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In Sudan il conflitto continua la sua folle corsa: oltre la metà della popolazione soffre la fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
19 luglio 2024

“Le Agenzie delle Nazioni Unite e le ONG devono tornare tutte sul campo, la popolazione sudanese ha bisogno di noi”, è l’appello lanciato qualche giorno fa tramite AFP da Christos Christou, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere (MSF). Gran parte delle operazioni umanitarie sono state interrotte e molte ONG, in attesa di nuovi sviluppi, si sono ritirate a Port Sudan, che dista un migliaio di chilometri da Khartoum.

Sudan: sfollati e rifugiati in continuo aumento

L’ex protettorato anglo-egiziano è entrato nel 16esimo mese di guerra e la fame attanaglia gran parte della popolazione. Il rapporto dell’ONU di fine giugno precisa che 25,6 milioni di sudanesi – poco più della metà della popolazione – è colpita da insicurezza alimentare acuta. I morti sono ben oltre 16 mila, cifra certamente sottostimata. Secondo gli ultimi dati, più di 11 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie abitazioni tra questi circa 2 milioni hanno cercato rifugio nei Paesi limitrofi.

Tra i morti e feriti ci sono anche operatori umanitari, medici e paramedici. Nelle ultime due settimane nello stato di Sennar, dove si sono intensificati i combattimenti, sono stati uccisi due volontari di Red Crescent Society (SRCS). La Federazione internazionale delle società di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha sottolineato che proteggere coloro che prestano servizio per aiutare gli altri, non è solo un obbligo legale, ma anche morale.

Le due parti in conflitto, Rapid Support Forces, capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, da un lato, e le Forze armate sudanesi (SAF), comandate da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio Sovrano e di fatto capo dello Stato, dall’altro, hanno devastato quasi tutto il Paese.

Una parte di Omdurman, città gemella di Khartoum, sulla sponda occidentale del Nilo, e un tempo il principale polo commerciale del Sudan, è oggi inabitabile a causa della presenza di cadaveri nelle strade e nelle case. Una crisi sanitaria senza precedenti. Non è rimasto nessuno per dare una degna sepoltura ai morti. Per le strade si aggirano solo roditori e insetti.

Un quartiere di Omdurman, Sudan

Intanto a Ginevra, sotto l’egida delle Nazioni Unite si tenta di trovare una soluzione per quanto riguarda il passaggio dei convogli con aiuti umanitari e la protezione dei civili. E Ramtane Lamamra, inviato del segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, sta tentando di guidare un approccio con rappresentanti delle RSF e dell’esercito sudanese. Si tratta di “discussioni di prossimità”, il che significa che le due parti in conflitto non si incontrano e non negoziano direttamente.

Sin dall’inizio della guerra, sia l’esercito sia le RSF sono stati accusati di aver saccheggiato e ostacolato l’arrivo dei convogli aiuti umanitari, oltre ad aver quasi distrutto un sistema sanitario già fragile.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato un nuovo allarme per quanto riguarda El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, dove a tutt’oggi sono intrappolate oltre 800mila persone. I convogli con gli aiuti umanitari non possono accedere nella zona a causa degli incessanti combattimenti tra le RSF e l’esercito sudanese. E ora, secondo quanto riportato da un funzionario di PAM (Programma Alimentare Mondiale), l’unica via di rifornimento ancora aperta è stata interrotta a causa delle forti piogge. Mentre Mona Rishmawi, membro della Missione d’inchiesta dell’ONU sul Sudan, ha dichiarato ai reporter di Reuters che i rifugiati arrivati nel vicino Ciad, durante la fuga sono stati costretti a nutrirsi di erba per sopravvivere.

Anche a Sennar, città sul Nilo Blu, nel sud-est del Paese, la situazione è a dir poco catastrofica da quando è sotto assedio dei paramilitari di Hemetti. Le RSF stanno controllando le principali vie d’accesso, impedendo così l’arrivo di beni di prima necessità.

E proprio per l’ormai risaputa presenza di miliziani stranieri tra i paramilitari delle RSF, le autorità dello Stato di Khartoum hanno ordinato a tutti non sudanesi di abbandonare la regione entro le 23.59 del 26 luglio prossimo.

Cornelia Toelgyes
cornelicit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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In Ruanda con il 99 per cento dei voti, vince ancora il pugno di ferro di Kagame

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
18 luglio 2024

Nessun dubbio in Ruanda. Una vittoria senza spettacolo, né colpi di scena. Paul Kagame rimane il leader indiscusso, appoggiato dalla forza del suo partito, il Fronte Patriottico Ruandese (FPR – Front Patriotique Rwandais).

Elezioni presidenziali in Rwanda [photo credit BBC]
Con il 99 per cento delle preferenze, per Kagame inizia dunque il quarto mandato presidenziale.  Seconda posizione per Frank Habineza, il candidato del Partito Democratico Verde del Ruanda, con poco più dello 0,5 per cento dei voti. Al terzo posto l’indipendente Philippe Mpayimana, con l’irrisorio 0,3 per cento. I grandi oppositori, Stima Diane Rwigara, Victoire Ingabire, Bernard Ntaganda, erano stati tutti finemente esclusi dalle elezioni.

Fermando i massacri contro i tutsi, trent’anni fa, con le truppe dell’FPR, l’ex ribelle – che si è fatto le ossa nella macchina politica ugandese – si è assicurato il riconoscimento duraturo dei ruandesi e della comunità internazionale, rimasta immobile durante il genocidio, che causò quasi un milione di vittime.

Gestione autoritaria e coinvolgimento nel conflitto che dilania la parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, si contrappongono al “miracolo ruandese”, molto visibile e molto reale se si considerano le performance economiche e sociali che il Paese mostra solo tre decenni dopo la violenza che lo ha colpito.

Di questo genocidio, le cui cicatrici ancora emergono sui verdi pendii delle mille colline, Paul Kagame ne fece anche uno strumento politico per vigilare sulla sua popolazione. Indottrinamento o educazione? Probabilmente un po’ entrambi.

Il trauma intergenerazionale e la situazione nell’est della Repubblica Democratica del Congo hanno contribuito a serrare i ranghi attorno all’uomo che incarna la resistenza. Nell’immaginario collettivo, il gruppo ribelle ruandese anti-Kagame, le Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda – con ideologia Hutu e con il sostegno di Kinshasa – si continua a nascondere nelle foreste congolesi, pronto a finire “il lavoro” iniziato nel 1994. La realtà è evidentemente più complessa, ma la paura è sapientemente alimentata dal presidente.

Il leader ruandese Paul Kagame con il direttore di Africa ExPress, Massimo Alberizzi, in una foto di qualche anno fa

Questi ultimi risultati elettorali definiscono chiaramente la dittatura di Kagame come uno degli stati di polizia più efficaci e brutali del 21° secolo. Secondo il rapporto Freedom in the World 2024, di Freedom House – organizzazione non governativa internazionale con sede a Washington – Kigali ha represso il dissenso politico attraverso la sorveglianza pervasiva, l’intimidazione, la detenzione arbitraria, la tortura e le violenze a carico di dissidenti in esilio.

Le limitazioni alla partecipazione dei cittadini al processo decisionale sotto la guida dell’FPR sono evidenti. Il concetto di Stato di diritto, inteso a promuovere il buon governo, è in gran parte assente. Il Parlamento non ha il potere di sfidare efficacemente l’esecutivo, dominato dai membri dell’FPR e dai loro alleati della coalizione.

La mancanza di indipendenza della magistratura, con alti funzionari nominati dal presidente e confermati dal Senato, dominato dall’FPR, si traduce in poche preziose sentenze contro il governo.

Nonostante l’impressionante crescita economica del Ruanda, come riconosciuto dalla Banca Mondiale, il Paese non è inclusivo e deve far fronte a carenze in settori cruciali, quali istruzione e sanità, per mostrare un’autentica trasformazione sociale ed economica.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dopo l’ultimo attacco israeliano al campo di di al-Mawasi, a Gaza ormai restano solo distruzione e morte tra le tende

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
17 luglio 2024

E’ solo l’ennesimo massacro in ordine di tempo quello di al-Mawasi. Più di 90 morti, almeno 300 feriti gravi, all’interno delle tende di un campo profughi. Questo l’agghiacciante bilancio.

Piccola fettina di terra costiera non lontana da Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza, al-Mawasi oggi ospita una popolazione stimata di circa un milione di sfollati interni. Spostati da nord a sud, poi da sud a nord e ancora da nord a sud, gli abitanti sono privi di tutto e cercano di sopravvivere con una temperatura di 40 gradi, senza acqua potabile e con la malnutrizione nelle ossa.

Al-Mawasi, Striscia di Gaza [photo credit Middle East Monitor]
Le Forze di Difesa Israeliane l’avevano dichiarata “safe zone”. Ma cosa significa? Niente è sicuro a Gaza. La parola d’ordine dei sionisti, “Stanare gli uomini di Hamas”, resta la perenne giustificazione di Israele all’uccisione di centinaia di civili.

Questa volta chi si voleva colpire? Arriva rapida e senza scrupoli la voce dura di Benjamin Netanyahu, in una conferenza stampa. I destinatari di missili e bombardamenti aerei erano il comandante del braccio armato di Hamas, Mohammed Deif, e il comandante senior della brigata Khan Younis, Rafa Salama. Netanyahu ha dato la sua benedizione affinché il capo dello Shin Bet – l’agenzia di sicurezza israeliana – effettuasse l’operazione dopo essersi assicurato che non c’erano ostaggi israeliani nella zona. Per i civili palestinesi invece nessuna premura.

Ancora una grave violazione da parte di Israele del Diritto Internazionale Umanitario. Ancora il non rispetto del principio di proporzionalità, contrapposto alla necessità militare, nei conflitti armati.

L’Egitto, mediatore nei colloqui per il cessate il fuoco, ha condannato l’attacco e ha criticato il “silenzio vergognoso e la mancanza di azione da parte della comunità internazionale”.

Ogni giorno Gaza è testimone del flagrante fallimento dell’obiettivo fissato nove mesi fa dal capo del governo israeliano, ovvero quello di “annientare Hamas”, movimento che non ha avuto difficoltà a reclutare al suo interno una fetta di popolazione palestinese determinata a reclamare giustizia per le violazioni subite.

Intanto in Israele crescono ogni settimana le manifestazioni contro l’estremismo cieco di Netanyahu. Mai negli ultimi anni nella nostra democrazia la questione del diritto, se non del dovere, di disobbedire è stata sollevata con così tanta intensità. Sentinelle della dignità, questi cittadini agiscono in nome di valori intangibili e immutabili.

Le nostre società stanno attraversando un periodo buio, l’umanità sembra avviarsi verso il vuoto. La nostra democrazia non è più semplicemente in crisi, ma si sta trasformando davanti ai nostri occhi in un regime sempre più autoritario, come atto preparatorio al peggio. Siamo arrivati ​​ad un punto di intersezione cruciale. Quanti saranno coloro che, di fronte ad ordini illegali, preferiranno scendere nel campo dell’onore, piuttosto che estinguere definitivamente ogni forma di coscienza?

Le continue violazioni di regole e norme da parte dell’occupazione israeliana sono un duro colpo per i diritti umani e il silenzio può essere interpretato solo come condiscendenza nei confronti della potenza occupante.

Tutti dovremmo essere sorpresi dal silenzio assordante dell’Occidente, dalla mancanza di solidarietà dei leader dei Paesi arabi o dall’inquietante lontananza dei Paesi asiatici e nordafricani.

Per non turbare i sogni dei suoi alleati estremisti, Netanyahu continua a dire no al cessate il fuoco e ad un governo dell’Autorità Palestinese a Gaza e, per non perdere l’appoggio degli Stati Uniti e dell’opposizione israeliana, continua a dire no all’occupazione permanente. L’ambiguità mette in luce la portata della crisi. Risultato? Apertis verbis, una mancanza di strategia generale e una crescente spaccatura con la Casa Bianca.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
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Addio a Bruno Brugnoni, le sue analisi sono state importanti per capire il mondo

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L’ultimo saluto a Bruno si potrà dare o domani mattina,
mercoledì 17 luglio, alle 10 per la benedizione della salma,
oppure giovedì 18 luglio alle ore 9,30, per la chiusura della bara.
In entrambi i casi, all’obitorio dell’istituto dei tumori
in via Ponzio 8, a Milano.

Senza Bavaglio e Africa Express
Milano, 16 luglio 2024

Ieri sera dopo una breve ma micidiale malattia se n’è andato Bruno Brugnoni, un indomito combattente per la libertà. Era nato a Genova e il 21 luglio avrebbe compiuto 83 anni. Aveva fatto della lotta contro il malaffare e la corruzione una ragione di vita. Non era giornalista, ma, amico di Senza Bavaglio e di Africa ExPress, ci aveva aiutato moltissimo nelle nostre inchieste. Era ingegnere navale e in qualità di “direttore di macchina” aveva girato il mondo e avuto occasione di toccare con mano alcuni importanti episodi corruttivi. Durante la stagione di Mani Pulite era stato consulente della procura di Milano e di quella di Monza.

Per noi diverse volte le sue analisi erano state assai preziose. Durante l’inchiesta che abbiamo avviato sul caso di Silvia Romano, la ragazza rapita di Kenya il 20 novembre 2018, tenuta in cattività per 18 mesi in Somalia, poi liberata e tornata a casa misteriosamente islamizzata, ci ha aiutato capire il quadro della situazione e perché le tessere del mosaico non combaciavano ed erano sbilenche.

Bruno Brugnoni in una foto dell’anno scorso

Grazie alla sua esperienza sui mercantili ci ha spiegato cosa era successo nel Canale di Suez il 23 marzo del 2021 quando la porta-container Ever Given – una delle navi più grandi al mondo con una stazza lorda di 224mila tonnellate e una capacità di carico di 20mila container lunga 400 metri e larga 60 – battente bandiera panamense, si era incagliata nel corso d’acqua bloccando la navigazione per diversi giorni.

Bruno Brugnoni alla manifestazione del 25 aprile

Ma lo scoop più importante è quello messo a segno nel 2002 quando ci ha aiutato a leggere, analizzare e capire le centinaia di documenti su un traffico d’armi tra Ucraina, Liberia e Sierra Leone. Era il periodo in cui i due Paesi africani erano devastati da una furiosa guerra civile combattuta con le armi provenienti dalla nazione ex sovietica.

Il nostro Bruno festeggiato dalla famiglia di Senza Bavaglio e di Africa ExPress al pranzo di Senza Bavaglio e di Africa ExPress dopo la manifestazione del 25 aprile scorso

Bruno era un fervente liberale, potremmo definirlo un estremista liberale, non nel senso conservatore del termine ma piuttosto progressista. Insomma, un liberal intransigentemente antifascista cresciuto alla scuola di Piero Gobetti e dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e non sopportava violenze e soprusi.

Il nostro amico era al nostro fianco anche durante svariate manifestazioni che si sono svolte a Milano per la liberazione di Julian Assange.

E lo scorso 25 aprile aveva partecipato con noi, sotto le bandiere di Senza Bavaglio, alla manifestazione per l’anniversario della Liberazione.

Bruno con Paolo Palillo durante un incontro degli amici di Africa ExPress

La redazione di Africa ExPress e di Senza Bavaglio è vicina alla famiglia.
Bruno ci mancherà moltissimo.

Africa ExPress
Senza Bavaglio
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

Una manovra sbagliata e forse voluta ha causato il blocco del Canale di Suez

Il mondo opaco delle commodities: dal petrolio, ai diamanti, alle armi nei feroci conflitti africani

Armi dall’Ucraina alla Liberia e Sierra Leone: via Monza

Qui gli articoli sul rapimento di Silvia Romano

Ci ha lasciato Bruno Brugnoni, le sue analisi sono state importanti per capire il mondo

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Senza Bavaglio e Africa Express
Milano, 16 luglio 2024

Ieri sera dopo una breve ma micidiale malattia se n’è andato Bruno Brugnoni, un indomito combattente per la libertà. Era nato a Genova e il 21 luglio avrebbe compiuto 83 anni. Aveva fatto della lotta contro il malaffare e la corruzione una ragione di vita. Non era giornalista, ma, amico di Senza Bavaglio e di Africa ExPress, ci aveva aiutato moltissimo nelle nostre inchieste. Era ingegnere navale e in qualità di “direttore di macchina” aveva girato il mondo e avuto occasione di toccare con mano alcuni importanti episodi corruttivi. Durante la stagione di Mani Pulite era stato consulente della procura di Milano e di quella di Monza.

Per noi diverse volte le sue analisi erano state assai preziose. Durante l’inchiesta che abbiamo avviato sul caso di Silvia Romano, la ragazza rapita di Kenya il 20 novembre 2018, tenuta in cattività per 18 mesi in Somalia, poi liberata e tornata a casa misteriosamente islamizzata, ci ha aiutato capire il quadro della situazione e perché le tessere del mosaico non combaciavano ed erano sbilenche.

Bruno Brugnoni in una foto dell’anno scorso

Grazie alla sua esperienza sui mercantili ci ha spiegato cosa era successo nel Canale di Suez il 23 marzo del 2021 quando la porta-container Ever Given – una delle navi più grandi al mondo con una stazza lorda di 224mila tonnellate e una capacità di carico di 20mila container lunga 400 metri e larga 60 – battente bandiera panamense, si era incagliata nel corso d’acqua bloccando la navigazione per diversi giorni.

Bruno Brugnoni alla manifestazione del 25 aprile

Ma lo scoop più importante è quello messo a segno nel 2002 quando ci ha aiutato a leggere, analizzare e capire le centinaia di documenti su un traffico d’armi tra Ucraina, Liberia e Sierra Leone. Era il periodo in cui i due Paesi africani erano devastati da una furiosa guerra civile combattuta con le armi provenienti dalla nazione ex sovietica.

Il nostro Bruno festeggiato dalla famiglia di Senza Bavaglio e di Africa ExPress al pranzo di Senza Bavaglio e di Africa ExPress dopo la manifestazione del 25 aprile scorso

Bruno era un fervente liberale, potremmo definirlo un estremista liberale, non nel senso conservatore del termine ma piuttosto progressista. Insomma, un liberal intransigentemente antifascista cresciuto alla scuola di Piero Gobetti e dei fratelli Carlo e Nello Rosselli e non sopportava violenze e soprusi.

Il nostro amico era al nostro fianco anche durante svariate manifestazioni che si sono svolte a Milano per la liberazione di Julian Assange.

E lo scorso 25 aprile aveva partecipato con noi, sotto le bandiere di Senza Bavaglio, alla manifestazione per l’anniversario della Liberazione.

Bruno con Paolo Palillo durante un incontro degli amici di Africa ExPress

La redazione di Africa ExPress e di Senza Bavaglio è vicina alla famiglia.
Bruno ci mancherà moltissimo.

Africa ExPress
Senza Bavaglio
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Una manovra sbagliata e forse voluta ha causato il blocco del Canale di Suez

Il mondo opaco delle commodities: dal petrolio, ai diamanti, alle armi nei feroci conflitti africani

Armi dall’Ucraina alla Liberia e Sierra Leone: via Monza

Qui gli articoli sul rapimento di Silvia Romano

Kenya, processo per terrorismo al profeta della “Setta della Fame” responsabile del massacro di Shakahola

Speciale per Africa ExPress

Sandro Pintus
16 luglio 2024

La settimana scorsa, nel tribunale di Shanzu a Mombasa, è iniziato il processo al predicatore-profeta Paul Mackenzie Nthenge. Il profeta è capo della Good News International Church (Chiesa Internazionale della Buona Novella), soprannominata la “Setta della Fame”.

Shakahola
Kenya, Shakahola, esumazione dei cadaveri

Nelle fosse comuni trovati 448 cadaveri

È ritenuto responsabile della morte di 448 persone seppellite in fosse comuni nella foresta di Shakahola, vicino a Malindi, sulla costa del Kenya. Tra i cadaveri sono stati identificati 131 bambini dei 184 scomparsi.

Il “massacro di Shakahola”, è venuto alla luce nell’aprile scorso, lasciando sotto shock l’intero Paese. Dopo la macabra scoperta il presidente keniota, William Ruto, si è scagliato contro “le congregazioni che usano la religione per ideologie inaccettabili”, paragonandole al terrorismo.

Il pubblico ministero ha subito chiarito che la chiesa della Buona Novella è “un’organizzazione criminale che ha commesso atti violenti in nome di un’ideologia”.

Morti per fame

La morte delle 448 persone, adepti della setta è avvenuta per fame. Mackenzie incoraggiava i fedeli a morire “per incontrare Gesù”. Chi cercava di scappare veniva ucciso a bastonate.

Le udienze del processo si tengono a porte chiuse con 90 testimoni, dodici dei quali – anche nove bambini – sono sotto protezione. Mackenzie e i coimputati sono accusati di 13 atti di terrorismo per il loro coinvolgimento nella morte di 448 persone, i cui corpi sono stati riesumati dalla foresta di Shakahola.

Secondo l’accusa saranno presentate prove dirette e indiziarie, ma anche con numerose prove reali e documentali, comprese quelle elettroniche e altre forme oltre che digitali. “Le prove riveleranno una struttura gerarchica, con Mackenzie e Smart Mwakalama al comando che supervisionavano le operazioni”, ha detto Peter Kiprop, vicedirettore della Procura.

morti anche bambini il Paul Mackenzie Nthenge
Paul Mackenzie Nthenge, predicatore-profeta della setta Good News International Church

La difesa: “È libertà di religione”

Di diverso avviso la difesa che ha respinto la accuse. Paul Mackenzie e i suoi coimputati stavano semplicemente esercitando i loro diritti fondamentali e si appella alle libertà di religione, espressione e associazione garantite dalla Costituzione keniota.

Il 10 luglio c’è stata la testimonianza di Lewis Thoya Sira, medico e fratello di Paul Mackenzie. Dopo aver saputo della morte dei suoi due nipoti deceduti per fame, si sarebbe recato sul posto, a Shakahola, con una TV locale e un suo cugino. Anche un bambino di 8 anni ha rilasciato una testimonianza in cui denuncia che all’età di 7 anni i suoi genitori hanno smesso di nutrirlo “perché quello era l’unico modo per andare in paradiso e incontrare Gesù”.

Il predicatore, insieme ai coimputati, è accusato anche di omicidio, omicidio colposo e crudeltà su minori da altri tre tribunali del Paese. Le cose si complicano parecchio per Paul Mackenzie Nthenge.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
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Massacro della setta religiosa in Kenya: a processo il profeta e 94 aderenti

Strage della setta religiosa in Kenya: salgono a 200 i morti e più di 600 dispersi

Orrore religioso in Kenya: trovati oltre 100 cadaveri, si sono lasciati morire di fame, scomparse più di 400 persone

Massacro in Kenya, 90 adepti di una setta cristiana si sono lasciati morire di fame “per incontrare Gesù”

Burkina Faso verso la criminalizzazione degli omosessuali

Dalla Nostra Corrispondente
Simona Fossati
Nairobi, 14 luglio 2024

 

Anche il Burkina Faso vuole criminalizzare l’omosessualità, allineandosi così con molti Paesi africani. Le pene previste non sono ancora state specificate. Finora in Burkina Faso non esisteva una legge che sanzionasse l’omosessualità.

Il Consiglio dei ministri della ex colonia francese, governata con pugno di ferro da una giunta militare di transizione, capeggiata dal golpista Ibrahim Traoré, sta preparando un intervento legislativo che mira a riformare il diritto di famiglia e le libertà dell’individuo. Il vecchio codice risale al 1989

Il governo, sotto il profilo legale, vuole rendere reato l’omosessualità e le pratiche a essa collegate. Nondimeno anche i diritti civili saranno oggetto di riforma: i matrimoni tradizionali e quelli religiosi saranno equiparati a quelli civili, la maggiore età verrà raggiunta a 18 anni e non più a 20. L’età minima per i matrimoni è di 18 anni, ma con l’autorizzazione di un giudice ci si può sposare anche a 16.

Spose bambine

Il testo del progetto di legge, che è stato inviato all’Assemblea legislativa di transizione per l’esame e l’adozione, prevede anche novità per quanto riguarda l’acquisizione e la perdita della cittadinanza burkinabé.

Un cittadino straniero, sposato con uno di nazionalità del Burkina Faso può richiedere la cittadinanza 5 anni dopo aver contratto il matrimonio. Ma la cittadinanza burkinabé si può anche perdere per comportamenti e/o azioni che vanno contro gli interessi del Paese. Quest’ultimo provvedimento non avrà alcun effetto sui figli e sui coniugi delle persone private della cittadinanza, ha spiegato il ministro della Giustizia di Ouagdougou, Edasso Rodrique Bayala.

Il governo giustifica queste proposte di legge con il fatto che le autorità tengono conto dei costumi e delle tradizioni del Burkina Faso. In poche parole vorrebbe  liberarsi da tutte le imposizioni provenienti dall’Occidente.

Simona Fossati
Simona.fossati@gmail.com
X: @africexp
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Altri articoli sul BURKINA FASO li trovate qui

 

Kenya: Ruto silura gabinetto dei ministri e promette governo di larghe intese

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
13 luglio 2024

Dopo le proteste delle scorse settimane, due giorni fa il capo di Stato del Kenya, William Ruto, ha defenestrato quasi tutti i suoi ministri, eccetto il capo degli Esteri, Musalia Mudavadi e del  vice-presidente, Rigathi Gachagua (per motivi legali il numero due del Paese non può essere licenziato). Anche il procuratore generale Justin Muturi è stato esonerato dalle sue mansioni con effetto immediato.

William Ruto, presidente del Kenya, eletto nel 2022

In aggiunta alla revoca della maggior parte dei ministri, Ruto ha annunciato anche lo scioglimento di 47 società statali con funzioni sovrapposte per risparmiare denaro e di aver bloccato i fondi per l’ufficio della First Lady, Rachel.

Ruto si è deciso a questo passo dopo le proteste della popolazione e ha promesso che formerà un governo di larghe intese, appena potrà avviare le consultazioni.

I manifestanti hanno accusato i ministri di incompetenza, arroganza e hanno anche contestato gli sfarzosi stili di vita dei deputati, mentre la popolazione è costretta a combattere giornalmente per sopravvivere: le tasse sono troppo alte il costo della vita è in continuo aumento. Malgrado Ruto abbia accantonato la controversa proposta di legge finanziaria che prevedeva un forte aumento delle imposte, i giovani hanno continuato a protestare contro l’inadeguata governance del Paese.

Il presidente Ruto ha accettato le dimissioni del capo della polizia del Kenya, Japhet Koome

E ieri, il capo della polizia, Japhet Koome, ha rassegnato le proprie dimissioni dopo le manifestazioni di piazza, represse con violenza dalle forze dell’ordine, durante le quali sono morte 40 persone. Le associazioni per i diritti umani hanno accusato gli agenti di aver sparato sui dimostranti con pallottole vere, di aver rapito e arrestato arbitrariamente centinaia di persone.

Amnesty International ha fatto sapere la scorsa settimana che, in una cava fuori dalla capitale, è stato rinvenuto il corpo di Denzel Omondi, un manifestante scomparso durante le proteste, e ieri sono state scoperte altre salme a Mukuru, un insieme di baraccopoli nella periferia di Nairobi. I cadaveri sono già in avanzato stato di decomposizione. La maggior parte donne eccetto uno. Gli attivisti per i diritti umani hanno chiesto che vengano aperte immediatamente le relative indagini.

Venerdì un centinaio di studenti ha bloccato per ore una delle principali arterie di Nairobi, la Thika Road, per protestare contro la morte del loro collega di studi, Denzel Omondi.

Mandare a casa il capo di Stato non è tecnicamente possibile al momento attuale. Non si possono indire nuove elezioni in quanto non è stata ancora formata la nuova Commissione Elettorale Indipendente (IEBC) dopo le presidenziali del 2022.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Videocredit: Reuters

Altri articoli sul KENYA li trovate qui

 

L’Eritrea entra nell’Olimpo del ciclismo: terza vittoria di “Bini” al Tour de France

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
11 luglio 2024

Dopo la prima vittoria, entrò nella leggenda nazionale, anche se la moglie non poté raggiungerlo dall’Eritrea per festeggiare lunedì, il primo giorno di riposo del Tour.

Dopo la seconda, il suo telefonino è diventato quasi inagibile: su WhatsApp deve ancora rispondere a 600 messaggi. E ora? Altro che “Bini, vidi, vici”, come titolò il sito del Tour de France.

L’eritreo Biniam Girmai alla sua terza vittoria al Tour de France

Ora Biniam Girmay Hailu in bici stravince. Il ventiquattrenne ciclista eritreo ha fatto tris nella più importante corsa ciclistica mondiale. Dopo il primo successo, il I luglio, nella terza tappa sul traguardo di Piacenza, Bini si è ripetuto il 6 luglio nell’ottava frazione a Colombey-les-Deux- Eglises (dove è sepolto Charles de Gaulle, regione del Grand Est). E oggi, 11 luglio, nella 12° puntata della Grande Boucle, a Villeneuve-Sur-Lot (nel dipartimento Lot Garonna), Girmay ha messo in fila i più celebri velocisti del mondo.

Basta scorrere l’ordine d’arrivo. Chi mastica un po’ di ciclismo, si stropiccia gli occhi nel vedere dietro il giovane atleta africano della Intermarché- Wanty tipi come Wout Van Aert, Pascal Ackerman, Jasper Philipsen, Arnaud de Lie, Alexander Kristof, Dylan Groenewegen…

Il primo a non crederci è proprio lui. Si sente un miracolato. Tre volte primo, due volte secondo in 12 giorni di gara. E infatti il primo pensiero, nell’ intervista dopo corsa, Bimian le ha rivolte proprio al Padreterno: “Prima di tutto vorrei ringraziare Dio per avermi dato tanta forza e potenza. Senza Dio non potremmo fare nulla – ha detto – Secondo, voglio ringraziare i miei compagni di squadra. Grazie a tutti. Senza di loro non potrei dimostrare di essere il più veloce. Quando mi sveglio ogni mattina mi sento in forma e felice. Queste vittorie sono assolutamente incredibili. Mi danno fiducia per il futuro della mia carriera”.

E non solo a lui, ma a tutto il ciclismo africano. Al termine della vittoriosa terna, un giornalista del quotidiano l’Equipe ha ribadito come il ciclismo sia uno sport prevalentemente bianco ed europeo e gli ha chiesto: “Quale è il tuo impatto sul resto del tuo continente? Come vedi il futuro?”

Biniam Girmay, all’arrivo della 12esima tappa del Tour dr France

Bini ha risposto: “Il ciclismo non è uno sport globale come gli altri sport. Ma è bene contribuire alla sua globalizzazione. Se lavoriamo bene, se le squadre europee si preoccupano di investire nel ciclismo africano, funziona. Per il momento sono l’unico nero nel gruppo, ovviamente mi piacerebbe vederne altri”.

Ogni rosa, si sa, ha qualche spina. Due tormentano il giovane eritreo che si avvia a diventare lo sprinter più forte del mondo: l’eccesso di …successo gli sta causando problemi col cellulare: “Il mio telefono è impazzito già dopo la mia prima vittoria! Adesso è meglio se non lo uso più – ha commentato scherzando -. Ricevo troppi messaggi, ne ho 600 non letti su WhatsApp e questo ora mi sta causando problemi con il mio team perché a volte perdo le segnalazione della mia équipe e quindi devo ricorrere a qualche mio compagno per riferirmi le istruzioni da seguire in corsa”.

L’altro cruccio è più serio. Sua moglie, Salime, non è riuscita a unirsi ai festeggiamenti con i compatrioti in Francia. Chissà se le sarà possibile ora dopo il tris…

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Vittoria eritrea al Tour

 

 

Vittoria eritrea al Tour: nuovi orizzonti del ciclismo africano

Erode in azione: i bambini dimenticati della Repubblica Centrafricana

Africa ExPress
10 giugno 2024

Il bombardamento dell’ospedale pediatrico in Ucraina ha occupato per due giorni le prima pagine di tutti i quotidiani. La distruzione (l’ennesima) della scuola a Gaza è stato inserito al secondo posto nei media. I piccoli muoiono in condizioni disparate ovunque. Ma i tre milioni di bambini della Repubblica Centrafricana sono i più poveri e i più fragili del mondo e di loro non si parla. Malnutrizione, accesso sanitario inadeguato e instabilità politica mettono il Paese sulla soglia di una crisi umanitaria.

Il mondo ha dimenticato i bambini del Centrafrica

La metà dei ragazzini non ha accesso al servizio sanitario e quasi il 40 per cento soffre di malnutrizione cronica. Solo pochi hanno la possibilità di usufruire di acqua potabile, di servizi igienici e di una sana alimentazione. Appena il 37 per cento frequenta regolarmente la scuola.

“L’attenzione globale è concentrata su altri conflitti e così la condizione dei bambini della ex colonia francese è diventata dolorosamente invisibile”, ha dichiarato pochi giorni fa ai giornalisti la rappresentante di UNICEF nella Repubblica Centrafricana, Meritxell Relano Arana.

Nonostante i molteplici accordi di pace, siglati tra i gruppi armati e il governo (l’ultimo risale al 2019), la situazione in diverse zone del Paese resta a tutt’oggi instabile. L’insicurezza, ormai diventata cronica, ostacola un miglioramento delle condizioni di vita della gente.

Mathieu, un padre di famiglia, residente nella capitale Bangui, ha confessato ai reporter di Corbeau News Centrafrique (CNC): “Non possiamo nemmeno garantire un pasto al giorno ai nostri figli. Come possono crescere sani e forti in queste condizioni?” E una madre ha aggiunto: “L’accesso ai servizi sanitari è un lusso che non possiamo permetterci. Siamo stati abbandonati dal nostro governo.”

Pur di contribuire al magro budget familiare, molti adolescenti abbandonano la scuola per andare a lavorare nelle miniere. Armati di pale e zappe, senza scarpe, indossando solo pantaloncini spesso strappati, a torso nudo e senza caschi protettivi, scavano tutto il giorno. Giovanissimi, stremati dalla fatica, rischiano la loro vita.

E a tutt’oggi migliaia di bambini soldato combattono nelle fila dei vari gruppi armati ancora attivi. Il Paese, è bene ricordalo, ha dato i natali a Bokassa, un militare golpista megalomane, un tiranno che si autoproclamò imperatore dell’Impero Centrafricano.

 

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L’ONU denuncia: “Civili massacrati nella Repubblica Centrafricana”