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Ripresi violenti i combattimenti in Sudan: saccheggiato il museo nazionale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 maggio 2023

Venerdì scorso i paramilitari di Rapid Support Forces (che una volta si chiamavano janjaweed) hanno occupato il Museo Nazionale del Sudan. Lo ha riferito il vicedirettore Ikhlas Abdellatif secondo cui il personale della struttura non è attualmente al corrente di quanto succede all’interno. Ha infatti interrotto qualsiasi attività con lo scoppio del conflitto. Anche la polizia addetta alla sorveglianza dell’immenso patrimonio archeologico culturale custodito nel museo, ha dovuto abbandonare la postazione.

Sudan, Khartoum, Museo Nazionale

Si teme però che il materiale storico possa aver fatto la fine della biblioteca universitaria nazionale che a metà maggio è stata occupata dalle milizie e defraudata da manoscritti rari e poi data alle fiamme, facendo sparire una delle più importanti fonti della memoria storica della cultura sudanese.

Secondo informazioni non confermate i paramilitari del RSF sono ritirati dal museo nazionale, che si trova sulle rive del fiume Nilo, al centro di Khartoum, vicino alla banca centrale, un’area dove si sono svolti alcuni combattimenti molto intensi.

Sabato, hanno pubblicato un video, girato in alcune sale che ospita antiche mummie e altri preziosi manufatti, negando di aver danneggiato la collezione, invitando persone o organizzazioni di entrare per eventuali verifiche.

Nel filmato si vedono anche alcuni miliziani mentre coprono con lenzuola le mummie esposte, chiudendo poi i sarcofagi bianchi nelle quali sono contenute. Non è però ancora chiaro chi e quando siano state scoperte le preziose reliquie.

Paramilitari RSF all’interno del Museo Nazionale del Sudan, Khartoum

Tra le migliaia di reperti di inestimabile valore, ci sono mummie imbalsamate risalenti al 2.500 a.C., oltre a ceramiche e antiche pitture murali e manufatti che vanno dall’età della pietra fino all’epoca cristiana e quella islamica, ha spiegato l’ex direttore Hatim Alnour.

Roxanne Trioux, che fa parte di un’équipe archeologica francese al lavoro in Sudan, ha dichiarato di aver monitorato le immagini satellitari del museo e di aver visto potenziali segni di un inizio di incendio già prima di venerdì. “Al momento attuale non conosciamo l’entità dei danni all’interno”, ha sottolineato l’archeologa francese.

Il cessate il fuoco tra le forze armate sudanesi e Rapid Support Forces (RSF), iniziato il 22 maggio, è scaduto sabato sera.

Grazie alla mediazione di Stati Uniti e Arabia Saudita, i combattimenti si erano leggermente attenuati, permettendo così un accesso, seppur limitato, degli aiuti umanitari. Come in precedenza, anche questa tregua è stata spesso violata. E, purtroppo, i colloqui per una estensione del cessate il fuoco sono stati interrotti a Gedda venerdì scorso.

Domenica gli scontri tra le parti in causa – le forze armate del presidente Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e di fatto capo di Stato dell’ex condominio anglo-egiziano da un lato e le RSF, capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, si sono intensificati in diversi quartieri della capitale Khartoum. Anche nel Darfur settentrionale, come hanno riferito alcuni attivisti, nuove violenze hanno causato la morte di almeno 40 persone.

Testimoni hanno riferito che i pesanti combattimenti di venerdì e sabato hanno portato il caos a Kutum, una delle città principali e un importante centro commerciale del Darfur settentrionale.

L’esercito ha smentito che le RSF, gli ex janjaweed milizie tribali arabe del Darfur, che  avrebbero preso il controllo di Kutum.

Secondo quanto hanno riferito alcuni testimoni oculari, un aereo militare si sarebbe schiantato a Omdurman, città gemella della capitale, oltre la sponda del Nilo. Finora le forze armate non hanno rilasciato commenti sull’incidente.

La lotta per il potere, scoppiata in Sudan il 15 aprile, ha innescato una gravissima crisi umanitaria: gli sfollati sono più di 1,2 milioni di persone mentre altre 400.000 hanno cercato protezione negli Stati confinanti, i morti sono oltre 1.800.

La Mezzaluna Rossa sudanese ha fatto sapere che sono state seppellite 180 salme non identificate: 102 nel sud di Khartoum e 78 nel Darfur. Dall’inizio della guerra, il 15 aprile, gli operatori umanitari e i volontari hanno avuto difficoltà a recuperare i corpi “a causa dei vincoli di sicurezza”.

Oltre agli americani e ai sauditi, anche l’Unione Africana – che ha sospeso il Sudan nel 2021 – e l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD) – blocco regionale dell’Africa orientale del quale fa parte il Paese – si sono dette pronte ad attuare una roadmap per il Sudan. Sabato, Yousif Izzat, inviato speciale di Hemetti, ha incontrato il presidente del Kenya, William Ruto, a Nairobi. Lo ha dichiarato lo stesso leader kenyota sul suo account Twitter.

Combattimenti a Khartoum

Nonostante l’annuncio di sanzioni statunitensi contro l’esercito e i paramilitari, i combattimenti con armi pesanti non si arrestano, i saccheggi proseguono e il numero di sfollati continua ad aumentare. A Khartoum, i civili sono privi di acqua potabile e devono far fronte a carenze di denaro e interruzioni di corrente. Gli autisti degli autobus che operano tra Khartoum e le province hanno dichiarato sabato di essere “bloccati dalle autorità alle porte della capitale”.

Ben 45 milioni di abitanti del Sudan necessitano si assistenza umanitaria, gli aiuti che arrivano per via aerea sono bloccati alla dogana e al personale internazionale viene negato il visto per supportare gli operatori locali, sfiniti o rintanati nelle loro case a causa dei combattimenti. Dall’inizio del conflitto sono stati uccisi diciotto operatori umanitari.

Venerdì scorso, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha prorogato la missione integrata di assistenza alla transizione delle Nazioni Unite in Sudan (UNITAMS), una missione politica speciale, per fornire sostegno al Sudan, per soli sei mesi. Volker Perthes, capo di UNITAMS, non è più il benvenuto nel Paese. La settimana scorsa, al-Bourhane ha chiesto che venisse sostituito. Ma Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU, ha espresso la sua “assoluta fiducia” in Perthes.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes
©️RIPRODUZIONE RISERVATA

Cinquanta piccoli di un orfanotrofio morti di fame a Khartoum: nessuno li ha nutriti

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Imprevisti del mestiere: essere giornalisti in Africa

Africa ExPress
Nairobi, 4 giugno 2023

Non è semplice fare il giornalista in Africa. Si rischia la vita non solo per le guerre, i conflitti, il terrorismo o le violenze in genere. Talvolta anche la natura, bellissima, magnifica ed eccitante, gioca brutti scherzi.

Ecco cosa è accaduto a questo collega durante una diretta televisiva. Siamo in Sierra Leone o in Zambia, non è ben chiaro. Il giornalista ha appena parlato magnificando la natura: “Hah, Our forest is nice, our forest is a gift”, cioè “La nostra foresta è bella, la nostra foresta è un regalo”, ma dalla chioma degli alberi rigogliosi e incontaminati, gli piove addosso un serpente.

La scena, ripresa in diretta, compresa la fuga con la telecamera accesa, è esilarante, ma sono imprevisti del mestiere. In Africa.

Africa ExPress

Scoperte in Sudafrica le più antiche impronte di Homo sapiens: 150 mila anni

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
4 giugno 2023

I nostri antenati di Homo sapiens, 153 mila anni fa vivevano nella punta estrema dell’odierno Sudafrica. Secondo gli esperti si tratta di una scoperta da record tra le tante rinvenute in Africa negli ultimi decenni.

impronta homo sapiens
L’impronta di Homo sapiens scoperta in Sudafrica (Courtesy Chales Helm)

Lo conferma Charles Helm, ricercatore associato presso l’African Center for Coastal Paleoscience alla Nelson Mandela University in Sud Africa.

Lo studio dell’equipe internazionale di Helm, è stato pubblicato sulla rivista Ichnos lo scorso 24 aprile. La preziosa impronta è stata scoperta nel Garden Route National Park. Si tratta di un parco nazionale nella regione della Garden Route delle province sudafricane di Western Cape e Eastern Cape.

Il gruppo di scienziati ha lavorato su sette aree, note come ichnositi. Si trovano a est della punta meridionale del continente africano, a qualche decina di chilometri nell’entroterra della costa.

Luminescenza stimolata otticamente

Per comprendere il periodo delle tracce impresse hanno utilizzato la Luminescenza stimolata otticamente (OSL). “La costa meridionale del Capo è un ottimo posto per applicare la OSL – hanno spiegato gli scienziati -“.

“I sedimenti sono ricchi di grani di quarzo, che producono molta luminescenza. La forte luce, il vento rimuovono i segnali di luminescenza preesistenti rendendo stime affidabili dell’età”.

“Le impronte possono fornire un’indicazione degli esseri umani che viaggiavano su queste superfici come individui o gruppi. Indicano anche prove di alcune delle attività in cui si sono impegnati” – hanno scritto i ricercatori -.

In diverse parti dell’Africa, Asia ed Europa sono state scoperte le impronte più antiche di altre specie di ominidi. L’ultima scoperta sudafricana ora detiene il record della traccia più antica dell’Homo sapiens che si è evoluto in Africa circa 300.000 anni fa.

homo sapiens
Evoluzione dell’Homo sapiens (Courtesy Enciyclopaedia Britannica)

Impronte di ominidi di 3,6 mln di anni

In Africa nel sito di Laetoli, in Tanzania, oltre 40 anni fa i paleoantropologi hanno trovato impronte di 3,66 milioni di anni fa. Ci sono oltre 100 sentieri conservati nelle rocce, nella cenere e nel fango.

Sono tracce lasciate dai nostri antenati ominidi, il gruppo che comprende esseri umani estinti e i nostri antenati strettamente imparentati.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
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Antropologa tedesca: “E’ l’Europa, non l’Africa, la culla dell’uomo eurasiatico”

Trovati in Sudafrica i resti di una specie umana vissuta tre milioni d’anni fa

La lotta contro il razzismo costò la carriera a John Carlos, medaglia di bronzo alle olimpiadi in Messico

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, giugno 2023

“Dio mi ha scelto per lanciare un messaggio contro il razzismo. Mi sento onorato di essere stato colui che ha illuminato le vite degli altri e ha dato loro speranza. Inizialmente avevamo programmato dì boicottare le Olimpiadi. Poi qualcuno ci disse: se non ci andate voi, andrà qualche altro. E allora decidemmo per la clamorosa pacifica protesta sul podio col saluto di Potere nero.“
John Carlos e Tommie Smith, XIX Giochi Olimpici, Città del Messico 1968
Un saluto che ha segnato una svolta nella lotta contro il razzismo, è diventata un’icona del XX secolo, ma che è costato la carriera a chi lo ha fatto.
Ci sono delle persone che rischiano tutto per valori fondamentali, non negoziabili, immarcescibili, eterni.

Una di queste è John Carlos, 77 anni, nero americano, oggi con una candida barba che gli incornicia il mento affilato.

John Carlos
Dopo quasi 55 anni, John Carlos approfitta di una visita in Kenya per ricostruire retroscena, origine e spiegazione di un atto eroico passato meritatamente alla storia.
John Carlos il 16 ottobre 1968, ai XIX Giochi Olimpici di Città del Messico, veniva premiato con la medaglia di bronzo, conquistata nella finale dei 200 metri. Il suo compagno e collega Tommie Smith riceveva la medaglia d’oro.
Durante la cerimonia, mentre veniva eseguito l’inno americano, entrambi piegarono la testa e alzarono un pugno guantato di nero. Entrambi erano scalzi. Il gesto era in solidarietà con il movimento dei diritti civili americani.
Immediatamente, senza tanti complimenti, vennero cacciati dallo stadio, sommersi da insulti, sputi, lancio di oggetti vari. (“Una scena che avevo vissuto come premonizione 15 anni, prima, da bambino”, ha confessato Carlos nel suo recente viaggio in Kenya).
Senza perdere un attimo il Comitato Olimpico Internazionale, presieduto dal controverso Avery Brundage, li espulse da quelle Olimpiadi e da quelle a venire. Banditi a vita dal mondo dello sport nazionale e internazionale.
Solo la comunità nera americana li celebrò come eroi per aver sacrificato la gloria personale a favore di una giusta, giustissima causa: quella contro la discriminazione razziale che all’epoca dilagava (non è che mezzo secolo dopo la situazione sia così rosea…).
Solo nel 2005 l’università statale di San José raccolse i fondi per erigere una statua in loro onore e nel 2016 il presidente Barack Obama e il suo vice John Biden tributarono loro alla Casa Bianca quell’ onore negato nel’68.
“Con quel saluto John ha fatto molto per cambiare il mondo in un epoca in cui il razzismo negli USA era violento”, ha commentato l’altro giorno, Charles Asati, 77 anni, il keniano medaglia d’argento nella staffetta 4×400, nella stessa Olimpiade messicana, e medaglia d’oro a Monaco ‘72. “Non ci vedevamo dal 1968”, ha aggiunto raggiante Asati, abbracciando il coetaneo a Nairobi.
“In verità- ha raccontato John in due lunghe interviste rilasciate a The Daily Nation e alla NTV – avevamo pianificato di boicottare i giochi messicani. Però ci dispiaceva buttare via la preparazione effettuata; e poi qualcuno ci fece notare che chi avesse preso il nostro posto non avrebbe rappresentato ciò che avevamo in mente di compiere. In effetti vincere era solo un modo per partecipare alla cerimonia, della medaglia in sé ci interessava abbastanza poco.
Così decidemmo di andare in Messico. Finita la gara mi sono detto “John è giunto il momento di fare ciò per cui sei venuto qui”. Non potevo perdere le lezioni di un impegno non violento contro le ingiustizie e la segregazione apprese da Malcom X, che avevo frequentato da giovane per un anno e mezzo, o quella di Martin Luther King, che aveva incontrato appena 10 giorni prima del suo assassinio. Tommie si è dichiarato d’accordo e quel che è successo lo sapete tutti”.

Ci sono però dei dettagli finora poco noti (o dimenticati) che riguardano la simbologia racchiusa in quel gesto.

“Ci togliemmo le scarpe per far presente che nel più potente Paese del mondo tanti poveri camminavano scalzi; le calze nere rappresentavano l’America nera; la collana di perline al collo era per ricordare che tanti neri erano stati linciati. Tommy si coprì la testa con una sciarpa nera per esaltare l’orgoglio nero, io nascosi la divisa della nazionale con una camicia nera, perché mi vergognavo dell’America. Lasciai lo stadio un po’ sconvolto, giovane come ero, ma ben consapevole di essere stato scelto da Dio per fare quello che avevo fatto”.
Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Condannato leader dell’opposizione in Senegal: 10 morti per le proteste

Speciale per Africa ExPres
Cornelia I. Toelgyes
3 giugno 2023

Il Senegal è stato investito da una ondata di violenze dopo la condanna a due anni di carcere per “corruzione di giovani” di Ousmane Sonko, il maggiore oppositore del presidente Macky Sall, e leader  del raggruppamento politico Pastef-Les Patriotes (Les Patriotes du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité).

Violente manifestazioni in Senegal

Secondo quanto affermato dal ministro degli Interni, Antoine Felix Abdoulaye Diome, non appena è stata resa nota la sentenza, sono scoppiati violenti disordini in diverse città del Paese. Nove persone sono state uccise negli scontri tra la polizia antisommossa e i sostenitori dell’oppositore. Ma secondo l’ultimo bilancio ufficiale, i morti sarebbero ben 10.

Dakar e Ziguinchor, città della Casamance della quale Sonko è sindaco, sono state teatro dei maggiori scontri tra le forze dell’ordine e i supporter del leder del raggruppamento politico Pastef-Les Patriotes.

I giudici hanno condannato il principale esponente dell’opposizione senegalese a due anni di carcere con l’accusa di “corruzione dei giovani”, pena che lo renderà ineleggibile alle elezioni presidenziali del febbraio 2024. È stato, invece, assolto dalle accuse di minacce di morte e stupro, per le quali il pubblico ministero aveva chiesto dieci anni di reclusione.

All’epoca Sonko era stato accusato da Adji Sarr, ex dipendente del centro massaggi Sweet Beauty, di stupro ripetuto tra il dicembre 2020 e il febbraio 2021. All’epoca la giovane aveva 21 anni. Ndèye Khady Ndiaye, il proprietario del centro massaggi, è stato invece condannato a due anni di reclusione per “incitamento alla dissolutezza”. Insieme a  Sonko, dovrà pagare ad Adji Sarr circa 30.000 euro come risarcimento danni.

Il ministro ha confermato che le autorità hanno limitato l’accesso ai social network, in particolare Facebook, WhatsApp e Twitter, per evitare, secondo Diome, “la diffusione di messaggi sovversivi e di odio”.

“Questo verdetto di condanna è la fase finale di un complotto ordito da Macky Sall e dai suoi scagnozzi”, ha dichiarato l’ufficio nazionale del Pastef in un comunicato stampa pubblicato giovedì pomeriggio, invitando il popolo senegalese a scendere in piazza e chiedendo alle forze dell’ordine e all’esercito di schierarsi dalla loro parte.

Ousmane Sonko, leader dell’opposizione in Senegal

A Dakar molti negozianti hanno lasciato abbassate le saracinesche e molte scuole sono rimaste chiuse giovedì, quando decine di sostenitori di Sonko hanno iniziato a protestare contro il verdetto. I giovani, che costituiscono la principale base elettorale dell’oppositore di Sall, si sono radunati intorno all’università della capitale, bloccando la strada d’accesso con pneumatici incendiati, pietre e pali.

Gruppi di manifestanti hanno lanciato pietre contro la polizia, che, ha risposto con gas lacrimogeni. Diversi autobus della facoltà di medicina, del dipartimento di storia e della principale scuola di giornalismo del Paese, sono stati incendiati e alcuni uffici sono stati saccheggiati.

Anche venerdì la situazione è rimasta instabile a Dakar e nel campus universitario molti studenti hanno fatto i bagagli per rientrare a casa dopo le violenze. Le lezioni sono state sospese fino a nuovo ordine.

In altri quartieri di Dakar gli scontri sono proseguiti fino alla tarda notte tra l’1 e il 2 giugno. Venerdì molti negozi non hanno aperto i battenti. Le scuole sono rimaste chiuse.

A Ziguinchor sono morte 3 persone. Molti edifici statali e regionali e scuole sono stati saccheggiati. La situazione è tornata alla calma ieri mattina, ma a mezzogiorno la tensione era nuovamente ben tangibile.

I dieci morti riecheggiano gli scontri del marzo 2021, all’inizio del procedimento giudiziario contro Ousmane Sonko e Adji Sarr.

Dopo la sua condanna, l’oppositore è rimasto in silenzio. Attualmente è bloccato nella sua residenza (a Dakar), blindata dalle forze dell’ordine. Ieri il ministro della Giustizia, Ismaïla Madior Fall, ha ripetuto più volte che Sonko potrebbe essere arrestato da un momento all’altro, e, ha aggiunto: “In uno Stato di diritto una sentenza penale deve essere eseguita”.

Poiché Ousmane Sonko non è stato presente durante il processo, uno dei suoi avvocati, Bamba Cissé, ha detto che non potrà ricorrere in appello contro la condanna. Ma, come ha sottolineato il Ministro della Giustizia, ci sarebbe un’altra opzione: se il leader del partito Pastef si dovesse costituire, potrebbe essere nuovamente processato dallo stesso tribunale. Potrebbe quindi essere aperto un nuovo processo.

Aggiornamento:

Il numero delle vittime è salito a 15 e nella capitale l’esercito è stato dispiegato in diversi quartieri della città. il portavoce del ministero degli Interni, Maham Ka, ha fatto sapere poco fa che venerdì, 2 giugno sono state uccise altre sei persone: quattro nella regione di Dakar e due in quella di Ziguinchor.

Oggi pomeriggio diverse centinaia di senegalesi hanno manifestato anche a Parigi, nel quartiere Trocadéro a sostegno di Ousmane Sonko e in omaggio alle vittime delle dimostrazioni in Senegal.

 

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@homail.it
Twitter: @cotoelgyes

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Proteste dopo l’arresto di Sonko 2021

Si vota in Guinea Bissau sull’orlo del baratro: 20 i partiti in lizza, moltissimi candidati per 102 seggi

Dalla Nostra Corrispondente
Paola Rolletta
Bissau, 2 giugno 2023

Domenica prossima, gli elettori della Guinea Bissau sono chiamati a scegliere 102 nuovi rappresentanti del Parlamento, sciolto a maggio dello scorso anno.

Bissau: Palazzo dell’Assemblea nazionale

Oggi nel Paese di Amilcar Cabral, il principale artefice dell’indipendenza della Guinea-Bissau e delle isole di Capo Verde, ma anche uno dei più importanti ideologi e politici dell’intero processo di decolonizzazione africana dei primi decenni della seconda metà del secolo scorso, si è chiusa la campagna elettorale. In lizza 20 partiti e due coalizioni.

Se per molti l’alto numero di partiti in lizza è segnale di forte frammentazione politica che aumenta l’instabilità e pregiudica il processo di strutturazione dello Stato di Diritto, per altri rappresenta uno passo necessario all’implementazione della democrazia in Guinea Bissau. Gli analisti, però, sottolineano come la realtà sia ben altra e che solo quattro o cinque dei partiti in lizza hanno possibilità di contendersi la vittoria elettorale.

Per i bissau-guineensi, ma anche per gli osservatori, queste settima tornata elettorale a livello legislativo è particolarmente importante dopo che, dallo scorso anno, il Paese è ricaduto in una situazione di instabilità, minando i timidi sforzi della lotta contro la povertà estrema, in cui versa la maggior parte della popolazione.

Secondo il rapporto della Commissione Economica per l’Africa delle Nazioni Unite (ECA), la Guinea-Bissau è tra i dieci Paesi più poveri del continente africano, con quasi il 70 per cento dei suoi poco più di 2 milioni di abitanti sotto la soglia di povertà.

Dopo una profonda crisi interna, il partito fondato da Amilcar Cabral, il Partito Africano per l’Indipendenza della Guinea e di Capo Verde (PAIGC), ha deciso di non concorrere da solo, ma si è alleato ad altre forze politiche di istanza democratica creando la coalizione Piattaforma dell’Alleanza Inclusiva “PAI – Terra Ranka”. Una scelta   importante, che inaugura una nuova stagione in Africa di apertura ascolto e sinergia nel quadro troppo spesso monolitico dei partiti politici che hanno contribuito alle indipendenze dei Paesi africani, soprattutto lusofoni. 

La Commissione Nazionale Elettorale (CNE) ha accreditato 180 osservatori internazionali per il controllo delle operazioni di voto. Vigileranno su un territorio di 36 mila chilometri quadrati.

La Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO),  guidata da Jorge Carlos Fonseca, ex Presidente della Repubblica di Capo Verde, avrà il maggior numero di osservatori, con 101 partecipanti, seguita dall’Unione Africana, capitanata dall’ex capo di Stato del Mozambico, Joaquim Chissano, con 28, dalla Comunità dei Paesi di Lingua Portoghese (CPLP) con 27, dalla Francofonia e dalla Missione di Osservazione Elettorale della CPLP (ROJAE) con sette ciascuno. Parteciperanno anche Russia, con cinque osservatori, e dagli USA con uno.

Anche il Venezuela ha inviato una missione indipendente. La preoccupazione di tutti verte nella non affatto scontata accettazione dell’esito delle votazioni da parte dei molteplici soggetti coinvolti nel processo elettorale. Occorre sia garantita la pacifica formazione di un governo, che sulla base di un legittimo mandato, possa rimettere in moto il processo democratico e di sviluppo della Guinea-Bissau per i prossimi quattro anni.

Preoccupazione non da poco, visto che la campagna elettorale è stata segnata da un intervento a gamba tesa dell’attuale capo di Stato, Umaro Sissoco Embalo, che, non meno di due settimane fa, ha affermato che non nominerà primo ministro il leader del PAIGC, Domingos Simão Pereira (DSP), se la coalizione PAI-Terra Ranka dovesse vincere l’elezioni. 

Le radici di tale dichiarazione affondano nelle ultime elezioni presidenziali di fine 2019, quando al primo turno, Domingos Simões Pereira, candidato presidenziale del PAIGC, risultava primo con il  40,1 per cento dei consensi proprio contro Umaro Sissoco Embalò,  allora candidato del Movimento per l’Alternanza Democratica (MADEM) secondo classificato con appena  27,6 che però al  ballottaggio riuscì a ribaltare il risultato vincendo con il 53,5. 

Le accuse di brogli denunciate dal PAIGC nel 2019 non sono state accolte né dalla Commissione Nazionale Elettorale, che non ha accettato di procedere al  riconteggio delle schede, né da parte degli osservatori della CEDEAO, né delle Nazioni Unite, e neanche da parte dell’Unione Europea.

“Abbiamo avuto problemi con il materiale di propaganda elettorale che è rimasto bloccato alla frontiera – commenta a Africa-Express, Domingos Simões Pereira.  – Ci hanno impedito di usare i nostri simboli, la nostra bandiera. Lo abbiamo fatto presente alle Nazioni Unite, agli osservatori internazionali, all’inizio della campagna elettorale. Abbiamo fiducia che saranno imparziali e vigileranno durante le votazioni e soprattutto durante lo spoglio”.

“Lo so che è controverso, ma già ho sentito dire che gli organi della Comunità Internazionale riescono a esistere perché sono inefficaci, perché se fossero efficaci già non esisterebbero – continua l’attuale leader del PAIGC -. La Comunità Internazionale dovrebbe essere partner per lo sviluppo della Guinea Bissau a tutti i livelli, anche per quanto alla sua stabilità politica. La precondizione è che siano rispettate le nostre leggi, anzitutto la nostra Costituzione. Ma quando uno Stato aggredisce le libertà fondamentali dei propri cittadini, non dovrebbero essergli riconosciute  le condizioni per essere interlocutore della Comunità Internazionale”.

Durante la campagna, il limitato spazio pubblico è stato dominato da discorsi chiari sulla necessità di una riforma costituzionale per chiarire i limiti del Presidente della Repubblica e del Capo del Governo. “La nostra Costituzione è chiara. Il Governo deve rispondere delle sue azioni al Parlamento, e in caso di dubbio, si ricorre alla Corte Suprema. Il Presidente della Repubblica dovrebbe facilitare il funzionamento e non uscire dai limiti imposti dalla nostra Carta – commenta ancora Domingos Simões Pereira -. Non credo che sia una questione di  costituzioni buone o cattive, il problema principale sono gli uomini. Se le elezioni si svolgeranno in modo trasparente, vinceremo tutti noi. Vincerà la democrazia”.

La popolazione però sembra sia rassegnata e abbia poca fiducia nel cambiamento. Soprattutto sente che la voce della gente non è ascoltata e si sente condannata ad essere una “emergenza silenziosa”, in un continuo altalenare, che non dà tregua alla povertà, la madre di tutte le guerre, anche quelle definite etniche.

Il regista Flora Gomes

Flora Gomes, grande regista guineense descriveva così questo sentimento: “Mi sento come se stessi su un’altalena a dondolare nel continente africano. Certe volte, percorrendo tutta la vastità da una punta all’altra, agitato dagli eventi, la mia prospettiva sull’Africa diventa cinica e scettica e ho solo voglia di scappare. Ma dove? Altre volte, quando il movimento calmo e regolare mi fa vedere lo sguardo innocente di un bambino, la sua immaginazione, udire le sue risate miste a quelle delle donne più vecchie, e vedere il sudore degli uomini mischiato alla polvere di imperi antichi, preferisco allora rimanere in questa altalena. E capisco perché i ragazzini amano tanto le vertigini”. 

Secondo il regista, la Comunità Internazionale dovrebbe cooperare con la Guinea-Bissau per recuperare il controllo delle frontiere – con più di 80 isole, dove lo Stato non è mai arrivato – e aiutare i cittadini al controllo sull’operato di chi li governa. Perché anche la Guinea-Bissau deve essere considerata decisiva per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’agenda 2030 delle Nazioni Unite, soprattutto l’obiettivo 16 che affronta il tema del rafforzamento istituzionale (normativo, giurisdizionale e tecnico) per la promozione a livello globale dello Stato di Diritto, i Diritti Umani e la Giustizia.

Paola Rolletta
rpaola@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Credito Foto: Moira Forjaz

Sempre florido il mercato italiano delle armi: affari milionari di Leonardo con l’Algeria

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
1° giugno 2023

Algeri è uno dei maggiori partner commerciali e militari della Russia nel continente africano, ma l’Italia non smette di farci affari multimilionari. Dopo gli accordi strategici sottoscritti nel settore energetico dall’ENI con l’azienda di stato SONATRACH, è il complesso militare-industriale a bussare alle porte del governo della Repubblica Democratica Popolare di Algeria per sviluppare la produzione e le commesse nel settore bellico.

Segretario della Difesa, Luciano Portolano e esponenti di Leonardo a Algeri

Il 25 maggio si è conclusa la visita istituzionale in Algeria del Segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli Armamenti, generale Luciano Portolano e di una delegazione dei vertici aziendali di Leonardo SpA guidata da Pasquale Di Bartolomeo (chief commercial officer del gruppo).

Nella capitale nordafricana la delegazione italiana ha incontrato il segretario del ministero della Difesa, maggior generale Mohamed Salah Benbicha. Prima di lasciare Algeri, il generale Portolano e il dottor Di Bartolomeo si sono recati presso il sito industriale di Aïn Arnat, nella provincia di Sétif (Algeria nord-orientale), sede della joint venture creata nel marzo 2019 da Leonardo ed EPIC/EDIA (Establissement Public de Caractère Industriel/Establissement de Developement des Industries Aeronautiques), azienda a capitale pubblico, che opera in campo industriale-aeronautico militare.

“Il Segretario generale della Difesa e direttore nazionale degli Armamenti ha sottolineato come, anche in questo caso, la sinergia tra il ministero della Difesa e l’industria italiana rappresenti un esempio dell’efficienza del Sistema Difesa del Paese”, riporta lo Stato Maggiore della difesa. “L’occasione ha consentito di imprimere un ulteriore impulso affinché vengano finalizzate tutte le condizioni necessarie a rendere concretamente operativa la joint venture industriale italo-algerina e passare alla fase industriale di assemblaggio elicotteri”.

Elicotteri AW 139

“In particolare sono state create le contingenze per accelerare i tempi per la firma degli accordi accessori e dell’ordine dei primi sette elicotteri AW139 dei 70 totali (di cui 53 per il mercato algerino)”, aggiunge la Difesa. “La controparte algerina ha confermato lo stato di avanzamento della negoziazione e che lo stesso ministero della Difesa algerino ha già allocato le risorse finanziarie per garantire la sostenibilità industriale nei prossimi anni”.

Luciano Portolano aveva incontrato l’omologo algerino, Mohamed Salah Benbicha, in occasione del 12° Comitato bilaterale Italia-Algeria, tenutosi ad Algeri il 2 marzo 2020. Obiettivo centrale del vertice, il rafforzamento della partnership e delle relazioni industriali-militari bilaterali, a partire, ovviamente, del rilancio dell’accordo Leonardo-EPIC/EDIA per la produzione di elicotteri da guerra, dopo il “rallentamento” per la pandemia da Covid 19.

Lo stabilimento di Aïn Arnat è di proprietà per il 51 per cento del ministero della Difesa algerino e per il restante 49 per dell’holding italiana. Secondo l’accordo del 2019, Leonardo seguirà l’assemblaggio, la vendita e la fornitura di assistenza per vari modelli di elicottero AgustaWestland, principalmente per i requisiti nazionali algerini (velivoli leggeri e medi da trasporto, evacuazione medica, sorveglianza e controllo). Una quota della produzione sarà destinata all’export nel mercato africano e mediorientale; la joint venture fornirà ai clienti anche servizi post-vendita come riparazione e revisione, addestramento e sviluppo di capacità tecnologiche nel campo della produzione di materiali aeronautici.

Il gruppo Leonardo (già Finmeccanica) ha ottenuto in Algeria altre importanti commesse nel settore militare-sicuritario. Nel gennaio 2008 le controllate SELEX Sistemi Integrati ed Elsag Datamat firmarono un contratto del valore di 230 milioni di euro con la Gendarmeria Nazionale per la fornitura di apparati e sistemi per la sorveglianza, il controllo e la sicurezza, supportati da una rete di comunicazione per l’integrazione delle differenti tecnologie.

Nello specifico furono consegnati una struttura flessibile C4I (Comando, Controllo, Comunicazione, Computer ed Intelligence), con centri operativi multipli a livello regionale ed intermedio, postazioni di comando mobili, nonché 250 centri di controllo locale da dislocare sull’intero territorio algerino.

SELEX Sistemi Integrati in qualità di prime contractor curò la logistica, l’addestramento dei tecnici algerini e l’assistenza post-vendita; SELEX Communications fornì il sistema di comunicazioni mobili TETRA, oltre alle connessioni radio HF, satellitari ed a microonde. Elsag Datamat si incaricò invece della fornitura delle applicazioni software per il funzionamento dei sistemi di sorveglianza.

Il 15 luglio 2010, in occasione della visita ufficiale in Algeria dell’allora ministro degli Esteri Franco Frattini, fu annunciata una commessa di 30 elicotteri AgustaWestland del valore di 460 milioni per “rinnovare” la flotta delle forze armate algerine.

In verità, secondo il sito specialistico sudafricano Defenceweb, nel periodo compreso tra il 2010 e il 2016 il gruppo italiano ha fornito alle forze armate, di polizia e alla gendarmeria algerine una settantina di elicotteri di differente tipologia, per un importo complessivo di 1 miliardo e 300 milioni di dollari (8 velivoli AW101, 24 AW109, 8 AW119 Koala per l’addestramento dei piloti, 20 AW139 e 10 Super Lynx).

Leonardo ha consegnato pure una partita di cannoni OTO Melara 127/64 LW (Lightweight) per armare le nuove fregate della classe Meko A200 della Marina militare algerina, realizzate in Germania a partire del 2016 dal gruppo ThyssenKrupp Marine Systems.

Le fregate Meko A200 dispongono pure di siluri antisommergibile MU90 realizzati dal raggruppamento europeo “Eurotorp”. partecipato al 50% da WASS – Whitehead Alenia Sistemi Subacquei S.p.A., società di Leonardo con sede a Livorno.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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Lutto nel mondo della cultura africana: è morta la scrittrice ghanese Ama Ata Aidoo

Africa ExPress
31 maggio 2023

Ama Ata Aidoo è morta all’età di 81 anni. Lo hanno fatto sapere i familiari in un breve annuncio: “ La nostra amata parente e scrittrice è deceduta nelle prime ore di questa mattina mercoledì 31 maggio 2023, dopo breve malattia”.

Ama Ata Aidoo, scrittrice ghanese

La ghanese è stata una delle scrittrici più conosciute del continente e ha ispirato una generazione di giovani autori, artisti e femministe, tra loro anche la pluripremiata nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie.

La Aidoo, anno 1942, è nata in un villaggio del Ghana centrale, ha iniziato a scrivere all’età di 15 anni. In seguito si è laureata in letteratura all’Università del Ghana, dove ha insegnato per anni.

La sua prima opera, Il dilemma di un fantasma, è uscita nelle librerie nel 1965, un evento storico, in precedenza mai nessuna donna del continente aveva pubblicato un’opera teatrale.

La famosa scrittrice è stata anche ministro dell’Istruzione del Ghana dal 1982 al 1983. Ma dopo la breve parentesi in politica, durata solo 18 mesi, si è autoimposta un esilio in Zimbabwe per un certo periodo e si è dedicata a tempo pieno alla scrittura.

Ha anche vinto il Commonwealth Writers Prize come miglior libro per Cambiare, la storia d’amore di una donna istruita, esperta di statistica, che divorzia dal primo marito per poi affrontare in seconde nozze la complessità di un matrimonio poligamo. Diversi libri della Aidoo sono stati tradotti e pubblicati in Italia.

Qualche anno fa le è stata posta la domanda perché le donne nei suoi libri fossero sempre creature così forti e coraggiose, “Sono le sole donne che conosco”, è stata la risposta della Aidoo.

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Zimbabwe: furti e abusi sessuali nel calcio infrangono i sogni degli atleti esclusi dai tornei internazionali

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Harare, Maggio 2023

Le colpe dei padrini stanno ricadendo sui figli. Succede nel calcio, succede in Zimbabwe.
Prendiamo Jordan Bhekithemba Zemura, 23 anni: è il primo calciatore dello Zimbabwe ad approdare in Serie A. Ha da poco firmato un contratto fino al 2027 con l’Udinese, che lo ha strappato alla società inglese Bournemouth, dove il giovane atleta gioca dal 2019.
Jordan Zemura, zimbabwese, calciatore dell’Udinese
Jordan è nato a Londra, ma da genitori provenienti dal Paese dell’Africa meridionale (ex Rhodesia): il padre da Murehwa (cittadina a nord di Harare), la madre di Wedza (a sud della capitale). Nonostante i suoi natali inglesi, l’atleta ha scelto senza esitazione la nazionalità dei genitori e dal 2020 è una colonna difensiva degli Warriors, come viene chiamata la nazionale dello Zimbabwe.
Una stella calcistica nascente, ma, purtroppo, con un grave handicap: la sua carriera internazionale è sul punto di essere soffocata in culla dallo scandalo che da 17 mesi sconvolge la dirigenza calcistica del suo Paese.
Cosi come rischiano di dissolversi i sogni di gloria di altri suoi celebri colleghi affermatisi all’estero. Citiamo Teenage Adebe, 27 anni, Tatenda Mkuruwa (Stati Uniti), Tenday Darikwa, 31, Brendan Galloway; 27, Marvelous Nakamba; 29, David Moyo; 28, Macauley Bonne, 27 (UK), Marshal Munetsi, 27, (Francia), Tino Kadewere, 27 e Martin Marisa, 25 (Spagna).
Segretario generale ZIFA, Felton Kamambo
Questa giovane e brillante colonia straniera dell’ex Rhodesia, dal novembre 2021, ha dovuto dire addio a molti sogni di gloria: da quando cioè il presidente della Football Association Zimbabwe-ZIFA, l’organismo che governa il calcio locale, Felton Kamambo, il segretario generale, Josephe Mamutse, il vicepresidente e responsabile finanziario Philemon Machana e altri tre alti dirigenti (Farai Jere, Sugar Chagonda e Barbara Chikos) sono stati sospesi e poi arrestati in seguito a un’indagine della SRC, la commissione governativa sport e ricreazione.
Le accuse sono scese come una valanga sui boss, o padrini, del pallone: incapacità gestionale e finanziaria (2 milioni di dollari statali finiti chissà dove), abusi sessuali su tre donne arbitro.
Proprio il capo degli arbitri, Albert Zhoya, è stato cacciato per 5 anni e multato per 20 mila dollari in quanto ritenuto responsabile di queste molestie. Tutti si dichiarano innocenti e respingono con determinazione le accuse.
Però, partita l’inchiesta della SRC, è intervenuta la Fifa, responsabile mondiale del pallone. Che, regolamento alla mano, ha bandito da tutte le competizioni estere e interne le squadre e la nazionale di Harare. (Un bando simile ha colpito anche il Kenya e lo Sri Lanka, ma Nairobi è stata già recuperata e cancellata dall’elenco dei reprobi).
Immediate le conseguenze per lo Zimbabwe. Sono stati tagliati i finanziamenti per lo sviluppo dello sport nella Repubblica  (addestramento giovanile e arbitrale), il calcio non ha potuto prendere parte alle competizioni continentali e internazionali: AFCOA 2023 (Coppa africana della nazioni), COSAFA CUP (torneo annuale per le nazionali dell’Africa meridionale), Chan (Campionato delle nazioni africane riservato solo a calciatori che giocano nel continente nero), Coppa dei campioni africana, qualificazioni per la Coppa U23. Quest’ultima apre le porte alle Olimpiadi del 2024, e le eliminatorie si disputano il mese prossimo in Marocco.
Quel che è peggio è che viene messa in pericolo la partecipazione alla 23a edizione dei campionati mondiali di calcio 2026, che si disputeranno tra Messico, USA e Canada.
È vero che – come ha documentato una recente inchiesta di Al Jazeera – tra i 16 milioni di zimbabwesi il calcio è seguitissimo. I tifosi dello sport più popolare – già straziati da una crisi economica profonda – hanno cercato di consolarsi aumentando la frequenza negli stadi per seguire il campionato locale. La presenza sugli spalti si è moltiplicata: da una media di 2000 presenze si è passati a 15 mila (il biglietto costa 2 dollari).
Tuttavia la mancanza di una platea mondiale è molto sentita. Soprattutto da parte degli sponsor, (per lo più multinazionali coinvolte nell economia locale, in particolare nel settore minerario) che non si accontentano del mercato interno. E da parte dei calciatori che vedono svanire, appunto, i sogni di gloria sul palcoscenico mondiale.
Inutilmente il controverso presidente dello ZIFA, Felton Kambambo e i suoi sodali, hanno tentato di convincere la Fifa a … bandire il bando. Il provvedimento di sospensione dell’espulsione potrebbe avvenire solo se la commissione SRC facesse cadere le accuse.
Ma Kirsty Leigh Coventry Seward, 39 anni, la ministra della Gioventù, Sport, Arti, Ricreazione, ex super campionessa olimpionica del nuoto, (bianca, bionda, e “ragazza d’oro nazionale”, come la definì Robert Mugabe) è stata chiara è irremovibile:”Gli indagati non torneranno più al loro posto, devono rendere conto di che fine abbiano fatto 2 milioni di dollari statali e degli abusi sessuali. Faremo pulizia fino in fondo”.
Nei giorni scorsi una commissione della Fifa si è recata ad Harare per controllare come procede il repulisti. Il tempo stringe. La presenza a tornei internazionali continentali e internazionali o è già saltata o è in pericolo. Soprattutto ai mondiali del 2026. Occasione imperdibile: per la prima volta le squadre dei partecipanti passeranno da 32 a 48.

E allora i calciatori che temono di veder sfiorire le loro speranze si sono mossi. Hanno lanciato un appello disperato: “Ma che colpa abbiamo noi? ridateci il proscenio mondiale!”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Cinquanta piccoli di un orfanotrofio morti di fame a Khartoum: nessuno li ha nutriti

Africa ExPress
29 maggio 2023

Il Maygoma House, il più grande orfanatrofio di Khartoum, è stato teatro di una agghiacciante tragedia: una cinquantina di piccoli ospiti è morta di fame perché nessuno è riuscito a nutrirli. Un massacro che rappresenta la malvagità di questa assurda guerra che si sta consumando dal 15 aprile in Sudan.

Morti 50 piccoli ospiti in un orfanatrofio di Khartoum, Sudan

Le due fazioni, le truppe paramilitari Rapid Support Forces capeggiate dall’ex vicepresidente del Paese, Mohamed Hamdan Dagalo, meglio conosciuto come Hemetti, da una parte e le forze armate sudanesi comandate da Abdel Fattah al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e di fatto capo di Stato dell’ex condominio anglo-egiziano dall’altra, continuano i combattimenti, mettendo in ginocchio la popolazione intera. Oltre 1,3 milioni di persone hanno dovuto lasciare le proprie case, cercando rifugio in campi per sfollati o nei Paesi limitrofi. I morti non si contano più; sono centinaia, tra loro anche molti minori, compresi neonati e bambini piccoli.

E nel più grande orfanatrofio del Paese dall’inizio della guerra sono morti almeno cinquanta piccolissime creature, perché nessuno ha più potuto nutrirle. Sì, proprio così.

Il personale non è più riuscito a recarsi sul posto di lavoro a causa dei continui combattimenti e bombardamenti che hanno e stanno tutt’ora insanguinando le strade della capitale sudanese.

Oggi ne ha parlato anche la Reuters, e non solo. Abeer Abdullah, un medico della struttura, ha fatto di tutto appena scoppiata la guerra. Correva da una parte all’altra, insieme al poco personale rimasto per accudire centinaia di piccoli. Il loro pianto disperato si sentivano in tutto l’edificio, malgrado gli spari e i colpi di artiglieria pesante nei dintorni.

Ma senza lo staff necessario, è difficile prendersi cura di tutti i bambini, molti, moltissimi sono morti per grave malnutrizione e disidratazione, ha raccontato la dottoressa Abdullah. Per non parlare dei neonati, creature fragili, deceduti anche a causa di febbri altissime.
“Avrebbero dovuto ricevere il biberon ogni tre ore. Ma non c’era nessuno. Abbiamo tentato con una terapia endovenosa, ma il più delle volte non siamo riusciti a salvare i piccoli”, ha poi aggiunto il medico.

I decessi giornalieri sono saliti di giorno in giorno, ha raccontato il dottore. Almeno 50 bambini – tra questi oltre 20 neonati – sono morti nell’orfanotrofio nelle sei settimane dallo scoppio della guerra. E venerdì, 26 maggio ben 13 bambini sono spirati, scriviamolo anche in lettere: tredici piccoli sono morti in un solo giorno, vittime di questa guerra.

Un funzionario dell’orfanatrofio e un medico volontario che sta prestando servizio nella struttura in questo periodo di guerra, hanno confermato le morti.

Sono indescrivibili le sofferenze di questi piccoli morti soli nelle loro culle, senza cibo e senza la dolce carezza di una mamma o di una persona cara.

La guerra del Sudan è sparita dalle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Ma la morte di questi bimbi indifesi non potrà essere cancellata.

Africa-ExPress
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