Ieri alle 05.30, appena tornato a casa dalla moschea dopo la prima preghiera del mattino, è stato arrestato l’ottantenne El Hadj Mousbila Sankara, zio di Thomas Sankara, ex presidente del Burkina Faso, assassinato nel 1987: il visionario che aveva sognato di affrancare il suo Paese dalla dipendenza del neocolonialismo.
El Hadj Mousbila Sankara, zio ottantenne di Thomas, ucciso nel 1987
Gli agenti dell’ANR (Agence Nationale de Renseignement), uomini dell’intelligence burkinabé, si sono presentati a casa dell’anziano signore, chiedendogli di seguirlo. I parenti, attoniti e increduli, hanno giusto potuto consegnare i medicinali al congiunto, perché potesse continuare a curarsi.
Prima di portare via il vecchietto, gli agenti hanno rassicurato i parenti che sarebbe tornato non più tardi alle 2 del pomeriggio, ma dal momento del suo arresto senza accuse, i congiunti non hanno più avuto sue notizie.
Il motivo del suo arresto – senza accuse ufficiali – sembra evidente. A metà maggio El Hadj Mousbila Sankara, ex sindacalista, aveva scritto una lettera aperta al presidente di fatto della giunta militare di transizione, Ibrahim Traoré, criticando la gestione del Paese e invitandolo a risolvere alcuni dei problemi più impellenti. La critica investe il mancato rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori e la repressione delle libertà di pensiero e di espressione.
Si sa, i golpisti non amano le critiche, nemmeno se queste provengono da un anziano saggio, molto attivo durante la rivoluzione sankarista.
Dalla fine di maggio non si hanno più notizie di Arouna Louré, un medico anestesista, nonché attivista del movimento Assemblement pour le Salut National (RSN), un gruppo di intellettuali, giornalisti e militanti politici, molto critici nei confronti dell’attuale governo. Come riporta RFI, il medico sarebbe stato avvicinato da alcuni uomini in abiti civili mentre si stava spostando da un ospedale a un altro.
Nel settembre 2023, Louré è stato uno dei primi ad essere arruolato forzatamente nell’esercito per tre mesi, dopo aver espresso pubblicamente le sue opinioni sull’attuale regime.
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Nelle ultime settimane, gli attacchi indiscriminati e la devastante offensiva contro i rifugiati a Rafah, l’annuncio del riconoscimento dello Stato palestinese da parte di Spagna, Irlanda, Norvegia e Slovenia, poi la nuova proposta di cessate il fuoco avanzata da Washington, hanno ulteriormente aumentato la pressione su Israele, da parte delle capitali ritenute “amiche”, minacciando un isolamento diplomatico senza precedenti.
Campo di Nuseirat, Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]Joe Biden sembra aver capito che Netanyahu ha una visione dell’era post-Hamas molto diversa da quella immaginata dal Dipartimento di Stato.
Il “piano Biden” prevedeva la partecipazione all’amministrazione della Striscia di Gaza di un’Autorità Palestinese rinnovata e rafforzata e la ripresa di un processo negoziale tra Israele e Palestina. La posizione di Israele, al contrario, appare quanto mai chiara. Rifiuta qualsiasi ripresa dei negoziati con l’Autorità Palestinese e appoggia i suoi alleati fondamentalisti messianici, che desiderano apertamente rioccupare e ricolonizzare Gaza.
Il Primo Ministro israeliano, oggi, sembra contare solo su un’ipotetica vittoria – a novembre negli Stati Uniti – del suo sostenitore Donald Trump. Il che esporrebbe Israele e Palestina a una guerra di logoramento senza fine.
Sempre più forte risuona il ritornello – dei fautori dello scontro di civiltà – che promuove Israele come un bastione avanzato dell’Europa di fronte al mondo musulmano, una sorta di cittadella accampata in prima linea.
Ed è proprio lì che sprofondano le radici cristiane dell’antisemitismo. La persecuzione storica degli ebrei ha accompagnato l’affermazione di un’identità cristiana egemonica e omogenea, che ha oppresso l’alterità e ha legittimato il dominio.
Historia magistra vitae, scriveva Cicerone. Invece l’eredità del passato si presenta come un sinistro ribaltamento degli insegnamenti. Alla fine di quasi due millenni di persecuzione europea – di cui l’antigiudaismo cristiano è stato il carburante – gli ebrei, sia in Israele che nella diaspora, diventano lo scudo di una crociata anti-musulmana. Anche se ciò significa negare la pluralità del popolo palestinese.
Lo sappiamo fin dall’inizio. Netanyahu non ha mai smesso di dimostrare che il suo destino personale è più importante di quello del suo Paese. L’obiettivo della guerra non è tanto quello di distruggere Hamas – cosa che gli è stata utile per emarginare l’Autorità Palestinese – né quello di liberare gli ostaggi israeliani, quanto quello di sottrarsi ai procedimenti giudiziari, avviati nei suoi confronti per corruzione, frode e abuso di fiducia, e alle accuse della Corte Internazionale di Giustizia.
La risoluzione della più importante istituzione di giustizia mondiale rimarrà inascoltata finché Washington continuerà a sostenere militarmente Israele. I negoziati diplomatici impantanati sembrano incapaci di mettere a tacere le armi e trasudano invece un sentimento di enorme passività. Dunque, al momento rimane indisturbata la corsa a capofitto di Netanyahu per mantenere il potere.
Anche se Joe Biden, generoso fornitore degli arsenali israeliani, tenta – la campagna elettorale lo obbliga – di rendere Hamas responsabile della paralisi dei negoziati sul cessate il fuoco, non è sfuggito che Itamar Ben Gvir (leader del partito israeliano di estrema destra – Otzma Yehudit) e Bezalel Yoel Smotrich (leader della destra radicale israeliana – Partito Sionista Religioso), i principali alleati di Netanyahu, hanno minacciato di uscire dalla coalizione, cioè provocare la caduta del governo, se il primo ministro accettasse una tregua prima della completa distruzione di Hamas. Ci sono tutte le ragioni, dunque, per credere che Netanyahu abbia deciso di continuare la guerra per ragioni politiche.
Gaza City, Striscia di Gaza [photo credit OCHA]Il terrore della guerra a Gaza ci coinvolge tutti. Come mondo, come Paese, come comunità, come individui. Ha deformato il continuum spazio-temporale in cui viviamo. E non opponendoci al disastro in atto, ne diventiamo complici involontari.
Come non sentire il terrore del popolo israeliano ferito già dalla storia con la perdita di centinaia di vite? Come non comprendere il popolo palestinese che rischia di essere cancellato dalle carte geografiche, umiliato per decenni da sottomissione e confinamento? Come non vedere che le responsabilità sono condivise, anche da parte della comunità internazionale, ma che le dimissioni di Benjamin Netanyahu sono una condizione essenziale per evitare l’irreparabile?
Bambini, rifugiati, operatori umanitari, malati: in assenza di un obiettivo di guerra realistico, non ci sono più limiti che trattengano Israele dalla sua spirale discendente. Una storia, una cultura, una memoria stanno scomparendo davanti ai nostri occhi. Quella che era stata annunciata come una guerra contro Hamas è presto diventata una guerra contro un popolo.
Non si arresta la mortale deriva verso il basso dei leader politici, dell’ipocrisia omicida di Hamas, dei crimini di guerra commessi dalle Forze di Difesa Israeliane, della complicità delle potenze occidentali, dell’inazione dei Paesi Arabi e dell’impotenza del Diritto Internazionale Umanitario.
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Tutto il Malawi è in apprensione per il vicepresidente, Saulos Klaus Chilima. L’aereo sul quale viaggiava insieme a altre persone, tra loro anche la moglie Mary, è sparito dai radar questa mattina.
Il vicepresidente del Malawi, Saulos Klaus Chilima
Il gruppo di persone – nove, secondo un comunicato del gabinetto del presidente, Lazarus Chakwera, sarebbe partito con un aereo militare dall’aeroporto della capitale Lilongwe questa mattina poco dopo le 09.00 e era diretto a Mzuzu, nel nord del Paese, dove sarebbe dovuto atterrare attorno alle 10.00.
Lo stringer di Africa Express, raggiunto via whatsapp, ha riferito che il nord del Paese è stato colpito da forte maltempo questa mattina.
Il vicepresidente, la moglie e gli altri passeggeri erano diretti a Mzuzu per partecipare al funerale di Ralph Kasambara, ex ministro della Giustizia e procuratore generale. Nel 2013 era caduto in disgrazia, perché coinvolto in uno scandalo finanziario. Era poi stato poi condannato a diversi anni di galera.
Malawi
I funerali si sono svolti questa mattina nel villaggio di Chijere, Nkhata Bay. Il ministro dell’Informazione, Moses Kunkuyu, ha riferito ai reporter della BBC che l’aeroporto di Mzuzu sarebbe stato quello più vicino al luogo della cerimonia funebre, al quale il vicepresidente avrebbe dovuto partecipare in rappresentanza del governo.
Nel 2022 Chilima era stato arresto per presunta corruzione. Il mese scorso il Tribunale ha ritirato tutte le accuse, senza fornire motivazione alcuna.
Non appena l’aeroplano è sparito dai radar, sono state attivate le ricerche, interrotte con il calare della sera. Riprenderanno con le prime luci dell’alba domani mattina. Intanto il capo di Stato ha disdetto il suo volo per le Bahamas, previsto per questa sera.
Aggiornamento 11 giugno 2024
Ritrovamento del relitto dell’aereo sul quale ha perso la vita il vicepresidente del Malawi
Poche ore fa il gabinetto della presidenza ha rilasciato un nuovo comunicato con il tragico epilogo: l’aereo militare è stato ritrovato nella foresta Chikangawa, nel nord del Paese. Tutti gli occupanti sono morti. Non è chiaro se la moglie di Chilima fosse a bordo.
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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes 10 giugno 2024
Durante una piccola cerimonia nella base 101 a Niamey, venerdì scorso è iniziata ufficialmente la smobilitazione degli americani in Niger. Sabato hanno lasciato il Paese 269 militari su un totale di 946. Insieme al primo contingente, sono state caricate anche svariate tonnellate di materiale su un C-130, un grosso areo da trasporto.
I primi soldati USA lasciano il Niger
Durante il suo breve intervento di venerdì scorso, Mamane Sani Kiaou, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha dichiarato che saranno garantite la protezione e la sicurezza delle truppe americane. L’accordo tra Washington e Niamey prevede infatti le autorizzazioni di sorvolo e atterraggio, nonché l’organizzazione di convogli terrestri tra le varie postazioni americane in Niger.
Il 16 marzo il governo golpista di Niamey aveva chiesto agli Stati Uniti di ritirare le proprie truppe dal Paese africano. Così Washington ha cominciato a sgombrare il campo, operazione che dovrà essere completata entro il 15 settembre prossimo, secondo un accordo siglato a maggio tra il ministro della Difesa nigerino, Salifou Modi e l’assistente segretario alla Difesa statunitense per le operazioni speciali e i conflitti a bassa intensità (LIC, low intensity conflict), Christopher Maier.
I soldati di Washington che si trovano ancora nell’ex colonia francese, sono dislocati a Oullam, nella regione di Tilabéri, cosiddetta area delle tre frontiere (Niger, Mali, Burkina Faso), dove i terroristi sono molto attivi. Altri sono a Diffa (nell’estremo est del Paese), zona che confina con il bacino del lago Ciad, particolarmente battuta da Boko Haram e i loro cugini di ISWAP (fazione che nel 2016 si è separata dal raggruppamento originale e ha giurato fedeltà allo stato islamico).
La maggior parte degli americani sono però di stanza alla base 201 di Agadez, la cui costruzione è costata più di 100 milioni di dollari. Dista quasi 1000 chilometri dalla capitale ed è stata progettata per l’utilizzo di voli di sorveglianza con e senza equipaggio e altre operazioni. Ma dal golpe militare dello scorso anno, è praticamente inattiva, la maggior parte dei droni, che un tempo monitoravano le attività jihadiste nei Paesi africani instabili, sono stati messi negli hangar.
Agadez, Niger, US Air base 201
Le infrastrutture dovrebbero essere restituite alle autorità nigerine, mentre tutte le attrezzature sensibili, cioè le postazioni di lavoro, veicoli, armi e molto ancora, saranno rispedite negli Stati Uniti o utilizzate in altri Paesi dove i militari di Washington sono attualmente operativi.
Per poter rispettare la scadenza del 15 settembre 2024 imposta da Niamey, Washington dovrà affrontare un sfida logistica non indifferente. Nonostante sia stato messo un punto finale alla cooperazione militare, i due Paesi collaboreranno in altri settori. Tra qualche settimana è atteso un nuovo accordo tra l’Agenzia americana per lo Sviluppo (USAID) e il Niger.
A metà aprile, appena un mese dopo aver ufficializzato il benservito agli americani, è arrivato il primo contingente russo in Niger, ufficialmente si tratta di personale militare volto all’addestramento delle truppe nigerine impegnate nella lotta contro i continui attacchi dei terroristi.
Ma i russi non sono i soli a collaborare con le forze armate di Niamey. A settembre si sono insediati i mercenari siriani, al soldo di SADAT International Defense Consultancy, società militare privata turca che ha stretti legami con il regime Recep Tayyip Erdogan. Dunque sono arrivati ben prima dei contractor russi dell’Africa Corps (ex Wagner).
La giunta militare di transizione nigerina nega ovviamente l’impiego di mercenari stranieri, come la maggior parte dei Paesi dove i soldati di ventura sono attivi. La Turchia sta intensificando le sue iniziative con i regimi militari del Sahel, in particolare in Niger, un Paese chiave al confine meridionale della Libia.
La presenza di Ankara in Africa è imponente. Basti pensare che le sue rappresentanze diplomatiche sono presenti in 40 Paesi e la sua compagnia aerea, la Turkish Airlines, copre 58 destinazioni nel continente nero. E non per ultimo l’Agenzia di cooperazione e di sviluppo turca (Tika) è attiva in molti Stati africani anche con lo scopo di promuovere investimenti. Tra questi la vendita dei droni Bayraktar TB2, costruiti dalla Baykar Technologies di Esenyurt (la società è interamente controllata dalla famiglia Bayraktar; il presidente del consiglio d’amministrazione è Selçuk Bayraktar, genero del presidente turco Recep Tayyp Erdogan avendone sposato la figlia Sümeyye, ndr).
E, come riporta Repubblica in un suo articolo di sabato scorso, nel nord del Niger Ankara ha allestito una base di droni da dove partono i Bayraktar TB2, versione a lungo raggio.
Bayraktar TB2
Oltre ai vari attori internazionali, attualmente sono ancora presenti solo due contingenti di Paesi europei. Tra questi un centinaio di soldati tedeschi in una base di trasporto aereo, situata nella periferia della capitale. Niamey e Berlino hanno siglato poche settimane fa un accordo che permette alla Germania di continuare a utilizzare tale appoggio logistico.
Anche le truppe italiane, nell’ambito della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN) si trovano ancora in territorio nigerino. A fine marzo Giovanni Caravelli, direttore dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE, cioè lo spionaggio) è stato ricevuto dal presidente de facto del regime di Niamey, Abdourahmane Tchiani. In tale occasione il capo di Stato nigerino aveva elogiato l’operato dei nostri militari nel suo Paese.
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Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 8 giugno 2024
Il governo Netanyahu è disposto a percorrere qualsiasi strada pur di durare in “eterno”. Per restare agguatato al potere fa la guerra. Che sia a Gaza, Cisgiordania, Libano, non importa. L’opinione pubblica è rimasta basita dall’inchiesta del giornale inglese The Guardian a proposito delle pressioni e delle minacce esercitate sulla Corte penale internazionale per evitare che Israele venga accusato di genocidio. La questione ha creato uno scandalo in Israele perché finora la fiducia negli apparati segreti è stata quasi totale. Tra l’altro sono proprio il Mossad (lo spionaggio israeliano) e lo Shin Bet (l’agenzia di intelligence per gli affari interni) ad essere coinvolte negli incontri internazionali delle trattative con Hamas di questi mesi.
Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e Ossi Cohen, ex capo del Mossad
Il primo ministro israeliano ha messo infatti in campo l’attuale capo del Mossad, il servizio segreto che di solito interviene per operazioni speciali all’estero, Davide Barnea, per presiedere le trattative per la restituzione con gli ostaggi.
Il suo predecessore Yossi Cohen è stato invece delegato in passato, sempre dall’attuale primo ministro, a fare pressioni sul procuratore generale della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, per evitare che indagasse sulle violenze contro i palestinesi nel 2021. Il giornale Haaretz il 4 giugno ha pubblicato un articolo sull’affaire Barnea accusando Bibi e Yossi di aver agito con metodi talmente indegni che non sarebbero stati utilizzati neppure dalla mafia siciliana.
Titolo: “I trucchi sporchi di Bibi e Yossi poco consoni persino per la mafia”. Sotto la foto di una scena de “Il Padrino”. Secondo la ricostruzione del quotidiano britannico The Guardian, infatti Coen avrebbe avuto diversi incontri segreti con Bensouda in cui le avrebbe consigliato di lasciar perdere il caso per non mettere a rischio la sicurezza della propria famiglia. Il materiale raccolto dalla Bensouda era piuttosto scottante: infatti il successore di Bensouda, Karim Khan, ha chiesto l’arresto del premier israeliano Netanyahu proprio sulla base delle accuse del 2021.
Ma oltre alle minacce in stile mafioso, il governo israeliano si è anche avvalso dal 7 ottobre di una pesante e costosa campagna di disinformazione, come ha scovato un sito israeliano specializzato in finte notizie, finti profili e campagne di disinformazione https://fakereporter.net/pdf/pro-Israeli_influence_network-new_findings-0624.pdf?v=3. La questione è stata ripresa anche dal New York Times in quanto il ministero israeliano degli Affari della diaspora avrebbe stanziato 2 milioni di dollari a una società di comunicazione politica di Tel Aviv che si chiama Stoic per fare della propaganda filo-Israele e filo Bibi, sui social e in rete, campagna partita proprio nell’ottobre scorso. L’operazione è stata piuttosto sofisticata, ha coinvolto milioni di persone sia in Israele che negli Usa e nella diaspora in generale, modificando il sentire e le notizie sulla guerra.
Sono stati creati falsi account per divulgare fake. Sono nati finti siti internet con news inventate, i cui contenuti sono stati diffusi sopratutto da X, raccogliendo decine di migliaia di followers. Le operazioni digitali secondo il giornale sono riuscite anche a influenzare i politici del Congresso e del Senato nel momento del voto a favore delle armi e degli aiuti militari da mandare in Israele.
Lo scempio dei neonati nei kibbutz con i bambini bruciati nel forno di casa, l’amplificare le violenze sessuali (in numero molto ridotto sicuramente avvenute), rendere mostruoso l’attacco militare del 7 ottobre da parte dei guerriglieri di Hamas sono stati i prodromi della battaglia digitale, continuata sotto gli occhi di tutti gli attenti osservatori nei mesi successivi. Tutta l’operazione è stata coordinata dal ministro degli affari della Dispora, Amichai Chikli.
Alcuni post hanno tentato anche di distruggere il supporto dei neri e degli afroamericani per i palestinesi uccisi a Gaza. Altri hanno cercato di influenzare i paesi arabi limitrofi e le loro popolazioni invitandoli a non immischiarsi nelle questioni palestinesi. Insomma gli interventi sono stati ad ampio raggio, su diverse tematiche e hanno impattato sopratutto sui cittadini Usa e europei presenti in rete.
Tra i sostenitori del governo israeliano e del suo eccidio, negli Usa figurano sicuramente gli evangelisti. In un museo privato legato proprio a questo gruppo religioso, arriva ora un’opera importantissima e poco studiata. E’ stato infatti trasportato negli Usa il mosaico di Megiddo, ritrovato in un carcere di massima sicurezza costruito su un edificio militare del mandato britannico nella Valle di Jesreeel in Israele.
Il mosaico del 230 dopo Cristo è una rarissima testimonianza della prima era cristiana e sembra contenga delle scritte sulla divinità di Cristo e riporta i nomi di cinque donne. L’opera di 54 metri quadrati che non è mai stata esposta al pubblico è stata smontata e trasportata a Washington nel Museo della Bibbia, dove potrebbe essere utilizzato a fini propagandistici.
I cristiani evangelici hanno sostenuto il governo Netantyahu e le sue politiche genocidarie perché pensano che sia vicina la fine del mondo e il ritorno del Cristo e che le guerre in Terra Santa e la riconquista da parte di Israele accelerino l’evento finale.
Il mosaico di epoca cristiana ritrovato in Israele misura 54 metri quadrati
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
7 giugno 2024
“Nel nome dell’ordine morale e cristiano” è stata lanciata una nuova campagna contro le coppie di fatto in due province del Burundi (Ngozi e Kayanza). Una iniziativa volta a costringere le persone a sposarsi. In poche parole, i burundesi devono stare lontano dal peccato. Eppure la Costituzione dell’ex protettorato parla chiaro: il Burundi è uno Stato laico e garantisce la libertà di religione e di coscienza.
Centinaia di concubine cacciate da casa con i figli
Il 29 marzo scorso il governatore della provincia di Ngozi, Désiré Minani, ha annunciato: “Le donne conviventi, non legalmente sposate, non potranno più restare nella casa che condividono con il partner”. Detto fatto, pochi giorni fa Minani ha rivelato con enorme soddisfazione che sono state cacciate ben 900 concubine dall’inizio della campagna fino alla fine di aprile.
Finora le autorità non hanno potuto allontanare tutte le donne non sposate legalmente, censite a finora. E, come riporta RFI, durante una conferenza stampa, il governatore ha spiegato che non è stato possibile cacciarle al 100 per cento. La quota raggiunta si aggira sull’85 per cento. Minani ha poi aggiunto: “Da queste unioni illegali sono nati ben 3.600 bambini”.
E sono proprio i piccoli ad aver messo in difficoltà le autorità locali. Il governatore ha sottolineato che l’amministrazione della provincia sta cercando di trovare i finanziamenti necessari per iscrivere questi bambini a scuola.
Gran parte delle conviventi che l’amministrazione provinciale non è riuscita a cacciare dall’abitazione comune sono donne di una certa età, conviventi con il loro partner da oltre 25 anni, mentre tutte le altre sono musulmane con un compagno della stessa religione.
La maggior parte dei burundesi abbraccia il cristianesimo (poco più dell’86 per cento il cattolicesimo, il 2,6 per cento il protestantesimo), solo l’1 per cento sono musulmani, mentre altri sono devoti a religioni tradizionali e una piccola minoranza all’induismo e altre confessioni.
Dopo aver cacciato la convivente, le autorità impongono all’uomo di ritornare con la moglie legittima, mentre la donna, in linea di massima, dovrebbe andare nella casa paterna. Ma la questione non è semplice, per stessa ammissione del governatore. “Purtroppo capita che i genitori sono entrambi deceduti e gli altri familiari non sono disposti ad accoglierle” e ha aggiunto: “Tutti progetti hanno lati positivi e negativi, è sempre stato così e Minani prosegue: “Tutte le conviventi che scopriremo d’ora in poi saranno considerate criminali”.
“Sono disperata – si è sfogata Anne (nome di fantasia) coi reporter di Reporter di RFI -. Con il mio compagno abbiamo avuto 7 figli, uno è morto. Due mesi fa sono venuti a casa, ci hanno arrestato, costringendoci a separarci. I figli sono rimasti con me, sono riuscita a rimandare a scuola alcuni, ma non tutti”.
Il racconto di Anne è una storia nella storia, ma ce ne sono altre ancora più drammatiche. Molte di queste donne vivono ora per strada con i loro figli, defraudati del diritto all’istruzione. Sono per lo più i vicini di casa a denunciare le coppie di fatto alle autorità.
Nella provincia di Kayanza la situazione è simile. Ben 136 donne sono state costrette a lasciare la casa che condividevano con il loro compagno.
Angeline Ndayishimiye, moglie del presidente Evariste Ndayishimiye, al potere dal 2020, un ex militare e molto credente, ha elogiato le misure adottate dal governatore di Ngozi. “Mi congratulo e incoraggio Désiré Minani, perché sta riportando onore alle famiglie”.
Angeline Ndayishimiye, first lady del Burundi
Già nel 2017 l’allora presidente Pïerre Nkurunziza, aveva dato ordine alle coppie conviventi more uxorio di sposarsi entro la fine dell’anno. Ancora più severo si era espresso nei confronti degli uomini ancora sposati e non divorziati dalla precedente moglie. Anche Nkurunziza aveva chiesto di porre fine immediatamente alla convivenza con altra persona. La “moralizzazione” della società burundese prosegue anche con questa presidenza.
L’87 per cento dei circa 13 milioni di burundesi vive sotto la soglia di povertà, la mortalità infantile è ancora alta e l’aspettativa di vita è poco al di sopra dei 61 anni.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
6 giugno 2024
Il programma del safari africano del potente ministro degli Esteri della Federazione Russa, Sergej Viktorovič Lavrov, è stato molto fitto. In tre giorni ha visitato quattro Paesi francofoni: Guinea, Repubblica del Congo, Burkina Faso e Ciad.
Il ministro degli Esteri russo Lavrov con il suo omologo guneano, Morissanda Kouyate, all’aeroporto di Conakry
Guinea
Lunedì, Lavrov è sceso dall’aereo a Conakry – sorridente e in pieno relax, senza cravatta – per una visita lampo in Guinea, dove è stato ricevuto dal suo omologo guineano, Morissanda Kouyate. Il capo della diplomazia moscovita si è intrattenuto anche con il presidente, Mamadi Doumbouya, al potere dal settembre 2021, dopo aver defenestrato con un colpo di Stato Alpha Condé.
Va ricordato che la Russia è stato il primo Paese a riconoscere l’indipendenza della Guinea nel 1958. Allora il nuovo presidente, Sékou Touré, aveva declinato l’invito di De Gaulle a far parte della Comunità Franco-Africana come Stato autonomo. “La Guinea preferisce la povertà e la libertà rispetto alle ricchezze della schiavitù”, rispose il leader africano alla Francia, parole che fecero infuriare De Gaulle, ma che rimasero impresse nella storia. Da allora i rapporti con la Russia sono rimasti per lo più concentrati sull’estrazione mineraria.
Bisogna sottolineare che la bauxite estratta in Guinea rappresenta il 40 per cento della produzione del gigante russo Rusal, tra i maggiori produttori di alluminio al mondo. Proprio per questo motivo, Mosca ha sempre cercato di mantenere rapporti cordiali con i leader del Paese. Nel gennaio 2019, l’allora ambasciatore russo, Alexandre Bredgazé, ora a capo di Rusal-Guinea, ha apertamente incoraggiato l’ex presidente, Alpha Condé, a modificare la Costituzione per potersi candidare per un terzo mandato.
Comunque anche il golpista oggi al potere ha conservato ottimi rapporti con la Russia. Infatti, per esempio, sulla risoluzione dell’ONU di condanna dell’invasione russa in Ucraina, la Guinea è rimasta neutrale. I suoi diplomatici hanno lasciato l’aula durante il voto al Palazzo di Vetro.
Mamadi Doumbouya, un ex ufficiale della Legione straniera, è rimasto in buoni rapporti anche con la Francia, al contrario dei suoi vicini putschisti del Mali, Burkina Faso e Niger, che hanno interrotto le relazioni con Parigi. Pur di non perdere anche Conakry, le autorità francesi stanno evitando di interferire negli affari interni del Paese. Ad esempio, rimane discreta anche la critica sulla violazione dei diritti umani o sulla la chiusura delle maggiori emittenti private, lo scorso maggio, dopo l’annuncio del rinvio sine die delle elezioni, inizialmente fissate per la fine di quest’anno.
Doumbouya ha ribadito che “la Guinea rimane un Paese aperto e sovrano, che collabora con tutti”. Comunque, prima di partire per il Congo-Brazzaville, i due leader hanno espresso il desiderio di rafforzare la loro cooperazione bilaterale.
Congo-Brazzaville
La Repubblica del Congo, seconda tappa del tour di Lavrov, è un alleato di lunga data della Francia eppure anche in questo Paese la cooperazione con Mosca risale alla lotta per l’indipendenza. Il Parti congolais du travail (PCT), ancora oggi al potere, ha abbandonato il marxismo-leninismo dopo il crollo dell’URSS.
Il capo della diplomazia russa, Levrov, con il presidente della Repubblica del Congo, Denis Sassou-Nguesso,
Anche qui, Lavrov ha incontrato dapprima il suo omologo, Jean-Claude Gakosso. Il presidente, Denis Sassou-Nguesso, ha ricevuto Lavrov a Oyo, la sua roccaforte a 400 chilometri a nord di Brazzaville. Come nella sua precedente visita del luglio 2022, il capo della diplomazia russa ha apprezzato la posizione equilibrata del governo di Brazzaville per quanto concerne la questione ucraina.
Lavrov ha poi espressamente sottolineato che il suo Paese sostiene l’iniziativa del presidente congolese per quanto concerne l’organizzazione di una conferenza inter-libica. Sassou-Nguesso presiede il comitato di alto livello dell’Unione Africana (UA) sulla Libia.
Il presidente del Congo-B durante un intervista con il direttore di Africa ExPress, Massimo Aberizzi,nel 2008
Durante la sua visita in Congo-B, il capo della diplomazia di Mosca non ha potuto fare a meno di criticato l’Occidente e i suoi presunti obiettivi in Ucraina e Libia. “Quello che è successo in Libia è una tragedia, i cui responsabili sono la Nato e i suoi membri. La stessa cosa è accaduta in Iraq e in Afghanistan, dove l’Occidente ha voluto imporre il suo marchio di democrazia”.
E’ risaputo che la porta d’entrata della Russia per la conquista dell’Africa è la Libia, dove Mosca ha stretti legami con il generale Khalīfa Haftar, capo dell’esercito nazionale libico (ENL). Pochi giorni fa il comandante ha ricevuto in una base militare vicino a Bengasi una delegazione russa capeggiata dal viceministro della Difesa di Mosca, Junus-bek Evkurov. Mentre poche settimane fa, il figlio del generale, Khaled Haftar, si è recato a Mosca. In tale occasione ha avuto colloqui anche con il viceministro degli Esteri, Mikhail Bogdanov. Secondo alcune indiscrezioni, Mosca starebbe avviando proprio nella Libia orientale la sua Legione Africana, destinata a sostituire i mercenari del gruppo Wagner.
Burkina Faso
Il viaggio del ministro degli Esteri russo è poi proseguito alla volta del Burkina Faso, grande alleato di Mosca. Ieri mattina Lavrov ha incontrato il presidente della giunta militare transitoria, Ibrahim Traoré, e gli ha promesso l’invio di altri istruttori nel Paese. Un gruppo di militari sarà formato anche in Russia.
Uccisione di civili in Burkina Faso
Da oltre 10 anni il Burkina Faso si deve confrontare con continui attacchi dei jihadisti; aggressioni che hanno causato migliaia di morti e oltre 2 milioni di sfollati. “Non ho dubbi che grazie alla nostra cooperazione, le rimanenti sacche di terrorismo in Burkina Faso saranno distrutte”, ha dichiarato Lavrov.
Ciad
Quarta e ultima tappa del tour africano di Lavrov è stato il Ciad, dove ieri sera ha incontrato il suo omologo Abderaman Koulamallah, che, seduto accanto al suo ospite ha sottolineato: “Il Ciad è uno Stato sovrano, intratteniamo relazioni con chi vogliamo noi e non siamo ostaggi di nessuno”. L’ex colonia francese è rimasto l’ultimo stretto alleato della Francia nel Sahel.
Durante una conferenza stampa, il potente ministro degli Esteri ha risposto prontamente alle parole del suo omologo: “La nostra amicizia con la Repubblica del Ciad non influenzerà le sue relazioni con la Francia. Parigi, invece, ha un approccio diverso: o sei con noi, o sei contro di noi”.
Russia e Ciad hanno mantenuto relazioni poco intense, scandite da contatti regolari e visite diplomatiche, dalla firma di un “piano di cooperazione” nel 2013. I loro rapporti si sono raffreddati all’inizio della transizione, iniziata dopo la morte nell’aprile 2021 del presidente Idriss Déby Itno. All’epoca, N’Djamena aveva accusato Mosca di utilizzare i mercenari del gruppo Wagner per fomentare movimenti di destabilizzazione ai suoi confini.
I rapporti tra i due governi sono visibilmente migliorati a gennaio 2024 con la visita di Mahamat Idriss Déby a Mosca. Allora Vladimir Putin aveva elogiato il suo omologo ciadiano per essere riuscito a stabilizzare la situazione nel suo Paese. Mahamat è salito al potere nel 2021, dopo la morte del padre, ucciso durante uno scontro a fuoco con i ribelli nel nord del Paese. Il mese scorso è stato eletto presidente con il 61 per cento delle preferenze.
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Speciale per Africa ExPress Flavio Vanetti
5 giugno 2024
Dopo aver sperimentato, nel periodo natalizio e in generale in inverno, temperature insolitamente alte (36-37 gradi centigradi stranamente molto umidi – ma addirittura più di 40 percepiti – contro i 30-32 della norma), il Kenya sta affrontando il problema delle piogge in eccesso. Addirittura vere e proprie alluvioni, che hanno creato danni enormi e che stanno mettendo a rischio il turismo, fonte insostituibile di proventi.
Kenya devastato dalle inondazioni
Adriano Ghirardello è un italiano, della provincia di Varese, che da oltre 30 anni fa avanti e indietro da Malindi, dove ha casa e dove trascorre dai 6 agli 8 mesi, alternati con il rientro a Fagnano Olona. Sta per ritornare in Africa e si aspetta che lo scenario sia tutt’altro che migliorato.
“Le forti precipitazioni – spiega – non sono una novità: ci sono ogni anno. Cominciano tra marzo e aprile e durano di solito fino al termine di giugno. Ma quest’anno sembra che le piogge abbiano preso un piglio devastante. Due anni fa ci fu una grande siccità: non piovve per nulla. Adesso sta accadendo il contrario. Ai tempi soffrirono gli animali, oggi invece tocca agli uomini. Le bestie vedono invece spuntare erba fresca e per gli erbivori è una manna: ma automaticamente entrano in gioco pure i carnivori, che li mettono nel mirino e completano il ciclo della catena alimentare. L’acqua in abbondanza, poi, risolve la questione della sete”.
Kenya: inondazioni hanno colpito il Kenya dopo le forti piogge
Di contro è un guaio per gli umani. E per il turismo. In un parco come quello di Masai Mara non riusciranno a muoversi finché non ricostruiranno i ponti distrutti dalla violenza dell’acqua. Di nuovo Ghirardello, che nei suoi mesi in Kenya è coinvolto nel servizio di pattugliamento dei parchi: “Di recente ho parlato con un fotografo di Nairobi: è disperato perché gli stanno saltando i safari prenotati. Se non ricostruite, certe strutture devono essere almeno vagamente agibili: sennò salta la programmazione ed è un guaio grosso perché i danni sono già nell’ordine dei milioni di euro”.
La ricostruzione può avere luogo solo tramite le realtà locali, il governo centrale non può fare nulla. “Nella zona del Masai Mara, per dire, è la contea di Narok che deve occuparsi della riattivazione di ponti, piste e strade. Questo parco, uno dei più famosi, conta un centinaio di campi dedicati ai turisti. Da luglio entrerà poi in vigore la nuova tariffa d’ingresso: 200 dollari ogni 12 ore. Bisogna insomma spicciarsi, sennò il danno sarà enorme: solo in questo periodo si calcolano almeno mille visitatori da tutto il mondo. Ed è un momento favorevole per vedere gli animali perché è in arrivo la transumanza dalla Tanzania verso il Kenya”.
Uno penserà adesso al famoso e tanto sbandierato cambiamento climatico, ma in realtà quanto sta succedendo è figlio di qualcosa che è ben nota da anni: si tratta di “El Niño”, che prende le mosse dal riscaldamento delle acque del Oceano Pacifico. Peraltro, le manifestazioni estreme che dobbiamo sempre più spesso affrontare hanno probabilmente accentuato la forza di questo fenomeno. “A febbraio il servizio di previsione aveva avvisato dei rischi, invitando a organizzarsi in previsioni di piogge pesanti. I tornado, se non altro, non arrivano in Kenya perché l’equatore protegge. ElNiño tocca il Mozambico e sfiora la Tanzania, ma non va oltre”.
E come se non bastasse quando scende dal cielo, l’acqua determina un’altra emergenza. Sulla terra stavolta. “Tutte le masse che si accumulano nel Masai Mara, a Nairobi e nel Nord del Paese – conclude Adriano Ghirardello – scendono nei due fiumi principali, il Tana River e l’ Athi Galana-Sabaki. Confluiscono nell’Oceano Indiano, il primo a Lamu, il secondo dalle parti di Malindi. Sono già stati sommersi dei campi e ho saputo che vicino a Malindi l’acqua ha divelto un baobad di 800 anni, simbolo di un’eroina che aveva combattuto contro gli inglesi. Si trovava a 50 metri dalla riva: spazzato via come un fuscello”.
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Stessa equivalenza, stesso gemellaggio, stessa promiscuità nell’obbrobrio. Il messaggio lanciato a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, dallo Stato israeliano è chiaro e in completo disprezzo del diritto internazionale umanitario e delle istituzioni che dovrebbero applicarlo. Con il sostegno incrollabile del governo statunitense – che ha annunciato l’invio di una nuova consegna di armi a Israele, per un importo di un miliardo di dollari – intende continuare questa impresa di distruzione sistematica.
Rafah, Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]Incarnata dalla Corte Penale Internazionale, la richiesta di giustizia contro Benjamin Netanyahu gode di un notevole significato morale. Nello stesso modo, coinvolge, sul proprio territorio, i 123 Stati che ne riconoscono la giurisdizione.
A ruota, le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia – che hanno fatto seguito alla richiesta di avvio di un procedimento contro Israele da parte del Sudafrica – restano vincolanti, ma l’Aja non ha mezzi per obbligare uno Stato a conformarsi alle sue decisioni. Solo il Consiglio di Sicurezza potrebbe consentire l’effettiva attuazione dei provvedimenti della Corte, banalmente con l’adozione di sanzioni.
Le false pretese dell’Occidente perdono ogni efficacia e suonano vuote. Il divario, tra le belle parole umanitarie e la reale indifferenza al massacro, è netto.
Il parallelo tra sostenere il popolo palestinese, condannando gli orrori di Hamas, ed esprimere solidarietà a Israele, non appoggiando le politiche mortali di Netanyahu, non regge più.
Il popolo palestinese ha il diritto di esistere e di beneficiare degli stessi diritti del popolo israeliano, su una terra che è anche la sua. E come il Vietnam di fronte al rullo compressore americano, la Striscia di Gaza non merita di essere trasformata in una fossa comune per i due milioni di abitanti, rifugiati in ciò che resta della zona ancora vivibile.
Quindi si, l’antisemitismo deve essere combattuto senza sosta. Si, Israele ha il diritto di esistere. Ma non dimentichiamo che in Israele non c’è giorno in cui decine di migliaia di manifestanti scendono in piazza per chiedere le dimissioni del primo ministro Netanyahu, la cui politica compiacente nei confronti di Hamas e di sostegno alla violenza dei coloni israeliani in Cisgiordania, ha portato il Paese sull’orlo di un abisso.
Esodo da Rafah (courtesy Reuters)
Nulla può giustificare il massacro di civili. Né la violenza dell’avversario, né l’occupazione, né il blocco, né tutto ciò che i palestinesi sono stati obbligati a sopportare per decenni, senza alternativa. L’orrore di alcuni non può giustificare quello di altri.
Chi ne ha pagato il prezzo? Ammettendo che ogni guerra richiede “sacrifici”, per cosa e per chi, a parte gli interessi di Hamas e dell’asse iraniano, sono stati sacrificati più di 15.000 bambini palestinesi? Per dimostrare che Israele è capace del peggio? Lo sapevamo già.
Nessuno Stato al mondo può permettersi di agire senza rischi nel modo in cui agisce oggi Israele. E’ vero non bisogna dimenticare il 7 ottobre, così come non bisogna dimenticare che da quel giorno non è iniziata la storia.
Ma come bruciare viva la Striscia di Gaza può giustificare la barbarie israeliana? Quanti bambini uccisi, quanti ospedali distrutti, quante persone sfollate, quanti convogli umanitari presi di mira o bloccati, quanti discorsi dai toni apertamente genocidari saranno necessari per “risarcire”, agli occhi del governo israeliano, l’affronto del 7 ottobre?
Abitanti di Rafah in fuga. Ma sono come topi in trappola. Non hanno un posto dove andare(Courtesy Al Jazeera)
Non solo Israele sta letteralmente distruggendo la vita all’interno dell’enclave palestinese, ma lo sta facendo senza alcuna prospettiva politica. Sul piano militare, finora non è riuscita a distruggere le Brigate al-Qassam e, nel medio e lungo termine, non offre la minima possibilità di porre fine alla crisi.
Chi difende veramente la causa palestinese oggi? L’ ”asse della resistenza”, che ha commesso ogni possibile massacro nella regione negli ultimi quindici anni? I regimi arabi, che non hanno lezioni da insegnare in termini di compassione e rispetto dei diritti umani e che hanno deciso di guardare Gaza bruciare senza muovere un dito? Gli Stati Uniti che, nonostante le minacce e gli avvertimenti, continuano a finanziare questa carneficina, nonostante il disastro umanitario e strategico? Gli europei che si svegliano troppo tardi e con troppa moderazione, e che hanno tanta difficoltà ad affermare l’ovvio?
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 4 giugno 2024
Le Forze di difesa e sicurezza mozambicane (FDS) e i militari ruandesi (RDF) hanno attaccato le posizioni jihadiste nel nord del Mozambico. Le operazioni sono durate tre giorni, dal 26 al 29 maggio e secondo il presidente mozambicano Filipe Nyusi “… i terroristi sono stati ‘pestati'”, Decine e decine sono rimasti sul terreno e molte attrezzature sono state catturate”, riporta l’Agenzia portoghese LUSA .
Per il momento sono stati trovati sette jihadisti morti di Is-Mozambico (ex Al Sunnah wa-Jammà) trafitti dai proiettili. I militari mozambicani stanno cercando gli altri terroristi. L’offensiva anti jihadista è stata condotta nei villaggi di Limala e Mbau, nel distretto di Mocímboa da Praia, e Nova Familia, in quello di Nangade, a sud e sud-ovest di Palma.
Mappa dell’offensiva militare a Nangade e Mocimboa da Praia (Courtesy GoogleMaps)
L’assalto a Macomia
È l’ultima operazione, in ordine di tempo, delle truppe ruandesi e mozambicane aiutate dai paramilitari della Força local, volontari a difesa dei villaggi. Succede dopo l’assalto jihadista del 10 e 11 maggio scorsi al quartier generale di Macomia.
Una settimana dopo l’assalto a Macomia è arrivata la rivendicazione dello Stato islamico su Al-Naba, il suo strumento di propaganda jihadista. “Abbiamo attaccato la città da diversi punti dopo aver battuto l’esercito mozambicano all’interno e all’esterno della città e interrotto le vie di comunicazione”.
Il gruppo ribelle descrive i risultati dell’azione con tanto di immagini e grafica. “Controlliamo la maggior parte della città e i cristiani sono fuggiti. Abbiamo sequestrato grandi quantità di armi e munizioni; bruciato le baracche dei militari; ammazzato una quindicina di persone”.
“Abbiamo sequestrato le attività commerciali dei cristiani e distribuito i prodotti ai musulmani residenti. Abbiamo catturato 12 auto e distrutto due blindati”. La propaganda termina con i saluti “…agli uomini dello Stato islamico e ai loro orgogliosi cavalieri. Specialmente quelli dello Stato mozambicano (Is-Mozambico, ndr).
Rivendicazione ISIS su attacco a Macomia
Attendevano il termine della SAMIM
I jihadisti di Is-Mozambico aspettavano da mesi il ritiro dei militari della Missione in Mozambico della Comunità di Sviluppo dell’Africa Meridionale (SAMIM). Avrebbe dovuto fermare la guerriglia islamista a Cabo Delgado, nell’estremo nord del Mozambico.
L’attacco di Macomia conferma la continuazione dell’attività jihadista “organizzata” di Is-Mozambico a sud della penisola di Afungi, sede dei cantieri TotalEnergies.
Il governo mozambicano non ha mai divulgato il numero dei morti. L’indagine del giornalista inglese Alex Perry conferma 1.411 morti, 330 dei quali decapitati dai jihadisti. L’occupazione di Palma ha dato il via alla missione SAMIM.
A Cabo Delgado sono attesi altri 2.000 militari ruandesi oltre ai 2.000 già presenti. I jihadisti cercano di riprendersi il territorio lasciato scoperto dalle truppe dei Paesi SADC e ISIS ripete: “Abbiamo sconfitto i militari della missione SAMIM”. Una sfida diretta a Maputo.
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