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Burkina Faso: carneficina jihadista (oltre 100 morti) e il leader della giunta riappare in pubblico e rassicura il Paese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 giugno 2024

Il Consiglio dei ministri del Burkina Faso, previsto in un primo tempo per mercoledì 19 giugno, si è tenuto finalmente questa mattina a Ougadougou, presieduto dal leader della giunta militare, Ibrahim Traoré, al potere dal 2022 dopo un colpo di Stato.

Burkina Faso, Mansila, attacco dei jihadisti di JNIM

Durante l’attacco jihadista dell’11 giugno scorso a Mansila, nel nord-est del Burkina Faso, al confine con il Niger, sono morti oltre 100 soldati burkinbé e parecchi civili. Dopo il sanguinoso assalto sono circolate voci di malcontento da parte delle truppe e Traoré non è più apparso in pubblico per diversi giorni.

La carneficina di Mansila è poi stata rivendicata qualche giorno dopo da JNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), costituito nel marzo 2017. Il movimento ora è guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, tra questi Ansar Dine e Katiba Macina, AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico) e altri.

Durante il Consiglio odierno, il capo del regime militare di transizione ha smentito qualsiasi “sbalzo di umore” all’interno dell’esercito. “Sono notizie false”, ha poi sottolineato Traoré durante un servizio trasmesso dalla TV di Stato RTB. L’intervento del leader del regime militare è stato girato nel cortile dell’edificio dell’emittente RTB, dove il 12 giugno scorso – un giorno dopo la sanguinosa aggressione jihadista a Mansila – era caduto un razzo. La presidenza aveva classificato il fatto come incidente.

E Traoré, che non apprezza le critiche da parte di nessuno, ha nuovamente attaccato i media occidentali, definendoli “bugiardi e manipolatori”. Il 18 giugno scorso, il Consiglio Superiore della Comunicazione (CSC) ha sospeso per sei mesi le trasmissioni di TV5 Monde Afrique e ha multato l’emittente di 50 milioni di CFA (circa 76.500 euro). Già martedì l’esercito aveva negato “sbalzi di umore e voci di ammutinamenti” in alcune caserme.

Oggi il capo del regime militare di transizione ha inoltre spiegato di aver lanciato un’operazione a Mansila subito dopo l’attacco. Peccato solo che finora le autorità di Ouagadougou non abbiano rilasciato nessun comunicato ufficiale per quanto riguarda il bilancio della carneficina nel nord-est del Paese. Una fonte della sicurezza ha fatto sapere che mancano davvero molti soldati all’appello. I distaccamenti militari dispiegati in Burkina Faso comprendono generalmente circa 150 uomini.

Traoré ha poi spiegato che sono arrivati 6 aerei russi Ilyushine dal Mali a Ougadougou, con materiale proveniente dalle ex basi di MINUSMA di Gao e Timbuctù. Secondo alcune fonti attendibili, insieme all’equipaggiamento sarebbero arrivati anche parecchi “istruttori russi”, precedentemente di stanza in Mali.

Ibrahim Traoré, golpista Burkina Faso

Finora nessuna conferma ufficiale sull’arrivo di altri mercenari. I russi sono presenti da tempo nei tre Paesi (Mali, Niger e Burkina Faso) dopo la presa di potere da parte dei militari che hanno dato il benservito ai loro partner occidentali.

Il Burkina Faso, come i suoi vicini del Mali e del Niger, da oltre 10 anni è soggetto a continui attacchi dei terroristi. Finora le aggressioni hanno ucciso 20mila civili, oltre due milioni sono sfollati. Parte dei territori sono ancora fuori dal controllo dello Stato centrale, e, malgrado le forze messe in campo dalla giunta militare ad interim, i jihadisti continuano indisturbatamente le loro aggressioni contro la popolazione e le truppe di Ouagadougou.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgtes
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Altri articoli sul BURKINA FASO li trovate qui

Rapporto ONU piazza l’esercito Israeliano nella lista nera delle organizzazioni terroriste come l’ISIS e Al Qaeda

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
19 giugno 2024

Al pari di Russia, organizzazioni terroriste come ISIS/Daesh, al-Qaeda e Boko Haram, Israele – nella fattispecie le Forze di Difesa Israeliane – è stato incluso nella lista nera dei Paesi per violazioni e abusi contro i bambini nelle zone di conflitto.

Striscia di Gaza [photo credit UNRWA]
Nonostante gli sforzi dello stato israeliano per persuadere António Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, a riconsiderare la risoluzione, la decisione resta valida.

Il rapporto delle Nazioni Unite, ha accertato più casi di crimini di guerra contro i minori nei Territori Occupati Palestinesi che in Repubblica Democratica del Congo, Myanmar, Somalia, Nigeria e Sudan. Sono stati verificati 8.009 gravi violazioni contro 4.360 bambini. Si parla di un aumento del 155% [Children and armed conflict – Report of the Secretary General].

Il rapporto di quest’anno è una lettura triste. Le Nazioni Unite hanno verificato più di 30mila gravi violazioni a livello globale nel 2023, con un aumento del 21 per cento rispetto all’anno precedente. L’aumento allarmante è dovuto alla natura in evoluzione, alla complessità e all’intensificazione dei conflitti armati, nonché all’uso di armi esplosive nelle aree popolate.

L’inclusione di Israele nella lista nera potrebbe indurre, chi continua a mantenere vivi rapporti commerciali con il Paese, a imporre un embargo sulle armi. In effetti il quadro più schiacciante, dal punto di vista morale e legale, è stato il sostegno diplomatico, finanziario e militare, a tutto campo, dell’Occidente all’assalto punitivo di Israele in Palestina.

 

La risposta di Israele è esplicitamente scivolata, ancora una volta, sulla linea della illegalità. Infatti lo Stato potrebbe negare i visti ai funzionari delle Nazioni Unite, impedendo loro di lavorare in Cisgiordania.

Ancora in piena discussione, presso la Corte Penale Internazionale, le accuse contro il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu e quello della della Difesa, Yoav Gallant. Pendenti anche le decisioni della Corte Internazionale di Giustizia che hanno fatto seguito alla richiesta di avvio di un procedimento contro lo Stato di Israele da parte del Sudafrica, per atti di genocidio contro i palestinesi della Striscia di Gaza.

Raphael Lemkin, giurista ebreo polacco, che ha dato il nome a quello che oggi viene definito “genocidio”, aveva ben in mente il suo significato [Free world, 1945]. Quello dell’intento manifesto alla distruzione di un popolo, attraverso una precisa policy e un chiarissimo schema delle condotte di un governo.

Il genocidio è reso possibile dalla disumanizzazione dell’altro. Molti Paesi, disegnati sulle attuali cartine geografiche, sono nati dalle ceneri di violenti massacri, basti pensare agli Stati Uniti contro i nativi d’America, alla Cambogia di Pol Pot contro minoranze etniche e religiose cambogiane, al Canada contro i popoli indigeni.

È estremamente difficile riparare la frattura spirituale commessa da Israele ai danni dei palestinesi. Ricorda, con tutto il suo orrore e la sua ingiustizia, pagine nere della nostra storia, a partire da Sarajevo per arrivare al Rwanda.

L’obiettivo è quello della fine dei doppi standard e della cultura dell’impunità di cui Israele ha goduto per troppo tempo.

Ci si chiede, come si è arrivati a tutto questo? L’errore di partenza è stato quello della tolleranza verso il colonialismo di insediamento di Israele, ancora prima della sua nascita come Stato. La sottrazione arbitraria delle terre palestinesi avveniva già con gli ebrei in fuga dall’Europa nazifascista. E allora il dualismo legale e la conseguente apartheid ha plasmato anni di soprusi.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Addio alla criminalità: la difficile strada verso la normalità di un giovane sudafricano

Dalla Nostra Corrispondente
Elena Gazzano
Città del Capo, 18 giugno 2024

La vita non ha perso tempo nel mettere alla prova Solin Roman. La forza della sua passione per la vita lo ha portato a unirsi alla banda locale quando aveva 19 anni; e la stessa forza lo allontanò da quella crudele esistenza poco prima del suo 21esimo compleanno.

Bande criminali Città del Capo

Ci sono storie che vivono nell’ombra, storie che la cronaca non rivela e che la società preferisce ignorare. In uno degli angoli più tormentati di Città del Capo, incastonato tra le strette vie di Manenberg, si svolge una guerra silenziosa e invisibile. È una guerra che si combatte quotidianamente nei vicoli e nelle case angosciate del quartiere. Solin Roman, con i suoi 21 anni di vita e gli occhi che raccontano storie di tormento e redenzione, è un veterano di questa battaglia.

Seduto davanti al suo schermo, Solin sembra un ragazzo qualunque, uno dei tanti giovani che riempiono le strade di Città del Capo. Ma il suo sguardo rivela una profondità che pochi alla sua età conoscono.

La sua storia inizia come tante altre nel mondo sotterraneo della malavita sudafricana: una famiglia segnata dalla criminalità. Un luogo dove la delinquenza è più di una scelta; offre protezione ed è un’eredità nel suo genere.

Solin Roman: a sinistra, mentre faceva ancora parte della banda criminale

Parliamoci chiaro. Manenberg (un quartiere di Città del Capo, creato dal governo dell’apartheid per le famiglie di colore a basso reddito) non è esattamente il posto che viene in mente quando si pensa alle storie di redenzione. “Non ho scelto di unirmi ad una banda, è la banda che ha scelto me, la passione di restare in vita ha deciso per me”. In questa fogna dimenticata, il crimine è il respiro della vita. “I miei fratelli, i miei cugini, facevano già parte degli Americans“, dice Solin. Gli “americani” controllano ogni angolo di questa sanguinosa realtà. “Unirsi a loro è stato come respirare: una necessità.”

Gli Americans sono una delle gang più temibili di Manenberg, noti per la loro ferocia e il controllo spietato del territorio. Questa zona è il loro impero; non puoi entrare nel quartiere senza il loro permesso… se vuoi andartene via tutto intero.

A 19 anni Solin si unisce alla sua banda, e viene trascinato nel vortice delle attività criminali: rapine, spaccio di droga, violenze. Ogni azione era un passo più lontano dall’innocenza e un passo più vicino verso lo “tshappie” (un tatuaggio che simboleggia a quale banda si appartiene).

Non c’è romanticismo nella sua storia. Gli Americans furono i mentori di Solin per caso e i suoi rapitori per destino. “Avevano il quartiere in pugno, con esso la mia vita”, dice con cruda onestà.

Ecco in un video l’intervista a Solin Roman

Chiamarla scelta sarebbe un’iperbole. Era una trappola inevitabile, un destino già scritto. “Non mi sono mai chiesto se volevo quel tipo di vita, perché non ho mai conosciuto un’alternativa – aggiunge -. Le cose diventavano sempre più difficili a casa. Non c’era abbastanza cibo. Volevo cambiare, magari trovare un lavoro e aiutare mia madre.”

E poi, un cambiamento. Un barlume di speranza. “Robin, un mentore spirituale, mi ha visto in un video sui social media”. Non era un santo con l’aureola, ma un uomo che non accettava di vedere un’altra vita stroncata. “Ha contattato la mia famiglia, ha insistito, ha lottato per farmi entrare nel programma di riabilitazione Sons of God”.

Quando ho iniziato il programma non è stato facile – ammette Solin con lo sguardo perso nei ricordi -. Ma ogni giorno diventava più chiaro che questa era la strada giusta. Prego ogni giorno, per me e per la mia famiglia. Voglio disperatamente fare la differenza.”

La trasformazione di Solin è un viaggio difficile, la strada verso la redenzione costellata di tentazioni e pericoli, dove il passato si manifesta come un’ombra insidiosa, sempre pronta a sussurrarti all’orecchio. Ma Solin è determinato. “In questo momento – spiega – il programma mi ha cambiato fisicamente e spiritualmente. Voglio una famiglia, voglio un lavoro. Sogno una vita normale, lontana dalla violenza”.

La lotta di Solin non è solo contro il suo passato, ma contro un sistema che ha radicato il gangsterismo nel tessuto stesso della sua comunità. Manenberg è un luogo dove il crimine non è solo un’opzione, ma una necessità imposta dalle circostanze. Povertà e mancanza di sicurezza trasformano la vita di molti giovani in una lotteria crudele, dove il biglietto vincente è spesso una condanna penale.

Quando gli viene chiesto del suo ritorno a Manenberg, Solin non mostra paura. “Mia madre è felice per me – dice con un sorriso appena percettibile -. La gente di Manenberg è la mia tifosa numero uno e comincia a capire che il cambiamento è possibile”.

Com’è burlona la vita, presentandoci sfide diverse ad ogni angolo, eppure a volte è la nostra passione ardente che diventa sia il nostro rapitore che il nostro liberatore.

La storia di Solin Roman è un vivido esempio di questa realtà, una testimonianza che il potere della trasformazione e della speranza può raggiungere anche luoghi oscuri come Manenberg.

Elena Gazzano
elenagazzano6@gmail.com
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ONU conferma: i paramilitari sudanesi reclutano milizie in Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 giugno 2024

Dopo 14 mesi di guerra, oltre 12 milioni di sudanesi hanno lasciato le proprie case: di questi più di 9,9 milioni sono sfollati, mentre circa due milioni hanno cercato protezione nei Paesi limitrofi, per lo più in Ciad, Egitto e Sud Sudan, secondo l’ultimo rapporto di OIM (Organizzazione Internazionale per i Migranti). Non dimentichiamoci che dietro queste cifre ci sono persone, famiglie intere, bambini, che a causa del brutale conflitto tra le Rapid Support Forces, capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, e le Forze armate sudanesi (SAF) Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e di fatto capo dello Stato, hanno perso tutto: casa, beni, parenti. Ciò che resta sono distruzione, fame e lacrime.

E’ risaputo che le RSF ricevono rifornimenti tramite Libia, Ciad e Repubblica Centrafricana. Ora arriva anche la conferma da parte degli esperti delle Nazioni Unite: i paramilitari di Hemetti (ex leader dei janjaweed, uomini a cavallo che violentavano le donne, uccidevano gli uomini e rapinavano i bambini) stanno pure reclutando miliziani di gruppi armati dal vicino Centrafrica.

Nel loro rapporto di venerdì scorso, il gruppo di esperti dell’ONU ha evidenziato che Am Dafok, al confine con la Repubblica Centrafricana (RCA), non è solo una linea di rifornimento per le RSF, ma anche un centro di reclutamento di nuovi miliziani pronti a combattere a fianco dei ribelli sudanesi. Già dall’agosto 2023 sono presenti combattenti di Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique (FPRC).

Intanto El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, è ancora al centro di sanguinosi  combattimenti. Secondo Medici Senza Frontiera ormai non esiste più un luogo sicuro nell’intera area. Uomini armati entrano in città, sparando sulla popolazione. Sembra essere l’inferno sulla terra. Settimana scorsa Karim Khan, procuratore della Corte Penale Internazionale (CPI) ha lanciato un appello, chiedendo di testimoniare in relazione alle accuse di crimini commessi in Sudan, in particolare a El-Fasher.

Gli appelli contro l’assedio nel capoluogo del Darfur settentrionale si susseguono. Il 13 giugno scorso il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha adottato una risoluzione redatta dal Regno Unito, che chiede il ritiro immediato di tutti combattenti che minacciano la sicurezza dei civili. La proposta è stata votata da 14 dei 15 membri; sola astenuta: la Federazione Russa.

Abitanti di El Faher, in fuga dai combattimenti

Il Consiglio di Sicurezza ha anche esortato i Paesi a astenersi da interferenze esterne, volte a fomentare il conflitto e l’instabilità, sottolineando inoltre che tutti gli Stati membri, nonché le parti coinvolte nella guerra, devono rispettare l’ embargo sulle armi.

Sia Iran, sia gli Emirati Arbi Uniti sono già stati accusati di aver violato le misure adottate dall’UNO. Con prove evidenti, il primo ha fornito droni alle forze governative, grazie alle quali hanno potuto riconquistare, tra l’altro, la sede dell’emittente di Stato a Khartoum. Mentre è risaputo che gli EAU hanno fornito materiale bellico alle RSF via il vicino Ciad (https://www.africa-express.info/2023/04/17/sudan-dal-ciad-arrivano-i-rinforzi-per-i-janjaweed-sostenuti-da-arabia-saudita-e-emirati/). Un rapporto in tal senso era già stato presentato da esperti in monitoraggio aereo al Consiglio di sicurezza del Palazzo di Vetro all’inizio di quest’anno. Gli EAU hanno sempre respinto queste  accuse.

Intanto peggiora di giorno in giorno la situazione umanitaria nel Paese. Il conflitto è già costato la vita a migliaia e migliaia di sudanesi e sia l’ONU, sia le ONG avvertono da tempo che, secondo le stime, centinaia di migliaia di persone potrebbero trovarsi di fronte a carenze alimentari catastrofiche entro settembre.

Samantha Power, amministratrice di USAID (l’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale), ha fatto sapere settimana scorsa che sono stati stanziati 315 milioni di dollari per aiuti urgenti per il Sudan, perché minacciato da una carestia di proporzioni storiche. La Power ha chiesto alle parti in conflitto di consentire l’accesso agli aiuti umanitari.

Mentre Linda Thomas-Greenfield, ambasciatrice statunitense presso le Nazioni Unite, ha dichiarato ai giornalisti: “Il mondo deve svegliarsi di fronte alla catastrofe che si sta svolgendo sotto i nostri occhi”.

E mentre la popolazione è in ginocchio e gran parte del Paese è in macerie, il governo sudanese ha concesso alla Russia di costruire una base navale a Port Sudan. La questione era già stata discussa anni fa tra Vladimir Putin e l’allora dittatore Omar al Bashir. In seguito le autorità di Khrtoum hanno congelato l’accordo bilaterale, perché a causa dell’instabilità politica il parlamento non è stato in grado di ratificare il trattato. (https://www.africa-express.info/2021/04/30/khartoum-sospende-accordo-bilaterale-con-mosca-per-costruzione-base-navale-a-port-sudan/)

Port Sudan, Mar Rosso

Ora la base navale russa è tornata alla ribalta. Lo ha confermato anche l’ambasciatore sudanese accreditato a Mosca, Mohamed Siraj, durante un’intervista concessa a Sputnik all’inizio del mese. Mentre una decina di giorni dopo il viceministro degli Esteri russo, Mikhail Bogdanov, ha chiarito che sono in corso colloqui con il Sudan in merito a una potenziale base russa sul Mar Rosso, ma ha sottolineato che finora non è stato raggiunto un accordo concreto.

Bogdanov ha anche sottolineato che bisogna aprire urgentemente nuovi dialoghi per porre fine alle ostilità in Sudan.

Se Mosca e Khartoum dovessero raggiungere un’intesa per la base militare sul Mar Rosso, il Cremlino dovrebbe fare un importante cambiamento di rotta. Finora la Russia ha appoggiato le RSF capeggiate da Hemetti, giacchè il gruppo Wagner, molto vicino a Putin, aveva ottenuto diritti minerari per giacimenti auriferi, fonte di valuta estera per la Russia, sotto sanzioni occidentali dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022.

Secondo l’Institute for the Study of War con sede a Washington, in cambio di una presenza navale in Sudan, sembra che il ministro degli Esteri russo si sia impegnata a fornire supporto militare alle Forze armate sudanesi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Molti altri articoli sul SUDAN li trovate qui

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Perché Africa ExPress e Senza Bavaglio? Perché c’è bisogno di un giornalismo nuovo

Grazie a Simona Ali Seminara e Futzum Hurui, Africa Express e Senza Bavaglio hanno realizzato una serie di tre podcast per spiegare il perché delle nostre e testate online: Africa Express si occupa dei problemi di un continente dimenticato e dei problemi del Medio Oriente, più che mai importanti in questo momento. Senza Bavaglio invece affronta i problemi dell’informazione, dilaniata da disinformazione, propaganda e interessi diversi da quelli dei lettori, degli spettatori e degli ascoltatori e insidiata dalla concorrenza, non sempre onesta e corretta, dei social.

I mass media, da noi come in Africa e in Medio Oriente, devono essere riportati alla loro funzione originaria fatta di prestigio, autorevolezza e controllo delle fonti. L’importanza dell’informazione è fondamentale in una democrazia e non deve subire i condizionamenti della politica e dell’economia. Noi crediamo che come a suo tempo la Rivoluzione Francese ha sancito la separazione tra i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario (principio ormai accettato dalle società più moderne), i nuovi traguardi della democrazia devono separare il potere politico, quello economico e quello dei media. Siamo visionari, lo sappiamo, ma i giornalisti dovrebbero sempre guardare avanti e non indietro.

Quello che noi cerchiamo di fare è ricondurre l’informazione sui binari della correttezza, della lealtà e dell’onestà, anche intellettuale. Non facendo sconti a nessuno ma guardando tutti negli occhi, a testa alta e con la schiena dritta. Per noi non solo slogan. Non vi nascondiamo che spesso quando abbiamo incontrato in Africa, satrapi, cleptocrati, leader religiosi, capi guerriglieri, miliziani, alti ufficiali di eserciti e polizia, insomma delinquenti e assassini, o nel nostro mondo, approfittatori, avvoltoi sciacalli, strozzini, mentitori seriali, opportunisti speculatori, trafficanti, gente che si è arricchita al limite della legalità, ci siamo chiesti: “Ma ne vale la pena? Non sarebbe meglio insegnare ai nostri figli a comportarsi da furbetti, sfruttando le situazioni a nostro vantaggio, abbandonando gli altri al loro destino?”

Abbiamo sempre risposto di no, il sentimento della solidarietà ci ha sempre imposto di lottare per migliorare le condizioni dei più deboli. Lo facciamo in Africa, in Medio Oriente, ma anche nel nostro mondo.

Sudafrica: Ramaphosa rieletto in Parlamento presidente per un secondo mandato

Dal Nostro Corrispondente
Elena Gazzano
Città del Capo, 16 giugno 2024

Cyril Ramaphosa è stato rieletto presidente del Sudafrica, consolidando la sua leadership in un momento di grandi cambiamenti per il Paese. La sua conferma, avvenuta due settimane dopo il voto nazionale, è stata ratificata durante la prima seduta della 7ª Assemblea Nazionale al Cape Town International Convention Centre (CTICC), anche se era orami una conclusione scontata.

Nel suo discorso di accettazione, Ramaphosa ha cercato di rassicurare i membri del parlamento e la nazione: “Questo è l’inizio di una nuova era. Il Sudafrica è cambiato profondamente dai risultati delle elezioni del 2024, e le decisioni che abbiamo preso sono nel miglior interesse del nostro Paese. Lavoreremo insieme per un Sudafrica più giusto e prospero.” Ma le sue parole, per quanto benintenzionate, hanno sollevano una questione molto critica: queste promesse saranno mantenute o si dissolveranno come fumo nel vento politico sudafricano? Le divisioni profonde, le accuse di corruzione, e le alleanze instabili sono dei giganti che minacciano di paralizzare il governo prima ancora che possa iniziare a lavorare.

Finalmente, due settimane dopo le elezioni nazionali, il Sudafrica ha un nuovo governo. La settima Assemblea nazionale ha tenuto la sua prima seduta al CTICC, dove i membri del parlamento hanno prestato giuramento e tenuto discorsi: a tratti, sembravano più episodi di un dramma politico che momenti di vera leadership.

Sudafrica: prima seduta del Parlamento dopo le elezioni

Non si è potuto non notare l’assenza del partito MK (Mkhonto we Sizwe), la cui sedia vuota riecheggiava il malcontento e le accuse di frode elettorale. Un gesto simbolico, certo, ma che lascia poco spazio all’immaginazione sulla serietà di questo partito.

I due raggruppamenti politici, African National Congress (ANC) e Democratic Alliance (DA) hanno infine siglato un accordo per formare un governo, un’alleanza che potrebbe sembrare un matrimonio di convenienza o un patto del diavolo. John Steenhuisen, leader di DA, e Fikile Mbalula, segretario generale di ANC, hanno confermato l’accordo con una calma che a malapena nascondeva l’urgenza della situazione.

Questi eventi hanno segnato un’importante svolta: il Sudafrica ha ora un governo di coalizione, non di maggioranze. L’epoca dei partiti dominanti sembra essere giunta al termine.

Il Palcoscenico del CTICC: Un Nuovo Capitolo o un Vecchio Film?

I discorsi di congratulazioni si sono rapidamente trasformati in piattaforme di frecciatine politiche e dichiarazioni programmate. Il leader della DA, John Steenhuisen, visibilmente soddisfatto, ha dichiarato: “Oggi è un giorno storico per il nostro Paese e penso che sia l’inizio di un nuovo capitolo. Un nuovo capitolo di costruzione, cooperazione, e di mettere il nostro Paese e i suoi interessi al primo posto.” Eppure, queste parole suonavano vuote per molti, viste le alleanze precarie e le promesse spesso infrante del passato. Difficile non vedere in queste affermazioni un certo grado di ipocrisia, considerato che proprio la DA ha spesso accusato l’ANC di essere incapace di governare efficacemente.

Dall’altra parte, Julius Malema, leader di’EFF (Economic Freedom Fighters), ha mantenuto il suo solito tono provocatorio: “Abbiamo contestato perché volevamo dimostrare al Sudafrica che non siamo d’accordo con questa unione che consolida il potere monopolistico bianco sull’economia e sui mezzi di produzione in Sudafrica. Questo matrimonio cerca di minare il cambiamento delle relazioni di proprietà nel paese. La storia vi giudicherà e lo farà duramente.” Le sue parole incendiarie, hanno messo in luce le profonde divisioni che ancora segnano il tessuto sociale e politico del Sudafrica. Malema ha sempre giocato il ruolo di guastafeste, ma in questa occasione, le sue critiche hanno risuonato con una verità scomoda per molti.

Nel frattempo, l’IFP, con un approccio più moderato, ha espresso supporto, ma con riserve. “L’IFP è pronta a servire nel governo di unità nazionale, sapendo che il Sudafrica è completamente cambiato dai risultati delle elezioni del 2024. Entriamo nella GNU con mente aperta e occhi ancora più aperti. Sosterremo ogni decisione giusta del Presidente, ma dove dobbiamo dissentire, lo faremo e avanzeremo valide ragioni.” Parole che riflettono un cauto ottimismo ma anche un velato scetticismo.

Il parlamento, riunito nel Cape Town International Convention Centre, ha visto discorsi che oscillavano tra l’entusiasmo della cooperazione e la critica amara ad “alleanze forzate”.

Il segretario generale dell’ANC, Fikile Mbalula, ha annunciato che “la maggior parte dei partiti è stato concorde sulla creazione di un governo di unità nazionale. Questo includerà la cooperazione nei rami esecutivo e legislativo.” Tuttavia, questo primo incontro dell’Assemblea Nazionale ha messo in evidenza la fragile alleanza che tiene insieme il nuovo governo del Sudafrica. Con una scena politica così frammentata, le vere intenzioni dietro le mosse di ogni partito rimangono avvolte nel mistero. La cooperazione sarà davvero possibile, o ci troviamo di fronte a un governo destinato a crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni?

La democrazia sudafricana, giovane e fragile, è ora messa alla prova come mai prima d’ora. La capacità dei suoi leader di navigare attraverso questo periodo tumultuoso determinerà non solo il futuro politico del paese, ma anche il suo tessuto sociale ed economico. Questo momento potrebbe essere un’opportunità di crescita e maturazione, o il preludio di un declino inarrestabile.

Il Sudafrica, una nazione di incredibili contrasti, si trova di fronte a una fase cruciale della sua esistenza. Le promesse di unità e progresso sono allettanti, ma la realtà delle divisioni etniche, economiche e politiche rimane un fardello pesante. Saranno le alleanze politiche in grado di sopravvivere alle pressioni interne ed esterne? E le promesse di cambiamento, si tradurranno in azioni concrete? Oppure dovremmo prepararci ad un’ era di conflitti e delusioni?

Elena Gazzano
elenagazzano6@gmail.com
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“La Tanzania non rispetta i diritti umani dei Masai”: l’Europa cancella i finanziamenti per la conservazione

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
16 giugno 2024

Parte dei 18 milioni di euro di finanziamenti dell’Unione Europea stanziati per la conservazione della natura in Tanzania sono stati cancellati.

I finanziamenti al solo Kenya

La Commissione europea ha deciso di tagliare i fondi al Paese dell’Africa orientale perché non rispetta i diritti umani come previsto dal progetto “NaturAfrica”. Tutto l’importo stanziato verrà devoluto al solo Kenya, anch’esso parte del progetto.

In un comunicato, Survival International – organizzazione che difende i diritti dei popoli indigeni – accusa il governo tanzaniano di violenze contro la popolazione Masai.

“I Masai sono vittime di violenti sfratti. Vengono espulsi dalle loro terre ancestrali per far spazio al turismo della conservazione e alla caccia ai trofei”, accusa Survival. “L’intero modello di conservazione in atto nell’Africa orientale si basa sul furto brutale delle terre indigene – spiega Caroline Pearce, Direttrice generale di Survival International -. Creano aree protette come parchi nazionali e zone di caccia ai trofei con la complicità di WWF e Frankfurt Zoological Society (FZS”).

 

Delegazione masai all'Unione Europea
Delegazione masai all’Unione Europea (Courtesy Survival International)

Gli sfratti dalle terre ancestrali e la distruzione delle case e delle cose continuano ad esserci nonostante, secondo ripetute sentenze giudiziarie, siano illegali. Violenze non condannate nemmeno da FZS e WWF che vantano una lunga storia di collaborazione con il governo tanzaniano nel campo della “conservazione. Invece, alcuni di questi sfratti, serviranno alla creazione di nuove aree di caccia ai trofei per la famiglia reale di Dubai.

Negli ultimi decenni la popolazione Masai è raddoppiata: oggi o membri di questa popolazione di origine nilotica, sono  200 mila. Di questi, circa 70 mila sono in pericolo di sfratto.  Espulsi dal Parco del Serengeti, sono finiti nell’area di Ngorongoro e ora vengono espulsi anche da lì.

Protesta Masai
Protesta della popolazione Masai contro gli sfratti forzati

Parole preoccupanti dalla presidente tanzaniana

Ora i Masai sono preoccupati anche dalle parole pronunciate dalla presidente Samia Suluhu Hassan. Durante uno dei primi discorsi del suo insediamento, nel 2021, ha dichiarato: ”…Avevamo concordato che le persone e la fauna selvatica potessero convivere, ma ora il numero delle persone sta superando quello della fauna selvatica”.

Parole che hanno allarmato il popolo Masai perché, dagli sfratti forzati di cui sono vittime, credono che si stesse riferendo a loro.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Masai della Tanzania vittime della “conservazione” con sfratti forzati e violenze del governo

Trionfo dei Masai in Tanzania: cancellate le accuse di omicidio contro 24 loro leader

Kenya, il popolo Sengwer sfrattato teme il genocidio in nome della conservazione della natura

I Pigmei del Camerun ai reali britannici: “Aiuto! Siamo vittime di violenze quotidiane”

 

Dopo Wwf, Survival denuncia Zoo del Bronx per violazione dei diritti umani dei pigmei

Tra le macerie di Gaza una ragazza con la chitarra racconta in musica le sofferenze dei palestinesi

Dalla Nostra Corrispondente
Elena Gazzano
Città del Capo, 14 giugno 2024

A Gaza, dove il crepitio delle esplosioni e il ronzio continuo dei droni scandiscono il ritmo di ogni giorno, una giovane donna offre una resistenza silenziosa attraverso la sua chitarra.

Rahaf Nasser

Rahaf Nasser, una studentessa di medicina costretta ad abbandonare i suoi studi a causa della devastazione, usa la musica per cercare di preservare un senso di umanità e normalità per i bambini che vivono in un contesto di guerra continua.

Rahaf ha descritto con parole semplici ma potenti il dramma che la sua famiglia e i suoi vicini sono stati costretti a vivere. “Ho perso tutti i miei ricordi, tutti i miei giocattoli d’infanzia, la mia casa, quindi sono venuta qui senza nulla. Non abbiamo potuto portare niente con noi. Ho lasciato lì tutti i miei strumenti musicali, così ho preso in prestito la chitarra di un amico di mio padre,” ha spiegato, rivelando il trauma della perdita e della separazione che accompagna l’esilio forzato.
https://youtu.be/H0u_FjoJkR4
https://www.youtube.com/watch?v=H0u_FjoJkR4

La musica di Rahaf non è solo un rifugio personale, ma un mezzo per comunicare al mondo il desiderio di vivere dei palestinesi. “Uso la musica per trasmettere il mio messaggio e la mia voce al mondo intero. I nostri bambini amano giocare come i bambini fuori da questa terra. Certe persone pensano che amiamo morire, che amiamo la situazione in cui ci troviamo, ma è sbagliato. I nostri bambini amano vivere, amano essere vivi, giocare tra loro. Qui non possiamo fare nulla di tutto ciò.”

È disgustoso e profondamente tragico che giovani anime come Rahaf siano arrivate a pensare che il mondo li consideri così disumanizzati da supporre che essi abbiano abbracciato la loro condizione di sofferenza e morte. La protesta di  Rahaf sfida una percezione ripugnante, invece di riconoscere questi giovani individui come un riflesso del nostro comune desiderio di vita, siamo colpevoli di averli ridotti a una mera astrazione che subisce passivamente la propria distruzione.
I bambini di Gaza
La testimonianza di questa giovane mette in luce una realtà straziante: il desiderio di normalità e di pace è l’unico desiderio in questo luogo devastato. La sua decisione di abbracciare la musica come strumento di resistenza e comunicazione riflette una lunga storia di come l’arte possa servire come mezzo di coesione sociale e di protesta. La chitarra di Rahafa cerca di creare una connessione umana e di solidarietà tra le rovine.
L’utilizzo della musica per scopi umanitari e politici non è nuovo, ma l’approccio di Rahaf offre un esempio particolarmente rilevante di come la cultura può resistere alla disumanizzazione della guerra. Mentre la musica è stata strumentalizzata in passato per fomentare odio o come arma psicologica, come nel caso delle fanfare naziste o nelle pratiche di tortura a Guantanamo Bay, l’uso che ne fa Rahaf è fondamentalmente diverso.
https://www.africa-express.info/2023/07/23/quando-jane-birkin-fece-sognare-gaza/

Le sue note non cercano di manipolare
, ma di guarire, non di dividere, ma di unire.
Nel contesto dell’attuale conflitto, le melodie di Rahaf si ergono come una denuncia silenziosa dell’orrore quotidiano che i civili di Gaza devono affrontare. È un richiamo a riconoscere l’umanità dei palestinesi al di là delle narrazioni dominanti che spesso li riducono a semplici vittime o aggressori. La giovane utilizza la sua chitarra per offrire una narrazione alternativa, che celebra la vita e la resilienza nonostante l’oppressione.
Un paragone illuminante può essere tracciato con la lotta contro l’apartheid in Sudafrica. Durante quel periodo, la musica e le canzoni di protesta giocarono un ruolo cruciale nel mobilitare le masse e nel tenere viva la speranza di un cambiamento. Canzoni come “ASIM’BONANGA” divennero simboli di resistenza e di unità nazionale. La musica, come nel caso di Rahaf, servì a mantenere la coesione sociale e a promuovere un’identità collettiva di lotta e resilienza contro un nemico comune.
Nella storia di Rahaf e della sua chitarra, ci viene ricordata la resilienza dello spirito umano anche di fronte a un’intensa disperazione. La sua musica non solo offre conforto ai bambini di Gaza, ma rappresenta anche un toccante rimprovero alle condizioni disumane perpetuate da decenni di conflitto. Mentre le potenze occidentali rimangono compiacenti o attivamente complici nelle sofferenze inflitte ai palestinesi, la chitarra di Rahaf risuona come un’accusa vibrante contro l’indifferenza e l’ipocrisia internazionale, mettendo a nudo l’urgente necessità di una giustizia reale che le parole politiche finora non sono riuscite a garantire.
“Cerchiamo di resistere, ma veniamo spazzati via.”

Elena Gazzano
elenagazzano6@gmail.com
https://www.instagram.com/elena.gazzano/
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Quando Jane Birkin fece sognare Gaza

Agli Europei oro, argento e bronzo grazie anche alla nazionale multietnica

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
13 giugno 2024

Figli, fratelli e sorelle d’Italia? Sì, ma (solo) quando torna comodo. Il “nero”, o lo “straniero”, va di moda, è amato ed esaltato (solo) quando porta lustro all’azzurro. Un azzurro spesso più duro da conquistare del K2. La conferma si è avuta ai XXVI campionati Europei di Atletica Leggera conclusisi la notte di mercoledì 12 giugno a Roma.

Marcell Jacobs

Gli ori di Marcell Jacobs (100 metri), di Yemaneberhan Crippa (mezza maratona), di Nadia Battocletti (5 e 10 mila metri), gli argenti di Ali Chituru (100 metri) e Larissa Iachipino (salto in lungo) e i bronzi di Catalin Tecuceanu (800 metri) e Zaynab Dosso (100 metri) e le ottime prestazioni, seppure non premiate da medaglie, di altri atleti quali Ayomide Folorunso (400 ostacoli), Ahmed Ouhda (10 mila metri), Chiebuka Emmanuel Ihemeje (salto triplo), Osama Zoghlami, (3000 siepi); Eyob Faniel (mezza maratona); Dariya Derkach (triplo), Daria Kaddari (200 metri), Eyob Faniel e Sofiia Yaremchuk (mezza maratona) sono il frutto di una meravigliosa “sostituzione etnica”, (come direbbe un certo Lollobrigida).

Medaglie figlie di sangue misto o …addirittura straniero! Dalla Giamaica all’Etiopia, dal Marocco alla Tunisia, dal Texas alla Costa d’Avorio, dall’Ucraina alla Nigeria: i 116 atleti che la Federazione Italiana di Atletica Leggera aveva selezionato per la manifestazione romana hanno formato veramente una nazionale multietnica.

Zaynab Dosso

Tra gli ultimi a scendere in pista, nell’ultima giornata, sono stati la figlia d’arte Larissa Iapichino, 21 anni, toscana con antenati giamaicani e due ventisettenni dell’Esercito italiano, “un vicentino”, (1500 metri) e un “bergamasco” della Val Seriana, (10mila metri). Il primo si chiama Ossama Meslek, è laureato in Ingegneria meccanica ed è nato a Vicenza da genitori marocchini. Il secondo fa di nome Ahmed Ouhda, è nato ad Ait Ali Ouhassou (Marocco meridionale). Nel 2004 è arrivato a Gromo (Bergamo, alta Val Seriana): qui lavorava il papà. Anche Emmanuel Ihemeje, 26 anni, figlio di nigeriani, nato a Carrara, è di casa nella Bergamasca.

Larissa Iapichino

La sera prima, martedì, aveva calcato le scene dell’Olimpico Nadia Battocletti, 24 anni, trentina volante, bianca che più bianca non si può. Il papà Giuliano è della Val di Non, ma spesso ci scordiamo della mamma, Jawara Saddaougui, marocchina.

Fratelli e sorelle d’Italia, ora. Ma quale Italia? Ali Armah Chituru, nero che più nero non si può, è nato a Como da madre nigeriana, papà ghanese, adottato da una famiglia comasca. È il nuovo colosso (in tutti i sensi, alto 1.98 pesa quasi 100 chili) della velocità. Con il tempo di 10”05. Ali è il quarto italiano più veloce di sempre. A Roma è stato battuto per un soffio dal navigato campione Marcel Jacobs (padre texano). Ali all’istituto tecnico lariano ha studiato amministrazione, finanza e marketing. È perfino di fede cristiana (!), scrivono le biografie ufficiali e dal 2020 fa parte delle Fiamme Gialle. Insomma, un italiano doc, si direbbe. La cittadinanza è giunta però solo a 18 anni, il che gli ha impedito il tesseramento per la Nazionale e la partecipazione a diverse competizioni.

Secondo i dati Cinformi (Centro informativo per l’Immigrazione), i figli nati da entrambi genitori stranieri sono 53.079 (26.815 in meno rispetto al 2012) e costituiscono il 13,5 per cento del totale dei nati nel 2023. Quelli nati da coppie miste sono passati dai 28.111 del 2012 ai 29.137 del 2022. Quale meraviglia, allora, che lo sport sia sempre più lo specchio di questa realtà? Eppure, c’è chi sproloquia, ad esempio parlando della ventiseienne pallavolista Paola Egonu: “Italiana di cittadinanza, ma è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità”.

Che dire allora dei gemelli Osama e Ala Zoghlami, classe 1994? Il primo è militare dell’Aeronautica, il secondo delle Fiamme Gialle. Osama lunedì notte nella finale dei 3 mila siepi ha tentato un’impresa folle: vincere la durissima gara (era arrivato terzo nei precedenti europei di Monaco) scappando dopo 600 metri e correndo da solo per più di un km! La storia dei gemelli aiuta a capire quanto sia difficile ottenere la cittadinanza per chi, pur sentendosi “italiano al cento per cento”, abbia genitori stranieri.

Osama e Ala, originari di Tunisi, all’età di 2 anni, sono venuti con la famiglia a Valderice (Trapani). Qui Osama, a 9 anni, ha cominciato a correre per scherzo fino a quando non lo ha notato Enrico Angelo, un insegnante di educazione fisica. Ala, invece, per il mezzofondo ha rinunciato alla carriera da calciatore. Nel 2012 sono andati a Palermo per allenarsi a tempo pieno, quando stavano portando a termine l’Istituto tecnico per attività sociali. Sono cresciuti senza poter vestire la maglia azzurra nelle categorie giovanili, fino alla fatidica maggiore età.

Nel 2013, (finalmente!) è arrivata la cittadinanza. I due fratelli hanno confessato: “Ci sentivamo italiani fin da bambini, ci siamo integrati benissimo sin dalle elementari e l’aver praticato uno sport ha facilitato questo percorso”.

Nella finale dei 3 mila siepi, quella sera di lunedì, c’era anche Yassin Bouhi, finanziere pure lui e pure lui italiano di seconda generazione. Yassin è nato infatti a Reggio Emilia il 24 novembre 1996, da genitori marocchini. Yassin ha cominciato a correre a 13 anni, si è diplomato all’istituto tecnico (indirizzo relazioni internazionali) e si è confermato un mezzofondista di ottimo livello, oltre che musicista con il nome d’arte “Buio”.

Per non parlare dell’italiana più veloce di sempre, Zaynab Dosso, e della sua compagna velocista Dalia Kaddari. Zaynab è il fulmine nazionale con 11’02” sui 100 metri; ha visto la luce a Man (Costa d’Avorio) il 12 settembre 1999 e ha scoperto l’Italia nel 2009. Quando i genitori sono partiti per l’Italia, Zaynab aveva tre anni ed era stata affidata ai nonni.  Dopo 7 anni trascorsi a Rubiera (Reggio Emilia), è divenuta “tricolore”.

Dalia Kaddari italo-sarda-magrebina è un’altra valida sprinter. Nata 23 anni fa a Cagliari da mamma isolana e papà marocchino (Hassan, noto per tutti Sandro a Quartu Sant’Elena dove vive) si è fatta notare anche fuori pista: è stata Miss Quartu nel 2016. Purtroppo per guai fisici, a Roma, entrambe si sono dovute fermare in semifinale.

C’è poi chi ha tenacemente perseguito la maglia azzurra della nazionale. E’ Darya Derkack, 31 anni, saltatrice in lungo e nel triplo. Nata nel 1993 in Ucraina, dal 2002 ha la residenza con la famiglia a Pagani. A causa delle norme in vigore, Dariya non ha potuto gareggiare con la maglia azzurra fino al 2013. Nel frattempo, aveva rifiutato importanti richieste di tesseramento dal suo Paese, dal Qatar e dalla Spagna.

“Voglio indossare la maglia azzurra, gli altri colori non mi interessano”, ripeteva. E alla fine ce l’ha fatta.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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I nuovi padroni del Burkina Faso arrestano lo zio ottantenne di Thomas Sankara, il presidente sognatore

Africa ExPress
12 giugno 2024

Ieri alle 05.30, appena tornato a casa dalla moschea dopo la prima preghiera del mattino, è stato arrestato l’ottantenne El Hadj Mousbila Sankara, zio di Thomas Sankara, ex presidente del Burkina Faso, assassinato nel 1987: il visionario che aveva sognato di affrancare il suo Paese dalla dipendenza del neocolonialismo.

El Hadj Mousbila Sankara, zio ottantenne di Thomas, ucciso nel 1987

Gli agenti dell’ANR (Agence Nationale de Renseignement), uomini dell’intelligence burkinabé, si sono presentati a casa dell’anziano signore, chiedendogli di seguirlo. I parenti, attoniti e increduli, hanno giusto potuto consegnare i medicinali al congiunto, perché potesse continuare a curarsi.

Prima di portare via il vecchietto, gli agenti hanno rassicurato i parenti che sarebbe tornato non più tardi alle 2 del pomeriggio, ma dal momento del suo arresto senza accuse, i congiunti non hanno più avuto sue notizie.

Il motivo del suo arresto – senza accuse ufficiali – sembra evidente. A metà maggio El Hadj Mousbila Sankara, ex sindacalista, aveva scritto una lettera aperta al presidente di fatto della giunta militare di transizione, Ibrahim Traoré, criticando la gestione del Paese e invitandolo a risolvere alcuni dei problemi più impellenti. La critica investe il mancato rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori e la repressione delle libertà di pensiero e di espressione.

Si sa, i golpisti non amano le critiche, nemmeno se queste provengono da un anziano saggio, molto attivo durante la rivoluzione sankarista.

Dalla fine di maggio non si hanno più notizie di Arouna Louré, un medico anestesista, nonché attivista del movimento Assemblement pour le Salut National (RSN), un gruppo di intellettuali, giornalisti e militanti politici, molto critici nei confronti dell’attuale governo. Come riporta RFI, il medico sarebbe stato avvicinato da alcuni uomini in abiti civili mentre si stava spostando da un ospedale a un altro.

Nel settembre 2023, Louré è stato uno dei primi ad essere arruolato forzatamente nell’esercito per tre mesi, dopo aver espresso pubblicamente le sue opinioni sull’attuale regime.

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La giunta militare del Burkina Faso non accetta critiche: BBC e Voice of America sospesi per due settimane

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