Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
Harare, Maggio 2023
Le colpe dei padrini stanno ricadendo sui figli. Succede nel calcio, succede in Zimbabwe.
Prendiamo Jordan Bhekithemba Zemura, 23 anni: è il primo calciatore dello Zimbabwe ad approdare in Serie A. Ha da poco firmato un contratto fino al 2027 con l’Udinese, che lo ha strappato alla società inglese Bournemouth, dove il giovane atleta gioca dal 2019.
Jordan Zemura, zimbabwese, calciatore dell’Udinese
Jordan è nato a Londra, ma da genitori provenienti dal Paese dell’Africa meridionale (ex Rhodesia): il padre da Murehwa (cittadina a nord di Harare), la madre di Wedza (a sud della capitale). Nonostante i suoi natali inglesi, l’atleta ha scelto senza esitazione la nazionalità dei genitori e dal 2020 è una colonna difensiva degli Warriors, come viene chiamata la nazionale dello Zimbabwe.
Una stella calcistica nascente, ma, purtroppo, con un grave handicap: la sua carriera internazionale è sul punto di essere soffocata in culla dallo scandalo che da 17 mesi sconvolge la dirigenza calcistica del suo Paese.
Cosi come rischiano di dissolversi i sogni di gloria di altri suoi celebri colleghi affermatisi all’estero. Citiamo Teenage Adebe, 27 anni, Tatenda Mkuruwa (Stati Uniti), Tenday Darikwa, 31, Brendan Galloway; 27, Marvelous Nakamba; 29, David Moyo; 28, Macauley Bonne, 27 (UK), Marshal Munetsi, 27, (Francia), Tino Kadewere, 27 e Martin Marisa, 25 (Spagna).
Segretario generale ZIFA, Felton Kamambo
Questa giovane e brillante colonia straniera dell’ex Rhodesia, dal novembre 2021, ha dovuto dire addio a molti sogni di gloria: da quando cioè il presidente della Football Association Zimbabwe-ZIFA, l’organismo che governa il calcio locale, Felton Kamambo, il segretario generale, Josephe Mamutse, il vicepresidente e responsabile finanziario Philemon Machana e altri tre alti dirigenti (Farai Jere, Sugar Chagonda e Barbara Chikos) sono stati sospesi e poi arrestati in seguito a un’indagine della SRC, la commissione governativa sport e ricreazione.
Le accuse sono scese come una valanga sui boss, o padrini, del pallone: incapacità gestionale e finanziaria (2 milioni di dollari statali finiti chissà dove), abusi sessuali su tre donne arbitro.
Proprio il capo degli arbitri, Albert Zhoya, è stato cacciato per 5 anni e multato per 20 mila dollari in quanto ritenuto responsabile di queste molestie. Tutti si dichiarano innocenti e respingono con determinazione le accuse.
Però, partita l’inchiesta della SRC, è intervenuta la Fifa, responsabile mondiale del pallone. Che, regolamento alla mano, ha bandito da tutte le competizioni estere e interne le squadre e la nazionale di Harare. (Un bando simile ha colpito anche il Kenya e lo Sri Lanka, ma Nairobi è stata già recuperata e cancellata dall’elenco dei reprobi).
Immediate le conseguenze per lo Zimbabwe. Sono stati tagliati i finanziamenti per lo sviluppo dello sport nella Repubblica (addestramento giovanile e arbitrale), il calcio non ha potuto prendere parte alle competizioni continentali e internazionali: AFCOA 2023 (Coppa africana della nazioni), COSAFA CUP (torneo annuale per le nazionali dell’Africa meridionale), Chan (Campionato delle nazioni africane riservato solo a calciatori che giocano nel continente nero), Coppa dei campioni africana, qualificazioni per la Coppa U23. Quest’ultima apre le porte alle Olimpiadi del 2024, e le eliminatorie si disputano il mese prossimo in Marocco.
Quel che è peggio è che viene messa in pericolo la partecipazione alla 23a edizione dei campionati mondiali di calcio 2026, che si disputeranno tra Messico, USA e Canada.
È vero che – come ha documentato una recente inchiesta di Al Jazeera – tra i 16 milioni di zimbabwesi il calcio è seguitissimo. I tifosi dello sport più popolare – già straziati da una crisi economica profonda – hanno cercato di consolarsi aumentando la frequenza negli stadi per seguire il campionato locale. La presenza sugli spalti si è moltiplicata: da una media di 2000 presenze si è passati a 15 mila (il biglietto costa 2 dollari).
Tuttavia la mancanza di una platea mondiale è molto sentita. Soprattutto da parte degli sponsor, (per lo più multinazionali coinvolte nell economia locale, in particolare nel settore minerario) che non si accontentano del mercato interno. E da parte dei calciatori che vedono svanire, appunto, i sogni di gloria sul palcoscenico mondiale.
Inutilmente il controverso presidente dello ZIFA, Felton Kambambo e i suoi sodali, hanno tentato di convincere la Fifa a … bandire il bando. Il provvedimento di sospensione dell’espulsione potrebbe avvenire solo se la commissione SRC facesse cadere le accuse.
Ma Kirsty Leigh Coventry Seward, 39 anni, la ministra della Gioventù, Sport, Arti, Ricreazione, ex super campionessa olimpionica del nuoto, (bianca, bionda, e “ragazza d’oro nazionale”, come la definì Robert Mugabe) è stata chiara è irremovibile:”Gli indagati non torneranno più al loro posto, devono rendere conto di che fine abbiano fatto 2 milioni di dollari statali e degli abusi sessuali. Faremo pulizia fino in fondo”.
Nei giorni scorsi una commissione della Fifa si è recata ad Harare per controllare come procede il repulisti. Il tempo stringe. La presenza a tornei internazionali continentali e internazionali o è già saltata o è in pericolo. Soprattutto ai mondiali del 2026. Occasione imperdibile: per la prima volta le squadre dei partecipanti passeranno da 32 a 48.
E allora i calciatori che temono di veder sfiorire le loro speranze si sono mossi. Hanno lanciato un appello disperato: “Ma che colpa abbiamo noi? ridateci il proscenio mondiale!”.
Il Maygoma House, il più grande orfanatrofio di Khartoum, è stato teatro di una agghiacciante tragedia: una cinquantina di piccoli ospiti è morta di fame perché nessuno è riuscito a nutrirli. Un massacro che rappresenta la malvagità di questa assurda guerra che si sta consumando dal 15 aprile in Sudan.
Morti 50 piccoli ospiti in un orfanatrofio di Khartoum, Sudan
Le due fazioni, le truppe paramilitari Rapid Support Forces capeggiate dall’ex vicepresidente del Paese, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, da una parte e le forze armate sudanesi comandate da Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e di fatto capo di Stato dell’ex condominio anglo-egiziano dall’altra, continuano i combattimenti, mettendo in ginocchio la popolazione intera. Oltre 1,3 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case, cercando rifugio in campi per sfollati o nei Paesi limitrofi. I morti non si contano più; sono centinaia, tra loro anche molti minori, compresi neonati e bambini piccoli.
E nel più grande orfanatrofio del Paese dall’inizio della guerra sono morti almeno cinquanta piccolissime creature, perché nessuno ha più potuto nutrirle. Sì, proprio così.
Il personale non è più riuscito a recarsi sul posto di lavoro a causa dei continui combattimenti e bombardamenti che hanno e stanno tutt’ora insanguinando le strade della capitale sudanese.
Oggi ne ha parlato anche la Reuters, e non solo. Abeer Abdullah, un medico della struttura, ha fatto di tutto appena scoppiata la guerra. Correva da una parte all’altra, insieme al poco personale rimasto per accudire centinaia di piccoli. Il loro pianto disperato si sentivano in tutto l’edificio, malgrado gli spari e i colpi di artiglieria pesante nei dintorni.
Ma senza lo staff necessario, è difficile prendersi cura di tutti i bambini, molti, moltissimi sono morti per grave malnutrizione e disidratazione, ha raccontato la dottoressa Abdullah. Per non parlare dei neonati, creature fragili, deceduti anche a causa di febbri altissime.
“Avrebbero dovuto ricevere il biberon ogni tre ore. Ma non c’era nessuno. Abbiamo tentato con una terapia endovenosa, ma il più delle volte non siamo riusciti a salvare i piccoli”, ha poi aggiunto il medico.
I decessi giornalieri sono saliti di giorno in giorno, ha raccontato il dottore. Almeno 50 bambini – tra questi oltre 20 neonati – sono morti nell’orfanotrofio nelle sei settimane dallo scoppio della guerra. E venerdì, 26 maggio ben 13 bambini sono spirati, scriviamolo anche in lettere: tredici piccoli sono morti in un solo giorno, vittime di questa guerra.
Un funzionario dell’orfanatrofio e un medico volontario che sta prestando servizio nella struttura in questo periodo di guerra, hanno confermato le morti.
Sono indescrivibili le sofferenze di questi piccoli morti soli nelle loro culle, senza cibo e senza la dolce carezza di una mamma o di una persona cara.
La guerra del Sudan è sparita dalle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Ma la morte di questi bimbi indifesi non potrà essere cancellata.
Gli Stati Uniti hanno accusato il gruppo paramilitare russo Wagner di aver fornito missili terra-aria alle RSF (Rapid Support Forces), il cui leader è l’ex vicepresidente del Sudan, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, in conflitto con le forze armate sudanesi, capitanate da Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e di fatto capo di Stato dell’ex condominio anglo-egiziano.
Mohamed Hamdan Daglo, detto Hemetti, capo delle RSF e ex numero due della Giunta Militare di Transizione
Secondo alcuni media, Wagner avrebbe fornito attrezzature militari, tra cui missili terra-aria, alle RSF per supportarle nel conflitto contro l’esercito regolare. I combattimenti tra le due parti sono scoppiati il 15 aprile scorso e finora sono morte centinaia di persone e 1,3 milioni hanno dovuto lasciare le proprie case.
In base a quanto riporta la CNN, le RSF hanno ricevuto dal gruppo Wagner missili, necessari alla lotta senza quartiere di Dagalo contro l’esercito sudanese. Il network televisivo e il suo sito web con base a Atlanta, negli Stati Uniti, hanno precisato che tale informazione è stata confermata da fonti sudanesi e diplomatici della regione.
Le affermazioni della CNN sono supportate da immagini satellitari dalle basi di Wagner nella vicina Libia. Lì i contractor russi sono schierati a sostegno di Khaifa Haftar, il generale che comanda l’Esercito nazionale libico. Ma in quelle basi sono dislocati anche i paramilitari dell’RSF che da anni stanno combattendo a fianco delle truppe di Haftar.
E non si esclude, secondo quanto ha riportato Africa Intelligence già alla fine di aprile, che Wagner abbia anche tentato di portare di propria iniziativa materiale bellico in supporto delle RSF nell’est del Sudan dalla vicina Repubblica Centrafricana.
Intanto regna una relativa calma in Sudan, dopo la tregua per motivi umanitari siglata tra le parti sabato scorso a Gedda (Arabia Saudita). Dalla fine di questa settimana sono state finalmente consegnate forniture mediche ai pochi ospedali di Khartoum ancora funzionanti, ma quasi completamente sprovvisti di medicinali e altri equipaggiamenti sanitari. Anche il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha annunciato l’arrivo di cibo per persone che vivono ancora nella capitale. Purtroppo però in molte zone della città e del Paese non è stato possibile consegnare gli aiuti.
I combattimenti non sono però terminati: sporadici scontri sono stati segnalati in varie zone della città, specie di notte. E proprio poche ore fa, in una dichiarazione congiunta, Washington e Riyadh hanno chiesto un’estensione dell’attuale tregua, la cui scadenza è prevista per lunedì alle 21.45.
USA e Arabia Saudita hanno inoltre accusato le parti in conflitto di aver violato ripetutamente il cessate il fuoco, e ciò “ha ostacolato in modo significativo la fornitura di assistenza umanitaria e il ripristino dei servizi essenziali”.
Sia Washington che Riad hanno menzionato, tra l’altro, attacchi aerei da parte dell’esercito e uno di questi avrebbe ucciso almeno due persone a Khartoum sabato scorso. L’RSF è anche accusata di continuare a occupare case civili, aziende private ed edifici pubblici e di saccheggiare abitazioni.
Sin dall’inizio del conflitto, gran parte dei combattimenti si sono svolti nella capitale Khartoum e nella regione occidentale del Darfur, vicino al confine con il Ciad. E in un tweet di poche ora fa, il governatore del Darfur, nonché leader di SLM-MM, Mini Minnawi, ha scritto: “Invito tutti i nostri onorevoli cittadini, il popolo del Darfur, vecchi e giovani, uomini e donne, a prendere le armi per proteggere le loro proprietà”.
Genina e diverse aree del Darfur occidentale sono state teatro di scontri tribali tra le tribù Masalit (di origine africana) e arabe (una volta conosciuti con il nome di janjaweed) poco dopo l’inizio delle ostilità tra l’esercito sudanese e le Forze di supporto Rapido a Khartoum.
Milizie arabe, sostenute dalle RFS, hanno lanciato attacchi a tappeto a Genina. Gli scontri intertribali hanno provocato la morte di oltre 500 persone, la distruzione massiccia delle infrastrutture e il completo blackout delle reti elettriche, idriche e di comunicazione.
Sudan: case e campi per sfollati bruciati nel Darfur occidentale
E pochi giorni fa, secondo quanto ha riferito un esponente di SLM-MM (acronimo per Sudan Liberation Movement-Minni Minnawi), una forza congiunta di 19 veicoli militari appartenenti a Gathering of Sudan Liberation Forces (GSLF), SLM-MM e Justice and Equality Movement (JEM) ha subito un’imboscata da parte delle truppe della RSF, sostenute da uomini armati affiliati a tribù arabe.
Minnawi è un ex ribelle e durante la guerra del Darfur ha combattuto contro i janjaweed, i diavoli a cavallo, che stupravano le donne, uccidevano gli uomini e sequestravano i bambini. Molti ex janjaweed fanno ora parte delle RSF.
Intanto il presidente del Sudan ha chiesto al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, di sostituire Volker Perthes, capo della missione ONU nel Paese. Perthes si trova attualmente a New York, dove all’inizio della settimana ha informato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione in Sudan. Secondo fonti del ministero degli Esteri di Khartoum, l’inviato di Guterres non potrà fare ritorno nel Paese, che non concede visti agli stranieri dall’inizio del conflitto.
Né il Consiglio sovrano e tantomeno l’ONU hanno rilasciato copie ufficiali della lettera di al-Burhan a Guterres con la richiesta di sostituire Perthes.
E ieri il giornale online Sudan Tribune ha scritto che il presidente sudanese avrebbe sospeso il suo ministro degli Esteri Ali al-Sadiq per mancato adempimento dei suoi doveri in seguito al conflitto armato con le RFS.
Al-Burhan avrebbe dato l’incarico a Mohamed Osman al-Hadi, ex ambasciatore e direttore dell’ufficio dell’ex ministro degli Esteri e leader islamista Ali Karti. Finora però non sono state rilasciate conferme ufficiali.
L’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) ha detto che la situazione in Malawi è estremamente preoccupante per i migranti nel Paese.
Il 17 maggio scorso il governo di Lilongwe ha arrestato 377 rifugiati, tra questi anche 117 bambini. In seguito le persone sono state trasferite con la forza nel campo per profughi di Dzaleka, allestito dalle autorità malawiane.
Campo per rifugiati Dzaleka, nel distretto di Dowa, Malawi
Molti rifugiati gestivano piccole attività commerciali, che gli permettevano di vivere dignitosamente. Ora le autorità hanno messo i sigilli ai loro negozi nel sobborgo di Lilongwe, la capitale del Malawi.
Il governo ha messo in pratica le drastiche misure al fine di raggruppare tutti rifugiati in un campo. Con una direttiva del 17 marzo scorso, le autorità hanno ordinato a tutti i rifugiati e richiedenti asilo che vivono nelle aree urbane e rurali, di tornare volontariamente al campo entro il 15 aprile 2023; in caso contrario avrebbero rischiato l’arresto.
Il portavoce del ministero per gli Affari interni, Patrick Botha, ha fatto sapere che 920 rifugiati, che si erano insediati altrove, sono stati riportati a Dzaleka.
Il governo ha accusato i rifugiati di aver lasciato il campo senza seguire le procedure adeguate. L’operazione di rastrellamento è iniziata a Lilongwe ed è stata estesa anche ad altri distretti. “Trattantosi di una questione di sicurezza nazionale, al momento attuale il governo non è in grado di fornire una tempistica. Procederemo finché tutti gli stranieri non saranno ritornati a Dzaleka”, ha specificato il portavoce. nel distretto di Dowa, a circa 60 km da Lilongwe.
Valentin Tapsoba, direttore dell’Ufficio regionale dell’UNHCR per l’Africa meridionale, ha chiesto nuovamente alle autorità di annullare il trasferimento forzato dei migranti, poiché le strutture presenti nel campo sono oltre il limite della capienza. “Non può accogliere altre persone in modo dignitoso”, ha sottolineato Tapsoba.
Secondo l’UNHCR, il campo ospita attualmente oltre 50.600 persone, ma è stato concepito per l’accoglienza di 12.000. I rifugiati provengono principalmente dalla Repubblica Democratica del Congo, dal Burundi e dal Ruanda.
Botha, pur riconoscendo il sovraffollamento del campo, ha negato categoricamente che il suo governo sta abusando dei diritti dei rifugiati. “Stiamo trattando tutti in modo dignitoso, stiamo verificando lo status di rifugiato e il permesso di soggiorno di ognuno di loro”.
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Oggi, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha imposto sanzioni a Ivan Aleksandrovich Maslov, capo del gruppo paramilitare russo Wagner in Mali. I Wagner operano nel Paese subsahariano dal 2021.
Già qualche giorno fa Washington aveva individuato il Mali come Paese terzo utilizzato per aiutare la Russia a nascondere l’acquisto di armi per la guerra in Ucraina. Secondo gli Stati Uniti, queste armi potrebbero transitare dalla ex colonia francese grazie ai contractor russi.
Matthew Miller, portavoce del dipartimento di Stato a Washington ha sollevato la questione già all’inizio della settimana. E ha specificato: “Siamo stati informati che Wagner sta cercando di far transitare acquisizioni di materiale bellico per la guerra russa in Ucraina attraverso il Mali e sarebbe disposto a usare documenti falsi per effettuare le transazioni”.
“Non abbiamo ancora ricevuto alcuna indicazione che queste acquisizioni siano andate a buon fine, ma stiamo monitorando attentamente la situazione”, ha aggiunto Miller.
Se l’informazione venisse confermata, i mercenari russi userebbero il Mali per compensare la loro carenza di armi in Ucraina.
Secondo la stampa americana, che cita fonti dell’intelligence statunitense, gli armamenti in questione sarebbero essenzialmente munizioni, mine esplosive, droni e radar di contro-batteria utilizzati per il rilevamento di tiro dell’artiglieria nemica.
Washington non ha finora menzionato i Paesi di provenienza delle armi, anche se in passato ha accusato Turchia e Corea del Nord di fornire missili e razzi a Wagner per la guerra in Ucraina.
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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes 24 maggio 2023
Secondo quanto riportano alcune fonti locali, le 30 donne, tutte non più giovanissime, sequestrate venerdì scorso nella regione del Nord-Ovest – una delle due province anglofone del Camerun – sono state tutte liberate.
Camerun: donne sequestrate, protestavano contro una tassa imposta dai separatisti della minoranza anglofona
Alcune sono ora in precarie condizioni di salute, dopo essere state malmenate e rapite da un gruppo di separatisti a Kedjom Keku.
Parecchie donne hanno riportato ferite alle braccia e alle gambe. Alcune sono state accompagnate in moto verso centri sanitari. Altre sono ancora nelle loro case, perché necessitano di un’ambulanza o quanto meno di un veicolo per raggiungere l’ospedale del capoluogo del Nord-Ovest, Bamenda, che dista pochi chilometri da Kedjom Keku. Ma è impossibile raggiungere la città n auto: i separatisti hanno bloccato la strada con tronchi di alberi.
La scorsa settimana, un gruppo di donne è sceso nelle strade e nelle piazze per protestare contro una tassa che i separatisti hanno imposto ai residenti: 0,80 centesimi per ogni allievo delle elementari, circa 8 euro per le donne e quasi 16 per ogni uomo adulto. Anche il capo tradizionale di Kedjom Keku è furibondo per l’assurda richiesta dei separatisti e ha detto: “Non possiamo lasciare il nostro territorio in mano ai terroristi”. Mentre i ribelli hanno precisato che la tassa serve per finanziare il loro “sforzo bellico per l’indipendenza”.
I secessionisti, apostrofati appunto come terroristi dalle autorità, non hanno gradito la protesta delle madri e nonne e hanno rapito una trentina di loro a suon di bastonate.
Da oltre sei anni le due province anglofone, Nord-Ovest e Sud-Ovest, sono teatro di sanguinari scontri tra i secessionisti della minoranza di lingua inglese e le forze dell’ordine e di sicurezza camerunensi.
Il conflitto nelle due zone anglofone del Camerun inizia alla fine del 2016, dopo la decisione del presidente-dittatore Paul Biya, al potere dal oltre 40 anni, di voler spostare gli insegnanti francofoni nelle scuole anglofone. Da sono continui gli scontri tra ribelli indipendentisti e l’esercito regolare. I separatisti, che vorrebbero trasformare le due regioni in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”, denunciano da anni la loro marginalizzazione da parte del governo centrale e della maggioranza francofona.
Il presidente del Camerun, Paul Biya, al potere da 40 anni
Solamente in 2 delle 10 province del Camerun si parla inglese. All’inizio del ‘900 il Paese era una colonia tedesca. Dopo la prima guerra mondiale nel 1919, è stata divisa tra Francia e Gran Bretagna, secondo il mandato della Lega delle Nazioni. La parte francese, molto più ampia, aveva come capitale Yaoundé, mentre quella inglese era stata annessa alla Nigeria, si estendeva fino al Lago Ciad e aveva per capitale Lagos. Gli inglesi erano poco presenti in questa regione, la loro attenzione era concentrata sui territori dell’attuale Nigeria.
Il sanguinario conflitto ha causato finora più di 6.000 vittime, e oltre un milione di persone hanno lasciato le loro case.
Alcuni gruppi armati ribelli secessionisti rapiscono civili per chiedere un riscatto. Commettono inoltre omicidi mirati contro rappresentanti delle autorità, ma anche contro civili accusati di “collaborare con l’esercito”.
Tali violenze vengono regolarmente denunciate dalle ONG internazionali e dall’ONU, ma accusano anche l’esercito di abusi contro i civili: esecuzioni sommarie, torture e persino incursioni e uccisioni nei villaggi.
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Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
23 Maggio 2023
Si rafforza la cooperazione militare-industriale tra Rabat e Gerusalemme. Il sito web dell’esercito del Regno del Marocco ha pubblicato un video in cui si vede operare in un’esercitazione a fuoco di un reparto di artiglieria, il sofisticato sistema missilistico PULS (Precise & Universal Launching Systems) prodotto dall’azienda israeliana Elbit System.
Le forze armate marocchine avrebbero acquistato i lanciatori PULS insieme al sistema modulare integrato C4I (ovvero Comando, Controllo, Comunicazione, Computer e Intelligence) “Combat NG”, anch’esso prodotto da Elbit Systems.
“Il sistema PULS risponde ai bisogni delle forze di artiglieria nei diversi scenari dei campi di battaglia moderni e assicura la continua disponibilità di un supporto di fuoco massiccio ed efficace”, spiegano i manager dell’industria bellica israeliana.
Ogni batteria può lanciare 36 missili “Accular” da 122 mm con una gittata di 35 km, 20 missili “Accular” da 160 mm (fino a 40 km di distanza), 8 missili “EXTRA” (fino a 150 km) o 4 missili balistici tattici “Predator Hawk” in grado di colpire bersagli fino a 300 km di distanza. Il Regno del Marocco avrebbe scelto i camion “Tatra” di produzione ceca per il trasporto dei lanciatori. “Il sistema di artiglieria PULS conferisce alle forze armate marocchine una superiorità tattica assoluta in Africa settentrionale”, commentano gli analisti militari.
L’acquisto del potente sistema bellico è stato effettuato nell’ambito dell’accordo di cooperazione sottoscritto nel novembre 2021 dall’allora ministro della Difesa di Israele, Benny Gantz, e l’omologo del Regno del Marocco, Abdellatif Loudiyi. “Il memorandum assicura una solida cornice giuridica che formalizza le relazioni nel settore militare tra i due Paesi e stabilisce il fondamento che supporterà ogni futura cooperazione”, aveva dichiarato in proposito l portavoce del ministero della difesa israeliano. “I nuovi legami bilaterali accresceranno la collaborazione nei settori dell’intelligence, della collaborazione industriale, dell’addestramento militare, ecc.”.
Sistema israeliano Puls acquistato dal Regno del Marocco
All’accordo tra i ministri della Difesa è seguito nel marzo 2022 un protocollo di cooperazione tra il ministero dell’Industria e il commercio del Marocco e la maggiore delle aziende del comparto industriale-militare israeliano, IAI – Israel Aerospace Industries, per l’avvio della produzione di parti interne di cabine, motori e aerostrutture. Il protocollo ha previsto pure la realizzazione nel Paese nordafricano di un centro di ricerca e sviluppo ingegneristico per la fornitura di componenti aeree all’industria nazionale marocchina, grazie all’assistenza e alla consulenza tecnica di IAI.
“Dalla sottoscrizione dell’accordo di normalizzazione, mediato dall’amministrazione Trump nel 2020, i due Paesi hanno firmato oltre una trentina di intese e memorandum che riguardano i settori della difesa, del commercio e dell’agricoltura”, annota il comandante dell’Esercito italiano Antonino Lombardi in Difesaonline. “Le profonde interazioni che scaturiscono dall’accordo di cooperazione militare producono reciproci vantaggi: il Marocco ha un accesso diretto alle tecnologie della difesa mediorientale ed Israele confida in una crescente accettazione e presenza nell’Africa del nord”.
Il altre parole il Marocco ha ottenuto un grande aiuto per combattere il Fronte Polisario e Israele ha sottratto un importante alleato alla popolazione palestinese da sempre in lotta contro l’espansionismo dello Stato ebraico.
Sempre secondo Lombardi, l’esercito marocchino sarebbe desideroso di rafforzare le proprie capacità specie nel settore degli aeromobili a pilotaggio remoto. “Il Marocco considera sempre più la cooperazione militare con Israele come un potenziale deterrente all’aggressione del Fronte Polisario e, in misura minore, dell’Algeria”, aggiunge l’ufficiale. “Tuttavia, questa posizione e la sua recente corsa all’acquisto di armi stanno aggravando le tensioni diplomatiche con Algeri”.
Il Fronte Polisario lotta da 50 anni per l’indipendenza dell’ex Sahara Spagnolo dove vive la popolazione saharawi.
I primi due anni di cooperazione militare sono stati segnati dall’acquisto del Marocco di alcuni sistemi di difesa d’area “Barak MX ADS” di produzione delle industrie aerospaziali israeliane, per il valore di 500 milioni di dollari. Il “Barak MX ADS” è un sistema missilistico “in grado di difendere contro minacce aeree multiple e simultanee, come ad esempio missili da crociera, droni, elicotteri, provenienti da fonti e distanze differenti”. Del sistema esistono modelli differenti: il “Barak MRAD” che ha un raggio operativo di 35 km; il “Barak LRAD” di 70 Km; il “Barak ER” di 150 km.
Il Marocco ha acquistato da Israel Aerospace Industries anche una partita di droni kamikaze (velivoli senza pilota armati di bombe ed esplosivi che si fanno esplodere al momento dell’impatto con l’obiettivo) del tipo “Harop”. L’“Harop” è un aereo senza pilota di piccole dimensioni (2,5 metri di lunghezza), ma può trasportare un carico di esplosivi di 20 kg e volare per sette ore consecutive sino a 1.000 kilometri di distanza. La commessa dei droni kamikaze è costata intorno ai 22 milioni di dollari; le autorità di Rabat si sarebbero inoltre impegnate a realizzare due fabbriche per la produzione di UAV “Harop” nella regione di Al-Aoula.
A fine ottobre 2022 la testata online marocchina Le Desk ha reso noto l’acquisto da parte dell’esercito di 150 droni tattici “WanderB” e “ThunderB” dall’azienda BlueBird Aero Systems di proprietà al 50% del governo israeliano. I velivoli erano stati testati durante l’esercitazione Maroc Mantlet 2022 che ha simulato interventi militari in caso di calamità naturale.
Sempre secondo Le Deskl’ordine risalirebbe all’anno precedente e molti velivoli “sarebbero già operativi con un contratto del valore di 50 milioni di dollari che ne prevede la produzione parziale in Marocco”. I “ThunderB” e “WanderB” sono utilizzati per operazioni di intelligence, sorveglianza, targeting e ricognizione (ISTAR), per la “sicurezza” delle frontiere, l’ordine pubblico, la protezione dei convogli e delle forze e l’osservazione dell’artiglieria. Il “WanderB” ha un’autonomia di volo di 2 ore e mezza e un raggio di azione di 50 km; il “ThunderB” può volare ininterrottamente per 12 ore fino a 150 km di distanza.
Nelle stesse settimane è stato annunciato pure un accordo israelo-marocchino nel settore della “difesa aerea”: il sito specializzato Israel Defence, riportando fonti ufficiali d’intelligence nazionali, ha rivelato il trasferimento alle forze armate di Rabat di un sistema top secret per la guerra elettronica e la raccolta di segnali radar, prodotto da Elbit Systems.
Israel Defence aggiunge che nel novembre 2021 il Regno del Marocco aveva acquistato anche alcuni sistemi antidroni dall’azienda Skylock Systems Ltd di Kefar Sava (distretto centrale di Israele).
Parallelamente è cresciuta la collaborazione tra i due Paesi nel settore addestrativo. Nel luglio 2022 tre ufficiali delle forze armate israeliane hanno partecipato in qualità di “osservatori” alla maxi-esercitazione militare African Lion, condotta in Marocco sotto il comando dell’U.S. Africa Command e delle forze armate marocchine. “La partecipazione di Israele all’esercitazione rappresenta un passo addizionale nel rafforzamento delle relazioni nel campo della difesa tra i due paesi”, riportò allora Israel Defense. “Inoltre essa costituisce una continuazione alla partecipazione delle unità controterrorismo delle forze armate del Marocco all’esercitazione multinazionale tenutasi in Israele lo scorso anno”.
Sempre nel luglio 2022 il generale Aviv Kohavi si è recato in Marocco per incontrare l’ispettore generale delle forze armate reali Belkhir el-Farouk. Quella del generale Kohavi è stata la prima visita ufficiale di un capo dell’esercito israeliano ed è stata seguita a settembre dal viaggio in Israele del generale Belkhir el-Farouk in occasione dell’Operational Innovation, evento organizzato dalle forze di difesa israeliane.
I due meeting – annota l’agenzia Nanopress – si sono svolti “in un contesto in cui il Marocco è in un conflitto armato a bassa intensità con il Fronte Polisario, organizzazione il cui principale alleato e protettore è l’Algeria”. “La tensione tra i due paesi del Maghreb – aggiunge Nanopress – ha raggiunto il suo punto più delicato nel novembre 2021, quando la presidenza algerina ha rilasciato un comunicato in cui annunciava che tre civili algerini erano stati vigliaccamente assassinati da un barbaro bombardamento mentre viaggiavano con i loro camion dalla capitale mauritana, Nouakchott, alla città algerina di Ouargla”. Le autorità di Algeri avevano puntato il dito contro le armi sofisticate acquistate dal Marocco in Israele.
Il 31 gennaio 2023 si è tenuto a Tel Aviv il Cybertech Global 2023, incontro sulle nuove tecnologie di guerra cibernetica promosso dal governo israeliano e a cui hanno partecipato i responsabili cyber war di Israele, Marocco, Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Stati Uniti d’America. “Noi siamo adesso un team e questa partnership è un grande risultato”, ha dichiarato a conclusione del meeting il direttore del Computer Emergency Response Team (maCERT) del ministero della Difesa marocchino, generale El Mostafa Rabii. “A causa dell’esistenza di criminali di vari gruppi, le minacce cyber non hanno confini. Dobbiamo ottenere che i nostri gruppi lavorino insieme su casi concreti per favorire la fiducia tra di noi…”.
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In solo due settimane, diverse équipe di Medici senza Frontiere (MSF) hanno curato più di 670 donne che hanno subito violenza sessuali a Goma, capoluogo della provincia del Nord Kivu e nei dintorni.
Campo per sfollati nel Nord-Kivu, Congo
Le vittime sono sfollati che vivono in vari siti: Eloime, Munigi, Lushagala, Kanyaruchinya, Rusayo e Bulengo, vicino a Goma.
Sulla via del ritorno dalla foresta che circonda Goma, dove un gruppo di donne si è recato per raccogliere legna da ardere, alcune di loro si sono accorte di essere seguite da quattro uomini, armati di machete. Durante la folle corsa per raggiungere quanto prima il campo per sfollati, una di loro è caduta perché inciampata in una pietra. Uno degli uomini l’ha raggiunta seduta istante.
Qualche giorno dopo la donna ha raccontato il terribile episodio agli operatori di MSF a Bulengo, uno dei numerosi campi vicino a Goma, che ospita circa 600.000 persone fuggite dalle zone di conflitto.
“Mi ha detto che se avessi urlato, mi avrebbe ucciso. Mi sono sentita così sporca”, ha raccontato la 35enne vittima agli operatori di MSF. E’ una delle tantissime donne che subiscono aggressioni sessuali quando lasciano i campi dove sono rifugiate per procurarsi cibo o legna da ardere.
Tra il 17 e il 30 aprile la ONG ha preso in carico in tre siti oltre 670 donne – quasi 50 al giorno – dopo aver subito violenze sessuali.
Secondo quanto riporta MSF, più della metà delle vittime è stata aggredita da uomini armati, sottolineando che le cifre sono probabilmente sottostimate.
In Congo-K il numero distupri di guerra, ampiamente documentati, si è moltiplicato durante la guerra civile combattuta tra il 1996 e il 2003.
Gruppo armato M23 in Congo-K
A causa dei continui combattimenti tra l’esercito congolese e il gruppo armato M23, che prende il nome da un accordo, firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009, centinaia di migliaia di persone sono scappate dalle loro case. Molti fuggitivi hanno cercato rifugio in campi affollati come Bulengo.
La fame spinge le donne ad uscire fuori dal campo in cerca di cibo e legna da vendere, rendendole così vulnerabili ai crimini sessuali, ha spiegato Delice Sezage Tulinabo, operatrice di MSF.
E l’UNICEF ha fatto sapere che nel Nord Kivu le violenze di genere sono aumentate di oltre un terzo nei primi tre mesi del 2023 rispetto al 2022.
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Nella tarda serata di ieri, le parti in conflitto in Sudan – le forze armate del presidente Abdel Fattah Al-Bourhane, e i paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (RSF), guidate da Mohammed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti – hanno concordato un nuovo cessate il fuoco.
Gedda, Arabia Saudita: firmato cessate il fuoco di una settimana tra i belligeranti sudanesi
Questa tregua “entrerà in vigore alle 21:45 ora di Khartoum del 22 maggio” e durerà “sette giorni”, hanno annunciato Stati Uniti e Arabia Saudita in una dichiarazione congiunta.
Diverse altre tregue promesse in precedenza sono sempre state infrante da quando sono scoppiati gli scontri il 15 aprile, tra le forze armate e le RSF. I feroci combattimenti tra le parti hanno causato quasi mille morti e oltre un milione tra sfollati e rifugiati.
Secondo quanto affermato da Washington in un comunicato, la tregua, con l’accordo di entrambe le parti, potrebbe essere prolungata. I belligeranti hanno concordato di voler facilitare la distribuzione degli aiuti umanitari, di ripristinare i servizi essenziali e di ritirare le truppe dagli ospedali e dalle infrastrutture pubbliche fondamentali.
Il segretario di Stato Antony Blinken ha sottolineato: “È giunto il momento di mettere a tacere le armi e consentire l’accesso umanitario senza ostacoli. Imploro entrambe le parti di rispettare questo accordo, gli occhi del mondo vi stanno osservando”.
In base al testo dell’accordo di Gedda, un comitato, che comprende tre rappresentanti di ciascuna delle parti in conflitto, tre dell’Arabia Saudita e tre degli Stati Uniti dovrà monitorare il cessate il fuoco.
Ma secondo gli analisti non è chiaro se al-Burhan e Hemetti, siano in grado di mantenere un cessate il fuoco sul campo. Infatti nessuno dei due si è recato a Gedda e entrambi hanno precisato che in Arabia Saudita si discute solamente della tregua umanitaria, nessun negoziato per porre fine alla guerra.
I sudanesi credono poco all’ennesima promessa di una tregua, poiché anche ieri Omdurman, la città gemella della capitale sull’altra sponda del Nilo, è stata nuovamente oggetto di continui bombardamenti aerei.
Khartoum, Sudan
“E’ stato terribile – ha raccontato un residente di Omdurman. “Ci siamo nascosti sotto i letti dalla gran paura”.
Mentre a Khartoum si sono sentiti solo sporadici colpi di arma da fuoco, secondo quanto è stato riportato da testimoni oculari.
E negli ultimi giorni si sono nuovamente intensificati i combattimenti nel Darfur, nella parte occidentale del Paese, confinante con il Ciad e la Repubblica Centrafricana.
Da dichiarazioni rilasciate venerdì scorso, entrambe le parti in causa si sono accusate reciprocamente di aver scatenato nuovi combattimenti a Nyala, una delle città più grandi del Paese, che per settimane regnava una relativa calma, grazie a una tregua siglata a livello locale.
Malik Agar, nuovo vicepresidente del Sudan
Intanto il presidente del Consiglio Sovrano e capo di Stato del Paese, al-Burhan ha defenestrato Hemetti come vicepresidente. Il numero due del Sudan è ora Malik Agar, leader della fazione Nord del Movimento Popolare di Liberazione del Sudan (SPLM-N Agar).
La rimozione di Hemetti era nel aria, visto che già la scorsa settimana sono stati congelati tutti i conti bancari delle RSF e qualche settimana fa al-Burhan ha sciolto le forze paramilitari, apostrofandoli come ribelli.
Agar, un ex ribelle, molto amico dell’ex leader ribelle sud sudanese John Garang, morto nel 2005, è stato eletto governatore del Blue Nile State nel 2010. Un anno dopo è stato poi rimosso dal vecchio dittatore Omar al-Bashir, perché in totale disaccordo con lui. E’ dovuto scappare nel sud del Paese e dal suo esilio ha lanciato vari appelli per la creazione di un governo democratico con un’ampia condivisione del potere, una Costituzione che sia accettata da tutti i sudanesi.
Il nuovo vicepresidente si è sempre battuto anche per la laicità e per la fine dei conflitti etnici: “Dobbiamo essere sudanesi prima di essere religiosi. Dobbiamo essere sudanesi prima di essere arabi”.
Già nominato membro del Consiglio sovrano nel febbraio 2021, pur essendo stato un ribelle, è molto apprezzato dalla comunità internazionale. Lo scorso luglio ha incontrato l’inviata dell’Unione Europea per il Corno d’Africa, Anita Weber e diversi altri diplomatici. Inoltre, la sua storica opposizione a Omar al-Bashir è un grande vantaggio in questo momento per il Sudan, visto che al-Burhan è stato accusato da Dagalo di favorire esponenti del vecchio regime del dittatore deposto.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
20 maggio 2023
Giovedì sera, l’88enne medico australiano, Kenneth Arthur Elliott, ha potuto finalmente riabbracciare la moglie Jocelyne i figli. E’ rientrato dal Sahel, dove era stato sequestrato insieme alla moglie il 15 gennaio 2016. La coppia era stata rapita a Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali. L’anziana consorte era poi stata rilasciata poche settimane dopo la cattura, mentre il marito è rimasto in ostaggio dei suoi aguzzini lunghissimi 7 anni e poco più.
I coniugi Elliott nuovamente riuniti
Poco dopo il rilascio di Jocelyn, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) aveva hanno rivendicato il rapimento
La coppia risiedeva a Djibo dal 1972, dove aveva aperto un ospedale di 120 letti Erano i medici dei poveri e molto amati e stimati dalla popolazione locale.
La liberazione di Elliott non ha suscitato il solito clamore mediatico, tutto si è svolto nel massimo riserbo, e il governo australiano ha comunicato il suo rilascio nella notte tra il 18 e il 19 maggio scorso.
Non sono stati resi noti dettagli, tantomeno la data esatta della rimessa in libertà dell’ostaggio. Il Niger ha avuto un ruolo importante nei negoziati e le autorità di Niamey hanno rispettato la volontà della controparte australiana; non hanno divulgato nulla sulle modalità della scarcerazione dell’ostaggio.
Poche settimane fa è stato rimesso in libertà anche un ostaggio francese, il giornalista Olivier Dubois. A tutt’oggi sono ancora 5 gli occidentali in mano ai jihadisti, tra loro anche tre italiani, sui quali è calato il silenzio stampa persino da noi.
Nel maggio 2022, uomini armati hanno rapito tre italiani: Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, il 43enne Giovanni, figlio della coppia e un cittadino togolese, autista della famiglia. I quattro sono stati prelevati da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Mali. Da allora di loro non si hanno più notizie.
Anche del reverendo Hans-Joachim Lohre, un sacerdote tedesco rapito nel novembre dello scorso anno nella capitale del Mali, Bamako, non è stato più trapelato nulla, stessa discorso per quanto concerne il cittadino rumeno, Iulian Ghergut, portato via con la forza da uomini armati mentre si trovava in una miniera in Burkina Faso nel 2015.
Nuovi attacchi terroristi in Burkina Faso
E intanto anche questa settimana non si sono fermate le incursioni dei terroristi del Sahel. Durante diversi attacchi perpetrati nel nord e nel centro-est del Paese, sono morte una cinquantina di persone.
Gli assalitori, arrivati in sella alle loro moto, avrebbero ucciso almeno venti persone prima di essere inseguiti dai militari, accompagnati dai Volontari per la Difesa della Patria, un corpo ausiliario di giovani.
Secondo alcune fonti, per rappresaglia è stato effettuato anche un attacco aereo sulla foresta di Barga (nella regione del Nord), dove si sono rifugiati gli aggressori. Alcuni di loro sarebbero stati uccisi. Per ora, però non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali in merito.
Altri due attacchi hanno avuto luogo lunedì e mercoledì nella provincia di Koulpélogo, nella regione del Centro-Est, al confine con il Togo e il Ghana. Durante le due aggressioni sono state uccise una decina di persone a Kaongo, lunedì, e altre dieci a Bilguimdouré, mercoledì.
Secondo AFP, tra le vittime ci sarebbero donne e bambini. Oltre a case e negozi incendiati, i terroristi avrebbero rubato anche parecchio bestiame.
E poche ore fa è giunta la notizia di un’altra aggressione, presumibilmente a opera dei terroristi. Venerdì sera, un folto gruppo di uomini armati ha circondato il villaggio di Kie, nell’est del Paese, al confine con il Mali. Agli abitanti è stato ordinato di sgomberare l’area, prima di dare fuoco ad alcune case. Secondo i testimoni, il bilancio è di 14 morti e diversi feriti.
Finora gli ultimi attacchi non sono stati rivendicati, sta di fatto che sono stati perpetrati in aree frequentate da gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda.
Solo una settimana fa il Consiglio nazionale di soccorso e riabilitazione (Conasur) ha fatto sapere che il Paese ha raggiunto i 2 milioni di sfollati alla fine di marzo.
Molti abitanti, soprattutto bambini, delle regioni del Sahel, del Centro-Nord e del Nord sono fuggiti dalle loro case a causa della minaccia di gruppi terroristici armati. Si sono trasferiti nelle città circostanti, ma spesso vivono in grande insicurezza.
EppureIbrahim Traoré, presidente di transizione dopo il colpo di Stato del 30 settembre 2022 – il secondo in otto mesi – si è posto l’obiettivo di “recuperare i territori occupati dalle orde di terroristi”, ma finora il problema non è stato risolto. Un terzo del Paese è ancora controllato da vari gruppi armati legati ad Al-Qaeda e all’organizzazione dello Stato Islamico.
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