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Accuse contro la società francese che ha chiuso le miniere di uranio in Niger: “I rifiuti radioattivi uccidono la gente”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 febbraio 2023

Secondo la Commissione per la ricerca e l’informazione indipendente sulla radioattività (Criirad), la gestione dei rifiuti radioattivi di Cominak minaccia  l’ambiente del sito e le falde acquifere che alimentano la città di Arlit.

La Cominak è la società nigerina del gruppo francese Orano (ex Avera) che ha estratto uranio per oltre 40 anni in Niger, in una miniera situata a 250 km da Agadez, nel nord del Paese. La miniera è stata chiusa nel marzo 2021.

L’allarme è stato lanciato il mese scorso dalla Criirad. In una discarica sarebbero stoccati sotto terra e all’aperto ben 20 milioni di tonnellate di fanghi radioattivi.

Questi residui inquinano l’aria, ma anche il sottosuolo e quindi le falde acquifere, avverte la Criirad, che ha potuto consultare il rapporto finale del progetto di riqualificazione del sito Cominak, situato nei pressi di Arlit.

Quando è stata annunciata la chiusura del sito, la Cominak ha messo a disposizione  95 miliardi di franchi CFA ( ca 145 milioni di euro) per la bonifica della miniera. Gli azionisti della Cominak  (Compagnie Minière d’Akouta) sono la francese Orano (59 per cento), la SOPAMIN (Società del Patrimonio delle Miniere del Niger, una compagnia statale con il 31 per cento) e la spagnola ENUSA (10 per cento).

Nel febbraio 2021 la ORANO ha rilevato la quota detenuta da uno degli azionisti storici, la società giapponese OURD (25 per cento).

Con la chiusura della miniera, di comune accordo con il governo nigerino, è stato annunciato che la bonifica del sito minerario sarebbe durata dieci anni e per un altro decennio Cominak avrebbe garantito una sorveglianza ambientale.

Niger: miniera di uranio dismessa a Arlit

Ora la Cominak nega le accuse mosse dalla Commissione e sostiene che la discarica si trova su una base geologica sigillata naturalmente. Entro il 2026 sarà coperta da un sarcofago di argilla spesso due metri, riducendo così la contaminazione dell’aria e dell’acqua.

E Mahaman Sani Abdoulaye, direttore generale di Cominak, afferma: “I test dimostrano che le infiltrazioni dal bacino di decantazione degli sterili si stanno prosciugando. Quindi i livelli di elementi chimici chiave stanno diminuendo nel tempo. Negli ultimi dieci anni, la dose media della popolazione circostante non ha mai superato il limite normativo di un millisievert (sievert è l’unità di misura della dose equivalente di radiazione, i millisievert sono i sottomultipli ndr).  Il monitoraggio governativo continuerà, sia per quanto riguarda l’acqua, l’aria e tutta la fauna selvatica circostante”.

Già nel 2018 la filmaker nigerina, Amina Weira, nel suo documentario La Colère dans le vent ha riportato l’impatto dell’inquinamento sui residenti di Arlit, dove la gente combatte giornalmente con problemi di salute.

Difficoltà respiratorie, tumori, bambini che nascono con malformazioni, sono all’ordine del giorno, ma sono soprattutto i pensionati delle miniere ad avere la peggio. Molti muoiono di paralisi e di strane malattie, ha spiegato la regista in una intervista, rilasciata qualche anno fa al quotidiano francese “Le Monde”.

Le miniere di uranio in Niger sono già state nell’occhio del ciclone una ventina di anni fa e oggetto di un’inchiesta della CIA. Allora si mormorava che Saddam Hussein, l’ex dittatore iracheno, avrebbe voluto acquistare il prezioso minerale radioattivo in Niger.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Videocredit: Criirad

Il diplomatico del Niger smentisce: “Il dossier sull’uranio venduto a Saddam è falso”

Chiude la miniera di uranio della Cominak in Niger: 600 operai senza lavoro

Batterio nascosto in un feticcio infetta un villaggio in Costa d’Avorio: almeno 16 morti

Africa ExPress
7 febbraio 2023

Un batterio presente su un feticcio adorato dai seguaci durante una cerimonia tradizionale, sarebbe la causa della misteriosa malattia che in Costa d’Avorio ha causato la morte di almeno 16 persone, tra cui parecchi bambini.

Costa d’Avorio: Persone ricoverate dopo aver contratto un germe misterioso

Kpo-Kahankro, un villaggio al centro della Costa d’Avorio, nella area di Bouaké, la seconda città più grande del Paese per numero di abitanti, è stato al centro di grande preoccupazione per le numerose morti che si sono verificate dalla fine dello scorso anno.

Finalmente ieri le autorità sanitarie della ex colonia francese hanno svelato le probabili cause dei decessi e dei malati. Dalla fine dello scorso anno ad oggi, oltre 50 persone hanno accusato gli stessi sintomi: convulsioni, vomito, diarrea.

Joseph Bénié Bi Vroh, direttore dell’Istituto di igiene pubblica, ha spiegato che i campioni raccolti dal suo team nel villaggio, sono stati inviati all’Istituto Pasteur di Abidjan. Dalle analisi effettuate, risulta che il germe presente su un feticcio, portato da un guaritore tradizionale nel villaggio a dicembre, si sarebbe propagato velocemente durante due cerimonie di adorazione dell’oggetto “sacro”, che si dice abbia poteri soprannaturali.

Il principale batterio, responsabile della mortale infezione, trovato anche nell’acqua dall’équipe inviata dal Ministero della Salute a Kpo-Kahankro, appartiene al genere Clostridium. Provoca diarrea e può essere fatale per bambini e anziani.

Il Clostridium difficile provoca infezioni a livello del basso intestino (retto e sigma) che causano gravi attacchi diarroici. Produce delle tossine che creano necrosi ed edema nei tessuti dell’intestino.

È un microrganismo anaerobico (vive cioè in assenza di ossigeno) e viene trattato con vari cicli di combinazioni di antibiotici specifici, come ad esempio la vancomicina.

Può creare, in chi è predisposto o se le condizioni cliniche iniziali non sono delle migliori, una infezione sistemica, detta sepsi, che può portare anche a morte.

Clostridium difficile

Il ministro della Sanità ivoriano, Pierre Dimba, ha confermato la morte di 16 persone. Sei avrebbero perso la vita a dicembre, subito dopo la prima cerimonia, mentre altre dieci a gennaio, dopo la seconda adorazione del feticcio.

Ma, secondo un rappresentante di un associazione di giovani di Kpo-Kahankro, le persone decedute sarebbero almeno 20, tra loro anche due donne tra i 60 e 70 anni, morte in un ospedale di Bouaké.

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Mali-MINUSMA ai ferri corti: espulso il capo della sezione diritti umani dell’ONU mentre Lavrov arriva a Bamako

Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
6 febbraio 2023

A poche ore dall’arrivo del ministro degli Esteri russo, Sergej Viktorovič Lavrov a Bamako, la giunta militare di transizione al potere ha dichiarato persona non grata Guillaume Ngefa-Atondoko Andali, capo della divisione dei Diritti umani della Missione di pace in Mali (MINUSMA). Il congolese Andali, che occupa la posizione attuale dalla creazione di MINUSMA nel 2013, ha 48 ore di tempo per lasciare il Paese.

Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov a Bamako, Mali

Già in passato il dirigente della Divisione dei diritti umani di MINUSMA ha rischiato l’espulsione. Il settore di Andali si occupa delle indagini dei presunti crimini commessi da tutti gli attori in Mali: ha documentato le accuse di abusi da parte di Barkhane a Bounti nel 2022. E recentemente ha chiesto l’accesso ai siti di presunti abusi dell’esercito, l’ultimo concerne il villaggio di Moura, dove sembrano coinvolti anche i mercenari russi di Wagner.

La causa scatenante dell’espulsione del funzionario di MINUSMA è un esposto presentato al Consiglio di sicurezza dell’ONU da Aminata Dicko, esponente della società civile del Mali, sulle violenze dell’esercito di Bamako (FAMa) e dei suoi alleati, i mercenari russi di Wagner.

Lo scorso 27 gennaio, la Dicko, vicepresidente dell’associazione KISAL in Mali, è stata invitata dall’ONU per illustrare la situazione. La signora ha parlato dei continui attacchi dei gruppi jihadisti, ma ha pure evidenziato le violenze perpetrate dall’esercito maliano e dei suoi alleati, i soldati di ventura russi, in particolare la persecuzioni e l’oppressione nei confronti dei fulani.

Caschi blu di MINUSMA, Mali

La risposta delle autorità di Bamako alle denunce della Dicko sono state immediate. Il ministro degli Esteri, Abdoulaye Diop, ha messo in dubbio la “credibilità” e “rappresentatività” della signora, denunciando la “strumentalizzazione della società civile” al servizio di “agende nascoste” (ovviamente riferito a MINUSMA).

I vertici dei caschi blu in Mali hanno preso atto del provvedimento delle autorità di Bamako, pertanto, hanno specificato, MINUSMA continuerà a svolgere il suo mandato, compreso quello dei diritti umani. L’organizzazione ha inoltre sottolineato che non è stato il direttore della divisione sotto accusa a invitare Aminata Dicko, come sostenuto dalla giunta. La vicepresidente di KISAL è stata convocata direttamente dal Giappone, che ha presieduto il Consiglio di sicurezza nel gennaio 2023.

Intanto sventolano le bandiere russe in tutta Bamako per l’arrivo di Lavrov, che si fermerà due giorni nella ex colonia francese, per intensificare i rapporti con la giunta militare presieduta da Assimi Goïta.

Secondo fonti diplomatiche russe, Lavrov ribadirà al Mali l’invito del suo Paese di partecipare al prossimo vertice Russia-Africa, che si terrà a luglio a San Pietroburgo.

Durante il suo soggiorno in Mali, il potente ministro degli Esteri di Mosca incontrerà il suo omologo maliano Diop, nonché il presidente Goïta. E, oltre alla cooperazione economica, discuteranno anche di quella militare. Bamako ha già ricevuto almeno tre invii di attrezzature belliche, seguiti da istruttori e soldati, miliziani di Wagner. La denuncia arriva da Francia e Stati Uniti.

Paramilitari russi del gruppo Wagner in Mali

Nel mentre fa discutere il fatto che la Sicurezza nazionale maliana stia pagando i contractor russi. In un documento pubblicato per errore alla fine del 2022 si evidenzia un’impennata delle spese dei servizi segreti.

Prima ancora del dispiegamento delle forze paramilitari, gli uomini di Yevgeny Prigozhin, il capo della compagnia russa Wagner, hanno iniziato a cercare l’oro, metallo prezioso del quale il Mali è uno dei principali produttori in Africa. Tuttavia, finora non è stato siglato alcun contratto minerario, come invece è accaduto nella Repubblica Centrafricana.

Nel settembre 2021 Reuters ha pubblicato un’esclusiva circa gli accordi tra Wagner e Bamako. Allora tra l’altro si parlava di una spesa a carico della giunta militare di oltre 10mila dollari mensili per il dispiegamento di mille soldati di fortuna.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Dal Nostro Archivio

La Russia alla conquista del Mali: in arrivo mercenari e un arsenale bellico

Bambini soldato: in Mali l’Onu denuncia un drammatico aumento

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Febbraio 2023

Sono 901 minorenni di età da compresa tra i 4 e i 17 anni (di cui quasi seicento minori di 15 anni) che sono stati reclutati e impiegati in Mali come soldati, nel periodo 1° aprile 2020 al 31 marzo 2022. Lo afferma l’Onu in un recente rapporto del segretario generale Antonio Guterres.

Mali: in aumento i bambini soldato

“Sono sconvolta nel vedere una tendenza crescente di gravi violazioni contro i  bambini in Mali. È richiesta un’azione urgente e determinata da parte delle parti per proteggere i bambini”, ha commentato Virginia Gamba, Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per i bambini nei conflitti armati.

“Affinché i bambini mantengano i propri diritti – continua l’esponente delle Nazioni Unite – devono essere liberati da gruppi e forze armate e protetti da altre violazioni e abusi. Ma gli sforzi non possono fermarsi qui. Anche il reinserimento dei bambini nella società è fondamentale per garantire la loro sicurezza e il loro futuro”.

Dietro questi numeri terribili ci sono sofferenze incredibili che segnalano un drastico peggioramento. Il rapporto precedente segnalava quasi la metà dei piccoli arruolati.

I responsabili di questi crimini? I gruppi armati in 661 casi ma anche le Forze Armate di Bamako, accusate di aver arruolato un centinaio di minori, mentre per altri 150 gli autori non sono stati individuati.

I maggiori responsabili sono stati individuati fra le milizie che hanno firmato l’Accordo per la pace e la riconciliazione: Coalition des Mouvements e l’Azawad (CMA), Mouvement National pour la Libération de l’Azawad (MNLA) (146), Haut Conseil pour l’Unité de l’Azawad (HCUA) (127), Mouvement arabe de l’Azawad (MAA-CMA) (43) e appartenenti non identificati della CMA (40). (Azawad è il nome con il quale i tuareg chiamano la loro patria ndr).

L’esercito del Mali ha reclutato 70 minori di 15 anni fra aprile e la fine del 2020 e 89 nel primo trimestre 2022. L’arruolamento è durato da pochi giorni a cinque anni, inoltre a fine 2022, quando è stato scritto il Rapporto delle Nazioni Unite, erano in servizio ancora 88 minorenni

Questi dati evidenziano un fenomeno in costante crescita, nonostante sia vietato anche dal diritto internazionale. Ma non è una novità, le guerre hanno sempre bisogno di carne da cannone per combattere i conflitti degli adulti e i piccoli non protestano, sono facilmente indottrinabili, spesso, se vogliono mangiare non hanno altra scelta.

Del resto, l’assenza di mezzi di sussistenza, di prospettive di un futuro migliore e l’insicurezza alimentare, fanno sì che talvolta siano addirittura le famiglie a incoraggiare i bambini a unirsi alle milizie.

I compiti di questi piccoli guerrieri? Un centinaio sono stati addestrati all’uso di armi, altri come autisti, corrieri, guardie, impiegati ai posti di controllo, in ruoli domestici ed anche per fini sessuali.

Dei 901 piccoli arruolati, 616 sono stati liberati, ma ben 270 sono ancora fra le file dei gruppi armati

Il drammatico fenomeno non colpisce solo i maschietti, anche le ragazzine; almeno 150 di loro, di cui 94 minori di 15 anni sono state reclutate ed utilizzate, con un notevole aumento rispetto al passato.

Mali, bambini soldato

Almeno 16 hanno subito violenze sessuali, per la loro appartenenza ai gruppi armati, mentre le altre sono state utilizzate in cucina per sfamare i combattenti e per cercare la legna.

Alcuni minori sono stati catturati dall’esercito del maliano durante operazioni militari, su un totale di 38 minori 25 sono stati portati in strutture protette statali, come previsto dal protocollo relativo alla liberazione e al trasferimento dei minori associati ai gruppi armati, firmato nel 2013. Altri 13 ragazzi, tuttavia, sono stati detenuti dalle autorità in violazione di tale accordo.

I conflitti hanno sconvolto anche i sistemi sanitari e scolastici in Mali e interessa ben 240 casi: tanti piccoli sono stati privati dei diritti fondamentali alla salute e all’istruzione. Dalla fine di marzo 2022 nel Paese risultano chiuse oltre 1.700 scuole.

Si è registrato anche un notevole aumento di bambini uccisi o mutilati, soprattutto durante gli attacchi di gruppi armati contro i civili. La presenza di ordigni esplosivi improvvisati (IED) e residuati bellici esplosivi (ERW) è stata una delle principali cause di morte o lesioni che hanno colpito 94 dei 408 bambini accertati come vittime di questa violazione.

Come afferma Human Right Watch, il governo di transizione, salito al potere con un colpo di Stato del 2021, ha minato gli sforzi per indagare sulle crescenti accuse di atrocità da parte di attori statali. Inoltre, persiste l’impunità per gli abusi passati e in corso da parte di tutti i gruppi armati.

In questo contesto la presenza della compagnia privata russa Wagner, accusata di numerosi crimini, non fa che aumentare le sofferenze dell’inerme popolazione civile, stretta fra le violenze delle milizie e la repressione delle forze di sicurezza governative.

Bisognerebbe impegnarsi per una soluzione politica. Anni di escalation militare, infatti, non hanno pacificato il Paese. Tutt’altro. La guerra si è diffusa in gran parte maggiore del Paese e ha moltiplicato lutti e distruzioni. Ma il caso dell’Ucraina è esemplare: il mondo sembra capire solo il linguaggio delle armi, vanificando ogni sforzo diverso dal mostrare i muscoli.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscaali.it
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Uganda: dopo 102 figli, il patriarca Musa dice:”Basta, sono troppi”

Africa ExPress
Kampala, 4 febbraio 2023

“Sono in troppi, siamo in troppi, non ce la faccio più”, ha esclamato l’ugandese Musa Hasahya Kasera. Il 68enne vive con la sua, a dir poco numerosa famiglia, composta da 12 mogli, 102 figli e ben 578 nipotini, nella provincia di Butaleja, a Bugisa, un villaggio sperduto in mezzo al nulla nel nord dell’Uganda.

Uganda: Musa Hasahya Kasera, padre di oltre 100 figli

L’anziano signore ora ha problemi di salute e due delle sue mogli lo hanno lasciato, perché Musa non è più in grado di provvedere alle necessità essenziali della grande famiglia.

Il cibo scarseggia, mancano i soldi per l’istruzione dei figli, per non parlare del vestiario per tutti componenti. Attualmente è pure disoccupato, inoltre il terreno da coltivare – poco meno di un ettaro – non produce a sufficienza per nutrire tutti.

Musa ha confidato ai reporter di al-Jazeera che inizialmente fare figli era diventato quasi un divertimento e il suo modo di vivere e di procreare ha persino attratto non pochi turisti in quella zona isolata. Ma ora ha deciso di dare un taglio e le sue mogli, in accordo con il patriarca, prendono anticoncezionali per evitare che la famiglia si allarghi ulteriormente.

“Non ricordo nemmeno il nome di tutti miei figli. Solo ora ho capito che sono stato un irresponsabile nel generare così tanti bambini, non sono nemmeno in grado di prendermi cura di tutti loro”, ha spiegato l’anziano papà.

Quasi tutti i discendenti vivono insieme in una casa fatiscente, con il tetto di ferro ondulato arrugginito, altri, sempre nelle vicinanze, in una ventina di capanne di fango ricoperte di erba.

Musa ha un solo fratello, dunque, quando si è sposato per la prima volta nel lontano 1972 e dopo l’arrivo della prima figlia, nata un anno dopo, tutti parenti e amici gli hanno consigliato di contrarre più matrimoni e di generare molti figli, per ampliare il patrimonio familiare.

Il patriarca è sempre stato molto stimato dai suoi compaesani, fino a poco tempo fa è stato un commerciante di bestiame e un macellaio molto in vista in tutta la zona. E, all’epoca, molte famiglie sono state ben felici di offrigli in sposa le proprie figlie, spesso ancora minorenni.

Con il tempo però le cose sono cambiate. Nel 1995 l’Uganda ha vietato i matrimoni con minorenni e la poligamia è consentita solamente in alcune tradizioni religiose.

Alcuni figli e nipoti di Musa

I suoi 102 figli hanno un’età compresa tra 10 e 50 anni, mentre la moglie più giovane ha circa 35 anni. “Sembra disumano, non riesco a ricordare i nomi della mia numerosa prole. So solamente il nome del primo e dell’ultimo nato. Sono le loro mamme che mi aiutano a identificarli tutti”, ha confessato.

Musa non riesce nemmeno tenere a mente il nome di tutte le sue mogli. Ma qui gli viene in aiuto uno dei suoi figli, Shaban Magino, un insegnante di 30 anni che aiuta il padre a gestire gli affari di famiglia ed è uno dei pochi ad aver ricevuto un’istruzione. E ogni mese tutti membri si ritrovano per risolvere eventuali problemi o disaccordi.

Un funzionario locale e responsabile del villaggio di 4.000 anime, ha però elogiato l’anziano padre. Ha detto che nonostante i mille problemi, il patriarca “ha educato i suoi figli molto bene e non ci sono stati scontri tra loro o con gli altri abitanti”.

Africa ExPress
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Uno dei sostenitori del partito conservatore britannico: “La Brexit è un “disastro completo” e “una menzogna totale”

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dal The Guardian
Julia Kollewe
Mar 31 gennaio 2023

Guy Hands, figura di spicco della finanza britannica, ha definito la Brexit un “disastro completo” e un “mucchio di bugie totali” che ha danneggiato gran parte dell’economia.

Guy Hands

Parlando in occasione del terzo anniversario dell’uscita del Regno Unito dall’UE, Hands, fondatore, presidente e chief investment officer della società di private equity Terra Firma, ha dichiarato: “È stato un disastro completo. La realtà è che è stata una situazione perdente per noi e per l’Europa. L’Europa ha perso di più [nei servizi finanziari], ma anche noi abbiamo perso. La realtà della Brexit è che si è trattato di un mucchio di bugie totali.

L’unico modo in cui la Brexit proposta da Boris Johnson avrebbe funzionato era una completa deregolamentazione del Regno Unito e il passaggio a una sorta di utopia di Liz Truss, uno Stato di Singapore, e questo non sarebbe mai accaduto”, ha dichiarato Hands, ex donatore del partito conservatore, al programma Today della BBC Radio 4.

Map of europe with the national flag colours. Brexit referendum UK – United Kingdom, Great Britain or England leaving EU – European Union, British vote to exit.

“La popolazione britannica non avrebbe mai accettato uno Stato in cui il servizio sanitario nazionale sarebbe stato demolito, in cui l’istruzione gratuita sarebbe stata severamente limitata, in cui la regolamentazione in materia di occupazione sarebbe stata stravolta. Erano solo bugie assolute e totali”.

E ha aggiunto: “Il problema più grande, e si può prendere l’autobus della Brexit come buon esempio, sono le bugie che Boris Johnson e il partito conservatore hanno raccontato sul servizio sanitario nazionale. In realtà, quello che hanno fatto è stato gettare il Paese e l’NHS (il servizio sanitario britannico, ndr) sotto un autobus”.

Secondo l’esperto di sondaggi John Curtice, in media i sondaggi indicano che il 57% delle persone nel Regno Unito voterebbe per rientrare nell’UE.

Eddie Truell, veterano della City e forte sostenitore della Brexit, che ha creato la società di private equity Duke Street Capital ed è cofondatore della Pension Insurance Corporation, ha espresso disappunto per la velocità della deregolamentazione nel settore dei servizi finanziari del Regno Unito.

“Speravo che avremmo assistito a una deregolamentazione più rapida di quella che c’è stata”, ha detto, parlando anche a Today. “Abbiamo assistito a un’enorme esplosione positiva nella City dopo il Big Bang degli anni Ottanta: speravo che avremmo visto la stessa cosa”.

Ha dichiarato che la Gran Bretagna ha il più grande surplus commerciale di servizi finanziari al mondo, pari a 87 miliardi di dollari, con un aumento del 10 per cento rispetto al 2020. “Il surplus commerciale del Regno Unito nei servizi finanziari è di enorme importanza per il Paese. Tutto il resto dell’economia beneficia dei servizi finanziari”, ha dichiarato.

“L’uscita dall’UE ha fatto sì che per i servizi finanziari fosse molto più facile commerciare con altri Paesi al di fuori dell’Unione. A mio parere, è stata una perdita per tutti”, ha detto Truell. “L’UE ha probabilmente perso di più a causa del mancato raggiungimento di accordi adeguati sui servizi finanziari, ma anche il Regno Unito non ne ha tratto alcun vantaggio. Ma nel complesso la City è riuscita a orientare le proprie esportazioni verso altre parti del mondo, in particolare verso gli Stati Uniti, Singapore, la Svizzera e così via”.

Julia Kollewe

Questo l’articolo originale in inglese pubblicato dal Guardian

Brexit is a ‘complete disaster’ and ‘total lies’, says former Tory donor

https://amp.theguardian.com/business/2023/jan/31/brexit-lies-tory-billionaire-guy-hands-uk-eu-economy

Questo invece è il commento raccolto da Africa Express dell’ex deputato liberale britannico al Parlamento Europeo, Graham Watson:

L’ex deputato europeo, Graham Watson (a sinistra), e il direttore di Africa Express, MASSIMO ALBERIZZI

Commento originale di Graham:
‘It has taken John Bull six years to wake up to what Jock Tamson foresaw in 2017. Brexit has made the UK poorer and deprived people of opportunities. The big question now is whether Scotland and Northern Ireland will break from England and rejoin the EU’ .
(N.B. John Bull and Jock Tamson are the generic names given to Englishmen and Scotsmen respectively)

Cioè, tradotto in italiano:

‘Ci sono voluti sei anni a John Bull per svegliarsi e capire quello che Jock Tamson aveva previsto nel 2017. La Brexit ha reso il Regno Unito più povero e ha privato le persone di opportunità. La grande domanda ora è se la Scozia e l’Irlanda del Nord si staccheranno dall’Inghilterra e rientreranno nell’UE”.
(N.B. John Bull e Jock Tamson sono i nomi generici dati rispettivamente a inglesi e scozzesi).

Libia-Somalia-Eritrea-Etiopia: traffico di esseri umani, tra il 2017 e 2021 verso l’Europa oltre 200mila migranti

Africa ExPress
2 febbraio 2023

Tra il 2017 e il 2021 oltre 200 mila i migranti sono stati portati in Libia e ridotti in totale stato di schiavitù.

Lo sostiene una ricerca condotta da Mirjam van Reisen, professoressa di Relazioni Internazionali all’Università di Tilburg (Olanda), in collaborazione con Munyaradzi Mawere dell’Università di Unisa, Sudafrica, nochè titolare della cattedra di Studi africani alla Great Zimbabwe University.

Alla studio hanno partecipato anche Klara Smits, dottoranda all’Università di Tilburg, specializzata sulle rotte della tratta di esseri umani dall’Eritrea alla Libia e Morgane Wirtzè dottoranda all’Università di Tilburg, dove svolge ricerche sulla tratta di esseri umani e la violenza sessuale in Libia.

In questi giorni è stato pubblicato  il libro ENSLAVED. Trappedand Trafficked in Digital Black Holes”: Human Trafficking Trajectoriories to Libya”, che comprende il risultato della ricerca degli studiosi.

Molti dei rifugiati che sono approdati in Libia sono eritrei, loro in particolare sono soggetti al traffico e ridotti in schiavitù, subiscono torture, abusi di ogni genere e anche violenze sessuali per costringere i familiari a pagare un riscatto per il loro rilascio.

Se riescono a fuggire dai lager e a raggiungere il Mediterraneo, rischiano di essere intercettati e rispediti in Libia o di morire in mare. Sono queste le conclusioni della ricerca, pubblicate nel libro.

Utilizzando ingegnosi metodi digitali, come una targhetta con un codice elettronico, i trafficanti di esseri umani trasportano i rifugiati attraverso una serie di “buchi neri”, vuoti digitali, in quanto i migranti spesso non hanno accesso a internet e ai più viene persino tolto il cellulare.

Grazie alle tecnologie digitali, i trafficanti controllano l’accesso a internet dei rifugiati che fuggono dai loro Paesi, specie dalla dittatura eritrea.

Molti muoiono lungo il percorso. Durante il periodo di questo studio (2017-2021), si stima che almeno duecentomila rifugiati – uomini, donne e bambini – siano stati vittime della tratta di esseri umani a scopo di estorsione in Libia. Si stima che il giro d’affari del losco traffico si aggiri attorno a un miliardo di dollari.

Nella pubblicazione i ricercatori sostengono  che le disuguaglianze nell’accesso e nel controllo delle tecnologie digitali e di connessione,  hanno contribuito a rendere possibile la tratta, riducendo in totale schiavitù centinaia di migliaia di esseri umani.

Anche le politiche dell’Unione Europea, della Libia e di altri Paesi del Corno d’Africa hanno fatto sì che questo stato di cose perdurasse nel tempo, anzi secondo i ricercatori pare che lo abbiano persino alimentato.

Senza un aiuto legale in conformità con il diritto internazionale, soprattutto  gli eritrei restano intrappolati in un ciclo di traffico di esseri umani dal quale è difficile, se non impossibile, uscire.

La ricerca è nata dal contatto sul posto con  rifugiati, che sono riusciti a inviare registrazioni segrete o a comunicare attraverso i social media. La maggior parte delle interviste con i rifugiati che sono riusciti a fuggire, ha avuto luogo nei Paesi confinanti con la Libia, come Niger, Sudan e Tunisia. Sono stati sentiti direttamente anche rifugiati che sono riusciti a raggiungere l’Europa.

Questo dettagliato studio etnografico identifica le rotte, il modus operandi, l’organizzazione e gli attori chiave, coinvolti nel traffico di esseri umani a scopo di riscatto di rifugiati e migranti.

Il libro fa parte della rete di ricerca GAIC (Universitdi Tilburg) e della serie di studi africani pubblicata da Langaa RPCIG e fornisce un importante contributo alla letteratura sulla tratta di esseri umani, gli studi sulle migrazioni, sulle popolazioni africane, la schiavitù moderna, la protezione sociale e la governance.

All’inizio di quest’anno è stato arrestato in Sudan, eritreo Kidane Zekarias Habtemariam, uno tra i più feroci trafficanti di esseri umani. Il suo arresto è stato possibile grazie al contributo degli Emirati Arabi Uniti e all’Interpol.

Il trafficante era inserito nella lista delle persone più ricercate dall’Olanda.

Grazie alla sua rete capillare, che si estendeva dalla Somalia alla Libia, ha organizzato traffico di migliaia di giovani etiopi, eritrei e somali verso l’Europa, attraverso la Libia. Kidane ha fatto passare l’inferno agli aspiranti richiedenti asilo con torture, violenze, per estorcere denaro ai familiari.

Kidane è stato riconosciuto per le strade di Addis Abeba da un migrante, torturato, da lui stesso. Il criminale è stato poi arrestato per la prima volta in Etiopia nel 2020. Processato per traffico di esseri umani, un anno dopo è riuscito a fuggire dal tribunale federale della capitale etiopica. Grazie alla complicità di agenti di polizia, si è cambiato nei bagni del tribunale prima di lasciare l’edificio in incognito. Mesi dopo, l’Etiopia lo ha condannato in contumacia all’ergastolo.

Negli ultimi due anni, prima del nuovo arresto in Sudan, ha continuato indisturbatamente i suoi loschi traffici. L’Olanda ha chiesto a Khartoum la sua estradizione per traffico di esseri umani tra l’Africa e l’Europa.

Africa ExPress
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La crudele odissea di Mussie il ragazzino fuggito dall’Eritrea e finito torturato in continuazione nei lager libici

 

Altro massacro jihadista in Burkina Faso: i soldati francesi se ne andranno a fine mese mentre arrivano i russi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 febbraio 2023

Il Quai d’Orsay, sede del ministero degli Esteri francese, ritirerà i quattrocento militari delle forze speciali dal Burkina Faso entro un mese, giacché il governo burkinabé ha comunicato ufficialmente a Parigi di voler rescindere l’accordo sulla difesa siglato nel 2018.

Parte dei militari francesi delle forze speciali saranno trasferiti in Niger

Nel mandato dei militari d’oltralpe, pur occupando una caserma vicino alla capitale Ougadougou, non è stato previsto un loro intervento nella lotta contro i terroristi, sempre più attivi nella ex colonia francese.

Il provvedimento preso dalle autorità del Paese, molto simile a quello deciso dal governo di transizione militare in Mali un anno fa contro Barkhane, hanno ovviamente alimentato speculazioni circa un ravvicinamento di Ouagadougou alla Russia, in particolare con il gruppo Wagner, già presente in altri Stati del continente.

Parigi ha fatto sapere che una parte dei suoi militari saranno trasferiti in Niger.

Dopo la richiesta della giunta militare al potere di ritirare le forze speciali francesi, Parigi ha richiamato il suo ambasciatore accreditato a Quagadougou per colloqui. Ma già tempo fa le autorità burkinabé avevano chiesto che Luc Hallade venisse sostituito.

Mentre continuano le bagarre diplomatiche, non si arrestano gli attacchi dei jihadisti nel Paese.  Secondo alcuni comunicati emessi lunedì da autorità locali, nonché dalla forze armate, in due diverse aggressioni sarebbero morte almeno 28 persone, tra questi sia civili che militari.

Continuano senza sosta gli attacchi dei terroristi in Burkina Faso

La prima offensiva da parte dei presunti terroristi risale a domenica scorsa. E, secondo il governatore della regione delle Cascate, nel sud del Paese, al confine con la Costa d’Avorio, sono stati trovati i corpi crivellati di bossoli di 15 persone. vicino al villaggio di Linguekoro.

Un gruppo di uomini armati avrebbe attaccato due automezzi da trasporto, sul quale viaggiavano anche 16 donne, che, insieme a uno degli uomini, sarebbero poi state rilasciate.

Il secondo attacco è avvenuto il giorno seguente, nella regione del Sahel, al confine con il Niger. E, come riferito nel comunicato delle forze armate, i miliziani si sarebbero lanciati contro gendarmi e Volontari della Difesa per l Patria (VDP), che hanno una base a Falagountou.

Mentre in due attacchi dello scorso 25 gennaio, sarebbero state ammazzate una decina di persone a Dassa, nel centro-ovest della ex colonia francese, a soli 140 chilometri dalla capitale. E anche la settimana precedente è stata segnata da diverse altre aggressioni terroriste. Insomma, un inizio dell’anno da dimenticare.

Ibrahim Traoré, presidente di transizione dopo il colpo di Stato del 30 settembre 2022 – il secondo in otto mesi – si è posto l’obiettivo di “recuperare i territori occupati dalle orde di terroristi”, ma finora il problema non è stato risolto. Un terzo del Paese è ancora controllato da vari gruppi armati legati ad Al-Qaeda e all’organizzazione dello Stato Islamico.

Per rafforzare i rapporti con il vicino Mali, il premier Apollinaire Joachim Kyelem de Tambela, si è recato mercoledì a Bamako, dove è stato accolto con tutti gli onori.

Il capo del governo burkinabé, oltre essersi intrattenuto con il suo omologo maliano, Choguel Maïga, è stato ricevuto anche dal presidente della transizione, Assimi Goïta, al quale ha consegnato un messaggio personale del suo omologo Traoré.

Durante il breve soggiorno del premier di Ouagadougo a Bamako, sono state toccate diverse  tematiche tra queste anche la lotta contro il terrorismo e una migliore la collaborazione dei due Paesi in questo ambito. Finora, come precisa Serge Daniel, giornalista ben informato sulle questioni del Sahel, non sono stati resi noti ulteriori dettagli.

Cornelia Isabel Toelgyes
Corneliacit@hotmail.it
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Burkina Faso, rapite e sparite nel nulla oltre 50 donne mentre cercavano cibo nella boscaglia

 

 

 

 

 

Sudafrica, 120 ghepardi voleranno in India per la ripopolazione felina

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
1° febbraio 2023

Centoventi ghepardi sudafricani, nei prossimi 8-10 anni, saranno trasferiti dal Sudafrica all’India. Un tragitto aereo lungo 9.000 km che, entro febbraio, darà seguito alla sua reintroduzione sul suolo indiano. Serviranno a ripristinare la popolazione dello stupendo felino dichiarato estinto dal 1952.

L’invio dei primi 12 ghepardi sudafricani segue gli otto che sono partiti dalla Namibia per l’India centro-settentrionale lo scorso settembre. Sono stati liberati nel Kuno National Park, nello stato di Madhya Pradesh, 435 km a sud di Nuova Delhi. Per capire l’importanza di questo ripopolamento in India, i ghepardi della Namibia sono stati messi in libertà alla presenza del premier indiano Narendra Modi.

ghepardi Kuno National Park
Il Kuno National Park che ospita i ghepardi della Namibia

Il progetto

Il progetto di ripopolamento del felino maculato è coordinato dal dipartimento sudafricano per l’Ambiente (DFFE) in collaborazione con l’Istituto nazionale sudafricano per la biodiversità (SANBI). C’è anche la partecipazione di Parchi nazionali sudafricani (SANParks), Cheetah Range Expansion Project, Autorità nazionale per la conservazione delle tigri (NTCA) e Wildlife Institute of India (WII).

In programma c’è l’introduzione di 100-120 felini. I primi 12 ghepardi donati provengono quattro strutture private. Tre di queste sono aziende turistiche di lusso con riserve private (&Beyond Phinda Private Game Reserve, Tswalu Kalahari Reserve e Mapesu Game Reserve). La quarta è Waterberg Biosphere, ong che si occupa di conservazione e biodiversità.

famiglia di ghepardi
Famiglia di ghepardi (Acinonyx jubatus)

Le consegne annuali dei felini servono a reintrodurre questo animale in vari parchi nazionali e creare turismo locale e posti di lavoro per le comunità dell’area.

Il ghepardo africano

Il ghepardo, come molti animali delle savane africane, è una specie in via di estinzione. Secondo il WWF, negli ultimi cento anni il 90 per cento dei ghepardi è andata perduta: ne sono rimasti 6.600 esemplari. Questo felino caccia nelle savane aperte che gli permettono di individuare meglio le prede e di avvicinarsi mimetizzandosi fino a 70 metri da queste. Recentissimi studi fatti con strumentazioni più precise, dicono che raggiunge i 93 km/h (invece dei 110 dichiarati in precedenza).

Una grande velocità ma una breve resistenza: se non riesce a cacciare in 300 metri deve rinunciare. Inoltre in questo brevissimo percorso di caccia deve riuscire a uccidere la preda e portarne via una parte prima che arrivino iene, leoni e avvoltoi a rubarla. La sua preda preferita è la gazzella di Thomson che corre a 64 km/h ma caccia anche antilopi e ungulati più piccoli.

I ghepardi della Namibia e quelli che invierà il Sudafrica sono della famiglia Acinonyx jubatus, presenti in Africa australe. Storicamente, questi felini vivevano in tutto il Medio Oriente, nell’India centrale e nella maggior parte dell’Africa sub-sahariana. Oggi in Iran ce ne sono una settantina, numero insufficiente per cederne alcuni all’India. I peggiori pericoli per la loro sopravvivenza sono il bracconaggio e la perdita del loro habitat utilizzato sempre più per l’agricoltura umana.

Sandro Pintus
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I drammatici cambiamenti climatici riducono il lago Ciad provocando conflitti per la sopravvivenza e migrazioni

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 gennaio 2023

Le crisi nel mondo sono troppe, molte di queste sono cadute nell’oblio totale della maggior parte dei media internazionali. Tra queste emergenze c’è anche il dramma delle persone che popolano il bacino del Lago Ciad, situato nella parte centro-settentrionale dell’Africa sui confini di Nigeria, Niger, Ciad e Camerun.

Bacino del Lago Ciad

Dal 2014 ad oggi le persone in fuga dai sanguinari terroristi Boko Haram – sempre molto attivi nel nord-est della Nigeria e nei Paesi confinanti – cercano rifugio e protezione in quest’area.

Secondo fonti ufficiali, degli 11,3 milioni di persone che necessitano di aiuti umanitari per sopravvivere nel bacino, almeno 3 milioni sono sfollati, costretti a fuggire dalle loro case a causa di incessanti violenze dei jihadisti. Intere comunità vivono nell’incertezza, senza sapere se potranno mai tornare a casa.

La crisi umanitaria nella zona è in netto peggioramento, ha fatto sapere Joyce Msuya, assistente del segretario generale per gli Affari umanitari e vice coordinatore degli aiuti di emergenza dell’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), in occasione della terza conferenza sulla regione del Lago Ciad, che si è tenuta il 23-24 gennaio a Niamey, capitale del Niger.

All’incontro hanno partecipato rappresentanti di una trentina di Paesi, nonché esponenti di organizzazioni internazionali e della società civile. Tutti i convenuti hanno concordato di voler di lavorare insieme per dare risposte coordinate e sostenibili a livello locale. A tale scopo sono stati annunciati oltre 500 milioni di dollari per far fronte alle necessità delle popolazioni della regione del bacino del Lago Ciad.

Dopo oltre 10 anni dall’inizio della crisi, il conflitto nel bacino del Lago Ciad non mostra segni di attenuazione. La violenza contro la popolazione civile rimane a livelli preoccupanti, costringendo 11 milioni di persone e più a lottare ogni giorno per la propria sopravvivenza.

E, secondo un rapporto presentato da Refugees International, un’organizzazione umanitaria indipendente, siccità, inondazioni e il restringimento del lago Ciad, causati in parte dal cambiamento climatico, stanno alimentando conflitti e migrazioni nella regione.

“Le risposte internazionali alla crisi del bacino del lago Ciad si sono concentrate esclusivamente sulla presenza di gruppi armati”, ha precisato Alexandra Lamarche, che ha elaborato gran parte del rapporto di Refugees International, sottolineando che “per troppo tempo non si è prestata sufficiente attenzione al modo in cui il cambiamento climatico sta alimentando violenze e  sfollamento”.

Sfollati e rifugiati nel Bacino del Lago Ciad

Anche il vicepresidente del Comitato internazionale della Croce Rossa, Gilles Carbonnier, è allarmato dell’attuale situazione. “Malgrado tutti gli sforzi messi in campo fino ad oggi, migliaia di famiglie continuano a vivere in condizioni estremamente precarie, inoltre hanno accesso limitato all’assistenza sanitaria e all’istruzione.

Infatti, la siccità, i cambiamenti climatici, la condizione del lago stesso, che un tempo era tra i più grandi di tutta l’Africa, si è ridotto negli ultimi cinquant’anni del novanta per cento per l’eccessivo utilizzo delle sue acque, Nel 1963 la superficie del lago era di ventiseimila chilometri quadrati oggi non raggiunge nemmeno millecinquecento chilometri quadrati.

L’agenzia meteorologica dell’ONU non prevede miglioramenti, anzi, ha lanciato un nuovo allarme circa i cambiamenti climatici: è probabile che gli eventi estremi diventino più abbondanti, causando siccità e inondazioni più frequenti, con impatti sulla sicurezza generale, nonché quella alimentare in tutta la regione.

Popolazione colpita dalla crisi nel Bacino del Lago Ciad

La signora Msuya ritiene necessario che gli sforzi umanitari, di sviluppo, di pace e di stabilizzazione debbano essere meglio integrati, se si vuole portare la pace nella regione per poter garantire alle persone una migliore qualità di vita.

“Per realizzare questo, dobbiamo cambiare il nostro modo di intervento, cioè lavorare direttamente con le comunità e mobilitare le istituzioni finanziarie internazionali e il settore privato. Inoltre, Il nostro impegno deve essere programmato in decenni, non in anni”, ha dichiarato infine l’alto funzionario dell’ONU.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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