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Morire di fame “il giorno dopo” a Gaza

 

EDITORIALE
Federica Iezzi
14 maggio 2024

E’ incredibilmente sprezzante come la gerarchia tra vittime del terrorismo e vittime della guerra contribuisca a disumanizzare i palestinesi. Israele continua nell’imbarazzante tentativo di normalizzare quello che sembra sempre più essere un massacro deliberato di civili, sulla Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Striscia di Gaza [photo credit UNRWA]
Non è un modo nuovo di condurre una guerra. Netanyahu sta percorrendo scrupolosamente gli stessi passi del presidente russo, Vladimir Putin, e di quello siriano, Bashar al-Assad, prendendo di mira civili e infrastrutture di sostentamento. E pure del dittatore iracheno Saddam Hussein, che deliberatamente gasò la popolazione curda.

Ma torniamo al 2013 a Yarmouk, campo profughi palestinese alla periferia di Damasco, in Siria. Cosa è successo? Il campo assediato dalle forze del regime siriano e dai suoi alleati, causò la morte di migliaia di palestinesi. Per fame. Per guerra.

I tempi della fame

La fame e il cibo hanno i loro tempi, che non corrispondono necessariamente al tempo politico o al tempo economico. Le persone non smettono di morire di fame il giorno in cui vengono firmati gli accordi di pace, né quando finisce un assedio.

Il ruolo svolto da Hafiz al-Assad, padre di Bashar al-Assad, nel massacro del campo profughi palestinese di Tell al-Zaatar – nella zona nordorientale di Beirut, in Libano – commesso dalle milizie fasciste cristiano-maronite nel 1976, ha mostrato molto presto la vera natura del regime siriano, per il quale la “questione palestinese” non è altro che un oggetto di propaganda.

Ed ecco come si svolge il piano di Netanyahu. Il livello di distruzione delle infrastrutture civili a Gaza è direttamente proporzionale all’abbandono nel ricostruire pochi miseri metri quadrati di terreno solido. Nel territorio devastato ricompaiono dunque i campi di tela, che negli anni erano scomparsi.

La maggioranza dei palestinesi oggi costituisce una popolazione senza terra né patria. Il regime israeliano spinge per porre fine allo status di rifugiato “ereditario” dei palestinesi. Con quale conseguenza? I bambini palestinesi apolidi non potranno più godere di questo status e finiranno per essere assimilati nei loro Paesi di esilio. Invece, per i palestinesi lo status di rifugiato è la prova tangibile di un’ingiustizia storica.

Miopia della guerra

Alla luce della miopia della guerra, si continua a cercare una soluzione nel futuro e non nel presente. L’argomento fu particolarmente vivace per gli intellettuali ebrei, che discussero del futuro già nei primi mesi dall’inizio della seconda guerra mondiale. Sfuggiva, però, un dettaglio determinante: se “il giorno dopo” le minoranze etniche sarebbero continuate ad esistere.

Così come la questione della fame decise il futuro dell’Europa nel dopoguerra, parlare di fame a Gaza, oggi, ci impone di riconoscere il fatto che Israele gestisce la carestia nei territori palestinesi da quasi due decenni.

Per comprendere la fame come forza politica internazionale è stato necessario rendere la ricerca sulla fame una scienza che non sia uno strumento al servizio della diplomazia ma un’alternativa ad essa. Qualcosa che oltrepassa i confini e modella la mappa del mondo più velocemente degli accordi diplomatici.

Dunque, la preoccupazione per il “giorno dopo” dovrebbe essere arginata e dovrebbe partire una realistica discussione con la consapevolezza che il momento attuale a Gaza è un momento di fame. È un periodo dalle caratteristiche uniche che rimodella la politica dello spazio.

Dall’inizio dell’assedio sulla Striscia di Gaza nel 2007, il cibo è diventato uno strumento centrale con cui lo Stato israeliano penetra nella vita dei palestinesi. Le centinaia di camion che portano generi di prima necessità in un’area chiusa, il controllo sulla possibilità di obbligare a mangiare un alimento piuttosto che un altro, fanno parte del metodo con cui Israele gestisce la popolazione palestinese a Gaza.

Sovranità nutrizionale

I camion colmi di cibo, che arrivano trionfanti a Gaza, sono solo l’immagine speculare di tutti gli alimenti che non provengono dalla terra palestinese. Gaza non ha quasi alcuna possibilità di sovranità nutrizionale e questo è uno dei meccanismi per il quale non ha quasi alcuna possibilità di sovranità politica.

Il risultato agli occhi della Comunità Internazionale è che Gaza è nutrita. Questo fenomeno ha una lunga storia globale. La nutrizione crea lealtà. Secondo questo paradigma, le popolazioni affamate saranno fedeli a coloro che le nutrono e non ad una entità ideologica nazionale. Il cibo è garanzia di obbedienza, e meno “docile” è una popolazione, maggiore è la necessità di gestire il cibo.

Nella storia moderna del cibo, la nutrizione è una parte essenziale del controllo coloniale. Negare i beni di prima necessità a una popolazione civile, al fine di esercitare pressione su elementi militari o politici, è evidentemente contrario al Diritto Internazionale Umanitario.

Calorie minime

Ma Israele ha calcolato scientificamente le calorie minime, necessarie per raggiungere la soglia umanitaria, e le ha tradotte in numero di camion di generi alimentari che entrano a Gaza ogni giorno. L’obiettivo è mantenere Gaza affamata ma non affamarla. Ecco che la politica viscida di Netanyahu parla il linguaggio del diritto internazionale, legittimando il feroce assedio.

Peccato che le calorie sono la più grande frode nell’alimentazione moderna. Il valore energetico di un cibo non ha alcun significato dal punto di vista nutrizionale. A Yarmouk, durante l’occupazione siriana, le donne che non riuscivano ad allattare, utilizzavano latte mescolato allo zucchero. Caloricamente una bomba. Nutrizionalmente inadeguato. I neonati che morivano di fame non venivano, quindi, considerati affamati perché raggiungevano il limite calorico minimo stabilito dalla legge.

E allora, quando la fame è troppo fame? Una persona che può camminare ma non può correre? Una donna che può concepire ma non può allattare? Cento sacchi di riso, mille? Il conteggio delle calorie a Gaza fa parte del concetto che esiste un modo scientifico, giustificato e sostenibile per morire di fame, espropriare e occupare. Ma anche questo, non è altro che un concetto fallito.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
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Il Sudafrica ammonisce Israele: “Contro la repressione la violenza è lecita”

Qui ci sono alcuni degli articoli che abbiamo scritto sulla guerra a Gaza

Il Sudafrica ammonisce Israele: “Contro la repressione la violenza è lecita”

Dalla Nostra Corrispondente
Elena Gazzano
Città del Capo 13 maggio 2024

Sulle strade polverose di Gaza e tra i campi profughi della Cisgiordania, la resistenza palestinese contro l’oppressione israeliana sta bruciando viva. Nell’epicentro di questa lotta epocale, tra il 10 e il 12 Maggio, lo spirito ribelle di Johannesburg ha unito in un convegno senza precedenti, un’assemblea di anime unite da un unico grido: libertà per la Palestina, ora e per sempre.

Testimoni oculari, leader visionari, attivisti indomabili presenti all’incontro, hanno tessuto un mosaico di sofferenza e resilienza, lanciando un appello globale all’azione e alla solidarietà. È stato un fine settimana di fuoco e passione, un ruggito di protesta che ha risvegliato le coscienze sopite di un mondo troppo spesso indifferente.

La conferenza non è stata solo un’arena di discussioni e di parole. È stata una pietra miliare nella saga del popolo palestinese, un grido di sfida lanciato contro le catene dell’oppressione marchiate Occidente. “Non accetteremo compromessi sulla nostra libertà – hanno tuonato i partecipanti, le loro voci cariche di fermezza e determinazione – Se l’Occidente vuole giocare a suon di legge internazionale allora è ciò che faremo”.

Emergono le testimonianze di coloro che vivono l’inferno quotidiano dell’occupazione. Mohammed Alkaisi, con la sua voce intrisa di rabbia e dolore, dipinge un quadro crudele di una realtà sospesa tra il caos e l’ingiustizia. “Israele non ha confini con la nostra terra – sussurra con voce carica di amarezza -. Mentre noi dobbiamo affrontare i checkpoint solo per andare fare la spesa”. È una narrazione di sopraffazione che si insinua nell’anima, un grido di protesta che spezza il silenzio.

E poi ci sono le storie dei raid notturni, delle incursioni brutali che sconvolgono la quiete dei campi profughi. L’esercito israeliano, con il suo arsenale di morte e distruzione, si abbatte senza pietà su una popolazione disarmata e indifesa. Ma dietro a questa violenza c’è una logica distorta: i campi profughi della Cisgiordania sono diventati un terreno di addestramento per i soldati che poi saranno spediti a Gaza, pronti a seminare morte e terrore.

E mentre le testimonianze si intrecciano, emerge la voce di Steven Friedman, un accademico e attivista dal cuore di ferro che ha lottato contro l’apartheid in Sud Africa. Con un tono di sfida e disincanto, Friedman denuncia le analogie tra le due forme di oppressione, smascherando il mito del sionismo come baluardo del popolo ebraico “L’affermazione che il sionismo è una forma estrema di identità ebraica, disposta a distruggere i palestinesi pur di affermarsi, è non solo sbagliata ma anche ridicola, infatti ai primi sionisti gli ebrei non stavano nemmeno tanto simpatici, e il loro scopo era quello di creare per loro uno Stato dove potessero essere offensivi e avari, senza disturbare le altre nazioni europee”.

Con un altra carica Friedman aggiunge: “Ogni volta che un sionista punta il dito contro coloro che sostengono una Palestina libera, urlando antisemita, mostra un’indole razzista. Perché i semiti sono tutti quei popoli che parlano una lingua del ceppo semitico”. È una dichiarazione audace, che scuote le fondamenta della nostra comprensione.

Ma la conferenza non è stata solo un momento di denuncia e di protesta. È stata anche un’ode alla solidarietà globale, un richiamo alla coscienza universale di fronte all’ingiustizia. In un grido di battaglia, Nareem Jeena ha esortato gli attivisti a non temere la violenza quando la non-violenza si rivela vana, citando l’esempio di Mandela e del suo MK.

“Mandela è stato condannato all’ergastolo perché aveva creato l’MK, l’ala armata del suo partito. Una cosa che dovrebbe fare aprire gli occhi a tutti noi attivisti: nel caso in cui non esiste un’alternativa all’uso di violenza, si può e si deve usare la violenza. Lo so: queste sono parole forti, ma quando siamo silenziati e picchiati dalla polizia durante pacifiche manifestazioni di protesta, non c’è più tempo per la mitezza. Dopo aver represso le proteste con la violenza, l’Occidente ha perso ogni diritto di impartire lezioni di morale e diritti umani ad altri Paesi”.

E infine, c’è la dichiarazione finale del convegno: un inno alla libertà, un grido di protesta che risuona nell’eco “Free Palestine from the river to the sea”  (Palestina libera dal fiume sl mare, ndr). Testimoniando il genocidio continuo e la repressione perpetuata da Israele, la dichiarazione denuncia il sostegno occidentale alla violenza e all’apartheid. Si sostiene il Movimento Globale Anti-Apartheid per la Palestina, esortando alla fine del genocidio, al ritiro delle forze israeliane e al completo smantellamento del progetto coloniale. L’obiettivo è isolare Israele attraverso il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni, fino al raggiungimento della completa liberazione palestinese.

Ma in questi tre giorni non sono solo le voci di Johannesburg a far eco nella comunità internazionale; ce n’è stata anche un’altra che si è levata con fermezza. la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), la massima istanza giudiziaria delle Nazioni Unite, venerdì ha annunciato che il Sudafrica ha presentato una nuova richiesta per sollecitare il ritiro di Israele da Rafah, come parte di misure di emergenza aggiuntive in risposta alla guerra a Gaza. E domenica sera, Egitto e Libia hanno dichiarato il loro sostegno al caso del Sudafrica contro Israele, citando le crescenti violazioni israeliane .

Resta una domanda urgente: se il diritto internazionale viene violato, considerato senza rispetto e abusato senza che ciò comporti alcuna responsabilità e conseguenza per i rei, chi sarà la prossima vittima nell’elenco della coppia USA-Israele?

Elena Gazzano
elenagazzano6@gmail.com
https://www.instagram.com/elena.gazzano/
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Tangentopoli genovese: Toti, Signorini, Spinelli & il porto dove passano le armi

Speciale per Africa ExPress  
Alessandra Fava
11 maggio 2024

Il Porto di Genova è sempre stato il regno del più forte. In passato chi faceva lo smargiasso otteneva di più, chi stringeva alleanze sbagliate spesso veniva tradito dai suoi presunti amici e gli spariva la concessione sulle aree demaniali o falliva miseramente. Si sono succeduti tanti imprenditori, molti hanno preso la strada per altri porti italiani minori.

Non che il porto di Genova sia così stretto: tra le banchine prima della Lanterna, quelle del cosidetto porto di Sampierdarena e poi il porto container di Voltri, per non contare le banchine di Fincantieri utilizzate e quelle praticamente inutilizzate della vecchia acciaieria di Cornigliano parliamo di oltre 7 milioni di metri quadri e oltre 22 chilometri di banchine. Ma di fatto ogni metro quadro è stato oggetto di battaglie, liti, sgambetti degli imprenditori e l’Autorità portuale di mezzo, a volte nemica, a volte amica.

AfricaExpress si è occupata a varie riprese del porto di Genova sopratutto in merito al traffico di armi dirette verso le guerre di mezzo pianeta, comprese quelle africane. I commerci sono stati spesso stoppati dalle proteste dei lavoratori portuali e di associazioni genovesi pacifiste e i carichi di carri armati e altro materiale bellico.

Carri armati stoccati nelle stiva di un cargo fermato nel porto di Genova

Stretta tra la terra e il mare, Genova vive ancora del suo porto e il suo porto fa gola. I presidenti dell’Autorità portuale nel sontuoso palazzo di San Giorgio a ridosso dell’area del Porto antico ristrutturata da Renzo Piano, sono sempre stati piazzati da qualcuno, prima erano legati a qualche partito. Ora il gioco si è fatto più sottile e il past presidente ora indagato Paolo Emilio Signorini sfoderava Banca d’Italia nel suo curriculum e amicizie a destra.

Chi ha cercato di riportare un po’ di logica e di giustizia in passato l’ha pagata cara. Un presidente integerrimo Giovanni Novi, broker marittimo di scuola londinese, aveva deciso di verificare la reddititività delle aree nei tempi in cui un armatore spiaggiava navi piena di rifiuti tossici e radioattivi sulla costa italiana e nel fondo del mare, protetto dai servizi segreti. Va a vedere che magari chi ha più molo lo sfrutta di meno e bisogna rivedere le concessioni di qualcuno. I terminalisti hanno subito levato gli scudi, Novi è finito indagato per un finanziamento alla Compagnia unica dei camalli, è stato prosciolto dopo anni ma intanto aveva dato le dimissioni e si era tolto dai piedi. Problema risolto.

Il porto di Genova

Quello che sta emergendo dalle carte dell’inchiesta che ha portato il presidente della Regione Giovanni Toti ai domiciliari e l’ex presidente dell’Autorità Paolo Emilio Signorini, oggi AD di Iren (la società di servizi elettrici teleriscaldamento e altro, ndr), ai domiciliari, per un totale di 40 misure, però è diverso dal passato. Dalla giungla in cui regna il più forte, siamo passati al pagamento cash di mazzette al movimento politico di Giovanni Toti, presidente in carica della Regione Liguria e alle accuse di voto di scambio con la mafia in cambio di case popolari in occasione delle elezioni 2020. Che sembra una cosa ben diversa.

Qualcuno in Bankitalia deve avere visto eccessivi versamenti diretti a Cambiamo, il movimento politico di Toti, e fatto una bella denuncia che i magistrati non hanno potuto ignorare visto che intanto hanno ascolto per un paio di anni i discorsi del presidente e degli altri nelle intercettazioni.

Intanto qualcuno ha lucrato una concessione trentennale, mica male per un ultra ottantenne. Signorini infatti ha favorito in ogni modo un terminalista, Aldo Spinelli, facendogli anche occupare coi suoi container aree non destinate a lui, o meglio che non gli erano state date in concessione e infatti sono indagati anche alcuni dipendenti dell’Autorità.

Spinelli è un deus ex machina da tempo. Nato poverissimo, nella profonda Valpolcevera, ha iniziato la sua carriera coi camion e il trasporto di terra, è riusciuto a fare affari vendendo la collina degli Erzelli a monte dell’areoporto e intanto è approdato al porto di Genova come terminalista, boicottando in ogni modo l’eventuale utilizzo della ferrovia portuale (per altro minata anche dal fatto che la società del ferro portuale è anche diversa da quella nazionale). Insomma è uno che sa navigare. Paga i suoi dipendenti cash per gli straordinari quando c’è da svuotare una nave ed è abituato a usare i suoi soldi per comprarsi favori e amicizie ed è famoso per le sue giocate nei casinò di mezzo mondo.

Il Porto di Genova - moli a Sampierdarena - foto shippingitaly.it
Il Porto di Genova – moli a Sampierdarena – foto shippingitaly.it

Ma anche qui nell’inchiesta c’è dell’altro. Perchè una sessantina di notti nell’hotel più lussuoso di Montecarlo annesso al casinò per il presidente dell’Autorità portuale, sfociati nel voto di una concessione trentennale (30 anni) non sembrano una cosa normale. Naturalmente c’è il trash della vita quotidiana con borsette, gioielli, massaggi, estetica per lei. Fiches al casinò, spiagge private, cocktail e massaggi in camera per lui (sempre Signorini). La summa del lusso pacchiano del Principato, come se lo immagina chi non può permetterselo. Ma Spinelli pagava tutto. Anche le fiches che poi Signorini si rintascava senza giocarle.

Di mezzo però ci sono anche le riparazioni navali che dal Porto antico di Piano vanno verso Levante fino alla vecchia Fiera. Sono centinaia di imprese schiacciate anche qui in poca terra e di mezzo lo Yacht Club, la Lega Navale e un paio di circoli di pesca e cannottaggio che non se ne vogliono andare, anche se qui dovrebbe nascere il Bluprint, su disegno di Renzo Piano alla città. Tra queste la più grande è la Amico&Co che secondo i magistrati genovesi e spezzini avrebbe pagato 30 mila euro al movimento di Toti in cambio di una concessione fino al 2060.

La potente macchina comunicativa della Regione con trasferte di famiglie intere insieme al Presidente anche in Estremo Oriente a spese del contribuente e in parte di un imprenditore, senza il presidente indagato e le sue dichiarazioni non sa che fare. “Domani, il Presidente interim con delega all’agricoltura e al marketing territoriale (nome omesso ndr.) parteciperà etc etc”, si legge oggi. I comunicati si sono fatti decisamente più stringati.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
(1 – continua)
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Israele espelle 12 contadini del Malawi accusati di aver abbandonato il lavoro: “Eravamo sottopagati”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 maggio 2024

Lo scorso novembre il governo del Malawi ha inviato i primi 221 lavoratori in Israele, che è a corto di mano d’opera nelle aziende agricole. L’accordo di cooperazione era stato negoziato tra i due Paesi. Dopo l’inizio del conflitto con Hamas, il permesso di soggiorno è stato revocato a tutti i palestinesi. E una settimana fa il governo di Benjamin Netanyhau ha espulso 12 malawiani nel loro Paese di origine: sono stati accusati di non aver rispettato le clausole del contratto di lavoro e di aver lasciato la loro occupazione nei campi.

Malawiani in un’azienda agricola in Israele

I 12 provenienti dal Malawi, sono stati arrestati insieme a un’altra trentina di lavoratori stranieri. Le forze dell’ordine li hanno pizzicati a Tel Aviv mentre operavano in un panificio: non erano soddisfatti delle condizioni di lavoro nel settore agricolo. Un giovane ha raccontato ai reporter della BBC che alcuni suoi concittadini impiegati nella coltivazione sono sottopagati.

I proprietari delle grandi fattorie spesso non versano ai dipendenti il salario minimo, che in Israele corrisponde a 32 shekels (6,82 dollari) all’ora. “Molti di noi ricevono solamente da 18 a 20 shekels (4,82 – 5,32 dollari), eppure gran parte dei lavoratori ha firmato un contratto che prevede il versamento di 1.500 dollari mensili”, ha precisato il giovane.

Il governo di Lilongwe ha confermato il rimpatrio dei propri connazionali. Il Ministro dell’Informazione e della Digitalizzazione del Malawi, Moses Kunkuyu, ha puntualizzato che secondo l’ambasciata del Malawi a Tel Aviv i lavoratori avevano visti e contratti validi per lavorare in specifiche fattorie del settore agricolo israeliano.”Tuttavia, poiché non sono state rispettate alcune clausole stabilite dagli accordi, hanno abbandonato il loro impiego e si sono trasferiti in una panetteria”.

E Michael Lotem, ambasciatore israeliano in Malawi ha sottolineato il perché del pugno di ferro: “Chiunque viola i termini del visto sarà espulso”.

La rappresentanza diplomatica del Malawi in Israele è stata inaugurata il 18 aprile scorso a Tel Aviv in presenza del ministro degli Esteri del governo di Lilongwe, Nancy Tembo, del suo omologo dello Stato ebraico, Israel Katz, e del ministro degli Interni Moshe Arbel.

Durante la breve cerimonia è stato siglato anche un Memorandum of Understanding circa l’impiego temporaneo di 3.000 lavoratori malawiani nel settore agricolo in Israele.

Tel Aviv: Cerimonia d’apertura Ambasciata Malawi aprile 2024. A sinistra, ministro degli Esteri israeliano, Israel Katz e Nancy Tembo, a capo della diplomazia di Lilongwe

Durante la sua permanenza nel Paese mediorientale, la signora Tembo ha incontrato anche alcuni familiari di ostaggi ancora nelle mani di Hamas e ha promesso il sostegno del proprio Paese per il loro rilascio.

Alla fine dello scorso anno Israele ha versato un contributo di 60 milioni di dollari al Malawi per sostenere la ripresa economica del Paese. Altri 57,6 milioni di dollari sono stati concessi dalla Banca mondiale a fine aprile per far fronte all’attuale crisi alimentare che il Paese sta attraversando a causa delle condizioni di El Niño nella regione dell’Africa meridionale .

Il Malawi è il Paese più densamente popolato  di quell’area geografica. Conta venti milioni e mezzo di abitanti e oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex colonia britannica, ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno tra i Paesi più poveri dell’Africa. Secondo i dati della Banca Mondiale, con l’aumento dell’insicurezza alimentare, dovuta sia agli alti prezzi dei prodotti sia alla carenza di cibo a causa della prevista diminuzione della produzione agricola, per quest’anno si prevede un peggioramento delle condizioni di vita. La percentuale di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà che equivale a 2,15 dollari al giorno, aumenterà leggermente. Nel 2024 raggiungerà il 72 per cento della popolazione.

L’aspettativa di vita è ancor bassa e si attesta a poco più di 65 anni e la principale causa di morte è l’infezione da HIV/AIDS.

Le ricchezze del Paese sono in mano a un’élite ristretta e la corruzione della classe politica è proverbiale. Il presidente Lazarus Chakwera, eletto dalle fila dell’opposizione, cerca di combattere con ogni mezzo disonestà e immoralità.

Solo poco più dell’12 per cento della popolazione del Paese è collegata a una linea di corrente elettrica (il 45 per cento nelle città e nelle aeree rurali solamente il 5 per cento), dunque in molti luoghi con il calar del sole cessano tutte le attività.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Al governo del Malawi servono dollari e manda i suoi contadini a lavorare in Israele

Malawi: niente sprechi, vietato viaggiare all’estero per ministri e presidente

Il presidente del Malawi silura il suo vice, colto con le mani nel sacco nell’inchiesta contro la corruzione

Egitto, azienda vicina al presidente guadagna 2 milioni di dollari al giorno per far uscire i palestinesi da Rafah

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
10 maggio 2024

Cinquemila dollari (4.650 euro) per ogni adulto e 2.500 (2.324 euro) per i bambini sotto i 16 anni per uscire da Rafah. È quanto rivela il giornale finanziato dal Qatar, Middle East Eye (MEE), con sede in UK in un’indagine pubblicata la settimana scorsa.

Rafah prezzario Hala
Prezzario Hala per uscire da Rafah (Courtesy SkyNews)

Sfruttamento malvagio

Una famiglia palestinese con genitori, 4 bambini e due nonni, per scappare dai bombardamenti israeliani, dovrebbe avere almeno 30.000 USD (27.900 euro). Un palestinese che con la sua famiglia ha lasciato Gaza per l’Egitto ha descritto il sistema come uno “sfruttamento malvagio”.

“Con il denaro chiesto alla mia famiglia per salvarci dai bombardamenti israeliani avremmo dovuto costruirci la casa”. Lo ha raccontato un altro padre di famiglia in fuga dalla Striscia a Radio Canada International. “Ho dovuto chiedere aiuto ai miei parenti in USA. Hanno fatto una campagna di crowdfunding online per trovare i soldi”.

La linea di demarcazione è il 7 ottobre scorso con l’attacco di Hamas a Israele. Prima di quella data il costo dell’attraversamento del valico di Rafah era 350 dollari (325 euro).

Il monopolio dei trasporti

Certo, ora con la guerra tutto è cambiato ma l’indagine di MEE ha svelato il motivo del pesante rincaro: monopolio del servizio con la complicità dell’Egitto. L’azienda Hala Consulting and Tourism Services, ha il monopolio della fornitura di servizi di trasferimento al valico di Rafah.

Hala, di proprietà di Ibrahim al-Organi, leader tribale del Sinai e Rafah, ha il trasporto dell’unica uscita di Gaza non confinante con Israele. Gli altri valichi che confinano con Israele sono tutti chiusi. Per i palestinesi, Rafah è l’unica via di fuga.

Valico di Rafah
Mappa con il Valico di Rafah (Courtesy GoogleMaps)

Due milioni di dollari al giorno

Dalla lista online dei viaggiatori pubblicata da Hala nel mese di aprile hanno attraversato il confine con la “lista VIP” 10.136 adulti e 2.910 bambini. Secondo l’analisi di MEE, l’importo pagato ammonterebbe a 58 milioni di dollari (54 milioni di euro) con una media quotidiana di 2 milioni di dollari (1,86 milioni di euro).

Ovviamente l’Egitto ha contestato le accuse di trarre profitto dalla miseria dei palestinesi. Sameh Shoukry, ministro degli Esteri egiziano, ha negato che il suo governo abbia consentito le tariffe applicate da Hala.

 “Il governo sta già esaminando la questione e prenderà provvedimenti nei confronti di chiunque sia stato coinvolto in tali attività”, ha dichiarato in un’intervista a SkyNews.

Presa di posizione anche di Human Right Watch (HRW) attraverso Amr Magdy: “L’Egitto dovrebbe indagare su queste pratiche della compagnia Hala. Dovrebbe garantire che le persone possano viaggiare attraverso un sistema trasparente e rispettoso dei diritti umani. Non si dovrebbe trarre vantaggio in denaro da questa situazione”.

Richieste tangenti alle ONG internazionali

Anche una ONG internazionale ha dovuto pagare 5.000 dollari per far passare il camion di aiuti a Gaza. Era una “tassa di gestione” richiesta da una società affiliata a Sons of Sinai (Figli del Sinai), azienda di Organi.

Rafah Campo profughi di Deir al Balah-Gaza
Campo profughi di Deir al Balah a Gaza

Corruzione e interessi dello Stato egiziano

Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi, nel gennaio 2022, ha nominato Organi membro dell’Autorità per lo sviluppo del Sinai. Considerato la figura tribale e imprenditoriale più influente della penisola, Ibrahim al-Organi è un alleato del presidente e dei militari egiziani.

Secondo il sito qatarino alcune società di Organi sono in parte di proprietà dei Servizi di sicurezza egiziani. “…Hanno persino chiesto tangenti per consentire l’ingresso di aiuti a Gaza e l’uscita di persone dall’enclave…”.

Prima della pubblicazione dell’indagine Middle East Eye ha chiesto un commento sia al Gruppo Organi che al Servizio informazioni dello Stato egiziano. Nessuna risposta è pervenuta in redazione.

Il giornalista e scrittore, Mohannad Sabry, è anche esperto di sicurezza del Sinai. Accusa l’Egitto: “Non è sorprendente che lo Stato egiziano non stia facendo nulla per impedire a Organi di approfittare della disperazione dei palestinesi. Organi è una copertura per le imprese statali e militari e per le loro politiche in Egitto – ha dichiarato a MEE -. È un ingranaggio di questa macchina oscura e corrotta che opera impunemente”.

La brutale e spietata legge della domanda e dell’offerta in tempo di guerra fa aumentare gli sciacalli. A spese degli ultimi.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Smotrich, ministro delle finanze israeliano, invoca la “Soluzione finale” per la Striscia di Gaza

Gaza: strage di giornalisti e foto reporter dal 7 ottobre al 29 gennaio

Un nuovo esodo biblico: in Egitto nasce l’ennesimo campo profughi per i palestinesi sfollati di Gaza

Per capire la Striscia di Gaza: come ha fatto Hamas a crescere e rafforzarsi così

Antisionismo e antisemitismo: una dolosa confusione aberrante che inganna

 

Antisionismo e antisemitismo: una dolosa confusione aberrante che inganna

EDITORIALE
Eric Salerno
9 maggio 2024

L’altro giorno nella email ho trovato questa segnalazione del New York Times: “Gli attivisti studenteschi filo-palestinesi, che hanno allestito accampamenti nei campus di tutto il Paese, affermano che il loro movimento è anti-sionista ma non antisemita.” E subito sotto: “Juan Arredondo per il New York Times: Non è una distinzione accettata da tutti”. Ancora prima di avere il tempo di leggere l’articolo è arrivata una dichiarazione del premier israeliano Netanyahu: “Un’indagine della Corte Penale Internazionale su Israele sarebbe puro antisemitismo”. E ancora: “La Corte istituita per prevenire atrocità come l’Olocausto nazista contro gli ebrei ora prende di mira l’unico Stato degli ebrei”.

Benjami Netanyahu, primo ministro israeliano

E’ arrivato il momento di tentare di fare chiarezza sulle parole, sul loro uso e sulle strumentalizzazioni che s’è ne fanno. Ebrei, giudei, sionisti, semiti, israeliani sono quelle che più si sentono pronunciare da quando, il 7 ottobre, c’è stato l’assalto dei militanti dell’organizzazione palestinese Hamas alle comunità israeliane lungo il confine con la striscia di Gaza.

Sono parole ricorrenti da anni, in molti casi da secoli. Ci interessa soprattutto il periodo che parte dalla fondazione dello Stato di Israele, che Netanyahu ma anche altri leader israeliani considerano e definiscono lo “stato ebraico”, anche se, va ricordato, il venti percento della sua popolazione è formato da non ebrei.

Teoricamente si potrebbe chiamare “stato semita” ma non sarebbe la stessa cosa: gli ebrei ma anche gli arabi, musulmani e non sono, tutti semiti. Per questo, se vogliamo essere precisi, anti-semitismo è un termine che coinvolge sia gli ebrei che gli arabi.

Sono anni che Benjamin Netanyahu porta avanti una campagna molto articolata per convincere il mondo che ogni critica al Israele, soprattutto ai suoi comportamenti nei confronti degli arabi che vivono a Gerusalemme Est e nei territori occupati della Cisgiordania, equivale ad anti-semitismo. Sostiene – e sostengono molte delle organizzazioni ebraiche in Italia e non solo – che non ci sarebbe distinzione tra l’antisemitismo, (chiamato anche giudeofobia; antigiudaismo e antiebraismo) che è il pregiudizio, la paura o l’odio verso gli ebrei e l’antisionismo che esprime la negazione della legittimità dello Stato di Israele. Un miscuglio di termini errati che vogliono far diventare reato qualsivoglia critica allo stato di Israele.

Verso la fine del secolo scorso, quando per la prima volta Netanyahu ascese alla carica di primo ministro di Israele riunì i responsabili dell’hasbara – l’apparato propagandistico del ministero degli Esteri – e spiegò loro come il primo obiettivo del governo israeliano era convincere il mondo che ogni critica a Israele – “allo Stato ebraico”, “allo Stato degli ebrei” – era una forma di anti-semitismo. Negli stessi anni – 1998  – fu fondata quella che sarebbe stata la base dell’IHRA, la International Holocaust Remembrance Alliance.

Secondo la sua dichiarazione fondante, firmata anche dall’Italia, è necessario sostenere la “terribile verità dell’Olocausto contro coloro che la negano” e di preservare la memoria dell’Olocausto come “pietra di paragone nella nostra comprensione della capacità umana per il bene e il male”. “La comunità internazionale – è scritto – condivide la solenne responsabilità di lottare” contro “il genocidio, la pulizia etnica, il razzismo, l’antisemitismo e la xenofobia“.

Non abbiamo assistito a molte lotte della comunità internazionale contro questi fenomeni ancora in atto ma nel 2016, in una riunione a Budapest si volle chiarire cosa poteva essere considerato antisemitismo nel mondo di oggi.

Queste alcune delle considerazioni scritte nel documento ma parzialmente o totalmente contestate:
– Accusare i cittadini ebrei di essere più fedeli a Israele, o alle presunte priorità degli ebrei nel mondo, che agli interessi delle proprie nazioni.
– Negare al popolo ebraico il diritto all’autodeterminazione, ad esempio affermando che l’esistenza di uno Stato di Israele è uno sforzo razzista.
– Applicando doppi standard richiedendogli un comportamento non previsto o richiesto da qualsiasi altra nazione democratica.
– Utilizzare i simboli e le immagini associate all’antisemitismo classico (ad es. ebrei che uccidono Gesù) per caratterizzare Israele o gli israeliani.
– Facendo paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti.
– Ritenere gli ebrei collettivamente responsabili delle azioni dello stato di Israele.”

Qualche anno fa – cinque se ricordo bene – Peter Beinart, professore di giornalismo, scrittore e attivista politico, ebreo in molto cose osservante, figlio di immigrati ebrei dal Sud Africa (suo nonno materno era russo e sua nonna materna, sefardita, egiziana), volle affrontare con un lungo intervento il “mito che anti-sionismo è antisemitismo”.

Peter Beinart

“La tesi secondo cui l’antisionismo è intrinsecamente antisemita – scrisse in un articolo ripreso recentemente da un giornale inglese – si fonda su tre pilastri. La prima è che opporsi al sionismo è antisemita perché nega agli ebrei ciò di cui gode ogni altro popolo: uno Stato proprio”.

“L’idea che tutti gli altri popoli possano cercare e difendere il proprio diritto all’autodeterminazione ma gli ebrei non possono – ha dichiarato Chuck Schumer nel 2017 – è antisemitismo”.

Come ha affermato l’anno scorso David Harris, capo dell’American Jewish Committee: “Negare al popolo ebraico, tra tutti i popoli della terra, il diritto all’autodeterminazione è sicuramente discriminatorio”.

“Tutti i popoli della terra? – si chiede Beinart -. I curdi non hanno un proprio Stato. Né lo hanno i baschi, i catalani, gli scozzesi, i kashmiri, i tibetani, gli abkhazi, gli osseti, i lombardi, gli igbo, gli oromo, gli uiguri, i tamil, i quebecchesi, né decine di altri popoli che hanno creato movimenti nazionalisti per cercare l’autodeterminazione ma non sono riusciti a raggiungerla”.

“Eppure quasi nessuno suggerisce che opporsi a uno Stato curdo o catalano ti renda un bigotto anti-curdo o anti-catalano. È ampiamente riconosciuto che gli Stati basati sul nazionalismo etnico – stati creati per rappresentare e proteggere un particolare gruppo etnico – non sono l’unico modo legittimo per garantire l’ordine pubblico e la libertà individuale. A volte è meglio promuovere il nazionalismo civico, un nazionalismo costruito attorno ai confini piuttosto che al patrimonio: rendere l’identità spagnola più inclusiva dei catalani o l’identità irachena più inclusiva dei curdi, piuttosto che spartire quegli stati multietnici.”

Coloni israeliani, in Cisgiordania occupano terreni di proprietà polestinese

L’assalto di Hamas alle comunità israeliane ebraiche lungo il confine con Gaza e soprattutto la risposta israeliana ha visto (e continua a generare) parole di odio nei confronti delle comunità ebrei e palestinesi. E in questa situazione il termine anti-semitismo sarebbe perfetto soprattutto se pronunciato da chi, in giro per il mondo, disprezza gli arabi quanto disprezza gli ebrei.

Ragioniamo, con Beinart, sul termine anti-sionisti e anche su stato-coloniale. “Forse – scrive – non è bigotto opporsi alla richiesta di uno stato da parte di un popolo. Ma è bigotto togliere quella statualità una volta raggiunta”.

“Una cosa è sostenere, nella controversa corte dei ‘what-if’ storici, che Israele non doveva nascere – ha affermato l’editorialista del New York Times Bret Stephens. Tuttavia -Israele è ora la patria di quasi 9 milioni di cittadini, con un’identità che è distintamente e orgogliosamente israeliana quanto gli olandesi sono olandesi o i danesi danesi. L’antisionismo propone niente di meno che l’eliminazione di quell’identità e l’espropriazione politica di coloro che la apprezzano”.

“Ma non è bigotto – aggiunge sempre Beinart – cercare di trasformare uno Stato basato sul nazionalismo etnico in uno stato basato sul nazionalismo civico, in cui nessun gruppo etnico gode di privilegi speciali”.

Fino a quando non sarà terminata, o chiarita, la posizione dei coloni ebrei in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, e fino a quando i palestinesi non saranno liberi sulla loro terra, la parola apartheid è considerata da molti un termine valido per definire lo Stato di Israele.

Eric Salerno
eric2sal@yahoo.com
X: @africexp

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Alla coppa della Confederazione africana tira e molla fra Algeria e Marocco per una maglietta

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
8 Maggio 2024

Nell’Italia del XIII secolo è ambientata la guerra fra modenesi e bolognesi per una secchia rapita. Nel nord Africa odierno succede che una squadra marocchina e una algerina arrivino ai ferri corti per una maglietta calcistica.

Maglietta del Berkhane (Marocco) con Sahara Ocidentale

In realtà, senza toccare le vette tragicomiche narrate dal poeta Tassoni nel poema di liceale memoria, il conflitto pallonaro magrebino nasconde una tensione diplomatica abbastanza seria. Partiamo dalla fine di aprile, stadio municipale di Berkane, città di 110 mila abitanti del Marocco nordorientale, celebre anche per i suoi agrumeti.

I giocatori della società calcistica della massima serie, “RS (Renaissance sportive) Berkane”, esultano. Hanno vinto senza aver tirato un solo calcio al pallone e vanno dritti a disputare la finale, il 12 maggio prossimo, della Coppa della Confederazione africana, una competizione annuale per squadre di club organizzata dalla CAF (Confederazione africana di football).

Questo perché i loro avversari, gli algerini dell’USM Alger, (Unione Sportiva della Medina di Algeri), detentori della Coppa, si sono rifiutati di giocare la semifinale. E quindi la CAF, che ha sede al Cairo, ha assegnato alla “Rs Berkane” la vittoria a tavolino per 3-0.

A che cosa è legato questo gran rifiuto algerino? Al fatto che sulla casacca degli atleti marocchini compariva anche il Sahara occidentale.

È noto che da decenni questa estesa ex colonia spagnola è al centro di una controversia tra il Regno del Marocco e il Fronte Polisario.

Essa è controllata per quasi l’80 per cento dal Marocco, ma rivendicata dagli indipendentisti del Polisario, appoggiati dall’Algeria. E non solo: anche l’Iran, la Corea del Nord, la Siria e altri Paesi sostengono la richiesta di autonomia, mentre Stati Uniti, Israele, Spagna, Francia, Arabia Saudita, Emirati Arabi e molte altre nazioni riconoscono la sovranità marocchina. Nel 2021 l’Algeria è arrivata a rompere le relazioni diplomatiche col suo grande rivale regionale.

Il conflitto, ora, dal terreno diplomatico si è trasferito sul campo da gioco. Il 21 aprile, domenica, ad Algeri si era svolta la prima parte di questa commedia poco comica e abbastanza seria, in occasione della partita di andata: i giocatori di casa non avevano voluto accettare il confronto pedatorio con marocchini. Sono stati, quindi, puniti con il 3-0. Il 28 aprile nell’incontro di ritorno a Berkane, stessa scena. E il 3 maggio identico verdetto della Caf (sempre 3-0).

Alla vigilia della (non) disfida del 21 aprile, per la verità, c’era stato un prologo controverso. Due giorni prima, infatti, nell’aeroporto Houari Boumediene, i doganieri algerini avevano sequestrato le magliette arancione dei calciatori del “Berkane”, appena sbarcati dal volo che li aveva portati da Oujda.

Solita motivazione: il Paese del re Mohammed VI era effigiato nella sua completezza, ovvero con il Sahara. I marocchini avevano protestato per quello che consideravano un abuso. Il presidente della Federazione di calcio algerina, Wafi Sadi, ha cercato una mediazione dichiarandosi disposto a fornire “nuovi indumenti e di alta qualità”, purchè privi della carta geografica del loro Paese! Niente da fare: i berkanesi si erano rifiutati di modificare la loro divisa. Quando si dice attaccamento alla maglia…E i loro rivali rossoneri hanno proseguito nella loro protesta proprio contro quell’attaccamento. Una questione di bandiera.

 

La CAF, oltretutto, aveva ribadito che il “RS Berkane” indossava quella maglietta fin dall’inizio del torneo.

CAF: i marocchini del Berkhane vincono a tavolino la semifinale. Gli algerini si rifiutano di scendere in campo

Conclusione: il “Berkane” in finale, il 12 maggio, affronterà il club egiziano “Zamalek” nella partita d’andata. Proprio quegli avversari da cui sono stati battuti nel 2019 (ma si sono rifatti conquistando il trofeo nel 2020 e 2022). Il match di ritorno è previsto al Cairo, il 19 maggio, una settimana dopo.

Salvo imprevisti: L’USM Alger ha fatto ricorso in appello davanti al Tribunale amministrativo dello sport. Il primo ricorso è stato rigettato e ora pare addirittura che rischi ulteriori sanzioni.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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SAHARA OCCIDENTALE: ALTRI ARTICOLI LI TROVATE QUI

In Sudan rischio ecatombe per fame e l’ONU lancia l’allarme: gli aiuti non riescono a arrivare

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 maggio 2024

Nei giorni scorsi il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (PAM), ha lanciato un nuovo allarme: “Il tempo sta per scadere. In Darfur siamo vicini alla carestia. L’intensificarsi degli scontri a El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, e gli infiniti problemi burocratici, imposti dalle autorità sudanesi a Port Sudan, ostacolano gli operatori umanitari che non riescono a portare gli aiuti alimentari nella regione”.

Rischio carestia nel Darfur settentrionale

Michael Dunford, direttore regionale del PAM per l’Africa orientale, ha chiesto accesso illimitato per portare aiuti e assistenza alle famiglie in grave difficoltà che devono lottare giornalmente per la propria sopravvivenza a causa delle incessanti violenze. Dunford ha sollecitato le autorità sudanesi ad autorizzare l’utilizzo del valico di frontiera di Adre (tra Ciad e Sudan) e di poter attraversare le linee dei fronti da Port Sudan verso il centro del Paese.

Anche UNICEF ha spiegato che i civili di El Fasher e dell’intera regione del Darfur stanno già affrontando seri problemi alimentari. A causa dell’escalation delle violenze nell’area del capoluogo sono stati bloccati i convogli di aiuti provenienti dal valico di frontiera di Tine (tra Ciad e Sudan), un corridoio umanitario che è stato aperto a marzo e che passa attraverso il capoluogo del Darfur settentrionale.

Radio Dabanga (emittente che trasmette dall’Olanda) ha fatto sapere che il nord e il nord-est di El Fasher sono già sotto assedio da parte delle Rapid Support Forces, capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, che da un anno sono in guerra contro le forze armate sudanesi (SAF) del de facto presidente e capo dell’esercito, Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan. L’occupazione delle RSF ha peggiorato drasticamente la già grave situazione, dovuta anche a una nuova impennata dei prezzi, carenza di cibo e di forniture medico-sanitarie. E la settimana scorsa altri due centri medici hanno dovuto chiudere i battenti.

Già alla fine del mese di aprile l’ONU aveva lanciato l’allarme su un possibile attacco da parte delle RFS contro El-Fasher e sulle devastanti conseguenze per la popolazione.

Se i paramilitari dovessero prendere il pieno controllo di El Fasher, si accenderebbero anche le lotte tra le tribù arabe che sostengono la RSF e quella Zaghawa. Infatti, Minni Minawi, leader della fazione MM del Movimento di Liberazione Sudanese, e Gibril Ibrahim, leader del Movimento per la Giustizia e l’Uguaglianza, si sono schierati con l’esercito. Entrambi appartengono alla tribù non araba degli Zaghawa.

Guerra, violenze, malattie, fame non si arrestano in Sudan, dove da quasi 13 mesi si consuma un sanguinoso conflitto tra i due generali. Pochi giorni fa sono stati uccisi due autisti del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) e altri tre dipendenti sono rimasti feriti in un attacco di uomini armati nel Darfur meridionale.

Durante i 13 mesi di guerra sono state uccise oltre 16.000 persone,  cifra certamente sottostimata per la difficoltà di raccogliere dati accurati e in tempo reale, mentre gli sfollati sono oltre 9 milioni. I profughi, coloro che hanno cercato protezione nei Paesi confinanti, sono circa 1.700.000. Secondo le Nazioni Unite, il Sudan è oggi il Paese con il numero di sfollati più elevato al mondo e ben oltre la metà dei 45 milioni di abitanti del Paese soffre di grave insicurezza alimentare.

Secondo gli osservatori, accanto alle parti in conflitto combattono anche numerosi gruppi mercenari di altri Paesi o come per esempio, le forze speciali ucraine che supportano l’esercito sudanese, o i contractor russi di Wagner accanto alle RSF.

Sudan: forze speciali ucraine catturano mercenari di Wagner

Recentemente i paramilitari di Hemetti hanno accusato il TPLF (Fronte popolare di liberazione del Tigray) di lottare insieme alle forze armate sudanesi, guidate da al-Burhan. Il presidente a interim delle autorità di Makallé,  Getachew Reda, ha rispedito al mittente tali insinuazioni.

Secondo le RSF esistono però “prove documentate” che forze del Tigray stanno combattendo a fianco dei soldati di SAF.

Durante il sanguinoso conflitto del 2020-2022 nel nord dell’Etiopia, migliaia di etiopi provenienti dal Tigray hanno  cercato protezione nel vicino Sudan. E centinaia di ex caschi blu dell’ONU, originari della regione settentrionale etiopica in fiamme, hanno cercato asilo nell’ex protettorato anglo-egiziano, temendo di essere perseguitati qualora fossero tornati in patria.

Durante la guerra in Tigray, le autorità di Addis hanno ripetutamente affermato che l’esercito sudanese armava, ospitava e addestrava le forze del TDF (Tigray Defense Forces), fatto che Khartoum ha sempre negato.

Cornelia I.Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Smotrich, ministro delle finanze israeliano, invoca la “Soluzione finale” per la Striscia di Gaza

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
6 maggio 2024

I tedeschi del Reich la chiamavano “Soluzione finale”. Fa parecchio effetto il fatto che un  ministro israeliano usi un’espressione molto simile riferendosi a 2,3 milioni di palestinesi che ancora vivono nella Striscia di Gaza. Non sembra passi molta diversità tra la “Soluzione finale” nazista e l’espressione “Annientamento totale”, usata per la Striscia di Gaza, dal Ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich, membro del Gabinetto di sicurezza e quindi del gruppo ristretto che sta decidendo le sorti della guerra mediorientale.

Insomma la volontà del ministro è quella di eliminare completamente i palestinesi dalla Striscia. Non sono mancate le proteste dei commentatori: Haaretz ha scritto in un fondo che le frasi di Smotrich rischiano di aggiungere materiale per il processo internazionale per crimini di guerra. Associazioni statunitensi hanno chiesto al presidente Biden di riconsiderare il suo appoggio al governo israeliano.


Il Ministro di estrema destra non è nuovo ad attacchi settari contro gli arabi. Questa volta ha rilasciato le dichiarazioni in una festa per la fine della Pasqua ebraica a casa di un rabbino legato al movimento Garuin Torani (in israeliano Nuclei della Torah) che invita i suoi adepti ad abitare in aree miste ebree e arabe all’interno di Israele per intimidire gli arabo-israeliani.

“Non ci sono vie di mezzo – ha detto precisamente il ministro parlando della guerra in corso nella Striscia –. Per le città di Rafah, Deir al-Balah e Nuseirat annientamento totale” e ha quindi citato un pezzo della Bibbia sui nemici al comando di Amalek sconfitti dal popolo ebraico. Parlando quindi delle trattative per il rilascio degli ostaggi e la tregua, Smotrich ha rincarato la dose: “Si negozia con qualcuno che avrebbe dovuto cessare la sua esistenza molto tempo fa”.

Quindi ha concluso che finita l’operazione a Gaza con lo sdradicamento di Hamas, verrà il momento di indebolire il fronte nord di Hezbollah e che chiunque attacca gli ebrei “come in passato sarà distrutto, distrutto, distrutto”. Smotrich sta anche ricattando il premier Netanyhau, del cui governo fa parte, visto che alcuni giorni fa ha detto che se non si attacca Rafah, l’esecutivo ha finito il suo compito e può anche cadere.



Le sue parole hanno avuto parecchia eco sui giornali israeliani e zero in quelli europei ed italiani. “In un Paese normale cinque minuti dopo dichiarazioni simili di un ministro in carica, il premier avrebbe convocato una conferenza stampa, costretto il ministro alle dimissioni e dichiarato pubblicamente che gente simile non ha posto nel proprio governo  – ha scritto in un fondo della redazione il quotidiano Haaretz –. Ma nell’Israele di Netanyhau a fronte di un leader che invoca il genocidio, non c’è un membro del governo che si alza e dice ‘ne abbiamo abbastanza, o loro o noi’”.

“Devono ricordarsi di cosa successe ad Amalek*” aveva detto a novembre Netanyhu. E sempre lo scorso autunno Ganz aveva parlato di “cancellare Gaza”. Frasi finite nel processo intentato dal Sudafrica presso la Corte penale internazionale.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

*Amelek era il capo degli amalechiti, un tribù preislamica  che attaccò gli ebrei ritornati in Palestina dall’Egitto dove erano tenuti in schiavitù

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Qui i nostri ultimi articoli sulla guerra a Gaza

 

Economia e finanza possono agire contro il genocidio a Gaza

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
3 Maggio 2024

A seguito di una causa intentata dal Sudafrica contro Israele, la Corte Internazionale di Giustizia, lo scorso dicembre, ha stabilito che esiste un “rischio reale e imminente” che Israele stia commettendo un genocidio contro i palestinesi sulla Striscia di Gaza.

Le implicazioni dell’ordinanza sono chiare per Israele, ma quali sono quelle per le multinazionali che intrattengono legami commerciali con Israele e per i Paesi in cui tali società hanno sede?

Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]
L’articolo 1 della Convenzione sul genocidio (1948) impone, agli Stati parte, il dovere di “impiegare tutti i mezzi ragionevolmente a disposizione” per prevenire e punire il crimine di genocidio. Ma cosa significa in pratica?

Come già affermato nella sentenza sul caso Bosnia-Erzegovina contro Serbia e Montenegro (2007), un fattore chiave nel determinare ciò che uno Stato deve fare è la sua “capacità di influenzare efficacemente le azioni di chi potrebbe commettere un genocidio”.

La forza e la profondità dei legami che uno Stato terzo ha con Israele, oggi, aiuta a determinare la capacità stessa di impedire atti di genocidio. Dunque, l’articolo 1 stabilisce un obbligo di sforzo, non di risultato.

Nel caso Bosnia-Erzegovina contro Serbia e Montenegro, la Corte Internazionale di Giustizia decretò che l’obbligo di prevenire il genocidio sorge “nell’istante in cui uno Stato viene a conoscenza dell’esistenza di un grave rischio di esecuzione di un genocidio”. Ecco che l’ordinanza della Corte Internazionale di Giustizia, attiva così l’obbligo per gli Stati terzi di intraprendere azioni preventive a Gaza.

E allora, come possono gli Stati terzi prevenire il genocidio, usando le loro relazioni commerciali ed economiche?

Come primo punto, attraverso il disinvestimento da società complici delle violazioni del Diritto Internazionale Umanitario da parte di Israele.

Ne è un esempio la Elbit Systems, il più grande produttore privato di armi in Israele e uno dei maggiori appaltatori della difesa israeliana. Dal lontano 2007, organizzazioni per la difesa dei diritti umani invitano gli Stati a sospendere i contratti con la Elbit Systems e a disinvestire i fondi pubblici dalla società, con sede ad Haifa.

Per rispettare l’articolo 1 della Convenzione sul genocidio, gli Stati devono adottare misure efficaci per impedire alle aziende, domiciliate nella loro giurisdizione, di essere coinvolte in atti di genocidio a Gaza e sanzionarle se lo fanno. Inoltre, i Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani forniscono ulteriori indicazioni su come uno Stato d’origine – il Paese in cui è domiciliata un’azienda – può adempiere a questo dovere.

E ancora, nelle relazioni commerciali, ogni Stato fornisce quadri giuridici e istituzionali per la cooperazione economica con altre entità. I Paesi che intrattengono rapporti commerciali con Israele devono considerare queste relazioni come un mezzo ragionevolmente disponibile per prevenire il genocidio.

L’Unione Europea è il principale partner commerciale di Israele attraverso un flusso bidirezionale di beni, servizi e investimenti diretti. Questi legami possono essere efficacemente sfruttati per influenzare la condotta di Israele a Gaza. Le sanzioni economiche, compresi gli embarghi commerciali, sono strumenti chiave con cui gli Stati possono esercitare pressioni su partner commerciali e conseguentemente influenzare il comportamento di uno Stato.

Ne è un chiaro esempio la risposta ai crimini di guerra perpetrati dalla Russia in Ucraina. Dal marzo 2014, l’Unione Europea ha progressivamente imposto sanzioni alla Russia, progettate per indebolire la base economica del Paese, privandola di tecnologie e mercati critici e riducendo significativamente la sua capacità finanziaria.

In che modo le aziende potrebbero essere responsabili di complicità nel genocidio? La complicità aziendale negli atti di genocidio viene equiparata ad una relazione di “favoreggiamento”, dove il favoreggiamento si riferisce alla fornitura di sostegno fisico o materiale all’attore che commette un crimine internazionale.

Secondo l’organizzazione Oil Change International, le principali compagnie petrolifere, tra cui BP (British Petroleum), Chevron, ExxonMobil, Shell, Eni e TotalEnergies, sono coinvolte – attraverso le loro quote di proprietà o operazioni – nella fornitura di carburante a Israele.

Veicoli e carburante costituiscono una catena di approvvigionamento essenziale per le attività dell’aeronautica militare, delle forze di terra e della marina israeliane volte ad assediare e attaccare i palestinesi, che godono di uno status di protezione speciale ai sensi del Diritto Internazionale Umanitario, in tutta la Striscia di Gaza.

Altro esempio è il sistema di intelligenza artificiale Lavender, utilizzato da Israele per la campagna di bombardamento automatizzata in aree densamente popolate della Striscia di Gaza. La tecnologia fornita dalla società israeliana Corsight, per il riconoscimento facciale, è gestita direttamente dall’unità di intelligence militare israeliana 8200, autrice di Lavender.

E veniamo alle popolari piattaforme di social media come TikTok, Instagram, X, Facebook, WhatsApp e Telegram. Queste vengono utilizzate sia dai civili che dal personale militare israeliano per diffondere contenuti che potrebbero plausibilmente incitare al genocidio, alla disumanizzazione e alla violenza.

Il divieto del genocidio è una norma di ius cogens – un principio di diritto internazionale consuetudinario – così fondamentale per i valori della comunità internazionale, da non poter essere derogato da nessuna delle parti.

Se in un momento di lucidità, è stato necessario adottare la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (1948), si è indirettamente riconosciuto che se non incontrano ostacoli, gli Stati, le Nazioni e i popoli, possono diventare indifferenti all’umanità e, quindi, pericolosi e criminali.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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