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Aerei ed elicotteri: la Nigeria in vena di shopping per la gioia del colosso delle armi Leonardo

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
Ottobre 2024

Nei prossimi mesi, 34 tra aerei ed elicotteri d’attacco di Leonardo SpA saranno consegnati all’Aeronautica Militare della Nigeria che li impiegherà nella guerra contro le milizie islamiche radicali nelle regioni settentrionali del Paese.

Nigeria acquista nuovi M346 da Leonardo

La notizia della maxi-commessa di velivoli made in Italy è stata data dall’ufficio stampa delle forze aeree nigeriane a conclusione della visita ufficiale a Roma di una delegazione dei ministeri della Difesa e delle Finanze di Abuja, guidata dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, Hasan Abubakar.

Rappresentanza a Roma

Nella capitale, la rappresentanza nigeriana ha incontrato i massimi dirigenti del gruppo Leonardo nei cui stabilimenti si stanno producendo i sistemi bellici.

“L’incontro mirava a finalizzare gli accordi per l’acquisizione di 24 caccia M-346 per l’attacco terrestre e di altri 10 elicotteri multiruolo AW-109 Trekker, oltre ai due già acquistati”, ha spiegato l’ufficio stampa dell’Aeronautica Militare nigeriana.

Elicottero AW-109 Trekker di Leonardo Spa

Il capo di Stato maggiore Hasan Abubakar ha confermato che i primi tre M-346 saranno consegnati da Leonardo all’inizio del 2025; entro la metà del 2026 dovrebbe invece completarsi la produzione dell’ultimo lotto dei caccia.

Per quanto riguarda invece gli elicotteri Trekker, due sono già in possesso dell’Aeronautica nigeriana, mentre gli altri 10 saranno consegnati entro i primi mesi del 2026.

Rinnovamento flotta

“Le acquisizioni degli M-346 e dei Trekker sono elementi chiave per il rinnovamento della flotta dell’Aeronautica in accordo con la filosofia dei nostri comandi operativi – ha aggiunto Abubakar -. Essa risponde alla necessità di trasformare le forze aeree nigeriane dando loro maggiore agilità e resilienza, enfatizzando l’ottimazione delle strutture e una rafforzata capacità operativa”.

L’esponente di vertice delle forze armate ha inoltre raccomandato l’istituzione di un Ufficio per la gestione del programma con Leonardo per supervisionare la collaborazione e “garantire un’armoniosa implementazione del programma”.

Hub per la manutenzione

Hasan Abubakar ha espresso infine la necessità che venga realizzato in Nigeria un hub per la manutenzione dei velivoli “onde fornire il supporto a lungo termine, soprattutto per i caccia M-346”.

Secondo il Comando dell’Aeronautica Militare nigeriana, “grazie alle caratteristiche delle missioni aria-aria e aria-terra, l’M-346 rafforzerà significativamente le capacità di combattimento aereo della Nigeria”.

“Per quanto riguarda invece l’elicottero AW-109 – aggiunge l’Aeronautica – esso rafforzerà i ruoli di supporto al combattimento come Combat Search and Rescue, trasporto aereo tattico ed evacuazione medica, tra gli altri compiti assegnati”.

Aerei contro terroristi

Nel commentare l’ordine dei mezzi di guerra prodotti da Leonardo, l’agenzia Reuters ha sottolineato come la Nigeria stia accrescendo visibilmente le proprie spese militari soprattutto per contrastare gli attacchi dei gruppi armati negli Stati nord-occidentali e le organizzazioni armate radicali di Boko Haram e dell’Islamic State West Africa Province (ISWAP) nel nord-est.

Le operazioni di guerra aerea delle autorità nigeriane stanno però causando innumerevoli vittime tra i civili, generando pesanti critiche tra gli operatori umanitari e le organizzazioni non governative in difesa dei diritti umani.

Capo di Stato maggiore dell’aeronautica nigeriana, Hasan Abubakar

I caccia M-346 sono stati ordinati dal ministero della Difesa nigeriano nel 2023. Il valore stimato della commessa è di 1,2 miliardi di euro; oltre alla fornitura di 24 velivoli, Leonardo assicurerà la loro manutenzione in Nigeria per 25 anni.

Stabilimento di Vengono

Gli M-346 sono in via di realizzazione nello stabilimento di Venegono Inferiore (Varese). Si tratta di una versione modificata del caccia-addestratore avanzato M-346 del tipo “light combat”, con capacità multiruolo per missioni di supporto aereo avanzato, anche in aree urbane, e interdizione sul campo di battaglia e ricognizione tattica.

Lunghi 11 metri e mezzo e con un’apertura alare di 10,14 metri, i caccia possono volare a una velocità massima di 1.865 Km/h, a una quota operativa di 13.715 metri. Saranno equipaggiati con il radar a scansione meccanica multi-mode Grifo sviluppato dalla stessa Leonardo e con il sistema di “difesa passiva” DASS.

Tipologie di armamenti

Gli M-346 possono adottare diverse tipologie di armamenti e carichi esterni, tra cui cannoni e munizionamenti aria-aria e aria-superficie.

Secondo Ares Difesa la lista degli armamenti utilizzabili include le bombe a guida laser GBU-12 e 16 Paveway II, Lizard 4 e Teber (250 lb) LGB, le bombe a guida GPS JDAM GBU-38 e 32 nonché Lizard 2 a guida GPS/LGB e GBU-49. Altri carichi di munizionamento avanzato prevedono le Small DiameterBomb (SDB) e Spice (250 lb), i missili aria-suolo “Brimstone” e i missili aria-aria AIM-9L/M e IRIS-T.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Forze armate della Nigeria alle prossime guerre con i caccia “leggeri” dell’italiana Leonardo SpA

Il New York Times accusa: Israele usa i palestinesi come scudi umani

 

Speciale per Africa ExPress
Alexander Ottone
16 ottobre 2024

Sullo sfondo del mandato internazionale di cattura a carico del primo ministro israeliano per violazione del diritto internazionale in termini di Law and Order, il New York Times riferisce dettagliatamente: dopo che i soldati d’Israele hanno trovato Mohammed Shubeir nascosto con la sua famiglia all’inizio di marzo, lo hanno posto con violenza sotto sequestro per un periodo di 10 giorni, prima di rilasciarlo senza formale accusa (stando al straziante racconto del ragazzo). E durante la terribile detenzione, sempre secondo Shubeir, i soldati lo avrebbero usato come scudo umano.

Palestinesi usati come scudi umani dai militari israeliani

Nella sua testimonianza scioccante Shubeir, – allora 17enne, quindi minorenne – riferisce di essere stato costretto a camminare ammanettato tra le rovine della sua città natale, Khan Younis nella Striscia di Gaza meridionale, alla ricerca di esplosivi piazzati da Hamas.

Siamo di fronte a ovvi crimini contro l’umanità che ricordano la “gerarchia del crimine” nell’organizzazione della macchina del Terzo Reich: temendo di essere fatti saltare in aria, i militari lo hanno costretto ad andare avanti senza pietas. “I soldati mi hanno mandato come un cane in un appartamento pieno di trappole esplosive – ha raccontato il ragazzo che studia alle superiori -. Pensavo che sarebbero stati gli ultimi attimi della mia vita”. Ed effettivamente potevano esserlo.

Il cartello a lato di un’autostrada gioca sul doppio senso: “Niente Halloween quest’anno…”E poi “L’orrore…” IS REAL , due parole, significa è reale, ISREAL, una parola sola invertendo le vocali, invece vuol dire Israele

La rivelazione del New York Times getta una luce inquietante sull’operato di Netanyahu: “…Una nostra inchiesta – scrive il quotidiano americano – ha scoperto che, durante la guerra a Gaza, i soldati e gli agenti dei servizi segreti israeliani hanno regolarmente costretto i palestinesi, catturati come Shubeir, a condurre ricognizioni che mettevano a rischio la loro vita, per proteggere i militari israeliani sul campo di battaglia.”

“Mentre l’entità e la portata di tali operazioni sono sconosciute (potenzialmente enormi, ndr) – continua il Times -, la pratica, illegale sia secondo il diritto israeliano che internazionale, è stata utilizzata da almeno 11 squadre in cinque città di Gaza, spesso con il coinvolgimento di ufficiali delle agenzie di intelligence israeliane.”

Gerarchicamente le squadre sono subordinate al ministero degli Interni. Tutto chiaro quindi?

Se gran parte di tali operazioni sono sconosciute, un fatto però è certo: la pratica illegale è stata utilizzata da ben 11 squadre, come fossimo nel film “Platoon” di Oliver Stone (la realtà supera l’immaginazione), con il benestare di ufficiali dell’intelligence. Le squadre della morte, squadre della frustrazione di soldati senza anima.

Osserva il New York Times in proposito: “… L’esercito israeliano ha detto in una dichiarazione che le sue “direttive e linee guida vietano rigorosamente l’uso di civili detenuti a Gaza per operazioni militari”.

Ha aggiunto poi che i resoconti dei detenuti e dei soldati palestinesi intervistati dal Times saranno “esaminati dalle autorità competenti”.

Aspettando Godot, certo, ma invece noi restiamo in attesa della reazione di Netanyahu all’articolo del New York Times

Alexander Ottone
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Il NY Times sulla tempesta in Medio Oriente: un attacco da Gaza e una dichiarazione di guerra israeliana. E adesso?

Africa ExPress chiede per i giornalisti il pieno accesso indipendente a Gaza

“The Intercept” denuncia il decalogo del “New York Times” da usare per Israele e Gaza

Sequestri e rapine tra calciatori libici e nigeriani: salta l’incontro per la coppa d’Africa

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
15 ottobre 2024

“Ci avete sequestrato per oltre 12 ore nell’aeroporto di un villaggio a oltre 200 km da Benghazi, dove dovevamo giocare.
Ci avete lasciato in mezzo alle zanzare, senza cibo, senza acqua e senza poter telefonare. Con voi ci rifiutiamo di scendere in campo. Ce ne torniamo in Nigeria. E meno male che vi chiamate Cavalieri del Mediterraneo”.

Nazionale di calcio nigeriana chiusa in aeroporto senza cibo e acqua

“Parlate voi Super Aquile. Quando siamo venuti a casa vostra, la settimana scorsa, avete dirottato il nostro aereo in uno scalo fuori dal mondo. Nessuno è venuto ad accoglierci né a scortarci; anzi le forze di sicurezza ci hanno chiesto soldi per accompagnarci, l’autista del bus ci ha scarrozzati per ore su strade infami. E lungo il percorso siamo stati fermati da banditi e rapinati”.

Accuse reciproche

Prima le due squadre si sono prese a pallonate in faccia senza scendere in campo. Poi si sono scusate: ma no, è stato tutto un equivoco in buona fede. Qua la mano, amici come prima.

Nel folle mondo del calcio internazionale se ne sono viste di ogni colore. La vicenda, però, che ha coinvolto la nazionale della Nigeria (soprannominata Super Eagles) sbarcata in Libia per disputare, martedì 15 ottobre, l’incontro di ritorno contro gli 11 giocatori locali (noti come Cavalieri del Mediterraneo) per le qualificazioni alla Coppa d’Africa, ha dell’inverosimile.

Si è sfiorato un grave incidente diplomatico che per due giorni ha tenuto in sospeso le relazioni fra i due Stati. Con colpi di scena e dettagli anche surreali.

Torniamo indietro a domenica 13 ottobre. I calciatori nigeriani sono diretti a Benghazi. Li aspetta la sfida di ritorno, quella della andata, giocata a Uyo (Akwa Ibom State), nel sud della Nigeria, l’hanno vinta per 1-0, venerdì 11 ottobre.

Il torneo cui prendono parte è il CAN 2025, la Coppa delle Nazioni Africane, la più importante competizione continentale, che il prossimo anno si disputerà in Marocco.

La Nigeria la ha conquistata tre volte; nell’ultima edizione, lo scorso anno, è arrivata seconda, dietro la Costa d’Avorio.

Verso le 18, però, all’improvviso il velivolo prende un’altra destinazione: deve atterrare nello scalo di Al Abraq, un paese di neanche 10 mila abitanti, a oltre 200 chilometri dalla grande città della Cirenaica.

William Troost-Ekong, capitano della nazionale nigeriana

E qui comincia il putiferio. A scatenarlo è l’ ex difensore dell’Udinese e della Salernitana, ora in forze all’Al Kholood (società Saudita), William Troost-Ekong, 31 anni, capitano della nazionale nigeriana.

Albergo non accetta nigeriani

Poi precisa sui social: “Ci hanno tenuti per oltre 12 ore chiusi in aeroporto, senza telefonini, senza mangiare e senza bere”.

Victor James Osimenh, 26 anni, del Napoli, ma in prestito al turco Galatasaray e assente perché infortunato, commenta da lontano: “È’ una vera e propria presa di ostaggi. La CAF deve intervenire d’urgenza”.

“Una volta sbarcata, la nostra delegazione è stata rinchiusa nella hall dalle autorità locali – è la ricostruzione fatta con L’Equipe (giornale sportivo francese) da Moses Simon, 29 anni, attaccante del Nantes – Nessuno era lì ad attenderci. A un certo punto ci hanno detto che avremmo dovuto dormire nello scalo. La nostra Federazione è però riuscita a trovarci un albergo, ma ci è stato detto che era proibito ai nigeriani. Insomma siamo rimasti lì bloccati, in mezzo alle zanzare, senza cibo, senza acqua. C’era da aver paura. Non sapevi cosa potesse capitarti”.

Intanto l’allarme era stato lanciato e si muovevano tutti: le federazioni calcistiche dei due Paesi, le tifoserie, perfino Mariam Apaokagi, meglio nota come Taaooma, una famosa creatrice di contenuti e influencer, e i governi.

Libici denunciano rapina durante trasferta in Nigeria

La Federazione libica ha tentato di spegnere l’incendio, ma, allo stesso tempo, ha ha fatto sapere che la settimana precedente, in Nigeria il trattamento riservato ai Cavalieri del Mediterraneo non era stato proprio cavalleresco: il loro velivolo era finito lontano dalla destinazione finale, nessuno li aveva accolti, ma si erano ben guardati dal rendere pubblico il “disservizio”.

Partita disputata in Nigeria, a Uyu, tra le due nazionali di calcio Nigeria vs Libia

A fornire i dettagli ci ha pensato The Libya Observer che ha rincarato la dose: I nostri giocatori sono stati abbandonati in Nigeria, le forze di sicurezza chiedevano il pizzo per scortarli, i banditi li hanno rapinati, l’autista del bus li ha portati in giro su strade sterrate per delle ore….

La Federazione calcistica nigeriana (NFF) e il ministro dello Sport, John Enoh Owan, hanno respinto queste accuse, ma molti supporter non gli hanno creduto e li hanno ritenuti responsabili di aver maltrattato la squadra libica la settimana prima.

Ma allora i libici avevano fatto una ritorsione, si erano vendicati? Dubbi, sospetti, caos.

Nel marasma generale, Victor Boniface, 23 anni, attaccante nigeriano del Bayern Leverkusen, ha pensato bene di lanciare un appello angosciante : “Per favore dite a mia nonna che sto bene”!

Boniface, dal cuore tenero, è lo stesso che un mese fa, dopo ave segnato un gol contro l’Offenheim, andò sotto la curva dei tifosi, si abbassò i pantaloncini e fece un gesto volgare.

Super Eagle si rifiutano di disputare la partita

Torniamo in aeroporto. Alle 11 di lunedì mattina viene comunicato alle Super Aquile che possono prendere il pullman e andare a Benghazi. Troppo tardi, la misura è colma, secondo i nigeriani. La NFF, infatti, comunica che ritira la squadra. Non si gioca la partita. E in effetti le Super Eagles riprendono il volo nel pomeriggio di lunedì e sbarcano a Kano, nel nord del Paese prima di raggiungere la capitale Abuja.

E’ finita? No. Martedì, scoppia la pace. Secondo The Libya Observer, il ministro degli Esteri del governo, Abdel Hadi Al Huwaji, ha annunciato che il collega nigeriano, Yusif Tuggar, ha presentato delle scuse ufficiali alle autorità libiche e al suo popolo “per un recente incidente che ha coinvolto la nazionale di calcio libica. Tuggar ha espresso profondo rammarico chiarendo che L’incidente non è stato intenzionale. Ha sottolineato il rispetto della Nigeria per la la Libia e il suo popolo e ha assicurato che si è trattato di una sfortunata svista”.

CAF dovrà decidere risultato incontro non disputato

Insomma sembra finita a tarallucci e vino, diremmo noi, (ma lì l’alcol è vietato). Non illudiamoci però che sia stata scritta la parola fine. Ora sarà la CAF (Confederation Africaine de Football) a decidere il risultato della partita non disputata. Vittoria a tavolino ai nigeriani? Ma questo vorrebbe dire che i libici hanno sbagliato. Oppure far giocare le due squadre?

Intanto il capitano William Troost-Ekong, tornato a casa, ha pensato bene di ribadire che “in 10 anni di nazionale non ha mai vissuto una simile esperienza” e ha postato la foto del suo primo piatto da “uomo libero!”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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I tentacoli della Russia in Africa: Wagner arruola giovani centrafricani per combattere in Ucraina

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
14 ottobre 2024

I mercenari di Wagner, oggi Africa Corps (controllato direttamente dal ministero della Difesa di Mosca), stanno arruolando giovani africani per combattere in Ucraina. La questione è stata sollevata anche pochi giorni fa da Bloc républicain pour la défense de la Constitution (BRDC), raggruppamento dei maggiori partiti all’opposizione nella Repubblica Centrafricana.

Prigionieri di guerra in Ucraina: tra loro anche africani

All’inizio del mese il Gruppo di Lavoro della Società Civile aveva denunciato il reclutamento dei centrafricani da parte dei mercenari russi. Per tutta risposta il governo di Bangui ha apostrofato la notizia come falsa.

Responsabile della sicurezza

Nulla di strano, visto che il presidente centrafricano, Faustin Archange Touadéra, ha nominato recentemente Dmitri Podolsky, soprannominato “Salem”, come responsabile per la sicurezza. Salem proviene dai ranghi di Wagner. Precedentemente era al soldo dell’esercito russo e ha combattuto in Siria. Nel 2017 si è arruolato come mercenario.

Nel 2022 ha partecipato all’invasione dell’Ucraina con la società privata russa di soldati di ventura. Durante la battaglia di Bachmut (città della Russia orientale sita nell’oblast’ di Donec’k) ha perso il braccio destro. Dopo la convalescenza è stato inviato in Centrafrica come ufficiale.

Estrazione dell’oro

Oltre ad addestrare le truppe centrafricane, i mercenari russi conducono incursioni contro i gruppi ribelli. Ma il motivo fondamentale della loro presenza sono i siti minerari: i membri di Wagner si sono assicurati diritti per l’estrazione dell’oro, mentre altre volte se ne sono appropriati, attaccando giacimenti e mandando via coloro in possesso delle licenze. Anche il prezioso metallo proveniente dall’Africa ha permesso al Cremlino di aggirare le sanzioni internazionali, imposte a causa dell’invasione dell’Ucraina.

Fonti locali, come Corbeau News Centrafrique (CNC), continuano a riportare casi di abusi e violenze commessi dal gruppo paramilitare, in particolare nelle aree rurali. Violazioni dei diritti umani di ogni genere sono state confermate anche nell’ultimo rapporto di Yao Agbetse, esperto indipendente dell’ONU. I mercenari hanno respinto tutte le accuse, affermando che queste denunce sono solamente una propaganda occidentale contro la Russia.

Una nuova pedina

Ora che i mercenari sono sotto diretto controllo della Difesa russa e il gruppo ha assunto il nome di Africa Corps, nell’autunno scorso Mosca ha inviato una sua nuova pedina a Bangui, Denis Pavlov, che ufficialmente ricopre un incarico come diplomatico all’ambasciata russa. In realtà, secondo quanto riportato da fonti d’ambasciata e di sicurezza europee, sarebbe un agente del SVR, il servizio di intelligence per l’estero della Federazione Russa.

Secondo All Eyes on Wagner  (un sito incentrato sui mercenari Wagner), l’arrivo del 007 russo sarebbe stato annunciato alle autorità centrafricane con una lettera del capo dell’SVR, Sergei Narychkin. La missione  dei mercenari russi in Centrafrica è piuttosto redditizia: Bangui avrebbe sborsato quasi mezzo miliardo di euro per pagare il gruppo paramilitare di Prigozhin dal loro arrivo nel 2018. Ora sono i servizi segreti russi ad aver ripreso in mano gli affari centrafricani.

Mercenari russi in Centrafrica

Insomma la presenza russa nella ex colonia francese è massiccia, guidata per giunta da personaggi di un certo calibro. E’ dunque ovvio che il governo di Bangui abbia negato il reclutamento di giovani connazionali. Eppure da un’inchiesta intitolata “I fucilieri di Putin” di Jeune Afrique , sito online di attualità sull’Africa, risulta il contrario.

Dalla galera al fronte

Secondo il rapporto del sito, alcune migliaia di giovani africani starebbero combattendo accanto le truppe russe: non solo centrafricani, anche camerunensi, ivoriani e altri.

Un centrafricano, che per questioni di sicurezza ha chiesto di essere chiamato “Alain”, ha raccontato a Jeune Afrique di essersi trovato in una galera di Bangui, con l’accusa di aver rubato una moto. Durante il suo fermo, ha ricevuto la visita di un bianco, poi rivelatosi un russo, che gli ha offerto il suo aiuto per uscire dalla putrida prigione.

Il bianco è riuscito a convincerlo di far parte della sua società, che lo avrebbe mandato in Russia per un corso di formazione di tre mesi come guardia addetta alla sicurezza. Il ragazzo e anche altri detenuti hanno accettato l’offerta. Hanno preso un aereo alla volta di Mosca e durante uno scalo a Dubai a loro si sono aggiunti molti giovani provenienti da diversi Paesi dell’Africa sub sahariana. Secondo Alain, il gruppo, una volta giunto in Russia, era composto da 300-400 africani.

Contratto in russo

Giunti a Mosca, a tutti gli africani è stato poi chiesto di firmare un contratto redatto in russo, lingua a loro sconosciuta. Si sono così trovati incorporati nei ranghi di Wagner a combattere sul fronte in Ucraina. “E’ stato un vero e proprio incubo. Non so come, ma sono riuscito a fuggire in Lettonia. Altri non hanno avuto la mia stessa fortuna”, ha poi concluso Alain.

Secondo i servizi ucraini i giovani “fucilieri africani di Putin” sarebbero diverse migliaia, tra loro moltissimi centrafricani, “supervisionati dal ministro per il Bestiame e la Salute degli animali di Bangui, Hassan Bouba, prezioso alleato di Wagner, oggi Africa Corps”.

Mesi fa sono stati arrestati otto prigionieri di guerra in Ucraina. Tra loro giovani provenienti dal Nepal, da Cuba, dalla Somalia, dalla Sierra Leone. Hanno raccontato di aver risposto a degli annunci di lavoro, perché attratti da salari alettanti, ma di essere stati ingannati e di essersi ritrovati poi sul fronte a combattere in Ucraina. Tutti quanti volevano solo una vita migliore per aiutare la famiglia, rimasta in patria.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Maratona di Chicago: una stratosferica keniana corre come un uomo, batte tutti

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
14 ottobre 2024

“E’ come uno sbarco sulla Luna! Ma è fantascienza! È qualcosa che nello sport non si era mai visto e che noi donne non ci saremmo aspettato. Questa esile atleta che si allena da sola, mamma di una bimba, ha rotto la barriera del limite maschile. Corre come gli uomini più veloci e resistenti sul pianeta”.

Maratona di Chicago: vince la keniana Ruth Chepngetich

Incredulità, stupore, giubilo si sono levati ieri pomeriggio, seconda domenica di ottobre, dai tutti i commentatori al termine della 46a edizione della Bank of America Chicago Marathon 2024.

La vittoria e il record mondiale sui 42,195 km della keniana Ruth Chepngetich, 30 anni, ha lasciato tutti a bocca aperta sulle rive del lago Michigan e nel mondo tutto dello sport. Non solo dell’Atletica.

Terza vittoria

Ruth ha ottenuto la sua terza vittoria nella gara, ha ridotto di oltre quattro minuti il suo precedente record di 2:14:18 (stabilito quando vinse qui nel 2022), ma soprattutto ha abbassato di quasi due minuti il record mondiale, segnando 2:09:56. Chepngetich ha spazzato via il limite assoluto di Tigist Assefa di 2:11:53, stabilito a Berlino l’anno scorso. In tal modo è diventata la prima donna a scendere sotto le 2 ore e 10 minuti.

Solamente nove atleti sono andati più veloci nella gara maschile di domenica! Nella “Windy City”, come viene soprannominata la capitale dell’Illinois, la corsa vittoriosa di questa atleta alta appena 1,65 e di 48 chili di peso, è stata impetuosa, travolgente più del vento. Basti dire che la seconda maratoneta, Sutume Asefa Kebede, 29 anni, etiope, e la terza, Irine Cheptai, 32 anni, del Kenya, sono giunte al traguardo con quasi 7 minuti di ritardo.

Duramente preparata

“Mi sento bene, sono felice e orgogliosa di me stessa – ha dichiarato quasi imbarazzata nell’ intervista alla tv Nbc – A Chicago mi sento a casa mia. È la mia quarta partecipazione e il terzo successo. Ora il mio sogno è realtà. Ringrazio Dio per il record e la vittoria. Mi ero preparata duramente negli ultimi mesi e ce l’ho fatta. Il record mondiale è tornato in Kenya, e dedico questo record mondiale a Kelvin Kiptum”.

John Korir, Kenya, vincitore della Maratona di Chicago

Anche il dominatore della competizione maschile, John Korir, 27 anni, keniano, ha rivolto un commosso pensiero al compianto Kelvin Kiptum, che l’anno scorso a Chicago siglò il primato del mondo (2h00.35). Destinato a una folgorante carriera, Kiptum è tragicamente scomparso l’11 febbraio scorso in un incidente stradale appena 24enne.

Anno funesto

Purtroppo il 2024 è stato un anno funesto per l’Atletica di Nairobi. L’8 ottobre è morto suicida a Iten, nella contea di Elgeyo Marakwet, Clement Kemboi, 32 anni, campione keniano delle siepi. Il 4 ottobre era deceduto in ospedale l’ex maratoneta Samson Kandie, 53 anni, dopo essere stato aggredito da alcuni ladri nella sua casa di Eldoret. Il 6 ottobre è spirato nel Tenwek hospital, della contea Bomet, Kipyegon Bett, un ottocentista di soli 26 anni.

Era stato ricoverato sei giorni prima per insufficienza renale. Nel 2018 era stato squalificato per 4 anni per l’accertato uso di eritropoietina. Il doping è in Kenya una piaga sempre attiva: anche quest’anno sono stati squalificati una decina di atleti: hanno fatto ricorso a sostanze proibite.

Giornata di gloria

Ma torniamo alla giornata di gloria del Kenya sulle rive del Michigan. John Korir si è aggiudicato il titolo maschile in 2:02:43.E’ il secondo tempo più veloce mai registrato a Chicago (dietro al record mondiale di Kiptum). Alle sue spalle si è piazzato Huseydin Mohamed Esa, 24 anni, dell’Etiopia e, terzo, il un altro keniota Amos Kipruto, 32 anni.

La maratona di Chicago si è confermata una delle più veloci e partecipate (50 mila iscritti, 420 italiani, 44 sotto le tre ore) grazie al suo percorso e quest’anno favorita da un clima ideale.

Territorio inesplorato

E’ anche una che remunera bene i vincitori: 100 mila dollari ai primi, 75 mila ai secondi, 50 mila ai terzi. In più c’è un bonus di 50 mila a chi fa un record.

Sono andati alla “piccola” Ruth, che dopo un leggero cedimento al traguardo, si è ripresa e ha cominciato a correre su e giù per la strada avvolta nella bandiera del suo Paese. Anche lei si era resa conto, dopo i telecronisti increduli, che con la sua impresa l’atletica femminile entrava in un territorio inesplorato.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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UNIFIL, missione di pace in un Libano in guerra

dal sito Centro per la Riforma dello Stato
Giuseppe Ino Cassini *
13 ottobre 2024

“Meloni: proteggere l’UNIFIL (United Nations Interim Force In Lebanon) intitola la stampa in questi giorni arroventati sul confine tra Libano e Israele. Al che molti si domandano: “Ma allora, che ci stanno a fare 12.000 soldati dell’ONU dispiegati lungo la frontiera, se non sono in grado di fermare le armi, anzi vanno protetti loro stessi?!”.

Semplice. La Carta dell’ONU distingue nettamente le missioni di peacekeeping dalle missioni di peace-enforcement. Le prime prevedono l’invio di “caschi blu” muniti di solo armamento leggero per difesa personale, con compiti di interposizione e di soccorso alle popolazioni civili (sminamento, sbarramenti, ricostruzione di opere essenziali, ecc.). Le seconde sono vere e proprie spedizioni armate dell’ONU per fermare i combattenti con la forza.

Peculiarità

L’UNIFIL è una missione di peacekeeping, con alcune peculiarità che la rendono unica nel suo genere. Anzitutto, è composta da una panoplia di quaranta e più nazioni (oltre mille gli italiani), il che non facilita certo le operazioni sul campo.

Inoltre, il “campo” è una fascia di confine dall’orografia tormentata ma geograficamente ristretta: va dal mare al monte Hermon. Dunque, se si aggiungono ai “caschi blu” i tanti miliziani di Hezbollah e i militari libanesi in arrivo, nel sud del Libano si conta un armato ogni sette abitanti (o forse ogni cinque, dopo che decine di migliaia i libanesi sono sfollati in gran fretta verso nord nel timore di essere bombardati).

UNIFIL campo medico

Ogni missione di pace sotto bandiera dell’ONU nasce “a fin di bene”: si ama definirla operazione di “ingerenza umanitaria”. Due parole che però costituiscono un ossimoro: ingerenza è un termine negativo, collegato a uno positivo, umanitaria.

Ambiguità

E come in ogni ossimoro si galleggia nell’ambiguità. Intanto, perché non c’è missione di pace senza la partecipazione di Stati per i quali l’intervento-soccorso risponde anche a propri interessi strategici. Poi perché non c’è missione che non provochi qualche guaio causato dalla presenza di tanti operatori stranieri: inflazione, intrusione nei costumi locali, perfino corruzione.

Difficile evitare la “tentazione del bene” e i suoi effetti indesiderati. Si sa quanto può irritare una vecchietta il boy-scout che l’aiuta ad attraversare la strada, pur di compiere la sua buona azione quotidiana, e poi se ne va lasciandola persa sul marciapiede sbagliato (è ciò che accadde in Somalia con l’operazione “Restore Hope”… quale speranza?!).

La missione dell’UNIFIL, a differenza di altre, è una storia di successo, anche perché la zona d’operazione è abitata al 90 per cento da sciiti, in maggioranza simpatizzanti di Hezbollah (religioso) o di Amal (laico). È bastato, perciò, stringere con i loro leader un patto tacito ma chiaro: “Primo, siamo qui perché a voi sta bene così; secondo, quando non ci volete più, fatecelo sapere per tempo e civilmente, non a suon di bombe”.

Convivenza

Patti chiari, amicizia lunga. In tanti anni laggiù non ho personalmente incontrato nessuno che fosse contrario alla presenza di UNIFIL. Una convivenza, infatti, che dura dal 1978. Le sole perdite subite sono state opera dell’aviazione israeliana, accanitasi più volte contro le postazioni ONU, o del Jihad sunnita incistato in campi profughi palestinesi. (Da notare, però, che i jihadisti perseguivano ben altro fine: umiliare Hezbollah dimostrando che non ha sul territorio il controllo che sostiene di avere; il che fa parte dell’eterna lotta tra sunniti e sciiti).

Caschi blu di UNIFIL

Un’ultima questione. La prima “i” di UNIFIL sta per “interim”. È normale che una missione di peacekeeping ad interim duri quasi mezzo secolo? Evidentemente no, vuol dire che la pacificazione della regione è di là da venire.

Disarmare

La Risoluzione 1701 dell’ONU – votata l’11 agosto 2006 per fermare la guerra scoppiata quel luglio – prevedeva che l’area venisse evacuata da ogni arma al di fuori di quelle in dotazione all’esercito libanese o ai “caschi blu”.

Ovvero disarmare Hezbollah. Era un’opzione praticabile? Lasciare che lo sparuto esercito libanese, in caso di crisi, se la vedesse da solo contro lo strapotere militare del vicino? Senza aviazione, mentre il cielo libanese veniva (e viene) sorvolato da decenni, ogni giorno, da caccia armati di missili già puntati?

Tra Libano e Israele non esistono Stati-cuscinetto. Essendo dunque destinati a una drammatica contiguità, vale la pena ricordare la memorabile massima biblica rivisitata da Woody Allen: “Il leone e il vitello giaceranno insieme, ma il vitello dormirà ben poco”.

Giuseppe Cassini*
ino.cassini@gmail.com

*Giuseppe (Ino) Cassini è stato un diplomatico italiano, ambasciatore in Somalia e in Libano. Ha lavorato anche in Belgio, Algeria, Cuba, Stati Uniti, Ginevra (ONU). Autore di Gli anni del declino, La politica estera del governo Berlusconi (2001-2006) (Bruno Mondadori 2007) e dell’ebook Anatomia di una guerra, Quella “stupida” guerra in Iraq (Narcissus 2013), conosce bene l’America profonda, l’America che afferma: “Washington non è la soluzione, è il problema”.

Medio Oriente, Biden ora ha un’occasione unica per passare alla storia

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Due appelli a Israele: “Salviamo la vita dei giornalisti di Al Jazeera colpiti a Gaza”

 

Israele, ormai stato chiarito, attacca brutalmente i media. Due giornalisti sono stati uccisi non per errore. Non sono stati “effetti collaterali” dell’aggressione ma obbiettivi precisi colpiti da cecchini dell’esercito israeliano. E’ un comportamento inaccettabile che Africa ExPress condanna con forza, come abbiamo condannato esecrabile omicidio di civili inermi israeliani il 7 ottobre. 

“Riceviamo e volentieri pubblichiamo
questo appello lanciato da Farid Adly
direttore editoriali dei sito Anbamed 

Farid Adly
12 ottobre 2024

Il giornalista palestinese di Gaza, Alì Al-Attar, della redazione di Al-Jazeera,  è stato ferito gravemente il 7 ottobre 2024 durante il bobardamento israeliano sull’ospedale “Shuhadaa Al-Aqsa” di Deir El-Balah, nel centro della Striscia di Gaza. Attualmente è ricoverato nell’ospedale europeo di Khan Younis e versa in gravi condizioni. Ha un’emorragia cerebrale, rottura cranica e nella testa ha ancora delle schegge della bomba.

Il giornalista di Al Jazeera, Alì Al-Attar, gravemente ferito a Gaza

Non è possibile curarlo a Gaza. Necessita di un trasferimento urgente all’estero.

Le richieste della famiglia, dei colleghi e della direzione di Al-Jazeera all’esercito israeliano sono state tutte respinte.

Ti chiedo di esprimere un atto di solidarietà umana e professionale nei confronti di un collega in condizioni di bisogno estremo, per salvargli la vita: far pubblicare sulla propria testata questo appello, diffonderlo sui propri account social e una cosa ancora più efficace scrivere all’ambasciata israeliana in Italia, per chiedere un gesto umanitario.

Farid Adly
Direttore editoriale di “Anbamed, notizie dal sud est del Mediterraneo”
https://www.anbamed.it/2024/10/12/salviamo-la-vita-del-collega-ali-al-attar/

Due giornalisti di Al-Jazeera tra la vita e la morte a Gaza

Qui invece pubblichiamo
la protesta di Rebecca Vincent
dirigente di Reporter senza Frontiere

Reporter Senza Frontiere
Rebecca Vincent
12 ottobre 2024

L’8 ottobre, Ali Ali Attar, cameraman di Al-Jazeera, è stato colpito da un’arma da fuoco nella città di Deir al-El Balah, nel centro di Gaza. Il giorno successivo, Fadi Alwahdi, anch’egli cameraman del canale qatariota, è stato colpito da un cecchino nel campo accerchiato di Jabalia, nel nord di Gaza. Entrambi i giornalisti sono attualmente ricoverati in ospedale in condizioni critiche. RSF condanna questo spudorato bersaglio e i continui attacchi alla sicurezza dei giornalisti.

I due reporter sono stati gravemente feriti dalle forze israeliane mentre coprivano l’assedio dell’esercito israeliano al nord di Gaza e il suo impatto sulla popolazione locale.

Il 9 ottobre, il fotoreporter Fadi Alwahdi, di 24 anni, è stato colpito al collo da un cecchino israeliano mentre riprendeva per Al-Jazeera l’assedio del campo di Jabalia, situato nel nord dell’enclave palestinese. Il giorno prima, l’8 ottobre, Ali Attar, 27 anni, anch’egli cameraman per il canale d’informazione del Qatar, è stato colpito da un attacco israeliano mentre copriva lo sfollamento dei locali in fuga dall’assedio verso Deir al Balah.

“Condanniamo questi ultimi attacchi da parte delle forze israeliane contro giornalisti che cercano semplicemente di fare il loro lavoro raccontando la guerra. Queste ultime notizie sono arrivate mentre eravamo a Ginevra per chiedere, insieme ad Al Jazeera, un’azione urgente delle Nazioni Unite per fermare questa violenza implacabile contro i media di Gaza. Poiché la vita di questi due giornalisti è in bilico, chiediamo all’IDF di garantire loro un passaggio sicuro fuori dal Paese per ricevere senza indugio cure mediche complete. Riteniamo l’IDF pienamente responsabile di ciò che accadrà in seguito.

Rebecca Vincent
Direttore delle campagne di RSF

L’immagine del corpo accasciato a terra di Alwahdi, apparsa in diretta su Al-Jazeera, ha ricordato l’omicidio di Shireen Abu Akleh, la nota corrispondente di Al-Jazeera in Cisgiordania uccisa da un cecchino dell’esercito israeliano a Jenin, una città della Cisgiordania, l’11 maggio 2022. Alwahdi è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Al-Maamadi, nel centro di Gaza, nel pomeriggio del 9 ottobre, prima di essere trasferito in una piccola clinica, dove è stato sottoposto a un primo intervento chirurgico nel pomeriggio dell’11 ottobre. Al-Attar, che ha subito un’emorragia cerebrale, è stato trasportato nel reparto di terapia intensiva dell’Ospedale europeo nel centro di Gaza.

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Israele recluta richiedenti asilo africani per combattere a Gaza

La guerra infuria in Libano anche con la propaganda sui tunnel di Hezbollah nel Sud

Israele si è cacciata in un vicolo cieco

Alla kermesse Cybertech Europe 2024 Israele in primo piano

Alla kermesse Cybertech Europe 2024 Israele in primo piano

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
12 ottobre 2024

Bombe contro Gaza e Libano, ma Leonardo e le aziende cyber di Israele si danno appuntamento a Roma per rafforzare la partnership nel campo della ricerca e dello sviluppo di sofisticati sistemi ad uso militare.

Cybetech 2024, Roma, 8-9 ottobre

Si è conclusa l’altro giorno a Roma Cybertech Europe 2024, la kermesse delle grandi e piccole aziende internazionali operanti nel sempre più redditizio business della cyber security e delle guerre cibernetiche.

L’appuntamento annuale è organizzato dal gruppo Leonardo SpA e dalla “piattaforma di networking” Cybertech Global con quartier generale a Tel Aviv, alla cui guida siede il noto imprenditore israeliano Joseph “Yossi” Vardi, uno dei pionieri dell’industria di software, internet, telefonia cellulare e delle tecnologie elettro-ottiche dello Stato di Israele, ex direttore generale del Ministero dell’Energia ed ex presidente dell’Israel National Oil Company.

Ospite d’onore della cyber-fiera il neoambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled. In una lunga intervista alla testata Shalom (il magazine della Comunità ebraica di Roma), il diplomatico ha ricordato come l’Italia sia un partner strategico per Israele.

Jonathan Peled,, ambasciatore israeliano accreditato a Roma

“Ritengo fondamentale questa fiera in un momento così delicato”. ha esordito Jonathan Peled. “Nei giorni scorsi abbiamo commemorato il primo anniversario del 7 ottobre. Lo Stato d’Israele sta fronteggiando, ormai da un anno, un periodo difficile. Bisogna tuttavia comprendere che questo periodo buio non riguarda solo Stato ebraico, ma tutti, perché Israele sta combattendo una guerra per salvaguardare la democrazia”.

“Questa non è soltanto la nostra guerra contro il terrorismo islamico, armato dall’Iran – ha aggiunto l’ambasciatore -. Abbiamo bisogno ora più che mai di amici in Europa e in Italia per vincere questo conflitto contro il terrorismo estremista. Il cyber è parte della nostra forza e l’Italia è per noi un partner strategico. Fondamentale per Israele avere aziende in Italia con cui collaborare: il mondo del cybertech è uno dei più importanti settori dello Stato ebraico oggi; questa iniziativa, giunta ormai al suo settimo anno, mira proprio a rafforzare la collaborazione con l’Italia”.

Ancora Shalom ricorda come siano state innumerevoli le aziende e le start up israeliane presenti a Cybertech Europe 2024. “Tra conferenze, sessioni di approfondimento e incontri con esperti del settore, esse hanno dato vita a interessanti confronti sui temi caldi del momento: intelligenza artificiale, cloud, telecomunicazioni, supplychain, energia, privacy, quantum computing e intelligence”, annota il magazine della Comunità ebraica romana.

Alla kermesse di Leonardo & C. israeliane sono intervenuti, tra gli altri, il presidente della holding armiera, Stefano Pontecorvo, nonché l’amministratore delegato e direttore generale, Roberto Cingolani; il sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Alfredo Mantovano; il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago; il direttore generale dell’Agenzia Nazionale per la Cybersicurezza, Bruno Frattasi; il Deputy CIO della NATO per la Cybersecurity, Mario Beccia; il direttore del Servizio di Polizia postale, Ivano Gabrielli; il generale Giovanni Gagliano, Capo del VI Reparto Informatica Cyber e Telecomunicazioni dello Stato maggiore della Difesa; il generale di brigata Michele Sirimarco, alla guida del CUFAA (Comando delle unità forestali, ambientali e agroalimentari, i Carabinieri forestali); il colonnello Pietro Lo Giudice del Comando per le Operazioni Spaziali della Difesa, il comandante dell’Aeronautica Militare, Sandro Sanasi.

Nonostante il dispiegamento delle forze dell’ordine in assetto anti-sommossa, il pomeriggio dell’8 ottobre un folto gruppo di manifestanti (attivisti No war, aderenti alle associazioni in solidarietà con il popolo palestinese e studenti universitari) ha protestato di fronte il palacongressi “Le Nuvole” dove era in corso Cybertech Europe. “Sabotiamo il genocidio. Disertiamo la guerra e chi ne guadagna”, il tema-oggetto della protesta contro le industrie degli armamenti e la “speculazione economica sul genocidio in corso in Palestina.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Gli israeliani mattatori alla fiera delle armi tecnologiche a Roma

Israele recluta richiedenti asilo africani per combattere a Gaza

Africa ExPress
11 ottobre 2024

Secondo quanto riportato alcune settimane fa dal quotidiano israeliano Haaretz, lo Stato ebraico avrebbe intenzione di reclutare richiedenti asilo per combattere a Gaza. In cambio il governo avrebbe promesso di regolarizzare una volta per tutte la posizione amministrativa dei migranti disposti a arruolarsi.





Ieri sera Piazza Pulita di Corrado Formigli che va in onda su La7, ha trasmesso questa intervista di Carlo Marsili a un contractor che ha operato in vari Paesi dell’Africa. L’intervista è stata realizzata con la collaborazione e la consulenza di Africa ExPress




In base ai dati dell’autorità israeliane per l’immigrazione, nell’ottobre 2023 erano presenti 23.249 richiedenti asilo (esclusi i sudanesi arrivati durante il conflitto nel loro Paese e gli ucraini fuggiti dalla guerra in atto). Inoltre ci sono quasi 10.000 minori nati nel Paese, figli di coloro che sono in attesa da anni di un permesso di soggiorno definitivo. Secondo la ONG con sede a Tel Aviv, Hotline for Regugees and Migrants (HRM), solo l’1 per cento delle domande d’asilo vengono accolte positivamente.

Shira Abdo, direttrice per le politiche pubbliche di HRM, ha spiegato che molte richieste d’asilo non vengono respinte, ma sospese per cinque, dieci e anche più anni e ciò crea una situazione di “vuoto giuridico”.

Alcune fonti militari avrebbero confermato, mantenendo però l’anonimato, che il reclutamento è organizzato con consulenti legali specializzati nel ramo difesa. In poche parole, affermano che il reclutamento di queste nuove forze avviene in modo del tutto legale. Finora però non è trapelato come le reclute verranno impiegate poi sul campo. Molte ONG dubitano che il governo di Netanyahu mantenga le promesse fatte ai “volontari africani”, cioè di regolarizzare la loro posizione amministrativa.

Reclutamento, in Israele, di giovani richiedenti asilo africani

Uno dei richiedente asilo, intervistato dal quotidiano israeliano, ha spiegato che poco più di un mese dall’inizio del conflitto con Hamas (7 ottobre 2024 ndr) è stato contattato da un poliziotto, chiedendogli di presentarsi quanto prima nel più vicino commissariato. Agenti della sicurezza hanno poi illustrato al ragazzo che stavano cercando profili specifici per l’esercito. Il ragazzo ha raccontato ai reporter di Haaretz che le persone con le quali ha parlato avrebbero sottolineato: “Si tratta di una guerra di importanza vitale per Israele”.

Dopo svariati incontri con le persone addette al reclutamento, al giovane, arrivato nel Paese all’età di 16 anni, è stato proposto un addestramento intensivo di due settimane insieme ad altri in possesso di documenti provvisori come lui. In cambio  avrebbe ottenuto la residenza permanente. “Ho declinato l’offerta, non ho mai tenuto un’arma in mano”, ha poi precisato ai giornalisti che lo hanno intervistato.

Nella speranza di accelerare la loro integrazione, molti richiedenti asilo si sono inizialmente offerti di aiutare in compiti civili dopo l’inizio della guerra tra Israele e Hamas. E, secondo Haaretz è stato così che è emersa l’idea di arruolarli nell’esercito e inviarli a Gaza.

Guerra a Gaza

Fino a poco fa il governo di Israele, ha sempre apostrofato i richiedenti africani come “infiltrati”. La maggior parte proviene dal Corno d’Africa – soprattutto eritrei – e dal Sudan (già ben prima che scoppiasse il conflitto nell’ex protettorato anglo-egiziano). Per anni lo Stato ebraico ha fatto di tutto per trasferirli in Paesi terzi come Uganda e Ruanda. Pur avendo sempre negato di aver accolto migranti da Israele, nel 2017 un quotidiano filo governativo di Kampala, “Sunday Vision”, aveva pubblicato in prima pagina: “Israel sends 1.400 refugees to Uganda” (Israele ha inviato millequattrocento rifugiati in Uganda).

Con il prolungarsi del conflitto, Israele è a corto di soldati, tant’è vero che già a giugno la Corte suprema aveva decretato obbligatorio il servizio militare anche per i giovani ultraortodossi, fino ad allora esenti dalla leva. Ed ora il governo recluta anche i tanto disprezzati richiedenti asilo. Molti di loro sono felici di poter servire il Paese ospitante. Un 21enne eritreo ha detto a Haaretz di aver sempre sognato fin da piccolo di arruolarsi nell’esercito, di fare la sua parte e poi di essere israeliano. “Questo è il mio sogno. Chi non sente questa mancanza di appartenenza, può vedere il reclutamento come uno sfruttamento. Chi non ha uno status, non ha altra scelta”, ha poi concluso.

Africa ExPress
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https://www.africa-express.info/2017/11/28/parola-dordine-israele-per-richiedenti-asilo-detenzione-o-deportazione/

https://www.africa-express.info/2014/04/24/israele-un-inferno-per-profughi-africani-come-cadere-dalla-padella-nella-brace/

Altri articoli sul conflitto li trovare QUI

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La guerra infuria in Libano anche con la propaganda sui tunnel di Hezbollah nel Sud

 

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
9 ottobre 2024

La guerra si combatte anche con la propaganda. L’incursione delle truppe israeliane in Libano all’inizio di ottobre ha prodotto quella che sembra una fake news. L’esercito israeliano, anche per giustificare la morte di 8 soldati nel primo giorno di scontri con Hezbollah nel Libano meridionale, ha divulgato video e immagini in cui si mostrano dei tunnel descritti come scavati dal movimento sciita nel sud del Paese catturati dagli israeliani. Come per Gaza, anche il sud del Libano ha una rete di gallerie che servono come deposito di armi, sede militare e per celare le attività militari. Quanto sia estesa questa rete non è chiaro. Per Gaza si parlava di 350 chilometri di tunnel.

IDF shares footage from operation ‘inside Hezbollah tunnels’

La notizia che IDF avrebbe catturato armi e dispositivi nei tunnel in qualche modo giustificherebbe la vasta operazione di terra in cui Israele si è avventurata. France Press però sostiene che i video siano vecchi e che siano stati girati nella città israeliana di Safed e che il materiale confiscato a Hezbollah sarebbe stato mostrato ai giornalisti e alle telecamere senza precisare quando era stato preso e da che luoghi.

Un giornalista israeliano in effetti sostiene che le immagini sono state girate mesi fa alla presenza di molti giornalisti in una base militare del Nord di Israele con materiale effettivamente confiscato ad Hezbollah in altre operazioni compiute al confine dopo il 7 ottobre 2023.

Hezbollah che ricordiamo ha dei parlamentari regolarmente eletti nel governo libanese – governo adesso in crisi – ha dichiarato che i video sono vecchi: “L’esercito sionista ha pubblicato immagini e film di quello che chiamano depositi e tunnel di Hezbollah nel quadro di una guerra psicologica e di propaganda palese – dice l’organizzazione in un comunicato stampa -. Noi ci teniamo a sottolineare che questi film e immagini sono molto vecchi e non hanno alcun rapporto con alcuna azione militare oggi alla frontiera libanese con la Palestina occupata”.

LOrient Le Jour, quotidiano beirutino in francese, riferisce anche che un esperto di armi – account War Noir – su X ha spiegato che nei video si vedono: missili 9M133F-1 Kornet-E Thermobaric fabbricati in Russia, razzi PG-7-AT-1, missili 9M133-1 Kornet-E HEAT, dei RPG-29 Vampyr, dei mortai HM-14 da 60 mm, delle bombe M61, degli anticarro PG-7VM e dei razzi PG-7VR.

Pourquoi Israël a publié des vidéos de tunnels présumés du Hezbollah au Liban-Sud

Siccome nei video si vede anche una casa che viene distrutta, secondo il gruppo di indagini giornalistiche olandese Bellingcat, alcuni video sono stati girati alcuni mesi fa, quello della casa a febbraio. La deduzione viene fatta comparando immagini satellitari e anche visionando la presenza o meno di umidità per terra.

Certo si deduce che dal 7 ottobre dell’anno scorso, l’esercito israeliano ha fatto diverse incursioni in territorio libanese sequestrando armi e apparati e setacciando i villaggi di confine, senza che le incursioni siano finite nelle prime pagine dei media.

Secondo i chimici libanesi, Israele avrebbe usato bombe all’uranio impoverito per colpire edifici a Beirut

Per il resto mentre Israele ricorda le 1200 vittime dello spietato, disumano e terribile attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e i 250 ostaggi (un centinaio ancora nelle mani di Hamas a Gaza), su Beirut continuano a piovere bombe: secondo i chimici libanesi sarebbero state sparate anche ordigni all’uranio impoverito sugli edifici della capitale, a dispetto dei trattati internazionali che prevedono che questo tipo di esplosivi non vengano usati in zone abitate.

Inoltre nella città di Yaroun, nel sud del Libano, secondo quanto verificato dall’agenzia indipendente Ambamed è stata distrutta una moschea.

Hezbollah ha risposto colpendo una casa nella città di Haifa che non veniva raggiunta dalle bombe provenienti dal Libano da vent’anni. Intanto Hamas dalla Striscia sta lanciando missili su Tel Aviv. A Gaza e in Cisgiordania si continua a morire di guerra.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Altri articoli sulla guerra in Medio Oriente li trovate qui 

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