Speciale Per Senza Bavaglio e per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
Milano, 29 aprile 2022
Una perdita enorme ha lasciati tutti noi affranti e rattristati. A 61 anni compiuti lo scorso novembre se n’è andato Michele Manzotti. Un collega ma, soprattutto, un amico leale e perbene sempre con il sorriso sulle labbra. Da qualche mese era andato in pensione, aveva lasciato la Nazione dove lavorava dal 1995 ed era diventato vice caporedattore all’ufficio centrale, per dedicarsi alla sua passione: la musica. I suoi colleghi musicofili l’hanno definito “conduttore del leggendario programma di Controradio Il Popolo del Blues”.
Una bella immagine di Michele Manzotti fotografato Giulia Nuti durante un concerto
E per assistere a un concerto martedì scorso da Firenze, dove viveva, era andato a Roma. Durante lo spettacolo ha avuto un malore, probabilmente un infarto. E’ stato portato d’urgenza in ospedale dove i medici l’hanno subito trattato con una terapia intensiva ma purtroppo non c’è stato niente da fare. Dopo meno di un paio di giorni nella notte tra mercoledì e giovedì è spirato.
Michele era impegnato negli organismi di categoria dei giornalisti, soprattutto in Casagit e nell’Ordine. Per il sito di Senza Bavaglio curava la sezione dedicata alla tutela sanitaria dei giornalisti.
Da quando era andato in pensione aveva accettato di collaborare anche con Africa ExPress, come redattore musicale. Purtroppo, ha scritto soltanto un articolo. Che riproponiamo qui:
Noi della comunità di Senza Bavaglio e di Africa ExPress lo ricorderemo sempre per la sua correttezza, la sua lealtà e per i consigli che ci dispensava.
Ciao Michele, ti penserò sempre ascoltando un blues o un brano dixieland, un amore che condividevamo.
Massimo A. Alberizzi @malberizzi
twitter #africexp
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Alla fine di marzo si sono aperte le aste per la vendita delle foglie di tabacco nello Zimbabwe, Paese tra maggiori produttori al mondo.
Quest’anno il governo ha promesso un maggiore impegno nella lotta contro il lavoro minorile e la deforestazione, dopo le pressioni esercitate dai commercianti e operatori internazionali del settore, che hanno chiesto a Harare una produzione volta a proteggere sia i minori che l’ambiente.
Piantagione di tabacco in Zimbabwe
In un suo rapporto del 2018, Human Rights Watch aveva denunciatolo sfruttamento di minori nelle piantagioni di tabacco. Il fascicolo aveva evidenziato che i piccoli erano esposti a gravi pericoli per la loro salute, in quanto esposti a nicotina e pesticidi tossici. Molti minori accusavano sintomi da avvelenamento da nicotina per aver maneggiato le foglie di tabacco. I giovanissimi, secondo HRW, erano costretti a lavorare in condizioni dannose per la salute e la sicurezza personale, oltre a togliere tempo prezioso alla loro formazione scolastica.
La legge dello Zimbabwe prevede l’inserimento nel mondo del lavoro a partire dai 16 anni, i giovanissimi non possono però svolgere lavori pericolosi fino al compimento della maggiore età. Peccato che il legislatore abbia omesso di inserire la manipolazione di foglie di tabacco nella lista delle professioni a rischio.
La deforestazione, che ha raggiunto tra il 15 e il 20 per cento annuo, è dovuta ai piccoli coltivatori di tabacco, che non hanno la disponibilità economica per acquistare il carbone a legna o per connettersi alla corrente elettrica per essiccare le foglie di tabacco. Per rimediare, continuano a tagliare alberi nelle foreste vicine alle loro piccole piantagioni, e, bruciandoli, riescono a disidratare il prezioso raccolto.
Le autorità di Harare hanno lanciato recentemente una campagna di riforestazione che consiste nel consegnare ai contadini un certo numero di piantine di alberi da mettere in dimora nelle loro aree per creare nuove foreste.
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Come tradizione e consuetudine, il clemente, compassionevole e misericordioso presidente americano Joe Biden, ha concesso il secondo perdono presidenziale del suo mandato. Il primo ‘perdono’ è dello scorso anno 2021.
Joe Biden, presidente degli Stati Uniti
In quell’occasione il presidente americano graziò 2 tacchini bianchi, Peanut Butter e Jelly ch’erano destinati ad essere imburrati ed abbrustoliti sul barbecue della White House, salvati in extremis prima della ricorrenza del Ringraziamento (altri milioni di pennuti purtroppo non sono stati così fortunati).
Quest’anno invece il presidente Joe Biden ha graziato un’ex Agente dei servizi segreti, Abraham Bolden Sr. condannato per accuse federali di spionaggio e corruzione (per aver tentato di vendere un fascicolo riservato dei servizi segreti per 50 mila dollari) e perdonato anche 2 narcotrafficanti: Betty Jo Bogans e Dexter Jackson, condannati per smercio di crack, cocaina e marijuana.
Il presidente americano ha inoltre commutato altre 75 condanne legate a reati di droga e stupefacenti. Annunciando i provvedimenti di clemenza Joe Biden ha spiegato: “L’America è una grande nazione di leggi e di seconde possibilità, che mira alla redenzione e riabilitazione. Aiutarli a tornare alle loro famiglie e diventare membri contribuenti delle loro comunità è uno dei modi più efficaci per ridurre la recidiva e diminuire la criminalità”.
Né Edward Snowden, né Julian Assange però sono tra le persone che hanno beneficiato d ‘una seconda chances (Barack Obama concesse la grazia a Chelsea Manning, l’analista dell’esercito che consegnò a Wikileaks e a Julian Assange i documenti segreti dell’intelligence).
Julian Assange in particolare, è a serio rischio di estradizione negli Stati Uniti (i cui servizi hanno complottato per rapirlo ed assassinarlo). Pur essendo uno strenuo difensore dei diritti umani, ha già pagato un caro prezzo per aver denunciato misfatti e malaffari. Ha infatti divulgato molti crimini contro l’umanità ch’erano destinati a rimanere nascosti e sepolti per sempre (impropriamente definiti “Segreti di Stato”).
Il suo vero ‘delitto’ è averli scoperti e non aver taciuto, portandoli all’attenzione dell’opinione pubblica internazionale: il massacro di civili inermi, le torture, gli stupri, i sequestri, omicidi e scandali sovranazionali. La cosiddetta “Ragion di Stato” che ha impedito di scoprirli (per poterne chiedere conto), è la stessa che tutt’ora garantisce l’impunità agli uomini delle istituzioni che li hanno commessi.
Mentre chi si è macchiato di questi crimini orrendi è stato protetto e tutelato, Assange è stato privato della libertà personale per oltre 10 anni. Il sistema democratico che avrebbe dovuto garantire verità e giustizia, non ha permesso di perseguire legalmente i colpevoli di questi crimini ma solo il whistleblower che li ha svelati.
Per questa assurda situazione, il 50 enne fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, sta scontando diversi anni di detenzione, senza processo e nessuna condanna. Sette anni di carcerazione preventiva trascorsi nell’ambasciata ecuadoriana di Londra (per evitare l’estradizione) e dal 2019, altri anni di isolamento assoluto nel carcere di alta sicurezza di Belmarsh nel sud-est di Londra.
L’esperto di diritti umani delle Nazioni Unite David Brown sostiene che Julian Assange, dopo tutto questo tempo, dovrebbe perlomeno essere rilasciato dal carcere duro e trasferito agli arresti domiciliari per potersi difendere con i suoi legali contro l’estradizione.
Nils Melzer, in un rapporto speciale delle Nazioni Unite sulle torture, ha sostenuto che il Regno Unito ha violato il diritto internazionale mantenendo Assange in carcere: “Abbiamo un uomo non violento rinchiuso in isolamento in un carcere di massima sicurezza, senza una sentenza di condanna. Dovrebbe essere libero, magari agli arresti domiciliari”.
Ricordiamo che anche Augusto Pinochet, il primo Dittatore cileno, dopo il suo arresto a Londra nel 1998 trascorse 18 mesi agli arresti domiciliari senza nessun’altra restrizione in attesa dell’estradizione in Spagna. Melzer ha aggiunto: “Pinochet era libero di ricevere tutti i visitatori che voleva e avere accesso al pubblico. . . questo mi sembra, è proprio quello che il governo vuole prevenire, ma non ci sono basi legali per mantenere Julian Assange in un carcere di massima sicurezza”.
Autorevoli personalità delle istituzioni americane sostengono che “Biden è convinto che dare una seconda possibilità sia molto importante. Questa è una priorità per il presidente, e non si fermerà qui, potrebbero essercene altri in futuro”.
Se ogni anno il presidente, per rispettare la tradizione, riesce a ‘perdonare’ un tacchino, perché non concedere anche a Julian Assange il diritto di vivere, proprio nel giorno in cui potrebbe finire arrosto?
Africa ExPress twitter @africexp
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus Firenze, 28 aprile 2022
Pitseng Gaoberekwe era un cacciatore boscimano del Botswana ed è morto nel dicembre scorso a 75 anni, un’età avanzata per un bushman. Ma non può essere sepolto, come suo ultimo desiderio e suo diritto, nel Central Kalahari Game Reserve, terra ancestrale dei boscimani.
La sentenza del giudice
Il giudice, Itumeleng Segopolo, il 25 aprile ha negato il permesso di sepoltura alla famiglia. Secondo la sentenza, i congiunti devono recuperare il corpo entro 10 giorni e seppellirlo al di fuori della riserva. Pena: l’arresto. La denuncia dell’ennesimo caso di violazione dei diritti dei boscimani viene da Survival International, ong che difende i popoli indigeni.
Documento di identità di Pitseng Gaoberekwe che non può essere seppellito nella sua terra ancestrale (Courtesy Survival International)
Il defunto non può raggiungere i suoi antenati
Secondo la cultura del popolo nomade, il defunto deve tornare dai suoi antenati e può farlo se viene sepolto nella terra dei suoi avi. “Separare le nostre anime e i nostri spiriti è come togliere un bambino appena nato alla madre – ha dichiarato Moeti, nipote del defunto, a Survival -. Crediamo che i tribunali del Botswana siano fedeli al governo e quindi non ci aspettiamo giustizia”.
“Questa sentenza è una violazione dei nostri diritti indigeni, riconosciuti dalla legge e dai trattati internazionali. Abbiamo diritti sulla nostra terra ancestrale e nessuno può toglierceli, a prescindere da ciò che dice il governo. Era la nostra terra ben prima di diventare una riserva faunistica.”
Mappa dell’Africa australe. In Botswana è indicato il Central Kalahari Game Reserve, terra atavica dei boscimani (Courtesy OpenStreetMap)
La dura lotta dei boscimani
È una dura lotta quella dei boscimani contro il governo del Botswana che calpesta i loro diritti. Se cacciano vengono considerati bracconieri e arrestati come è accaduto anche a Pitseng Gaoberekwe. Accade nonostante la storica battaglia giudiziaria di sedici anni fa vinta dal popolo di cacciatori-raccoglitori.
Il 13 dicembre 2006 i giudici hanno stabilito che lo sfratto dei boscimani dal Central Kalahari Game Reserve è stato illegale e anticostituzionale. Quindi avevano il diritto di ritornare a vivere nella loro terra. Inoltre coloro che hanno intentato la causa avevano il diritto di cacciare e raccogliere liberamente nella riserva, senza chiedere il permesso di entrarvi. La sentenza del 25 aprile, secondo molti boscimani ha l’aria di essere una vendetta per la sconfitta del 2006.
“La sentenza va contro la storica decisione della Corte Suprema del 2006 – ha dichiarato Fiona Watson di Survival International -. Condanniamo il governo e questa sentenza sbagliata e faremo tutto il possibile affinché la famiglia di Pitseng abbia giustizia”
Due boscimani intenti ad accendere il fuoco Deception Valley, Botswana (Courtesy Ian Sewell, CC BY-SA 2.5, Collegamento)
Chi sono i boscimani
I san i koisan sono un’etnia di cacciatori-raccoglitori che conta circa 90 mila persone meglio conosciuti come boscimani (dall’inglese bushmen, “uomini della boscaglia”. Vivono nell’area del deserto del Kalahari tra Botswana, Sudafrica e Namibia. Secondo prove archeologiche questo popolo abita l’Africa meridionale da 22.000 anni. Boscimani e pigmei sono considerati i discendenti della Eva mitocondriale. Vissuta tra 99.000 e 200.000 anni fa è considerata l’antenata comune di tutti gli esseri umani.
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Si apre oggi a Bologna la mostra fotografica sulla schiavitù e la tratta degli schiavi verso le Americhe tra il XVI e XIX secolo.
Ilsola di Gorée, Senegal: casa degli schiavi
L’esposizione, dal titolo: “Vite spezzate tra Africa e Americhe: un viaggio indietro nella storia e nello spazio” è stata fortemente voluta e organizzata dal Settore Biblioteche del Comune di Bologna e dalla Biblioteca Amilcar Cabral, in collaborazione con la Maison des Esclaves dell’Isola di Gorée, in Senegal.
L’importante mostra si tiene nella Sala d’Ercole di Palazzo d’Accursio e resterà aperta fino al 28 maggio prossimo, l’entrata è gratuita.
Le opere esposte sono dedicate al terribile lungo viaggio che gli schiavi hanno dovuto affrontare soprattutto in quei due secoli, con i disagi logistici dell’epoca. Milioni di persone sono state fatte prigioniere – uomini donne e anche bambini – e portati con la forza dall’entroterra fino alle coste africane, quindi costretti a imbarcarsi sulle navi negriere in condizioni indescrivibili. Una volta sbarcati, in un continente del tutto sconosciuto, sono stati forzati a lavorare nelle piantagioni di cotone.
I primi schiavi africani approdarono in Virginia nell’estate del 1619, furono definiti Negroes, termine spagnolo coniato nell’epoca coloniale nell’America Meridionale. I nuovi padroni non tardarono a emanare i codici degli schiavi (slaves code) per dare stabilità all’organizzazione schiavista. Tali leggi permisero di esercitare un forte controllo sugli africani, mano d’opera gratuita, proprietà esclusiva dei bianchi.
Nave negriera
Lo schiavismo è una delle pagine più terribili e oscure della storia dell’umanità, una migrazione forzata di oltre 11 milioni di persone, con l’unico scopo di accrescere l’economia di pochi.
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Speciale per Africa ExPress Costantino Muscau
27 gennaio 2022
Il medicinale più caro del mondo, una terapia genica, sembra che costi 2,1 milione di dollari.
Arrestati in Mozambico due presunti commercianti di testicoli umani
“Me cojoni!”, esclamerebbe signorilmente il popolare attore romano e romanesco Marco Giallini.
Ecco, appunto… parlando di testicoli, venduti al mercato (nero, ovviamente) del Mozambico e del Sudafrica, c’è poco da scherzare. Testicoli tagliati e venduti non come pezzi di ricambio bensì a scopo terapeutico!
Le autorità di Maputo hanno arrestato due uomini, di 29 e 32 anni, che cercavano di rifilare a un commerciante genitali umani maschili per 35 milioni di kwachas malawiane, circa 2 milioni di meticais. L’equivalente di 31 mila dollari, 30 mila euro, 25 mila sterline inglesi!
Che par di palle… verrebbe da dire (e ci scusiamo per l’ambigua finezza linguistica). Purtroppo, siamo di fronte a un fenomeno disumano, truculento, orribile.
La castrazione umana a fini magici, a parte l’orrore in sé e il dolore della vittima, costa cara e rende tanto.
Nel caso specifico, reso noto dalla Bbc e dal quotidiano “O Pais”, gli organi appartenevano a un uomo assassinato lunedì 4 aprile a Tengua, un villaggio nel distretto di Milange, nella provincia centrale mozambicana di Zambezia, confinante col Malawi.
I due contrabbandieri “della quarta parte dell’uomo” (per usare la definizione di uno scrittore italiano del XIII secolo) avevano contattato un commerciante di Milange, António Chicopa, offrendogli i due trofei. Il commerciante si è rivolto alle autorità di Tenga e al comando distrettuale di Polizia di Milange. Con un’azione coordinata, gli investigatori hanno teso la trappola ai venditori e li hanno colti con le mani nel…pacco.
“Sono stato io a far scoprire il traffico – si è lamentato il commerciante Antonio Chicopa dopo la cattura dei due delinquenti – e poi mi sono sentito accusare di complicità, la gente mi evita come fossi un appestato…”. Non certo dal comandante distrettuale di Milange, Alice
Evaristo, che ha confermato la preziosa collaborazione del signor Chicopa, ha aggiunto: “Stiamo indagando per far piena luce su questa vicenda che vede una persona assassinata e mutilata”.
Il fatto è che la compravendita di organi è un fenomeno che non si riesce a eliminare. Una ricerca del 2008 finanziata dalla ambasciata norvegese di Maputo e condotta in Mozambico e Sud Africa da diverse organizzazioni umanitarie locali, ha aperto una finestra terrificante su quello che avviene in questa parte del continente. https://www.iese.ac.mz/lib/PPI/IESE-PPI/pastas/governacao/justica/artigos_cientificos_imprensa/trafficking_body_africa.pdf
La violenta privazione degli attributi maschili e femminili, e non solo, lascia sgomenti. Delle 139 persone intervistate nel corso di quella indagine, cinque offrirono testimonianze dirette.
“Il 5 agosto 2008, al tramonto, mentre tornavo dal mercato, caddi svenuto vicino al cimitero dopo essere stato colpito violentemente alla nuca – ha raccontato un contadino intervistata dai ricercatori a Tete, città dell’omonima provincia -. Al risveglio ero in una pozza di sangue, cominciai a urlare. Mi avevano tagliato i testicoli… Guardate, ora sono senza niente. So che lo stesso era avvenuto ad altre due persone l’anno scorso. Una però era morta, gli avevano portato via il cuore e gli organi genitali”.
E ‘un orrore senza limiti. “Nel settembre ottobre 2008 sono stata testimone di 3 casi mentre vendevo la mia merce al mercato vicino al confine – ha raccontato un’ambulante di Ressano Garcia, cittadina adiacente al Sud Africa per il quale è la maggior zona di transito –. La polizia di frontiera ha fermato una donna che tentava di varcare il confine. In una borsa aveva organi maschili e femminili avvolti in foglie di manioca. Un’altra donna è stata arrestata mentre trasportava in una busta di plastica la testa e gli organi sessuali di un bambino sui 10 anni coperti da ghiaccio e cibo”.
Infine, la testimone ricorda “di un uomo bloccato con una borsa frigo: dentro pezzi di carne, ma anche testicoli di 5 adulti”.
Non è tutto, purtroppo: una dipendente di una casa per ex detenuti ha citato l’episodio di una signora fermata in auto in uscita verso il Sud Africa: una borsa di plastica conteneva le teste di diversi bambini coperte da vestiti tradizionali (il sarong, detto capulana).
A che servono questi pezzi umani frutto di efferati delitti, o mutilazioni? Non certo per trapianti, come si sarebbe portati a credere.
“Le scoperte di questa ricerca – è scritto nel documento del 2008, l’unico ancora esistente in materia – portano a concludere che in Sud Africa e Mozambico è radicata e diffusa la convinzione che quando la medicina tradizionale (Muti) contiene parti del corpo umano, è più potente ed efficace, non solo per curare malattie ma anche per risolvere altri problemi della vita…La compravendita è strettamente collegata alla stregoneria e alle pratiche Muti… Gli omicidi Muti sono coperti da omertoso silenzio. La gente ha paura di parlare e così queste pratiche continuano”.
Si pensava, si sperava, che 14 anni dopo la realtà fosse cambiata.
L’arresto dei due venditori di testicoli conferma che il giro della macabra giostra continua.
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Grazie all’intervento e la collaborazione del Sultanato dell’Oman, sono stati trasferiti da San’a’, la capitale dello Yemen, a Muscat 14 stranieri.
Con la mediazione del Sultanato dell’Oman, gli houthi liberano 14 stranieri
Le persone liberate sono di diverse nazionalità, tra loro: un britannico con moglie e figlio, 7 indiani, un filippino, un etiope e un birmano. Undici facevano parte dell’equipaggio del cargo Rwabee, battente bandiera degli Emirati Arabi, sequestrato il 3 gennaio dai ribelli houthi. (https://www.africa-express.info/2022/01/18/guerra-in-yemen-cargo-degli-emirati-sequestrato-dai-ribelli-huthi/)
Il cittadino britannico, Luke Symons, era in mano ai ribelli dal 2017. E’ stato arrestato con la moglie yemenita, poi liberata, perchè accusati di spionaggio, incriminazione che la famiglia ha sempre respinto.
Liz Truss, segretario di Stato per gli Affari Esteri del governo di Londra, ha confermato la liberazione di Symons, specificando che è stato arrestato arbitrariamente; durante gli anni di detenzione sarebbe stato anche torturato. “Presto potrà ricongiungersi con i suoi familiari, ringrazio i nostri partner omaniti e sauditi, nonché il nostro team per aver contribuito al suo rilascio”, ha aggiunto la Truss”.
Mohammed Abdulsalam, incaricato dei negoziati da parte dei ribelli houthi, che controllano gran parte del nord del Paese, ha detto che le persone sono state rilasciate grazie alla mediazione dell’Oman, senza dare altre precisazioni.
Dal canto suo il ministero degli Esteri dell’Oman ha sottolineato che l’Arabia Saudita avrebbe dato una mano per il rilascio dei permessi, necessari al trasferimento delle persone liberate dai ribelli, per poter così raggiungere Muscat con un aereo dell’Oman Royal Air Force. Nei prossimi giorni potranno ritornare nei propri Paesi.
Il 2 aprile scorso è entrato in vigore un cessate il fuoco di 60 giorni, tregua concordata grazie alla mediazione dell’ONU e agli sforzi internazionali e regionali volti a trovare una soluzione al conflitto che ha devastato il Paese più povero del mondo arabo, spingendolo sull’urlo della carestia.
Purtroppo in alcune parti del Paese i combattimenti non sono cessati, come a Marib, che dista 170 chilometri dalla capitale. A febbraio OXFAM (acronimo inglese per Oxford Committee for Famine Relief) aveva fatto sapere che nel ricco governatorato ci sono almeno un milione di sfollati. Già allora la ONG aveva lanciato un appello per un immediato cessate il fuoco e la ripresa dei dialoghi tra le parti.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 25 aprile 2022
Il Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani assicura di aver catturato in Mali diversi mercenari russi del gruppo Wagner. Il loro numero è per ora imprecisato. .
“I russi combattono insieme ai militari maliani”, hanno assicurato i jihadisti dopo la cattura dei contractor. Ciononostante il governo di transizione del Mali continua a negare la presenza dei Wagner sul proprio territorio. Insiste sul fatto che si tratta di soldati russi, con il solo compito di addestrare le truppe.
Mercenari del gruppo Wagner in Mali
Ma stavolta, se quanto affermano i terroristi è vero, sarà difficile non ammettere la realtà. La notizia della cattura dei mercenari è stata data in un comunicato apparso ieri sera sulla piattaforma di propaganda Al-Zallaqa (Al-Zallaqa prende il nome di un combattimento, conosciuto in occidente con il nome di Battaglia di Sagrajas, Spagna, del 23 ottobre 1086, durante la quale furono sconfitte le truppe cristiane di Alfonso VI de León e vinta dai musulmani almoravidi – dinastia berbera proveniente dal Sahara – di Yúsuf ibn Tasufín).
E’ la prima volta che il raggruppamento jihadista menziona i “collaboratori” di FAMa (Forze Armate Maliane). Nel comunicato viene precisato che i contractor sono stati catturati all’inizio di aprile nei dintorni di Ségou (capoluogo della regione omonima), dove i russi avrebbero partecipato a un’operazione anti-terrorista dei militari maliani a Moura, nella regione di Mopti, a fine marzo
Le Nazioni Unite hanno chiesto l’apertura di un’inchiesta indipendente, finora negata dalle autorità di Bamako. Anzi, hanno tassativamente vietato ai caschi blu di MINUSMA (missione di pace dell’ONU in Mali) di recarsi sul luogo della presunta carneficina.
Recentemente il ministro della Riconciliazione, Ismasmaél Wagué, si è recato a Moura e in tale occasione ha ribadito che la magistratura militare avrebbe aperto un’inchiesta, come annunciato la scorsa settimana. Il ministro ha anche affermato che le accuse contro i militari e i russi sono assolutamente infondate, negando per l’ennesima volta la partecipazione dei mercenari di Wagner.
Miliziani jihadisti in Mali
Intanto continuano le aggressioni dei terroristi attivi in tutto il Sahel. Domenica mattina i jihadisti hanno compiuto ben tre attacchi a basi militari: a Sévaré nella regione di Mopti, Bapho e Niono nella regione di Ségou, tutte al centro del Paese.
Le tre postazioni militari sono state attaccate simultaneamente alle 5 del mattino con vetture kamikaze, colme di esplosivo. Secondo FAMa sarebbero morti 6 soldati, i feriti sarebbero una ventina, oltre a notevoli danni materiali.
La scorsa settimana Parigi ha inviato il nuovo chargé d’affaires, Marc Didio, che sostituisce il suo predecessore che occupava la posizione solamente a interim. A fine gennaio Bamako aveva dichiarato l’allora ambasciatore francese, Joël Meyer, come “persona non grata”. Prima del suo trasferimento in Mali, Didio è stato il numero due dell’ambasciata d’Oltralpe in Senegal.
Nel prossimo futuro non è previsto l’arrivo di un nuovo ambasciatore, in quanto le relazioni tra Parigi e Bamako sono tutt’ora piuttosto tese.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantini Muscau
25 aprile 2022
Un terremoto giudiziario a sfondo sessuale scuote i vertici del calcio del Gabon.
E’ finito in carcere, a Libreville, la notte di giovedì 21 aprile, Pierre-Alain Mounguengui, 64 anni: ex arbitro internazionale, è il presidente della Fegafoot, la federazione calcistica gabonese.
Pierre-Alain Mounguengui
Appena sette giorni prima, il 14 aprile, Mounguengui era stato riconfermato per la terza volta a capo dell’organismo che governa il mondo del pallone nella piccola repubblica che si affaccia sul Golfo di Guinea. Piccola geograficamente, ma con alcuni giganti calcistici internazionali quali Emerick Aubameyang, Lemina, Kanga.
Mounguengui è accusato di aver coperto presunti abusi sessuali compiuti su un centinaio di giovanissimi calciatori da Patrick Assoumou Eyi, noto come Capello, allenatore della nazionale Under17 fino al 2017, e spedito al fresco il 20 dicembre.
Il suo arresto non è un fulmine a ciel sereno. L’inchiesta su questo clamoroso scandalo di pedofilia (ne abbiamo parlato anche qui su Africa ExPress) è, infatti, venuta alla luce dopo le rivelazioni pubblicate, il 16 dicembre scorso, dal giornalista investigativo francese Romain Molina, sul quotidiano britannico The Guardian.
Dopo Capello (così soprannominato in onore del nostro Fabio nazionale), in gennaio era finito in prigione Serge Mombo, ex arbitro, ex poliziotto ed ex presidente della Lega calcistica dell’Estuario, nella provincia di Libreville.
L’indagine è quindi salita a un piano più alto: nel pomeriggio di giovedì il patron del calcio gabonese è stato convocato nel pomeriggio di giovedì negli uffici della Direzione generale delle contro-ingerenze e della sicurezza militare (DGCISM). E poi, al termine dell’interrogatorio da parte degli agenti della Polizia Nazionale (OPJ)b l’arresto.
Ad accusarlo, in particolare, l’ex calciatore Parfait Justè Nguema Ndong, 50 anni, già difensore della nazionale. Ndong, divenuto poi dirigente calcistico, a suo dire, avrebbe segnalato al presidente e a Mombo le decennali molestie sessuale perpetrate nell’ambito giovanile, ma per questo sarebbe stato mandato via.
Non inatteso, dunque, l’arresto, sia pure provvisorio, del boss gabonese.
D’altra parte il sito LALIBREVILLE.com aveva scritto appena pochi giorni prima (il 18 aprile): “Nonostante gli scandali a ripetizione che hanno macchiato il secondo mandato di Pierre-Alain Mounguengui, come la non tracciabilità di 750 milioni di franchi CFA versati dalla Fifa a sostegno del calcio professionistico durante il periodo del Covid -19 (col campionato fermo…) e la rivelazione di oltre centinaia di vittime della pedofilia , questo ex arbitro è stato rieletto alla testa della Federazione gabonese del football. Col rischio di far precipitare il calcio gabonese in una crisi di una ampiezza inedita”. E inaudita. Profondissima. E diffusa, se Pierre Alain è presidente della Fegafoot dal 2014.
“Le Pantere” nazionale U17 del Gabon
Secondo i suoi sostenitori, Mounguengui è vittima di una persecuzione politica da parte di chi si opponeva al terzo mandato presidenziale. D’altra parte, alla vigilia della terza rielezione l’ex arbitro aveva snocciolato i suoi successi ottenuti durante il suo secondo mandato: sviluppo di centri tecnici, organizzazione di tornei giovanili nelle province e di un torneo femminile, formazione di arbitri…
Ma soprattutto sul piano internazionale ha rivendicato gli accordi di partenariato con un nuovo sponsor mondiale, con l’Arabia Saudita, il Marocco, il Qatar. E soprattutto la qualificazione della nazionale calcistica per la Coppa d’Africa delle nazioni nel 2021, l’avanzamento delle Pantere del Gabon nella classifica della Federazione internazionale di calcio (Fifa) portandola al 18 posto in Africa e al 132 a livello mondiale, mentre tre anni prima la squadra neppure compariva nel ranking mondiale…
Basterà a tutto questo a far dimenticare uno scandalo che – secondo le accuse – durava da 30 anni? E che aveva fatto scendere in campo perfino il presidente della repubblica, Ali Bongo Ondimba, che aveva ufficialmente dato incarico al ministro della Giustizia di “aprire un’inchiesta sulla comunità calcistica nazionale per abusi sessuali compiuti su bambini, ragazzi e ragazze?”.
Inutile sottolineare, però, che nel ricco e colorato sito della Federazione (FEGAFOOT.GA) non si fa il minimo cenno “all’incidente giudiziario” che sta coinvolgendo il presidente nazionale e altri membri dell’organizzazione
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
23 aprile 2022
Nella carniere della Russia non poteva mancare il Camerun, flagellato da un conflitto interno dalla fine del 2016 nelle due province anglofone, nonché dalle continue incursioni di Boko Haram in quella dell’Estremo Nord.
Il ministro della Difesa del Camerun, Joseph Beti Assomo
Il 12 aprile scorso, quasi in punta di piedi, per non far troppo rumore, il ministro della Difesa di Yaoundé, Joseph Beti Assomo, ha incontrato a Mosca il suo omologo russo, Sergueï Choïgou – molto vicino a Vladimir Putin – per firmare un nuovo accordo di cooperazione militare quinquennale tra i due Paesi. Il documento è stato redatto secondo le istruzioni dei due capi di Stato, Vladimir Putin e Paul Biya.
Un precedente trattato tra Camerun e la Russia era stato firmato nel 2015 con Alexandre Fomine, allora incaricato della cooperazione tecnico-militare con le forze armate straniere, oggi invece occupa la poltrona di vice-ministro della Difesa russa.
L’accordo del 2015 prevedeva anche la fornitura di armi e di equipaggiamento militare per le forze armate camerunensi, volti alla lotta contro i terroristi Boko Haram.
Forze armate del Camerun
Il nuovo documento di 13 pagine, che comprende ben 15 articoli, è volto a sviluppare la cooperazione militare tra i due Paesi, tra questi: scambio di informazioni, formazione e addestramento delle truppe, condivisione di esperienze e attività comuni nella lotta contro il terrorismo e la pirateria marittima, il mantenimento e l’interazione nelle operazioni di sostegno della pace sotto l’egida delle Nazioni Unite. L’accordo ha una validità di 5 anni e può essere rinnovato per altri 5, a meno che una delle due parti non voglia porre fine alla cooperazione.
Termini troppo generici per alcuni osservatori. Ritengono che bisogna andare oltre questo documento per capire meglio le sue implicazioni. Infatti, non specifica, come nel caso del Mali o della Repubblica Centrafricana, la fornitura di armi. In una clausola viene solamente precisato che altre aree di cooperazione possono essere prese in considerazione in conformità con gli accordi tra le due parti, senza però fornire ulteriori dettagli.
Clausola che fa suonare una campanella d’allarme, c’è chi teme l’ombra della nebulosa Wagner, la milizia privata russa, già in azione in diversi Paesi del continente.
Intanto non si arresta il conflitto interno. Poco più di una settimana fa sono state uccise 4 persone in un’imboscata mentre si dirigevano verso Bamenda, capoluogo della provincia del Nord-Ovest, a maggioranza anglofona. Oltre a due guardie del corpo, sono stati ammazzati il responsabile regionale delle prigioni, Theodore Khiga, e un suo collaboratore amministrativo.
L’attacco è stato rivendicato da Forces de restauration de l’Ambazonie (separatisti che vorrebbero trasformare le due regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest in uno Stato autonomo chiamato “Ambazonia”). Il gruppo denuncia da anni la marginalizzazione che subiscono dal governo centrale e della maggioranza francofona. E’ molto attivo nell’area, e postano video sui social network.
Dalla fine di marzo i separatisti hanno preso in ostaggio almeno 9 donne che hanno partecipato a una manifestazione per mettere fine alle violenze. Durante la marcia di protesta decine di signore avevano urlato a gran voce: “Gli ambazoniani devono andarsene, basta con le violenze”.
All’inizio di aprile il gruppo ha diffuso un video nel quale si vede un uomo con il viso tumefatto e nove donne, alcune anziane, una di loro sta piangendo, mentre le altre pregano in silenzio.
Seminaristi sequestrati in Camerun, poi rilasciati in meno di 24 ore
Secondo Caryn Dasah del Movimento delle donne per la pace in Camerun, gli abitanti delle zone rurali delle due province a maggioranza anglofona, sono stanchi, esausti, non ne possono più delle violenze, dello spargimento di sangue. La Dasha ha sottolineato che le donne sono le prime vittime di questo conflitto e chiede ai separatisti che vengano liberate immediatamente.
Dal 29 marzo l’organizzazione Medici senza Frontiere ha cessato ogni attività nella provincia anglofona del Sud-Ovest, per l’arresto di 4 collaboratori locali, accusati di collaborazionismo con i ribelli. MSF, in un comunicato del 5 aprile, chiede l’immediato rilascio degli operatori, incarcerati da oltre tre mesi nella prigione di Buea, capoluogo del Sud-Ovest.
Alla fine del 2020 il governo ha sospeso le attività di MSF nel Nord-Ovest.
La situazione resta comunque molto tesa e confusa in entrambe le province a maggioranza anglofona. Basti pensare che il 7 aprile scorso sono stati rapiti 33 seminaristi nel dipartimento di Manyu (Sud-Ovest), poi rilasciati in meno di 24 ore.
Non è chiaro chi abbia inscenato questo sequestro a scopo di lucro. Inizialmente i criminali hanno chiesto un riscatto di 25 milioni di CFA, per poi scendere a 6 milioni. Visto che nessuno ha versato un solo centesimo, alla fine gli aspiranti sacerdoti sono stati rilasciati. Padre Humphrey Tatah Mbuy, portavoce della Conferenza episcopale del Camerun, ha detto che ormai tutti camerunensi non vogliono altro che la pace, un cessate il fuoco, e, soprattutto, un dialogo costruttivo tra i vari attori in causa.
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