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Israele: il dovere di sterminare i palestinesi

NEWS ANALYSIS
Federica Iezzi
9 luglio 2024

Se l’impunità di cui Israele gode, a dispetto delle decisioni delle istituzioni del diritto internazionale, è oggi palese, per giustificare la distruzione di Gaza è stato utilizzato un discorso civilizzatore e sradicatore, blindato in un’innocenza democratica, dal nome “diritto a difendersi”.

Khan Younis, Striscia di Gaza [photo credit Al-Jazeera]
Questa formula viene spesso in mente anche a molti leader occidentali per dare carta bianca a Tel Aviv nelle operazioni che porta avanti contro i palestinesi, in una logica coloniale e sterminatrice.

Tutti gli stereotipi, gli eufemismi, i processi di legittimazione, utilizzati per ottenere l’accettazione del genocidio sulla Striscia di Gaza, hanno origini molto lontane. L’eradicazione dei nativi americani fu giustificata descrivendoli come orde selvagge che attaccavano periodicamente innocenti comunità di pionieri anglosassoni. Così è stata costruita la più grande democrazia del mondo. Stessa sorte è toccata alle vittime delle violenze dei Ku Klux Klan.

I fatti e la loro veridicità contavano poco. Niente aveva bisogno di essere dimostrato o supportato. Ciò che contava era l’orrore dell’accusa, il luogo e la forza di coloro che l’avevano lanciata, il luogo e la debolezza di coloro che designava e il terreno sicuro su cui era stata schierata.

È sorprendente vedere quanto poco sia variato lo stile delle accuse e delle inversioni di vittimizzazione che l’ordine coloniale usa contro coloro che massacra.

Il ministero della Sanità di Gaza sta riportando il numero di corpi non identificati nel bilancio totale delle vittime della guerra. Autorità israeliane e funzionari internazionali hanno etichettato questo sviluppo, progettato per migliorare la qualità dei dati, come mezzo per minarne la veridicità.

L’ultimo report su The Lancet, tra le più quotate riviste medico-scientifiche nel panorama mondiale, sottolinea che documentare la reale portata delle vittime è fondamentale per garantire la responsabilità storica e riconoscere l’intero costo della guerra. Oltre ad essere un requisito legale.

Quanto sta accadendo a Gaza appare per l’Occidente come un pericoloso promemoria. Definisce chiaramente le condizioni in cui il razzismo più disinibito e presunto può ancora scatenarsi liberamente, beneficiare di un ampio consenso e non solo di una complice indifferenza. È stato scomodato per secoli senza porre troppi problemi filosofici, giuridici o morali alla coscienza occidentale.

Gaza dimostra come un massacro costantemente condiviso possa essere ampiamente accettato e dimostra fino a che punto l’opposizione possa essere controllata, repressa, emarginata, ridotta allo stupore o alla protesta impotente.

Dalla caduta del nazismo e dalla fine degli imperi coloniali, la funzione di Israele è stata quella di salvare la grande narrativa occidentale. Permette all’Occidente di perpetuare la finzione di percepire se stesso attraverso idee di democrazia, civiltà, progresso e innocenza.

Nel 1943 l’ufficio stampa del Reich presentò il piano di sterminio ebraico dei popoli d’Europa. Goebbels scrisse “Se le potenze dell’Asse perdessero la battaglia, niente potrebbe salvare l’Europa dall’ondata giudeo-bolscevica”. Coloro che oggi continuano a evocare lo sterminio degli ebrei d’Europa per arruolarne la memoria a favore del sionismo, riprendendo senza scrupoli gran parte dei luoghi comuni che lo giustificavano, fingono di ignorare che esso fu reso possibile solo da un lungo processo ideologico, giuridico, sociale, linguistico e di polizia, che viene riproposto proprio oggi contro i palestinesi.

La continua invocazione dell’attacco di Hamas a Israele, lungi dall’attenuare o qualificare il carattere genocida della distruzione di Gaza, conferma e completa ampiamente il processo di giustificazione dello Stato israeliano. Non esiste genocidio che non sia così motivato e presentato come una necessità. Tutti i genocidi hanno il loro “7 ottobre”, che hanno reso sacro per usarlo, spesso a posteriori, come un assegno in bianco, un’autorizzazione a sterminare, addirittura un dovere di sterminare per non esserlo a propria volta.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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In Sudafrica il ricordo dell’apartheid scatena la solidarietà alla Palestina: anche i liceali raccolgono fondi

Dalla Nostra Corrispondente
Elena Gazzano
Città del Capo, 8 luglio 2024

Gli italiani, giovani e vecchi, sono imbalsamati in un vortice di apatia e superficialità. Invece dall’altra parte del mondo, in Sudafrica, un gruppo di liceali appartenenti all’organizzazione Youth for 4Al-Quds القدس (Giovani per Gerusalemme) offre una lezione di vita. Questi ragazzi, con la loro forza e determinazione, hanno organizzato un evento di protesta e sensibilizzazione sul conflitto israelo-palestinese.

Un conflitto che molti di noi, comodamente seduti nei nostri salotti, preferiscono ignorare. Perché? Perché è complicato, scomodo, lontano. Ma loro, i giovani sudafricani, hanno deciso di affrontarlo a viso aperto, di guardare negli occhi l’ingiustizia che si sta consumando in Medio Oriente e dire basta.

Una delle squadre che hanno partecipato all’evento organizzato da Youth 4Al-Quds

Questi liceali sudafricani si muovono secondo un principio fondamentale: la solidarietà non è un’opzione, ma un dovere. Vedono nei palestinesi la stessa sofferenza che i loro nonni e genitori hanno vissuto sotto l’apartheid, e per loro, l’evento che hanno organizzato è una missione di giustizia. Alla manifestazione sportiva di solidarietà hanno partecipato 14 squadre di calcio, 14 squadre di ciclismo e 4 di netball; il ricavato, gestito dall’organizzazione Youth 4Al-Quds, è stato destinato all’acquisto di cibo che partirà poi per Palestina.

La disinformazione, purtroppo, circola indisturbata tra i giovani italiani. Oggi l’informazione è a portata di clic, eppure troppo spesso si resta intrappolati in un torpore di superficialità e ignavia. Le conversazioni si limitano a gossip, mode passeggere e frivolezze, mentre questioni vitali di attualità vengono ignorate. Forse sarebbe bene capire che si deve essere informati, essere coinvolti e attivi, perché ciò che accade nel mondo riguarda tutti.

i giovani sudafricani hanno cercato di capire la storia del conflitto israelo-palestinese. Una storia lunga e complessa, che affonda le sue radici nel movimento sionista e nella resistenza locale. Un conflitto che è molto più di una semplice disputa territoriale: è una lotta per l’identità, la giustizia e la dignità.

Liceali premiate dopo il torneo di solidarietà

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, l’ONU propose la creazione di due Stati, uno ebraico e uno arabo. Ma questo piano non fu ben accettato. La guerra del 1948 portò alla nascita di Israele e alla Nakba, la “catastrofe” per i palestinesi, con centinaia di migliaia di rifugiati costretti a lasciare le loro case. Da allora, Israele ha continuato a espandersi, costruendo insediamenti illegali e negando i diritti fondamentali ai palestinesi.

Successivamente gli accordi di Oslo del 1993 promettevano una soluzione ai due Stati, ma questi non sono mai stati pienamente implementati. E così, la situazione è rimasta tesa, con esplosioni di violenza ciclica. L’ultima crisi è scoppiata il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha lanciato un attacco contro Israele, scatenando una risposta militare massiccia. Questa crisi che tutti i giorni peggiora, non è stata l’inizio della guerra ma l’ultima goccia di una catastrofe che dura da anni.

Hamas è considerata un’organizzazione terroristica da molti Paesi occidentali, ma per molti palestinesi rappresenta invece un movimento di resistenza contro l’occupazione israeliana. Questa percezione è stata amplificata dall’inefficienza e dalla corruzione dell’Autorità Palestinese. Nonostante gli sforzi della comunità internazionale per contrastarla con sanzioni e azioni militari, Hamas continua a rappresentare una sfida significativa.

In Israele il concetto di supremazia ebraica è fondamentale, essendo uno Stato fondato per garantire la maggioranza demografica e privilegi agli ebrei. Questa politica ha portato a discriminazioni sistematiche contro i cittadini arabi di Israele e a una negazione dei diritti fondamentali ai palestinesi nei territori occupati. La soluzione dei due Stati sembra sempre più illusoria, dato l’incremento continuo degli insediamenti israeliani nelle zone palestinesi.

L’esperienza del Sudafrica offre una lezione importante: il cambiamento è stato possibile grazie alla resistenza interna e alla pressione internazionale, inclusa l’adozione di sanzioni economiche. Un cambiamento simile in Israele potrebbe richiedere una mobilitazione globale, ma prima di tutto è necessaria una maggiore consapevolezza tra i cittadini.

La questione israelo-palestinese non è solo un problema lontano; è una realtà che ci coinvolge tutti. In un mondo interconnesso, la giustizia per uno equivale alla giustizia per tutti. È arrivato il momento di risvegliarsi dal letargo della disinformazione.

Elena Gazzano
elenagazzano6@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Altri articoli sul SUDAFRICA li trovate qui

Gli eritrei respinti se ne devono andare dalla Svizzera: Berna alla ricerca di un Paese terzo dove sistemarli

Africa ExPress
7 giugno 2024

Berna sta tentando di rimandare a casa i richiedenti asilo eritrei le cui domande di asilo sono state rigettate. Provengono dalla peggiore dittatura africana (e forse del pianeta) , governata dal 1991 con pugno di ferro da Isaias Aferworki. Le Nazioni Unite hanno riconosciuto l’Eritrea come Stato indipendente nel 1993 dopo il referendum al quale ha partecipato il 99 per cento della popolazione.

Famiglia eritrea in Svizzera in un centro per rimpatrio

Ora anche questi richiedenti asilo sono vittime di una politica sempre più restrittiva in materia di rifugiati, volta a rallentare il flusso migratorio verso la Confederazione elvetica.

In assenza di un accordo di riammissione tra Berna e Asmara, gli eritrei respinti dovrebbero poter essere rimandati in patria attraverso Paesi terzi. L’ex colonia italiana “accoglie” i connazionali solo in caso di rimpatrio volontario. Il parlamento elvetico ha dunque incaricato il Consiglio federale di adoperarsi per raggiungere quanto prima un accordo di transito con un’altra nazione.

Ma, secondo un deputato svizzero ben informato sul dossier Eritrea, la richiesta inoltrata al Consiglio federale è inutile: “Finché il governo di Asmara non riprenderà i propri cittadini, è inutile concludere accordi con Paesi terzi. Ci costerebbe solo denaro, sia per quanto riguarda il trattato con il governo dello Stato di transito, sia per il trasporto andata e ritorno. Se l’Eritrea dovesse infine rifiutarsi di riprendere i propri cittadini da una terza nazione, saremmo costretti a pagare anche il loro volo di ritorno in Svizzera”.

Secondo quanto riportato dalla NZZ (Neue Zuercher Zeitung, autorevole quotidiano svizzero in lingua tedesca), sarebbero 278 gli eritrei che potrebbero essere colpiti dal draconiano provvedimento, qualora Berna dovesse raggiungere un accordo con uno o più Paesi terzi.

Ovviamente nessuno degli eritrei respinti è disposto a tornare volontariamente in patria, anche se, vista la loro situazione attuale, non hanno nessuna prospettiva per una vita migliore in Svizzera. Intere famiglie vivono da anni in spazi ristretti nei centri di rimpatrio, nell’impossibilità di lavorare; devono accontentarsi di pochi spiccioli che il governo mette loro a disposizione.

Durante la crisi migratoria del 2015, l’allora Consigliere federale Simonetta Sommaruga, aveva dichiarato che nessun rifugiato eritreo sarebbe stato respinto. Tuttavia, la pressione politica interna è diventata troppo forte, portando, nel giugno 2016, a un cambiamento di rotta da parte della Segreteria di Stato per la Migrazione. Da quel momento in poi, anche gli eritrei hanno visto sempre più spesso respinte le richieste di asilo.

Il presidente eritreo, Isaias Aferwerki

La maggior parte dei giovani è scappata a causa del servizio militare/civile “perpetuo”. Lo ha sottolineato anche Mohamed Abdelsalam Babiker, relatore speciale per i Diritti umani delle Nazioni Unite per l’Eritrea. “La situazione dei diritti umani nel Paese rimane drammatica. Gravi violazioni, tra questi l’uso diffuso di detenzioni arbitrarie anche in isolamento, sparizioni forzate, persistono senza sosta. Le autorità hanno continuato ad applicare un sistema di servizio nazionale a tempo indeterminato che equivale ai lavori forzati, collegato a tortura e a trattamenti inumani o degradanti”.

Africa ExPress
X: africexp
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Errore a Zurigo che rimpatria un eritreo: torturato e sbattuto in galera, evade torna in Svizzera che lo accoglie

 

Massacri, esodi di massa, carestia: la lenta agonia del Congo-K orientale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
6 luglio 2024

Massacri, villaggi bruciati, raccolti distrutti, carestia, banditismo, omicidi mirati, gang esoteriche e violenze. La crisi nell’est della Repubblica Democratica del Congo è sempre più allarmante, eppure sembra dimenticata dal resto del mondo. Pochi giorni fa OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha lanciato un nuovo appello per azioni immediate volte a proteggere la popolazione civile.

Il conflitto tra le forze governative congolesi e i ribelli dell’M23 sostenuto dal Ruanda sta devastando le regioni orientali del Congo-K. Ma Giovedì 4 luglio, gli Stati Uniti hanno annunciato una tregua umanitaria. Il cessate il fuoco ha preso il via ieri, anche se non sono stati rilasciati commenti da Kinshasa e tantomeno da Kigali.

Sfollati in Congo-K: crisi umanitaria

Alla fine del 2023 gli sfollati interni erano 6,9 milioni in tutto il territorio nazionale. Alla fine di maggio, nel solo Nord-Kivu, altri 1,77 milioni sono scappati dalle proprie case per fuggire alla furia dei miliziani M23.

I massacri sono proseguiti senza sosta e alla fine del mese di giugno i ribelli hanno preso il controllo di Kanyabayonga, località strategica, distante solamente un centinaio di chilometri da Goma.

Goma, situata sulla riva settentrionale del lago Kivu è il capoluogo del Nord-Kivu e alla sua periferia orientale passa il confine con il Ruanda. Al di là della frontiere è schierato l’esercito di Kigali. I miliziani dell’M23 sono invece posizionati a occidente e a settentrione.

Anche a Goma, la situazione socio-economica si sta deteriorando rapidamente, poiché la città rimane isolata e i rifornimenti arrivano a singhiozzo. Civili – compresi molti sfollati – sono vittime di furti, rapine, abusi e molestie.

Ora, con la presa Kanyabayonga, gli M23 possono controllare l’accesso alle città di Butembo e Beni, roccaforti della grande tribù Nande e di importanti centri commerciali del Paese.

Il quadro globale nel Nord-Kivu è davvero critico. Secondo quanto riportato in un articolo dall’emittente e giornale online tedesco Deutsche Welle (DW), diverse fonti, comprese quelle delle Nazioni Unite, avrebbero riferito che in alcuni degli ultimo scontri l’esercito ruandese sarebbe stato in prima linea e in numero superiore ai ribelli M23.

Gruppo armato M23 in Congo-K

Un responsabile della sicurezza che ha voluto restare anonimo, ha spiegato ai reporter dell’Associated Press che a metà giugno, durante un assalto a una base militare congolese a una decina di chilometri a nord di Goma, sarebbe stato ucciso un mercenario rumeno e altri due sarebbero stati feriti da un missile. Il ministero degli Esteri di Bucarest e diverse emittenti rumene hanno confermato la notizia.

La crisi si estende oltre il Nord-Kivu. Più di 77.700 persone sono fuggite nel Sud-Kivu. Ma anche in questa provincia dall’aprile scorso causa di un conflitto tra due fazioni del gruppo armato Biloze Bishambuke, sono scappate oltre 30.000 persone. La situazione della sicurezza nella provincia di Ituri rimane instabile e imprevedibile, con continue violazioni dei diritti umani.

E a tutto ciò si aggiungono pure le catastrofi naturali, che hanno aggravato la crisi umanitaria. L’innalzamento delle acque del lago Tanganica, le forti piogge e l’ingrossamento dei fiumi hanno causato inondazioni e frane, soprattutto nel Sud Kivu. Lo scorso maggio oltre 50.000 persone sono state costrette a lasciare i propri villaggi.

In mezzo a tanta disperazione e sofferenza la vita però continua e qua e là si intravvedono spiragli di luce e solidarietà. A Goma, Gaël Assumani, ex campione di box congolese, dal 2020 gestisce un club di box solidale, Nyama Boxing, per dare ai giovanissimi che vivono per strada, un futuro migliore. L’ex atleta spera di allontanare i giovani anche dai vari gruppi armati che operano nella zona.

 

“Alcuni bambini hanno lasciato le loro famiglie perché non riescono a sopravvivere in condizioni di povertà estrema. Altri invece, provengono da zone di conflitto e si trovano nei campi per sfollati. Ora noi cerchiamo di dare loro una speranza, formandoli e facendo capire loro che hanno una famiglia”, ha spiegato Assumani. Lui stesso ha vissuto per strada dopo la morte della mamma.

E poi ci sono persone come Deborah Nzarubara, che proviene da una lunga stirpe di apicoltori di Goma che pratica questa antica attività in modo sostenibile e biologico per far coesistere armonicamente agricoltura e api. Il miele deve essere prodotto senza danneggiare la vita degli insetti che lo producono. Deborah sta formando nuovi apicoltori, installando arnie moderne. La giovane è fortemente motivata da un senso di responsabilità per le generazioni future.

Corenelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Non solo russi: anche mercenari rumeni, bulgari e georgiani all’assalto delle ricchezze del Congo-K

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Sbarca ad Haiti la missione di sicurezza guidata dal Kenya

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
6 luglio 2024

Il primo contingente della Missione di Sicurezza Multinazionale (MSSM – Multinational Security Support Mission), guidato dal Kenya e sostenuto dalle Nazioni Unite, è arrivato ad Haiti, quasi due anni dopo la disperata richiesta del Paese, volta a frenare l’aumento della violenza legata alle bande armate che scorrazzano ovunque.

Polizia e forze palamilitari kenyane ad Haiti [photo credit Al-Jazeera]
La comprensione del contesto locale e la mappatura del conflitto tra le gang, che controllano territori e quartieri, rimangono le più grosse sfide. Le domande chiave rimangono ancora senza risposta e permane la possibilità di danni civili ancora maggiori.

In seguito alle dimissioni dell’ex primo ministro haitiano, Ariel Henry, i colloqui politici avviati lo scorso anno sotto la guida della Comunità Caraibica (CARICOM), hanno portato alla creazione di un consiglio presidenziale transitorio, guidato da Gary Conille. L’attuale governo di transizione si è impegnato a indire elezioni e a cedere il potere all’inizio del 2026.

Secondo il documento operativo, redatto all’inizio dell’anno tra Kenya e Haiti, l’obiettivo della missione sarà quello di rendere le autorità haitiane credibili ed efficaci, con la capacità di mantenere le condizioni di sicurezza necessarie per elezioni libere ed eque.

Nessuna sequenza temporale, dunque, e mancano obiettivi generali. “Saranno le autorità haitiane a decidere dove gli agenti saranno dislocati e le regole di ingaggio. Si tratta di un contingente che risponde agli ordini della polizia nazionale e delle forze armate haitiane”. E’ quanto dichiarato dal ministro della giustizia e della pubblica sicurezza a Haiti, Carlos Hercule.

La struttura della forza e la mancanza di supervisione delle Nazioni Unite hanno sollevato interrogativi su chi avrà il controllo finale delle operazioni. Un approccio che si concentri esclusivamente sui gruppi armati haitiani e non sulle reti più ampie di sostegno tra le élite politiche ed economiche, otterrà solo vantaggi a breve termine.

La storia dei tentativi di stabilizzazione della pace ad Haiti riporta alla memoria la missione MINUSTAH (Mission des Nations Unies pour la Stabilisation en Haïti), marchiata da scandali, impunità e interferenze politiche dal 2004 al 2017, e la risposta degli haitiani oggi è un misto di entusiasmo, indifferenza e delusione. La storia mostra che quando forze straniere operano impunemente, il sistema di responsabilità diventa ancora più opaco e ancora più discrezionale.

Anche con solide garanzie, le cause profonde dell’insicurezza di Haiti non possono essere affrontate da un intervento di sicurezza straniero. Infatti, storicamente, gli interventi esteri sono serviti a prevenire le riforme necessarie e hanno rafforzato uno status quo intrinsecamente insostenibile. Senza un profondo cambiamento politico e un nuovo approccio sociale, adottato dapprima dagli Stati Uniti e poi dall’intera comunità internazionale, ci sono pochi motivi per considerare quest’ultimo intervento diverso dai fallimenti del passato.

Da anni la società civile haitiana e le organizzazioni civiche invocano un cambiamento sistemico, una rottura con il passato. La domanda è se questa forza straniera fornirà lo spazio agli haitiani per ottenere il cambiamento che desiderano o se sarà ancora una volta utilizzata dagli interessi internazionali per portare avanti gli affari come al solito.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
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Guai burocratici per la missione di polizia ad Haiti guidata dal Kenya

Haiti nel caos e la forza di polizia del Kenya bloccata da cavilli non arriva

In attesa del Kenya, ad Haiti schierati i Marines

Il giro del sesso in 86 Paesi tra diritti, divieti, trasgressioni e curiosità

Speciale per Africa ExPress
Luisa Espanet
Luglio 2024

E’ appena uscito “Viaggio nei costumi sessuali, 86 Paesi tra diritti, divieti, trasgressioni, curiosità” di Pietro Tarallo, giornalista e grande viaggiatore, edito da Erga Edizioni.

Per quanto l’autore sia un prolifico scrittore di guide, questo non lo è, è molto di più. E non solo perché è un libro polisensoriale per cui scaricando un app, con i vari QR code si possono vedere più di 1300 immagini e molti video.

Ma per la sua formula, accanto a informazioni ben documentate sui vari Paesi per quel che riguarda i diritti e i divieti, come dice il titolo, non solo legati al sesso, ci sono dei racconti.

Spesso in prima persona, introducono un tema o il modo di vivere e di praticare il sesso di un Paese, sempre con un coinvolgimento diretto. Il tono è ironico, incuriosente, intrigante, appena provocatorio, ma mai retorico o giudicante.

Ovviamente in questo viaggio non potevano mancare i Paesi africani, con le loro tradizioni e i loro costumi. Si scoprono realtà inimmaginabili, non sempre negative. Si sprofonda in altre drammatiche, che riguardano soprattutto la posizione della donna, non solo dal punto di vista del sesso, ma anche dei suoi diritti civili. Subito seguita dal tema degli omossessuali.

A completare il viaggio due capitoli: uno dedicato alla parole del sesso vecchie e nuove. Dalle più conosciute, di alcune delle quali Tarallo spiega l’origine, alle più nuove, per la maggior parte giapponesi o nate in Giappone che riguardano inedite pratiche sessuali.

Pietro Tarallo

L’ultimo capitolo è dedicato a “saperne di più” con libri The sex lives of African Women (dialogue Books) di Nana Darkoa Sekyiamah, attivista femminista ghanese che da più di dieci anni offre alle donne uno spazio per esplorare la propria sessualità, confrontarsi e imparare a liberarsi), siti(www.africarivista.it sul turismo sessuale fenomeno in aumento in Africa e www.efferivistafemminista.it sulle mutilazioni sessuali delle donne africane) blog, film e video sull’argomento. Nonostante le sue 530 pagine è un libro che si legge come un romanzo, informa, incuriosisce, alle volte commuove, altre indigna e alla fine in un post scriptum invita a riflettere.

Luisa Espanet
l.espanet@gmail.com
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Cinque stilisti africani i “Fab Five” alla conquista di Milano

Moda italiana e designer africani sempre più vicini

Quando Jane Birkin fece sognare Gaza

In Kenya i manifestanti non mollano: la polizia carica i dimostranti a Nairobi e Mombasa

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
3 luglio 2024

Anche ieri durante nuove proteste la polizia ha usato gas lacrimogeni e ha caricato i manifestanti che lanciavano pietre nel centro di Nairobi e di Mombasa. Nelle due città molte attività commerciali sono rimaste chiuse. I dimostranti sono scesi nelle strade e nelle piazze anche in molti altri centri del Paese.

Proteste contro il presidente William Ruto in Kenya

Le manifestazioni non si arrestano, malgrado William Ruto, presidente del Paese, eletto nel 2022, abbia accantonato la controversa proposta di legge finanziaria che prevedeva un forte aumento delle tasse. Ora le piazze chiedono con insistenza le dimissioni di Ruto.  La popolazione è ancora sconvolta per la brutalità e l’eccessivo uso della forza da parte della polizia per reprimere le proteste.

Secondo quanto riportato dalla associazioni per i diritti umani, dall’inizio delle dimostrazioni scoppiate in Kenya due settimane fa, sono morte 39 persone e 361 sono state ferite. Le peggiori violenze risalgono a martedì scorso, quando i manifestanti sono entrati in Parlamento, e hanno incendiato anche alcune ali dell’edificio.

E proprio durante quel fatidico martedì è stato ucciso dalla polizia anche un ragazzino di 12 anni, colpito da ben 8 pallottole. Il presidente è stato informato del fatto domenica scorsa, durante una tavola rotonda cui hanno partecipato anche alcuni giornalisti. E, in un primo momento Ruto ha chiesto se fosse ancora vivo. Poi ha precisato: “Prometto a sua madre di darle una spiegazione di quanto è realmente successo”.

Durante le manifestazioni di ieri (nei video quelle di Mombasa, dove ci sono stati due morti) sono state assai violente, secondo quanto riportato da NTV Kenya. Anche nella città costiera sono state chieste le dimissioni del presidente con slogan come: “Ruto must go”.

Alcuni membri del movimento di protesta, che apparentemente non ha leader ufficiali perché le manifestazioni vengono organizzate per lo più tramite i social media, hanno respinto l’appello al dialogo proposto dal presidente.

“Ruto parla solo di soldi, mentre la gente muore nelle strada. Siamo esseri umani, non denaro. Deve prendersi cura di noi, preoccuparsi del suo popolo. Se non è in grado di farlo, non deve occupare quella poltrona”, ha spiegato uno dei giovani ai reporter della Reuters durante le proteste a Mombasa.

Gli attivisti hanno attribuito le violenze di martedì a infiltrati che, a loro dire, sono stati sguinzagliati dal governo per screditare il loro movimento. La polizia keniota ha arrestato oltre 270 persone che si sarebbero spacciati per manifestanti, infiltrandosi nelle marce di protesta. Sei politici, un uomo d’affari e due ONG sono sospettati per aver presumibilmente alimentato le proteste antigovernative in corso.

Proprio a causa dei possibili infiltrati, molti attivisti hanno chiesto di annullare la manifestazione indetta per domani. “E’ ora di sedersi nuovamente a tavolino e riflettere sulle strategie da iadottare per mettere in risalto il vero obiettivo delle nostre proteste”, a spiegato uno di loro.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Vittoria eritrea al Tour: nuovi orizzonti del ciclismo africano

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
2 luglio 2024

”Bini”, vidi, vici”: così il sito ufficiale del Tour de France ha celebrato ieri, lunedì I luglio, la prima vittoria di un ciclista africano nero nella corsa a tappe più famosa al mondo. Giocando su uno dei più celebri lapidari messaggi della storia militare romana (“Veni, vidi, vici”, ovvero venni, vidi, vinsi), il sito ha paragonato Biniam Girmay a Giulio Cesare vittorioso nel 47 A.C. contro il re del Ponto.

Biniamin Girmay, eritreo, vince tappa del Tour a Torino

Biniam Girmay Hailu, 24 anni, eritreo, non è proprio un condottiero, ma a suo modo è entrato nella storia delle due ruote. Il suo successo a Torino, nella terza frazione, ultima in territorio italiano, della Grande Boucle alla 111° edizione, ha aperto nuovi orizzonti al ciclismo e non solo africano. Ha confermato che i confini delle corse in bici sono cambiati.

Nel marzo 2022, Bini era stato il primo corridore africano nella storia a conquistare una grande classica, la Gand- Wevelgem. Nel maggio successivo era stato il primo atleta nero a dominare una tappa del Giro d’Italia. (E poco male se subito dopo il tappo dello spumante celebrativo lo centrò in un occhio e lo costrinse al ritiro!). Aveva conquistato una frazione anche in Spagna, in Svizzera, mancava il primo posto nel Giro più ambito.

 “I corridori africani hanno qualche cosa di entusiasmante. Un nuovo sapore, un nuovo stile, una nuova speranza nel ciclismo”, aveva commentato qualche anno fa Alec Lenferma del KZN Cycling Development Camp in Sudafrica, intervistato per la serie di Olympics.com “African Revolution”.

Quell’entusiasmo, quel sapore si sono visti e gustati ieri sul traguardo di corso Galileo Ferraris di Torino, dove Bini ha bruciato i più grandi velocisti del pianeta, festeggiato da un folto e rumoroso gruppo di connazionali in estasi, ai quali il vincitore si è unito subito dopo l’arrivo.

Trionfo di Girmray a Torino, ultima tappa italiana del Tour de France

Girmay, sposato con Salime, papà di una bimba, Liela, ha dedicato il successo a tutta l’Africa: “Per anni ho pensato che queste corse fossero territorio esclusivo dei bianchi e degli europei – ha detto l’atleta della Intermarché-Wanty (squadra belga) trattenendo a fatica le lacrime – mai avrei pensato di prendervi parte, sognavo questa vittoria fin da bambino, sembra incredibile. Ringrazio la mia famiglia, tutti gli eritrei, gli africani, siamo orgogliosi tutti insieme. Questo successo significa molto per me, per la mia nazione, per tutta l’Africa. Ora facciamo davvero parte delle grandi corse. Abbiamo tante vittorie, è il nostro momento… Non piango mai, ma dentro lo sto facendo…”.

E ha aggiunto: “Ricordo che mio padre seguiva sempre il Tour e ce lo faceva vedere in Tv. Un giorno gli chiesi se fosse possibile parteciparvi. E lui mi rispose: “Insisti, ogni cosa è possibile”.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Obesità in Africa, triplicati i casi e l’OMS dà l’allarme

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
1° luglio 2024

“L’obesità è in rapido aumento in Africa. Le tendenze sono le stesse per i bambini”. Sono le parole in video, senza fronzoli, di Adelheid Onyango, direttore dell’UHC/Healthier Population Cluster dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) per l’Africa.

obesità
Donne africane obese

“L’Africa ospita attualmente il 28 per cento dei bambini in sovrappeso al di sotto dei cinque anni. Ciò è causato da comportamenti alimentari non salutari, dalla mancanza di attività fisica e da altri fattori”, continua Onyango.

Triplicato il numero di obesi in Africa

Il Paese africano che ha il numero maggiore di obesi è l’Egitto. Secondo NCD-RisC (dati 2022) è obeso il 59 per cento delle donne e il 32,5 per cento degli uomini.

Nel 1990 l’obesità colpiva il 26,9 delle donne e il 13 per cento degli uomini. I dati riguardano gli adulti sopra i 20 anni che in tre decenni sono più che triplicati.

Mappa obesità femminile Africa
Mappa dell’ obesità femminile in Africa (Courtesy NCD-RisC)

Segue il Sudafrica che, nel 2022, ha contato l’obesità femminile al 47,3 per cento (nel 1990 era al 25,9). Gli uomini sono invece passati dal 4,2 per cento nel 1990 al 14,5 del 2022.

Negli ultimi decenni è notevolmente aumentato il consumo di cibi e bevande zuccherati ma anche di fast food ricchi di grassi saturi. A questi si aggiungono gli snack, le salse e l’aumento della quantità di sale. Il maggiore consumo di fast food è causato dall’aumento di reddito della classe media che permette di mangiare fuori casa, soprattutto nei grandi centri urbani.

Un’occasione che hanno preso al volo gli imprenditori locali. Tra questi Chicken Republic fondato in Nigeria nel 2004 che in tutto il Paese e in Ghana ha circa 150 ristoranti. Kilimanjaro, sempre in Nigeria nato nel 2004 è una catena di fast food con caratteristiche di cibo locale nigeriano con una cinquantina di ristoranti.

Mappa dell' obesità maschile in Africa (Courtesy NCD-RisC)
Mappa dell’ obesità maschile in Africa (Courtesy NCD-RisC)

Aumento delle malattie non trasmissibili

Secondo l’OMS le persone obese sono più a rischio di sviluppare gravi condizioni di salute come il diabete 2 e malattie cardiache. L’obesità favorisce anche alcuni tipi di cancro, tra cui quello al seno, al colon, all’esofago, al pancreas e al fegato. Da tener conto anche dell’isolamento sociale e le condizioni di salute mentale correlate.

L’unione fa la forza

Esiste un progetto messo a punto tra OMS e i governi di una decina di Stati dell’Africa meridionale e orientale.

Tra le iniziative a breve scadenza c’è la proposta per l’introduzione di un tassa sulle bevande zuccherate utile a diminuirne il consumo. Poi, limitare il marketing del cibo poco sano per i bambini sotto i cinque anni e rendere facile la lettura sulle etichette dei cibi.

obesità KFC in Ghana
Obesità, KFC in Ghana

La colonizzazione del pollo fritto

Un colosso americano da 30 mila ristoranti a livello mondiale ha conquistato l’Africa: Kentucky Fried Chicken (KFC) catena di fast food creata dal colonnello Sanders. Specializzato nel pollo fritto, nel 1972 ha aperto il primo punto vendita in Sudafrica e nel 1973 in Egitto. KFC è la catena di fast food che ha avuto maggiore successo nel grande continente: oggi ha circa 1.100 punti vendita aperti. Di questi, 960 sono in Sudafrica.

Gli altri ristoranti KFC li troviamo in 24 Paesi, dallo Zimbabwe al Marocco, dal Madagascar all’Angola, dalla Nigeria a Eswatini dal Mozambico all’Uganda. Ha vinto con la pubblicità che dice: “Leccatevi bene le dita”, che pare piaccia agli africani.

Per un’Africa con un sistema sanitario fragile l’obesità diventa un altro enorme problema.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Medici italiani in Congo-K ridanno il sorriso ai bambini affetti da malformazioni del viso

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° luglio 2024

L’est della Repubblica Democratica del Congo è da decenni teatro di conflitti. Le ricchezze del sottosuolo attirano non solo investitori stranieri. Sono “bocconi prelibati” anche per i Paesi confinanti, per non parlare dei numerosi gruppi armati, che controllano miniere artigianali, schiavizzano, opprimono e massacrano la popolazione residente.

A causa dei continui combattimenti che insanguinano l’est del Congo-K (le province del Nord-Kivu, Sud-Kivu e Ituri), le persone continuano a scappare dalle proprie case. Attualmente gli sfollati sono oltre 7 milioni, mentre 1,1 milioni hanno cercato protezione nei Paesi confinanti.

In questo contesto di grave insicurezza opera anche la ONLUS italiana, Progetto Sorriso nel Mondo, che dal 2008 ha instaurato una importante collaborazione con l’Hôpital Général De Référence d’Uvira nel Sud-Kivu, RD Congo. La ONG è attiva anche in Bangladesh dal lontano 1997, ma dopo, nel 2005, è approdata anche in Africa, prima nel Burundi ed in seguito nel Congo-K.

Progetto Sorrisi nel mondo nell’ospedale di Uvira

Presidente e cofondatore del Progetto Sorrisi nel Mondo, un’associazione internazionale impegnata nel trattamento e nella cura delle malformazioni cranio-facciali infantili, come la labiopalatoschisi (comunemente conosciuto come labbro leporino), è Andrea Di Francesco, medico responsabile della Chirurgia Maxillo-Facciale Pediatrica, all’ospedale San’Anna di Como.

Di Francesco è tornato poco meno di un mese fa da Uvira con la sua équipe, composta da due anestesisti, due chirurghi, due infermieri, due collaboratori addetti alla logistica e un ingegnere fotovoltaico.

Uvira, Sud Kivu, Congo-K
l’Hôpital Général De Référence d’Uvira

Dottor Di Francesco, tra il vostro team vediamo anche un ingegnere specializzato nel fotovoltaico. A che pro?

Laggiù la corrente elettrica subisce spesso lunghe interruzioni, anche laddove dovrebbe essere garantita, come negli ospedali. Per questo motivo nel 2017 nell’ospedale di Uvira abbiamo avviato il progetto EIS (Energia Informatizzazione Salute) e, in collaborazione con l’associazione Zero+ e STFoundation, è stata realizzata una Centrale fotovoltaica. La copertura energetica è così  garantita e ha permesso lo sviluppo dell’informatizzazione come previsto dal progetto EIS.

Quanti interventi avete effettuato durante quest’ultimo soggiorno? I risultati sono stati soddisfacenti ?

Abbiamo eseguito trenta operazioni chirurgiche in anestesia totale, tutte con esito positivo.

Progetto Sorrisi nel Mondo. In basso a destra Andrea Di Francesco

La vostra ONLUS è anche impegnata nella formazione del personale in loco?

Promoviamo la preparazione di infermieri, anestesisti e chirurghi. Il personale locale è molto motivato, ha una discreta preparazione di base ed è abituato a doversi districare anche in momenti critici con poche risorse a disposizione. Non si sente una mosca volare durante le lezioni teoriche, figuriamoci nell’ambito pratico. E, quando un bambino riesce a parlare, a sorridere, non di rado la loro emozione è pari a quella dei genitori stessi.

Chi si rivolge a voi, e come vengono selezionati i pazienti? Curate anche i piccoli provenienti dai campi per sfollati?

Noi curiamo tutti bimbi affetti da malformazioni cranio-facciali. Generalmente i familiari arrivano all’ospedale di Uvira, dove noi appunto operiamo, tramite il passa parola che arriva persino nei campi per sfollati.

ONG Progetto Sorrisi nel Mondo, a destra, Andrea Di Francesco

Ridare il sorriso ai piccoli, anche ai più sfortunati è il vostro leitmotiv. Come cambia la vita di un bambino in Africa affetto da queste gravi malformazioni?

Ogni bambino dovrebbe poter sorridere al mondo ed è lo scopo, il desiderio di ogni mamma, la famiglia tutta, che vuole solo il meglio per il proprio figlio.  In molti Paesi africani la malformazione viene vista come una maledizione. Noi riusciamo a ridare una vita vera e reale a molti, permettendo un inserimento nella società, la possibilità di frequentare la scuola.

Vista la situazione attuale nell’est del Congo-K, (violenza diffusa e continui massacri) il Paese permetterà a questi bimbi di mantenere il sorriso una volta cresciuti?

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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