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Tra Libia e Nigeria scoppia la guerra del pallone

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
28 ottobre 2024

“La partita N.87 Libia v. Nigeria delle qualificazioni alla Coppa d’Africa TotalEnergies CAF 2025 (era prevista per il 15 ottobre 2024 a Bengasi), viene dichiarata persa per forfait della Libia con il punteggio di 3-0.

La Federcalcio libica è condannata a pagare una multa di 50.000 dollari. L’ammenda deve essere pagata entro 60 giorni dalla notifica della presente decisione”.

CAF sanziona Libia

Conflitto aperto

Questo il secco verdetto emesso sabato 26 ottobre dalla Confederazione Africana Calcio (CAF), presieduta da Patrice Motsepe, 62 anni, sudafricano.

La sentenza calcistica doveva porre fine a incertezze, dubbi, accuse incrociate, tentativi di accomodamento. È stata, invece, l’inizio di un conflitto che va al di là della partita di pallone.

Ebbene sì, la Libia ha dichiarato guerra alla Nigeria. Un Paese dilaniato tra ovest ed est, con due governi, sempre sull’orlo di esplodere, ora deve affrontare la potenza calcistica nigeriana “per la difesa della dignità nazionale e della sovranità”. (Proprio in questi giorni si tiene a Tripoli il Business forum italico libico per studiare accordi in settori chiave come energia, sanità, agricoltura e infrastrutture, ndr).

Nigeria lamenta boicottaggio

Tutto è nato dopo il dirottamento del volo dei Super Eagles (la nazionale calcistica maschile nigeriana) all’aeroporto di Al Abraq, a oltre 200 km dalla sede di gioco.

Lì i giocatori, sono stati tenuti “per oltre 12 ore senza acqua né cibo né connessione telefonica”, aveva scritto su Instagram il capitano William Troost-Ekong, 31 anni, (già Udinese e Salernitana).

Un palese boicottaggio, aveva denunciato la federazione calcistica nigeriana, che aveva deciso di non far disputare l’incontro di qualificazione, facendo tornare a casa i suoi atleti.

Inutilmente la federazione libica (LFF) si era scusata, spiegando che l’incidente “era stato causato da normali protocolli di traffico aereo, da controlli di sicurezza e/o problemi logistici che condizionano i viaggi internazionali”.

Vittoria a tavolino deciso da CAF
Nigeria 3 v 0 Libia

E comunque – ha sottolineato la LFF – la settimana precedente la nazionale libica aveva affrontato diversi problemi all’arrivo in Nigeria, per la terza partita delle qualificazioni per la Coppa d’Africa (persa 1-0, a Uyo, nel sud del Paese, gol del laziale Fisayo Dele-Bashiru, 23 anni), ma non aveva sollevato tanto putiferio.

Ad esempio, la squadra era stata bloccata dalle autorità nigeriane nel lontano aeroporto di Port Harcourt e costretta a un viaggio defatigante prima di scendere in campo.

Violazione regolamento CAF

Niente da fare. Il Collegio disciplinare ha aperto un’inchiesta, ha indagato e sabato ha concluso che “la Federcalcio libica ha violato l’articolo 31 del regolamento della Coppa d’Africa TotalEnergies CAF e gli articoli 82 e 151 del codice disciplinare CAF”.

Che cosa prevedono questi articoli? In estrema sintesi, dicono che “La federazione ospitante che non fornisce alla squadra ospite e agli ufficiali di gara designati tutte le agevolazioni previste dal presente regolamento è tenuta a rimborsare tutte le relative spese, fatte salve le sanzioni che possono essere imposte dal Comitato Organizzatore”.

Immediata la soddisfazione per la vittoria a tavolino del capitano Troost-Ekong, che ha parlato di “gradita forma di giustizia e di un passo avanti verso il nostro obiettivo AFCON 2025“.

Ricorso dei libici

Altrettanto immediata, ma quasi furibonda, la reazione della federazione del tormentato Stato nordafricano, che ha ingaggiato senza indugi un luminare tunisino del diritto, l’avvocato Ali Abbas e ha già fatto ricorso al CAF.

“È una grave ingiustizia – ha tuonato il segretario generale della Federazione Libica, Nasser Al-Suw – basata su accuse maliziose e tendenziose. Oltre alla CAF siamo pronti a esplorare opzioni diplomatiche a livello internazionale”.

La Federazione, infatti, è pronta a portare la questione alla Corte Arbitrale dello Sport (CAS), che ha sede a Losanna in Svizzera, definita come “una Corte suprema internazionale per controversie sportive”.

Problema non solo calcistico

Il caso, insomma, è entrato in una dimensione che va oltre la rivalità sportiva e sta portando a una escalation legale e diplomatica – ha scritto il sito arabo Akhbarlibya24.net – perché ci sono richieste dall’interno del Paese per lottare per i diritti della squadra nazionale e proteggere il suo valore internazionale.

Per giunta i libici hanno osservato che l’incidente ha aperto la necessità di riforme all’interno del sistema sportivo africano.

Per questo è stata già chiesta una revisione del quadro giuridico della CAF onde prevenire questioni simili e garantire un giusto giudizio. Secondo alcuni osservatori la Nigeria sta tentando di rafforzare la propria presenza sportiva alla luce della feroce concorrenza, utilizzando questioni di sovranità e competizione come mezzo per raggiungere i propri interessi nazionali.

Difficile dire se le cose stiano proprio così. Di sicuro la sentenza della Commissione disciplinare significa che la Nigeria è vicina alla qualificazione per la Coppa d’Africa 2025, con due partite di anticipo.

I Super Eagles, infatti, sono ora a 10 punti in quattro partite, con 4 punti di vantaggio sulla Repubblica del Benin, seconda in classifica, mentre il Ruanda ha 5 punti.

I Cavalieri del Mediterraneo, ovvero i nazionali libici, sono ultimi in classifica, con un solo punto e ormai senza speranza di passare alla fase finale in Marocco, nel dicembre 2025/gennaio 2026.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sequestri e rapine tra calciatori libici e nigeriani: salta l’incontro per la coppa d’Africa

 

Mozambico elezioni 2024: tra brogli e omicidi Daniel Chapo è il nuovo presidente. Forse

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
27 ottobre 2024

In Mozambico, nella capitale Maputo,il 24 ottobre, la Commissione Elettorale Nazionale (CNE) ha reso noti i risultati delle settime elezioni presidenziali e per l’Assemblea nazionale.

Come da copione conosciuto da 25 anni, la vittoria è andata al Frelimo, partito al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dell’ex colonia portoghese.

Elezioni Mozambico 2024
Elezioni Mozambico 2024, annuncio del risultato delle elezioni

Secondo i dati ufficiali, Daniel Chapo (FRELIMO) è il nuovo presidente del Mozambico: ha vinto con il 70,67 per cento dei voti. Venancio Mondlane di Podemos è secondo con poco più del 20 per cento.

FRELIMO con maggioranza assoluta

Anche all’Assemblea nazionale (il Parlamento) il FRELIMO ha ottenuto  la maggioranza assoluta: 195 seggi sui 250, 11 in più delle elezioni del 2019. A Podemos – non era presente nel 2019 – vanno 31 seggi, diventando così il secondo partito.

Per RENAMO, partito di Ossufo Momade, è una disfatta. Da secondo partito passa al 3° posto con 20 seggi – nel 2019 ne aveva 40. Il Movimento Democratico del Mozambico (MDM) di Lutero Simango ottiene 4 seggi, erano 6 nel 2019.

Le proteste dell’opposizione

Mondlane, Momade e Simango non accettano i risultati del voto e accusano il partito al potere di brogli. Il 19 ottobre Mondlane, dopo l’assassinio di Elvino Dias e Paulo Guambe di Podemos, ha indetto uno sciopero generale con manifestazione di piazza. Il 21 ottobre, nonostante i divieti le strade di Maputo e di altre città mozambicane si sono riempite.

Il candidato di Podemos ha quindi indicato il 24 ottobre giornata di protesta pacifica in concomitanza con l’annuncio dei risultati elettorali. Anche queste proteste sono finite con attacchi della polizia.

Elezioni Mozambico 2024, manifestazione contro la corruzione
Elezioni Mozambico 2024, manifestazione contro la corruzione

I partiti dell’opposizione e la società civile accusano la Commissione Elettorale Nazionale e la Segretaria tecnica dell’amministrazione elettorale (STAE) di essere colluse con il FRELIMO. Il Centro per la democrazia e i diritti umani, (CDD), Centro di integrità pubblica (CIP) e Centro di apprendimento e potere della società civile (CESC) hanno pubblicato un comunicato congiunto.

“Queste elezioni sono state le più fraudolente dal 1999 perché, passo dopo passo, il Frelimo ha preso il controllo dell’intero processo elettorale”, si legge. Il documento chiede il riconteggio dei voti in ogni seggio elettorale del Paese.

Riconteggio pubblico

“Il riconteggio deve avvenire pubblicamente, alla presenza di osservatori e dei media. Chiediamo anche la pubblicazione degli avvisi originali di tutti i seggi elettorali. La legge esistente consente al CNE di ordinarlo ora. Se il CNE si rifiuta, il Consiglio costituzionale ha il potere di emettere tale ordine”.

Anche la Missione di osservazione elettorale dell’Unione Europea (MoE-Ue) auspica trasparenza sui risultati elettorali annunciati dal CNE. Condanna la violenza delle proteste, chiedendo il rispetto delle libertà fondamentali.

Vietato opporsi

Dopo la macchina dei brogli anche la macchina della repressione contro le proteste ha funzionato benissimo. Durante le manifestazioni per ripristinare la giustizia elettorale la polizia (PRM) ha ucciso nove persone, i feriti sono stati decine e gli arresti arbitrari quarantasette. Le proteste sono state in tutto il Paese ma soprattutto a Maputo, Nampula e Manica.

Secondo il giornale online 360 Moçambique il portavoce della PRM, Orlando Mudumane, ha dichiarato che sono state arrestate 371 persone. Alla Procura della Repubblica è stata inviata documentazione per ulteriori procedimenti legali di 44 casi penali.

Video spedito ad Africa ExPress dal Mozambico. La polizia spara ad altezza d’uomo e ferisce un giovane in fuga

Spari contro i giornalisti

Oltre alla gente comune che protestava contro i brogli sono stati presi di mira anche i giornalisti che documentavano le proteste. Si legge in un rapporto di MISA-Moçambique, organizzazione per la difesa della libertà di espressione.

“Eravamo sul posto, debitamente identificati, per raccontare i fatti che stavano accadendo quella mattina del 21 ottobre – racconta una fonte protetta -. I manifestanti stavano cantando pacificamente e reggendo cartelli nel luogo in cui Elvino Dias e Paulo Guambe sono stati assassinati. All’improvviso, abbiamo sentito il comandante dell’Unità di intervento rapido dare l’ordine di aprire il fuoco contro le persone”.

“Ero vicino a lui e ho sentito tutto. È stato il primo a sparare e la polizia lo ha seguito. Tra la folla c’erano anche dei giornalisti, ma questo non ha preoccupato il comandante della polizia”. Soffocati dai gas lacrimogeni, ce ne siamo andati di corsa, in cerca di un posto migliore per continuare il nostro lavoro”.

Video spedito ad Africa ExPress dal Mozambico. La polizia spara lacrimogeni

Bloccato Internet

Per 18 ore tutto il Mozambico è rimasto senza la connessione internet mobile. Il blackout è iniziato alle tredici di giovedì 25 ottobre ed è terminato alle 7 di mattina di venerdì 26 ottobre. L’interruzione è stata criticata da attivisti e osservatori locali e internazionali che hanno denunciato una minaccia al diritto all’informazione e un tentativo di mettere il bavaglio alla voce pubblica.

Si aprono i colloqui?

Mentre scriviamo apprendiamo che il FRELIMO, attraverso la portavoce Ludmila Maguni, vorrebbe aprire i colloqui con Mondlane. “Il nostro candidato presidenziale, dichiarato vincitore dal CNE, Daniel Chapo, ha detto di essere aperto al dialogo – ha confermato la portavoce venerdì 25 -. Nel frattempo dobbiamo tenere conto che siamo ancora nel processo dei risultati. E questi risultati stanno ancora andando al Consiglio Costituzionale”.

“Il dialogo è positivo. Siamo aperti al dialogo – ha detto il candidato presidente di Podemos – ma abbiamo delle linee rosse. Una delle questioni che vogliamo è ripristinare la volontà del popolo”.

La sfida tra FRELIMO e Podemos, tra Chapo e Mondlane continua. E lunedì 28 partirà la terza fase di proteste con manifestazioni pacifiche di Podemos.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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@sand_pin
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Elezioni in Mozambico: i quattro candidati alla presidenza della Repubblica e il gas di Cabo Delgado

Elezioni in Mozambico, assassinati due esponenti del partito di opposizione Podemos

Elezioni in Mozambico: Frelimo e Podemos “abbiamo vinto” ma osservatori UE protestano per irregolarità

Mistero sulla morte dell’addetto militare ungherese in Ciad

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 ottobre 2024

L’addetto militare ungherese, tenente colonnello Imre Vékás-Kovács, è stato trovato morto nella sua camera d’albergo a N’Djamena, pochi giorni dopo aver preso servizio presso l’ambasciata di Budapest accreditata in Ciad. Lo ha reso noto in un breve comunicato il ministero della Difesa ungherese il 22 ottobre scorso.

Ciad: indagini in corso dopo la morte dell’addetto militare ungherese in Ciad

Anche se con forte ritardo sulla tabella di marcia, l’arrivo in Ciad delle truppe di Orban, composta da 200 uomini, dovrebbe essere ormai imminente. Ecco perché pochi giorni fa era stato nominato addetto militare, nella persona appunto del 56enne Vékás-Kovács.

Secondo la Difesa di Budapest, il loro ufficiale avrebbe accusato problemi di salute già da qualche giorno. Un’inchiesta dovrà chiarire le cause della sua morte.

Arrivo di truppe magiare

La rappresentanza diplomatica di Budapest è stata aperta ufficialmente dal ministro degli Esteri, Peter Szijjarto, solo nel dicembre 2023. Per completare l’organico dell’ambasciata magiara non poteva mancare un attaché militare, visto che già un anno fa il Parlamento di Budapest aveva approvato l’invio di un loro contingente in Ciad.

Il compito delle truppe ungheresi consiste nel rafforzare le capacità dell’esercito ciadiano e sostenere la lotta contro il terrorismo. Sembra che ora si avvicini l’arrivo dei militari di Orban, giacché oltre all’insediamento di Vékás-Kovács, da qualche tempo a N’Djamena c’è anche un gran via vai di ufficiali ungheresi

Nel frattempo anche parecchie delegazioni diplomatiche ungheresi hanno fatto tappa nel Paese. Infatti l’Ungheria non ha perso tempo nel rafforzare la sua cooperazione con il Ciad. Le autorità magiare stanno presentando una serie di progetti di sviluppo in diversi settori, come l’approvvigionamento idrico, la produzione di occhiali e la lavorazione del latte di cammello.

Aiuti finanziari

Tutti questi programmi saranno finanziati grazie a un prestito di 200 milioni di euro, concordato a settembre durante la visita del presidente ciadiano, Mahamat Idriss Déby, a Budapest. A novembre, la diplomazia ungherese vorrebbe organizzare un incontro a N’Djamena con gli inviati speciali per il Sahel degli Stati membri dell’Unione Europea (UE).

Il premier ungherese, Viktor Orban, a destra e il presidente ciadiano, Mahamat Idriss Déby

La recente “amicizia” tra l’Ungheria e il Ciad non è del tutto casuale. Orban è ossessionato dall’arrivo dei migranti e tenta in tutti modi di intensificare la lotta volta a frenare l’immigrazione, il suo cavallo di battaglia durante il semestre di presidenza del Consiglio dell’UE.

Lotta contro i migranti

L’Ungheria è uno dei Paesi più poveri d’Europa e attualmente non ha partecipazioni economiche in Ciad o in altri Paesi del Sahel. Tuttavia Orban punta sul fatto che rispondendo direttamente ai problemi di sviluppo, come povertà, assistenza sanitaria insufficiente, le persone potrebbero decidere di rinunciare al sogno europeo.

Secondo i dati del Programma Alimentare Mondiale, il Ciad è uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Il 42 per cento dei suoi 20 milioni di abitanti vive con meno di 2,15 dollari al giorno. L’interruzione del commercio con il vicino Sudan, da un anno e mezzo devastato da un conflitto interno, ha fatto salire i prezzi dei prodotti alimentari. Fatto che ha messo ulteriormente sotto pressione l’economia ciadiana.

Il Paese sta inoltre accogliendo decine di migliaia di profughi in fuga dall’ex protettorato anglo-egiziano e da altri nazioni confinanti, flusso in continua crescita, che fa tremare Budapest.

Cornelia Toelgyes
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Orban: lotta ai migranti

Il Congo-K orientale sempre a ferro e fuoco: altri sfollati nell’indifferenza della comunità internazionale

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
25 ottobre 2024

Nell’est della Repubblica Democratica del Congo gli abitanti sono costretti a vivere da decenni con conflitti, che sono diventati una triste costante della loro quotidianità. Una guerra dimenticata da gran parte della comunità internazionale.

Forze armate congolesi e miliziani wazalendo respingono i ribelli M23

Ruandesi in Congo-K

La gente è in continua fuga dai combattimenti tra le forze armata congolesi (FARDC) e i loro alleati, come i wazalendo (patrioti in swahili), contro i vari gruppi armati, in particolare l’M23. Quest’ultimo prende il nome da un accordo firmato dal governo del Congo-K e da un’ex milizia filo-tutsi il 23 marzo 2009. Il gruppo ha ripreso le ostilità nel primo trimestre del 2022 ed è sostenuto dal vicino Ruanda. Le Nazioni Unite hanno pubblicato in proposito un rapporto stilato da un gruppo di esperti.

Anzi, nella loro ultima relazione hanno tra l’altro sottolineato che la presenza di truppe ruandesi in Congo-K è piuttosto consistente. Attualmente sarebbero dispiegati tra 3.000 e 4.000 uomini, che combattono accanto al gruppo M23.

Le Forze di Difesa del Ruanda (FDR) dirigerebbero de facto le operazioni dei ribelli.

Ora le ostilità sono ricominciate dopo un periodo di “relativa” calma. Il 4 agosto, tra i rappresentanti del Congo-K e Ruanda, era cominciato un cessate il fuoco propiziato dal presidente angolano, João Lourenço, incaricato dall’Unione Africana della mediazione della crisi tra Kinshasa e Kigali. I dialoghi tra le parti dovrebbero riprendere il 26 ottobre.

M23 conquista Kalembe

Nella mattinata di domenica scorsa, dopo violenti combattimenti, tra i governativi e i ribelli, i miliziani dell’ M23 sono  riusciti a prendere il controllo della città di Kalembe nel Nord-Kivu. Secondo fonti ospedaliere, durante gli scontri sono state ferite almeno 14 civili, molti altri sono fuggiti in aree, lontane dalla zone degli scontri. Il Congo-K è il Paese in Africa con il maggior numero di sfollati, al 31 marzo 2024, secondo i dati ONU, hanno superato i 7 milioni.

Persone in fuga da violenze e conflitti

Nel pomeriggio dello stesso giorno i ribelli sono stati nuovamente respinti dai wazalendo e hanno dovuto lasciare la città. Per poco, perché mercoledì il gruppo M23 è riuscito a riconquistare Kalembe, dopo nuovi feroci scontri con il gruppo di patrioti. Il capo locale dei ribelli, Kabaki Mwanankoyo, ha confermato a AP che la città è sotto il controllo di M23.

Kalembe si trova in un punto strategico, in quanto è situata sulla una strada che dà accesso ai giacimenti minerari nel territorio di Walikale, nell’ovest della provincia del Nord Kivu.

Fonti locali hanno riferito a AFP che scontri tra M23 e i wazalendo sono stati segnalati anche nelle città di Kahira e Ihula, nel territorio di Masisi, sempre nella provincia del Nord Kivu.

Wazalendo anche a Ituri

E ieri una decina di miliziani dei wazalendo – loro stessi si definiscono come gruppo di autodifesa – sarebbero arrivati nella provincia di Ituri, nell’est della ex colonia belga. Secondo alcune fonti si sarebbero installati a Mungamba, che dista un centinaio di chilometri da Bunia, capoluogo di Ituri.

I patrioti si sono presentati alle autorità del luogo con l’ordine della loro missione. Secondo il documento, sarebbero stati incaricati di restare nella zona per combattere insieme ai militari di FARDC il gruppo terrorista ADF, affiliato allo stato islamico. Allied Democratic Forces è un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995.

Ma la presenza dei wazalendo non è gradita dalla società civile. Dieudonné Lossa, coordinatore dell’organizzazione a Ituri, ha spiegato ai reporter di RFI che il loro arrivo desta altro che preoccupazione. “Si sono costituiti nel Nord Kivu per combattere gli M23 e il Ruanda. Qui abbiamo già sin troppi gruppi armati. Ci stiamo battendo per il disarmo e il ritorno alla vita civile dei miliziani, dunque la presenza dei “patrioti” ci crea solamente altri problemi. Confidiamo solo nelle forze armate e la polizia”, ha poi specificato il coordinatore.

Cresce tensione tra Kinshasa e Kigali

Intanto crescono le preoccupazioni del mediatore angolano. Sabato scorso Lorenço ha avuto lunghe conversazioni telefoniche con il presidente congolese, Félix Tshisekedi, e il suo omologo ruandese, Paul Kagame, per cercare di appianare le crescenti tensioni tra i due governi per la situazione nell’est dell’RDC.

João Lourenço, presidente dell’Angola

Dopo l’ultima riunione del 12 ottobre sono sorte divergenze di interpretazione tra le parti. La più importante riguarda la delicata questione di quello che Kigali chiama “ritiro del sistema difensivo ruandese” (levée du dispositif défensif rwandais). Per Kinshasa tale espressione significa che il Ruanda avrebbe accettato di ritirare le proprie truppe dal Paese. La loro presenza è stata confermata da diversi rapporti internazionali, tra cui quello degli esperti dell’ONU.

Sta di fatto che il primo ministro congolese, Judith Suminwa, il 17 ottobre scorso ha dichiarato a Bruxelles che “per la prima volta, il Ruanda ha accettato di presentare un piano di ritiro delle sue truppe nel Paese”. Ma Kigali lo ha negato immediatamente. Olivier Nduhungirihe, capo della diplomazia ruandese, ha reagito con veemenza, affermando che il Ruanda non ha mai menzionato un suo ritiro, né a Luanda tantomeno altrove.

Al momento attuale regna una grande confusione. Ora bisogna attendere cosa succederà al prossimo incontro che dovrebbe tenersi sabato a Luanda.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Congo-K: altri articoli li trovate cliccando QUI


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SOS da Gaza: il nord della Striscia è alla fame mentre continuano i bombardamenti

 

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
24 Ottobre 2024

L’ultima emergenza a Gaza si chiama fame e ospedali: nel nord della Striscia l’IDF, l’esercito israeliano, ha dato ordine di sgomberare l’area ma ci sono malati e feriti gravi – per un totale di oltre 350 persone – intrappolati in tre ospedali della zona, vale a dire l’ospedale Al-Awda, quello Indonesiano e il Kamal Adwan Hospital.

Evacuare le persone tra le bombe non è un’operazione banale.

Gli ospedali del Nord di Gaza sotto ordine di evacuazione – Foto UNRWA

I rapporti ONU e OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari) non sanno più come descrivere l’orrore di feriti buttati per terra, mentre scarseggia cibo, acqua e carburante per far funzionare i generatori.

Malnutrizione acuta

OCHA stima che dall’1 al 21 ottobre solo il 6 per cento dei mezzi diretti nel nord della Striscia sono stati fatti passare dalle autorità israeliana. Le agenzie internazionali stimano che 60 mila bambini, tra sei mesi e 4 anni, soffrano di “malnutrizione acuta”, tradotto sono alla fame.

Le pause concesse dai bombardamenti dell’esercito israeliano, come quella del 17 ottobre dalle ore 8 alle ore 16, erano funzionali solo all’ordine di evacuazione di Jabalya, un quartiere a nord della Striscia.

Corpi tra le macerie

I residenti raccontano che negli ultimi giorni vengono attaccati anche quelli che cercano di estrarre corpi tra le macerie e che i bombardamenti proseguono senza limiti.

E intanto non arrivano gli aiuti. Le reti arabe, come a TV Al Arabyia (finanziata dal Regno Saudita che, secondo Reuters, deterrebbe il 60 per cento delle azioni del Middle East Broadcasting Centervbcnc, diffondono video desolanti come questo:

https://youtube.com/shorts/9FB7Sy8TMU8?si=ca2VnTkzuPc2DfqA

e questo:

Altri video messi in onda dai canali in arabo mostrano la demolizione con buldozer, di palazzi di 4 o 5 piani. Quindi è evidente l’intento di conquistare più terra possibile e cacciare la popolazione al centro della Striscia, in vista delle elezioni presidenziali americane.

Lettera di Biden

Il presidente degli Stati Uniti Biden ha inviato una lettera al governo israeliano chiedendo di far passare aiuti alimentari in tutta la Striscia e specie nel nord.

Se non dovesse succedere entro 30 giorni, ci sarà un blocco delle forniture militari da parte di Washington. Sull’argomento il quotidiano di opposizione israeliano, Haaretz, ha dedicato un fondo sostenendo che il cosiddetto “piano su Gaza” non è altro che “un crimine di guerra contrario alla decisione 2334 del Consiglio di Sicurezza ONU” che vieta la conquista di terre con violenza e guerra.

Cessate il fuoco immediato

Gaza è alla fame. Il nord ha bisogno di un cessate il fuoco immediato: l’allarme è stato sottolineato drammaticamente dal portavoce dell’UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente) Philippe Lazzarini, che ha lanciato ieri un SOS per il nord di Gaza, a nome dello staff dell’Agenzia, che si trova ancora in questi quartieri bombardati e mezzi distrutti.

I testimoni raccontano che in una settimana le strutture delle Nazioni Unite hanno subito tre attacchi e a Jabalya sono morte 148 persone, tra cui bambini e donne: “Il nostro staff – ha spiegato Lazzarini – riferisce che non si trovano cibo, acqua e cure mediche”.

Odore di morte

“L’odore della morte è ovunque – ha continuato il portavoce dell’UNRWA -, visto che i cadaveri sono lasciati nelle strade e sotto le macerie. Missioni per rimuovere i corpi o provvedere all’assistenza umanitaria vengono negate. Nel nord di Gaza la gente sta solo aspettando di morire. Si sentono abbandonati, senza speranza e lasciati soli”.

“La gente vive con la paura della morte, che potrebbe arrivare da un momento all’altro – conclude prosegue –.  Anche se la guerra dura da oltre un anno, lo staff di UNWRA è rimasto nel nord della Striscia e ha fatto l’impossibile per procurare aiuto ai profughi interni. Abbiamo lasciato aperti i nostri spazi, nonostante i bombardamenti e gli attacchi ai nostri edifici”.

La conclusione dell’appello è ancora più tesa e mostra come la fiducia nell’esercito invasore sia pochissima: “Insieme al nostro staff nel nord di Gaza, chiediamo un cessate il fuoco immediato, anche solo per qualche ora, per permettere il passaggio umanitario delle famiglie che vogliono lasciare l’area e raggiungere luoghi più sicuri. Questo è il minimo per poter salvare le vite dei civili che non hanno niente a che vedere con questa guerra. Cessate il fuoco subito”.
https://www.unrwa.org/newsroom/official-statements/sos-our-unrwa-staff-northern-gaza

Il computo dei morti è arrivato a 40.718 con oltre 100 mila feriti. La fame tocca quasi tutta la popolazione di Gaza, secondo quattro report di IPC (Integrated Food Security Phase Classification). Un milione e 840 mila persone a Gaza, quindi almeno l’86 per cento della popolazione, non riesce a procurarsi cibo a sufficienza.
https://www.ipcinfo.org/ipcinfo-website/countries-in-focus-archive/issue-112/en/

Gaza, foto UNRWA, ottobre 2024

A Gaza vivono ancora 2 milioni e 300 mila persone circa e il 60 per cento delle terre coltivabili è stato distrutto da bombe e buldozer. Quindi IPC prevede per i prossimi mesi un acuirsi delle condizioni critiche e un numero sempre più elevato di persone alla fame.

Catastrofe alimentare

“La popolazione in Fase 5 (Catastrofe) triplicherà nei prossimi mesi – scrive IPC – Tra novembre 2024 e Aprile 2025, almeno 2 milioni di persone, quindi il 90 per cento della popolazione, entreranno nella Fase 3 (Crisi alimentare) o oltre. Di questi almeno 345 mila saranno in fase 5 e 876 mila in Fase 4. Anche le aree di Rafah e del nord della Striscia, meno popolate, avranno problemi alimentari”.

Come enfatizza il report, la situazione è ancora più critica a causa di epidemie, sovraffollamento della popolazione, condizioni igieniche molto precarie.
https://www.ipcinfo.org/fileadmin/user_upload/ipcinfo/docs/IPC_Gaza_Strip_Acute_Food_Insecurity_Malnutrition_Sep2024_Apr2025_Special_Snapshot.pdf

A Gaza si acuisce la fame. La proiezioni di IPC per i prossimi mesi

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️RIPRODUZIONE RISERVATA

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Rapporto americano svela aiuti segreti monstre di Washington per la guerra di Israele

 

Speciale per Africa ExPress
Alessandra Fava
22 Ottobre 2024

Ha avuto un risonanza globale un report della Brown University che calcola che gli Usa, dal 7 ottobre alla fine di settembre scorso, praticamente fino alla vigilia della guerra contro Libano, Siria e Iran, hanno fornito a Israele almeno 22,76 miliardi di dollari di aiuti. Attenzione, questa cifra non riguarda ancora il supplemento di forniture dato per la guerra nel fronte Nord, quello libanese. 

La copertina del report della Brown University sui recenti aiuti Usa a Israele per la guerra in Medio Oriente

Il report di 23 pagine, firmato dai ricercatori Linda J. Bilmes, William D. Hartung e Stephen Semler, titolo “United States Spending on Israel’s Military Operations and Related U.S. Operations in the Region, October 7, 2023 – September 30, 2024” copre proprio un anno di conflitto.

Il testo completo è qui:

https://watson.brown.edu/costsofwar/files/cow/imce/papers/2023/2024/Costs%20of%20War_US%20Support%20Since%20Oct%207%20FINAL%20v2.pdf


Raccogliere i dati non è stato facile, spiegano i relatori che hanno dovuto mettere insieme notizie uscite sui media come la Reuters con quello che il governo Biden ha nascosto o dichiarato a mezza voce. “La lista degli equipaggiamenti forniti è sicuramente incompleta – si legge nella relazione – in quanto né il Pentagono né il Dipartimento di Stato hanno dato una lista esaustiva, come hanno invece fatto per le armi e gli equipaggiamenti forniti all’Ucraina”.

Da ottobre 2023 a oggi si contano inoltre almeno 100 invii di armamenti al governo israeliano, per un totale di: 57.000 proiettili di artiglieria; 36.000 colpi di munizioni per cannoni; 20.000 fucili M4A1; 13.981 missili anticarro; e 8.700 bombe Mk da 82.500 libbre.

I rapporti tra i due Stati risalgono a un prestito nel 1959 devoluto ai fini di rafforzare la difesa e l’esercito. In tempi più recenti, il presidente Obama aveva fatto passare un pacchetto di 38 miliardi di dollari, quindi 3,8 all’anno, per il decennio dal 2019 al 2028. Le forniture includevano già allora 3,3 miliardi di dollari di attrezzature militari e 500 milioni per rafforzare la difesa aerea. La fornitura Usa dunque ha sempre incluso attrezzature all’avanguardia come questa dal link citato nel report: https://sgp.fas.org/crs/mideast/RL33222.pdf#page=15

F35 israeliani e Usa in missione congiunta. Nel 2021 l’aviazione israeliana ha abbattuto due droni iraniani.

Morale, si calcola che dal 1959 a oggi gli Usa abbiamo dato a Israele 251,2 miliardi di dollari e quella spesa nell’ultimo anno sarebbe il pacchetto più ingente dalla nascita dello Stato in Medio Oriente.

22,7 miliardi di dollari è ad esempio metà del Pil annuale della Giordania (45,81), pari quasi a quello del Libano (24,49). E’ il badget della spesa pubblica annuale del Ghana o di Puerto Rico.

L’opinione pubblica israeliana comincia a preoccuparsi: vertici militari e riservisti chiedono la tregua e il rilascio degli ostaggi. Un recente articolo su Times of Israel riferisce di un report di due funzionari del Ministero dell’economia che temono lo sforo della spesa.

Infatti il governo Netanhyau ha deciso l’ennesimo allargamento della spesa e la bozza della legge finanziaria 2025 che circola, ventila un taglio alla spesa di 9,5 milioni di dollari. Molti cittadini traducono così: cadranno vari benefit e un pezzo di stato sociale.

Di fatto il badget statale 2015 è ancora in discussione e si prevede che arrivi alla Knesset a novembre, se va bene verrà votato entro la fine dell’anno oppure può succedere che il nuovo anno inizi senza la previsione di spesa.

https://www.jpost.com/israel-news/article-823759

Ora pende un incontro del governo, il 31 ottobre, ma i partiti degli Haredi, gli ultraortodossi, United Torah Judaism e Shas, di fatto ricattano il primo ministro chiedendo maggiori esenzioni dal servizio militare, se si convincono a votare la spesa

Ebrei ultraordossi, Israelel

La crescita del Paese, al momento dal 6,6 per cento, scende al 4, come ammette anche il ministro delle finanze Smotrich e infatti anche Moody’s ha abbassato il rating del paese, anche se il debito è piuttosto basso 60 per cento del Pil e le aziende tecnologiche hanno guadagnato anche durante la guerra.

Alessandra Fava
alessandrafava2015@libero.it
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Camerun: trionfale ritorno in patria del presidente Paul Biya

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
22 ottobre 2024

L’aereo del presidente del Camerun, Paul Biya, è atterrato ieri sera all’aeroporto internazionale di Yaoundé. Ad attenderlo i dignitari di Palazzo, per dare il bentornato al Capo di Stato. Il suo arrivo è stato trasmesso in diretta dalla TV di Stato, che lo ha ripreso con accanto l’inseparabile moglie Chantal.

Sulle strade principali della capitale sono stati affissi manifesti con la foto di Biya e “Welcome home Mr President of the Republic”.

Manifesti sulle principali strade di Youandé, capitale del Camerun

Convalescenza in Svizzera

Dunque il 91enne leader del Paese è finalmente tornato, dopo un’assenza di ben 7 lunghe settimane. Il capo di Stato ha trascorso questo periodo a Ginevra, insieme alla moglie Chantal e alcuni stretti collaboratori. Secondo alcune voci  è andato in Svizzera per la convalescenza dopo un passaggio a Parigi per cure mediche.

A Ginevra, Biya è un habitué di un grande albergo di lusso, l’Intercontinental. Generalmente occupa una suite al 17esimo piano con una vista mozzafiato sul lago.

Seconda casa

L’anziano presidente considera la Svizzera come la sua seconda casa. La cifra giornaliera per ospitare lui e il suo staff all’Intercontinental si aggira sui 40.000 dollari. Ovviamente a spese delle casse dello Stato, mentre una grande fetta della popolazione camerunense vive in miseria.

Nei 42 anni della sua presidenza Biya non si era mai allontanato per così tanto tempo dal Paese, anche se i viaggi in Svizzera sono sempre stati frequenti. Anche sua figlia Brenda, quando è in visita nella Confederazione Elvetica, soggiorna nello stesso albergo  Resta sottinteso che anche per lei la permanenza lì è a carico dei contribuenti del suo Paese.

Camerun, aeroporto di Yaoundé, Paul Biya al suo arrivo dopo 7 settimane di assenza

Assenza di 7 settimane

Assente dai primi di settembre, senza essere mai apparso in pubblico, il silenzio ha suscitato preoccupazione e non pochi interrogativi sullo stato di fisico del leader camerunense, al potere dal 6 novembre 1982. Tant’è vero che il governo aveva vietato tassativamente ai media di parlare della salute del capo di Stato.

Biya non ha partecipato all’Assemblea generale dell’ONU a New York a settembre, tanto meno al XIX vertice della Francofonia che si è tenuto a Parigi all’inizio di ottobre. L’ultima volta è stato visto in Cina, dove si era recato i primi di settembre per il Forum Africa-Cina. In tale occasione ha incontrato anche il suo omologo cinese, Xi Jinping, per colloqui bilateri.

Speculazioni sulla malattia 

Il capo di Stato si era allontanato da Paese senza che i suoi connazionali fossero informati con notizie ufficiali. Ovviamente ciò ha dato adito a speculazioni di ogni tipo sul suo stato di salute, specie, quando l’8 ottobre una emittente televisiva con base negli Stati Uniti e pro indipendentisti anglofoni, ha annunciato la sua morte.

Solo allora il governo ha dichiarato: “Il Capo dello Stato si è concesso un breve soggiorno privato in Europa”, mentre il gabinetto del Presidente ha parlato del suo “Eccellente stato di salute”, aggiungendo che si trova a Ginevra.

Quando il Collettivo degli anziani del seminario cattolico ha poi annunciato di voler celebrare una messa di ringraziamento per il presidente e per la pace ha messo nuovamente in stato di allerta molti, pensando che fosse davvero molto malato.

Il dopo Biya

L’attesa e l’incertezza hanno pesato parecchio sulla vita quotidiana dei camerunensi, influenzando il loro immaginario e alimentando la disgregazione sociale e istituzionale del Paese. La popolazione è preoccupata per la successione, del dopo Biya.

Il recente episodio ne ricorda un altro molto simile. Il 9 giugno 2004, in risposta alle voci che lo davano per morto, Paul Biya aveva schernito i suoi oppositori: “Ho saputo come tutti che ero morto. Sembra che alcuni siano interessati al mio funerale. Bene, dite loro che li rivedrò tra vent’anni”.

Tribunale dei social

Durante la trasmissione odierna, uno dei conduttori dell’emittente pubblica che ha trasmesso in diretta l’arrivo del presidente, ha sottolineato: “Il suo ritorno pone fine al tribunale dei social network”.

Franck, figlio del presidente Paul Biya

Da allora sono passati altri 20 anni e Biya è sempre sulla poltrona. Certo, il suo stato fisico, anche a causa dell’età, non è tra i migliori, e la popolazione è preoccupata per il dopo. Finora non sono stati fatti i nomi di eventuali candidati in lizza per le prossime presidenziali, previste per il 2025.

Coraggio zero

Qualcuno ha già menzionato il figlio del capo di Stato, Franck, ma non tutti membri del regime approvano questa scelta, anche se pochi hanno il coraggio di esprimere apertamente il loro pensiero.

Ora che il leader è tornato e ha ripreso in mano le redini del Paese, bisogna attendere le sue prossime mosse, in particolare per quanto concerne una sua eventuale candidatura per un ottavo mandato.

Cornelia Tolegyes
corneliacit@hotmail.it
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https://www.africa-express.info/2021/07/19/camerun-il-dittatore-biya-assediato-dai-dimostranti-davanti-a-suo-hotel-a-ginevra/

https://www.africa-express.info/2022/11/15/il-dittatore-del-camerun-paul-biya-festeggia-nel-sangue-i-suoi-primi-40-anni-al-potere/

https://www.africa-express.info/2023/05/25/liberate-30-donne-rapite-in-camerun-protestavano-contro-una-tassa-imposta-dai-secessionisti-anglofoni/

 

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Migranti in Tunisia senza acqua, violenze, abusi e centinaia di stupri: la denuncia delle Nazioni Unite e del Guardian

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 ottobre 2024

Malgrado le accuse dell’opposizione e della società civile di essere poco democratico, il presidente uscente, Kaïs Saïed, ha vinto la tornata elettorale con oltre il 90 per cento delle preferenze. Va però sottolineato che la partecipazione al voto è stata del 28,8 per cento, la più bassa dal 2011.

Kaïs Saïed. presidente della Tunisia

Motovedette italiane

E anche grazie a questa vittoria, in Tunisia continua la politica anti-migranti. Pochi giorni dopo la rielezione di Saïed, esperti indipendenti del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite hanno denunciato nel Paese nuove violenze nei confronti di persone intercettate in mare e di rifugiati.

La Guardia costiera tunisina, incaricata di bloccare coloro che tentano di raggiungere l’Europa, ha ricevuto proprio tre nuove motovedette dal governo italiano alla fine di agosto. Altri tre natanti saranno consegnati alle autorità di Tunisi nei prossimi mesi. Un accordo siglato tra l’UE e il governo Saïed, volto a fermare l’esodo di tunisini e migranti è stato siglato tra le parti lo scorso anno.

Pestaggi in mezzo al mare

Nel loro recente rapporto gli esperti dell’ONU hanno denunciato terribili violazioni dei diritti umani, come  pestaggi ai migranti in mezzo al mare, tentativi di rovesciare le loro imbarcazioni, trasferimenti forzati in Libia o Algeria, spari contro chi cerca di tornare indietro.

Nel loro esposto viene anche evidenziato che tra gennaio e luglio di quest’anno, 265 persone avrebbero perso la vita durante le operazioni di intercettazione in mare e 189 durante le traversate. Altre novantacinque persone risulterebbero a tutt’oggi disperse.

Migranti intercettati dalla guardia costiera tunisina

L’estate scorsa la Tunisia ha ottenuto un’estensione della zona marittima sotto suo controllo per quanto riguarda i salvataggi in mare. Organizzazioni  come SOS Méditerranée ritengono che la Tunisia non sia una destinazione sicura per lo sbarco dei migranti.

Se la vita delle persone è in pericolo in mezzo al mare, lo è altrettanto nel Paese. Le espulsioni verso la Libia e l’Algeria, continuano senza sosta. Il Front Tunisien pour les Droits Economiques et Sociaux (FTDES) il mese scorso ha chiesto nuovamente alle autorità del Paese di rispettare il diritto internazionale, in particolare per quanto riguarda la protezione dei rifugiati e la prevenzione della tortura.

Abbandonati nel deserto

Romdhane Ben Amor, portavoce di FTDES, ha fatto sapere di aver recentemente ricevuto una richiesta di aiuto da parte di alcune di persone.

Erano state arrestate a Sfax, città portuale, situata sulla costa orientale del Paese, poi espulse in una zona di confine con l’Algeria. “Abbiamo soccorso 28 migranti che fanno parte di un gruppo che inizialmente ne comprendeva 42, i restanti 14 sono introvabili. Forse si sono nascosti, perché hanno paura della polizia.

“La situazione delle persone che abbiamo recuperato era a dir poco catastrofica. Non avevano né acqua, tantomeno cibo e tra loro c’erano pure 7 donne, 3 delle quali in stato interessante. Purtroppo non disponiamo dei mezzi necessari per aiutarli concretamente”, ha poi aggiunto il portavoce dell’associazione tunisina.

Ha poi ricordato che tra giugno e settembre 2023 la Tunisia ha espulso almeno 5.500 persone verso la Libia e 3.000 in Algeria. E gli allontanamenti forzati sono quasi sempre costellati di violenze.

Terribile situazione dei migranti in Tunisia

Spogliati di tutto

Secondo un indagine condotta dal quotidiano britannico The Guardian, pubblicata un mese fa, la condizione dei sub sahariani di passaggio in Tunisia è ancora peggio di quanto si possa immaginare. Negli ultimi 18 mesi gli uomini della guardia nazionale tunisina hanno stuprato centinaia di donne e i migranti hanno subito abusi e violenze di ogni genere, sono stati persino derubati di tutti i loro averi.

Esperti di immigrazione hanno affermato che vicino a El Amra, una città a nord di Sfax, in un campo improvvisato negli uliveti accerchiato dalla polizia, vivono decine di migliaia di rifugiati e migranti sub sahariani. Le loro condizioni di vita sono terribili. Nessuno ha accesso al sito, nemmeno l’ONU o le agenzie umanitarie.

Accordo UE-Tunisia

L’anno scorso l’UE ha siglato un accordo con le autorità tunisine sull’economia e le politiche migratorie. Quest’ultimo punto prevede la lotta contro il traffico di esseri umani, migliorare la gestione delle frontiere e rimandare i migranti al punto di partenza se non vengono ammessi in Europa.

Secondo il Guardian somme importanti dei finanziamenti stanziati dall’Europa per frenare il flusso migratorio, sono state destinate alla Guardia nazionale tunisina per combattere i trafficanti. Ma nella sua inchiesta il quotidiano britannico ha rivelato che ufficiali del corpo di gendarmeria sono persino in combutta con i contrabbandieri che organizzano i viaggi dei migranti.

Grazie alle testimonianze raccolte dal Guardian si evince che l’UE sta finanziando le forze di sicurezza che commettono violenze sessuali contro donne vulnerabili, accuse gravissime che hanno macchiato il controverso accordo dello scorso anno tra Bruxelles e Tunisi.

L’accordo prevede anche il “rispetto dei diritti umani”. Eppure, contrabbandieri e migranti hanno confermato che la guardia nazionale deruba, picchia e abbandona abitualmente anche donne e bambini nel deserto senza cibo né acqua.

Calo arrivi dalla Tunisia

Dietro il forte calo degli arrivi dalla Tunisia (63 per cento in meno rispetto allo scorso anno) c’è un universo di violenze e soprusi.

Migranti espulsi nel deserto dalla guardia nazionale tunisina

Il quotidiano britannico ha fatto notare che l’accordo UE-Tunisia prevede anche la semplificazione dei procedimenti giudiziari contro i trafficanti. Finora però non sono stati resi pubblici dettagli su eventuali condanne.

La Commissione europea sostiene che la Tunisia e l’agenzia europea di polizia, Europol, stanno cercando di costruire un partenariato per affrontare i contrabbandieri. Ma secondo la stessa agenzia non ci sarebbero accordi di collaborazione con la Tunisia.

Con la sua dettagliata inchiesta il Guardian ha riacceso i fari su quanto succede nel Paese mediterraneo che gode di cospicui aiuti economici e della fiducia dell’UE, in particolare dell’Italia. A pochi importa del destino e della sofferenza dei migranti, privati della loro dignità e dei diritti fondamentali sanciti dalle convenzioni internazionali.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Governo italiano ossessionato dai migranti, fornisce alla Tunisia (zero in diritti umani) motovedette guardacoste

 

 

 

Elezioni in Mozambico, assassinati due esponenti del partito di opposizione Podemos

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
19 ottobre 2024

Si chiamavano Elvino Dias, consulente legale di PODEMOS, e Paulo Guambe, agente elettorale dello stesso partito. Sono stati assassinati nel quartiere Coop, in pieno centro della capitale, Maputo, nell’Avenida Joaquim Chissano mentre erano a bordo della BMW di Dias.

Nei filmati, recuperati da Africa ExPress, si vede l’auto di Dias sotto la pioggia, crivellata di colpi, una ventina, e piena di sangue.

Parla il testimone

Secondo un testimone oculare, erano le 3 di mattina del 19 ottobre quando la BMW di Dias è stata bloccata da due auto blu. Il Consorzio Mais Integridade ha confermato che sono due pickup Mazda BT-50.

“Stavano seguendo la BMW, uno l’ha bloccata davanti e l’altro dietro – racconta il testimone anonimo in un video -. Da uno dei pickup sono scesi due giovani che avvicinatisi alla BMW, hanno sparato uno dal lato autista e l’altro al passeggero. Elvino Dias è morto subito mentre il passeggero era ancora vivo. Quando è arrivata la polizia ha impedito all’ambulanza di soccorrere il ferito. Poco dopo è morto”.

Il testimone ha raccontato che nella BMW c’era anche una ragazza che aveva chiesto loro un passaggio e che è stata portata all’ospedale.

“La polizia ha impedito ai presenti di fare foto e riprese coi cellulari – ha continuato il testimone -. I poliziotti hanno detto che sono tempi speciali e che filmare è un crimine. Hanno sequestrato i telefoni, alcuni li hanno rotti e hanno arrestato molti giovani”.

Condanna di Graça Machel

Anche Graça Machel, vedova del primo presidente mozambicano, Samora Machel e di Nelson Mandela è intervenuta per condannare l’attentato. “E così abbiamo altre due famiglie che hanno avuto una perdita. Non possiamo far finta che non sia accaduto niente. Quanto è successo tocca tutti. Tutti coloro che non possono passare il 9 ottobre (data delle elezioni, ndr) in piena allegria”.

L’ex “first lady” ha ricordato che la data del duplice omicidio è anche quella dell’attentato all’aereo che ha ucciso Samora e parte del seguito. Era il 19 ottobre 1986. “Posso dire, in nome delle altre 35 famiglie che hanno avuto la dolorosa perdita, che possiamo piangere insieme”.

Candidati alla presidenza

Per Daniel Chapo, candidato FRELIMO, “È un atto di violenza e un attacco a persone dedite al proprio Paese. Ma anche un affronto alla democrazia e ai principi dello Stato, di diritto e democratico, che tutti dobbiamo proteggere”.

Ossufo Momade, leader Renamo: “È un atto di violenza brutale che ha portato alla perdita irreparabile di due cittadini. Persone che hanno contribuito alla promozione dello Stato di diritto democratico in Mozambico”.

Proteggere i candidati

L’UE, in una nota, conferma che la Missione di osservazione elettorale dell’Unione Europea (MoE UE) rimane nel Paese per valutare il processo elettorale in corso.

“È fondamentale che vengano adottate misure rigorose per proteggere tutti i candidati in questo periodo post elettorale – continua il comunicato -. Ci auguriamo che gli organi di gestione elettorale conducano l’intero processo con la necessaria diligenza e trasparenza, rispettando la volontà espressa dal popolo mozambicano”. E chiede la massima moderazione e il rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti politici.

Ultimo post

C’è chi dice che con il suo ultimo post su Facebook ha firmato la sua condanna a morte. “Vi sfido – era il titolo del post -. In un momento in cui diversi tribunali mozambicani ci danno ragione della mega-frode elettorale, con particolare attenzione alla fase di tabulazione intermedia, vedo uno sforzo inglorioso da parte di portali, televisioni e finte organizzazioni della società civile, tutte controllate dal FRELIMO”.

“Affermano che il signor Chapo ha vinto. Qual è la fonte primaria di queste cifre? Dove sono gli editti che le sostengono? Chi li ha firmati? Anche il signor Lutero Simango avrebbe potuto avere più voti del signor Chapo. Per questo sfido tutti, compreso il CNE, a presentare i loro avvisi”.

Minacce di morte

“Per la verità andremo fino alla fine”. Lo aveva scritto in un post su Facebook il 19 aprile scorso. “Quando ho saputo, tramite un amico che mi vuole bene, che c’era un piano studiato al millimetro dagli squadroni della morte per togliere la vita a Venancio Mondlane e a me, ho pensato di fuggire dalla città di Maputo per qualche giorno”.

Post FB minacce squadroni della morte
Post FB con piano per assassinare Dias e Mondlane

“Ma prima ho telefonato a Venancio per comunicargli la mia intenzione e per suggerirgli di fuggire per qualche giorno. Anche lui si è mostrato preoccupato. Mi ha detto che non era necessario scappare, perché sanno benissimo dove trovarci. Era una scelta di vita che avevamo fatto, quella di stare dalla parte della verità e della giustizia”.

Il piano degli squadroni della morte è iniziato con Elvino Dias. Finirà con Venancio Mondlane o verrà interrotto dal Frelimo?

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Elezioni in Mozambico: Frelimo e Podemos “abbiamo vinto” ma osservatori UE protestano per irregolarità

 

Elezioni in Mozambico: Frelimo e Podemos “abbiamo vinto” ma osservatori UE protestano per irregolarità

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
19 ottobre 2024

Poche ore dopo la chiusura delle urne delle settime elezioni presidenziali, Daniel Chapo, candidato alla presidenza del Fronte di liberazione del Mozambico (FRELIMO) ha affermato di aver vinto. È il partito al potere dal 1975, anno dell’indipendenza dal Portogallo.

Poco dopo ha parlato Venancio Mondlane, candidato del partito extraparlamente Popolo Ottimista per lo Sviluppo del Mozambico (PODEMOS). Ha confermato che la maggioranza dei voti era andata al suo partito quindi la vittoria era sua.

Affluenza al 43 per cento

Con un’affluenza al 43 per cento, dopo 24 ore, i risultati ufficiali davano a Daniel Chapo 53,68 per cento dei voti, seguito da Venâncio Mondlane, 33,84 per cento. Ossumo Momade, della Resistenza nazionale mozambicana (RENAMO), votato dal 9,62 per cento e Lutero Simango, Movimento Democratico Mozambicano (MDM), dal 2,86 per cento degli elettori.

Mozambico elezioni 2024
Mozambico elezioni 2024, spoglio schede

Uso distorto dei social

Venancio Mondlane si è mostrato subito agguerrito. In una diretta streaming Facebook, ha dichiarato la vittoria alle elezioni presidenziali del Mozambico. Ha affermato che i primi conteggi paralleli indicavano il 65% dei voti al suo partito PODEMOS. Inoltre, confermando la maggioranza dei 248 seggi in Assemblea nazionale.

Poi il candidato di PODEMOS è andato oltre: ha dichiarato di aver vinto in 8 delle 11 province delle elezioni presidenziali in Mozambico. Sui social ha pubblicato anche i grafici delle percentuali. Tutte a favore del suo partito e ha affermato che non accetta i conteggi a favore del FRELIMO chiedendo ai suoi la disobbedienza civile.

Diffidato dalla Procura

I media hanno pubblicato un comunicato stampa della Procura della Repubblica. Mondlane è stato convocato e ha ricevuto una diffida. Gli è stato ordinato di astenersi dall’incitare alla “disobbedienza civile” e da pratiche che violano la Costituzione, la legislazione elettorale e altre norme.

Mozambico elezioni 2024
Mozambico elezioni 2024, conteggio parallelo Podemos al 16 ottobre 2024

La nota dice che: “La convocazione è il risultato della ripetuta ondata di disordini sociali, disobbedienza pubblica, mancanza di rispetto per gli organi dello Stato. C’è incitamento alla violenza e disinformazione perpetrata dal candidato alla Presidenza della Repubblica, Venancio Mondlane, nei comizi, sulle reti sociali e su altre piattaforme digitali”.

I risultati parziali

Nel momento in cui scriviamo i risultati ufficiali si riferiscono al 16 ottobre. La sfida era tra FRELIMO –  oltre 4,3 milioni di voti (77 per cento) e PODEMOS, quasi 619 mila (11 per cento). RENAMO con quasi 445 mila (8 per cento) e MDM circa 235 mila voti (4 per cento).

Sospetto di brogli

Anche il queste elezioni il tema di base sono i brogli del FRELIMO. Schede elettorali precompilate, elettori fantasma, commissioni di seggio preparate dal partito al potere. Ma anche elettori che hanno votato più volte, opacità  nel conteggio delle schede al buio con torce a batteria e osservatori dell’opposizione respinti dai seggi elettorali.

Opposizione e società civile protestano

Per il 21 ottobre il candidato di PODEMOS, ha indetto uno sciopero di protesta contro i brogli. Lutero Simango di MDM ha gridato all’inganno e ha dichiarato che contesterà i risultati in tribunale. Le dichiarazioni di José Manteigas, presidente del Consiglio nazionale RENAMO: “…i mozambicani sono stanchi di tutti i giochi che il partito (FRELIMO, ndr) sta facendo in relazione alle elezioni. Fa finta di andare alle elezioni, ma ha già dei risultati prefabbricati e questo comincia a stancare i mozambicani. Il partito di Momade aveva stretto un patto con il FRELIMO sperando di essere maggiormente incisivo ma queste elezioni lo hanno fatto scendere al terzo posto.

Elezioni Mozambico 2024 dossier frodi elettorali
Elezioni Mozambico 2024, copertina del dossier del CIP sulle frodi elettorali

L’ong mozambicana Centro per l’integrità pubblica (CIP), ha pubblicato il dossier “25 years of electoral fraud, protected by secrecy” (25 anni di frodi elettorali protette dal segreto).

Secondo il CIP, il FRELIMO ha un sistema elettorale progettato per le frodi in funzione dalle prime elezioni multipartitiche del 1999. “Non sarebbe consentito nella maggior parte delle democrazie – si legge nel report -. La segretezza è quasi totale e tutti gli organi elettorali sono diretti e dominati da membri del partito al potere, così come i tribunali”.

Volontà degli elettori

Edson Cortez, direttore del CIP, ha commentato a Reuters: “Ancora una volta, come Paese, abbiamo tenuto elezioni che non riflettono a volontà degli elettori. Almeno da quanto abbiamo osservato”.

Le accuse di brogli riguardano anche la Commissione elettorale nazionale (CNE) e la Segreteria tecnica per l’amministrazione elettorale (STAE). I due istituti hanno la gestione delle elezioni nel Paese dell’Africa meridionale e vengono incolpate di essere colluse con il FRELIMO.

Elezioni Mozambico 2024 tessera elettorale illegale Zimbabwe
Elezioni Mozambico 2024 tessera elettorale illegale rilasciata in Zimbabwe (Courtesy The Mirror)

Inchiesta giornalistica

Un’inchiesta sotto copertura del giornale online zimbabwiano The Mirror ha svelato che migliaia di cittadini zimbabwiani militanti dello ZANU-PF  sono stati inviati illegalmente in Mozambico a votare per Daniel Chapo. Lo ZANU-PF, il partito del presidente Emmerson Mnangagwa, è al potere nell’ex Rhodesia dal 1980.

Molti di questi zimbabwiani hanno dichiarato che: ”il FRELIMO è il partito compagno dello ZANU-PF. I due partiti hanno lottato insieme per l’indipendenza dei rispettivi Paesi. È nostro dovere aiutare il FRELIMO”

Critiche europee

Gli osservatori della Missione di Osservazione Elettorale dell’Unione Europea (Moe Ue) in una conferenza stampa hanno confermato che le elezioni si sono svolte con relativa calma. Ma hanno anche delle critiche. Laura Ballarin, osservatore capo dell’UE, ha affermato che “C’è stata una notevole mancanza di fiducia nell’affidabilità del registro elettorale e nell’indipendenza degli organi elettorali”.

I risultati definitivi delle settime elezioni presidenziali verranno enunciati il prossimo 24 ottobre. È scontato che la vittoria sarà del FRELIMO. Vediamo se questa volta, dopo 25 anni di brogli, l’opposizione riuscirà a farsi valere.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Elezioni in Mozambico: i quattro candidati alla presidenza della Repubblica e il gas di Cabo Delgado

Elezioni amministrative in Mozambico, tribunale conferma brogli del Frelimo, il partito al potere

Zimbabwe dopo il voto: nulla è cambiato tranne una frode elettorale in più