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Burkina Faso: rilasciato medico australiano rapito 7 anni fa, mentre i jihadisti massacrano senza sosta

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 maggio 2023

Giovedì sera, l’88enne medico australiano, Kenneth Arthur Elliott, ha potuto finalmente riabbracciare la moglie Jocelyn e i figli. E’ rientrato dal Sahel, dove era stato sequestrato insieme alla moglie il 15 gennaio 2016. La coppia era stata rapita a Djibo, nel nord del Burkina Faso, al confine con il Mali. L’anziana consorte era poi stata rilasciata poche settimane dopo la cattura, mentre il marito è rimasto in ostaggio dei suoi aguzzini lunghissimi 7 anni e poco più.

I coniugi Elliott nuovamente riuniti

Poco dopo il rilascio di Jocelyn, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) aveva hanno rivendicato il rapimento

La coppia risiedeva a Djibo dal 1972, dove aveva aperto un ospedale di 120 letti Erano i medici dei poveri e molto amati e stimati dalla popolazione locale.

La liberazione di Elliott non ha suscitato il solito clamore mediatico, tutto si è svolto nel massimo riserbo, e il governo australiano ha comunicato il suo rilascio nella notte tra il 18 e il 19 maggio scorso.

Non sono stati resi noti dettagli, tantomeno la data esatta della rimessa in libertà dell’ostaggio. Il Niger ha avuto un ruolo importante nei negoziati e le autorità di Niamey hanno rispettato la volontà della controparte australiana; non hanno divulgato nulla sulle modalità della scarcerazione dell’ostaggio.

Poche settimane fa è stato rimesso in libertà anche un ostaggio francese, il giornalista Olivier Dubois.  A tutt’oggi sono ancora 5 gli occidentali in mano ai jihadisti, tra loro anche tre italiani, sui quali è calato il silenzio stampa persino da noi.

Nel maggio 2022, uomini armati hanno rapito tre italiani: Rocco Antonio Langone, la moglie Maria Donata Caivano, il 43enne Giovanni, figlio della coppia e un cittadino togolese, autista della famiglia. I quattro sono stati prelevati da uomini armati dalla loro casa vicino a Koutiala (regione di Sikasso) nel sud del Mali. Da allora di loro non si hanno più notizie.

Anche del reverendo Hans-Joachim Lohre, un sacerdote tedesco rapito nel novembre dello scorso anno nella capitale del Mali, Bamako, non è stato più trapelato nulla, stessa discorso per quanto concerne il cittadino rumeno, Iulian Ghergut, portato via con la forza da uomini armati mentre si trovava in una miniera in Burkina Faso nel 2015.

Nuovi attacchi terroristi in Burkina Faso

E intanto anche questa settimana non si sono fermate le incursioni dei terroristi del Sahel. Durante diversi attacchi perpetrati nel nord e nel centro-est del Paese, sono morte una cinquantina di persone.

Gli assalitori, arrivati in sella alle loro moto, avrebbero ucciso almeno venti persone prima di essere inseguiti dai militari, accompagnati dai Volontari per la Difesa della Patria, un corpo ausiliario di giovani.

Secondo alcune fonti, per rappresaglia è stato effettuato anche un attacco aereo sulla foresta di Barga (nella regione del Nord), dove si sono rifugiati gli aggressori. Alcuni di loro sarebbero stati uccisi. Per ora, però non sono state rilasciate dichiarazioni ufficiali in merito.

Altri due attacchi hanno avuto luogo lunedì e mercoledì nella provincia di Koulpélogo, nella regione del Centro-Est, al confine con il Togo e il Ghana. Durante le due aggressioni sono state uccise una decina di persone a Kaongo, lunedì, e altre dieci a Bilguimdouré, mercoledì.

Secondo AFP, tra le vittime ci sarebbero donne e bambini. Oltre a case e negozi incendiati, i terroristi avrebbero rubato anche parecchio bestiame.

E poche ore fa è giunta la notizia di un’altra aggressione, presumibilmente a opera dei terroristi. Venerdì sera, un folto gruppo di uomini armati ha circondato il villaggio di Kie, nell’est del Paese, al confine con il Mali. Agli abitanti è stato ordinato di sgomberare l’area, prima di dare fuoco ad alcune case. Secondo i testimoni, il bilancio è di 14 morti e diversi feriti.

Finora gli ultimi attacchi non sono stati rivendicati, sta di fatto che sono stati perpetrati in aree frequentate da gruppi jihadisti affiliati ad al-Qaeda.

Solo una settimana fa il Consiglio nazionale di soccorso e riabilitazione (Conasur) ha fatto sapere che il Paese ha raggiunto i 2 milioni di sfollati alla fine di marzo.

Molti abitanti, soprattutto bambini, delle regioni del Sahel, del Centro-Nord e del Nord sono fuggiti dalle loro case a causa della minaccia di gruppi terroristici armati. Si sono trasferiti nelle città circostanti, ma spesso vivono in grande insicurezza.

Eppure Ibrahim Traoré, presidente di transizione dopo il colpo di Stato del 30 settembre 2022 – il secondo in otto mesi – si è posto l’obiettivo di “recuperare i territori occupati dalle orde di terroristi”, ma finora il problema non è stato risolto. Un terzo del Paese è ancora controllato da vari gruppi armati legati ad Al-Qaeda e all’organizzazione dello Stato Islamico.

 

Cornelia I. Toelgyes
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Mozambico, ancora attacchi jihadisti e l’esercito fa i conti con l’ubriachezza molesta

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
19 maggio 2023

A Cabo Delgado, fuori dall’area dei giacimenti di gas sotto controllo dell’esercito ruandese (RDF) a Palma, i jihadisti di Al Sunnah wa-Jammà continuano a colpire.

Carta de Moçambique riporta combattimenti tra jihadisti contro l’esercito regolare (FADM) e soldati del Botswana della missione militare della Comunità per lo sviluppo dell’Africa Meridionale (SAMIM). È successo nel distretto di Muidumbe nel fine settimana del 29 e 30 aprile.

Il bilancio degli scontri è stato di cinque morti e una decina di militari FADM feriti. In un comunicato del 3 maggio l’ISIS ha rivendicato l’attacco sui suoi canali social.

Carta conferma anche un agguato a un mezzo militare mozambicano. Ma, cosa assai peggiore, secondo il sito Cabo Ligado, è probabile che siano state rubate anche grandi quantità di armi e munizioni.

Mappa scontri a Cabo Delgado
Mappa degli scontri a Cabo Delgado (Courtesy Cabo Ligado)

Riappare Bonomade Machude Omar

Secondo una fonte locale, i jihadisti che operano in quell’area sarebbero comandati da Bonomade Machude Omar. Bonomade è uno dei capi dei gruppi armati che nel marzo 2021 hanno occupato la città di Palma “capitale” dell’area degli impianti di gas.

A Palma i jihadisti di Omar, per una settimana, hanno terrorizzato e ammazzato civili mozambicani e stranieri per poi fuggire dopo aver distrutto tutto.

Machude Omar è nella lista nera dei gruppi terroristici globali più pericolosi compilata da Stati Uniti e Unione Europea. È anche noto come leader dell’insurrezione di Cabo Delgado fin dal suo inizio, nel 2017.

I jihadisti decapitano ancora

Zitamar News conferma che nel distretto di Muidumbe, l’11 maggio, un gruppo jihadista ha catturato due raccoglitori di banane. Uno di loro è stato decapitato. Hanno lasciato vivo l’altro per mandarlo nel villaggio a dire che stavano arrivando.

Il 14 maggio, a Ceta, nel distretto di Macomia, un gruppo composto da una ventina di jihadisti, durante la notte ha attaccato una base militare SAMIM. Il soldati  della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Meridionale hanno risposto al fuoco costringendoli a ritirarsi.

militari mozambicani UIR
Unità di intervento rapido (UIR) in Mozambico

Ubriachezza dei militari che imbarazza Nyusi

Nonostante il training ai militari mozambicani di Stati Uniti e gli aiuti dell’Unione Europea, le Forze armate mozambicane mettono in imbarazzo il presidente del Mozambico, Filipe Nyusi.

Ma c’è un problema che più lo disturba è l’ubriachezza molesta delle FADM. La ONG Cabo Ligado riporta che, nel distretto di Ancuabe, ufficiali militari ubriachi hanno sparato in aria senza motivo spaventando la popolazione.

Una fonte ha riferito anche le malefatte degli ufficiali dell’Unità di intervento rapido (UIR). Nel distretto di Ancuabe, militari ubriachi, hanno molestato, picchiato e rapito dei civili.

Nel giugno 2022, a Quissanga, soldati mozambicani sono sospettati di aver sparato contro auto civili. Erano stati visti bere vicino al luogo della sparatoria. Perfino il ministro degli Interni aveva criticato la loro ubriachezza e l’abbandono delle proprie postazioni.

Nel settembre 2020, Africa Express ha denunciato l’assassinio di una donna incinta e di suo figlio undicenne. Militari mozambicani, dopo averla violentata e bastonata, l’hanno massacrata con 36 colpi di Kalashnikov filmando la terribile scena. Non è difficile capire perché i mozambicani di Cabo Delgado non si fidano delle loro Forze armate.

Sandro Pintus
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Attentato contro un convoglio dell’ambasciata americana in Nigeria: uccisi due dipendenti locali e due poliziotti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 maggio 2023

Almeno quattro nigeriani, due poliziotti e due dipendenti dell’ambasciata americana ad Abuja, sono stati uccisi martedì scorso nell’Anambra State, nel sud-est del Paese, durante un attacco a un convoglio di due veicoli del governo statunitense. Il commando degli aggressori ha inoltre sequestrato altre tre persone.

Convoglio dell’ambasciata USA in Nigeria sotto attacco

I due poliziotti e i due impiegati locali del consolato americano in Nigeria sono stati brutalmente ammazzati mentre erano in viaggio con altri colleghi e agenti della polizia per organizzare la visita di una missione nella regione per un progetto, finanziato da Washington, volto a migliorare la difesa e la risposta alle inondazioni.

Il segretario del Dipartimento di Stato, Antony Blinken, ha condannato l’attacco, precisando che nessun cittadino americano è stato coinvolto. Ha poi precisato: “Non sembra che si tratti di una aggressione diretta alla nostra missione”.

Ora le autorità nigeriane, in collaborazione con l’ambasciata americana nel Paese, stanno conducendo indagini a tutto campo per ritrovare le persone sequestrate dai criminali.

Nella zona sono attive diverse organizzazioni separatiste, che recentemente hanno intensificato gli attacchi. Generalmente gli obiettivi sono edifici governativi e della polizia. Le autorità nigeriane accusano l’IPOB (acronimo per Movimento Popolare Indigeno del Biafra, indipendentisti che mirano a ripristinare la Repubblica del Biafra e il loro braccio armato, l’Eastern Security Network.

L’IPOB ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nelle violenze. Tuttavia, le tensioni sono aumentate dopo l’arresto del leader e fondatore del gruppo, Nnamdi Kanu, attualmente sotto processo, dopo essere stato estradato dal Kenya nel giugno 2021. Era stato arrestato su ordine di cattura dell’Interpol. Imprigionato già nel 2015 era stato rilasciato dopo due anni ma era fuggito all’estero, dove ha ugualmente coordinato le azioni del suo raggruppamento.

Non solo nel sud-est, anche al centro del Paese gli attacchi si susseguono. Nel Plateau State sono in corso da anni violenti scontri tra agricoltori (per lo più cristiani) e pastori semi-nomadi (fulani, di religione musulmana) per i terreni e le risorse d’acqua, tensioni causate soprattutto dai cambiamenti climatici.

Nigeria: scontri tra agricoltori e pastori

Un politico locale ha fatto sapere che durante l’ultimo incidente del 16 maggio 2023 sono morte almeno 30 persone. Nonostante le autorità abbiano dispiegato un numero ingente di agenti di polizia e soldati, i colpevoli non sono stati individuati. Intanto il presidente del distretto di Mango ha indetto un coprifuoco di 24 ore per evitare che i disordini si possano diffondere in altre zone.

La violenza è una delle tante sfide che il presidente eletto Bola Tinubu dovrà affrontare quando, a fine maggio, assumerà la guida del Paese più popoloso dell’Africa.

L’esercito nigeriano sta combattendo i jihadisti nel nord-est e contemporaneamente deve placare le tensioni separatiste nel sud-est, per non parlare dei continui rapimenti per estorsione che si stanno allargando a macchia d’olio in molte parti della ex colonia britannica.

Cornelia I. Toelgyes
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Sentenza storica in Namibia: lo Stato ora riconosce i matrimoni all’estero di coppie omosessuali

Africa ExPress
Windhoek, 17 maggio 2023

La Corte suprema della Namibia ha riconosciuto martedì, vigilia della giornata contro l’omofobia, i matrimoni omosessuali contratti all’estero tra cittadini namibiani e coniugi stranieri. Una sentenza storica, per un Paese dove l’omosessualità è ancora illegale.

Namibia: Corte suprema riconosce matrimoni gay contratti all’estero

Anche se il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è consentito in Namibia, la Corte suprema di Windhoek ha stabilito che il governo deve riconoscere le unioni di coppie dello stesso sesso unitesi in matrimonio in Paesi dove è legale farlo.

La sentenza ha suscitato reazioni contrastanti in Namibia, la cui società è ancora molto conservatrice. Inoltre, la sentenza della Corte di Windhoek è in netto contrasto con l’Uganda, dove è prevista l’imminente entrata in vigore di una delle leggi anti-LGBT, la più draconiane al mondo.

Il caso della Namibia nasce dalle richieste di residenza di una tedesca che ha sposato una donna namibiana in Germania e di un sudafricano che si è unito in matrimonio con un uomo namibiano in Sudafrica, l’unico Paese africano che consente il matrimonio tra persone dello stesso sesso dal 2006.

In base alla legge del Paese, che consente ai coniugi legalmente sposate di risiedere e di lavorare in Namibia, le due coppie hanno fatto richiesta in tal senso al Tribunale. La domanda però è stata prontamente rigettata perché ancor oggi viene applicata una legge del 1927, che vieta il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Negli ultimi anni il sistema giudiziario namibiano è stato chiamato in causa più volte per pronunciarsi sui diritti delle coppie dello stesso sesso o sul riconoscimento dei figli di coppie gay.

La strada è ancora lunga, ma un primo passo è stato fatto, una, seppur piccola vittoria per la comunità arcobaleno della Namibia.

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E’ guerra tra fauna selvatica e l’uomo in Kenya: pastori uccidono 10 leoni in una sola settimana

Speciale per Africa ExPress
Simona Fossati

Nairobi, 16 maggio 2023

Ritorna a galla l‘antico conflitto tra uomo e fauna selvatica. Sabato scorso sono stati uccisi sei leoni da alcuni pastori masai in Kenya, dopo che un felino ha attaccato la loro mandria, sterminando 11 capre e un cane.

Loonkiito, il leone più vecchio del mondo, ucciso in Kenya

Ma è solo l’ultimo incidente d tutta una serie avvenuti in una sola settimana, durante la quale sono stati abbattuti ben 10 leoni nella regione, tra questi anche Loonkiito, che con i suoi 19 anni era forse uno dei più vecchi al mondo. Loonkiito è stato ammazzato a colpi di lancia dai pastori. Anche gli altri non sono stati prede di bracconieri, come spesso accade.

Nel 2021 il Kenya Wildlife Service (KWS) ha descritto Loonkito come un “leggendario guerriero” che ha difeso il suo territorio per moltissimi anni. Ora era anziano, aveva problemi a nutrirsi e il bestiame è una preda facile. Un leone normale avrebbe cercato il suo cibo all’interno del parco”, ha dichiarato il portavoce del KWS, Paul Jinaro.

Tutti gli esemplari uccisi facevano parte dell’ecosistema Amboseli della contea di Kajiado, un sito di riserva della biosfera dell’UNESCO vicino al Monte Kilimanjaro, ha fatto sapere il KWS.

Parco Amboseli, Kenya

In un comunicato KWS ha detto di aver organizzato alcuni incontri con le comunità del luogo per trovare soluzioni volte a ridurre il rischio di conflitti tra uomo e fauna selvatica. Si cerca anche di sviluppare sistemi di allarme rapido per avvisare i residenti della presenza di animali selvatici nelle vicinanze.

Coloro che abitano nelle vicinanze delle riserve naturali in Kenya, si lamentano spesso del fatto che leoni e altri animali selvatici uccidono il loro bestiame, poiché da tempo gli esseri umani e la fauna selvatica sono in competizione per spazio e risorse. E, quando i leoni a volte si avventurano al di fuori delle aree protette, per cercare prede quando la loro fonte di cibo diminuisce, rappresentano un rischio per le comunità e il loro bestiame.

Con i suoi 39.206 ettari, il Parco nazionale Amboseli (al confine con la Tanzania) ospita molte specie di animali selvatici,  tra questi anche elefanti, ghepardi, bufali e giraffe.

In Kenya vivono circa 2.500 leoni, in base al primo censimento nazionale della fauna selvatica effettuato nel 2021.

Simona Fossati
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Strage della setta religiosa in Kenya: salgono a 200 i morti e più di 600 dispersi

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
16 maggio 2023

È raddoppiato il numero dei morti della setta religiosa Good News International Church (chiesa internazionale della buona novella). Nella strage, scoperta il 26 aprile scorso, i morti accertati fino ad oggi sono 201. Sono stati tutti trovati nelle fosse comuni nella foresta di Shakahola, contea di Kilifi, tra Mombasa e Malindi.

La maggior parte si sono lasciati morire di fame su ordine del loro predicatore, ex tassista autoproclamatosi “profeta” Paul Mackenzie Nthenge. L’uomo aveva profetizzato la Fine del mondo ed era necessario morire – di fame – “per incontrare Gesù”. Dalle testimonianze dei sopravvissuti chi cercava di scappare veniva ucciso a sprangate o soffocato.

Solo 34 sono stati trovati vivi, pelle e ossa e in pessime condizioni, e trasportati all’ospedale di Malindi. (Il video arrivato ad Africa ExPress). Otto di loro sono morti. Nei giorni scorsi, in una fossa comune, sono stati rinvenuti altri 29 corpi, compresi quelli di 12 bambini.

setta religiosa padre mostra foto figli morti
“I miei figlio sono morti. Ne sono sicuro”.

Per il presidente, Nthenge è un terrorista

Mentre continua la triste esumazione dei cadaveri nel terreno di proprietà di Mackenzie Nthenge, il presidente Kenya, William Ruto lo definisce un terrorista. “I terroristi usano la religione per i loro terribili atti”.

“Persone come Mackenzie utilizzano la religione per compiere delle azioni esattamente come i terroristi. Abbiamo dato mandato alle agenzie competenti – ha dichiarato il presidente -. Vogliamo scoprire la radice che causa questi fatti e le religioni che li causano e portano avanti questa inaccettabile ideologia”.

Il dramma dei dispersi

Una decina di giorni fa alla Croce Rossa keniota risultavano 410 dispersi. Nel momento in cui scriviamo le persone scomparse sono diventate 610. Ma sorge un ulteriore problema: molti degli adepti alla setta di Mackenzie avevano cambiato nome. Diventa molto difficile sapere se sono ancora in vita.

Fatima Salim, aveva denunciato la scomparsa della sorella Shamim. “L’avevo registrata come Shamim Salim, ma non c’era nessun nome tra quelli salvati – ha raccontato al giornale keniota Nation -. Settimane dopo, ho mostrato agli agenti la foto di mia sorella. Era salva ma aveva dato il suo nome come Damaris Vidzo”. Le autorità sospettano che cambiare i nomi degli adepti fosse un piano deliberato della setta per non farli trovare dai parenti.

sette religiosa Kithure Kindiki
Kithure Kindiki, ministro degli Interni keniota, parla ai media

Negata la libertà su cauzione

Al predicatore della “Setta della fame” il tribunale ha negato la libertà provvisoria su cauzione. Mentre Nthenge rimane in prigione sono state arrestate altre 26 persone sospettate di essere complici della strage.

Davanti a questa tragedia e la gente che chiede giustizia arrivano le rassicurazioni di Kithure Kindiki, ministro degli Interni keniota. “Il governo del Kenya farà tutto il necessario – ha confermato il ministro -. Farà in modo che Mackenzie e coloro che lo hanno aiutato paghino per questi crimini. Vogliamo che abbiano la punizione più dolorosa possibile e che Mackenzie non esca di prigione per il resto della sua vita”.

Sandro Pintus
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Commercianti di Bangui abbassano le serrande per protesta contro le violenze dei mercenari Wagner

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 maggio 2023

I mercenari russi del gruppo Wagner, approdati nella Repubblica Centrafricana nel 2018, continuano a esasperare la popolazione. Questa volta hanno preso di mira i commercianti che, per protestare contro il racket, le vessazioni, i rapimenti, commessi dai contractor di Mosca, hanno chiuso le loro attività per alcuni giorni nel quartiere PK5 di Bangui.

Centrafrica, Bangui: riaprono i negozi nel quartiere PK5 dopo giorni di sciopero contro i mercenari russi di Wagner

Da alcuni giorni i negozianti hanno nuovamente riaperto le loro attività, malgrado il timore di nuove ripercussioni. Un commerciante ha raccontato che i mercenari arrivano di notte per torturare e sequestrare le persone. Ha poi precisato: “Recentemente hanno rapito mio zio e lo hanno torturato, ora è sospeso tra la vita e la morte. E’ per questo motivo che abbiamo abbassato le serrande per alcuni giorni”.

Non solo nella capitale Bangui, anche in altre zone del Paese, i mercenari russi,” in nome della guerra” per portare la pace, rubano la merce ai proprietari di negozi; alcuni di loro sono persino stati ammazzati. Ora i commercianti vogliono giustizia, chiedono che cessino le esecuzioni extragiudiziali.

Il governo ha tentato una mediazione tra i commercianti e i mercenari. A tutta risposta, Vitali Perfilev, l’uomo del patron di Wagner, Evgenij Prigožin, in Centrafrica, ha dichiarato che i sequestri di persona sarebbero legati a operazioni di polizia. Anche se i negozianti hanno riaperto i negozi, temono nuove vessazioni.

Lo sciopero dei commercianti è una novità assoluta, finora la popolazione non ha mai osato esprimere il proprio disappunto contro la presenza dei paramilitari russi.

I diritti umani della Repubblica Centrafricana sono stati anche al centro di un incontro ad alto livello che si è tenuto a Ginevra lo scorso 31 marzo.
Al meeting ha partecipato anche il ministro centrafricano della Giustizia, dei Diritti umani e del Buon governo, Arnaud Djoubaye Abazene.

“È raro che un Paese con un bilancio così allarmante in materia di diritti umani, sia dimenticato dal resto del mondo”, ha detto in tono amaro Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti umani durante il meeting.

La rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite per i bambini e i conflitti armati, Virginia Gamba, ha specificato che i minori sono particolarmente esposti: “I gruppi armati usano i bambini per ingrossare le loro fila durante gli scontri. Mi preoccupa anche il fatto che i minori vengano utilizzati dalle forze armate nazionali e da altro personale di sicurezza per presidiare i posti di blocco o per operazioni militari”.

E va sottolineato che i minori di 14 anni rappresentano il 40 per cento della popolazione centrafricana. Molti tra loro, sia ragazzi che ragazze, non frequentano più la scuola, tanti sono stati uccisi o mutilati da colpi d’arma da fuoco o da residuati bellici esplosivi.

MINUSCA (la Missione di pace dell’ONU in Centrafrica) ha specificato, con documenti alla mano, che nell’ultimo trimestre dello scorso anno le vittime di abusi dei diritti umani sono state 1.300, ossia 534 in più rispetto al primo trimestre. E, secondo l’ONU, nel 58 per cento dei casi ne sono responsabili le forze di difesa e di sicurezza e i loro alleati e per il 35 per cento i gruppi armati che hanno siglato l’accordo di pace.

Le autorità di Bangui non hanno per nulla apprezzato l’ultimo rapporto della ONG Human Rights Watch, pubblicato all’inizio di aprile. HRW accusa senza mezzi termini il governo di reprimere la società civile, i media, i partiti d’opposizione in vista delle elezioni locali e nazionali che dovrebbero svolgersi entro il 2023.

Gli attivisti della società civile sono stati accusati di collaborare con i gruppi armati e minacciati, mentre viene impedito ai partiti dell’opposizione di organizzare manifestazioni politiche.

Giornalisti e attivisti, hanno paura di criticare l’operato del governo. Temono di subire ritorsioni, di essere indicati come avversari politici e quindi di subire violenze.

Intanto il presidente Faustin-Archange Touadéra vorrebbe presentarsi per un terzo mandato, grazie a un referendum per cambiare la Costituzione. Personalità contrarie a una nuova candidatura di Touadéra, sono state minacciate da funzionari del governo centrafricano. Vale la pena di ricordare che lo scorso anno il capo di Stato ha persino silurato la presidente della Corte costituzionale, Danièle Darlan, perché ha impedito la revisione delle leggi fondamentali dello Stato.

Maxime Balalou, ministro responsabile del Segretariato generale della Repubblica Centrafricana, ritiene le accuse rivolte al governo assolutamente infondate. Per il ministro, il rapporto dell’Ong è “spudorato”, “pieno di falsità”, “fabbricato” e mira “a infangare il Paese

Cornelia I. Toelgyes
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Rapporto dell’Onu accusa: forze armate e combattenti stranieri responsabili del massacro di 500 persone in Mali

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 maggio 2023

Secondo il rapporto dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani dell’ONU, tra il 27 e il 31marzo 2022, le forze armate del Mali e combattenti stranieri hanno massacrato ben 500 civili – tra loro anche una ventina di donne e sette bambini –  durante un’operazione antiterrorista a Moura, località che dista una cinquantina di chilometri da Mopti. Le autorità militari di transizione hanno però sempre sostenuto di aver ucciso 203 jihadisti durante il loro intervento.

Ginevra, Palazzo dell’ONU, sede dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani

Già nell’aprile 2022, la ONG Human Rights Watch, ha accusato le forze di Bamako e i suoi partner stranieri – alcuni testimoni li avevano identificati come russi – dell’uccisione di 300 civili.

Gli esperti dell’ONU non hanno mai fatto un riferimento esplicito nei confronti di Wagner. Nella loro relazione accusano le forze armate maliane e i loro partner stranieri.

Il rapporto di 42 pagine dell’agenzia dell’ONU è stato pubblicato il 12 maggio e rivela dettagli scioccanti sul massacro di Moura. Va sottolineato che le autorità di Bamako non hanno permesso che gli autori del fascicolo si recassero in Mali, sul luogo dove si è consumata la carneficina. L’inchiesta si basa su  157 interviste a sopravvissuti, testimoni, sfollati, vittime di stupro.

Il governo militare di transizione non ha mai autorizzato un’inchiesta indipendente. E a febbraio, poco prima dell’arrivo di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, a Bamako, è stato espulso dal Paese il capo della divisione dei Diritti umani della Missione di pace in Mali (MINUSMA), Guillaume Ngefa-Atondoko Andali. L’alto funzionario dell’ONU aveva chiesto l’accesso ai siti di presunti abusi dell’esercito, tra questi anche al villaggio di Moura.

Gli investigatori dell’Onu hanno raccontato dell’arrivo di cinque elicotteri militari in un giorno di mercato e di spari dagli aeromobili sulla popolazione, con un bilancio di “venti civili e una dozzina di presunti membri di Katiba Macina”, gruppo jihadista legato ad al Qaeda. L’organizzazione è conosciuta anche con il nome di Front de libération du Macina ed è stata fondata nel 2015 dal predicatore fanatico Amadou Koufa.

In base al rapporto, sono poi seguiti quattro giorni di esecuzioni sommarie.

Forze armate maliane e partner

I sopravvissuti sono stati costretti a scavare le fosse comuni per 500 persone. Gli inquirenti dell’ONU hanno specificato di aver ottenuto molti dati utili per l’identificazione personale e i nomi di almeno 238 vittime.

Almeno 58, tra donne e ragazze, sono state vittime di violenze sessuali. Nel fascicolo viene menzionato anche uno stupro di gruppo in un giardino.

Diverse decine di persone, arrestate a Moura, sono poi state torturate in campi militari o a Bamako, nei locali della sicurezza nazionale.

Amnesty International ha chiesto alla Corte Penale Internazionale dell’Aja di occuparsi della questione.

Il rapporto è stato inviato alle autorità di Bamako e Mosca, prima di essere pubblicato, ha precisato l’ONU. E ieri sera è arrivata la totale smentita del governo militare di transizione, tramite il suo portavoce, Abdoulaye Maiga. “Nessun civile di Moura ha perso la vita durante l’operazione militare. Tra i morti ci sono solo combattenti terroristi”.

Secondo Bamako si tratta di un rapporto “tendenzioso”, basato su “una storia fittizia che non corrisponde agli standard internazionali stabiliti”. Inoltre, il governo contesta il fatto che siano stati utilizzati satelliti senza autorizzazione. “Si tratta di una manovra clandestina, contro la sicurezza del Mali”, ha sottolineato il portavoce e ha annunciato l’apertura di un’inchiesta giudiziaria contro la missione che ha redatto il rapporto dell’ONU e nei confronti di coloro che ha definito i suoi complici.

Insomma piovono accuse pesanti, come “spionaggio, attentato alla sicurezza esterna dello Stato”, reati puniti dal codice penale, e di “cospirazione militare”, reato previsto dal codice di giustizia militare. I colpevoli di questi reati sono passibili di pena di morte in entrambi i casi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes
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DAL NOSTRO ARCHIVIO

HRW accusa Forze armate maliane e partner

Espulso capo sezione diritti umani MINUSMA

 

Zimbabwe intelligenza artificiale e tecnologia cinese per controllare i cittadini

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
13 maggio 2023

L’intelligenza artificiale (AI) ha difficoltà nell’identificazione dei volti delle persone con carnagioni scure. Lo Zimbabwe diventa allora il laboratorio cinese per risolvere il problema. Lo fa con il programma NetOne per cui la Cina ha messo a disposizione 240 milioni di dollari per il suo sviluppo.

intelligenza artificiale mnangagwa e xi-jinping
Stretta di mano tra il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, e il presidente della Cina, Xi Jinping

Il Grande Fratello

“Il presidente dello Zimbabwe, Emmerson Mnangagwa, si vanta che il governo può rintracciare dove camminano le persone, con chi parlano, anche dove dormono”. Lo scrive la rivista Africa Defense Forum, testata del U.S Africa Command. NetOne, al momento, con i suoi data center è il maggiore sistema nazionale di telecomunicazioni mobili.

Quindi tutti i cittadini dell’ex colonia britannica saranno spiati e schedati? In realtà chiunque abbia uno smartphone può essere tracciato e spiato nel pianeta in qualsiasi momento (il film di Oliver Stone, “Snowden”, lo spiega bene). Ma l’ammissione del presidente ne dà la cruda conferma ai suoi cittadini.

Opposizione e società civile dello Zimbabwe sono sul piede di guerra. Ricordano ancora la brutta esperienza della dittatura quasi quarantennale dell’ex presidente Robert Mugabe e la consorte spendacciona soprannominata “Gucci” Grace.

Hanno poca fiducia dell’attuale presidente che aveva promesso lavoro e risanamento dell’economia e ha messo in mano ai cinesi le tecnologie di sorveglianza informatica. Anche perché Mnangagwa è dello stesso partito di Mugabe: lo Zanu-PF, al potere dal 1980.

Le voci dissidenti

Tra i dissidenti del governo di Mnangagwa c’è l’ecclesiastico Evan Mawarire, fondatore del movimento cittadino #ThisFlag. Ha creato il movimento per sfidare corruzione, ingiustizia e povertà in Zimbabwe.

Mawarire è stato una delle vittime della repressione di Mugabe e di Mnangagwa. Il religioso è stato imprigionato e torturato nel 2016, 2017 e 2019 e accusato di tradimento rischiando 80 anni di carcere.

Quando Robert Mugabe è stato rovesciato nel 2017, tutti pensavano che fosse il momento del cambiamento. Eppure, incredibilmente, lo Zimbabwe oggi è peggiorato rispetto all’era Mugabe.” Queste le dichiarazioni di Mawarire, nel 2021, al Summit di Ginevra per i diritti umani e la democrazia  .

Secondo Nompilo Simanje, del Media Institute of Southern Africa (MISA) Zimbabwe, la dichiarazione del presidente è nitida. “È un chiaro esempio che il governo ha gli strumenti necessari e la capacità di monitorare le persone”.

Intelligenza artificiale Grande Fratello Big Brother
Intelligenza artificiale in Zimbabwe come il Grande Fratello di George Orwell

Intelligenza artificiale per le prossime elezioni

Tra luglio e agosto prossimi ci saranno le elezioni e Emmerson Mnangagwa non ha nessuna intenzione di lasciare la presidenza. Gli strumenti di controllo forniti dai cinesi gli saranno molto utili per vincere la competizione elettorale per il secondo mandato.

Intanto i sostenitori dei diritti umani e civili danno l’allarme. “La Cina ha aiutato lo Zimbabwe a creare una struttura che consente al governo di colpire i dissidenti e violare la privacy dei cittadini”. Quella privacy che in Zimbabwe è un diritto costituzionale.

Mawarire alla CNN: “Siamo in un Paese in cui le libertà fondamentali previste dalla costituzione per i cittadini vengono palesemente violate”.

E ora verranno violate anche con il programma Smart Cities in Zimbabwe. È portato avanti dalle società cinesi Huawei, Cloudwalk Technologies e Hikvision che potranno installare la tecnologia di riconoscimento facciale negli spazi pubblici.

E la Cina potrà identificare i volti delle persone con carnagioni scure grazie all’intelligenza artificiale.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Incurante dei colpi di Stato e dei golpisti e dei tagliagole, l’Italia va alla guerra anche in Burkina Faso

Speciale Per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
12 maggio 2023

Burkina Faso: due colpi di stato in meno di un anno, la rottura dei rapporti militari con la Francia, l’avvicinamento con Mosca e adesso anche la partnership con l’Italia per combattere le organizzazioni armate islamiche radicali.

Il 1° maggio il Consiglio dei ministri, su proposta della presidente Giorgia Meloni e del ministro degli Esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, ha deliberato la prosecuzione delle operazioni delle forze armate in innumerevoli scacchieri internazionali e – a sorpresa – l’avvio di una nuova missione bilaterale “di supporto alle forze del Repubblica del Burkina Faso impegnate contro le milizie jihadiste”.

Missioni militari italiane

Tempi, onere finanziario e modalità con cui sarà realizzato l’ennesimo intervento militare italiano in territorio africano saranno comunicati alle Camere nelle prossime settimane.

L’Italia ha firmato nel luglio del 2019 un accordo di cooperazione nel settore della difesa con il governo burkinabé guidato al tempo dal primo ministro Christophe Joseph Marie Debiré

A sottoscriverlo l’allora ministra della Difesa, Elisabetta Trenta (M5S) e il ministro della Difesa Nazionale e dei Veterani, Moumina Chériff Sy: “Sanciamo la comune ferma volontà di rafforzare le relazioni bilaterali, con l’intento di ampliarle a specifiche aree di cooperazione, come la lotta al terrorismo e le attività di capacity building”, spiegava la nota della Difesa.

Poi aggiungeva: “L’Accordo con il Burkina Faso sottolinea la significativa importanza che l’Italia dà alla cooperazione con l’Africa, in special modo con i Paesi del Sahel, con l’obiettivo di supportarli nel loro percorso di stabilizzazione e sviluppo. Il miglioramento delle condizioni di sicurezza di quest’area rappresenta un aspetto imprescindibile di questo nostro impegno e, le Forze Armate italiane, fianco a fianco con la nostra cooperazione internazionale, sono particolarmente impegnate in tal senso”.

Composto da 12 articoli, l’Accordo prevede lo sviluppo e la ricerca, il supporto logistico e l’acquisizione di prodotti e servizi; lo svolgimento di visite reciproche di delegazioni di personale civile e militare; la formazione e l’addestramento; la partecipazione a corsi teorici e pratici, a periodi di orientamento, seminari, conferenze, dibattiti e simposi organizzati presso enti civili e militari; il “sostegno a iniziative commerciali relative ai materiali e ai servizi della Difesa”

L’Italia si impegna inoltre ad esportare al paese africano diversi sistemi di guerra come aeromobili ed elicotteri militari, sistemi aerospaziali e relativo equipaggiamento; carri e veicoli armati; armi da fuoco automatiche e relative munizioni; armamento di medio e grosso calibro; bombe, mine (“eccetto quelle anti-uomo”), missili, razzi e siluri; polveri,  esplosivi e propellenti; sistemi elettronici, elettro-ottici e fotografici; materiali speciali blindati.

Il disegno di legge di ratifica ed esecuzione dell’accordo bilaterale è stato approvato il 12 dicembre 2019 dal Consiglio dei ministri (premier Giuseppe Conte, proponenti il titolare degli Affari esteri e della cooperazione internazionale Luigi Di Maio e quello della Difesa Lorenzo Guerini) ed è approdato in Parlamento nel gennaio 2020, per essere approvato in via definitiva il 29 aprile 2021 quando alla guida dell’esecutivo c’era il banchiere Mario Draghi, mentre ministri degli Esteri e della Difesa erano stati confermati Di Maio e Guerini.

“Quanto alle relazioni bilaterali, il crescente rilievo italiano per lo Stato saheliano è evidenziato dalla recente apertura di una nostra ambasciata nella capitale burkinabè”, riportava il governo nella Scheda di presentazione dell’Accordo alle Camere.

“Il Burkina Faso si è inoltre confermato nel triennio 2017-2019 tra i 22 Paesi prioritari della Cooperazione italiana individuati nel relativo documento di programmazione ed indirizzo; tale posizionamento evidenza il ruolo di primo piano del Paese nel contesto della regione saheliana e la volontà dell’Italia di rafforzare il proprio partenariato, anche in risposta alla crisi alimentare determinata dalle emergenze climatiche ed ambientali, dalla dinamica dei prezzi delle derrate alimentari e, da ultimo, dall’afflusso di popolazioni provenienti dal Mali (…) La presenza della cooperazione italiana in Burkina Faso data oltre 25 anni, durante i quali il Paese è stato destinatario di 107 milioni di euro a dono”.

Cooperazione ibrida umanitaria-militare quella italiana, dove ancora una volta si sono mescolati interessi geostrategici, affari per il comparto bellico- industriale ed energetico e le sanguinose politiche di contrasto dei flussi migratori verso il Mediterraneo.

“L’Italia attribuisce una grande importanza al Burkina Faso per la stabilizzazione del Sahel e la recente firma dell’accordo di cooperazione in materia di difesa consentirà di aumentare la collaborazione bilaterale per la formazione nei settori del controllo delle frontiere e della lotta ai traffici illeciti”, ha dichiarato la viceministra Emanuela Del Re all’incontro con il Presidente Roch Mark Kaboré durante l’Assemblea Generale dell’Alleanza G5 in Mauritania (25 gennaio 2020).

Kaboré è stato arrestato il 24 gennaio 2022 da un golpe militare; il successivo 30 settembre 2022 la capitale Ouagadougou è stata investita da un nuovo putsch guidato da una fazione avversa dell’esercito.

Il governo ad interim è  stato sciolto e sono stati imposti il coprifuoco notturno e la chiusura dei confini e degli spazi aerei nazionali; la leadership del Paese è stata assunta dal comandante delle forze speciali Cobra, Ibrahim Traoré (presidente) e dall’avvocato Apollinaire Joachim Kyélem di Tambela (primo ministro).

“Il Burkina Faso è un Paese importantissimo per l’Unione europea e per l’Italia: per questo il colpo di stato militare ci preoccupa enormemente”, ha dichiarato il 25 gennaio 2022 ad Agenzia Nova ancora Emanuela Del Re, promossa a Rappresentante speciale UE per il Sahel.

“Le motivazioni alla base del colpo di Stato sono profonde e vanno ricercate nei serissimi problemi di sicurezza, con i continui attacchi terroristici e di gruppi armati ai danni della popolazione e delle forze armate, nei problemi economici, nella corruzione diffusa, nella mancanza di accesso ai servizi di base”.

Nella stessa intervista Emanuela Del Re ha ricordato la sua ultima visita in Burkina Faso nel novembre 2021 e l’incontro ancora una volta con il presidente Kaboré e le più alte cariche dello Stato.

“Avevo percepito crescenti tensioni – ha spiegato la rappresentante UE -. Sull’instabilità locale incidono anche problemi tra le forze militari e le numerose morti di soldati caduti negli ultimi mesi in missione per mano di terroristi, nonché le difficili condizioni per le forze armate che non sono dotate di equipaggiamenti adeguati e, in alcuni casi, non hanno accesso ai ristori necessari quando si trovano in missione in zone remote”.

La centralità strategica del Sahel per il sistema Italia, da “difendere” con ogni mezzo anche a costo di stringere alleanze con golpisti e contro-golpisti, è stata ribadita dal Documento programmatico pluriannuale della Difesa per il triennio 2022-24, presentata dall’ex ministro Pd, Lorenzo Guerini.

“Gli impegni internazionali in Sahel prevedono la prosecuzione della strutturazione dell’impegno della Difesa nell’area che comprende il Mali, il Niger e il Burkina Faso, integrando attività multilaterali, di coalizione e di carattere bilaterale”, vi si legge.

“Tale sforzo, in un ambiente estremamente complesso per dimensioni, caratteristiche fisiche, geografiche e ambientali, attori coinvolti, mira anche a sviluppare una continuità e profondità operativa all’impegno nel continente africano, in un’ideale saldatura tra nord Africa e fascia saheliana e nell’ottica della massimizzazione dell’efficacia del nostro contributo alla lotta al terrorismo e alla stabilizzazione del quadrante.

Sulla base degli sviluppi politici interni e internazionali, si rivaluteranno costantemente i livelli d’impegno in iniziative internazionali in Mali e potenzialmente in Burkina Faso, dando invece priorità al supporto di natura  bilaterale verso il Niger, le cui autorità politiche paiono garantire una stabilità di medio termine che risulta fondamentale per capitalizzare gli sforzi di costruzione delle capacità locali”.

In questi ultimi mesi il quadro delle relazioni internazionali del regime di Ouagadougou è mutato radicalmente: a gennaio è stato revocato unilateralmente l’accordo di cooperazione militare sottoscritto con la Francia nel 2018, mentre sia il presidente della prima giunta golpista (Paul-Henri Sandaogo Damiba) sia quello odierno di transizione (Ibrahim Traoré) hanno intensificato i contatti con la Russia e da più fonti viene denunciata la presenza di contractor della società Wagner in alcune aree di conflitto del Paese.

Il cambio di interlocutori – così come l’escalation negli scontri armati e le drammatiche violazioni dei diritti umani – non sembrano però preoccupare il governo Meloni che si dichiara invece pronto ad avviare la (dis)avventura in territorio burkiné

Tra le nuove missioni per l’anno 2023 è stata prevista anche la partecipazione di personale militare all’European Union Military Assistance Mission in Ucraina (supporto al riequipaggiamento ed addestramento delle forze ucraine); all’European Union Border Assistance in Libya (supporto al controllo dei confini libici contro i traffici illeciti); all’European Union Military Partnership Mission in Niger (supporto alle forze nigerine impegnate contro le milizie jihadiste).

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA


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