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Tunisia: attentato davanti alla sinagoga di Gerba, evitata una strage

  • Speciale per Africa ExPress
    Cornelia I. Toelgyes
    11 maggio 2023

La sera del 9 maggio, un gendarme della guardia nazionale marittima tunisina ha ucciso cinque persone durante un assalto alla sinagoga di Ghriba, sull’isola di Gerba, nel sud della Tunisia.

Attentato davanti alla sinagoga di Gerba

L’agente ha freddato all’istante due persone di fede ebraica, tra loro un franco-tunisino di 42 anni e suo cugino, Aviel Haddad, tunisino-israeliano di 30 anni, ma residente a Gerba e due membri delle forze di sicurezza tunisine. L’assalitore è stato poi ammazzato dalla guardia nazionale. Ieri è deceduto un altro gendarme a causa delle gravi ferite riportate durante l’assalto. Salgono così a 6, compreso l’aggressore, i morti dell’attacco alla sinagoga.

La sinagoga El Ghriba di Gerba, in Tunisia, è la più antica di tutta l’Africa ed è uno dei luoghi più sacri del mondo ebraico; in occasione del trentatreismo giorno della pasqua giudaica (pesach) è meta di migliaia di pellegrini ebrei dal mondo intero.

Secondo il ministero degli Interni tunisino la sanguinaria aggressione è sviluppata in due fasi: il gendarme, autore dell’attentato, ha dapprima ucciso uno dei suoi colleghi, impadronendosi poi delle sue munizioni.

Si è quindi recato immediatamente verso la sinagoga dove ha aperto il fuoco prima di essere colpito.

Un membro delle forze di sicurezza e due pellegrini sono stati uccisi dagli spari dell’aggressore, mentre altre cinque persone sono state ferite ed evacuate in ospedale. Tra loro un altro membro delle forze dell’ordine morto più tardi, ha aggiunto il ministero. Indagini più approfondite sono in corso.

Il fatto ci riporta all’attentato dell’11 aprile 2002, quando un’autocisterna è esplosa davanti alla sinagoga El Ghriba. La strage, che ha ucciso 21 persone tra loro anche 14 turisti tedeschi, oltre all’attentatore suicida, è poi stato rivendicato da al-Qaeda.

Da allora Tunisi ha sempre messo in campo enormi dispositivi di sicurezza durante il periodo del pellegrinaggio alla sinagoga di Gerba, ma evidentemente si è rivelato insufficiente. L’intervento della guardia nazionale è stato immediato evitando una strage.

Ieri sera il presidente della Tunisia, Kaïs Saïed, ha dichiarato che “l’obiettivo degli autori della vile operazione criminale sull’isola di Gerba, oltre a rovinare la stagione turistica, è un atto volto a destabilizzare il Paese”.

Intanto ci si interroga se L’attentato è stato messo a segno da un lupo solitario o da una gang organizzata. Si spera che le indagini in corso possano fare luce su cosa o chi abbia spinto il gendarme della guardia nazionale marittima ad aprire il fuoco.

Intanto anche La Procura nazionale antiterrorismo di Parigi ha aperto un’inchiesta, visto che una delle vittime di Gerba è un cittadino francese, Benjamin Haddad, di Marsiglia, dove gestiva una panetteria kosher, dove il cibo viene preparato rispettando le regole religiose che governano l’alimentazione degli ebrei osservanti.

Il nuovo attacco ha scosso la comunità ebraica tunisina dell’isola. Vi abitano ancora 1.500 ebrei. Ma di fronte a questo nuovo attentato, alcuni si chiedono se siano ancora al sicuro in Tunisia.

La sinagoga El-Ghriba, Gerba,Tunisia

Le prime testimonianze della presenza degli ebrei a Gerba, documentate da Tertulliano (scrittore romano e apologeta cristiano), risalgono al secondo secolo.

La sinagoga El-Ghriba è stata per anni il centro di una tra le più fiorenti e attive comunità ebraiche del mondo arabo. Fino al 1967 in Tunisia risiedevano oltre centomila ebrei; oggi sono meno di millecinquecento. Molti hanno lasciato il Paese a causa del contesto economico e politico. La maggior parte degli ebrei dell’isola si è trasferita in Israele, altri in Francia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes

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Tunisia: pellegrinaggio alla sinagoga El Ghriba a Gerba, la più antica dell’Africa

Tre anni fa si concludeva la prigionia di Silvia Romano in Somalia: ma i tanti misteri di quel rapimento anomalo restano

Africa ExPress
Milano, 10 maggio 2023

Tre anni fa, il 10 maggio 2020, Silvia Romano, la ragazza rapita in Kenya nel novembre 2018 e portata in Somalia, ritornava casa a Milano, rilasciata dai suoi rapitori qualche giorno prima.

Sul rapimento di Silvia, Africa Express aveva potuto realizzare diverse inchieste e reportage resi possibili dal finanziamento dei nostri lettori. Pochi mesi dopo, la trasmissione televisiva Le Iene aveva mandato in onda ben quattro puntate in cui aveva dimostrato un coinvolgimento dei servizi segreti. Erano a conoscenza che quello scritto nelle cronache era solo una piccola parte di quanto era emerso sul rapimento.

Silvia è rientrata in Italia musulmana convinta. Ha sposato un amico che conosceva prima del rapimento e, guarda caso, convertito all’islam. E ha un bambino. Non abita più a Milano ma si è trasferita poco lontano.

Ma al di là dei suoi fatti personali, che riguardano solo lei, quello che interessa sapere cosa si nasconde dietro quel rapimento, perché i servizi segreti italiano hanno avuto un ruolo non solo investigativo, quali interessi hanno voluto difendere e, soprattutto, perché nessuno ha voluto rispondere alle domande poste da Africa ExPress e dalle Iene.

Riproponiamo qui l’articolo che abbiamo pubblicato in occasione della liberazione di Silva Romano tre anni fa.

Africa Express
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Il capo del commando che ha rapito Silvia
arrestato ma è tornato in libertà

Speciale per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
9 maggio 2020

Silvia e libera e oggi pomeriggio sarà in Italia. Altro che una ragazzina. Silvia è una grande donna a giudicare dalle prime parole: “Ho stretto i denti e ho resistito”. In attesa di conoscere i dettagli della sua liberazione cerchiamo di capire cosa c’è dietro il suo sequestro.

Una cosa è certa: Ibrahim Adhan Omar, Moses Luari Chende e Abdulla Gababa Wario fanno parte del commando che il 20 novembre 2018 ha rapito Silvia Romano nel povero villaggio di Chakama, in Kenya a un centinaio di chilometri da Malindi. Con loro altre quattro o cinque persone da allora irreperibili. Balordi Moses e Abdulla, capobanda invece Ibrahim Adhan Omar che avrebbe pianificato l’assalto e il rapimento.

L’unico veramente pericoloso, Ibrahim è stato arrestato a metà dicembre 2018 in un villaggio vicino Garissa. Nel suo covo i poliziotti hanno trovato un kalashnikov e un paio di casse di munizioni. Non è riuscito a dare una spiegazione plausibile ed è stato arrestato. Le prime indagini hanno appurato che era un cittadino somalo che aveva ottenuto i documenti kenioti corrompendo la commissione preposta a concedere naturalizzazioni e cittadinanze.

Silvia con la sua amica Alice

Nonostante un cospicuo  curriculum pieno di reati di tutto rispetto, in galera c’è rimasto poco: infatti dopo aver pagato una cauzione pari a 25 mila euro (una cifra esorbitante da quelle parti) è stato rilasciato. Ha partecipato a un’udienza del processo e poi è sparito.

La decisione della Corte del tribunale di Malindi e della giudice Julie Oseko di concedere la libertà su cauzione era stata criticata duramente dalla rappresentante della pubblica accusa, Alice Mathagani, e dal capo della polizia, incaricato delle indagini, Peter Gachaja Murithi, che in un colloquio con  Africa ExPress avevano esclamato quasi all’unisono: “Ma è una violazione della legge concedere la possibilità di pagare e uscire di galera. L’incriminazione è troppo grave e non permette una scappatoia di questo genere”.

Infatti una volta fuori di galera Ibrahim aveva fatto perdere le sue tracce. Peter Gachaja, aveva sommessamente avanzato l’ipotesi che l’accusato potesse essere stato ucciso per non farlo parlare e raccontare i dettagli del rapimento. Dal canto suo Alice Mathagani aveva definito il sequestro “su commissione”.  A tutt’oggi di lui non si sa più nulla.

Silvia e la sua amica del cuore Alice in piscina a Milano nell’estate del 2017

Anche la fedina penale di Moses Luari Chende è di tutto rispetto. Era stato trovato con le mani nel sacco con una banda di bracconieri a caccia di elefanti. Probabilmente per questo è stato arruolato dai rapitori. Lui conosce molto bene i territori che sono a cavallo tra la Somalia e il Kenya e si muove come un pesce nell’acqua nell’impenetrabile foresta di Boni che è al confine tra i due Paesi e dove è stata portata Silvia subito dopo il rapimento. Per i suoi servigi Moses avrebbe dovuto essere ricompensato con 100 mila scellini, più o meno 900 euro ma invece gli altri banditi, la notte del rapimento, l’avevano abbandonato nelle foresta con un “Ci vediamo domani” e invece erano spariti. Questo racconto l’ha fatto alla polizia quando a metà dicembre era stato catturato e gettato in guardina. Anche lui ha pagato la cauzione (sempre 25 mila euro), è tornato in libertà, ma a differenza di Ibrahim non è scappato. “L’abbiamo messo sotto torchio – avevano raccontato alla polizia – ma non ci ha raccontato nulla”.

Il terzo uomo Abdulla Gababa Wario, sembra invece sia stato arruolato come pura manovalanza. Conosciuto dalla polizia keniota per piccoli furti e altri reati è l’unico che non è riuscito a trovare un amico pronto a pagare la cauzione. E così è rimasto in galera tutto il tempo senza riuscire neanche a spiegare perché faceva parte del commando.

Durante l’inchiesta svolta da Africa ExPress (resa possibile dal determinante aiuto finanziario dei nostri lettori) e dal Fatto Quotidiano erano emerse due tesi sulla sorte di Silvia: quella catastrofista dell’esercito secondo cui la ragazza era morta e c’era da mettersi l’animo in pace e quella degli inquirenti, la pubblica accusa e la polizia, che non hanno mai smesso di pensare che Silvia fosse viva.

Secondo la loro opinione subito dopo il rapimento la volontaria di Africa Milele è stata tenuta prigioniera in Kenya. Le frontiere erano sigillate. Quando la sorveglianza si è allentata è stata trasferita in Somalia a un primo gruppo ma è rimasta nel sud dell’ex colonia italiana. Solo più tardi è stata portata verso Mogadiscio, nella zona della città portuale di Merca. Ed è lì che turchi e somali l’hanno trovata.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

N.B. Le foto pubblicate in quest’articolo erano conservate nell’archivio di Africa ExPress. Non le abbiamo pubblicate prima proprio per rispetto a Silvia e per evitare che qualcuno potesse usarle per qualche secondo recondito fine. Ora sono sul nostro sito visibili a tutti 

Rapimento di massa in una chiesa battista nel nord-ovest della Nigeria

Africa ExPress
Abuja, 9 maggio 2023

Ci risiamo. Domenica mattina, un folto numero di credenti è stato rapito nel Kaduna State, nel nord-ovest della Nigeria, durante la funzione domenicale nella chiesa battista “Madalla” di Bege, nel distretto di Chikun.

Sequestrati cristiani in una chiesa battista nel nord-ovest della Nigeria

L’Associazione cristiana della Nigeria ha confermato il fatto ai giornalisti ieri mattina.

Un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione nella chiesa verso le 09.30 il 7 maggio scorso e ha costretto 40 persone a seguirli. E, secondo quando riportato ai giornalisti dal reverendo John Hayab, 15 fedeli sono poi riusciti a scappare.

A tutt’oggi 25 ostaggi sono ancora in mano agli assalitori, fatto confermato anche dalla polizia di Kaduna, che però non ha voluto rilasciare commenti.

I rapimenti sono diffusi nel nord-ovest e nel centro della Nigeria. Gli ostaggi vengono tenuti nascosti in vaste foreste in attesa del pagamento di un riscatto. Ma aggressioni e contrasti accadono anche per dispute tra le varie comunità.

 Il mese scorso sono state brutalmente ammazzate 33 persone in un villaggio, sempre nel Kaduna state. Uomini armati hanno attaccato i residenti per un conflitto di pascolo e delle risorse idriche, sorto tra pastori e agricoltori.

L’anno scorso, invece, alcuni assalitori hanno aperto il fuoco su una chiesa cattolica nell’Ondo state (sud-ovest), uccidendo almeno 40 persone.

L’insicurezza è tra i problemi prioritari che il neo eletto presidente, Bola Tinubu, dovrà affrontare, non appena presterà giuramento, cerimonia prevista per la fine di questo mese.

La tornata elettorale del 25 marzo scorso è stata ampiamente contestata dai maggior avversari di Tinubo, dello stesso partito (All Progressives Congress), del capo di Stato uscente, Muhammadu Buhari. Tinubo è poi stato proclamato vincitore dalla Commissione elettorale nazionale indipendente il 1° marzo 2023.

I due maggiori avversari, Atiku Abubakar, di People’s Democratic Party (PDP), principale partito di opposizione, e Peter Obi esponente del Labour Party, hanno presentato ricorso. La prima udienza si è svolta ieri in un tribunale di Abuja. I giudici finora hanno ascoltato le dichiarazioni degli avvocati che rappresentano i partiti di opposizione.

Bole Tinubu, neo eletto presidente della Nigeria

Per la legge nigeriana, una elezione può essere invalidata solo se si dimostra che l’organo elettorale nazionale non ha rispettato la legge in misura significativa e ha agito in modo da alterarne il risultato. In Nigeria nessun risultato delle elezioni presidenziali è mai stato annullato dalla Corte Suprema.

Ma queste sono state elezioni particolari, come hanno sottolineato anche gli analisti, a causa dell’ampio uso della tecnologia nel processo elettorale.

Insomma è tutto da vedere, anche se, va precisato, i processi generalmente si protraggono per mesi e mesi, ma l’investitura di Tinubu è prevista per il 29 di maggio 2023.

Africa ExPress
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“Diluvio universale” in Congo-K: spazzati via dall’acqua case, scuole, ospedali e strade. Oltre 400 morti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
8 maggio 2023

Le fortissime piogge che si sono abbattute tra il 4 e il 5 maggio sul territorio di Kalehe, Sud-Kivu, nell’ est della Repubblica Democratica del Congo, hanno spazzato via tutto: famiglie, abitazioni, scuole, centri sanitari, seminando morte e desolazione.

Congo-K: catastrofe di Kalehe

Una giovane di 23 anni è disperata: nella terribile alluvione, costata la vita a oltre 400 persone ha perso i suoi due bimbi, i genitori, due sorelle, mentre il marito si trova in ospedale, ferito durante le intemperie. Sono sfollati, sono scappati a gennaio dal vicino Nord-Kivu, dove imperversano i combattimenti tra l’esercito congolese e i ribelli del Movimento 23 marzo (M23). Hanno trovato rifugio qui, ma la serenità ritrovata è stata di breve durata. Piove sempre sul bagnato.

Un altro ragazzo ha raccontato di essere uscito per vedere i suoi amici in un villaggio vicino. Al ritorno non ha più trovato la sua casa e con essa sono spariti anche tutti i suoi familiari.

Una parte del territorio di Kalehe è devastato. Diversi villaggi sono stati sommersi dalle acque quando giovedì sera i fiumi Nyamukubi e Chishova hanno rotto gli argini, le acque hanno spazzato via tutto ciò che hanno trovato lungo il loro cammino. I sopravvissuti sono in stato di shock per la perdita dei loro cari e dei loro averi.

Ai piedi delle verdi colline nel territorio di Kalehe, sulla sponda occidentale del lago Kivu, al confine con il Ruanda, è sparito completamente un intero quartiere con due scuole, abitazioni, un mercato, un centro sanitario. Non resta più nulla. Ora è una immensa estensione di fango e pietre, senza vita.

Nelle aeree colpite manca tutto. La Croce Rossa ha fatto sapere che risulta davvero difficile fornire assistenza medica ai feriti, in un contesto sanitario già molto fragile anche prima di questo “diluvio universale”.

Sabato scorso sono stati sepolti in fosse comuni 270 salme, tra queste c’erano più di 80 bambini.

Le acque hanno spazzato via tutto nel Sud-Kivu, Congo-K

Le squadre di soccorso continuano a scavare con le mani e qualche pala, alla ricerca di altri cadaveri ancora sotto le macerie, molti altri forse non saranno mai ritrovati, perché non si esclude che possano trovarsi in fondo al lago Kivu.

“Ci sono molti corpi, siamo sopraffatti”, ha detto Isaac Habamungu, un operatore locale della Croce Rossa. L’amministratore del territorio, Thomas Bakenga ha stimato in 203 il numero di corpi trovati sabato. Domenica il bilancio è salito a 394, tra questi, 120 sono stati recuperati mentre galleggiavano sul lago Kivu vicino all’isola di Idjwi, altri, invece sono stati rinvenuti nei villaggi di Nyamukubi e Bushushu, i più colpiti dal nubifragio.

Già sabato scorso MONUSCO, la missione delle Nazioni Unite in Congo, ha garantito supporto alle autorità del Sud-Kivu e ha fornito i primi soccorsi alle persone colpite dalla calamità. Un lotto di medicinali è stato inoltre inviato all’ospedale di Bukavu, capoluogo del Sud-Kivu, dove sono stati evacuati i feriti.

Anche il medico Denis Mukwege, premio Nobel per la Pace 2018, ha inviato sabato scorso un equipe di medici dell’ospedale Panzi, che dirige a Bukavu, nella zona del disastro. Mukwege ha chiesto con insistenza alle autorità di accelerare il processo di trasferimento della popolazione dalle aree pericolose e di mobilitare quanto prima gli aiuti di emergenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes
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Pesanti minacce di morte a medico congolese, premio Nobel per la Pace 2018

 

 

 

 

Sudan: esercito e golpisti a Gedda trattano una tregua sul campo, ma guai parlare di pace. Infatti infuria la guerra

Africa ExPress
Gedda, 7 maggio 2023

Gli inviati delle fazioni militari sudanesi in guerra – le forze armate sudanesi e le Forze di Supporto Rapido, cioè gli ex janjaweed –  sono finalmente arrivati ieri a Gedda per i primi colloqui. I due contendenti hanno però dichiarato che avrebbero discusso solo di una tregua umanitaria, nessun negoziato per porre fine alla guerra.

Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Sudan e capo comandante delle forze armate (a sinistra), Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, capo delle RSF e vicepresidente

Riad e Washington hanno accolto favorevolmente i “colloqui pre-negoziali” tra l’esercito e l’RSF, che hanno esortato ad impegnarsi concretamente dopo i numerosi cessate il fuoco violati.

Anche il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, Jake Sullivan, si è precipitato immediatamente in Arabia Saudita questo fine settimana per colloqui con i leader di Riad. Questa sera il governo saudita ha annunciato a Al Ekhbariya, la TV di Stato  che stanzierà 100 milioni di dollari in aiuti umanitari.

L’iniziativa statunitense e saudita è il primo tentativo di porre fine ai combattimenti che hanno trasformato parti della capitale sudanese Khartoum e altre zone del Sudan in campi di battaglia e ha di fatto mandato in fumo la nascita – come promesso – di un governo civile. Le potenze occidentali hanno sostenuto la fine della dittatura militare in Sudan, Paese che si trova in un crocevia strategico tra Egitto, Arabia Saudita, Etiopia e la regione del Sahel, sempre più instabile.

L’Arabia Saudita invece si è mostrata sempre tiepida verso un’amministrazione civile. Non è un mistero che tema il contagio della democrazia. Per altro il principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, nel 2017 aveva accolto a braccia aperte nella sua corte come consigliere per gli affari africani, un alto funzionario sudanese, Taha Osman Al-Hussein: era il capo di gabinetto del dittatore Omar Al Bashir.

Taha Osman Al-Hussein ora è comunque consulente del presidente degli Emirati Arabi Uniti, il potente sceicco Mohammed bin Zayed, anche lui, in Sudan, sostenitore del Rapid Support Forces. Viene indicato come la mente occulta che tiene i rapporti tra i paramilitari di Dagalo e gli Stati del Golfo.

Freedom and Change – la coalizione che comprende Sudanese Professional Association e partiti all’opposizione – ha espresso parere favorevole al primo confronto tra le parti belligeranti in Arabia Saudita. FFC ha invitato le due fazioni a prendere una “decisione coraggiosa” per porre fine al conflitto.

I dialoghi si svolgono in due sale diverse, in quanto le due fazioni non vogliono incontrarsi di persona. Le parti stanno trattando su questioni di ordine pratico che si potrebbe definire tecnico: mettere in atto una tregua per motivi umanitari, caldamente richiesta dalle organizzazioni che lavorano sul campo per portare aiuti alla popolazione.

Intanto infuriano i combattimenti anche oggi, 23esimo giorno di guerra. Raid aerei e forti esplosioni si sono sentiti durante la notte a Khartoum e dintorni e anche questa mattina le parti hanno continuato a affrontarsi.

Ieri è stata colpita l’automobile dell’ambasciatore turco accreditato a Khrtoum. In seguito all’attacco il ministero degli Esteri di Ankara ha deciso di trasferire la rappresentanza diplomatica a Port Sudan. Ora entrambe le fazioni in lotta si accusano a vicenda di essere stati responsabili dell’aggressione.

I combattimenti scoppiati in Sudan il 15 aprile hanno avuto un impatto devastante sulla popolazione e anche sulle infrastrutture. La città più colpita è la capitale Khartoum, dove state registrate 700 vittime, per lo più civili e migliaia di feriti. Questo numero aumenta di ora in ora, sembra significativamente troppo basso, dato che non è più possibile contare le vittime in mezzo a tutto questo caos.

Secondo quanto riporta Save the Chlidren, anche 190 bambini sarebbero morti colpiti da proiettili, scheggia o addirittura dal crollo di edifici colpiti e collassati. E, come ha riportato l’UNICEF alla Reuters, a causa dei continui attacchi alle infrastrutture, sono stati distrutti anche un milione di dosi di vaccino anti-polio destinati.

I residenti di Khartoum hanno riferito che i paramilitari di RSF hanno fatto irruzione in centinaia di abitazioni, spesso sgomberando, aggredendo i proprietari e saccheggiando i loro beni.

Secondo quanto riporta Sudan Tribune, sarebbero ripresi i combattimenti tra le due fazioni nel sud Darfur. Giorni fa è stato osservata una tregua, mediata da leader locali.

In tre quartieri di Nyala, la capitale, le forze rivali hanno utilizzati armi pesanti che hanno devastato anche diverse abitazioni civili.

RSF in Darfur

Si teme che nella regione i nuovi scontri possano aggravarsi e scatenare un nuovo conflitto etnico. È stato segnalato un ampio dispiegamento di milizie tribali nelle aree controllate dalle RSF a est di Nyala. La città è ora praticamente divisa in due: a parte occidentale, controllata dall’esercito, comprende la segreteria del governo, i ministeri, il comando dell’esercito e gli arsenali. La parte orientale, dove si trovano l’aeroporto di Nyala, gli edifici dei servizi segreti e il quartier generale della polizia, è sotto il controllo dell’RSF.

Questa mattina Al Jazeera ha riportato che le RSF sono state cacciate da Nyala. Difficile verificare le notizie quando regna il caos generale.

Ieri l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato di aver inviato via aerea a Port Sudan 30 tonnellate di forniture mediche. Si tratta di una delle prime spedizioni di questo tipo dall’inizio dei combattimenti. L’OMS sta ancora aspettando le autorizzazioni di sicurezza e di accesso per effettuare spedizioni simili a Khartoum, dove i pochi ospedali funzionanti stanno esaurendo le scorte.

Il Qatar ha effettuato un volo di soccorso in Sudan con circa 40 tonnellate di cibo. L’aereo è poi ripartito con 150 sfollati a bordo.

Le Nazioni Unite stimano che quasi 900mila persone abbiano lasciato il Sudan. Non solo sudanesi, anche molti migranti che da anni vivevano nel Paese, che fino allo scoppio della guerra ospitava 1,1 milioni di rifugiati, gran parte provenienti dl Sud Sudan.

Molti Paesi limitrofi, come il Sud Sudan, si trovano già in grande difficoltà. Nella più giovane nazione della Terra, in particolare nei suoi Stati settentrionali, che dipendono in larga misura dalle importazioni dal Sudan, i prezzi dei prodotti di prima necessità sono alle stelle. Il costo del carburante è salito fino al 60 per cento in due settimane e i prezzi dei generi alimentari in alcune aree sono aumentati di oltre il 30 per cento e si prevede che possano crescere ulteriormente.

Al 3 maggio 2023, più di 30.000 persone hanno attraversato il confine del Sud Sudan in cerca di sicurezza, il 90 per cento tra loro sono cittadini sud sudanesi, la maggior parte dei quali sono stati registrati come rifugiati in Sudan. Queste cifre rappresentano solo coloro che sono stati identificati dagli operatori umanitari al confine ed è probabile che i numeri reali siano più alti di quelli riportati.

La maggior parte dei fuggiaschi sono arrivati attraverso il valico di frontiera di Juda, nello Stato dell’Alto Nilo, in maggioranza provengono da Khartoum. Un numero assai minore è arrivato negli Stati del Bahr Ghaza settentrionale e occidentale, in fuga dal Darfur.

Anche molti eritrei, che si trovavano in Sudan, sono arrivati a Renk, nel Sud Sudan. Ora l’UNHCR li porterà con diversi pullman a Kaya. Altri, invece, si sono spostati da Khartoum verso Kassala (Sudan) dove si trova un campo per rifugiati. Per mancanza di cibo, non tutti richiedenti eritrei sono stati accettati.

Mentre quasi 10.000 persone hanno cercato protezione nella vicina Repubblica Centrafricana. Tra questi poco meno di 3.500 ex rifugiati centrafricani. Molti dei fuggitivi sono ora ospitati da famiglie nella città di Am-Dafock, confinante con il Sudan, altri invece si trovano in piccoli accampamenti di fortuna.

OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) ha detto che sicuramente il numero dei rifugiati aumenterà nei prossimi giorni. Alti funzionari governativi hanno già visitato Am-Dafock per valutare la situazione in quanto la zona è soggetta a inondazioni durante il periodo delle piogge, prevista per la fine di questo mese.

Va ricordato che in Centrafrica oltre 3,6 milioni di persone (il 56 per cento della popolazione) necessitano di aiuti umanitari e di protezione. Nel Paese si consuma una guerra civile da anni ed devastato e insicuro.

Molti sudanesi e ex rifugiati sono partiti anche alla volta del Ciad, l’Egitto, la Libia e altri Paesi.

 

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Photocredit: BBC

Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”

 

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Controffensiva Ucraina annunciata dai media: propaganda o scartato effetto sorpresa?

Speciale per Africa ExPress
Francesco Cosimato
Milano, 6 maggio 2023

Il fatto che in questi giorni si faccia un gran parlare di offensiva Ucraina contro i russi per riconquistare i territori perduti mi induce a analizzare alcuni elementi che sembrano sfuggire agli estensori di contributi audio, video e scritti sui media mainstream.

La prima e più ovvia considerazione è che le offensive non si annunciano, non ha senso annunciare una cosa che può essere definita come una manovra militare, complessa, onerosa, piena di variabili e difficoltà. Il martellamento continuo su questo tasto, unito alla certezza della vittoria finale, rischia di apparire poco serio e di inficiare anche gli evidenti obiettivi propagandistici.

In ogni caso non escludo che, più avanti, si annunci anche in pompa magna l’effettivo avvio dell’operazione. Tante sono le notizie false che le avverse propagande hanno diffuso confidando che la pubblica opinione non avesse memoria.

Una seconda considerazione che mi sembra pertinente è che anche i russi avevano dichiarato di preparare un’offensiva, ormai già l’anno scorso, per qualche ragione questa cosa non sembra più d’interesse dei media occidentali, eppure la sproporzione tra il potenziale militare russo e quello ucraino suggerirebbe questa seconda ipotesi come più plausibile.

Evidentemente gli obiettivi propagandistici occidentali hanno interesse a nascondere questo fatto.

La terza considerazione, che a mio avviso è la più pertinente ed importante, riguarda le componenti necessarie a pianificare, organizzare e condurre un’offensiva. Si deve tenere presente che un’offensiva generalizzata che conduca alla vittoria finale richiede un consistente potere terrestre, aereo e navale.

Non sono disponibili informazioni utili a quantificare un rapporto di superiorità di tre ad uno a favore degli ucraini sul piano terrestre, ma sicuramente non esiste un corrispondente potere navale ed aereo si Kiev.

L’Ucraina non è mai stata una potenza navale, quindi non dispone di una flotta da spendere in un piano così importante. È nota la carenza di velivoli da superiorità aerea che, da soli, non bastano a conquistare il predominio del cielo, talché anche i leader occidentali devono farsela in treno per arrivare a Kiev.

Guerra Ucraina-Russia

Da un punto di vista squisitamente tecnico, la realizzazione di un’offensiva ucraina decisiva e vittoriosa potrebbe diventare un importante caso di studio per le scuole di guerra di tutte le forze armate del mondo.

La considerazione conclusiva riguarda l’obiettivo di questa propaganda, che ci ricorda quella analoga dello scorso anno, che anche all’epoca annunciava la vittoriosa offensiva ucraina.

L’obiettivo di questa campagna mediatica è quello di mantenere nell’opinione pubblica la convinzione che gli ucraini vinceranno presto e che, altrettanto velocemente, i russi scompariranno presto. Così come nessun piano resiste al nemico, nessuna campagna informativa resiste al tempo.

Francesco Cosimato*
f.cosimato@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

*Generale in congedo con una quasi quarantennale esperienza militare, quattro missioni all’estero e molte attività internazionali. Già Public Affairs Officer in seno alla NATO. Presiede un Centro Studi strategici (www.centrostudisinergie.eu)

La guerra di propaganda fa un’altra vittima eccellente: il giornalismo

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Orrore religioso in Kenya: trovati oltre 100 cadaveri, si sono lasciati morire di fame, scomparse più di 400 persone

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
6 maggio 2023

Il numero dei cadaveri nelle fosse comuni
è arrivato a 109. Continua la ricerca dei morti della setta cristiana Good News International Church (chiesa internazionale della buona novella), del pastore Paul Mackenzie Nthenge.

morti anche bambini il Paul Mackenzie Nthenge
Paul Mackenzie Nthenge, pastore della setta Good News Internatinal Church

Scomparse oltre 400 persone

La Croce Rossa del Kenya ha riferito che sono scomparse oltre 410 persone. Potrebbero aver avuto legami con la setta di Mackenzie. Tra queste ci sono 227 bambini. Il pezzo di foresta di Shakahola di 325 ettari nel distretto di Kilifi, sulla costa sudorientale del Kenya che appartiene al “profeta”, è un’enorme fossa comune.

Paul Mackenzie Nthenge, al momento in prigione, è accusato di aver incoraggiato i suoi seguaci a morire di fame “per incontrare Gesù”. Infatti, dall’esame autoptico di 40 cadaveri, 36 sono morti d’inedia. Gli altri quattro erano bambini. Tre morti soffocati e uno deceduto a causa delle bastonate. Per molti altri non è possibile eseguire l’autopsia a causa della decomposizione dei corpi.

Il materiale inviato ad Africa Express

Dal Kenya è arrivato alla nostra redazione del materiale video girato sul luogo. Un minuto e mezzo di orrore.

Sono riprese video girate con lo smartphone e alcune sono fotografie. È materiale molto crudo. Sono alcune delle persone trovate nelle fosse comuni e dei sopravvissuti al folle messaggio di morte di Paul Mackenzie Nthenge. Tra questi anche una bambina di pochi anni.

Sono immagini che potrebbero disturbare la sensibilità dei nostri utenti. Abbiamo deciso di pubblicarle per mostrare l’orrore causato da un leader folle che ha portato solo morte plagiando i suoi adepti.

Fate morire i bambini

“Devi rinnegare te stesso. Devi arrivare al punto di distruggere la tua vita solo per Gesù. Ci sono persone che non vogliono predicare per Gesù, dicono che i loro bambini piangono perché hanno fame. Lasciateli morire. È un problema?”. Sono le sconvolgenti parole del sermone di un video del predicatore pubblicate dalla BBC. Ora il gruppo di Nthenge viene chiamato la “Setta della fame”.

La fine del mondo

Dalle indagini condotte dagli investigatori viene fuori che il profeta predicava la Fine del mondo prevista per il mese di giugno. I primi a morire dovevano essere i bambini seguiti dagli uomini non sposati e poi dalle madri e le donne. Poi sarebbe toccato agli uomini e gli ultimi sarebbero stati quelli del cerchio di comando del guru. Infine sarebbe morto lui, il capo: Paul Mackenzie Nthenge.

Gli inquirenti hanno scoperto che nel mese di marzo era stato arrestato perché due bambini sono stati trovati morti a Shakahola. Mackenzie e i genitori dei piccoli sono stati accusati di averli fatti morire di fame e di averli soffocati prima di seppellirli nella foresta.

Sono però stati rilasciati per mancanza di prove. Tuttavia gli inquirenti si interrogano sul perché in tutti questi anni nessuno si è accorto di ciò che stava succedendo. Su questo fatto ci sono indagini in corso.

Sandro Pintus
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Massacro in Kenya, 90 adepti di una setta cristiana si sono lasciati morire di fame “per incontrare Gesù”

Commando di cento jihadisti in moto massacra un villaggio in Benin

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 maggio 2023

Nel giro di 24 ore sono stati attaccati due villaggi nel nord del Benin. Secondo diverse fonti, verso le ore 23.00 del 1° maggio, un folto gruppo di uomini armati non meglio identificati, avrebbe fatto irruzione a Kaobagou nell’area di Kérou, dipartimento dell’Atacora. Il villaggio dista pochi di chilometri dal confine con il Burkina Faso.

Testimoni oculari hanno parlato di almeno cento uomini, armati fino ai denti, che sarebbero arrivati in sella alle loro moto. Quindici abitanti del villaggio sarebbero stati sgozzati, altri tre sarebbero morti a causa di una bomba artigianale. Mentre una decina di giovani sono tutt’ora introvabili. Non è chiaro se si siano nascosti nella boscaglia o se siano stati rapiti dagli assalitori. Secondo alcuni residenti, gli aggressori avrebbero portato via anche parecchi capi di bestiame.

All’indomani dalla barbara aggressione a Kaobagou, sono state sgozzate altre tre persone nel villaggio di Guimbagou, nell’area di Banikoara, dipartimento di Alibori.

Il governo ha dispiegato l’esercito, che sta effettuando controlli a tappeto. Ma secondo il quotidiano francese Le Monde, molte famiglie delle aree colpite starebbero lasciando le proprie case.

Attacchi terroristi in Benin

Le autorità beninesi tacciono spesso per quanto riguarda gli attacchi che colpiscono la parte settentrionale del Paese, eppure questa volta il presidente, Patrice Talon ha raccontato pubblicamente, anche se con qualche giorno di ritardo, di aver aperto una indagine sui fatti di Kaobagou.

Finora nessuno ha rivendicato i due attacchi, anche se tutti accusano i jihadisti, che da tempo tentano di espandere il loro raggio d’azione verso il Golfo di Guinea.

Intanto il governo del Togo ha esteso per altri 12 mesi lo stato d’emergenza regione delle Savane, dove è stato imposto nel giugno 2022, poi prolungato a settembre fino a marzo 2023.

L’estremo nord del Togo, confinante con il Burkina Faso, dal 2021 è spesso teatro di incursioni jihadiste, ma come per il Benin, la stampa locale è avara nel riportare tali notizie, anche se negli ultimi mesi gli attacchi dei terroristi sono diventati più frequenti.

L’opposizione togolese e la società civile hanno spesso criticato il silenzio delle autorità. A febbraio la Cina, in collaborazione con il Programma Mondiale per l’Alimentazione (PAM), nell’ambito di un piano di assistenza urgente, hanno consegnato cibo agli sfollati della regione delle Savane e di Kara.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

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TERRORISTI IN BENIN

Terroristi ancora in azione nel Golfo di Guinea: nuovi attacchi in Togo, al confine con il Burkina Faso

Tregue sottoscritte e subito dopo violate: le sorti del Sudan si giocano in battaglia

Africa ExPress
Khartoum 4 maggio 2023

Anche questa mattina le micidiali macchine da guerra continuano la loro corsa senza sosta in Sudan. Come al solito il nuovo cessate il fuoco di 7 giorni, accettato da entrambe le parti in causa, non è stato rispettato.

Nuovi combattimenti e raid aerei a Khartoum e città vicine

Il conflitto tra i due generali – Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo di Stato e comandante delle forze sudanesi, e Mohamed Hamdan Daagalo, noto come Hemeti, vicepresidente del Sudan e capo delle Rapid Suport Forces (RSF) – iniziato lo scorso 15 aprile, è scomparso dalle prime pagine dei giornali, eppure la gente continua a morire, a fuggire da questa assurda guerra per il potere.

Ciascuna delle due parti sta lottando per il controllo del territorio della capitale in vista di eventuali negoziati, anche se i leader di entrambe le fazioni hanno mostrato poca disponibilità pubblica a tenere colloqui dopo più di due settimane di combattimenti. Testimoni oculari hanno confermato che da ieri notte sono in atto raid aerei e combattimenti sia nella capitale che Omdurman, la città gemella sull’altra sponda del Nilo e Khartoum Nord, altrimenti chiamata Bahri .

Ma il conflitto si è già esteso anche in Darfur, dove sono già morte quasi 200 persone. La situazione umanitaria è molto complessa e decine di migliaia di residenti stanno cercando protezione nel vicino Ciad.

In Darfur, dove i paramilitari sono nati, sono cresciuti e si sono sviluppati e si chiamavano janjaweed prima di essere integrati nella RSF per ripulirne l’immagine, hanno ricominciato ad attaccare i villaggi delle etnie africane, bruciando le capanne ammazzando gli uomini e distruggendo ogni cosa.

L’inviato di Al-Burhan, Dafallah Alhaj, ha dichiarato al Cairo all’emittente Al Jazeera che l’accordo riguarda solo il cessate il fuoco e non la mediazione per la risoluzione del conflitto. “Per noi, la risoluzione finale sarà decisa sul campo. La nostra delegazione non si impegnerà in colloqui diretti e non aprirà nemmeno un canale di comunicazione con i ribelli”, ha precisato Alhaj.

Dunque finora non è chiaro se le mediazioni, annunciate all’Associated Press qualche giorno fa da Volker Perthes, rappresentante speciale del segretario generale dell’ONU per il Sudan, possano aver luogo. L’Arabia Saudita si era proposta ad ospitare il tavolo delle trattative a Riad.

Un’altra mediazione è stata promossa dal presidente Salva Kiir del Sud Sudan, e ieri, il ministero degli Esteri del governo di Juba ha fatto sapere che è riuscito a convincere entrambe le parti a concordare una tregua di una settimana e a nominare degli inviati per i colloqui di pace. Ma finora sul campo nulla di fatto.

Martin Griffiths, sottosegretario generale per gli Affari umanitari dell’ONU

Intanto la gente continua a morire. Il ministero della Sanità di Khartoum dichiarato ieri che finora sono morte 550 persone, i feriti sono 4.926. Gli ospedali sono al collasso, oltre a essere a corto di medicinali e materiale sanitario. Inoltre, gran parte del personale non riesce a coprire i turni, in quanto è troppo pericoloso mettersi in viaggio quando ci sono combattimenti in corso.

Ieri è arrivato nel Paese Martin Griffiths, sottosegretario generale per gli Affari umanitari dell’ONU, per tentate di ottenere dalle parti assicurazioni sulla consegna degli aiuti, dopo che sei camion di forniture umanitarie, diretti verso il Darfur, sono stati saccheggiati. Inoltre i continui bombardamenti su Khartoum mettono in pericolo lo staff delle agenzie.

“Abbiamo comunque bisogno di accordi e disposizioni per consentire lo spostamento del personale e delle forniture”, ha precisato Griffiths. L’alto funzionario spera di avere incontri faccia a faccia con le parti in guerra entro due-tre giorni.

Martedì, Griffiths ha fatta tappa a Nairobi, dove, durante una conferenza stampa, ha chiesto, senza giri di parole, alla comunità internazionale di condannare questa assurda guerra:”Al-Burhan e Hemetti devono capire che la situazione in Sudan è inaccettabile”, ha spiegato.

“L’intera regione potrebbe essere colpita”, ha affermato martedì il presidente egiziano Abdel Fattah el-Sisi in un’intervista a un giornale giapponese. Infatti, i Paesi limitrofi continuano a accogliere persone in fuga. E l’ONU teme che i combattimenti tra l’esercito e l’RSF, scoppiati il 15 aprile, possano provocare una catastrofe umanitaria, non solo in Sudan, ma anche nei Paesi vicini.

Africa ExPress
@africexp
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Accuse all’Italia per l’addestramento dei janjaweed: “Avete creato un mostro”

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Oltre 130 civili (anche neonati) massacrati in Burkina Faso: sotto accusa esercito e terroristi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
2 maggio 2023

Una decina di giorni fa si è consumata l’ennesima carneficina di civili in un villaggio nel nord del Burkina Faso.

Secondo il racconto dei sopravvissuti, la mattina del 20 aprile, un gruppo di uomini armati in divisa, hanno circondato il villaggio di Karma e alcuni residenti, felici di vedere i soldati, sono usciti dalle proprie abitazioni per accoglierli. La loro gioia, i loro sorrisi, sono presto stati spenti dai colpi di arma da fuoco.

Burkina Faso: i massacri di civili e militari si susseguono

Per tutta la mattina, i militari sono passati di casa in casa, hanno buttato giù le porte, cercando di stanare chiunque si fosse nascosto nelle proprie abitazioni.

Solo 3 giorni dopo l’”esecuzione sommaria”, il procuratore di Ouahigouya, capoluogo della regione del Nord, ha confermato la morte di 60 residenti, ma secondo un comunicato dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti umani, i civili ammazzati sarebbero ben di più. L’agenzia dell’ONU parla di ben oltre cento persone scomparse, in seguito a un attacco perpetrato da uomini armati e con la divisa in dotazione all’esercito burkinabé, accompagnati da ausiliari paramilitari.

Sepoltura delle vittime di Karma, Burkina Faso

Il governo ha fermamente condannato “questi atti spregevoli e ha dichiarato di seguire da vicino l’evoluzione dell’inchiesta”, aperta dal procuratore di Ouahigouya, per far luce su queste barbarie e per perseguire penalmente tutte le persone coinvolte. Finora il procuratore ha parlato di “persone che indossavano le uniformi delle forze armate “, quindi non si conosce la loro identità. Sono davvero militari? O terroristi che hanno rubato le uniformi? Saranno le indagini a stabilirlo.

Il Collettivo contro l’Impunità e la Stigmatizzazione Comunitaria (CISC), una ONG burkinabé, ha fatto sapere qualche giorno fa di aver documentato e registrato 136 corpi senza vita a Karma, tra loro 50 donne e 21 bambini (anche neonati di meno di 30 giorni).

Il 25 aprile scorso, la portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Ravina Shamdasani, ha chiesto che venga aperta “un’indagine completa e indipendente sull’ultima orribile strage di civili in Burkina Faso”. La portavoce ha ricordato che l’uccisione di Karma è stata “una delle tante altre segnalazioni di attacchi a civili da parte delle forze armate e dei VDP (Volontari per la Difesa della Patria) negli ultimi mesi”.

Se i fatti saranno confermati, si tratta del peggiore massacro ad opera delle forze armate dal 2015, cioè da quando il Burkina Faso, in particolare la parte settentrionale del Paese, è in preda a una spirale di violenza, attribuita a gruppi jihadisti legati ad Al-Qaeda e all’organizzazione dello Stato Islamico, che ha causato oltre 10.000 morti tra civili e militari e circa 2 milioni di sfollati.

Il 19 aprile scorso, il presidente della giunta militare di transizione,Ibrahim Traoré, salito al potere con un colpo di Stato nel settembre 2022, ha firmato un decreto per una mobilitazione generale contro il terrorismo della durata di un anno. Tale precetto consente alle autorità di adottare misure eccezionali in nome della sicurezza nazionale. Dunque anche i giovani dai 18 anni, ritenuti idonei, potranno essere arruolati.

Un piano per reclutare altri 5mila soldati da utilizzare contro l’insurrezione jihadista che attanaglia il Paese, è già stato annunciato lo scorso febbraio. A metà aprile il ministro della Difesa ha lanciato un appello al personale militare in servizio e in pensione, affinché consegni le uniformi inutilizzate, perché potrebbero essere utili per le nuove leve.

Soldatl del Burkina Faso durate una cerimonia (Photo by Issouf SANOGO / AFP)

Meno di una settimana fa sono stati ammazzati 33 militari burkinabé, 12 i feriti. Un folto gruppo di uomini armati, presumibilmente jihadisti, hanno attaccato il distaccamento militare di Ouagarou, nella provincia di Gourma, nell’est del Burkina Faso. Durante i combattimenti sono stati uccisi anche 40 terroristi, secondo quanto è stato riportato in un comunicato delle forze armate.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Orrore nel Sahel

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