015, ad esempio, fu pubblicato il bando di gara per realizzare nei porti di Taranto e Augusta (Siracusa) due nuovi centri hotspot per le operazioni di prima assistenza e identificazione delle persone provenienti da Paesi terzi. Mentre la struttura di Taranto per circa 400 “ospiti” è stata attivata nel marzo 2016con tende e container all’interno di un parcheggio dell’area portuale, l’hotspot nel porto commerciale di Augusta non è stato ancora realizzato: nel febbraio dello scorso anno, infatti, il Viminale ha sospeso “in via cautelare e temporanea” il procedimento amministrativo relativo alla gara d’appalto del lotto 2 dell’hotspot. Il provvedimento segue gli esposti presentati da alcuni parlamentari e amministratori locali e l’inchiesta avviata dalla Procura della repubblica per verificare la legittimità del bando di gara. Per l’hotspot di Augusta si prevedeva una spesa complessiva di 1.955.480 euro; il progetto però sarebbe sfornito delle obbligatorie autorizzazioni dell’Autorità portuale, titolare dell’area destinata alla semidetenzione dei migranti, né sarebbe stata presentata dal committente alcuna richiesta di concessone demaniale.

Non è andata meglio a Messina, dove nel febbraio 2016, INVITALIA aveva prima pubblicato un bando di gara per le “attività di rilievo e progettazione esecutiva e funzionale per adeguare il sistema di immobili all’interno dell’ex Caserma Gasparro a centro di accoglienza per migranti” (138.000 euro) e successivamente la gara per l’avvio dei lavori di realizzazione di una vera e propria zinco-baraccopoli al suo interno. Dopo un lungo e controverso iter segnato da annullamenti e ricorsi al TAR, l’affidamento dell’appalto è stato formalizzato il 6 febbraio scorso: una piccola azienda siciliana eseguirà i lavori per 1.249.550 euro + IVA, con un ribasso di circa il 35,3% rispetto al valore complessivo a base d’asta di 1.932.000 euro.

Marco Minniti, ministro degli Interni
Marco Minniti, ministro degli Interni

Sempre nella primavera 2016, INVITALIA ha pubblicato un bando per la fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, installazione e montaggio per la realizzazione della recinzione e lavori accessori all’interno dell’area da destinarsi ad hotspot per migranti presso il Residence degli Aranci di Mineo (importo 1.932.000 euro). L’intervento maturava proprio nei mesi in cui si formalizzavano gli esiti dell’inchiesta della Procura di Catania sulla malagestione del centro per richiedenti asilo di Mineo, con il rinvio a giudizio di politici, funzionari, amministratori e titolari delle imprese e delle coop che hanno gestito in questi anni il CARA.  Mentre da più parti è stata richiesta con forza la chiusura definitiva della maxi-struttura del Calatino, è doveroso evidenziare che i lavori di recinzione promossi da INVITALIA hanno interessato un residence (già utilizzato dai Marines Usa di stanza nella base di Sigonella) di proprietà di una grande società di costruzioni nazionali, la Pizzarotti S.p.A. di Parma. Come appurato dagli inquirenti, per il canone di locazione del complesso immobiliare, l’ente gestore ha sottoscritto contratti annuali a favore della Pizzarotti per 4,5 milioni di euro + IVA. “Quanto alla manutenzione della struttura, il contratto di locazione triennale dell’aprile 2014 tra Consorzio calatino e Pizzarotti S.p.A., prevedel’impegno del conduttore di restituire l’immobile in buono statolocativo con obbligo di risarcimento di ogni danno provocato dagli ospiti”, evidenzia la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sistema d’accoglienza nella sua recente relazione sul CARA di Mineo. “Al riguardo, però, non può non evidenziarsi un’ulteriore criticità connessa al fatto che la società Pizzarotti è anche componente dell’ATI che ha ottenuto la gestione del Centro, nella quale le viene riconosciuto un aggio pari all’8,93% del valore contrattuale per il servizio di gestione e manutenzione ordinaria della struttura. In definitiva, una cattiva manutenzione ordinaria, potrebbedeterminare l’aggravamento di danni per i quali, poi, la Pizzarotti, anche al termine della locazione, potrà chiedere il ripristino o il risarcimento”.

L’intervento di INVITALIA nella progettazione e realizzazione di nuove infrastrutture pro-accoglienza è stato segnato di recente dalla pubblicazione di due nuovi bandi milionari: quello per riconvertire e adeguare un edificio del comune di Trinitapoli (Bitonto) in centro per migranti (15 dicembre 2016) e quelloper l’affidamento del servizio di “fornitura e posa in opera, comprensiva di trasporto, istallazione, montaggio, manutenzione e smontaggio finale per la realizzazione di una struttura temporanea costituita da moduli prefabbricati presso il Porto di Reggio Calabria” (19 maggio 2017), con un importo di gara di 1.382.935 euro.

INVITALIA ha rafforzato la propria collaborazione con il Ministero dell’Interno nelle politiche di gestione dei flussi migratori, firmando una convenzione per la definizione del bando per l’affidamento del servizio di mediazione linguistico-culturale destinato alla Polizia di Stato, da effettuare nelle fasi di soccorso ed identificazione dei migranti sbarcati sul territorio italiano. “Tra i principali obiettivi del servizio c’è quello di favorire la comunicazione tra stranieri e operatori della Polizia di Stato e di facilitare le attività degli Uffici Immigrazione delle Questure nelle procedure di identificazione degli stranieri, compilazione delle istanze di protezione internazionale e nel rilascio dei permessi di soggiorno o altri provvedimenti che si rendano necessari”, spiega in una nota la S.p.A. presieduta da Claudio Tesauro. “INVITALIA offrirà alla Direzione Centrale dell’Immigrazione del Ministero un servizio di committenza ausiliaria per l’attuazione delle procedure di appalto, svolgendo attività di definizione della cornice normativa dell’intervento; predisposizione dei documenti di gara; supporto all’aggiudicazione definitiva ed alla stipula del contratto”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

Catastrofe umanitaria in Sud Sudan: infuria la guerra, non c’è cibo, la gente muore

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 6 luglio 2017

Un odore ripugnante avvolge tutto il villaggio di Lungute, nel Sud Sudan, poco distante dalla frontiera con l’Uganda. Cadaveri, in stato di avanzata decomposizione sono ovunque sulle stradine polverose. Sembra un vero e proprio campo di battaglia.

“Sono arrivati al buio, hanno sparato, ucciso centinaia di persone, soprattutto uomini e i figli maschi; tra loro c’erano anche mio marito e mio figlio. Sono ancora lì, con gli altri. Nessuno li ha seppelliti”, racconta Alek Kuur e aggiunge: “Era una notte d’aprile. I soldati ci hanno accusato di ospitare dei ribelli. Hanno ammazzato non so quanti dell’etnia dinka, ma io sono una nuer, hanno ucciso anche qualcuno del mio gruppo etnico qui e nei villaggi vicini. Da allora sono una sfollata e insieme alle mie quattro figlie sono stata accolta in una chiesa cattolica nella vicina città di Torit”.

L’attuale situazione nel Sud Sudan è frutto di una guerra civile iniziata ormai più di tre anni fa: il presidente Salva Kiir Mayardit aveva accusato il suo vice Riek Marchar di aver complottato contro di lui, tentando un colpo di Stato. Da allora sono iniziati i combattimenti tra le forze governative e quelle fedeli a Machar. I primi scontri si sono verificati il 15 dicembre 2013 nelle strade di Juba, la capitale del Paese, ma ben presto hanno raggiunto anche Bor e Bentiu. Vecchi rancori politici ed etnici mai risolti, non fanno che alimentare questo conflitto.

Madre e bimbo sud sudanesi
Madre e bimbo sud sudanesi

Questa guerra civile ha portato sull’orlo del baratro una buona parte della popolazione. Solo nei primi mesi del conflitto oltre quattrocentomila persone hanno abbandonato le loro case. Decine di migliaia hanno cercato rifugio nei campi delle basi dell’ONU, che ben presto si sono trasformati in veri e propri campi per sfollati.

Il Sud Sudan è il più giovane Stato della Terra. Ha ottenuto l’indipendenza dal Sudan il 9 luglio 2011 e vive un atroce conflitto interno dalla fine del 2013. Secondo il rapporto dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (OIM), aggiornati ai primi di giugno 2017, quasi 3,75 milioni di persone hanno dovuto lasciare le loro case, tra loro 1,75 hanno cercato protezione nei Paesi vicini (Uganda, Kenya, Etiopia e Sudan), gli altri sono sfollati. Naturalmente sono sempre i piccoli a pagare il prezzo più alto. Oltre il sessanta percento dei rifugiati sud sudanesi sono bambini. “E’ la peggiore crisi attualmente in atto”, – ha sottolineato Valentin Tapsoba, direttore per l’Africa dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR).

Recentemente si è accentuato il conflitto anche nell’ Equatoria, dove efferati delitti sono stati consumati sia dalle truppe governative che dalle forze dell’opposizione. Secondo il rapporto di Donatella Rovera, consulente per le crisi di Amnesty International, entrambe le truppe si sarebbero macchiate di crimini di guerra, avrebbero violato i diritti umani, commettendo abusi e violenze indescrivibili contro la popolazione. Uomini, donne e bambini sono stati uccisi con colpi di arma da fuoco, oppure colpiti a morte con i machete, altri sono stati arsi vivi nelle loro case. Donne e bambine sono state rapite e hanno subito stupri di massa. Case, scuole, ospedali e edifici delle Organizzazioni umanitari sono stati distrutti e incendiati. Il cibo viene usato come una vera e propria arma da guerra.

crimini, atrocità in Sud Sudan
crimini, atrocità in Sud Sudan

Ora si teme che il conflitto possa espandersi anche oltre i confini. Alcuni uomini con uniformi delle truppe sud sudanesi, sono penetrati nel vicino Uganda, che ospita quasi novecentomila rifugiati del Paese limitrofo. I soldati avrebbero rubato bestiame e seminato il panico tra residenti e rifugiati. Il governo di Juba ha naturalmente negato qualsiasi coinvolgimento dei propri uomini, mentre un portavoce militare ugandese ha confermato i fatti che si sono verificati a Gbari.

Fatti simili sono accaduti tempo fa anche al confine con l’Etiopia, dove uomini armati hanno rapito e ucciso centinaia di profughi sud sudanesi nella nostra ex colonia.

L’Uganda ora è in serie difficoltà, il governo non riesce a far fronte a tanti rifugiati. Le donazioni dei Paesi ricchi scarseggiano e le condizioni di vita nei campi per profughi sono pessime. Poco cibo, mancano tende, acqua potabile e quant’altro.

Nel Paese regna il caos più totale. Recentemente sono stati nuovamente sequestrati operatori umanitari stranieri e locali, poi rilasciati qualche giorno dopo. Sono fatti che si ripetono in continuazione, mettendo in serie difficoltà l’attività delle organizzazioni internazionali.

Secondo gli ultimi dati forniti dalla Federazione Internazionale della Croce Rossa di Ginevra, attualmente la  carestia, dichiarata in due stati a fine febbraio, è stata “declassata” a fame estrema, grazie alle risposte della comunità internazionale. La situazione resta ancora grave e precaria, il livello di emergenza fame resta ancora elevatissimo per 1,7 milioni di persone. L’insicurezza alimentare ha colpito quasi il cinquanta per cento della popolazione, una crisi umanitaria tra le peggiori, dove oltre un milione di bambini soffrono di malnutrizione acuta; per loro un attacco di malaria, colera, morbillo o altre malattie infettive, facilmente curabili in situazioni normali, equivalgono ad una sentenza di morte. Nei volti di questi innocenti si riflette tutta la tragedia, il dolore di questa assurda guerra. 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Il G5 Sahel a Bamako, lancia un nuovo contingente africano contro i jihadisti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 3 luglio 2017

Il presidente francese Emmanuel Macron si è recato ieri a Bamako, la capitale del Mali, per presenziare al vertice G5 Sahel insieme ai capi di Stato dei cinque Paesi che ne fanno parte: Ibrahim Boubacar Keïta (Mali), Idriss Déby Itno (Ciad), Mohamed Ould Abdelaziz (Mauritania), Roch Marc Christian Kaboré (Burkina Faso) e Mahamadou Issoufou (Niger) per lanciare il nuovo corpo di sicurezza, fortemente voluto da tutto il Sahel (http://www.africa-express.info/2017/03/08/cinque-gruppi-jihadisti-attivi-nel-sahel-si-sono-riuniti-sotto-la-guida-di-un-capo-tuareg/).

Il futuro contingente sarà composto da truppe mauritane, nigerini, maliane, burkinabé, mauritane e ciadiane. Questa nuova iniziativa mira a contrastare il terrorismo islamico, che ancora imperversa in tutto il Sahel, in particolare nelle zone di frontiera.

Foto di gruppo del G5 Sahel del 2 luglio 2017 a Bamako
Foto di gruppo del G5 Sahel del 2 luglio 2017 a Bamako

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità con risoluzione 2359 (2017) lo scorso 21 giugno la creazione del nuovo corpo di sicurezza, Force conjointe du G5 Sahel (FC-G5S), forte di cinquemila militari e forze di polizia. L’FC-G5S sarà comunque affiancato e supportato dalla Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA) e dall’Operazione francese Barkhane, con base a N’Djamena, la capitale del Ciad. I militari francesi sono operativi in tutta la regione con una presenza di quasi quattromila uomini, millesettecento dei quali si trovano a Gao nel nord del Mali.
Inizialmente la base operativa del nuovo contingente sarà Sévaré, al centro del Mali.

Ora bisogna ancora definire la parte essenziale dell’operazione, cioè quella finanziaria. Finora l’Unione Europea ha stanziato cinquanta milioni di euro ( http://www.africa-express.info/2017/06/10/lue-stanzia-50-milioni-di-euro-per-un-nuovo-contingente-militare-interforze-nel-sahel/), altri cinquanta milioni sono stati messi a disposizione dagli Stati che costituiscono il G5 Sahel, ossia un contributo di dieci milioni di euro per ciascun Paese. Dunque finora sono disponibili solamente cento milioni di euro, per un’operazione che ne dovrebbe costare quattrocentoventitrè. Dal canto suo la Francia parteciperà con settanta vetture tattiche, materiale per le trasmissioni e protettivo, per un valore di otto milioni di euro. Macron ha anche promesso che gli uomini di Barkhane resteranno nel Mali e nel Sahel, finchè sarà necessario. Parigi non ha stabilito alcuna data per la fine di questo importante intervento nelle sue ex colonie.

“Bisogna fare presto, il nuovo contingente deve partire quanto prima, è necessario combattere i jihadisti”, ha specificato il presidente del Mali. E come dargli torto? Il 18 giugno scorso è stata attaccata anche una stazione turistica per stranieri. L’attentato è stato rivendicato dal gruppo di jihadisti di recente formazione “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato poi capo jihadista e fondatore di Ansar Dine. (http://www.africa-express.info/2017/06/18/commando-terrorista-attacca-una-stazione-turistica-per-stranieri-mali/) e (http://www.africa-express.info/2017/06/02/mali-e-niger-morti-e-feriti-si-moltiplicano-gli-assalti-armati-dei-jihadisti/).

Il presidente francese ritiene indispensabile che il FC-G5S diventi operativo entro l’autunno, anche se mancano ancora i fondi necessari, che, sempre secondo Macron, possono essere recuperati strada facendo e presumibilmente durante il vertice franco-tedesco, previsto per il prossimo 13 luglio a Parigi. Una conferenza con altri potenziali donatori sarà organizzata quanto prima.

In breve, Macron ha esortato le autorità presenti di “non fare solo finta di fare”, ma di rimboccarsi le maniche per non essere travolti dai terroristi jihadisti.

Solo poche ore prima del summit di Bamako, un gruppo di al Qaeda attivo nel Mali ha rilasciato un video con i sei ostaggi ancora in mano agli estremisti islamici. Tra loro anche la francese Sophie Pétronin, sequestrata nel dicembre 2016 a Gao, nel nord del Paese (http://www.africa-express.info/2016/12/26/mali-rapita-operatrice-umanitaria-francese-mentre-salta-laccordo-su-rimpatri-forzati-dalla-ue/) e l’anziano medico australiano, rapito nel Burkina Faso nel gennaio 2015 insieme alla moglie, rilasciata poco dopo (http://www.africa-express.info/2016/02/09/rilasciata-cooperante-australiana-ultraottantenne-rapita-da-al-qaeda-in-burkina-faso/).

Gli altri quattro ostaggi ancora in mano ai jihadisti sono Stephen McGown, australiano, portato via nel 2011 mentre si trovava nel nord del Mali, il rumeno Iulian Ghergut, sequestrato nel Burkina Faso nel aprile 2015, la missionaria svizzera Béatrice Stockly (http://www.africa-express.info/2016/01/09/mali-missionaria-svizzera-rapita-per-la-seconda-volta-a-timbuktu/) e infine la religiosa colombiana Gloria Cecilia Narvaez Argoti, rapita nel febbraio di quest’anno. (http://www.africa-express.info/2017/05/03/terroristi-azione-mali-scontri-agguati-e-bombe-situazione-sempre-piu-difficile/).

Mentre meno di una settimana fa è stato rilasciato lo svedese Johan Gustafsson; era stato sequestrato da militanti di al Qaeda nel 2011 insieme a McGwon e l’olandese Sjaak Rijke, liberato nel 2015 (http://www.africa-express.info/2015/04/07/oltre-tre-anni-mano-ad-al-qaeda-liberato-mali-ostaggio-olandese/).

Il video, dalla durata di 16 minuti e 50 secondi, è stato postato su Telegram dal “Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani”, ha fatto sapere SITE, un centro statunitense, specializzato nella sorveglianza on-line dei jihadisti.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Importazione di capitali illeciti: accordo del Kenya con Italia e Germania

Dal Nostro Corrispondente
Franco Nofori
Mombasa, 3 luglio 2017

La notizia, diffusa dall’OCSE, l’Organizzazione Internazionale per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, informa che lo scorso 13 giugno, a Berlino, il Kenya ha sottoscritto un accordo con Germania e Italia che impegna i tre paesi ad individuare e segnalare gli investimenti, e comunque l’utilizzo di capitali illecitamente acquisiti, nei rispettivi territori.

L’accordo prevede anche due sessioni di corsi per formare squadre di investigatori in grado di accertare i reati finanziari e fiscali che includono il riciclaggio e la connivenza delle autorità che lo consentono. Il primo di questi corsi ha avuto inizio il 26 giugno a Nairobi presso la Kenya Monetary School of Studies e si protrarrà fino al 7 luglio. Allo stesso partecipano una trentina di funzionari provenienti da Tanzania, Uganda, Sudan del Sud, Ruanda, Burundi e Kenya. Il secondo corso, la cui data non è ancora stata definita, sarà invece aperto a tutti i Paesi africani che vorranno aderire all’iniziativa.

Nuovi e lussuosi palazzi, molti dei quali sfitti, in riva al mare a Mombasa
Nuovi e lussuosi palazzi, molti dei quali sfitti, in riva al mare a Mombasa

L’accordo, che da parte italiana è stato siglato da Vincenzo La Via, direttore generale del Tesoro, ha il prioritario scopo di contrastare l’evasione fiscale ed i crimini finanziari che sottraggono ingenti risorse ai paesi africani in via di sviluppo che, nell’anno 2015 sono stati stimati ammontare a 50 miliardi di dollari all’anno.

Finora, grazie soprattutto alla cooperazione italiana, son già stati formati oltre 250 investigatori fiscali provenienti da 59 paesi e l‘accordo appena sottoscritto, dovrebbe quindi sancire la determinazione del governo keniano a voler finalmente affrontare a muso duro il dilagante accaparramento di risorse da parte di individui e di gruppi che sfuggono alle imposizioni fiscali ed impiegano denaro illecitamente ottenuto per investimenti che hanno il prevalente scopo di riciclare proventi di origine criminosa.

Tuttavia, abbiamo usato il condizionale perché, anche questa iniziativa, come molte altre volte ad impressionare gli osservatori internazionali, pare essere poco più che un astuto maquillage che fa ottenere al paese il plauso dei partner occidentali, ma che, nella realtà sembra non potere o non volere intervenire sui poteri forte, politici ed economici, che rappresentano la parte preponderante del fenomeno dell’accaparramento illecito e del riciclaggio.

Grattacieli a Mombasa

La costa del Kenya, ormai quasi completamente ignorata dai flussi turistici che un tempo l’avevano consacrata come destinazione privilegiata per le vacanze degli europei, oggi conosce un tremendo sviluppo edilizio che si estende soprattutto nella zona compresa tra Mombasa e i confini nordorientali del paese. Si tratta di centinaia di prestigiosi palazzi, di residence e di resort che, per la maggior parte, restano desolatamente vuoti ed invenduti.  

Perché in un momento di forte recessione economica della regione, si verificano investimenti di cosi elevato valore e peraltro destinati a non produrre una ragionevole redditività? Per avere una risposta a questa domanda, basta osservare l’origine di tali investimenti.

In gran parte si tratta di faccendieri somali i cui proventi derivano dalla pirateria che per quasi un decennio, prima dell’efficace, se pur tardivo, pattugliamento delle forze navali NATO, ha messo a serio rischio la navigazione lungo le coste orientali dell’Africa. Un’altra consistente parte di questi investimenti e attuata dalle potenti gerarchie politiche del paese, dai trafficanti di droga e da altre attività criminose. Solo una minima parte proviene da denaro illecitamente trafugato dall’Europa.

Ecco perché si resta legittimamente dubbiosi di fronte alla dichiarata genuinità di questo accordo. Se il governo del Kenya voleva davvero intervenire per combattere gli illeciti finanziari commessi nel proprio territorio, avrebbe potuto agevolmente farlo già da molti anni, ancor prima di formare, a questo scopo, le squadre investigative che l’accordo prevede, viso che tali illeciti si compivano e si compiono, sotto i suoi occhi. Invece non l’ha fatto e non lo fa tuttora.

Lo farà in futuro? Forse, ma i trascorsi non autorizzano eccessivi ottimismi.

Franco Nofori
franco.Kronos1@gmail.com
twitter@FrancoKronos1

 

 

Il Tribunale Internazionale indaga sulla guardia costiera libica accusata di violenze

Africa ExPress
Aja, 2 luglio 2017

La Corte penale internazionale (CPI) dell’Aja ha aperto un fascicolo contro la Guardia costiera libica. In più occasioni i marinai nordafricani hanno messo in serio pericolo le vite dei migranti e degli operatori delle organizzazioni non governative, impegnate nelle operazione di Search and Rescue (SAR). Secondo il tribunale, i militari hanno cercato di riportare in Libia con la forza – e talvolta con l’uso di armi – i disperati, che per mesi, a volte anni, hanno subito angherie, torture, violenze di tutti genere nelle luride galere della nostra ex colonia.

In particolare gli inquirenti indagano su un episodio avvenuto il 10 maggio scorso, quando una motovedetta libica si è avvicinata in modo pericoloso alla nave Sea Watch 2, battente bandiera olandese, ma di proprietà della omonima ONG tedesca con sede a Berlino, per impedire che prestasse soccorso ad un barcone in legno con a bordo cinquecento persone. Dopo aver quasi speronato l’imbarcazione dei tedeschi, il comandante della motovedetta ha intimato ai quasi cinquecento occupanti del natante in difficoltà di fermare i motori della loro imbarcazione sotto minaccia delle armi. I migranti sono stati riportati tutti a Tripoli e rinchiusi in un centro di detenzione. L’attacco non è avvenuto dentro le acque territoriali libiche, dunque rappresenta una evidente e chiara  violazione del diritto internazionale, come precisa l’avvocato della ONG tedesca, Jens Janssen.

Sea-Watch2 rischia di essere speronata da motovedetta Guardia Costiera libica
Sea-Watch2 rischia di essere speronata da motovedetta Guardia Costiera libica

Dopo questo incidente, Sea-Watch, come preannunciato sul suo sito web il 18 maggio scorso, si è rivolta alla CPI, che ha aperto le indagini contro la Guardia costiera libica, che svolge la sua attività anche grazie alle motovedette ricevute in dotazione dall’Italia. Inoltre, parte degli uomini di questo corpo sono stati addestrati nell’ambito dell’Operazione Sophia di Eunavfor.med (http://www.africa-express.info/2016/10/29/al-via-laddestramento-della-guardia-costiera-libica-importante-ruolo-dellitalia/), con la collaborazione del nostro Paese.

A metà marzo, Enrico Credendino, comandante della missione navale europea, aveva illustrato l’addestramento dei militari libici: “Novantatré uomini della guardia costiera della nostra ex colonia sono stati preparati a tutte le attività operative durante quattordici settimane sulla nostra nave San Giorgio e su un’altra olandese. Tre equipaggi sono pronti, manca l’ultima fase dell’addestramento sulle motovedette donate dall’Italia. Alti cinque equipaggi, composti in totale da duecentocinquantacinque persone, stanno per essere addestrati nella basi della Marina militare di La Maddalena e Taranto”.

Alla fine di maggio si è verificato un altro incidente terrificante che ha visto protagonisti la Guardia costiera della nostra ex colonia e alcune navi di Ong che operano nel Mediterraneo centrale attaccate a colpi di cannone. (http://www.africa-express.info/2017/05/24/guardacoste-libico-spara-contro-migranti-il-risultato-degli-accordi-con-litalia/).

Mentre la Guardia costiera libica opera nel Mediterraneo come polizia dell’Unione Europea, le organizzazioni non governative continuano ad essere nell’occhio del ciclone (http://www.africa-express.info/2017/05/11/gli-operatori-umanitari-nella-morsa-delle-manovre-politiche-e-delle-inchieste-giudiziarie-ma-intanto-chi-risponde-della-sorte-dei-migranti-riportati-libia/) e subiscono attacchi su attacchi solo perché continuano a soccorrere persone in difficoltà in mezzo al mare, salvandole da morte certa o quasi. Secondo Frontex, l’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera con sede a Varsavia, dall’inizio delle operazioni di soccorso in mare delle navi delle ONG, i viaggi della speranza sarebbero aumentati. La procura di Catania, sede di Frontex in Italia, ha aperto un’indagine conoscitiva lo scorso febbraio. Altre inchieste sono state aperte a Palermo e Trapani. Si vuole far luce sui finanziamenti ricevuti dalle organizzazioni in questione, in particolare quelle più piccole, come Sea Eye. Due operatori della Sea Eye sono stati arrestati lo scorso settembre dalle autorità libiche, proprio perché con il loro motoscafo per interventi veloci sarebbero penetrati nelle acque territoriali della nostra ex colonia. Cosa sia successo veramente non è chiaro. Forse sono stati testimoni scomodi, come potrebbero esserlo gli equipaggi di altre navi di soccorso nel Mediterraneo.

Solo qualche giorno fa l’Italia ha minacciato di chiudere i porti alle navi delle ONG che non battono la bandiera della Penisola. “Il nostro sistema di accoglienza è al collasso”, ha sottolineato Minniti. Certamente non per colpa delle Organizzazioni non governative, bensì per la mancata collaborazione degli altri Paesi europei, che, in alcuni casi si rifiutano categoricamente di accogliere migranti; dunque le relocation verso altri Stati membri funzionano a rilento o sono addirittura bloccate. Oggi il capo del Viminale incontrerà i ministri degli Interni di Francia e Germania insieme a Dimitri Avramopoulos, Commissario europeo per le migrazioni a Parigi per discutere sulla questione ”emergenza migranti”. Sul tavolo del meeting Minniti porterà un nuovo piano sugli sbarchi delle ONG, che dovranno rispondere direttamente del loro operato alla nostra Guardia costiera

Africa ExPress

Nigeria tra corruzione, miseria, tribalismo e il terrorismo di Boko Haram

Cornelia I. Toelgyes Rov 100Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 29 giugno 2017

Il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari ha lasciato la sua residenza ad Abuja il 7 maggio per la volta di Londra, dove si trova tutt’ora per terapie mediche, non si sa per quale patologia, che viene tutelata come un segreto di Stato (http://www.africa-express.info/2017/05/05/buhari-e-ammalato-la-nigeria-ripiomba-nel-caos-con-la-corruzione-che-torna-ai-massimi-livelli/). Da allora Buhari non è più apparso in pubblico. La popolazione protesta, perché durante tutto questo periodo anche il jet presidenziale si trova in uno degli aeroporti londinesi e i contribuenti nigeriani dovranno versare almeno milletrecento dollari al giorno per la sosta dell’aereo. Anche se la ex colonia britannica è ricchissima di petrolio, la maggior parte della popolazione vive con meno di due dollari al giorno.

La corruzione, il terrorismo, gli scontri etnici e mille altri problemi affliggono il gigante dell’Africa, che, durante l’assenza di Buhari, eletto nel 2015, viene guidato dal suo vice, Yemi Osinbajo, un abile avvocato di Lagos, la capitale finanziaria della ex colonia britannica, che con i suoi centottanta milioni di abitanti è lo Stato più popolato del continente africano.

Nigeria
Nigeria

La lotta contro la corruzione, che è stata uno dei cavalli di battaglia di Buhari durante la sua campagna elettorale, ha portato finora ben pochi frutti. Sabato scorso un investigatore della Commissione contro i crimini di corruzione economica e finanziaria (Economic and Financial Crimes Commission), EFCC, è stato ferito da colpi di arma da fuoco a Port Harcourt, capoluogo del River State, nel Delta del Niger.

Prima dell’incidente, l’investigatore dell’EFCC, Austin Okwor, avrebbe ricevuto diversi SMS con minacce pesanti. Attualmente Okwor è ricoverato all’ospedale della città.

Per fortuna, proprio dalla regione del Delta del Niger, giungono anche notizie positive. I New Niger Delta Avengers (tradotto liberamente in italiano: i nuovi vendicatori del Delta del Niger), hanno ritirato proprio in questi giorni le terribili minacce di voler attaccare nuovamente gli impianti delle compagnie petrolifere a partire dal 30 giugno 2017. Il gruppo “New Delta Niger Avengers” è sicuramente collegato ai “Niger Delta Avengers”  che lo scorso anno avevano effettuato parecchi sabotaggi agli impianti petroliferi, mettendo in serie difficoltà l’economia del Paese, basata principalmente sull’oro nero e i suoi derivati (http://www.africa-express.info/2016/05/09/delta-del-niger/) (http://www.africa-express.info/2016/07/02/attacco-a-tecnici-delleni-in-nigeria-tre-morti-tra-cui-un-italiano/).

Combattenti Niger Delta Avengers
Combattenti Niger Delta Avengers

In un comunicato il gruppo ha annunciato mercoledì scorso di voler dare una possibilità al proseguirsi dei colloqui tra il governo e gli amministratori locali. “Vogliamo dare un’opportunità alla pace” – hanno sottolineato nel loro messaggio. Si spera che le negoziazioni tra Stato centrale e autorità del luogo proseguano. La parola pace è un vocabolo ormai quasi scomparso nella quotidianità nigeriana e non solo.

Negli ultimi mesi sono stati cacciati via con la forza decine di migliaia di persone, da due baraccopoli situate vicino al mare a Lagos. Il governo non ha usato le maniere gentili certamente le maniere gentili durante lo sgombero. Otodo Gbame e Itedo, due villaggi “abusivi”, abitati soprattutto da pescatori, sono stati praticamente rasi al suolo, e i residenti ora sono dei senza tetto, costretti a dormire per strada, hanno perso quel poco che possedevano e ogni possibilità di sostentamento.

Desolazione dopo gli sgomberi forzati di villaggi abusivi di pescatori a Lagos
Desolazione dopo gli sgomberi forzati di villaggi abusivi di pescatori a Lagos

Ora una Corte nigeriana ha dichiarato incostituzionale il provvedimento del governo, in particolare per quanto concerne Otodo Gbame, in quanto non era stato previsto e organizzato un piano di reinsediamento alternativo. I giudici hanno ordinato alle autorità di interrompere gli sgomberi forzati e di risarcire gli abitanti dei danni subiti. Inizialmente il Lagos ha negato l’evidenza, affermando che le baracche sarebbero state distrutte da un incendio e per questo motivo si era resa necessaria la bonifica di tutta l’area per evitare altri disastri. La Corte ovviamente non ha preso in considerazione tale versione.

Un verdetto certamente esemplare, ma è probabile che non abbia alcun seguito. Già in passato altre sentenze simili non sono state soddisfatte.

Nel centro della Nigeria gli scontri tra i pastori semi-nomadi musulmani e gli agricoltori residenti, per lo più cristiani, si fanno sempre più intensi. La desertificazione, la scarse piogge spingono i pastori fulani verso le zone più fertili al centro della ex colonia britannica.

I fulani sono di origini antiche. Si ipotizza che siano i discendenti di una popolazione preistorica del Sahara, immigrata in seguito nel Senegal, per poi spostarsi verso l’anno 1000 d.C. lungo le rive del fiume Niger, alla ricerca di nuovi pascoli per le loro mandrie. A loro si deve la diffusione della religione islamica nell’Africa occidentale. Vivono in un territorio che va dalle coste dell’Oceano Atlantico a quelle del Mar Rosso.

Loro stessi si chiamano con il nome “fulbe” (singolare pullo, infatti in francese sono conosciuti come poel), vocabolo che deriva dalla lingua fufulde che significa “nuovo”.

Nel passato i fulani e gli agricoltori vivevano in armonia. I primi, grazie alle loro mandrie, fertilizzavano i campi dei secondi e offrivano latte e carne. In cambio ricevevano grano e altri prodotti agricoli. Con il passare degli anni questa pacifica convivenza è venuta meno. Anzi, si è trasformata in guerra e questo anche a causa dei cambiamenti climatici, sviluppo e incremento delle aree coltivabili da una parte e l’aumento delle mandrie dall’altra.

Questo conflitto d’interessi ha portato a scontri importanti un po’ ovunque, non solo in Nigeria, ma anche in tutto il Sahel, con la differenza sostanziale che in nel colosso africano gli agricoltori sono per lo più di religione cristiana, mentre i fulani sono musulmani. Gli Stati più colpiti da questa faida sono: Benue, Taraba, Nasarawa e Plateau, che si trovano al centro della Confederazione nigeriana.

Da qualche anno esiste un progetto del Mercy Corp, finanziato dal British Department for International Development che consiste nel preparare i capi locali a sedare e a prevenire i conflitti tra le due comunità . Il programma prevede, oltre a migliorare le relazioni tra i contadini e i pastori nomadi, la creazione attività comuni, come l’allevamento di api e la produzione di miele, la coltivazione di cassava e riso, la costruzione di mercati comuni per la compravendita delle reciproche merci. Ovviamente non è stato possibile includere tutti nel progetto, ma coloro che hanno aderito, hanno capito che una collaborazione reciproca è più proficua che combattersi reciprocamente.

Molti analisti e Organizzazioni umanitarie sono convinti che il conflitto tra pastori nomadi e contadini sia stato molto trascurato negli ultimi anni dal governo centrale a causa dei continui attacchi dei sanguinari Boko Haram nel nord-est del Paese e anche per la recessione, dovuta al crollo del prezzo del petrolio.

Miliziani Boko Haram
Miliziani Boko Haram

I terroristi locali Boko Haram rendono ancora insicuro il nord-est della Nigeria; solo pochi giorni fa un kamikaze ha ucciso almeno nove civili a Maiduguri, il capoluogo del Borno State, mentre nel vicino Ciad sono morti otto militari, altri diciotto sono stati feriti, durante violenti scontri con terribili miliziani. Un portavoce delle forze armate ciadiane ha sostenuto che durante gli scontri sarebbero stati uccisi centosessantadue adepti della setta jihadista e che sei vetture e molte motociclette sarebbero state distrutte dai soldati.

Il soldati del Ciad fanno parte delle truppe interforze per combattere i Boko Haram. Il governo di N’Djamena ha minacciato domenica scorsa di ritirare i propri uomini da tutte le operazioni di pace in Africa, per la mancanza di finanziamenti da parte di Paesi stranieri. In Mali le truppe ciadiane sono le più numerose nel contesto della Missione multidimensionale integrata delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA): sono sul campo con millenovecento uomini.

Dal 2009 ad oggi i terroristi Boko Haram hanno ucciso oltre ventimila persone, più di due milioni hanno dovuto lasciare le loro case, cercando rifugio nei Paesi limitrofi o in campi per sfollati.

Ancora oggi la situazione in molte parti nel nord-est della Nigeria non è tranquilla. Le incursioni dei terroristi, anche se sporadiche, rendono insicure molte zone; eppure il Camerun continua ad espellere rifugiati nigeriani con la forza, malgrado Nigeria, Camerun e l’UNHCR avessero siglato un accordo all’inizio di marzo, nel quale è stato specificato: “Il ritorno dei rifugiati deve essere assolutamente volontario”.

Martedì notte sono stati portati oltre confine ottocentottantasette persone, per lo più minori, da soldati camerunensi su camion messi a disposizione dall’esercito nigeriano e dalla polizia di Yaounde. Il governo del Camerun ha affermato che si trattava di ritorni in patria assolutamente volontari. (http://www.africa-express.info/2017/03/22/motivi-di-sicurezza-il-governo-del-camerun-espelle-oltre-2500-rifugiati-nigeriani/).

Oltre ottantacinque mila nigeriani si sono rifugiati nel vicino Camerun a causa degli incessanti attacchi dei Boko Haram. Da gennaio ad oggi, undicimila di loro sono ritornati nel loro Paese. Difficile capire quanti siano stati forzati ad andarsene e quanti abbiano effettuato una scelta volontaria.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

 

 

 

Quando si difende l’ambiente seriamente: in Ruanda vietati i sacchetti di plastica

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Speciale per Africa ExPress
Marco Simoncelli
Milano, 29 giugno 2017

I popoli e gli ecosistemi africani sono forse i più colpiti dai fenomeni metereologici causati dai cambiamenti climatici, pur non essendone direttamente responsabili. Nonostante ciò alcuni Paesi del continente negli ultimi anni hanno dimostrato di voler attuare politiche e iniziative ecosostenibili e di essere anche in grado di farlo efficacemente.

Il Ruanda ad esempio è sicuramente fra i paesi più virtuosi in questo senso e lo ha dimostrato. Assieme al Marocco sta diventando la nazione africana più attenta all’ambiente e pronta a ospitare startup innovative nel campo delle energie rinnovabili. Non a caso lo scorso ottobre ha ospitato la Conferenza di Kigali in cui è stato siglato un accordo storico da 150 nazioni per rinunciare con gradualità all’uso degli idrofluorocarburi (Hfc) (quelli utilizzati negli impianti che producono freddo) allo scopo di limitare l’effetto serra (la firma seguiva il Protocollo di Montréal, firmato nell’87).

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Ma questa propensione a uno sviluppo nazionale in armonia con la tutela dell’ambiente si è manifestata anche con iniziative semplici e concrete come l’eliminazione completa dei sacchetti in polietilene non biodegradabili, gli shopping bag di plastica. Le istituzioni di Kigali li ha dichiarati illegali nel lontano 2008 quando il resto del mondo a malapena iniziava a considerare un tassa sulle buste monouso adoperate dei supermercati.

In questo campo il piccolo paese della regione dei Grandi Laghi è un precursore. Non è casuale che un paio di settimane fa a Bologna, in occasione di un incontro promosso dai governi italiano e francese a margine delle riunioni ministeriali del G7 Ambiente, il Ruanda sia anche entrato a far parte della coalizione “Stop Plastic Waste” lanciata alla Cop22 di Marrakech. Un’iniziativa che ha l’obiettivo di ridurre l’inquinamento di rifiuti di plastica nel mare e, in particolare, l’eliminazione dei sacchetti di plastica monouso in tutti i paesi. Ad oggi fanno parte della coalizione 13 paesi: Italia, Francia, Marocco, Cile, Principato di Monaco, Mauritius, Svezia, Bangladesh, Australia, Senegal, Croazia, Paesi Bassi e ora il Rwanda che però ha già iniziato il processo da molto tempo.

Pochi giorni fa il mondo ha celebrato la Giornata mondiale dedicata all’ambiente e mai come in questo periodo il tema è entrato al centro dell’agenda politico-mediatica internazionale, specialmente dopo la recente decisione del presidente statunitense Donald Trump di voler abbandonare l’accordo sul clima firmato da 195 paesi durante la Cop 21 di Parigi nel 2015.

La lotta ai rifiuti in plastica è cruciale, soprattutto in Africa dove in molte grandi città, in cui non esiste un sistema di riciclaggio e differenziazione, vere e proprie montagne di rifiuti plastici si ammassano ai lati delle strade o dentro i canali di scolo di fiumi e ruscelli. Oltre a impattare sulla sanità pubblica, questi rifiuti generano altri pericoli. Durante la stagione delle piogge non è raro che nei centri urbani si verifichino inondazioni a causa dei rifiuti che ostruiscono canali di scolo e sistemi fognari.

Poi c’è da considerare l’inquinamento a livello globale soprattutto delle acque di fiumi, laghi e oceani. Nel mondo, ogni anno, vengono prodotti circa 300 milioni di tonnellate di plastica e di questi circa un terzo viene abbandonato nell’ambiente. Secondo un dossier presentato a Davos durante il Forum economico mondiale a inizio 2017, finirebbero in acqua almeno 8 milioni di tonnellate di plastica all’anno.

Nei mari di tutto il mondo oggi ci sarebbero oltre 150 milioni di tonnellate di materie plastiche che avvelenano l’acqua divenendo minuscole particelle che uccidono flora e fauna, che rappresentano fonti di sostentamento indispensabili.

A Kigali si sono resi conto tempo fa della vulnerabilità africana dal punto di vista ambientale. Così hanno cambiato rotta iniziando a favorisce un’economia in grado di sopportare un clima che cambia. Ad oggi, i ruandesi utilizzano solo sacchetti di carta, borse di tela o altri contenitori tradizionali realizzate con stoffa, foglie di banano e papiri, il che ha anche creato delle opportunità per gli imprenditori locali che hanno dovuto convertire la produzione investendo in materiali di imballaggio sostenibili.

E il supporto non è mancato perché il Ruanda ha anche istituito il “Fondo Verde” allo scopo di finanziare i migliori progetti pubblici e privati che siano in grado di sostenere la costruzione di un’economia verde. È uno dei più importanti in Africa e ha veicolato circa 100 milioni di dollari fino ad oggi.

Ovviamente gli investimenti e le iniziative andrebbero concentrati maggiormente nel sistema di smaltimento e gestione dei rifiuti, ma quello del “paese dalle mille colline”, come viene anche chiamato il Ruanda, è il primo passo. Kigali ha fatto da battistrada partendo dai semplici sacchetti di plastica, ma ora anche altre nazioni del continente iniziano a seguire.

La Tanzania ha annunciato l’intenzione di vietarli dal gennaio dell’anno prossimo mentre il Kenya in marzo ne ha vietato produzione, importazione e utilizzo a partire dal prossimo settembre. Qualcosa si muove.

Marco Simoncelli

Accuse di filo terrorismo al Qatar nascondono il vero obiettivo: chiudere Al Jazeera

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EDITORIALE
Massimo A. Alberizzi
Milano, 25 giugno 2017

Una fake news sta colpendo ancora il mondo dei media, ma nessuno sembra accorgersene, almeno in Italia. Da un paio d’anni la macchina del fango si è messa in moto contro il Qatar, il piccolo emirato del Golfo, un mini stato con maxi giacimenti di petrolio. Il Qatar dà fastidio ai Paesi arabi per la sua indipendenza, che esercita con assoluta spregiudicatezza, manifestata, tra l’altro, attraverso un network televisivo moderno, disinvolto e anticonformista: Al Jazeera. Non solo la rete in lingua inglese, quella che noi ascoltiamo e siamo in grado di capire e che è, comunque, secondaria, ma anche, e soprattutto, quella in lingua araba, che ha conquistato l’audience primaria nei Paesi del Profeta.

A parte le giornaliste e le anchorwoman del network che vestono all’occidentale, quasi tutte senza velo, il network in arabo è un modello moderno e brillante nel grigio e paludato panorama delle televisioni mediorientali, al cui confronto la nostrana RAI splende come una rete da premio Pulitzer. Pur essendo controllata direttamente dall’emiro del Qatar, non lesina critiche ai regimi arabi che detestano le sue cronache, le sue inchieste e i suoi reportage. Insomma, Al Jazeera fa paura perché finalmente sta formando un’opinione pubblica araba, cosa che finora, da quelle parti, nessun media aveva mai osato. Un’opinione pubblica spesso critica verso le monarchie assolute e oscurantiste e al regime autoritario egiziano (sì, quello che ancora non ha svelato come e perché è stato ammazzato Giulio Regeni). Un medium pericoloso, quindi, per chi gestisce con il pugno di ferro il potere da quelle parti del pianeta.

Gli attacchi al Qatar, quindi, non hanno niente a che vedere con la lotta al terrorismo, ma piuttosto assumono i contorni di un tentativo di bloccare una voce diversa nel panorama del Medio Oriente. Una guerra alla libertà di stampa.

Favoriti dalla conoscenza della lingua e dalla loro religione e immuni dalla diffidenza e talvolta dall’ostilità che circonda i giornalisti occidentali, i cronisti di Al Jazeera riescono a contattare fonti irraggiungibili per gli europei: gli shebab in Somalia, i Boko Haram in Nigeria, i gruppi clandestini di oppositori o di ribelli nei Paesi arabi. Intervistano i trafficanti di uomini come Mohammed Lamine Jammeh, in Libia, i rapitori di occidentali nel Sahara o salgono sulle navi sequestrate dai pirati in Somalia o nel Golfo di Guinea. Hanno corrispondenti in Israele e danno conto anche dei pareri dei dirigenti dello Stato ebraico.

Ho incontrato spesso durante i mei reportage in Africa i colleghi del servizio arabo dell’emittente e devo dire che mi sono trovato davanti a giornalisti preparati e motivati e francamente non mi parevano fiancheggiatori del terrorismo come si vogliono far passare ora.

L’accusatore principale del Qatar è l’Arabia Saudita. Esistono prove che ambienti interni al gigante arabo (magari non governativi ma comunque legati all’establishment) hanno in qualche modo finanziato e sostenuto il terrorismo. Su Africa ExPress Cornelia Toelgyes ha scritto e documentato con foto di come le bombe fabbricate in Sardegna vengano inviate a Riad e da qui dirottate alle unità saudite che assieme a gruppi legati ad Al Qaeda lottano in Yemen contro il governo.

Che oggi le guerre si combattano anche sui media non è una novità e allora Al Jazeera diventa un corpo estraneo nel mondo arabo. Come si fa ad annientarla e distruggerla? Si accusa il proprietario, cioè l’emiro e la sua famiglia, di fiancheggiare il terrorismo (senza portare uno straccio di prova) e l’emittente di essere lo strumento che giustifica il terrorismo davanti all’opinione pubblica araba. Da qui la richiesta di ieri – tra le 13 rivolte al Qatar per ristabilire rapporti diplomatici (e fraterni) con l’Arabia Saudita – di chiuderla e smantellarla.

Le monarchie arabe sunnite vogliono insinuare nell’opinione pubblica occidentale l’equazione “Qatar uguale terrorismo”. Quasi tutti hanno creduto alle storie inventate di sana pianta – e lanciate con grande enfasi dai media di tutto il mondo – sui forni crematori e sugli attacchi chimici in Siria. Notizie smentite dallo stesso Dipartimento di Stato, senza che le rettifiche trovassero gli stessi spazi sui giornali. Oggi l’opinione pubblica crede che in Siria ci siano stati attacchi chimici e che funzionino a tutto regime i forni crematori. Domani saremo convinti che il Qatar fomenta il terrorismo e così sarà giustificata la chiusura di Al Jazeera.

E gli Occidentali cosa fanno. Credono alla favoletta del Qatar terrorista e mettono il Qatar nella lista nera. La speranza e che non accettino pedissequamente che si chiuda Al Jazeera e che vengano zittiti i suoi giornalisti. Tra i falchi in prima linea il presidente americano Donald Trump. L’inquilino della Casa Bianca – come sanno tutti – non è un gran difensore della libertà di stampa che vorrebbe cancellare perfino a casa sua. E regala alla monarchia saudita 110 miliardi di dollari in armi. In armi? per difendersi da chi?

Al Jazeera in arabo intervista anche i fratelli mussulmani (accusati di collusione con il terrorismo) nemici della dittatura egiziana e dei sistemi delle monarchie del Golfo. Li tratta, come ogni giornalista dovrebbe trattarli, da interlocutori, anche se non lesina loro critiche. Insomma, Al Jazeera dagli anni ’90 fa giornalismo. E il giornalismo è nemico giurato delle dittature di qualsiasi colore.

I giornalisti di Al Jazeera sono finiti spesso nelle carceri mediorientali. Sia i reporter del servizio in arabo sia quelli del canale in inglese. In questo momento al Cairo è detenuto Mohamud Hussein, in cella dal 28 dicembre dell’anno scorso. In Egitto, come sappiamo, il giornalismo è considerato una colpa.

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Ecco i danni della propaganda a senso unico, quella che divide i protagonisti delle storie in buoni e cattivi e fa credere all’opinione pubblica che da una parte ci sia il giusto e dall’altra lo sbagliato. Quella che si maschera da informazione e insinua surrettiziamente che i confini tra bene e male siano netti. No, non è così. I giornalisti di Al Jazeera non sono terroristi, ma bravi professionisti che hanno solo una missione: informare.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

ONG tedesca indagata per immigrazione clandestina, ma non è ancora in attività

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Africa ExPress
Berlino, 26 giugno 2017

L’Organizzazione non governativa, “Mission Lifeline Search and Rescue”, con sede a Dresda, Germania, è indagata dalla procura tedesca per “tentativo di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, ancor prima di aver iniziato l’attività di ricerca e salvamento nel Canale di Sicilia. 

Gommone con a bordo migranti in difficoltà
Gommone con a bordo migranti in difficoltà

Africa Express ha raggiunto telefonicamente Axel Steier, presidente della ONG Steier ha affermato di essere indagato e con lui Sascha Pietsch, vicepresidente di Mission Lifeline.  Entrambi sono stati convocati negli uffici delle Polizia federale tedesca di Pirna, Sassonia, il prossimo 6 luglio. Un portavoce della polizia ha confermato al Tagesspiegel – un giornale online – di aver ricevuto un mandato investigativo in tal senso dalla Procura di Dresda. Mentre Lorenz Haase, ha fatto sapere a nome della Procura, che effettivamente è state sporta denuncia contro due persone e le autorità competenti si vedono costrette a chiarire la faccenda.

fill_400x400_bp1492199869_MISSIONLIFELINE-Logo-Schriftzug-RGB_KopieIndagato per che cosa poi? La nave dell’Associazione tedesca non è mai salpata. I primi interventi in mare erano previsti per settembre. Attualmente alcuni membri del futuro equipaggio sono a bordo di navi di altre ONG che operano nel Mediterraneo in attività SAR (search and rescue) , per completare il loro addestramento.

Dunque la solidarietà è vietata, è un reato anche solo pensare di voler salvare delle vite umane da morte quasi certa?

Steier è convinto che l’esposto a loro carico sia frutto di un cittadino arrabbiato. “Non so chi sia questa persona” e ha aggiunto: “E’ difficile capire su quali basi sia stato aperto un fascicolo a nostro carico;  non abbiamo ancora iniziato la nostra attività. Non abbiamo ancora scelto neppure il nome per la nostra imbarcazione”.

Africa ExPress