Home Blog Page 62

Migranti africani intrappolati e abbandonati nel Libano in fiamme

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 ottobre 2024

Fatima, una ragazza proveniente dalla Sierra Leone, ha buttato un cambio di vestiti in una busta di plastica ed è scappata verso la capitale con suo cugino, dopo che un bomba israeliana ha colpito la casa del loro datore di lavoro in Libano. Il padrone è morto sul colpo. Non ha fatto in tempo a rivelare dove teneva i passaporti dei suoi impiegati.

Bombardamenti israeliani in Libano

Fatima e il cugino lavoravano come colf stranieri, e ancora oggi, in Libano questa categoria di impiegati è esclusa dai diritti dei lavoratori. Ai collaboratori domestici viene ancora applicato la Kafala, che vincola la residenza legale alla relazione contrattuale con chi li ha assunti. Ciò significa che un migrante non può cambiare impiego senza autorizzazione del datore di lavoro. Se un dipendente rifiuta, decide di abbandonare l’abitazione senza il consenso del padrone, rischia di perdere il permesso di soggiorno e di conseguenza il carcere e l’espulsione.

Un sistema che equivale a una forma di moderna schiavitù. Per poter lasciare il Paese, tale meccanismo prevede un visto di uscita, per ottenerlo il datore di lavoro deve dare il suo benestare. La kafala è ancora in vigore in diversi Paesi arabi, compreso il Libano.

Ora Fatima e il cugino sono senza passaporto, senza visto di uscita. Si trovano soli nella capitale Beirut, non conoscono l’arabo, disperati, non sanno come tornare a casa. Secondo quanto riportato da AP, il ministero degli Esteri di Freetown sta cercando di capire quanti connazionali si trovino attualmente nel Paese dei cedri per poter emettere certificati di viaggio provvisori per riportarli a casa.

Impresa non semplice, visto che molte compagnie aeree hanno ridotto, o addirittura sospeso temporaneamente i collegamenti con Beirut.

La triste vicenda di Fatima e del cugino è simile a decine di migliaia di altri lavoratori domestici che attualmente si trovano in Libano, Paese dove oggi tutti cercano di mettersi in salvo dalle aggressioni israeliane. Per i lavoratori di origine africana è difficile trovare un rifugio sicuro. Molti di loro sono stati abbandonati dai loro datori di lavoro con l’inasprimento del conflitto e, oltre tutto, senza documenti non possono nemmeno accedere al servizio sanitario statale o a altri prestazioni governative.

Secondo il governo di Beirut, attualmente 1,2 milioni di libanesi hanno abbandonato le proprie abitazioni, ma non ci sono dati affidabili sul numero di stranieri che potrebbero essere stati colpiti dalla crisi in corso. In base alle stime di OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti), in Libano risiedono oltre 175.000 persone provenienti da 98 Paesi. Questi numeri, tuttavia, riflettono solo la situazione precedente all’attuale conflitto tra Israele e gli Hezbollah sostenuti dall’Iran.

Una giovane keniota ha rivelato ai reporter dell’emittente tedesca Deutesche Welle: “A questa gente non importa nulla di noi, ci considerano solamente come macchine da lavoro. Ai miei amici è stato negato l’ingresso nei centri di accoglienza perché non sono libanesi. Siamo bloccati. Non c’è via d’uscita”.

Funzionari delle Nazioni Unite hanno denunciato che la maggior parte dei 900 rifugi governativi per gli sfollati sono ormai al massimo della loro capienza.

Libano: migranti africani abbandonati

Anche Mathieu Luciano, responsabile  di OIM in Libano, ha confermato che migliaia di lavoratrici domestiche migranti sono state abbandonate dai loro datori di lavoro. “Le loro possibilità di accoglienza sono molto limitate”, ha specificato il funzionario di OIM.

Mentre Dara Foi’Elle della ONG libanese  Migrant Workers’ Action, ha sottolineato che molte ragazze migranti lavoravano come domestiche per famiglie della classe media nel Libano meridionale, regione bombardata nelle ultime settimane da Israele nella sua lotta contro Hezbollah. L’esponente della ONG ritiene che le organizzazioni internazionali dovrebbero farsi carico del problema e predisporre quanto prima rifugi anche per i lavoratori stranieri.

Intanto il governo del Kenya sostiene di aver incoraggiato già a luglio i propri connazionali residenti in Libano di registrarsi per essere evacuati. Ma a Nairobi il Dipartimento di Stato per gli Affari della Diaspora (SDDA) ha dichiarato di aver ricevuto solamente 3.500 richieste, e queste soprattutto negli ultimi giorni. Tale cifra rappresenta solo un ottavo di tutti i kenioti che si trovano nel Paese. Alcuni migranti sostengono di aver inoltrato la domanda di rimpatrio già mesi fa ma di non aver ottenuto alcun riscontro.

Abuja ha annunciato di voler rimpatriare non solo i quasi 2.000 nigeriani che si trovano nel Paese mediorientale, ma anche i libanesi con doppia nazionalità. Alkasim Abdulkadir, portavoce del ministero degli Esteri, ha spiegato che il suo governo ha noleggiato un aereo C-130 per evacuarli e riportarli in Nigeria. Un protocollo di partenza è già in atto. Ora si attende il nullaosta delle autorità di Beirut.

Il ministero degli Esteri etiopico ha comunicato martedì che, in risposta al peggioramento della situazione in Libano, sono già stati evacuati 51 connazionali. Inoltre è stato formato un comitato speciale per facilitare i rimpatri, dando priorità a donne e minori.

Il consolato starebbe anche cercando di trasferire i propri cittadini rimasti ancora nel Paese in luoghi più sicuri finchè a quando non saranno effettuate altre evacuazioni.

Libano: Università americana a Beirut

Ma in Libano ci sono anche una novantina di studenti africani, che grazie a una borsa di studio del Scholarship Programm di Mastercard Foundation frequentano l’università americana di Beirut (AUB). I giovani provengono per lo più dal Camerun, Zimbabwe e Uganda. Alcuni hanno già ricevuto il loro biglietto per tornare a casa, il passaporto e soldi in contanti per piccole spese. Il conflitto limita anche il loro corso di studi, che non potrebbero continuare nel proprio Paese, come lo ha spiegato un ragazza camerunense, che sta per diplomarsi in radiologia.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
@RIPRODUZIONE RISERVATA

https://www.africa-express.info/2020/04/25/libano-ragazza-nigeriana-messa-in-vendita-su-internet-dal-suo-datore-di-lavoro/

https://www.africa-express.info/2020/11/13/coronavirus-libano-crisi-economica-costringe-colf-africane-licenziate-a-vivere-in-strada/

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.
Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Gaza un anno dopo: il terrore che non ha scosso le coscienze

EDITORIALE
Dalla Nostra Inviata Speciale
Federica Iezzi
di ritorno da Dayr al-Balah (Striscia di Gaza), 07 ottobre 2024

La ragione per cui Israele è in grado di compiere un genocidio e i leader occidentali sono in grado di sostenerlo attivamente, è perché l’impero mediatico mondiale usa costantemente i suoi pugni, in grande favore di Israele.

Cosa stiamo aspettando? L’attesa è tutta concentrata su quell’immagine capace di rompere la complicità, di scuotere le coscienze, di mettere un punto. Quell’immagine così sconcertante che niente sarà più negoziabile. Qual è? Un bambino amputato? Un corpo fatto a pezzi? Una ragazza senza vita buttata sul lato di un edificio? Stiamo ancora aspettando.

Al-Mawasi, Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]
La disumanizzazione è un prerequisito della maggior parte delle forme di violenza. Ben prima che venga sganciata una bomba.

Il corpo di un palestinese è una cosa patteggiabile. Un bambino diventa un minore. I morti diventano presunti. I palestinesi di Gaza scompaiono in numeri così alti che diventa impossibile immaginare i loro nomi o le loro canzoni preferite.

Gli articoli della stampa internazionale sono stati praticamente copie carbone dei comunicati dell’esercito israeliano. Le crepe nel consenso filo-israeliano, che aveva cominciato a dare spazio alla realtà palestinese e a parole come occupazione o apartheid, sono scomparse da un giorno all’altro, testimoniando la fragilità di esili vittorie retoriche.

L’insidiosa macchina tattica israeliana continua a indurre disperazione, indebolimento e intorpidimento: bombardamenti incessanti, blocco degli aiuti, continuo spostamento di civili in infiniti ordini di evacuazione, disumanizzando i palestinesi attraverso la politica e la narrativa. Gaza è considerata il posto più pericoloso in cui essere bambini. Gaza ha il più alto numero di bambini amputati nella storia. Gaza è il posto più letale per un giornalista. Gaza è diventata uno dei luoghi più inabitabili del pianeta.

Ciò di cui i sistemi oppressivi non si rendono conto è che impegnarsi nella disumanizzazione – nel pensiero, nella parola, nell’azione, nella politica – è un esercizio lento e isolante.

Il punto di saturazione si avvicina pericolosamente. E’ lì dove la psiche collettiva si ritrae o si normalizza, dove la metrica dell’orrore comincia a cambiare. Cos’è un altro bambino morto di fronte a ventimila? Il traguardo dell’accettabile si è mosso a una velocità vertiginosa.

Nel frattempo, non esiste alcuna risposta palestinese all’aggressione israeliana che sia accettabile. La resistenza non violenta palestinese – che si è scontrata quasi sempre con la violenza israeliana – è delegittimata o ignorata. I movimenti di boicottaggio sono etichettati come oltraggiosi. I manifestanti dei campus, per lo più pacifici e guidati da studenti, sono stati definiti addirittura pericolosi.

Tutti sembrano più pronti a strappare il diritto internazionale e le istituzioni che lo sostengono piuttosto che a imporlo contro Israele. Tutti denunciano come antisemitismo le proteste di massa contro il genocidio, piuttosto che denunciare il genocidio stesso.

Il 7 ottobre, l’assalto a sorpresa del braccio armato di Hamas, non è stato solo un attacco contro Israele. L’evasione di un piccolo gruppo di combattenti armati, da una delle prigioni più grandi e fortificate mai costruite, è stata anche un attacco scioccante all’autocompiacimento delle élite occidentali, alla loro convinzione che l’ordine mondiale – che avevano costruito con la forza – non fosse più né permanente né inviolabile.

Proprio come è successo con gli israeliani, l’attacco di Hamas ha rapidamente smascherato il piccolo fascista contenuto all’interno della politica, dei media, dell’élite religiosa occidentale, che aveva trascorso una vita fingendo di essere il guardiano di una missione civilizzatrice occidentale, illuminata, umanitaria e liberale.

Una linea rossa che non è una linea rossa è, in definitiva, un permesso. Perché la verità è che qualsiasi violazione del diritto internazionale equivale a una rottura che non dovrebbe allarmare solo i palestinesi, ma ogni entità e individuo parte integrante della società.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.

Africa Express viene diffuso in tempo reale
sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Israele si è cacciata in un vicolo cieco

altri articoli sulla guerra in atti a Gaza li trovate qui

Elezioni in Mozambico: i quattro candidati alla presidenza della Repubblica e il gas di Cabo Delgado

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
7 ottobre 2024

Tra qualche giorno, il 9 ottobre, il Mozambico torna alle urne per eleggere il capo dello Stato. Dei 28 milioni di abitanti, 17 milioni andranno a votare per il nuovo presidente della Repubblica.

Sarà uno scontro duro e questa volta il FRELIMO rischia di perdere dopo quasi cinque decenni al potere. Il “partito stato” è accusato di brogli elettorali. Brogli confermati anche alle ultime amministrative dell’ottobre 2023 dal tribunale di Maputo, la capitale, ed altri tribunali distrettuali.

Sono quattro i candidati che potranno sostituire il presidente Filipe Nyusi, che ha terminato il secondo mandato: Daniel Chapo, Ossufo Momade, Venancio Mondlane e Lutero Simango.

Mozambico elezioni 2024
Mozambico elezioni 2024, manifestazioni elettorali

Ecco i candidati alla presidenza

Daniel Chapo, 47 anni, è l’aspirante alla presidenza per il FRELIMO (Fronte di liberazione del Mozambico). È il partito al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo. Chapo è stato governatore di Inhambane per otto anni, fino al maggio scorso, quando la Commissione politica del Frelimo lo ha nominato segretario generale ad interim.

È avvocato, è stato presentatore in emittenti radio e tv e docente di diritto costituzionale. Gode dell’appoggio di Graça Machel, vedova del primo presidente, Samora Machel, e poi moglie di Nelson Mandela.

La RENAMO (Resistenza nazionale mozambicana), secondo partito del Paese, si presenta con Ossufo Momade presidente del partito dal 2019. Momade, 63 anni, è famoso per l’abbraccio a Filipe Nyusi dopo il terzo accordo che prevedeva il disarmo della “giunta militare RENAMO”, ala armata del partito.

Venâncio Mondlane, 50 anni, invece è uscito dalla RENAMO perché non è stata accettala la sua candidatura alla presidenza. Ha creato un nuovo partito: Podemos (Possiamo).

Nelle ultime amministrative si era presentato come primo cittadino della municipalità di Maputo. La vittoria è stata data al FRELIMO, nonostante la conferma di brogli del tribunale di Maputo e la richiesta della società civile riconteggiare i voti. Mondlane conta molto sul consenso dei giovani, molto attenti ai brogli dopo le esperienze negative delle passate elezioni.

Il quarto candidato è Lutero Simango, 64 anni, del Movimento democratico del Mozambico (MDM), terzo partito del paese.

La vera sfida

Ma la vera sfida, secondo gli osservatori, è tra Daniel Chapo e Venancio Mondlane. Tra il “vecchio” e il “nuovo”. Il potere cinquantennale del FRELIMO condito da corruzione, brogli elettorali e lo scandalo del “debito occulto” (Tuna bonds) hanno portato inflazione e povertà a milioni di persone. E Mondlane cavalca la rabbia dei giovani e dei milioni di nuovi poveri.

Mozambico elezioni 2024
Mozambico elezioni presidenziali 2024, Venancio Mondlane e Daniel Chapo

Nel frattempo negli ultimi anni si è ristretto lo spazio delle libertà individuali e dei media con un aumento dell’autoritarismo. Continuano le minacce ai giornalisti, e nella classifica di Reporters sans frontieres (RSF) il Mozambico scende al 105° posto (103° nel 2023).

Secondo RSF “ La maggior parte delle inserzioni pubblicitarie (nei media ndr) è affidata a grandi aziende statali ereditate dall’economia ipercentralizzata dell’era comunista. Ciò facilita una grande ingerenza nelle decisioni editoriali dei media, sia statali che privati, che hanno poca libertà di critica nei confronti del presidente”.

Il forziere di Cabo Delgado

Nonostante l’intervento delle truppe SADC e dell’esercito ruandese i cantieri di gas naturale di TotalEnergies dal 2021 sono sempre chiusi a causa dell’assedio jihadista a Palma. È un progetto da 20 miliardi di USD. L’unica azienda che riesce a estrarre il gas e liquefarlo (GNL-LNG) è l’italiana ENI. Il gigante petrolifero lavora, infatti, off-shore con la Coral Sul FLNG, liquidificatore galleggiante di gas naturale.

Da febbraio 2024 sono ripresi gli attacchi jihadisti a Cabo Delgado. Terminata la missione militare SADC (SAMIM) rimangono 4.000 soldati ruandesi che cercano di fermare gli attacchi di ISIS-Mozambico e proteggere i cantieri TotalEnergies. Compito che i militari mozambicani non sono ancora in grado di difendere nonostante la formazione militare di Stati Uniti e Unione Europea.

L’opposizione intanto accusa il FRELIMO di essere la causa di tutti i problemi del Paese. Forse, con i voti dei giovani, Mondlane e il nuovo partito Podemos potrebbero dare nuova energia al Mozambico.

Mozambico elezioni 2024 osservatori Moe Ue
Mozambico elezioni 2024 Osservatori Moe Ue

La Missione di Osservazione Elettorale UE

Per garantire la correttezza delle elezioni, la Missione di Osservazione Elettorale dell’Unione Europea (Moe Ue), su invito delle autorità mozambicane, come nel 2019, ha inviato nel Paese una squadra di 170 osservatori. Provengono da 24 Paesi europei, Italia compresa, tra questi anche Svizzera e Norvegia e perfino dal Canada. Rimarranno nel Paese africano fino alla conclusione del processo elettorale che prevede la possibilità di un secondo turno.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 e ti richiameremo. Specifica se vuoi essere iscritto alla Mailing List di Africa Express per ricevere gratuitamente via whatsapp le news del nostro quotidiano online.
Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress. Puoi abbonarti gratuitamente.

 

Elezioni amministrative in Mozambico, tribunale conferma brogli del Frelimo, il partito al potere

Mozambico, tra Frelimo e Renamo pace per la terza volta. Ma qualcuno non ci sta

Mozambico, sottratti quasi 2 miliardi di euro: figlio di ex presidente a processo

Destinazione Europa: dal Mozambico partito il primo supercarico ENI di gas naturale

Truppe sudafricane lasciano il Mozambico per fine missione anti jihadista: sono finiti i fondi

Orrore in Mozambico, 12 bianchi decapitati dai jihadisti durante l’assedio di Palma

Berretti verdi USA in Mozambico per addestrare Forze armate contro jihadisti

La pachistana Citizens Foundation che si dedica all’istruzione il 17 ottobre raccoglie fondi anche in Italia

Speciale per Africa ExPress
Ornella Rota
Roma, 27 settembre 2024

L’istruzione quale mezzo primario di riscatto, nelle baraccopoli di città come in villaggi di campagna: fu questa fin dall’inizio (1955, Karachi), la scelta di The Citizens Foundation (TCF) confermata e rafforzata nei decenni.

THE CITIZENS FOUNDATION

Oltre 1.900 scuole in tutto il Paese, costruite appositamente, dotate di biblioteche, laboratori scientifici e informatici e campi da gioco; 286.000 studenti; vitto per chi ne abbia bisogno; campus estivi debitamente attrezzati; corpo docente di 14mila persone, tutte donne.

Speciale attenzione all’accesso delle bambine, visto che i dati dell’analfabetismo femminile risultano tradizionalmente superiori a quelli maschili: da sempre, punto fermo di TCF è stato, ed è tuttora, il rapporto di genere rigorosamente paritario, con presenze femminili al 50 per cento.

Studentesse pakistanesi

I corsi sono finalizzati a conseguire diplomi e/o lauree, con successiva possibile ammissione nelle migliori università non soltanto del Paese. E per una bambina chi viva negli slums, o un bambino di qualche sperduto villaggio, diventare poliziotta oppure entrare in un’università statunitense – è accaduto realmente, non sono esempi teorici – significa vivere esperienze che neppure avrebbero mai osato sognare, magari ipotizzando pure che l’istruzione possa superare le barriere sociali.

Corsi di formazione per insegnanti, di alfabetizzazione e formazione professionale per adulti completano le attività; inclusi programmi come la filtrazione dell’acqua per renderla potabile e specifiche attività di soccorso durante i disastri naturali.

TCF dispone di sedi dislocate negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Canada, in Australia; si avvale della collaborazione di associazioni di volontariato (ad esempio a Milano, la Italian Friends of The Citizens Foundation)

Ayesha Omar

Il 17 ottobre 2024, al St. Georges’s British International School, l’attrice Ayesha Omar e il musicista Saleh Tawil animeranno a Roma una speciale serata/evento organizzata per raccogliere fondi. Ayesha è protagonista dell’industria dell’intrattenimento pakistano (“Lollywood”, dall’unione del nome di Lahore, sede di questa industria, con il suffisso wood che richiama Hollywood e Bollywood ).

L’attrice paakistana, Ayesha Omar

Saleh, siriano, è uno degli interpreti più apprezzati della tradizione musicale mediterranea, vive a Roma da un trentennio; suona lo Oud, antico strumento originario della Mesopotamia, antenato del  liuto e della chitarra, importato in Europa nel X secolo dalla Spagna islamica e oggetto di continue evoluzioni e modifiche nei vari Paesi dell’area.

Ornella Rota
romaistanbul2019@gmail.com

 

Tragico naufragio nel lago Kivu nel Congo-K: decine di morti

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
5 ottobre 2024

Nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo si susseguono drammi su drammi. Giovedì scorso, un’imbarcazione con a bordo 278 passeggeri, è colata a picco sul lago Kivu, uno dei grandi specchi d’acqua africani, situato sul confine tra la ex colonia belga e il Ruanda.

Le chiglia del battello Merveille de Dieu naufragato nel lago Kivu

Il natante, Merveille de Dieu (Meraviglia di Dio ndr), sovraccarico di passeggeri e mercanzie, era partito da Minova (Sud-Kivu) ed era diretto a Goma, nel Nod-Kivu. Il bilancio dei morti è ancora provvisorio. Il governatore del Sud-Kivu, Jean-Jacques Purusi, ritiene che le vittime siano almeno 70, ma si presume che siano molte di più.

Ovviamente la barca era sprovvista di giubbotti salvagente. Dopo un altro terribile naufragio del 2019, molto simile a quello di pochi giorni fa, il presidente, Felix Tshisekedi, aveva promesso giubbotti di salvataggio e un ammodernamento della flotta. Una promessa “non mantenuta”, secondo la società civile locale. Ma va anche ricordato che molto spesso le norme marittime non vengono rispettate.

Non è facile spostarsi da un luogo all’altro nel tanto travagliato est del Paese, dove le strade, specie nel periodo delle piogge, sono del tutto impraticabili. Ma non solo. I gruppi armati sono sempre in agguato, la gente ha paura e dunque evita le vie di comunicazione terrestri. Anche la maggior parte dei viveri vengono trasportati con i natanti, da quando i miliziani dell’M23 (che prendono il nome da un accordo, firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo tutsi il 23 marzo 2009) hanno circondato Saké, città strategica sulla via per Goma, città nel Nord-Kivu, situata sulla riva settentrionale del grande lago.

La situazione nell’est del Paese è a dir poco catastrofica: da decenni si consuma uno dei tanti conflitti africani dimenticati da gran parte della comunità internazionale. Raramente se ne fa accenno sui quotidiani internazionali.

Pochi giorni fa l’ONG Medici Senza Frontiere (MSF), nel suo rapporto pubblicato il 30 settembre scorso, ha lanciato una nuova allerta: nella parte orientale del Congo-K, sono in vertiginoso aumento  le violazioni sulle donne. MSF ha sottolineato che nel 2023 ha assistito e curato oltre 25.000 vittime. Purtroppo per quanto riguarda il 2024 il numero delle donne stuprate sembra essere superiore a quello dello scorso anno e le terribili violenze si consumano per lo più nel Nord-Kivu.

Congo-K: ragazza vittima di violenza nell’est del Paese

Secondo il documento della ONG, molte donne e ragazzine subiscono violenze anche  nei campi per sfollati vicino a Goma. Le vittime vengono attaccate nel 98 per cento dei casi quando vanno a prendere la legna o l’acqua. Sempre secondo quanto riportato da MFS, 8.115 donne hanno cercato di abortire dopo aver subito uno stupro. Alcune vittime sono risultate positive all’HIV o ad altre infezioni sessualmente trasmissibili.

Christopher Mambula, responsabile del programma di MSF in Congo-K, ha spiegato che due terzi delle aggressioni avvengono sotto minaccia di un’arma. La situazione è disastrosa, ha affermato Mambula. Nei primi cinque mesi di quest’anno sono state registrate oltre 17.000 vittime nel solo Nord-Kivu.

Ma le sofferenze della gente nell’est della ex colonia belga non terminano qui. Il Congo-K è tra i Paesi con il maggior numero di sfollati al mondo a causa dei continui combattimenti tra le forze armate congolesi (FARDC) e i vari gruppi armati, soprattutto l’M23, appoggiato dal Ruanda. Inoltre in questi ultimi anni si sono messe anche le piogge intense e le disastrose alluvioni dovute ai cambiamenti climatici.

Alla fine del 2023 gli sfollati interni erano 6,9 milioni in tutto il territorio nazionale. Durante il mese di maggio, nel solo Nord-Kivu, altri 1,77 milioni sono scappati dalle proprie case per fuggire alla furia dei miliziani M23.

Pochi giorni fa, Human Rights Watch ha denunciato che nel corso di quest’anno l’esercito ruandese e il gruppo armato M23 avrebbero pure bombardato indiscriminatamente campi per sfollati e altre aree densamente popolate vicino a Goma. Mentre le forze armate congolesi (FARDC) e le milizie alleate avrebbero messo a rischio gli sfollati nei campi, schierando l’artiglieria nelle immediate vicinanze degli insediamenti. Entrambe le parti hanno ucciso residenti nei campi, commesso stupri, ostacolato l’arrivo degli aiuti umanitari. Inoltre sono responsabili di altri abusi.

Clémentine de Montjoye, ricercatrice senior sull’Africa di Human Rights Watch, ha sottolineato che il Ruanda e la Repubblica Democratica del Congo dovrebbero smettere di sostenere i gruppi armati responsabili di abusi, rispettare i propri obblighi in base alle leggi di guerra e permettere agli aiuti umanitari di passare senza ostacoli,

Uno degli sfollati che vive in uno dei campi vicino a Goma, ha dichiarato a HRW. “Non sappiamo più che fare. Sia che restiamo, sia che torniamo a casa, non cambia nulla. La morte ci accompagna ovunque noi andiamo”.

E c’è chi tenta di lasciare la propria patria, a rischio di morire durante il viaggio o di essere espulso dal Paese di accoglienza. Negli ultimi anni parecchi congolesi sono approdati a Mayotte, dipartimento francese oltremare nell’arcipelago delle Comore.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero
+39 345 211 73 43 e ti richiameremo.
Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Congo-K: altri articoli li trovate QUI

Allarme violenze sessuali nei campi per rifugiati in Congo-K

Via i migranti da Mayotte: la Francia li rimpatria ma le Comore da cui sono arrivati non li vogliono riprendere

Diego Garcia: la sovranità passa alle Mauritius, ma Londra e Washington manterranno la loro base militare

Africa ExPress
3 ottobre 2024

“Il 3 ottobre 2024 resterà una data indimenticabile, una giornata per commemorare la piena sovranità della Repubblica di Mauritius su tutto il suo territorio”, ha commentato il ministro degli Esteri mauriziano, Maneesh Gobin, sul suo account X.

Mauritius: Isole Chagos

Dopo quasi due anni di intensi negoziati, il Regno Unito e la Repubblica di Mauritius hanno finalmente trovato un accordo politico storico sulla sovranità dell’arcipelago delle isole Chagos.

“Si tratta di un momento cruciale nelle nostre relazioni e di una dimostrazione del nostro impegno costante per la risoluzione pacifica delle controversie e per lo Stato di diritto”, hanno spiegato Regno Unito e Mauritius in una dichiarazione congiunta. L’accordo è ancora soggetto alla finalizzazione di un trattato, ha poi aggiunto Londra.

Pur avendo ottenuto la sovranità, le due parti hanno concordato che Londra potrà mantenere la base militare a Diego Garcia, condivisa con Washington, per un periodo iniziale di 99 anni, al fine di “garantirne il funzionamento a lungo termine, in quanto svolge un ruolo vitale nella sicurezza regionale e globale”. Anche il presidente americano, Joe Biden, ha molto apprezzato l’accordo tra Regno Unito e Mauritius.

Il ministro degli Esteri britannico, David Lammy, ha poi sottolineato che finalmente è stata risolta la sovranità contestata delle isole, l’ultimo territorio britannico d’oltremare in Africa. I continui confronti legali avevano messo a rischio il futuro a lungo termine della base militare a Diego Garcia.

Mentre i conservatori hanno criticato aspramente il traguardo raggiunto. L’ex ministro degli Esteri di Londra, James Cleverly, lo ritiene molto debole, mentre Robert Jenrick, un altro membro del partito Tory, ha dichiarato senza mezzi termini: “E’ una capitolazione del Regno Unito”.

Fino ad oggi Gran Bretagna ha continuato a rivendicare la sovranità delle isole, malgrado la Corte di Giustizia Internazionale dell’Aja abbia accolto positivamente la richiesta della Repubblica di Mauritius. Nel 2019 i giudici del principale organo giudiziario delle Nazioni Unite hanno potuto emettere solamente un parere consultivo non vincolante, sottolineando che le autorità di Londra dovrebbero rinunciare al controllo del gruppo di isole, conosciute con il nome di British Indian Ocean Territory (BIOT).

Aja: Corte di Giustizia Internazionale

Agli inizi degli anni Settanta, con l’intensificarsi della guerra fredda, Londra e Washington hanno costruito a Diego Garcia, la maggiore delle isole, una grande base militare che, da allora, ha svolto un ruolo importante nelle operazioni militari americane: è stata utilizzata per i bombardamenti  in Afghanistan e Iraq e la CIA ha adoperato la struttura dove sono state deportate le persone sospette, catturate in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Base Diego Garcia USA – GB sulle isole Chagos

Londra ha espulso circa 2.000 abitanti delle isole Chagos verso Mauritius e le Seychelles per far posto alla base militare. I mauriziani delle Chagos hanno accusato il Regno Unito di “occupazione illegale”.

Africa ExPress
X: @africexp
@RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.
Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

https://www.africa-express.info/2019/02/26/sentenza-del-tribunale-internazionale-dellaja-diego-garcia-appartiene-a-mauritius/

https://www.africa-express.info/2023/06/13/il-dramma-dei-migranti-tamil-naufraghi-a-diego-garcia-20-mesi-di-attesa-e-nessuno-li-vuole/

Israele si è cacciata in un vicolo cieco

EDITORIALE
Dalla Nostra Inviata Speciale
Federica Iezzi
Dayr al-Balah (Striscia di Gaza), 2 ottobre 2024

L’impunità di cui gode Israele e la devastazione subita dalla popolazione di Gaza non poteva portare che ad una perdita di legittimità internazionale.

Ed ecco che Israele, mentre continua a ferire Gaza, estende le sue operazioni in Libano, con gli stessi metodi, gli stessi massacri, la stessa distruzione, convinto dell’incrollabile sostegno dei suoi donatori occidentali – tra cui Washington, Parigi e Berlino – complici diretti della sua azione.

E se i Paesi occidentali sono corresponsabili dei crimini israeliani, altri, come la Russia o la Cina, non hanno adottato alcuna misura per porre fine a una guerra il cui perimetro si allarga pericolosamente ogni giorno, e rischia di estendersi oggi in Yemen e Siria e domani in Iran.

Striscia di Gaza [photo credit The New York Times]
Ma chi è lo Stato israeliano sulla scena locale e regionale? Quello che distrugge di più, che stupra di più, che tortura di più, che aggredisce una popolazione assediata che non ha nessun posto dove fuggire. Tuttavia, questa realtà non oscura il fatto che lo Stato israeliano sta perdendo. O almeno che, con la strategia attuale, non c’è modo di vincere alcuna guerra.

In questo contesto l’aggettivo paria suona sempre più forte. Sono più che evidenti la frattura della società ebraica israeliana, la crisi economica senza speranza, l’isolamento internazionale, la posizione contro un’occupazione illegale di gran parte della comunità ebraica non-israeliana e il potenziale delle giovani generazioni di palestinesi come fattori chiave nel crollo della ideologia israeliana.

Se si può uccidere impunemente, allora si può mentire senza conseguenze? Le regole non scritte di tolleranza e moderazione, i controlli e gli equilibri costituzionali sono più un miraggio che i pilastri della democrazia per Israele.

E’ con cenere, sangue e macerie che gli abitanti di Gaza hanno tentato disperatamente di ritornare sulla mappa delle inquietudini globali e di ricordare la loro agonia a un mondo che li dimentica.

L’oppressione quotidiana prende posto su rovine e desolazione. Ancor più del parossismo di violenza, rappresentato dal bombardamento di una popolazione, essa mostra l’intoppo in cui è sprofondata la politica di occupazione israeliana, con la complicità attiva dell’Occidente. Terrorizzare, destrutturare, ridurre alla dipendenza: il quadro è univoco.

La perversa logica che governa i bombardamenti oggi è quella di vendicarsi della popolazione civile per azioni di resistenza. Questo ha un nome: punizione collettiva. E appartiene, nel diritto internazionale, alla categoria dei crimini di guerra.

E ancora, di fronte a queste gravi e ripetute violazioni, gli occidentali rimangono incredibilmente passivi. Ciò dimostra come l’opinione pubblica e gli Stati, da questa parte del pianeta, siano paralizzati dalle azioni di Israele.

Israele si trova in un vicolo cieco, ma ciò non significa che smetterà di dirigersi verso il baratro. Le élite dei sistemi di apartheid sono tanto più pericolose quanto più vengono messe alle strette. Un massiccio e univoco incremento delle sanzioni e una reale consapevolezza da parte della Comunità Internazionale sono mandatorie oggi per un radicale cambio di rotta.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.

Africa Express viene diffuso in tempo reale
sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Benvenuti nel Nuovo Medio Oriente targato Israele

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
1° ottobre 2024

“Divide sunniti e sciiti et impera”: è questo il senso del discorso del premier israeliano Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite venerdì scorso. La stampa italiana si è focalizzata sull’accusa di antisemitismo lanciata contro le Nazioni Unite, viste le 174 sanzioni contro Israele dal 2014 a oggi. Ma il succo del discorso è invece plasmare un nuovo Medio Oriente, partendo dalle contrapposizioni religiose tra chi è contro o a favore della bomba atomica all’Iran. Bomba atomica che Israele ha da anni, ma sottotraccia.

Il discorso per intero è qui

https://www.timesofisrael.com/full-text-of-netanyahus-un-speech-enough-is-enough-he-says-of-hezbollah-also-warns-iran/

il video è qui:
youtu.be/AKZREiWcrpQ

Il nuovo Medio Oriente che immagina Netanyahu è fatto di alleanze tra Egitto, Sudan, Arabia Saudita e India (the Blessing, cioè Benedetti) con scambi di tecnologia, intelligenza artificiale e flussi di turisti. E questi sono i Paesi che combattono per il bene.

La mappa del Medio Oriente “buono” secondo il discorso del premier israeliano alle Nazioni Unite il 27 settembre 202

Dall’altra parte, sicuramente votati al male, ci sono tutti i Paesi (The curse, cioè i maledetti) a maggioranza sciita: Siria, Libano, Iraq e Iran che formano, secondo il governo israeliano, un fronte compatto agli ordini dell’Iran.


“Il mio Paese sta combattendo per la sua sopravvivenza – ha detto il premier alle Nazioni Unite -. Abbiamo sette fronti di guerra aperti in cui Israele si sta difendendo contro l’Iran”. I sette fronti sarebbero: uno, Hamas che “ha invaso Israele il 7 ottobre” e altri sei agli ordini dell’Iran e cioè, gli sciiti dalla Siria, gli houti dallo Yemen, Hamas che combatte a Gaza, Hezbollah che attacca dal Libano, gli sciiti che bombardano dall’Iraq e i terroristi palestinesi in Giudea e Samaria: “Ho una notizia per voi: stiamo vincendo”, ha urlato poi dal palco Netanyhau.

Quindi gli attacchi dei fronti non sono legati al fatto che Israele ha fatto una strage a Gaza come vendetta contro l’attacco di Hamas nel sud di Israele dove sono morte 1.500 persone. La risposta israeliana in un anno di guerra ha ucciso oltre 40 mila persone a Gaza, di cui la stragrande maggioranza civili e in prevalenza donne e bambini che con l’organizzazione di Hamas hanno poco a che fare.

Non parla del fatto che con gli attacchi gli houti e gli altri Paesi chiedevano e chiedono il cessate il fuoco a Gaza. Tutti poi garantivano di sospendere il lancio di bombe in caso di pace. Secondo la propaganda governativa sarebbero guerre mosse da nemici di Israele che vogliono la sua fine. I bombardamenti dell’IDF (Israel Defence Force, l’esercito israeliano) e le missioni speciali in Siria, Libano e Iran per uccidere anche esponenti di Hamas (vedi Haniyeh a Teheran) non vengono menzionati. Secondo l’establishment israeliano, l’Iran è il nemico numero uno perché  “ad aprile per la prima volta ha attaccato direttamente Israele con 300 droni e missili”.

Ma torniamo al nuovo Medio Oriente cui Africa ExPress aveva già dedicato un articolo, perché la stessa mappa, The Blessing, Netanyahu l’aveva mostrata già in un discorso alle Nazioni Unite il 22 settembre 2023, quindi ben prima dell’attacco del 7 ottobre 2023. Il progetto dunque nasce da lontano, dalle contrattazioni degli ultimi quattro anni con l’Arabia Saudita finalizzate a concludere gli Accordi di Abramo, sotto gli auspici degli Stati Uniti.

A settembre (discorso completo: https://www.timesofisrael.com/full-text-of-netanyahus-un-address-on-the-cusp-of-historic-saudi-israel-peace/) Netanyahu disse che “La pace tra Israele e Arabia Saudita creerà un nuovo Medio Oriente” e “oggi ho portato un pennarello rosso per marcare una grande benedizione. La benedizione (The Blessing, nel cartello mostrato all’ONU, ndr) di un nuovo Medio Oriente tra Israele, Arabia Saudita e i suoi vicini”.

Parole rievocate a oltre un anno di distanza la settimana passata: “Questa è la mappa che avevo presentato lo scorso anno. La mappa della benedizione –  dice ora il premier -. La mappa mostra Israele e i partner arabi che formano un ponte terrestre che collega l’Asia e l’Europa. Tra l’Oceano Indiano e il Mar Mediterraneo, attraverso questo ponte, poseremo linee ferroviarie, condutture energetiche e cavi in fibra ottica, e questo servirà a migliorare l’esistenza di 2 miliardi di persone”.

“Ora guardate questa seconda mappa. È la mappa di una maledizione (The Curse, ndr). È la mappa di un arco di terrore che l’Iran ha creato e imposto dall’Oceano Indiano al Mediterraneo. L’arco maligno dell’Iran ha chiuso le vie d’acqua internazionali – quindi scatta la domanda retorica – Volete scegliere la mappa della benedizione della pace e della prosperità per Israele, i suoi partner arabi e il resto del mondo? Oppure quella della maledizione con cui l’Iran e i suoi alleati diffondono carneficina e caos ovunque? Israele ha già fatto la sua scelta. Abbiamo deciso di portare avanti la benedizione. Stiamo costruendo una partnership per la pace con i nostri vicini arabi, combattendo le forze del terrore che la minacciano”.

Da notare che quindi i Paesi sciiti sono tutti cattivi e terroristi (anche se misteriosamente nel fronte pacificato rientra il Sudan nel bel mezzo di una furibonda guerra) e quelli sunniti sono tutti buoni.

Come appare il Medio Oriente ad oggi 2024

Divide et impera: Netanyahu sta sfruttando la contrapposizione tra le due confessioni musulmana (sciiti e sunniti) per acuire le distanze. Fingendo per altro di ignorare l’esistenza di minoranze importanti: ad esempio in Iraq il 61 per cento della popolazione (oggi si calcola 46 milioni di persone) è sciita ma il 34 per cento è sunnita, ci sono il 2 per cento di cristiani e altre minoranze religiose.

Il discorso del premier israeliano quindi più che altro è una preghiera all’Arabia Saudita che insieme alla Giordania dalla guerra di Gaza ha raffreddato i rapporti con Israele. “Per realizzare veramente la benedizione di un nuovo Medio Oriente, dobbiamo continuare il percorso che abbiamo tracciato con gli Accordi di Abramo quattro anni fa – continua il premier – Soprattutto, ciò significa raggiungere uno storico accordo di pace tra Israele e Arabia Saudita. E avendo visto le benedizioni che abbiamo già portato con gli Accordi di Abramo, i milioni di israeliani che hanno già volato avanti e indietro attraverso la penisola arabica sopra i cieli dell’Arabia Saudita verso i paesi del Golfo, il commercio, il turismo, le joint venture, la pace, vi dico, quali benedizioni porterebbe una tale pace con l’Arabia Saudita. Sarebbe un vantaggio per la sicurezza e l’economia dei nostri due Paesi. Stimolerebbe il commercio e il turismo in tutta la regione. Aiuterebbe a trasformare il Medio Oriente in un colosso globale.”

In questo colosso globale, ci sta una guerra contro l’Iran per cambiare sistema di governo (“le nazioni del mondo dovrebbero supportate gli iraniani che vogliono liberarsi di questo regime satanico”), del Libano non è chiaro che cosa succeda e non c’è posto per lo Stato Palestinese. Infatti persino Abbas viene accusato di appoggiare Hamas ed essere un terrorista: “continua a finanziare terroristi che ammazzano israeliani e statunitensi”. E quindi per Gaza in futuro magari passa anche il nuovo canale Ben Gurion in concorrenza con quello di Suez.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.
Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp
https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Alla maratona di Berlino dilaga la marea etiope

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
1° ottobre 2024

Quando manca il gatto (keniano), i topi (etiopi) ballano. Alla cinquantesima maratona di Berlino, domenica, da Nairobi non è pervenuta la leggenda Eliud Kipchoge, 5 volte vincitore. E allora un ventiquattrenne proveniente da una regione di grandi talenti, l’Oromia, Milkesa Mengesha, non si è fatto pregare.

Ha aperto le danze vincendo la prima importante maratona della sua carriera ed esaltando l’atletica del suo Paese, dominatore assoluto a Berlino. E dando all’Etiopia l’ottavo successo dal 1999, mentre le vittorie kenyane sono 17.

Milkesa Mengesha, etiope, ha vinto la gara maschile della BMW Berlin Marathon
Milkesa Mengesha mentre taglia il traguardo

Secondo di 7 fratelli, Milkesa corre per il Sebeta club e a detta del sito Elite Running team è “un carnivoro e ha un grande desiderio: visitare Roma”.

Sapevo di essermi preparato duramente – ha commentato il vincitore, che ha intascato 22600 dollari –. Sono contento di aver migliorato il record personale. Per fortuna ero considerato un outsider e questo mi ha tolto delle pressioni. L’unica paura era che mi succedesse come a Londra in aprile, quando mi sono ritirato per un guaio fisico”.

Più che una razzia è stato un saccheggio quello compiuto dai corridori etiopi l’ultima domenica di settembre, sotto la porta di Brandeburgo. Milkesa primo col tempo di 2.03.17 ha battuto in volata il keniano  Cybrian Kotut, 32 anni, ma il terzo il quinto e il settimo vengono dalle parti di Addis Abeba.

Berlino: l’etiope Tigisti Ketema conquista il primo posto

Nella gara femminile il dominio del grande Paese del Corno d’Africa è stato totale: Tigist Ketema, 26 anni, ha trionfato con un tempo impressionante di 2 ore, 16 minuti e 42 secondi (premio: 20 mila dollari). Alle sue spalle ben tre connazionali Mestawut Fikir, 24 anni, Bosena Mulatie , 22, e Aberu Ayana, 31. La giovane etiope è un volto nuovo nella specialità. A gennaio, era esplosa a Dubai, aveva fatto il tempo di 2.16.07 ( e conquistando 80 mila dollari) e nel 2023 aveva corso la maratona di esordio più veloce di sempre per una donna. “Speravodi fare meglio – ha commentato – ma sono ugualmente soddisfatta e molto contenta di essere venuta a Berlino. Con l’aiuto di Dio sono stata in grado di vincere questa gara”.

Tigist porta un tocco italiano nella manifestazione tedesca: è allenata dal tecnico etiope Gemedu Dedepu, della scuderia di Gianni De Madonna. Al gruppo di campioni di questo manager appartiene anche il keniota Kotut Cybria, allenato da Claudio Belardinelli. Il vincitore invece ha come manager Hussein Makke, che cura anche altri campioni etiopi come Barega, Chebet, Girsma…

In genere dopo la BMW BERLIN-MARATHON (questa la denominazione ufficiale) si parlava di record maschili e femminili, perché si tratta dei 42,195 km più veloci al mondo. E gli organizzatori speravano di festeggiare con qualche impresa eccezionale i 50 anni di “passione, di pura emozione di una piccola gara nata nella foresta di Grunewald e divenuta una maratona globale”. Insomma, volevano una giornata indimenticabile, un festival unico.

E in parte lo è stata: oltre 58 mila gli iscritti di 161 nazioni, dai 286 del 1974 (1700 gli italiani), 4 gli atleti che hanno corso sotto il muro delle 2 ore e 4 (terza volta nella storia e prima a Berlino) e ben 22 runners sotto le 2 ore e 8 minuti. Era successo solo un’altra volta.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
@RIPRODUZIONE RISERVATA

Videocredit: Reuters

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.
Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

Infuriano i combattimenti a Khartoum: l’esercito sudanese alla riconquista della capitale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
30 settembre 2024

Infuria la battaglia a Khartoum. Nelle prime ore di giovedì scorso, le forze armate sudanesi (SAF) hanno lanciato una nuova offensiva per riconquistare la capitale. Dopo una fase di stallo durante il periodo delle piogge, sia SAF che RSF si sono riarmate e riorganizzate, in vista di una nuova fase del conflitto.

Sudan: Khartoum nuovamente sotto le bombe

Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, il de facto presidente e capo dell’esercito, è arrivato due giorni fa nella zona e con un gesto ha fatto capire alle sue truppe della necessità di sconfiggere i paramilitari delle Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, e poi ha aggiunto: “Non abbiamo molto altro da dire”.

SAF sta continuando la sua offensiva nell’area della capitale iniziata a sorpresa giovedì scorso e finora i governativi sono riusciti a riconquistare tre ponti sul Nilo. Dopo essere entrati nella parte settentrionale di Khartoum passando da Omdurman (agglomerato di Khartoum), gli scontri si sono intensificati poi in un’area strategica al centro della metropoli sudanese, vicino al palazzo presidenziale e il comando generale delle forze armate. Secondo alcune fonti, durante i bombardamenti indiscriminati di domenica, che hanno colpito anche case private, sarebbero morte almeno 6 persone; i feriti sarebbero una decina, tra questi anche 4 bambini.

Da quanto si apprende da alcuni quotidiani locali online, altri scontri tra le RFS e SAF sono avvenuti anche a Bahri, uno dei tre agglomerati di Khartoum.

I residenti che vivono in quartieri ancora sotto il controllo delle RSF, da un lato sperano che l’esercito riesca a cacciare i paramilitari, dall’altro però sono spaventati dai combattimenti e temono ripercussioni sulla popolazione civile. Sono stanchi della guerra, iniziata quasi un anno e mezzo fa.

Intanto questa mattina gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato SAF di aver bombardato la loro ambasciata a Khartoum. Il ministro degli Esteri di Abu Dhabi ha sottolineato che l’edificio ha riportato danni seri.

Il governo sudanese ha respinto le accuse e ha puntato il dito contro le RSF, definendo l’attacco alla sede diplomatica degli EAU come “un atto vergognoso e vile”. In precedenza Khartoum ha rinfacciato ripetutamente a Abu Dhabi di aver fornito armi e supporto agli uomini di Hemetti. Imputazione sempre negata dalle autorità emiratine. Ma gli esperti dell’ONU ritengono che le accuse avanzate dal Sudan siano credibili.

Sabato sera molta gente è scesa nelle strada in diverse città del Paese e persino al Cairo (Egitto), dove c’è una massiccia presenza di migranti sudanesi, per incoraggiare l’esercito che sta tentando di liberare lo Stato di Khartoum dall’assedio delle RSF.

L’assalto attuale potrebbe essere una delle operazioni più significative dell’esercito dall’inizio della guerra, scoppiata il 15 aprile 2023. Infatti sin dalla prima fase del conflitto, le RSF stanno controllando saldamente gran parte della città. I paramilitari di Hemetti sono stati accusati di aver commesso gravi abusi contro la popolazione civile della capitale, come il saccheggio di mercati e ospedali, costringendo molti residenti a fuggire per poter confiscare le loro case, per non parlare delle brutali violenze sessuali che hanno dovuto subire moltissime donne e ragazze.

Finora tutti tentativi di mediazione messe in campo dalla comunità internazionale per raggiungere un cessate il fuoco tra i belligeranti, sono sfociate in un nulla di fatto. Eppure al-Burhan giovedì scorso si è presentato all’Assemblea generale dell’ONU come un presidente impegnato per porre fine al conflitto. Intanto si continua a combattere per la vittoria, che pace non è.

Port Sudan: incoraggiamenti della popolazione
all’esercito sudanese

Durante questa infinita guerra, entrambe le parti in causa hanno commesso abusi che potrebbero equivalere a crimini di guerra. Secondo quanto hanno sostento qualche settimana fa gli esperti di una missione delle Nazioni Unite, le potenze mondiali dovrebbero inviare forze di pace e ampliare l’embargo sulle armi per proteggere i civili.

Raramente i conflitti africani trovano spazio nelle prime pagine dei giornali occidentali, eppure in Sudan si sta consumando uno dei peggiori disastri umanitari a memoria d’uomo. Secondo i dati di ACLED (Armed Conflict Location and Event Data Project), ONG con sede negli USA, che si occupa di raccolta dati, analisi e mappatura dei conflitti nel mondo, da aprile 2023 a settembre 2024 sarebbero morte 23.636 persone. Cifra certamente sottostimata. I feriti sarebbero oltre 33.000. In base ai dati di OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR, gli sfollati sono almeno 8,1 milioni e più di 1,5 milioni di persone hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi. E quasi 25 milioni di persone necessitano assistenza umanitaria.

Il 54 per cento degli sfollati sono minori sotto i 18 anni. Nei campi il cibo spesso non basta. Le mamme sono costrette a cercare erbe e fogliame per alimentare i piccoli. Una manciatina a testa, giusto per ingannare il vuoto nello stomaco.

E come se guerra, morte e fame non bastassero, da qualche mese è scoppiata anche un’epidemia di colera. Finora sono stati registrati ufficialmente oltre 15.000 casi, mentre più di 500 pazienti sono morti a causa della malattia. E come diceva Giovanni Pascoli nelle sue Prose: “Piove sul bagnato: lagrime su sangue, sangue su lagrime”.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
@RIPRODUZIONE RISERVATA

Videocredit: Reuters

Vuoi contattare Africa ExPress? Manda un messaggio WhatsApp con il tuo nome e la tua regione (o Paese) di residenza al numero +39 345 211 73 43 e ti richiameremo.
Africa Express viene diffuso in tempo reale sulla piattaforma Telegram al canale https://t.me/africaexpress
e sul canale Whatsapp https://whatsapp.com/channel/0029VagSMO8Id7nLfglkas1R
ai quali ci si può abbonare gratuitamente.

 

https://www.africa-express.info/2024/09/06/la-guerra-infinita-del-sudan-da-oltre-un-anno-la-gente-muore-sotto-le-bombe-e-di-fame/

 

SUDAN: altri articoli li trovate QUI