Speciale per Africa ExPress Matteo Giusti
23 aprile 2021
La morte improvvisa dell’appena rieletto presidente del Ciad Idriss Deby Itno potrebbe riaprire la via della lotta politica al vecchio combattente Babà Laddè. Questo strenuo avversario del defunto presidente ciadiano dal suo esilio in Senegal aveva già provato a partecipare alle elezioni dell’11 aprile, ma per motivi burocratici il suo partito era stato escluso dalla corsa alle presidenziali.
La storia di Babà Laddè, un nome che significa letteralmente “padre della boscaglia”, ma in realtà sta a significare leone nella lingua del popolo Fulani, parte dalla fine degli anni ’90, quando dopo un passato da gendarme nel governo ciadiano fonda una milizia chiamata Fronte Popolare per la Riparazione (Front Populaire pour la Redressement) e dopo essere stato brevemente arrestato ripara in Nigeria. Mahamat Abdoul Kadre Oumar, questo il vero nome dell’autoproclamato generale Babà Laddè, si è erto a difensore dei diritti del popolo Fulani, un’etnia di pastori sparpagliata nella fascia di Paesi che compongono l’Africa Centrale.
Questo popolo nomade, meglio conosciuto nei Paesi francofoni come pastori Peul, una parola che significa uomini liberi, oscilla fra i 6 e i 18 milioni di appartenenti ed è di religione musulmano sunnita.
Baba Laddè, dopo un lungo periodo di silenzio, riappare in Darfur nel 2006 dove agisce insieme a diversi gruppi ribelli, fino al 2009 quando viene arrestato nella Repubblica Centrafricana dai militari del Ciad. Fugge ancora una volta e torna nel nord del Ciad dove riorganizza i suoi guerriglieri costringendo migliaia di persone ad abbandonare i propri villaggi. Nel 2011 lancia anche una sorta di programma politico che vuole unire i movimenti dell’Ogaden, del Fronte Polisario e dei Tuareg, con l’obiettivo di rovesciare i governi di Ciad e Repubblica Centrafricana.
Mahamat Abdoul Kadre Oumar detto Babà Laddé
Il presidente Idriss Deby lo ha sempre e solo definito come un bandito trafficante di avorio, senza mai riconoscergli nessuna vocazione politica, ma nel 2012 i due firmano una tregua nella quale Babà Laddè rinuncia formalmente alla lotta armata. Dopo una sua nomina nel gabinetto del primo ministro e una nuova peregrinazione di auto-esilio l’autoproclamato difensore dei popolo Peul torna in Ciad e diventa prefetto di una provincia nel nord del Paese.
Dura poco, e nel novembre del 2014 viene arrestato questa volta seriamente dai caschi blu della Minusca, la missione dell’Onu in Repubblica Centrafricana, dove è diventato uno dei maggiori responsabili della sanguinosa guerra civile centrafricana.
Estradato in Ciad viene condannato nel 2018 a otto anni di carcere per ribellione e stupro di massa, ma dopo due anni viene graziato dal solito Idriss Deby. Da settembre 2020 Babà Laddè si sposta, con la scusa di aver bisogno di cure dopo la lunga carcerazione, prima in Camerun, dove il sodale di Deby, Paul Biya lo tiene d’occhio e lo costringe ben presto a traslocare. Da qui finisce in Nigeria, dove mantiene una vecchia rete di contatti fra il suo popolo e lavora anche come consigliere del Presidente Buhari per arginare una rivolta di Fulani in una delle province del nord del Paese.
Ma Babà Laddè resta un personaggio ingombrante e potenzialmente deflagrante, così prima si sposta in Benin e poi a Dakar. Fa partire la sua offensiva mediatica scrivendo al governo locale, a quello della Repubblica Centrafricana, della Repubblica Popolare del Congo e alle ambasciate americana e francese. Tutto questo con il preciso obiettivo di tornare politicamente in campo alle presidenziali del Ciad. Un obiettivo, come detto, che non viene raggiunto, ma che non scoraggia l’ormai cinquantenne ex ribelle che, con abili mosse politiche, riusce a riavvicinarsi a Deby.
Ai primi di aprile infatti Babà Laddè inaspettatamente riappare in Ciad ad un incontro con il presidente nelle province meridionali, dove ribalta tutti i pronostici lodando il lavoro del padre-padrone del Ciad in vista del raggiungimento della pace nel Paese. Dichiara con enfasi che non vuole riportare nell’agone politico il suo partito, considerato ancora solo un movimento ribelle, ma che intende porsi al servizio del Ciad. Addirittura invita i suoi sostenitori a votare in massa Idriss Deby.
Ora però, dopo l’improvvisa morte del presidente del Paese, l’opposizione ciadiana, frammentata e litigiosa anche nelle ultime elezioni, chiede che il potere venga tolto ai militari e al figlio di Deby e consegnato al presidente dell’Assemblea Nazionale come prevede la costituzione, tutto ciò in vista di nuove elezioni. E anche il vecchio leone dei Fulani potrebbe avere la sua ultima occasione di ruggire a N’Djamena e questa volta senza impugnare le armi.
“Proviamo tanta amarezza e sconvolgimento per quel giornalismo morboso, irrispettoso e lesivo del lavoro svolto: lo svelamento di atti di indagine è gravissimo e rischia di mettere a repentaglio incolumità di testimoni, consulenti e avvocati e intralciare il percorso verso la verità e la giustizia”. Non possiamo che condividere integralmente il commento dei genitori di Giulio Regeni, il giovane ricercatore brutalmente assassinato dalle forze di polizia egiziane. Alla vigilia dell’inizio del processo (29 aprile) i signori Claudio e Paola Deffendi, congiuntamente alla propria legale, l’avvocata Alessandra Ballerini, sono stati costretti a richiamare all’ordine i giornalisti italiani chiedendo il rispetto innanzitutto del loro dolore per tutto il male inverto a Giulio dagli aguzzini protetti dalle massime autorità di governo e dagli inquirenti del Cairo.
Non è certo raccontando in modo macabro le torture subite dal giovane ricercatore che i media italiani possono aiutare la famiglia e i magistrati italiani a ricomporre tutte le tessere dell’infame delitto, così come non saranno gli “scoop” e la pubblicazione di verbali e documenti processuali ancora al vaglio degli inquirenti a consentire di dare un volto ai mandanti e ai depistatori del sequestro e della morte di Giulio.
Noi di Africa Express non lo abbiamo fatto né lo faremo mai. E non solo per rispettare la memoria e la dignità di Giulio e la legittima volontà dei genitori, ma perché crediamo che il dovere di una stampa davvero libera e democratica sia quello di continuare a documentare e denunciare i crimini e le gravissime violazioni dei diritti umani e d’espressione che il regime di Al-Sisi perpetua a danno di migliaia di oppositori.
E crediamo altresì che sia altrettanto doveroso continuare a svelare i torbidi intrecci politico-affaristici-energetici e militari tra il regime egiziano e il nostro Paese. Non possiamo consentire infatti che mentre continuano a morire nelle carceri egiziane studenti, giornalisti e innocenti e inconsapevoli cittadini, il complesso militare-industriale italiano, in prima fila Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri, prosegua nell’esportazione di sistemi di morte a favore delle forze armate egiziane o, peggio ancora, che il ministero della Difesa e la Polizia di Stato si alternino nel fornire addestramento e supporto tecnico all’esercito e alle forze di polizia di Al Sisi.
Stare accanto alla famiglia Regeni e alla legale di parte civile impone ai giornalisti di ricordare all’opinione pubblica che le maggiori industrie belliche italiane sponsorizzeranno la Fiera degli strumenti di guerra e di morte che il generale Al-Sisi organizzerà a novembre 2021 al Cairo (IDEX 2021), così come negli ultimi due anni si sono moltiplicati i contratti dell’holding del petrolio e del gas a capitale statale (ENI) in Egitto.
Una stampa davvero libera e indipendente, che invoca sinceramente verità e giustizia per Giulio e Regeni e tutte le altre vittime innocenti del regime egiziano, ha il dovere di chiedere che il ministero dell’Interno revochi immediatamente il memorandum di cooperazione con le forze di polizia del paese nordafricano e la sua decisione di rifinanziare il progetto ITEPA che attribuisce alla famigerata Accademia di Polizia del Cairo il compito di formare le unità di frontiera dell’Egitto e di altri paesi africani alla lotta, “contenimento” e repressione dei flussi migratori verso il Mediterraneo.
Noi proveremo a farlo. Per poter continuare a testimoniare tutta la nostra solidarietà alla famiglia Regeni nella sua coraggiosa e ostinata ricerca di giustizia.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 22 aprile 2021
A Germiston, una quindicina di chilometri a est di Johannesburg, in Sudafrica le autorità hanno sequestrato 400 falsi vaccini Covid-19 equivalenti a 2.500 dosi. La polizia ha recuperato anche una grande quantità di mascherine 3M contraffatte e arrestato tre cittadini cinesi e un cittadino dello Zambia.
“I criminali, per accaparrarsi denaro, mettono qualsiasi cosa nelle fiale. Non comprare online i vaccini Covid-19. Nel migliore dei casi sono inutili contro il Covid-19. Nel peggiore ti fanno male e sono pericolosi per la tua salute”. È uno dei messaggi di allarme che l’Interpol fa circolare nel web per sensibilizzare i cittadini sui falsi vaccini. L’Organizzazione internazionale della polizia criminale a marzo ha messo in allarme i 194 Paesi associati sapendo che, prima o poi, sarebbero apparsi sul mercato.
Covid-19, allerta dell’Interpol sui falsi vaccini (Courtesy Interpol)
Sequestro dei vaccini è solo la punta dell’iceberg
“È solo la punta dell’iceberg – ha dichiarato Jürgen Stock, segretario generale dell’Interpol -. quando si tratta di criminalità legata al vaccino Covid-19. Accogliamo con favore questo risultato”. Il business globale è però un piatto troppo ricco per la criminalità organizzata internazionale e locale. E l’Africa è il luogo privilegiato per la distribuzione di farmaci contraffatti, spesso dannosi per la salute soprattutto per i falsi che partono dalla Cina.
La polizia cinese, ha identificato una rete che vende vaccini adulterati contro il Covid-19. Dopo un’irruzione nei locali di produzione, ha arrestato un’ottantina di sospetti e sequestrato più di 3.000 sieri falsi.
L’allarme Interpol includeva documentazione per identificare i falsi vaccini
Il successo degli arresti sia in Sudafrica e in Cina avvengono poche settimane dopo l’allarme arancione diramato dall’Interpol. Erano state avvertite le forze dell’ordine, a livello internazionale, di prepararsi contro le azioni criminali sia online che fisicamente. Un allarme che includeva dettagli di vaccini autentici e i metodi di spedizione autorizzati dalle case farmaceutiche, documentazione utile all’identificazione dei falsi.
Contagi e decessi di covid-19 in Sudafrica al 20 aprile 2021 (Courtesy WHO-OMS)
“Il governo cinese attribuisce grande importanza alla sicurezza dei vaccini – ha dichiarato un portavoce del ministero cinese della Pubblica sicurezza -. La polizia cinese sta conducendo una campagna mirata per prevenire e reprimere i crimini legati ai vaccini. Sta indagando in modo proattivo e combattendo i crimini legati ai vaccini in conformità con la legge. Rafforzeremo ulteriormente la cooperazione costruttiva con Interpol e le forze dell’ordine di altri Paesi per prevenire efficacemente tali crimini”.
I vaccini autorizzati non sono in vendita online
Intanto l’Interpol avverte ancora una volta che i vaccini autorizzati anti Covid-19 non sono in vendita online. “Qualsiasi vaccino pubblicizzato sui siti web o sul dark web non è legittimo, non sarà stato testato e potrebbe essere pericoloso”, si legge nel suo sito web. Tutto ciò accade mentre il Sudafrica è il Paese africano più colpito che ha dato vita alla variante omonima, la 501.V2. Nel momento in cui scriviamo si contano quasi 57 mila morti e oltre 1.566.000 contagi.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
21 aprile 2021
Idriss Déby è morto il giorno dopo essere stato riconfermato presidente. Aveva vinto le ultime elezioni con il 79,32 per cento delle preferenze. Dopo 30 anni al potere, avrebbe dovuto guidare il Paese per altri 6 anni.
Invece è morto per mano dei ribelli che da anni hanno cercato di spodestarlo. Il gruppo armato Front pour l’Alternance et la Concorde au Tchad gli è stato fatale. Sono arrivati dal nord, dalla provincia di Fezzan, Libia, la loro roccaforte e quella di altri miliziani
Il defunto presidente del Ciad Idriss Déby
Il defunto capo di Stato ciadiano era una figura chiave in tutto il Sahel con molti amici in Occidente, ma con molti nemici in casa e nella regione.
Il 68enne Idriss Déby, musulmano, nato povero e di umili origini, figlio di un pastore, dopo l’esame di Stato ha fatto una brillante carriera militare per poi diventare presidente. E’ salito al potere nel 1990 con un colpo di Stato, grazie al sostegno di Parigi, contro il dittatore Hissène Habré, condannato nel 2016 per crimini contro l’umanità.
Il portavoce delle forze armate, Azem Bermendoa Agouna, che poco prima aveva annunciato la dipartita del presidente, in una breve apparizione alla TV di Stato ha comunicato il passaggio del potere nelle mani di un consiglio militare transitorio, presieduto dal figlio dell’ex capo di Stato, Mahamat Idriss Deby. Il portavoce ha poi dettato le nuove regole:
Scioglimento del governo e dell’Assemblea nazionale Lutto nazionale della durata di quindici giorni Sospensione della Costituzione, una Carta costituzionale transitoria sarà messa in atto dal capo del Consiglio. Chiusura di tutte le frontiere di terra e aeree Coprifuoco dalle 18.00 alle 05.00 Nuove istituzioni repubblicane saranno messe in essere per facilitare la transizione verso libere e democratiche elezioni
Il Consiglio militare è composto da un gruppo di generali, il cui presidente ad interim è appunto il giovane Déby. Secondo quanto annunciato, la giunta dovrebbe restare in carica per 18 mesi, il tempo necessario per indire elezioni libere e democratiche.
Mahamat Déby, presidente del Consiglio militare del Ciad
Il figlio di Déby ha seguito le orme del padre, anch’esso militare di carriera. E fino all’altro giorno era a capo del DGSSIE (Direction générale de service de sécurité des institutions de l’État), la famosa e temuta guardia presidenziale.
Non si esclude che la morte del padre sia sopraggiunta già lunedì e annunciata solamente ieri per dare il tempo ai militari di organizzarsi. In base a alcune indiscrezioni sembra che nella giunta si ravvisino già, a poche ore dalla loro costituzione, parecchi malcontenti per la spartizione del potere.
Secondo alcuni osservatori, la sospensione della Costituzione, scioglimento del governo e dell’Assemblea nazionale non sorprendono affatto. “Tecnicamente è un colpo di Stato, ma è un messaggio chiaro e forte ai ciadiani e alla comunità internazionale, in particolare alla Francia: non dovete temere nulla, continuiamo sulla stessa scia del vecchio presidente”, ha specificato Nathanial Powell (ricercatore all’Università di Lancaster) ai reporter di Al-Jazeera.
Nella lotta contro il terrorismo, le forze armate ciadiane sono da sempre un alleato prezioso dei francesi (i reali padroni del Paese) nella lotta contro il terrorismo. Infatti non a caso la base di “Opération Barkhane”, il contingente transalpino presente in tutto il Sahel con oltre 5mila uomini, si trova a N’Djamena, la capitale del Ciad.
Il presidente del Malawi, Lazarus Chakwera, ha silurato il ministro del Lavoro, Ken Knadodo, con l’accusa di appropriazione indebita di denaro dal fondo di 7,95 milioni di dollari del programma per fronteggiare la crisi dovuta alla pandemia. Altre 19 persone, tra questi anche alti funzionari – uno dell’uffico presidente – sono stati arrestati.
Durante una revisione dei conti è stato trovato un ammanco di denaro, soldi svaniti nel nulla, oppure utilizzati impropriamente.
Lazarus Chakwera, presidente del Malawi
Kandodo ha usato poco meno di 800 dollari del programma per un viaggio in Sudafrica per accompagnare il Capo di Stato malawiano e, da quanto si apprende, avrebbe già restituito la somma. Il ministro, visibilmente sotto choc, non ha voluto rispondere alle domande dei reporter di Reuters.
Chakwera, eletto lo scorso anno, è determinato nella lotta contro la corruzione galoppante che affligge il suo Paese e in un intervento alla TV di Stato, ha chiarito: “Anche se il ministro ha restituito il denaro, i soldi li ha presi e nel momento del bisogno non erano a disposizione. Non posso lavorare con persone che detraggono o utilizzano fondi messi in budget per uno scopo diverso da quello progettato”.
Visibilmente irritato, il presidente ha avvisato che l’appropriazione indebita o l’uso fraudolento dei quasi 8 milioni di dollari del programma sarà punita severamente.
In un breve comunicato di domenica sera è stato specificato che tra le accuse mosse nei confronti degli arrestati figura anche quello di furto da parte di dipendenti pubblici, e, se ritenuti colpevoli, potrebbero essere condannati ai lavori forzati.
Ken Kandodo, ex ministro del Lavoro del Malawi, silurato dal presidente
Critici e studiosi di corruzione hanno approvato la mossa del presidente. E, anche se il ministro ha già restituito la somma, ritengono che Chakwera abbia lanciato un ottimo segnale per scoraggiare i funzionari a commettere simili crimini in futuro.
Dall’inizio della pandemia il Paese ha registrato 33.941 casi positivi e 1.138 decessi.
Il Malawi è uno dei Paesi più densamente popolato di quell’area geografica. Conta quindici milioni di abitanti, oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex-colonia britannica, ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Oltre la metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: quarantanove anni per gli uomini, cinquantuno per le donne e la principale causa di morte è l’infezione da HIV/AIDS.
Il presidente ciadiano, Idriss Déby, è morto per le ferite riportate al fronte, mentre guidava le sue truppe nei combattimenti contro i ribelli nel nord del Paese.
Idriss Déby, presidente uscente del Ciad
Déby è appena stato rieletto per un sesto mandato. Al potere da 30 anni, avrebbe dovuto guidare il Paese per altri sei anni.
La sua morte è stata annunciata alla TV di Stato poco fa dal portavoce delle forze armate, Azem Bermandoa Agouna.
Da oltre una settimana le truppe governative stanno affrontando i ribelli ciadiani FACT (acronimo francese per Front pour l’Alternance et la Concorde au Tchad), penetrati nel nord del Paese dalle loro basi in Libia.
Nella provincia di Kanem (al centro-ovest del Paese) i ribelli e le truppe di Déby si sono affrontati in una sanguinosa battaglia sabato pomeriggio e, secondo quanto ha riportato Radio France Internationale, gli scontri si sarebbero protratti fino a lunedì mattina.
Déby è stato il miglior alleato della Francia nell’area saheliana. E’ salito al potere nel 1990 con un colpo di Stato, grazie al sostegno di Parigi, contro il dittatore Hissène Habré, condannato nel 2016 per crimini contro l’umanità.
Da allora ha guidato con mano ferrea il suo Paese, non ha condiviso il potere con nessuno e si dice: “Quando era in preda alla collera faceva davvero paura”. I suoi familiari e le persone del suo entourage occupavano i posti chiave, ma non lasciava mai nessuno per troppo tempo. Basti pensare che dal 1991 al 2018 si sono succeduti ben 17 primi ministri.
Con l’applicazione della nuova Costituzione, il 7 maggio 2018 Déby ha formato un nuovo governo, senza primo ministro e senza vice-presidente.
Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 19 aprile 2021
Altro brutto colpo per Isabel Dos Santos, figlia miliardaria dell’ex presidente-dittatore dell’Angola, Eduardo dos Santos. Abu Dhabi ha iniziato a congelare i suoi conti, quelli del defunto marito Sindika Dokolo e del di lei socio, Konema Mwenenge. La notizia è stata confermata dal giornale online Africa Intelligence.
La sezione di Intelligence finanziaria della Banca Centrale degli Emirati Arabi Uniti (EAU) ha cooperato rapidamente alle richieste delle autorità angolane. Abu Dhabi si è mossa addirittura prima dell’inizio del Ramadan, che cade il 13 aprile, per evitare ritardi nella richiesta angolana. L’imprenditrice miliardaria, in Angola deve affrontare una serie di cause intentate da aziende statali del suo Paese.
Da sinistra: l’attuale presidente dell’Angola,Joao Lourenço e l’ex presidente Eduardo dos Santos
L’epurazione dei fedelissimi di Dos Santos
Il blocco de conti negli EAU è una vittoria di Luanda che da diversi anni sta facendo pressione a livello internazionale. Il presidente angolano, João Lourenço, appena eletto, ha deciso la lotta alla corruzione e l’Angola, da anni, pretende la restituzione del “tesoro della famiglia Dos Santos”. Dalle dimissioni nel 2017 dell’ex presidente – dopo 38 anni al potere – continua ad indagare sui beni dell’ex famiglia presidenziale. Isabel però insiste nell’opporsi alle accuse di Luanda e ritiene di essere un capro espiatorio. Afferma che le accuse contro di lei sono una caccia alle streghe. Accuse che, dall’uscita del padre dalla politica, vogliono distrarre l’opinione pubblica angolana dai fallimenti economici del governo Lourenço.
Da subito, con l’uscita dell’ex presidente-dittatore, c’è stata l’epurazione dei fedelissimi e di Isabel dal vertice della compagnia petrolifera statale Sonangol. La figlia di Dos Santos è accusata di aver sottratto allo Stato denaro e beni per vari miliardi di dollari, oltre che riciclaggio. Isabel ha persino pensato di mirare alla presidenza alle elezioni del 2022, un sogno naufragato poco dopo, visto il mandato di arresto spiccato da Luanda.
Isabel Dos Santos era nella classifica dei miliardari di Forbes (Courtesy Forbes)
Anche il governo di Mauritius collabora con l’Angola
Pochi giorni prima del congelamento dei conti ad Abu Dhabi, anche la piccola repubblica di Mauritius hanno deciso di collaborare con il governo angolano. La Commissione indipendente mauriziana contro la corruzione ha ordinato alle banche dell’isola di comunicare i dettagli dei conti aperti da Isabel Dos Santos, Sindika Dokolo e Konema Mwenenge.
Forbes cancella Isabel dalla lista dei miliardari
L’imprenditrice angolana, con una fortuna valutata 1,4 miliardi di USD, nel 2020, era considerata da Forbes la donna più ricca d’Africa. La rivista statunitense della New York University, in seguito al blocco dei beni, nel gennaio 2021 l’ha rimossa dall’elenco dei miliardari. Poi sono arrivati i Luanda Leaks, di cui abbiamo scritto su Africa ExPress. Ulteriori dettagli sul business miliardario di Isabel Dos Santos hanno aiutato Luanda a intensificare le indagini e a far partire ulteriori accuse.
Speciale per Africa-ExPress Luciano Bertozzi
19 aprile 2021
“Esprimiamo soddisfazione per quello che la Libia fa per i salvataggi.” Lo ha detto il presidente del Consiglio dei Ministri dell’Itala, Mario Draghi, a Tripoli, nella sua prima visita ufficiale all’estero.
Draghi ha affermato la volontà di rilanciare l’interscambio culturale ed economico con la Libia, in altre parole si vuole fare di questa partnership una guida per il futuro nella piena sovranità del Paese nordafricano. In base a queste dichiarazioni ufficiali, sembra che l’Italia abbia scelto di incrementare gli affari con l’ex colonia a scapito dei diritti umani. La fine delle ostilità e l’annunciata ricostruzione della Libia comporterà appalti per centinaia di miliardi di euro e, quindi, a Tripoli stanno volando manager di tutto il mondo per accaparrarsi fette di questa gigantesca torta.
Mario Draghi, presidente del Consiglio dei ministri e Abdul Hamid Dbeibah, primo ministro a interim libico
Imprese italiane sono in lizza per ristrutturare l’aeroporto di Tripoli e per la realizzazione di una strada costiera, già prevista dall’accordo firmato da Berlusconi e Gheddafi nel 2008. In questo modo, tuttavia, si fa finta di non vedere i “50.000 migranti e rifugiati che – afferma Ilaria Masinara di Amnesty International Italia – grazie alla collaborazione dell’Italia, sono stati intercettati in mare e riportati in Libia per finire in centri di detenzione dalle condizioni terribili ed essere sottoposti a gravi violazioni dei diritti umani”. Se l’imminente provvedimento dell’esecutivo che autorizza le missioni militari all’estero per il 2021 includerà anche quella inerente la Guardia Costiera libica, che nel 2020 è stata finanziata con molti milioni di euro, questo dubbio diverrà certezza.
Sussiste il rischio, quindi, di replicare una situazione simile a quella verificatasi con l’Egitto, in cui gli affari, secondo il governo, non devono essere subordinati al rispetto delle libertà fondamentali. La disastrosa situazione dei diritti umani non è nuova. “La politica dell’Unione Europea di assistere le autorità libiche nell’intercettare i migranti nel Mediterraneo e riportarli nelle terrificanti prigioni in Libia- ha affermato qualche tempo fa l’Alto Commissario ONU per i diritti umani, Al Hussein – è disumana. La sofferenza dei migranti detenuti in Libia – ha aggiunto – è un oltraggio alla coscienza dell’umanità”.
Nonostante queste dure prese di posizione, la politica dell’Italia e dell’Unione Europea non cambia. Ad esempio il Comitato dei diritti umani ONU, a gennaio ha evidenziato che il nostro Paese non ha protetto il diritto alla vita di oltre 200 migranti a bordo di una nave naufragata nel 2013.
Il Comitato ha dichiarato che l’Italia non ha risposto rapidamente agli SOS della nave che trasportava più di 400 persone, anche se un natante della Marina si trovava vicino al luogo del naufragio. “Il Mediterraneo centrale – afferma Human Right Watch – è la rotta più mortale del mondo, con oltre 17.400 vittime fra il 2014 e il 2020″. Morti, che si potevano evitare, di persone che cercavano condizioni di vita dignitose, fuggendo, non da ineluttabili calamità naturali, bensì scappando da Paesi in guerra e della fame, cause, quindi, prodotte dalle politiche neocoloniali, occidentali e non solo”.
Nell’ossessione securitaria che travolge Italia ed Unione Europea, le ONG che tentano di salvare i naufraghi sono criminalizzate, i giornalisti “scomodi” sono intercettati mentre parlano con le proprie fonti. “L’Italia, Malta e l’Agenzia delle frontiere dell’Unione Europea, Frontex, sembrano più interessate – secondo Human Right Watch – a aiutare le forze libiche a intercettare i barconi che ad assicurare i salvataggi e lo sbarco in un porto sicuro”.
I governi hanno delegato “il lavoro sporco” alla Guardia Costiera libica. Ma ormai non basta più fermare l’immigrazione sulle coste libiche, il confine della “Fortezza Europa” si sta spostando sempre più a sud, infatti sono in corso missioni militari italiane nei Paesi del Sahel, in Niger e in Mali, anche per la lotta al terrorismo.
Tale ossessione non affronta le cause profonde che spingono le persone a migrare e, rafforzando, direttamente o indirettamente, le forze militari e di sicurezza, rischia di accrescere la repressione e alimentare i conflitti che porteranno ad ancora più rifugiati.
Ormai, la tendenza alla deriva securitaria che porta a vedere dietro a ogni migrante un pericoloso criminale è sempre più al centro del dibattito politico e consente di vincere le elezioni. Oxfam – confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale – attraverso aiuti umanitari e progetti di sviluppo,per esempio, ha denunciato che la distribuzione del fondo fiduciario per l’Africa (EUTF) dell’Unione Europea, si è allontanata dagli obiettivi originali di promozione della democrazia, tutela dei diritti umani e supporto di persone in difficoltà. Viene usato, invece, per premere sugli Stati africani affinché cooperino al contrasto all’immigrazione. Sempre più fondi sono indirizzati verso la chiusura dei confini, la lotta all’immigrazione irregolare e i ritorni dei migranti in Africa, sempre meno per la promozione della democrazia.
L’UE contrasta l’immigrazione anche nel Mediterraneo orientale, pagando miliardi di euro alla Turchia per impedire che milioni di profughi siriani raggiungano l’Europa dai Balcani, e ecco perchè non può reagire all’affronto diplomatico occorso alla Presidente Ursula von der Leyen (sofa-gate).
Bene ha fatto Draghi a definire dittatore Erdogan, ma allora perchè non porre fine alle vendite di armi italiane ad Ankara? Invece la Turchia ha annullato, per ritorsione, una commessa di elicotteri Leonardo da 70 milioni di euro.
Ursula von der Leyen, presidente della commissione UE (sul divano), Charles Michel, presidente del Consiglio europeo e il presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan
E’ ora di cambiare rotta. Invece di esternalizzare confini e muri dovremmo esportare il rispetto dei diritti umani. A questo punto va fatta una scelta, chi decide la politica da adottare con i Paesi di origine delle migrazioni? Le multinazionali dell’energia e delle armi o i regimi democratici? Questi ultimi devono capire che hanno tutto l’interesse ad “aiutarli a casa loro”, ma sul serio e non per consentirne lo sfruttamento.
Di fronte a tanti che non hanno nulla da perdere, non serviranno nuove barriere per rendere la traversata sempre più pericolosa, ma ciò rischia soltanto di farci perdere la nostra umanità
EDITORIALE
Speciale Per Africa ExPress Marcello Ricoveri*
Windhoek, Aprile 2021
Quando Massimo Alberizzi, che mi conosce da una vita, mi ha lanciato l’idea di scrivere qualcosa sull’Africa; l’Africa dove ho trascorso una buona parte della mia vita, che ho conosciuto da ragazzo, in cui ho lavorato per decenni ed in cui vivo tutt’oggi, mi è parsa una richiesta banale: cosa si può dire sull’Africa oggi che non sia già stato detto, risaputo, visto e rivisto.
Eppure, eppure, Massimo avrà forse scorto che dopo tanti anni qualcosa nelle nostre menti e nei nostri cuori si sarebbe dovuto depositare: stratificato, compresso a tal punto da trasformarsi in una sorta di essenza filosofale… buona forse per noi, anche se difficile da digerire per molti.
Un excursus della situazione odierna del continente, vista dal mio personale osservatorio ed alla luce della mia pluriennale esperienza africana, si basa sia su dati di fatto che su considerazioni più generali che impropriamente definirei “filosofiche”.
L’Africa è un continente, non è né un paese né una confederazione. Parlare di tematiche africane è dunque assai difficile. si rischia di generalizzare e di essere superficiali. Mi sforzerò tuttavia di presentarne alcune:
Osservazioni di fatto
Un elemento fondamentale da considerare è che la totalità degli attuali Paesi africani ha subito un’occupazione straniera. Chi sotto forma di colonia, chi di protettorato. alcuni per 5 anni, altri per decenni, altri ancora per secoli.
Altro fatto: data la enorme differenza in termini di progresso tecnologico e di sistemi politico-sociali, le culture originarie africane hanno reagito all’impatto con la cultura occidentale dominante, disgregandosi, decadendo ed a volte estinguendosi.
Per questo motivo anche dopo la fine del dominio straniero, i vari Paesi africani non sono stati in grado di avviare un robusto processo di “decolonizzazione”, né sul piano culturale, né su quello tecnologico, né su quello politico-sociale.
Si è così verificato un “mix” asimmetrico di eredità coloniali, influssi socio economici di alcune potenze di riferimento, tipo USA, Unione Sovietica prima , Russia oggi, Cina, India, ecc., e quel che restava delle culture originarie. La tela di fondo oggi resta comunque un generico rigetto delle proprie radici socio culturali che non aiuta a ritrovare quello spirito comunitario indispensabile a costruire delle vere comunità nazionali.
Gli africani hanno avuto per millenni un’abbondanza di risorse naturali, che hanno sempre considerato come inesauribili. Questo spiega l’atteggiamento odierno più propenso allo sfruttamento ed allo spreco che al risparmio ed all’eco-trasformazione di dette risorse.
Altro fatto comune è la conservazione quasi maniacale, sancita anche da organismi quali l’Unione Africana e l’ONU, delle frontiere coloniali. Ancor oggi dopo più di due generazioni, i Paesi africani sono rimasti, salvo rarissime eccezioni, con i confini stabiliti – con criteri che spesso hanno ignorato le realtà socio economiche e culturali – dalle vecchie potenze coloniali.
Osservazioni “filosofiche”
Sul piano socio-politico la democrazia si presenta in Africa, come il sistema meno illuminato dall’esperienza riformatrice perché accoglie solo le spinte auto conservatrici: è essenzialmente un sistema conservatore.
Oggi come oggi esistono, poi, in Africa, solo sistemi falsamente democratici; nei diversi paesi le forme variano dall’assoluto dispotismo di maggioranze fasulle, a forme di democrazia formale in cui gli schemi di verifica e consultazione popolare si riducono a trionfi delle formalità, sceneggiate teatrali senza contatto con la realtà.
L’Africa è un continente geografico in cui la storia ha macinato esperienze sociali non dissimili da quelle dei continenti che la circondano. tuttavia tale evoluzione non ha prodotto una omogeneità culturale sufficiente a farla considerare come un blocco unitario, un’unità, ma ha determinato divisioni in aree ove però, spesso, la matrice comune si riduce ad un aspetto puramente vettoriale: quello linguistico, spesso importato. Inoltre le unità statuali ricalcano pedissequamente quelle stabilite grosso modo ai tempi di Bismarck, dalle ex potenze coloniali. Di conseguenza l’evoluzione sociale e culturale dei gruppi, non spontaneamente agglomeratisi, è stata anche complicata dalle interazioni forzate che tali aggregazioni non spontanee hanno potuto determinare. Tale fenomeno sembra oggi essere la causa principale all’origine dei continui conflitti che hanno insanguinato ed insanguinano il continente.
Infine se è vero che in Africa i dati di frattura socio-culturale originino talora anche nella preistoria e risultino quindi più o meno omogenei rispetto a quelli verificatisi e sperimentati in altri continenti, è certo che, nel periodo storico, invece, le fratture più gravi si siano prodotte in misura tanto maggiore quanto maggiore era la distanza che separava lo sviluppo culturale e sociale dei gruppi: europei da un lato, africani dall’altro, che entravano in contatto. In Africa, come si sa, a differenza di quanto avvenuto in altri continenti, tali distanze sono state notevoli e quindi le fratture profondissime.
A questo proposito leggete il romanzo di Chinua Achebe, scrittore nigeriano, “Things fall apart” sul crollo di un mondo che ha faticato ad assimilare il nuovo imposto dai colonizzatori.
Certo, a ben pensare, è quello che è sempre accaduto nella storia dell’uomo e delle civiltà su questa terra, anche se talvolta “graecia capta ferum victorem cepit”. Pensiamo alle civiltà amerindie, agli Aztechi, ai Maya, agli Indios dell’Amazzonia, agli Aborigeni australiani, agli Ottentotti ed ai Boscimani, ed ancora agli Incas, ai Berberi, agli Etiopi, ai Meroitici; alle infinite civiltà sacrificate sull’altare di un certo progresso, unilateralmente valutato; in verità sacrificate al mono culturalismo. Oggi, con un pizzico d’ironia, diremmo al “politically correct” e quindi all’ignoranza, alla violenza culturale.
Conclusioni
Il risultato odierno di questi dati di fatto di partenza, conditi dalle riflessioni pseudo-filosofiche espresse più sopra è oggi sotto gli occhi di tutti:
In primis le continue crisi ed i conflitti, a carattere prevalentemente etnico, anche se le motivazioni socio-economiche sono sempre sottostanti. I Paesi africani sfuggiti a questa logica tragica dei conflitti, sia interni che esterni, si contano sulle dita di una mano.
Uganda 1981 (foto Enzo Polverigiani)
Inoltre l’assenza di un vero processo di “decolonizzazione” ha portato al mantenimento di una presenza economica delle vecchie potenze coloniali, che hanno mantenuto un’economia di sfruttamento delle materie prime, impedendone di fatto la trasformazione e quindi lo sviluppo di importanti processi di industrializzazione. oggi il rischio è quello di sostituire alla presenza economica post-coloniale, quella Cino-Arabo-Indiana che opera seguendo strettamente le stesse politiche di sfruttamento delle madri patria coloniali.
Ancora, il tema annoso della “democrazia” in Africa è un’altra conseguenza evidente dei fenomeni sopra indicati. A parole tutti i Paesi africani adottano il cosiddetto “Westminster System”, ma di fatto vere democrazie in Africa non ve ne sono. Mancano sia l’adesione culturale delle masse, sia la conoscenza approfondita dei meccanismi democratici, sia una vera partecipazione popolare alla politica dei vari Paesi.
Motivo principale per la stragrande maggioranza dei Paesi africani sembra essere il voto, che si orienta prevalentemente su basi etniche, tribali, claniche.
Il diffuso fenomeno della corruzione, anch’esso è sovente motivato, ed orientato sulle stesse basi. Questo spiegherebbe perché, a volte, pur cambiando leadership, non cambi la sostanza della ricerca di arricchimento delle classi dominanti.
Infine anche in Africa è presente il fenomeno dello scadimento della leadership, forse dovuto anche al crescente degrado della qualità dei sistemi educativi. L’assenza di leadership di spicco e carismatiche è addirittura evidente se si paragonano i leaders attuali con le figure dei grandi leaders africani all’epoca delle lotte di liberazione .
La mia ricetta per il futuro
Decolonizzazione vera, recupero delle “radici” socio-culturali; ricerca delle eccellenze; istruzione migliore e più diffusa; costruzione delle nazioni africane nel superamento delle frontiere etnico-religiose; ricerca di una via africana ad una autentica democrazia; lotta alla corruzione e perequazione economica.
Alternative non ne vedo perché oggi come oggi l’Africa non è in grado di competere con nessun continente sul piano economico. Se dunque vuole seguire il trend mondiale di liberalizzazione dei commerci – e non vedo francamente come possa opporvisi, come possa isolarsene – deve necessariamente scavarsi delle nicchie future di specializzazione nel contesto economico commerciale mondiale. e non dovrà continuare ad essere una colonia economica e commerciale del resto del mondo.
Già oggi, dopo l’Europa e l’America, gli Stati asiatici si stanno affacciando in Africa con gli stessi comportamenti rapinatori delle antiche potenze coloniali. Se questa è la tendenza, ed addirittura se, anche all’interno dello stesso continente, gli stati più sviluppati adottano comportamenti vicini al colonialismo commerciale, quali potranno essere le speranze della stragrande maggioranza degli stati africani i quali oggi hanno ancora economie di pura sussistenza? Il protezionismo assoluto? L’autarchia? L’isolamento? Io non lo credo, ma al contrario penso che vi siano delle nicchie di specializzazione, di sviluppo, già oggi esistenti che dovranno essere allargate, moltiplicate nel futuro con le metodologie legate all’autenticità socio-culturale che più sopra ho indicato.
*Marcello Ricoveri ha rappresentato l’Italia come ambasciatore in Uganda (accreditato anche in Ruanda, anche durante il genocidio, e Burundi), Etiopia, Nigeria (con competenze sul Benin) e prima ancora come primo consigliere della nostra legazione a Pretoria con competenze anche sulla Namibia. Vive a Windhoek. A Roma, per 7 anni circa, si è occupato di Cooperazione allo sviluppo, di Unione Africana, di ECOWAS e di G8 per l’Africa. Grazie alla sua esperienza conosce molto bene l’intero continente e continua ad essere un attento e un acuto osservatore delle dinamiche socio-politiche del sud del mondo.
Tutti ricordiamo ancora lo “sgarbo” del 7 aprile scorso. Quello del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ad Ankara, verso la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, lasciandola in piedi, senza sedia. E ricordiamo anche la pessima figura del presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, che colto di sorpresa non è nemmeno riuscito a cedere il posto a sedere alla collega von der Leyen.
Ursula von der Leyen, in piedi senza poltrona mentre Charles Michel e Recep Erdogan si siedono
Il brutto episodio è stato chiamato “sofa-gate” e il presidente del Consiglio, Mario Draghi, dopo l’incidente diplomatico, ha definito Erdogan “un dittatore con cui è necessario dialogare”. Un sostantivo che il presidente turco non ha gradito.
Sui social sta circolando un messaggio che ricorda la morte di Ebru Timtik, avvocata imprigionata, morta l’anno scorso dopo uno sciopero della fame. Che pubblichiamo:
Draghi ha ragione! Erdogan è un dittatore che non rispetta i diritti umani e mette in galera, fino a farli morire, coloro che difendono gli attivisti. Come è accaduto il 27 agosto 2020 a Ebru Timtik, che qui vogliamo ricordare.
Se n’è andata in silenzio, in una stanza d’ospedale, dove era stata trasferita dal carcere in seguito al precipitare delle sue condizioni.
Se n’è andata al 238esimo di uno sciopero della fame con cui chiedeva un processo equo in un Paese, la Turchia, in cui l’equità e la giustizia sono concetti inesistenti. Specie se sei donna. Specie se sei un’avvocata per i diritti umani. Specie se non pieghi la schiena di fronte a un potere che vorrebbe tapparti la bocca.
Ebru Timtik, avvocatessa turca morta dopo uno sciopero della fame
È morta così, Ebru Timtik, di fame e di ingiustizia. Il suo cuore si è fermato semplicemente perché non aveva più nulla da pompare in un corpo scarnificato dall’inedia.
È morta per difendere il suo diritto ad un giusto processo, dopo essere stata condannata a 13 anni, insieme ad altri 18 avvocati come lei, detenuti con l’accusa di terrorismo, solo per aver difeso altre persone accusate dello stesso crimine.
È morta come Ibrahim e come Helin e come Mustafa del Grup Yorum, morti dopo 300 giorni di digiuno per combattere la stessa accusa.
È morta combattendo con il proprio corpo, fino alle estreme conseguenze, una battaglia che nella Turchia di Erdogan non è più possibile combattere con una parola, un voto, una manifestazione di piazza.
È morta come fanno gli eroi, sacrificando la propria vita per i diritti di tutti.
C’è solo un modo per celebrare la memoria di questa grande donna: non restare zitti. Far arrivare la sua voce il più lontano possibile, dove lei non può più arrivare.
Ci sono idee così forti capaci di sopravvivere anche alla morte.
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