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Ergastolo per dieci chili di avorio: le contraddizioni della giustizia in Uganda

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
5 maggio 2024

Pascal Ochiba, 63 anni, ugandese, è un contrabbandiere di parti di animali. Nel gennaio 2022 è stato “beccato” con pezzi di avorio che pesavano 9,55 kg. Secondo la Wildlife Justice Commission la merce sequestrata valeva 350 euro/kg (dati 2020).

Per l’accusa Ochiba non faceva parte di un gruppo di criminalità organizzata ma la giudice, Gladys Kamasanyu, capo del Tribunale della fauna selvatica dell’Uganda ha emesso una sentenza pesantissima: ergastolo.

Ci viene da pensare che con questo tipo di piccolo contrabbando individuale avrebbe fatto campare la famiglia per diverso tempo. La giudice ha voluto una condanna esemplare: la pena massima prevista dalla legge ugandese.

Una sentenza poco ragionevole

Del caso ne ha scritto su Environmental Investigation Agency (EIA) Shamini Jayanathan, avvocata britannica e direttore di Arcturus Consultancy Ltd. Lo scopo del lungo commento era sottolineare la mancanza di coerenza nelle sentenze.

Secondo Jayanathan, “…senza principi guida che obblighino i tribunali ad applicare criteri oggettivi e ragionevoli, l’effetto deterrente di tali sentenze è limitato”. Questione che in Kenya hanno risolto. Infatti, la condanna a vita in un carcere ugandese per una decina di chili di avorio è una sentenza poco ragionevole

Il caso dell’uccisione del gorilla Rafiki

In Uganda però – e parliamo dello stesso sistema giuridico – c’è stato un altro caso: l’uccisione del gorilla Rafiki, (parola che vuol dire “amico”, in lingua swahili, ndr) uno dei più noti gorilla di montagna.

Un bracconiere, Felix Byamukama, ha confessato di aver ucciso una piccola antilope e un facocero. Attaccato dal gorilla, l’ha ucciso con la sua lancia per difendersi. Un tribunale ugandese, il 30 luglio 2020, lo ha condannato a 11 anni di prigione.

Il regalo dell’avvocato

Ma Pascal Ochiba è stato fortunato. Blair Michael Ntambi, avvocato dello studio legale KTA Advocates di Kampala, ha offerto i suoi servizi gratuitamente. Ha scoperto che Gladys Kamasanyu, giudice del processo, è fondatrice dell’ong Help African Animals-Speak Out For Them (Aiuto agli animali africani-Parliamo per loro). Un chiaro conflitto di interessi.

Una giusta sentenza

Ntambi ha verificato che il suo cliente non era stato rappresentato bene al processo e che la sentenza stessa era manifestamente dura ed eccessiva. Ha quindi presentato appello che è stato accolto ed è stato discusso presso l’Alta Corte di Kampala il 13 marzo 2024. L’accusa aveva chiesto 15 anni ma dopo una trattativa la difesa ha ottenuto 6 anni e mezzo.

“Purtroppo non siamo riusciti a stabilire una giurisprudenza sulla questione della parzialità giudiziaria – ha dichiarato Ntambi dopo la sentenza -. Questo ci ha spinto a occuparci di questo caso pro bono. Rimaniamo impegnati a sostenere un solido quadro giuridico che disciplini il giusto processo in Uganda”.

Giustizia giusta è fatta. Pascal Ochiba e famiglia ringraziano.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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I russi entrano nella base americana a Niamey

Africa ExPress
Niamey, 4 maggio 2024

Il 16 marzo il governo golpista di Niamey ha chiesto agli Stati Uniti di ritirare le proprie truppe dal Paese africano. Così Washington ha cominciato a sgombrare.

Alcuni militari americani si trovano nella Air Base 101, situata nelle immediate vicinanze dell’aeroporto Diori Hamani di Niamey, dove ieri si sono installati in un hub diverso anche soldati russi, arrivati a metà aprile in Niger. Fino alla loro cacciata, nel campo erano presenti anche le truppe francesi.

Niger, Niamey Air Base 101

A poca distanza, all’interno dell’aerodromo, c’è anche il campo dei soldati italiani, presenti nel Paese nell’ambito della Missione bilaterale di supporto alla Repubblica del Niger (MISIN). Fino alla realizzazione di proprie infrastrutture, inaugurate nel maggio 2023 all’interno dell’aeroporto di Niamey, i nostri militari sono stati ospitati nella Air Base 101.
Anche se separate ci sono truppe italiane, statunitensi e russe. Tutti sotto lo stesso cielo rovente del Sahel.

Il segretario alla Difesa statunitense, Lloyd Austin, ha minimizzato qualsiasi rischio per le truppe americane o la possibilità che i russi si avvicinino alle attrezzature militari americane.

Il 17 aprile scorso, il vice segretario di Stato americano, Kurt Campbell, e il primo ministro nigerino Ali Mahaman Lamine Zeine si sono incontrati nella capitale americana e, secondo quanto riportato, Washington si è impegnato a iniziare a pianificare un ritiro “ordinato e responsabile” delle proprie truppe dal Paese. Ma, con la mossa dei golpisti di invitare i russi alla Air Base 101, dove si trovano anche i militari USA, sembra che le autorità nigerine vogliano mettere fretta agli americani di lasciare il Paese.

Attualmente il contingente USA presente in Niger conta un migliaio di uomini, alcuni si trovano nella Air Base 101, situata vicino all’aeroporto della capitale, ma la maggior parte delle truppe è dislocata ancora vicino a Agadez, nella Air Base 201, la cui costruzione è costata più di 100 milioni di dollari. La base, che dista quasi 1000 chilometri dalla capitale, è stata progettata per l’utilizzo di voli di sorveglianza con e senza equipaggio e altre operazioni. Ma dal golpe militare dello scorso anno, è praticamente inattiva, la maggior parte dei droni, che un tempo monitoravano le attività jihadiste nei Paesi africani instabili, sono stati messi negli hangar.

Il portavoce del Pentagono, Pat Ryder il 24 aprile ha fatto sapere che sono iniziati i colloqui con le autorità nigerine per il ritiro delle truppe USA. Secondo diversi analisti potrebbero passare diversi mesi prima di consegnare la Air Base 201 alle autorità locali, ci vorrà del tempo per evacuare in sicurezza uomini e attrezzature.

Come i putschisti dei vicini Mali e Burkina Faso, anche il Niger ha cacciato le truppe francesi dopo il golpe.

Bandiera del Niger e Russia a Niamey

I tre Paesi si sono ora rivolti alla Russia per ottenerne sostegno: all’inizio del mese Mosca ha confermato l’invio di istruttori, di un sistema di difesa aerea e di altri equipaggiamenti bellici al Niger, nell’ambito di una cooperazione in svariati campi, compresa quella militare. E pochi giorni dopo aver notificato a Washington di smobilitare la base, sono arrivati i soldati russi con il loro equipaggiamento.

La giunta militare di transizione nigerina vede la collaborazione con Mosca come l’inizio di una nuova era e sembra che molti giovani approvino le scelte dei golpisti, anche se la loro vita è diventata più difficile e precaria a causa dei tagli degli aiuti internazionali dopo il golpe dello scorso anno. “I russi stanno consegnando armi ai nostri fratelli in Mali e Burkina Faso, ed è questo che vogliamo: un partner affidabile che ci rispetti!”, sono i commenti di alcuni partecipanti alle manifestazioni anti-francesi dello scorso anno.

Una delegazione russa ricevuta dalle autorità in Niger

In un’intervista rilasciata a al Jazeera, Ibrahim Yahaya, vicedirettore del Progetto Sahel dell’International Crisis Group (una ONG fondata nel 1995, che si occupa di prevenire i conflitti e di definire politiche per costruire un mondo più pacifico), sostiene che le potenze occidentali in un certo senso sono riuscite a intromettersi negli affari locali. “Ma questa giunta vuole mettere fine a tutto questo e vuole affermare la propria sovranità”, ha sottolineato Yahaya.

Fino a meno di un anno fa il Paese era governato da Mohamed Bazoum, un ex insegnante, eletto nel 2021, l’ultimo amico dell’Occidente nel Sahel. Bazoum, è ancora nelle mani dei putschisti in quanto si è sempre rifiutato di presentare le sue dimissioni. L’ex presidente aveva lasciato basi a Francia, Stati Uniti e, in misura minore, a Italia e Germania. La presenza di militari stranieri, volte a frenare il terrorismo dei gruppi jihadisti nella regione del Sahel e per rafforzare l’addestramento delle forze armate nigerine.

Nonostante i suoi sforzi di introdurre riforme, come la promozione dell’istruzione delle ragazze, il regime di Bazoum è stato spesso criticato per corruzione e repressione. Infatti aveva vietato le proteste nel 2022, iniziate per l’aumento del carburante, poi sfociate in un sentimento anti-francese.

Mohamed Bazoum, ex presidente del Niger

Dopo aver mandato via i militari francesi alla fine di dicembre, la giunta al potere ha dichiarato di voler rinegoziare gli accordi militari con i governi le cui forze sono ancora presenti nel Paese.

A dicembre dello scorso anno il ministro della Difesa di Berlino, Boris Pistorius, si è recato a Niamey. Finora non è chiaro se i militari tedeschi (meno di cento), con il compito di addestrare le forze speciali, resteranno in Niger. Durante la visita di Pistorius si è parlato anche dell’eventualità di mantenere la base aerea tedesca a Niamey, inaugurata nel 2018 da Ursula van der Leyen, allora ministro della Difesa di Berlino.

La nostra Missione è presente in Niger con circa 300 militari. All’inizio di marzo Francesco Paolo Figliuolo, Comandante Operativo di Vertice Interforze (COVI) e l’Ambasciatore Riccardo Guariglia sono stati ricevuti dai vertici delle autorità militari di transizione a Niamey. Mentre alla fine dello stesso mese Giovanni Caravelli ,direttore dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE), ha incontrato il presidente del regime di transizione, Abdourahmane Tchiani, che ha elogiato l’operato dei nostri soldati nel Paese.

Il generale Paolo Figliuolo in visita alla base di MISIN

Recentemente il governo italiano ha deliberato il nuovo finanziamento per la missione MISIN (Niger). L’11 aprile il comandante del Comando operativo di vertice interforze (COVI), Francesco Paolo Figliuolo, in audizione davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato ha spiegato che “prosegue l’impegno della Difesa nel Sahel, dove lo sforzo operativo è focalizzato principalmente sul Niger. L’Italia ha una posizione di interlocutore privilegiato nel Paese, che continua ad essere il crocevia di tutti i flussi migratori sia dal Sahel sia dal Corno d’Africa”.

Secondo Figliuolo è di importanza primaria consolidare la presenza italiana con la missione MISIN e ha precisato: “Complessivamente nel Sahel prevediamo di impiegare un contingente massimo di quasi 800 unità, un’unità navale e fino a 6 assetti tra aerei e elicotteri”.

Africa ExPress
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La Germania all’assalto del Sahel: si comincia con una grande base in Niger

Via gli occidentali: arrivato in Niger il primo contingente russo, ma i jihadisti non mollano

Iran: il regime aumenta la repressione dopo l’attacco israeliano

Speciale per Africa ExPress
Francesca Canino
3 maggio 2024

In guerra contro il mondo e in guerra contro il loro stesso popolo. Accade in un Iran, devastato da circa mezzo secolo dal regime degli ayatollah e trasformato oggi in un teatro di scontri e violenze. Difficile dimenticare le donne scese in piazza a protestare un paio di anni fa intonando “Bella ciao” e liberando i capelli dal velo imposto dal fanatismo islamico. Impossibile dimenticare l’uccisione di numerose donne ribelli e la repressione subita per cercare la libertà.

In Iran la libertà è una chimera e i diritti umani sono stati calpestati dal regime teocratico che governa il Paese con metodi repressivi e sanguinari, intensificati ora a causa della possibilità di una guerra con Israele. La popolazione iraniana mostra preoccupazione per l’eventualità, sempre più prossima, di un conflitto. Difatti, in seguito all’attacco che Israele ha sferrato all’Iran nello scorso aprile, la guerra “sotterranea” tra i due Paesi rischia di diventare una guerra totale.

La reazione iraniana non si è fatta attendere e ha suscitato il solito blaterare internazionale schierato senza dubbi dalla parte di Israele. Ma non è solo questo che deve impensierire, considerati i problemi del popolo iraniano, acuiti dal malessere sociale ed economico che decenni di repressione hanno, purtroppo, generato. A peggiorare le condizioni sono stati gli attriti tra Iran e Israele, che hanno avuto forti ripercussioni sui prezzi.

Nel Paese islamico, inoltre, dilaga anche la corruzione che allarma governanti e governati, memori della crisi del pane e dell’acqua degli anni scorsi. E per impedire rivolte come quelle scoppiate dopo l’uccisione di Masha Amini (la giovane arrestata e uccisa mentre era sotto custodia della “polizia morale” iraniana perché il suo velo non copriva tutti i capelli), il regime ha aumentato la repressione interna.

La paura a Teheran si fonda sulla possibilità che i cittadini possano approfittare dei “venti di guerra” per destabilizzare il regime. In molti vedono l’attacco israeliano come l’evento “salvifico” che spazzerà via la Repubblica Islamica, un paradosso noto, tuttavia, al governo che, forse proprio per questo motivo ha aumentato gli atti repressivi nelle strade e tra i giornalisti e i dissidenti.

Le notizie e le immagini che ci giungono da Teheran sono allarmanti: la violenza ricade in particolare sulle donne che non osservano la legge sull’hijab, come si può vedere in un video inviato ad Africa Express.

Una donna viene buttata a terra da un gruppo di uomini e tenuta per i capelli, strattonata, picchiata, la sua vita è messa in pericolo perché viene spinta sulla carreggiata percorsa dalle auto. La donna cerca di liberarsi, ma le legano le mani dietro la schiena. E probabilmente sarà stata condotta nelle temibili carceri iraniane o uccisa.

Una scena inquietante, ma molto frequente da quando le donne sono insorte per conquistare la libertà a costo di perdere la vita o subire violenze inaudite. L’obiettivo è sconfiggere il regime dittatoriale che ha portato allo stremo milioni di persone.

La storia recente dell’Iran è ricolma di libertà negate, di un governo che controlla e schiaccia i cittadini con la forza delle armi e con la crisi economica, sociale e sanitaria che ha impoverito la popolazione rendendola spesso priva di scrupoli. È difficile, infatti, per il popolo capire perché ancora la polizia obbedisce ciecamente ai governanti, senza pensare che quando uccide o picchia i manifestanti questi sono suoi connazionali, suoi simili.

Francesca Canino
francescacanino7@gmail.com
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Le donne iraniane in lotta per la libertà si rivolgono ad Africa ExPress: “Aiutateci”

Non dimenticare Masha Amini: in un libro l’omicidio che un anno fa innescò le proteste in Iran

La CIA avvisa gli alleati: “Entro 48 ore l’Iran attaccherà Israele”

Piogge torrenziali e alluvioni: violenta crisi umanitaria in Kenya

Africa ExPress
1° maggio 2024

L’Africa orientale è nella morsa di El Nino e ha portato inondazioni diffuse, sommergendo intere aree, tra questi Kenya e Tanzania, lasciando dietro di sé una scia di distruzione. Milioni di persone sono sfollate, centinaia i morti e dispersi.

“Ieri in alcuni quartieri di Nairobi un tiepido sole ha fatto capolino per qualche ora. Adesso il cielo si sta oscurando nuovamente. Nuvole nere, cariche di pioggia si stanno avvicinando. Vivo in Kenya da oltre 10 anni e non ho mai visto nulla di simile”, ha raccontato la nostra stringer alla redazione di Africa ExPress.

Un quartiere di Nairobi allagato

Le forti piogge e le inondazioni incessanti, alimentate da El Nino, hanno fatto precipitare l’Africa orientale in una crisi umanitaria. Dal Kenya, e più a sud in Tanzania, molte comunità hanno dovuto affrontare l’impatto devastante  delle acque che ha portato distruzione in molte zone.

Anche a Nairobi, la capitale del Kenya, alcuni quartieri sono allagati. Una altro stringer di Africa ExPress ci ha raccontato: “Molta gente si rifiuta di lasciare gli slums anche se sono ridotti a fiumi di fango per paura di perdere anche i pochi pezzi che restano della propria baracca. Ogni shock ambientale ed economico devasta ancora di più chi è già in situazioni di grande vulnerabilità. Oggi è morto anche un bambino di polmonite nel Nairobi Children Rescue Centre”. Infine ha aggiunto: “Ora stiamo organizzando una raccolta fondi e beni di prima necessità per la gente delle baraccopoli”.

Già venerdì le autorità del Kenya hanno avvertito che le piogge hanno riempito le dighe idroelettriche fino alla loro capacità, minacciando così un massiccio straripamento a valle.

Lunedì si era sparsa voce del crollo della vecchi diga di Kijabe, vicino alla città di Mai Mahiu, nella Rift Valley, a circa 100 km a nord-ovest di Nairobi, portando con se fango, alberi sradicati e rocce.

L’Autorità per la gestione delle risorse idriche (Warma) hanno poi dichiarato nella giornata di ieri che la massa devastatrice non era dovuta al cedimento della diga ma all’acqua e ai detriti che sono tracimati da un canale nella contea di Kiambu. L’ondata è arrivata fino a Naivasha.

Comunque l’enorme massa d’acqua  ha distrutto almeno 100 abitazioni, uccidendo oltre 50 persone. Molte altre sono date per disperse e un centinaio sono state ricoverate negli ospedali vicini. Il presidente William Ruto ha ordinato alle forze armate di dispiegare personale per aiutare a trovare i dispersi.

La furia delle acque in Kenya

Rigathi Gachagua, vicepresidente del Kenya, nel porgere le condoglianze alle persone colpite, ha aggiunto: “I danni sono devastanti e hanno innescato un’enorme crisi umanitaria. Le forti piogge di queste ultime settimane hanno lasciato scie di morte e distruzione e costretto la gente alla fuga. La furia della natura è incommensurabile”.

Il capo di Stato, William Ruto, ieri mattina ha convocato una riunione straordinaria del Gabinetto. Sono siete deliberate misure aggiuntive volte a mitigare gli effetti del disastro causato dalle piogge torrenziali e per salvaguardare la vita, le proprietà e i mezzi di sussistenza della popolazione. I residenti nelle vicinanze delle zone a rischio – come corsi d’acqua, dighe e terreni soggetti a frane e/o smottamenti sono stati invitati a lasciare tali zone entro 48 ore. Chi dovesse rifiutarsi sarà trasferito forzatamente. Il Governo ha identificato in parte aree del Paese spazi pubblici, dove le persone colpite riceveranno un rifugio temporaneo. Saranno poi aiutate con generi alimentari e beni di prima necessità.

Il Segretario di Gabinetto per i Trasporti, Kipchumba Murkomen, ha inviato il personale del National Youth Service (NYS) sul luogo della tragedia di Maai Mahiu. parteciperanno alla missione di ricerca e salvataggio. Murkomen ha poi rivelato al “The Star”, uno dei maggiori quotidiani del Kenya, che dall’inizio delle forti piogge sono morte 300 persone.

La Croce Rossa del Kenya sta cercando di salvare un gruppo di turisti intrappolati nei campi di Narok, a 215 km da Nairobi.

Kenya Red Cross: salvataggio turisti

La furia delle acque ha devastato anche molte strade e parecchie scuole sono inagibili. Domenica è stato inondato anche un sottopassaggio stradale dell’aeroporto internazionale di Nairobi, ma i voli non hanno subito interruzioni, ha fatto sapere la Kenya Airports Authority.

Le gravi piogge hanno colpito anche altre zone della regione. In Burundi quasi 100.000 persone sono state sfollate, mentre almeno 155 sono morte in Tanzania e diverse migliaia sono rimaste senza casa.

Inondazioni in Burundi

El Nino, un modello climatico naturale associato all’aumento delle temperature in tutto il mondo, ha portato piogge eccessivamente intense che hanno colpito la regione dell’Africa orientale. A marzo, l’Organizzazione meteorologica mondiale delle Nazioni Unite ha dichiarato che El Nino 2023-24 è stato uno dei cinque più forti mai registrati.

E il 29 aprile i più alti funzionari delle Nazioni Unite hanno chiesto un’azione rapida per combattere gli eventi climatici estremi di El Niño che attualmente stanno devastando l’Africa meridionale e altre regioni con inondazioni e siccità.

Reena Ghelani, assistente del segretario generale dell’ONU per le crisi climatiche e per la risposta a El Niño/La Niña, ha evidenziato che attualmente circa 40-50 milioni di persone sono colpite da questa emergenza in ben 16 Paesi.

Purtroppo i meteorologi non sono ottimisti: hanno indicato una probabilità compresa tra il 60 e l’80 per cento che fenomeni simili si possano manifestare nel corso dell’anno, portando più pioggia in alcune regioni e siccità in altre

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Un parallelo tra Ruanda e Palestina: cosa ha fatto e cosa sta facendo la stampa internazionale?

EDITORIALE
Federica Iezzi
30 aprile 2024

Dal Ruanda alla Palestina, da un genocidio all’altro, quali responsabilità hanno gli Stati occidentali?

In quanto ex potenze coloniali, Belgio e Francia, sono state coinvolte nella catena di rivalità interetniche in Ruanda. Contrariamente a tante smentite, come quella del rapporto d’informazione parlamentare francese Quilès-Jospin del 1998, è ormai accertato che, lungi dal proteggere i civili ruandesi, l’Opération Turquoise ha permesso di esfiltrare le forze genocidarie Hutu  nella Repubblica Democratica del Congo.

Striscia di Gaza [photo credit United Nation]
Il rammarico del presidente francese, Emmanuel Macron, arriva proprio mentre continuano indisturbate le vendite di armi a Israele, che da mesi conduce una guerra di sterminio del popolo palestinese nella Striscia di Gaza.

Ma come mantenere la credibilità quando le principali democrazie liberali del mondo sono complici di crimini internazionali?

Quello che sta succedendo a Gaza è chiarificatore. Ciò che doveva essere nascosto è stato portato alla luce. Ciò che doveva essere oscurato è stato nettamente messo a fuoco. Si parla di una violazione della legge che corre velocemente, prima che la mente abbia il tempo di assorbire e soppesare la gravità e la portata del crimine.

Questa volta, l’errore dell’Occidente è difficile da mascherare, e il nemico è così irrisorio – poche migliaia di combattenti all’interno di una “prigione” assediata per anni – che l’asimmetria è ardua da ignorare.

Per eliminare domande e riflessioni, le élite occidentali hanno dovuto lavorare duramente su due aspetti. Hanno cercato di persuadere l’opinione pubblica che gli atti di cui sono complici non sono così gravi come sembrano. E poi che il male perpetrato dal nemico è così eccezionale, così inconcepibile da giustificare una catastrofica risposta.

Questo è esattamente il ruolo svolto dai media occidentali, in un’inquadratura perversa, che purtroppo non è nuova.

Come hanno affrontato i media il fatto che più di due milioni di palestinesi a Gaza stanno gradualmente morendo di fame a causa del blocco degli aiuti umanitari, azione che evidentemente non ha alcuno scopo militare evidente, se non quello di infliggere una vendetta selvaggia sui civili palestinesi?

Piuttosto che parlare di una politica dichiarata di Israele, ecco cosa racconta la stampa internazionale: i combattenti di Hamas sopravvivranno a bambini, malati e anziani in qualsiasi guerra di logoramento in stile medievale, che neghi a Gaza cibo, acqua e farmaci.

Se ad imporre la fame sulla Striscia di Gaza non è Israele, l’impotenza dell’Occidente è assolutamente sottostimata. Ma l’Occidente non è impotente. Sta consentendo un realistico crimine contro l’umanità, rifiutandosi di esercitare il proprio potere per condannare Israele.

Nel frattempo, la stampa liberale occidentale ha abilmente assistito Washington nelle sue varie deviazioni dai crimini di guerra imputati allo stato israeliano, non ultimo sul veto diplomatico che gli Stati Uniti esercitano regolarmente per tutelare Israele, riciclando le accuse verso i palestinesi.

Colte di sorpresa dall’attacco di Hamas, lo scorso ottobre, le forze di difesa israeliane hanno lanciato furiosamente munizioni da carri armati e missili Hellfire, incenerendo indiscriminatamente combattenti di Hamas e prigionieri israeliani. La lunga fila di auto bruciate, distrutte e accatastate, come simbolo visivo del sadismo di Hamas, è infatti la prova, nel migliore dei casi, dell’incompetenza di Israele e, nel peggiore, della sua ferocia.

Da quella data, sono esplosi online discorsi disumanizzanti profondamente inquietanti, retorica genocida e incitamento alla violenza contro il popolo palestinese, da parte di funzionari e personaggi pubblici israeliani [https://law4palestine.org/wp-content/uploads/2024/02/Final-Jan.-26-Statements-DB.pdf].

Ma l’arma peggiore è stata la cospirazione del silenzio. Se c’è qualcosa che si è rivelato sistematico, sono le gravi carenze nella copertura, da parte dei media occidentali, di un plausibile genocidio in corso a Gaza. Le mani dei media sono state fondamentali per rendere possibile la collusione.

Per tutte le piattaforme web, i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani chiariscono che le aziende dovrebbero rispettare i diritti umani, identificare e mitigare i danni e porre rimedio agli abusi ovunque operino. Sia attraverso l’azione che per omissione, i social media hanno il record di alimentare conflitti, come nei casi del Myanmar e dell’Etiopia.

Nonostante le atrocità senza precedenti sulla Striscia di Gaza, nessuna delle piattaforme di social media – tra cui Facebook, Instagram, YouTube, X e TikTok, o app di messaggistica come WhatsApp e Telegram – ha condotto e comunicato pubblicamente i propri sforzi per mitigare i rischi derivanti da questo massacro. Invece, ognuna di queste piattaforme è carica di propaganda di guerra, discorsi disumanizzanti, dichiarazioni di genocidio, inviti espliciti alla violenza, discorsi di odio razzista e celebrazioni di crimini di guerra.

Meta, sul podio tra tutte le altre piattaforme nel censurare le voci palestinesi, è pienamente consapevole dell’eccessiva moderazione dei contenuti legati alla Palestina.
Ma il problema qui va oltre la semplice moderazione dei contenuti. Valutare l’illegalità di un contenuto e il modo in cui può facilitare o contribuire alla perpetrazione di crimini è solo una dimensione della comprensione del ruolo svolto dalle piattaforme nei conflitti armati, in cui le asimmetrie di potere sono pronunciate e dannose.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
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Forze armate della Nigeria alle prossime guerre con i caccia “leggeri” dell’italiana Leonardo SpA

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
29 aprile 2024

Sarà consegnato entro la fine del 2024 il primo lotto di sei velivoli M-346FA ordinati lo scorso anno dal ministero della difesa nigeriano. La commessa con la holding industriale-militare italiana prevede la fornitura complessiva di 24 velivoli e la loro manutenzione per 25 anni.

M-346FA prodotti da Leonardo SpA per l’aeronautica militare nigeriana

Leonardo potrà utilizzare le infrastrutture di supporto tecnico-logistico in Nigeria per i servizi a supporto di altri clienti militari dell’Africa occidentale. Le autorità di Abuja e i manager di Leonardo potrebbero pure ampliare l’accordo di cooperazione alla realizzazione di corsi di addestramento dei piloti dei caccia e di formazione per il personale tecnico destinato alla manutenzione dei velivoli.

Gli M-346FA sono in via di realizzazione in Italia: i velivoli sono una versione modificata del caccia-addestratore avanzato M-346 del tipo “light combat”, con capacità multiruolo per missioni di supporto aereo avanzato, anche in aree urbane, e interdizione sul campo di battaglia e ricognizione tattica.

Lunghi 11 metri e mezzo e con un’apertura alare di 10,14 metri, gli M-346FA possono volare a una velocità massima di 1.865 Km/h, a una quota operativa di 13.715 metri. “Gli aerei conservano tutte le caratteristiche addestrative del trainer e, attraverso l’integrazione di equipaggiamenti e sensori di ultima generazione, diventano efficaci velivoli operativi da attacco leggero”, spiegano i progettisti di Leonardo.

I caccia per l’aeronautica militare nigeriana saranno equipaggiati con il radar a scansione meccanica multi-mode Grifo. M-346 sviluppato dalla stessa Leonardo e con il sistema di “difesa passiva” DASS. Ignoti i sistemi d’arma che saranno impiegati dagli M-346FA; secondo la scheda tecnica fornita dai progettisti, i velivoli “possono adottare diverse tipologie di armamenti e carichi esterni, tra cui munizionamenti aria-aria e aria-superficie (anche a guida IR. Radar e/o laser/GPS), pod cannone, da ricognizione e di designazione bersagli”. La capacità di carico è superiore alle due tonnellate ed i sistemi bellici saranno integrati con i visori interattivi “Helmet Mounted Display” posti sul casco dei piloti.

Fino ad oggi Leonardo ha venduto 122 velivoli M-346 nella versione da addestramento alle forze armate di Italia, Israele, Polonia, Singapore e Qatar; quattro M-346FA multiruolo sono stati ordinati invece dal Turkmenistan.

Il sito specializzato Defense News ritiene probabile che i caccia destinati alla Nigeria saranno armati con i cannoni da 20mm 20M621 prodotti dall’azienda francese Nexter o, in alternativa, con i cannoni da 12,7mm del gruppo belga FN Herstal. Per Ares Difesa la lista degli armamenti utilizzabili dagli M-346FA è ancora più ampia e devastante: dalle bombe a guida laser GBU-12 e 16 Paveway II, Lizard 4 e Teber (250 lb) LGB, alle bombe a guida GPS JDAM GBU-38 e 32 nonché Lizard 2 a guida GPS/LGB e GBU-49. Altri carichi di munizionamento avanzato prevedono le Small Diameter Bomb (SDB) e Spice (250 lb), i missili aria-suolo “Brimstone” e i missili aria-aria AIM-9L/M e IRIS-T.

Secondo lo Stato maggiore dell’aeronautica militare della Nigeria, la conferma della consegna dei primi sei caccia multiruolo è giunta in occasione della recente visita nel Paese africano del vicepresidente del settore vendite di Leonardo SpA, Claudio Sabatino. Quest’ultimo ha incontrato il 17 aprile il Capo di Stato Maggiore Hasan Abubakar presso il quartier generale della Nigerian Air Force (NAF). “L’acquisto dei 24 caccia M-346 fighter segna un passo significativo nel processo avviato dall’Aeronautica nigeriana per modernizzare la flotta e rafforzare la propria capacità operativa”, ha dichiarato al termine dell’incontro il generale Abubakar.

Claudio Sabatino, vicepresidente del settore vendite di Leonardo SpA e il generale Hasan Abubakar, capo di Stato maggiore della Nigeria

A fine novembre 2023 sono stati consegnati al 115th Special Operations Group dell’Aeronautica Militare di stanza a Port Harcourt due elicotteri d’attacco T-129 “Atak” prodotti dalla Turkish Aerospace Industries; altri quattro velivoli dovrebbero giungere in Nigeria entro la fine dell’estate 2024.

Gli elicotteri da combattimento avanzato T- sono costruiti in Turchia su licenza dell’azienda italo-britannica AgustaWestland, interamente controllata dal gruppo italiano Leonardo. Nel 2007 AgustaWestland e Turkish Aerospace Industries hanno firmato un memorandum che prevede lo sviluppo, l’integrazione, l’assemblaggio degli elicotteri in Turchia, demandando invece la produzione dei sistemi di acquisizione obiettivi, navigazione, comunicazione, computer e guerra elettronica agli stabilimenti del gruppo italiano di Vergiate (Varese).

I T-129 “Atak” sono elicotteri bimotore di oltre 5 tonnellate, molto simili all’A129 “Mangusta” in possesso dell’esercito italiano. Attualmente sono impiegati dalle forze armate turche per sferrare sanguinosi attacchi contro villaggi e postazioni delle milizie kurde nel Kurdistan turco, siriano e irakeno.

I primi due velivoli consegnati alle forze armate nigeriane sono pienamente operativi dal 6 febbraio 2024. Secondo la società costruttrice turca essi sono equipaggiati con un cannone da 20mm ma possono essere armati anche con razzi, missili anti-tank UMTAS, missili a guida laser CIRIT e missili aria-aria Stinger. “Sono certo che le nuove piattaforme assisteranno in modo significativo l’Aeronautica Militare nel rispondere alle sfide della sicurezza, sia in campo nazionale che nella regione dell’Africa occidentale”, ha commentato il vicepresidente della Nigeria, Kashim Shettima, in occasione della consegna degli elicotteri da guerra.

Oltre ai caccia di Leonardo e agli elicotteri di TAI/Agusta, l’aeronautica militare nigeriana avrebbe ordinato nei mesi scorsi anche 12 elicotteri multiruolo Leonardo A109 “Trekker”, due aerei da trasporto leggero Beechcraft King Air 360, 4 velivoli leggeri da sorveglianza Diamond DA-62 e tre droni cinesi Wing Loong II. “Lo scorso anno la NAF ha dichiarato di aver utilizzato effettivamente i nuovi assetti in combattimento per sconfiggere terroristi e insorgenti”, ricorda Defence News. “I successi nei campi di battaglia contro Boko Haram ed altri gruppi terroristi sono stati attribuiti ai nuovi aerei acquistati come i JF-17 Thunder ed A-29 Super Tucano e ai velivoli senza pilota”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©️RIPRODUZIONE RISERVATA

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Lotta ai migranti: l’Italia non è più sola, in Ciad sbarcate truppe ungheresi e il governo vuol cacciare i militari USA

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
28 aprile 2024

E’ giallo sui militari arrivati ieri in Ciad. Nessuna conferma che si tratti di mercenari russi. Secondo l’autorevole stringer di Africa Express gli uomini in divisa arrivati ieri all’aeroporto di N’Djamena – come scritto dal giornale online Tchad One su X (l’ex Twitter) – sarebbero non militari russi ma ungheresi. Ma finora mancano ancora le conferme ufficiali. Gli ungheresi dovrebbero controllare le rotte dei migranti e bloccare la strada che attraverso la Libia porta al Mediterraneo.

Va sottolineato che la ex colonia francese ospita decine di migliaia di profughi, per lo più provenienti da Sudan, dove da oltre un anno imperversa un sanguinoso conflitto tra l’esercito di Khartoum e le forze paramilitari delle RFS (Rapid Support Forces).

La missione fortemente voluta dal presidente ungherese, Victor Orban, da sempre contrario alle politiche sui migranti dell’Unione Europea, sarebbe già dovuta partire alla fine dello scorso anno. Ma, secondo alcuni media internazionali, ci sarebbero stati problemi di reclutamento dei militari. Non sono stati resi noti ulteriori dettagli. Ma qualcosa era nell’aria e si mormora che siano in arrivo anche mercenari russi della Africa Corps (la ex Wagner)

Come Mali, Niger e Burkina Faso, anche il Ciad, finora l’ultimo alleato dell’occidente nel Sahel, ha allacciato nuovi rapporti con la Russia. Alla fine di gennaio, l’attuale presidente a interim, Mahamat Idriss Déby, che ha preso il posto del padre dopo la sua morte nell’aprile 2021, si è recato a Mosca, dove ha incontrato il suo omonimo Vladimir Putin.

Il presidente nigerino a interim, Mahamat Idriss Déby, a sinistra e il presidente russo, Vladimir Putin

Secondo i media nigerini e russi, Putin avrebbe accolto il suo omologo della ex colonia francese in modo molto caloroso. Alla fine dei dialoghi, i due capi di Stato hanno affermato che cercheranno di sviluppare i rapporti bilaterali in svariati settori, come l’agricoltura e quello minerario. Putin ha inoltre affermato di seguire da vicino i problemi relativi alla sicurezza in tutta la regione e in Sudan.

E proprio pochi giorni prima dell’arrivo di altri militari stranieri, il Ciad ha chiesto a Washington di riposizionare le proprie truppe.

Il generale Idriss Amine Ahmed, capo di Stato maggiore dell’aeronautica, in una lettera indirizzata al ministro della Difesa ciadiano, ha chiesto di “interrompere immediatamente le attività americane” nella base aerea di Koseï, vicino a N’Djamena, in quanto non avrebbero fornito i documenti che giustifichino la loro presenza lì.

Ma sia gli USA, sia il Ciad hanno minimizzato la questione. Nel Paese si trovano un centinaio di soldati americani delle forze speciali per supportare le operazioni antiterroriste nel Sahel e nella regione del Lago Ciad.

Istruttori americani addestrano truppe ciadiane

Durante una conferenza stampa del 25 aprile, Pete Nguyen, portavoce del Pentagono, ha spiegato: “Il Comando USA per l’Africa sta organizzando il riposizionamento di una parte delle forze statunitensi in Ciad, alcune delle quali sono già in partenza”. Washington ha poi sottolineato che si tratta di misure temporanee che fanno parte della revisione in corso per quanto concerne la cooperazione in materia di sicurezza, che riprenderà dopo le elezioni presidenziali del 6 maggio.

Secondo il New York Times, la partenza verso la Germania, dove ha sede AFRICOM, di 75 militari USA dovrebbe avvenire tra il 27 aprile e il 1° maggio.

La stampa americana è ottimista. La cooperazione potrebbe riprendere a condizione che le parti trovino un terreno comune che porti a un nuovo accordo sul testo che regola la presenza delle truppe USA sul territorio ciadiano. Va ricordato che a tutt’oggi ci sono ancora 1.000 soldati francesi, impegnati nella lotta contro i jihadisti del Sahel.

Vedremo cosa succederà dopo le elezioni, in lizza anche l’uscente presidente a interim Mahamat Idriss Déby. E in un breve articolo di Malijet, quotidiano online maliano, Andrei Maslov, direttore della Scuola superiore di Economia dell’università nazionale di ricerca russa, ha affermato: “Nonostante i tentativi dell’Occidente di mettere un muro tra Mosca e N’Djamena, i leader del Ciad sono pronti a sviluppare la cooperazione con la Russia. La visita del presidente ciadiano a Mosca a gennaio lo rivela: le parti hanno discusso un’ampia gamma di questioni, comprese quelle economiche”.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Libertà di stampa in Lesotho: giornalista minacciato di morte per inchiesta esplosiva sulla corruzione

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Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
29 aprile 2024

In Lesotho, piccolo reame africano, enclave nel territorio sudafricano, un giornalista è stato minacciato di morte e due giornali rischiano di chiudere. Il motivo? Ha svelato la corruzione e gli è partita anche una querela temeraria, attività ben conosciuta e odiata anche in Italia.

I giornali sono il Lesotho Times e il Lesotho Tribune e il giornalista si chiama Phafane Nkotsi, direttore e proprietario delle due testate.

Lesotho Tribune
Home page del Lesotho Tribune (Courtesy Lesotho Tribune)

Un’indagine esplosiva

Il Lesotho Tribune, tra gennaio e febbraio scorsi, ha pubblicato due delle otto puntate di un’indagine giornalistica esplosiva. Un dossier sulla corruzione al Fondo pensionistico dei dipendenti pubblici del Lesotho.

Secondo il giornale ne è responsabile il Mergence Investment Managers, con sedi in Sudafrica, Namibia e Lesotho, che dal 2011 ha acquisito il Fondo pensioni. Lesotho Tribune afferma che il regista è Semoli Mokhanoi, entrato in Mergence nel 2017 come stratega degli investimenti regionali.

Mergence Investment ha presentato un’istanza urgente all’Alta corte del Lesotho chiedendo di oscurare gli articoli e proibire al Lesotho Tribune la pubblicazione degli altri sei. L’istanza è stata respinta dal tribunale in difesa della libertà di espressione.

Lesotho Phafane Nkotsi
Phafane Nkotsi, direttore del Lesotho Times e del Lesotho Tribune (Courtesy Lesotho Tribune)

Querela temeraria e minacce di morte

Scoperchiato il pentolone della corruzione la Mergence Investment, tenta l’impossibile per fermare lo scandalo. L’arma è la querela temeraria. La Società di investimento, il 7 febbraio scorso, ha iniziato una causa per diffamazione in cui chiede 10 milioni di loti (497.000 euro).

Nel frattempo Phafane Nkotsi è stato vittima di molestie, intimidazioni e minacce. Il 17 aprile 2024, i giornalisti del Lesotho Tribune hanno trovato sulle scrivanie della redazione tre biglietti.

“Stai lontano dai problemi del Fondo pensioni se tieni ancora alla pace in casa tua NJ Phafane – c’era scritto -. La tua bella [con il nome della moglie] sta facendo un lavoro straordinario su di te”.

mappa Lesotho RSF2023
Mappa del Lesotho di Reporters Sans Frontieres 2023 (Courtesy RSF)

Secondo Reporters sans Frontieres (RSF), nel 2023, il Lesotho risulta al 67° posto su 180 Paesi nella classifica della libertà di stampa. Nel 2022 era all’88°. Nonostante il miglioramento, del “Regno del Cielo” – così viene chiamato il Paese dell’altopiano – “la libertà di stampa è fragile. Gli abusi contro i giornalisti non sono rari e i media mancano di indipendenza”, documenta RSF.

Amnesty: condannare pubblicamente le minacce

“Le autorità del Lesotho devono condannare pubblicamente le molestie, le intimidazioni, le minacce e gli attacchi contro Phafane Nkotsi, il Lesotho Tribune e altri giornalisti. Devono garantire che tutti i giornalisti possano lavorare senza timore di rappresaglie”, ha dichiarato Tigere Chagutah, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Trentuno minatori del Lesotho uccisi dal metano in una miniera d’oro sudafricana dismessa

Due piccoli Stati africani in vetta alla triste classifica mondiale dei suicidi

Lesotho: accusato di omicidio il premier diserta il tribunale e fugge in Sudafrica

Lesotho: rissa tra onorevoli e l’aula del parlamento si trasforma in un ring

 

La giunta militare del Burkina Faso non accetta critiche: BBC e Voice of America sospesi per due settimane

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 aprile 2024

Il regime militare burkinabé ha sospeso per due settimane le emittenti della BBC e Voice of America, perché le due stazioni radio internazionali hanno trasmesso un rapporto di Human Rights Watch che accusa l’esercito di abusi contro i civili.

Nella serata di ieri il CSC (Conseil Supérieur de la Communication, il Consiglio Superiore per la Comunicazione) ha notificato alle due stazioni radio internazionali il blocco per la diffusione dei loro programmi, nonché la ritrasmissione dell’articolo di Human Rights Watch e sospeso l’accesso ai siti web e alle piattaforme digitali di BBC, VOA e HRW.

Testo del CSC

Nel suo rapporto di giovedì scorso, HRW ha accusato l’esercito di Ouagadougou di aver “giustiziato il 25 febbraio scorso almeno 223 civili”, tra questi anche 56 bambini, in due attacchi nel nord del Paese.

L’organizzazione ha definito la carneficina come “tra i peggiori abusi dell’esercito” avvenuti nel Paese in quasi un decennio. Dopo due mesi dal massacro, i fatti sono venuti alla luce perché HRW ha raccolto pazientemente le testimonianze di 14 sopravvissuti, quella di organizzazioni internazionali e della società civile, nonché grazie alle analisi di foto e video.

A Nodin e Soro, due villaggi situati a una ventina di chilometri dal confine con il Mali, assediati – come molti altri – dai jihadisti del Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani (JNIM), i soldati hanno ordinato alle persone di lasciare le loro case per poi riunirle in tre gruppi – uomini, donne e bambini. Subito dopo i militari dell’esercito hanno iniziato a sparare a bruciapelo, uccidendo chi era ancora vivo, secondo le testimonianze dei sopravvissuti raccolte dall’organizzazione per i diritti umani. Sono stati presi di mira anche “individui in fuga”.

Massacro di 237 civili in Burkina Faso

JNIM è stato fondato nel marzo 2017, guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista touareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, oltre a Ansar Dine, Katiba Macina, sono presenti anche AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico), Al-Mourabitoun.

Quando un centinaio di militari dell’esercito burkinabé sono arrivati a Soro, dopo aver ammazzato molti residenti di Nodin, una signora di 32 anni, che è stata ferita alle gambe, ha raccontato: “Ci hanno chiesto perché non li avessimo avvertiti dell’arrivo dei terroristi”. Poi la donna ha sottolineato: “I militari si sono dati la risposta da soli: ‘Anche voi siete dei jihadisti’”, hanno detto i soldati. “Infine – ha precisato la 32enne – hanno iniziato a spararci addosso e chi è sopravvissuto è stato tirato fuori da un mucchio di cadaveri”.

Non si esclude che i massacri siano una rappresaglia dell’esercito, che ha accusato gli abitanti di aiutare i miliziani dei gruppi jihadisti.

Ibrahim Traoré, salito al potere in Burkina Faso con un colpo di Stato nel settembre 2022, aveva dichiarato di aver preso in mano la situazione per ristabilire la sicurezza nelle zone sfuggite al controllo del governo centrale. Ma anche con il regime della giunta militare la situazione non è migliorata. Attacchi e violenze continuano a inasprirsi e più di un terzo del Paese è controllato da gruppi jihadisti.

Gruppi internazionali e per i diritti umani, tra questi l’Unione Europea e le Nazioni Unite, hanno accusato il Burkina Faso di gravi violazioni dei diritti umani nella lotta contro l’insurrezione jihadista, come uccisioni indiscriminate e sparizioni forzate di civili.

La giunta militare non lascia spazio a chi critica il loro operato. Settimana scorsa ha dato il benservito a tre diplomatici francesi, costringendoli a lasciare il Paese nel giro di 48 ore, con l’accusa di attività sovversiva.

I tre hanno semplicemente svolto un classico lavoro diplomatico, incontrando organizzazioni della società civile, influencer, uomini d’affari e dirigenti d’azienda. Secondo RFI, sono stati organizzati anche incontri con alcuni media burkinabé, che, secondo una fonte, non sono in linea con la giunta, proprio come le organizzazioni della società civile.

Ibrahim Traoré, presidente del governo di transizione militare in Burkina Faso

Il ministero degli Esteri francese, tramite il vice-portavoce, Christophe Lemoine, ha negato tutte le accuse rivolte ai diplomatici dalle autorità di Ougadougou. Anzi, ha sottolineato che il ministero apprezza la professionalità e l’impegno dei loro funzionari.

E mentre continuano attacchi e uccisioni nel Burkina Faso, la Costa d’Avorio ha fatto sapere di voler rimandare a casa 55.000 rifugiati burkinabé che si trovano nel nord del Paese. Un annuncio in tal senso è stato fatto durante una riunione con il Consiglio di sicurezza nazionale e il corpo diplomatico il 24 aprile 2024, ma ha suscitato qualche perplessità da parte di alcuni operatori umanitari.

In linea di massima, il rimpatrio dovrebbe riguardare coloro che desiderano tornare a casa. Dalla fine di luglio, alcuni dei rifugiati identificati e registrati presso le autorità e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) vengono ospitati in due siti: Niornigue e Timalah, nelle regioni di Tchologo e Boukani. Queste due aree possono ospitare fino a 12.000 persone, ma sono saturi. La maggior parte si trova attualmente da famiglie in villaggi vicini al confine.

Cornelia I. Toelgyes
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Fotocredit: Serge Daniel

Weekend di fuoco in Burkina Faso: terroristi sterminano indistintamente cristiani e musulmani

Epidemia di vaiolo delle scimmie esplode in Congo Brazzaville

Africa ExPress
25 aprile 2024

La Repubblica del Congo ha denunciato un’epidemia di mpox, il vaiolo delle scimmie. Da gennaio a oggi sono stati registrati 59 casi, 19 di questi sono stati confermati dal laboratorio nazionale della Sanità pubblica. L’infezione si è diffusa in cinque dipartimenti, tra questi anche nella capitale Brazzaville. Il ministro della Sanità, Gilbert Mokoki, ha rassicurato la popolazione che al momento attuale nessun paziente colpito dal virus è morto.

Mokoki ha chiesto ai congolesi massima prudenza: evitare contatti con casi sospetti affetti dal virus, mantenere la dovuta distanza dagli animali e di evitare assolutamente di maneggiare la carne di selvaggina a mani nude.

I primi casi dell’infezione sono stati accertati già a metà marzo. In tale occasione il ministero della Sanità aveva sottolineato che la patologia può essere trasmessa anche per via sessuale, fatto reso noto per la prima volta dall’OMS lo scorso anno. Allora nella vicina Repubblica Democratica del Congo si erano verificati casi confermati di mpox causati da rapporti sessuali.

Nell’uomo l’mpox inizia con sintomi aspecifici (febbre, mal di testa, brividi, astenia, ingrandimento di linfonodi e dolori muscolari). Entro tre giorni compare un’eruzione cutanea che interessa dapprima il viso, per poi diffondersi a altre parti del corpo, mani e piedi compresi.

La maggior parte delle persone infette guarisce senza cura. Il trattamento è generalmente sintomatico e di supporto. Alle persone che presentano una malattia severa o con una compromissione del sistema immunitario può essere prescritto un antivirale noto come tecovirimat (TPOXX). La mortalità è bassa (3-10 per cento), a seconda del ceppo virale.

I virus dell’mpox e del vaiolo sono geneticamente molto simili. Pertanto, i vaccini contro il vaiolo di prima e seconda generazione somministrati in Svizzera fino al 1972 sono considerati ancora parzialmente efficaci  contro questa patologia.

Un prodotto immunizzante di terza generazione, MVA-BN (in Europa conosciuto con il nome commerciale Imvanex), – anch’esso sviluppato contro il vaiolo umano – viene prodotto in Danimarca dall’azienda Bavarian Nordic. Tale vaccino è costituito da virus vivi attenuati che non sono in grado di moltiplicarsi e quindi di causare la malattia.

Nel 2022 l’Organizzazione della Sanità (OMS) ha cambiato il nome del vaiolo delle scimmie in mpox, per evitare stigmatizzazioni e razzismo associati al nome.

Il virus della sindrome appartiene alla stessa famiglia del vaiolo, ma ha una minore trasmissibilità e la malattia è meno grave. Il microrganismo è stato identificato per la prima volta nelle scimmie in un laboratorio danese nel 1958 e, secondo l’OMS, individuato nel 1970 nell’uomo nella Repubblica Democratica del Congo. Si tratta di un’infezione zoonotica (trasmessa dagli animali all’uomo). La malattia può anche diffondersi da uomo a uomo. Può essere trasmessa attraverso il contatto con fluidi corporei, lesioni sulla pelle o sulle superfici mucose interne, come la bocca o la gola, goccioline respiratorie e oggetti contaminati.

Africa ExPress
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