Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze 1° novembre 2019
Il risultato era scontato. Filipe Nyusi, che voleva il secondo mandato alla presidenza della Repubblica, ha vinto le presidenziali 2019. Ha raggiunto 4,5 milioni di voti, 1,7 milioni in più rispetto alla sua prima elezione. Ha ottenuto la maggioranza assoluta con il 73 per cento. Il Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO), al governo dal 1975 – anno dell’indipendenza – rimane al potere.
Filipe Nyusy, al suo secondo mandato alla presidenza della Repubblica del Mozambico
I risultati definitivi delle seste elezioni generali multipartitiche dal 1994, sono stati ufficializzati dalla Commissione elettorale nazionale (CNE). La Commissione ha anche rigettato, con 9 voti contro 8, le richieste di annullamenti per brogli fatte dall’opposizione.
Il FRELIMO, all’Assemblea Nazionale, (il Parlamento) guadagna 40 seggi, passando da 144 a 184 dei 250 totali. Invece l’opposizione perde su tutto. Il secondo partito, Resistenza Nazionale Mozambicana (RENAMO), di Ossufo Momade, perde il 30 per cento dei seggi passando da 89 a 60. Il Movimento Democratico del Mozambico (MDM), di Daviz Simango, perde il 60 per cento dei seggi passando da 17 a 6. Nessuno degli altri partiti è entrato in parlamento.
Vittoria netta del FRELIMO anche nelle dieci province del Paese lusofono. Il partito del neo presidente Nyusi ha conquistato tutti i dieci governatorati. Nell’Assemblea Provinciale guadagna 628 seggi dei 794 totali. Al RENAMO ne vanno 156 e al MDM 10 seggi.
Secondo i dati della CNE è andata a votare poco più della metà degli elettori (50,74 per cento). Un’affluenza inferiore a quella delle amministrative del 2018 ma la più alta dal 1999.
Filipe Nyusy durante la campagna elettorale
Grande delusione del leader RENAMO, Momade, che – secondo i dati CNE – ha ottenuto solo il 20 per cento dei consensi. La firma del terzo Accordo di Pace con Nyusi, gli aveva dato la speranza di una maggiore trasparenza ma è andata peggio delle sue previsioni.
Elezioni molto politicizzate secondo il Centro per l’Integrità Pubblica (CIP) che ha monitorato puntualmente lo svolgimento delle elezioni. Ma anche sanguinose e violente. Nei disordini tra le diverse fazioni sono stati registrati 46 morti. Tra questi ben dieci per omicidio. Il capo della polizia ha affermato che uno squadrone della morte composto cinque persone tra le quali quattro poliziotti, ha ucciso un osservatore elettorale.
Il CIP ha denunciato brogli e soprusi riportati dagli osservatori elettorali. Tremila osservatori che avevano il compito di effettuare il conto parallelo delle schede sono stati bloccati dalle autorità provinciali. “Rifiutiamo questi risultati perché non riflettono fedelmente la volontà popolare” hanno dichiarato gli otto rappresentanti di minoranza della Commissione elettorale nazionale.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
31 ottobre 2019
Ci risiamo. Come succede ormai da tempo, l’effetto dei cambiamenti climatici si è fatto sentire anche quest’anno in diverse zone dell’Africa. In questi giorni forti piogge hanno colpito parte del Camerun, Nigeria e Centrafrica causando morte e distruzione.
Nella città di Bafoussam, nell’ovest del Camerun, una frana ha seppellito 42 persone, tra loro almeno 20 bambini e donne incinte. Lo smottamento è avvenuto nella notte tra lunedì e martedì e le operazioni di soccorso per recuperare i dispersi si sono protratti fino a mercoledì sera. Disperazione tra la popolazione, 13 case completamente distrutte, macerie in ogni dove.
Frana in Camerun
Le piogge torrenziali sono la causa dello smottamento. “Ora gli abitanti del quartiere dovranno andarsene, è troppo pericoloso”, ha dichiarato Awa Fonka Augustine, governatore della provincia dell’Ovest del Paese, zona montagnosa e la più fertile di tutto il Camerun.
L’area colpita dalla frana è situata tra due colline, attraversate da una vallata paludosa. Il terreno è molto argilloso e i soccorsi hanno trovato non poche difficoltà ad accedere alla zona disastrata. Le operazioni di recupero sono state complesse. Intanto Younadé ha stanziato immediatamente 25 milioni di CFA (poco più di 38 mila euro) per le famiglie sinistrate.
Mentre nello stato di Kobi, nel centro della Nigeria, centinaia di detenuti sono riusciti a evadere da un carcere dopo il crollo della recinzione. Le piogge torrenziali hanno allagato persino le celle e 122 prigionieri sono riusciti a forzare le porte interne e si sono dati alla macchia; alcuni sono stati riacciuffati poche ore dopo, una volta terminata la terribile tormenta, che si è abbattuta sull’intera zona verso le due del mattino.
Prigione a Kogi, Nigeria
Gli stati Niger, Benue, Kogi e Taraba – tutti nel centro della ex colonia britannica – sono stati particolarmente colpiti da copiose precipitazioni negli ultimi mesi. In tutta la regione, considerata il granaio del Paese, i raccolti sono andati distrutti e ha costretto migliaia di persone a lasciare le loro abitazioni.
Anche nell’Adamawa state, nel nord-est, gli acquazzoni hanno completamente allagato e devastato 40 villaggi.
Nella Repubblica Centrafricana, già teatro di un sanguinoso conflitto interno, 28 mila persone si sono ritrovate da un momento all’altro senza nulla, nemmeno un tetto per potersi riparare a causa di eccezionali precipitazioni e le esondazioni del fiume Ubangi e i suoi affluenti. Una nuova tragedia umanitaria si somma alle altre che si consumano da anni nella ex colonia francese.
Inondazioni in Centrafrica
Nella capitale Bangui molte case sono distrutte, in particolare quelle costruite con mattoni di fango si sono letteralmente dissolte nell’acqua e ora, per spostarsi da un luogo all’altro, la gente è costretta a usare le piroghe invece dei tassì o altri mezzi di trasporto.
Ora manca l’acqua potabile e le zone colpite sono a rischio epidemia. Il portavoce del governo, Ange-Maxime Kazagui, ha ammesso che non sanno dove trasferire le persone colpite dalle inondazioni, mancano strutture adeguate. Non ci sono bagni, fa freddo, ma le zanzare non mancano. “Attendiamo che le ONG ci portino tende per mettere in sicurezza tutte le persone colpite dalla tragedia”, ha aggiunto il portavoce.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Mombasa (Kenya), 30 ottobre 2019
Il padre di un presunto terrorista, arrestato durante una retata della polizia contro gli shebab sulla costa del Kenya, ha pagato la cauzione per tirar fuori di galera Ibrahim Adhan Omar, uno dei presunti rapitori di Silvia Romano, sequestrata il 20 novembre dell’anno scorso.
Da qualche mese le unità antiterrorismo della polizia (ATPU, Anti Terrorism Police Unit) stanno scandagliando a tappeto la costa keniota a caccia di terroristi che si sarebbero infiltrati dalla Somalia. Il 15 marzo scorso, alle 4 del mattino, durante una retata nel villaggio di Kiteje, nella contea di Kwale, poco a sud di Mombasa, gli agenti arrestano alcuni presunti appartenenti alle milizie shebab. Il padre di uno degli ammanettati, Juma Suleiman, dopo aver cercato il figlio Abdallah Juma, 25 anni, in tutte le stazioni di polizia, non avendolo trovato, va al comando centrale a Mombasa, e protesta per la scomparsa del ragazzo di cui non sa più nulla. Nessuno gli spiega che fine abbia fatto.
Silvia gioca con uno dei piccoli che aiutava a Chakama
Quattro mesi prima discretamente, subito dopo il rapimento di Silvia, erano stati arrestati nei villaggi intorno a Chakama, dove la volontaria milanese abita ed è stata portata via, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe. Il 10 dicembre era stato catturato, Ibrahim Adhan Omar. Era ben nascosto, assieme al suo arsenale, in un covo nella cittadina di Bangali nei pressi di Garissa (vicino al confine con la Somalia), dove il 2 aprile 2015, durante un assalto dei miliziani islamici al campus dell’università, 148 studenti erano stati trucidati e 79 feriti. Abdulla Gababa, non trova i soldi per pagare la cauzione e resta così in carcere, mentre gli altri due escono di galera pagando una somma abbastanza elevata per le tasche keniote: 26 mila euro.
Africa ExPress e il Fatto Quotidiano sono andati a controllare chi sono quelli che hanno versato la somma per tirare fuori dal carcere gli inquisiti. E così si scopre che per Moses Luwali Chembe sono intervenuti lo zio e il nonno con titoli di proprietà di alcuni terreni. Ma il primo dichiara un guadagno di cento euro al mese e il secondo solo cinquanta.
La rivelazione più inquietante riguarda però Ibrahim Adhan Omar, il più pericoloso dei tre arrestati: la sua garanzia per uscire dal carcere il 28 giugno scorso viene pagata da Juma Suleiman, il padre del presunto terrorista arrestato a Kwale in marzo. Come mostra il documento che pubblichiamo qui sotto Juma Suleiman (attenzione, sul documento c’è scritto Seleiman con la “e”, ma spiegano alla cancelleria del tribunale che simili errori sono comuni) si definisce amico del presunto sequestratore Ibrahim. Juma di mestiere dichiara di fare il sarto, ma al villaggio dove dice di risiedere, come ha accertato un breve sopralluogo, non lo conosce nessuno.
il documento con cui Juma Suleiman (o Seleiman) ha pagato la cauzione per Ibrahim Adhan Omar
Ora quindi, finalmente, la pista per individuare i rapitori di Silvia Romano è chiara. Ed è diventata qualcosa di credibile dopo che a metà settembre le unità antiterrorismo della polizia keniota hanno arrestato in un sobborgo di Mombasa Fawaz Ahmed Hamdun, un ex calciatore che ai campi sportivi ha preferito quelli di battaglia. Fawaz, di buona famiglia musulmana ma non radicale, viene descritto dagli investigatori come un “talent scout”. Il suo compito è reclutare giovani, indottrinarli e spedirli in Somalia, per il training necessario a diventare un bravo terrorista. Opera per conto dell’organizzazione jihadista Jeshi Ayman, la filiale keniota di Al Shebab (legata ad Al Qaeda) le cui basi si trovano nella foresta di Boni, un’inespugnabile giungla ai confini tra Kenya e Somalia. All’appello dei ricercati per il rapimento, non ancora assicurati alla giustizia, mancano, Yusuf Kuno Adan e Said Adan Abdi, che potrebbero essere passati in Somalia, eventualmente portando con sé Silvia. Manca però la conferma del possibile trasferimento.
Le investigazioni dopo un periodo di stagnazione dovute anche al fatto che la cooperazione tra Kenya e Italia nei primi mesi dopo il rapimento non funzionava a dovere (gli investigatori del ROS erano stati bloccati a Nairobi e non era stato dato loro il premesso di andare sulla costa), ora sono riprese con una certa forza, anche perché la cattiva pubblicità creata dal rapimento sta mettendo in ginocchio l’industria turistica locale, una volta assai fiorente.
In attesa delle ulteriori indagini in corso, quindi, l’ennesima udienza contro alcuni presunti rapitori di Silvia – che si doveva tenere il 24 ottobre al tribunale di Malindi – è saltata. Gli accusati Ibrahim Adhan Omar, Moses Luwali Chembe sono tornati a casa e Abdulla Gababa Wario in prigione. L’udienza è stata spostata al 14, 15 e 20 novembre. A un anno esatto dal rapimento.
L’attuale Botswana è la culla dell’umanità. Lo sostiene Vanessa Hayes, genetista del Garvan Institute of Medical Research, in Australia, secondo cui i nostri progenitori avrebbero vissuto in una regione nel nord dell’attuale Paese dell’Africa australe. La Hayes ha recentemente pubblicato un articolo con le sue ricerche sulla rivista Nature.
Makgadikgadi ,Botswana
Oggi la vasta zona del Makgadikgadi Pan è un complesso di saline, ma 200 mila anni fa era un vero e proprio Eden, umido, rigoglioso e i nostri avi avrebbero vissuto attorno un grande lago. Un habitat ideale per gli umani e la fauna moderna. Dopo 70 mila anni hanno iniziato a spostarsi a causa dei cambiamenti climatici e per l’evoluzione delle precipitazioni, che hanno generato ondate di grandi migrazioni tra 110 e 130 mila anni fa.
“Ormai sappiamo tutti che gli umani anatomicamente moderni sono apparsi 200 mila anni fa in Africa, ma finora non siamo stati in grado di determinare il luogo e la successiva dispersione dei nostri antenati”.
Secondo la ricercatrice, i primi migranti si sarebbero avventurati verso il nord, mentre la secondo ondata si sarebbe diretta verso sud-ovest; una terza sarebbe rimasta nel Paese d’origine, dove vive ancora oggi.
Il gruppo di ricercatori ha esaminato centinaia di campioni di DNA mitocondriale (il frammento di DNA trasmesso solo dalla madre al figlio) di africani viventi per ricostruire l’albero genealogico umano. E infine, unendo la genetica con la geologia e grazie alla ricostruzione sul computer di modelli climatici, sono riusciti a ottenere un quadro della situazione dell’Africa di 200 mila anni fa.
Tuttavia le affermazioni della Hayes hanno suscitato non poche perplessità, non tutti ricercatori in questo campo concordano con la tesi dell’Istituto australiano. Un esperto ha fatto notare che non è possibile ricostruire la storia delle origini umane basandosi sul DNA mitocondriale, mentre altri analisti hanno dato risposte diverse; la loro ricerca, incentrata sul ritrovamento di fossili, ritengono che la culla dell’umanità sia l’Africa dell’est.
Chris Stringer, del Natural History Museum di Londra, è convinto che non sia possibile utilizzare solamente la distribuzione mitocondriale moderna per determinare il luogo d’origine dei nostri antenati e ha aggiunto in un’intervista concessa ai reporter della BBC: “E’ esagerato, perchè si prende in considerazione solo una minima parte del genoma e ciò non è in grado di dare tutte le informazioni a riguardo di tutta la storia delle nostre origini”.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 28 ottobre 2019
Si chiamano Mara X e Mara Z i primi due smartphone made in Africa. Sono fabbricati in Ruanda dalla Mara Phones di Ashish Thakkar, 38 anni, imprenditore nato in UK ma, fin da adolescente, residente nel Paese africano.
Il Mara X, smartphone fabbricato in Ruanda
Il lancio sul mercato, nel piccolo Stato dei Grandi Laghi, è stato fatto in pompa magna dal presidente ruandese, Paul Kagame. “La Mara Phone si unisce all’elenco dei prodotti di alta qualità che vengono fabbricati nel nostro Paese” – ha dichiarato Kagame. Alla Mara Phones lavorano 200 persone – 60 per cento donne – e l’azienda ha una capacità di produzione di due milioni di smartphone all’anno.
Con un profilo di leone stilizzato sul retro, i due modelli sono prodotti in tre colori e con sistema operativo Android. Il modello Mara X ha 16Gb di memoria, 1Gb Ram, schermo da 5,5 pollici e accesso a impronta digitale e viene venduto a 159USD. Il Mara Z ha lo schermo più grande (5,7), riconoscimento facciale e impronta digitale, 32Gb di memoria e 3Mb di Ram. Viene venduto a 229USD.
In Ruanda il 15 per cento della popolazione ha telefoni cellulari cinesi di fascia bassa con prezzi che vanno tra i 40 e i 70USD. Secondo Thakkar, l’obiettivo della Mara Phones è mettere in vendita smartphone “made in Africa” di migliore qualità. Vuole competere all’interno in un mercato in grande espansione come l’area centro orientale del continente.
Il Mara Z, smartphone fabbricato in Ruanda
C’è da dire che, date le caratteristiche dei due smartphone, il prezzo è molto caro per un Paese africano che ha un reddito procapite di 720USD all’anno. Pur una crescita del 7 per cento annuo, solo pochi si possono permettere un oggetto che costa due-tre mesi di stipendio.
Intanto Ashish Thakkar, che è il fondatore di Mara Group e Mara Foundation e co-fondatore di Atlas Mara, pensa in grande. Ha appena aperto una seconda fabbrica di smartphone in Sudafrica mercato molto più robusto dove è maggiore la penetrazione cinese. Da lì è più facile andare alla conquista del mercato dell’Africa Australe.
Da Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Malindi, 25 ottobre 2019
L’ennesima udienza che si doveva tenere sul rapimento di Silvia Romano il 24 ottobre è saltata. Lo si era capito già dal 16 ottobre, quando nell’aula dove doveva tenersi quella che qui viene chiamata pre-udienza, un incontro durante il quale le parti decidono come trattare gli argomenti, non si è presentato nessuno. Ufficialmente perché la signora Julie Oseko la magistrato che deve giudicare i tre accusati del sequestro, Ibrahim Adhan Omar, Abdulla Gababa Wario e Moses Luwali Chembe, era assente. Nelle carte del processo c’è però la richiesta della procuratrice Alice Mathangani di tenere la pre-udienza il 23 ottobre. Dobbiamo essere pronti e preparati per tenere l’udienza il 24, aveva scritto. Invece mercoledì non è successo nulla e ieri mattina stessa cosa.
Questa volta la scusa ufficiale è stata: “Il difensore di due degli imputati Moses e Gababa è ammalato”. La pre-udienza è quindi stata fissata per il 6 novembre e il processo vero e proprio per il 14, 15 e 20 novembre, il giorno dell’anniversario del rapimento di Silvia. Al di là del pretesto accampato ufficialmente (“Udienza differita per motivi tecnici”) qualche domanda è impossibile non porsela.
Silvia Romano con il suo cucciolo
La prima è semplice e chiara: perché tutti questi ritardi in un processo che apparentemente il Kenya ritiene importante e necessario per difendere la sua immagine? E perché ai tre imputati per un reato gravissimo come il sequestro di persona è stata data la possibilità di uscire dal carcere pagando una cauzione, nonostante il parere contrario della procura e della polizia?
La pubblica accusa, spalleggiata dagli investigatori che stanno conducendo le indagini, aveva insistito perché il ricorso alla cauzione fosse negato. Invece i magistrati giudicanti l’hanno concesso.
Ma qualcuno suggerisce un altro motivo: dal 30 settembre in Kenya è in corso una caccia al terrorista, mantenuta segreta ma piuttosto allarmante. Qualche giorno prima durante un raid della polizia a Likoni, sobborgo di Mombasa, erano stati ammazzati tre jihadisti e altri sette arrestati che, sembra, abbiano “cantato”, fornendo un po’ di informazioni sulle attività di Al Shebab (filiale di Al Qaeda in Africa orientale) in Kenya. I metodi per estorcere informazioni in Africa non sono proprio a prova di diritti umani, ma sono “convincenti”
Le armi sequestrate nel covo di Al Shebab a Likoni
La retata era avvenuta due giorni dopo l’arresto a Mombasa di un terrorista, Fawaz Ahmed Hamdun, accusato di essere da tempo l’organizzatore di cellule sulla costa keniota e di aver aiutato i militanti a compiere attentati, tra l’altro quello del 15 gennaio scorso in un hotel di Nairobi (21 morti).
“L’assalto – ha spiegato Paul Leting dirigente della polizia criminale – è avvenuto dopo un’attenta indagine. Abbiamo appurato che questo gruppo criinale stava pianificando attentati a Likoni e in altre città della costa Kwale, Bamburi, Kisauni e Mazeras. Nel loro covo abbiamo trovato un ingente arsenale: fucili, granate, oltre 1.600 proiettili e materiale per fabbricare bombe, nove passamontagna, uniformi militari, machete e coltelli”. Durante quest’operazione sono state arrestate diverse persone, sulle quale si sta indagando in profondità. Anche in relazione al rapimento di Silvia.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
26 ottobre 2019
L’intervento veniva replicato il 3 giugno 2019, giorno successivo alla festa della Repubblica italiana: stavolta con fondi della cooperazione italiana, venivano inviati in Niger con un nuovo volo umanitario dell’Aeronautica cinque tonnellate di kit sanitari. “Il provvedimento è stato predisposto dalla Vice Ministra Emanuela Del Re, in risposta ad una richiesta delle autorità nigerine per far fronte alla perdurante emergenza sanitaria nel paese, che si è ulteriormente aggravata a causa dei recenti episodi di violenza”. Il tono insomma è lo stesso della missione del 26 aprile, così come è confermata la provenienza dei farmaci dai depositi della Base di Pronto Intervento di Brindisi. E, per l’ennesima volta, la gestione degli aiuti italiani e ONU è affidata alle forze armate nigerine, al di fuori di ogni controllo da parte della Missione MISIN.
Ancora più grave quanto avvenuto invece lo scorso 17 settembre, quando il contingente militare in Niger ha “portato a termine” una donazione di aiuti umanitari provenienti da comuni, parrocchie, associazioni di volontariato e scuole della provincia di Salerno. “Si tratta di circa 400 colli di materiale: abbigliamento, giocattoli, cancelleria e materiale sportivo nonché alimenti a lunga conservazione”, riportano le cronache.
Addestramento delle truppe nigerine
“Il progetto – sorto sulla base di precedenti esperienze intraprese in operazioni fuori area condotte in Kosovo, Libano e Afghanistan – ha coinvolto anche gli alunni della scuola elementare di San Pietro al Tanagro che, grazie a un progetto formativo incentrato sulle condizioni di povertà in Africa e sul multiculturalismo, ha avviato un gemellaggio con due scuole materne di Niamey. Inoltre, l’associazione sportiva calcistica dello stesso comune, impegnata nel settore giovanile Under 14, ha raccolto materiale sportivo con il quale ha suggellato il gemellaggio con la squadra dei piccoli calciatori nigerini di Camp Bagaji”. Chi sono stati in quest’occasione i destinatari dei pacchi dono? “Principalmente Enti di Protezione Sociale militari che si occupano dell’assistenza agli orfani e alle vedove Caduti in servizio delle Forze Armate del Niger e della Guardia Nazionale”, aggiunge l’ufficio stampa MISIN.
Uno degli obiettivi dichiarati della cooperazione umanitaria in salsa militare in Niger non poteva non essere il sostegno alle attività anti-migrazioni irregolari. Lo scorso 16 ottobre, ad esempio, il governo italiano ha donato al governo nigerino dieci ambulanze e tre autobotti “per rafforzare le capacità delle autorità nel soccorso dei migranti e nel contrasto al traffico di esseri umani”, si legge nella nota ufficiale della Farnesina. “La donazione, resa possibile dalle risorse del Fondo Africa, è stata eseguita dal Ministero della Difesa italiano, a cui appartenevano i veicoli. La cerimonia di consegna si è volta a Niamey alla presenza dell’Ambasciatore d’Italia Marco Prencipe. I nuovi veicoli consentiranno alle autorità nigerine di ampliare il raggio d’azione delle proprie attività, a beneficio sia delle comunità locali che dei migranti in transito nel Paese”.
Invio di medicinali in Niger
Mentre crolla la spesa della cooperazione allo sviluppo verso il continente africano (nel 2018 l’Italia ha destinato risorse all’Africa inferiori del 21% rispetto a quelle dell’anno precedente), l’intervento governativo viene indirizzato sempre di più solo verso quei Paesi che vengono ritenuti partner fondamentali nella lotta alle migrazioni. “La politica del governo italiano verso l’Africa, nelle aree strategiche evidenziate dall’esecutivo, è concentrata alla riduzione delle partenze, principalmente attraverso l’aiuto militare al controllo del territorio e in chiave anti terrorismo”, scrive il giornalista Angelo Ferrari dell’AGI – Agenzia Italia. “Aiuto militare che spesso si concentra su paesi governati da regimi autoritari, non democratici e non in condizione di poter soddisfare i bisogni di base delle loro popolazioni”. In quest’ottica va interpretato lo stanziamento di 50 milioni di euro a favore del Niger, autorizzato nel maggio 2018 dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione. “In questo modo il governo nigerino potrà istituire unità speciali di controllo delle frontiere, costruire e ristrutturare posti di frontiera e realizzare un nuovo centro di accoglienza per i migranti”, ha spiegato la Farnesina. L’aiuto anti-migranti è stato diviso in tranche e condizionato alla “diminuzione dei flussi migratori verso la Libia e un aumento rimpatri dal Niger verso i Paesi di origine”.
A spiegare che proprio la guerra ai migranti e alle migrazioni sia uno degli obiettivi prioritari della Missione militare italiana in Niger è stata proprio l’allora ministra della Difesa, Elisabetta Trenta. “Lo scopo di MISIN è quello di incrementare le capacità volte al contrasto del fenomeno dei traffici illegali e delle minacce alla sicurezza, nell’ambito di uno sforzo congiunto europeo e statunitense per la stabilizzazione dell’area e il rafforzamento delle capacità di controllo del territorio da parte delle autorità nigerine e dei Paesi del G5 Sahel”, ha dichiarato la pentastellata in occasione della sua visita ufficiale a Niamey. “Quella in Niger è una missione importantissima per l’Italia poiché, nel sostenere le richieste del Governo nigerino, punta anche a frenare e ridurre il flusso incontrollato dei migranti verso il nostro Paese. Una missione perfettamente in linea con l’interesse nazionale perché in questa fase è fondamentale il supporto al Niger nella lotta al terrorismo e ai traffici illeciti, incluso quello di esseri umani”. Anti-terrorismo, migrazioni ed idrocarburi: gli interessi strategici del sistema Italia sono davvero un cocktail dal sapore esotico ed esplosivo.
Speciale per Africa Express
Cornelia I. Toelgyes
26 ottobre 2019
Sedici militanti LBGT (termine collettivo per riferirsi a persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender) sono stati arrestati dalla polizia ugandese e costretti a sottoporsi al controllo anale.
Sui giovani, tutti tra 22 e 35 anni, pende ora l’accusa di gay sex e rischiano una condanna all’ergastolo. Tutti 16 sono stati prelevati lunedì dall’ufficio di “Let’s Walk Uganda”(un’organizzazione per la salute sessuale), dove lavorano e vivono.
Gli agenti sono intervenuti perchè chiamati dai vicini, che lamentavano comportamenti sospetti delle persone all’interno della casa dell’organizzazione. I 16 uomini sono stati arrestati e all’esterno dell’ufficio un folto gruppo aveva circondato l’edificio, urlando slogan omofobi contro i giovani.
La polizia ha raccontato di aver trovato lubrificanti, preservativi e farmaci antiretrovirali negli uffici dell’associazione. Gli accusati sono stati rilasciati con l’obbligo di firma a giorni prestabiliti presso la stazione di polizia giudiziaria.
L’Uganda, come molti Paesi africani, ha ereditato dalla potenza coloniale che la governava, il Regno Unito, parecchie norme tra cui quella che punisce l’omosessualità, anche tra persone adulte e consenzienti, come un qualunque reato.
Recentemente il ministro per l’Etica e l’Integrità, Simon Lokodo, aveva proposto di ripresentare in Parlamento la legge che prevede la pena di morte per i gay, ma il presidente Yoweri Museveni ha subito bloccato tale iniziativa e ha precisato: “L’ergastolo è più che sufficiente”.
Proposte del genere erano già state avanzate anche in passato, ma la comunità internazionale aveva minacciato che avrebbe sospeso finanziamenti e programmi di sviluppo se la legge fosse entrata in vigore.
La comunità LBGT è soggetta a discriminazioni e violenze nel Paese. Frank Mugisha, direttore esecutivo per le Minorità Sessuali in Uganda (SMUG) ha espresso preoccupazione per l’escalation degli attacchi omofobi.
Due settimane fa due donne transgender sono state aggredite e picchiate all’uscita di un night club e qualche giorno prima un giovane gay ruandese è stato malmenato davanti al suo ufficio a Kampala. Gli attivisti lamentano un forte aumento degli attacchi: solo quest’anno 4 persone sarebbero stata uccise. L’ultimo assassinio risale al 4 ottobre, quando un militante per i diritti dei gay è stato picchiato a morte.
La legge omofoba ugandese è stata pesantemente criticata anche dall’arcivescovo anglicano del Sud Africa e premio Nobel Desmond Tutu che l’ha paragonata alle leggi razziali varate in Germania durante il nazismo e all’apartheid nel suo Paese.
Sui temi della sessualità l’Uganda è assai conservatrice. Anni fa, nella battaglia contro l’AIDS il governo aveva lanciato una pesante e convincente campagna per l’uso del preservativo per contenere la malattia. I risultati erano stati ottimi. Poi c’erano state le proteste di gruppi cristiani integralisti (finanziati dall’amministrazione di George W. Bush) che predicavano la fedeltà, la campagna era stata sospesa e i progressi contro il male erano stati vanificati. Forse è stata salvata l’anima, ma il corpo è stato devastato.
Cornelia I. Toelgyes corneliacit@hotmail.it @cotoelgyes
Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
24 ottobre 2019
Cosa fanno le forze armate italiane in Niger? Addestrano le unità locali alla guerra globale e alla repressione delle proteste economiche e sociali. E, di tanto in tanto, distribuiscono aiuti umanitari pagati con i soldi della cooperazione allo sviluppo, sotto la supervisione delle autorità politiche e militari nigerine.
Più di un anno fa, il 15 settembre 2018, prendeva il via l’operazione MISIN (Missione Bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger), che – come riferito dal Ministero della Difesa – è “finalizzata a supportare l’apparato militare nigerino, concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e rafforzare le capacità di controllo del territorio dei Paesi del G5 Sahel (Niger, Mali, Mauritania, Chad e Burkina Faso)”. Alla missione concorrono 470 militari, 130 mezzi terrestri e due aerei; MISIN opera in stretto collegamento operativo e strategico con le unità da guerra degli Stati Uniti d’America dislocate in Niger e poste sotto il controllo di US Africom, il comando per le operazioni USA nel continente africano. A guidare i reparti schierati in Niger è stato chiamato da qualche mese il generale Claudio Dei, con un ampio curriculum operativo in ambito NATO ed UE, già in forza al Comando Militare Esercito della Sicilia.
Missione italiana MISIN
I team addestrativi MISIN, costituiti con personale specializzato proveniente dall’Arma dei Carabinieri, dall’Esercito, dall’Aeronautica militare e dalle Forze Speciali Interforze, ha già addestrato sul campo circa 1.800 militari delle forze armate e di sicurezza nigerine. Per comprendere appieno le controverse finalità strategiche delle attività addestrative e formative condotte dai militari italiani è opportuno soffermarsi su alcune delle esercitazioni bilaterali più recenti. A metà settembre, ad esempio, presso l’area dell’Armée de Terre della Repubblica del Niger, sono state svolte lezioni teorico-pratiche della durata di due settimane in “tecniche di combattimento a favore del battaglione paracadutisti nigerino”.
Nello specifico, il Mobile Training Team dell’Esercito Italiano con personale proveniente dal 186° Reggimento paracadutisti “Folgore” di Siena ha addestrato i parà nigerini a condurre specifiche azioni tattiche di attacco e difesa in ambiente boschivo non permissivo. “Gli obiettivi formativi raggiunti hanno compreso le tecniche di movimento e di occultamento, nonché quelle del colpo di mano e dell’imboscata e l’analisi dei compiti assegnati all’unità operativa e le fasi di pianificazione, organizzazione e condotta, svolte dai comandanti ai vari livelli”, spiega in una nota il Ministero della Difesa italiano. “Sono stati approfonditi durante il corso anche gli aspetti relativi alla gestione dello sgombero di feriti, al first aid, alle problematiche relative agli ordigni esplosivi improvvisati”. L’attività formativa rientrava in un corso molto più ampio, della durata di nove settimane, in cui le Forze Speciali tricolori hanno anche spiegato ai militari nigerini come “operare in ambiente urbano ed in particolare nella bonifica di ambienti ristretti, tipici dei complessi abitativi” e come “maneggiare correttamente ed utilizzare le armi individuali in dotazione”. Parliamo dunque di vere e proprie tecniche di azione e combattimento in aree urbanizzate, con tanto di simulazioni di attacco e occupazione di edifici civili.
Il 25 aprile 2019, festa nazionale della liberazione dal fascismo, diciassette paracadutisti italiani della Brigata “Folgore” si sono addestrati presso il Centro d’istruzione militare di Niamey al lancio con il paracadute ad apertura automatica sia in caduta libera, insieme a cinquantacinque colleghi del Niger. “L’occasione è stato il completamento dell’iter formativo condotto dal Mobile Training Team della Missione Bilaterale di Supporto in Niger – MISIN”, spiega lo Stato Maggiore della Difesa. “La missione MISIN ha anche supportato la controparte locale nelle attività di definizione e validazione della zona di lancio, nonché nel garantire assistenza per la pianificazione e l’organizzazione dell’attività addestrativa. Ciò è stato reso possibile anche grazie al contributo dell’Aeronautica Militare, che ha messo a disposizione un velivolo da trasporto C130 e della Brigata Paracadutisti che ha fornito l’assistenza tecnica all’aviolancio, i paracadute e tutto il materiale necessario all’esercitazione”.
Rilevante pure il contributo formativo dei Mobile Training Team dell’Arma dei Carabinieri. Sempre come riportato dall’ufficio stampa della Difesa, il 20 agosto 2019, nei centri della Gendarmeria e della Guardia Nazionale del Niger si sono svolte le cerimonie di chiusura del 3° corso di ordine pubblico e del 4° corso di tecniche investigative di base. “L’addestramento rivolto a ufficiali e sottufficiali nigerini aveva principalmente l’obiettivo di far conoscere e comprendere i problemi di ordine pubblico e le relative azioni tecnico-tattiche utilizzate per pianificare, organizzare e condurre efficacemente l’intervento antisommossa”.
Addestramento dunque al contrasto e repressione delle proteste e delle lotte sociali e quasi sempre in ambiente urbano, esattamente come viene fatto dalle forze armate italiane in Kosovo, Libano, Somalia e Iraq nell’ambito delle cosiddette missioni internazionali di pace che dilapidano annualmente più di un miliardo e cento milioni di euro, ma che, di contro, consentono ai reparti d’élite di sperimentarsi nelle operazioni di controllo militare dell’ordine pubblico.
Militari italiani in Niger
Con il bastone anche la carota: così, congiuntamente all’addestramento bellico, le forze armate italiane sono impegnate nel povero paese dell’Africa occidentale in alcuni progetti sanitari e di aiuto alla popolazione dai contorni ambigui e contraddittori. “Con la Missione in Niger sono stati raggiunti considerevoli risultati nel campo della Sanità civile e militare attraverso la donazione di oltre 70 tonnellate tra farmaci e presidi medici”, ha segnalato meno di un mese fa lo Stato maggiore della Difesa. A ciò si aggiungono la consegna al governo nigerino di attrezzature mediche e sanitarie per il valore di 167 mila euro e la decina di voli umanitari effettuati dall’Italia a partire del 24 aprile 2018 per trasportare medicinali e apparecchiature “resi disponibili grazie alla collaborazione tra il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, le Nazioni Unite ed altre agenzie intergovernative”. Il 27 marzo 2019 l’Ambasciata d’Italia a Niamey e la Missione Bilaterale in Niger – MISIN si sono incaricate della consegna di un lotto di farmaci raccolti e messi a disposizione dalla Fondazione Banco Farmaceutico Onlus nell’ambito di un accordo di collaborazione con il Comando Operativo di vertice Interforze (COI) e l’Ordinariato Militare, “finalizzato allo sviluppo di attività di supporto umanitario-sanitario a favore di persone in condizioni di svantaggio socio-economico nei Teatri Operativi”. Chi siano i reali beneficiari del dono lo rivelano le stesse forze armate: “i medicinali sono stati consegnati presso l’aeroporto militare di Niamey ai rappresentanti dei Ministeri della Salute Pubblica e della Difesa nigerini…”.
Il 26 aprile 2019, cioè il giorno successivo all’esercitazione dei parà italiani e nigerini a Niamey, il ministero degli Affari Esteri e della cooperazione ha emesso un eloquente comunicato: “A seguito dei recenti scontri in Niger nell’area di Diffa e alla luce delle richiesta di assistenza a favore della popolazione sfollata da parte delle autorità nigerine, la Vice Ministra agli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale, Emanuela Del Re, ha predisposto, in collaborazione con l’Aeronautica Militare, un volo umanitario per Niamey per l’invio di beni di primo soccorso e assistenza umanitaria (tende, potabilizzatori d’acqua, generatori di elettricità, presidi igienico-sanitari) in deposito presso la Base di Pronto Intervento Umanitario delle Nazioni Unite di Brindisi”.
Dal Nostro Inviato Speciale Massimo A. Alberizzi
Mombasa, 24 ottobre 2019
Un paio di settimane fa la polizia keniota dopo un’attenta investigazione ha smantellato una cellula jihadista sulla costa dell’oceano Indiano, a Mombasa e sulla costa. E’ stato arrestato un gruppo di sospetti che si suppone siano collegati ai terroristi Shebab somali. Secondo fonti della polizia domenica scorsa, durante le celebrazioni del “Mashujaa Day”, una delle feste più importanti della regione il gruppo di terroristi aveva pianificato almeno due attacchi.
Ma il 1 ° ottobre, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in alcune abitazioni nel centro di Mombasa. Tre terroristi che hanno tentato una resistenza sono stati uccisi e altri (non è chiaro il numero) arrestati. La polizia ha sequestrato un arsenale e più di venti telefoni cellulari.
Secondo le autorità, la cellula di terroristi islamici aveva pianificato attacchi per domenica scorsa a Mombasa, a Kwale, a Kilifi e in altri siti costieri. L’operazione è cominciata oltre un mese fa quando la polizia ha individuato alcune persone sospette. Ne ha quindi monitorato i movimenti e le comunicazioni e scoperto i loro collegamenti con gli Shebab somali. Un primo iniziato e stato arrestato e il suo interrogatorio ha fornito informazioni definite “interessanti e utili”.
Fort Jesus è il simbolo di Mombasa
Le forze dell’ordine sono state messe in stato d’allerta. Senza pubblicità sono stati rafforzati i controlli attorno a stazioni di polizia, scuole, chiese, hotel, spiagge e supermercati.
Le comunicazioni intercettate hanno svelato che i sospetti terroristi hanno inviato sette complici nelle contee di Kwale e Kilifi per lanciare attacchi. Le autorità hanno quindi esteso la segnalazione all’intera regione intorno a Mombasa. Finalmente è stata individuata tutta le rete pronta a colpire e il 1 ° ottobre è stata smantellata.
Almeno due sospetti si sono dichiarati non colpevoli. Altri invece sembra che si siano rifugiati nei boschi e siano scomparsi. In tutta la costa keniota polizia, esercito e anche le guardie dei parchi restano in un causo e silenzioso stato d’allerta.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@gmail.com twitter @malberizzi
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