Dal Nostro Corrispondente Michael Backbone
Nairobi 16 marzo 2023
La vignetta qui sotto, apparsa ieri sul quotidiano keniota di maggior tiratura, Daily Nation, sembra disporre di informazioni analoghe a quelle che Africa Express aveva anticipato nell’articolo pubblicato in occasione della visita del Presidente Mattarella che sta volgendo alla sua conclusione.
Il progetto delle dighe di Arror e Kimwarer faceva parte di un’ambizione fortemente promossa e voluta dallo stesso William Ruto nel 2014, all’epoca dei fatti VicePresidente del Paese e aveva incontrato ostacoli di carattere politico nati da divergenze tra il Presidente dell’epoca, Uhuru Kenyatta, e il suo vice.
Il principale quotidiano keniota, il Daily Nation, ha pubblicato questa vignetta in cui i presidenti Mattarella e Ruto nascondono sotto il tappeto la spazzatura creata dal scandalo delle due dighe idroelettriche Arror e Kimwarer
Nel freddo luglio 2015 di Nairobi, in occasione della visita del Primo Ministro italiano dell’epoca Matteo Renzi aveva sbandierato il progetto come la riuscita dell’ecosistema italiano in Kenya spendendo parole forti per le ambizioni del progetto.
Dopo due anni, nel 2017 il progetto è stato affossato, con l’arresto persino del ministro delle Finanze dell’epoca Rotich per presunte malversazioni.
La battaglia tra Kenyatta e il suo vice era al culmine quando nel 2018 anche l’amministratore delegato della CMC (Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna) Porcelli è stato raggiunto da mandato di cattura Keniota per non esecuzione del contratto e malversazioni. Vere o presunte che fossero le accuse, niente che potesse assomigliare ad un cantiere era stato aperto da CMC in Kenya dopo circa tre anni di tira e molla.
Il progetto delle dighe era stato bell’e che cancellato dal Presidente Kenyatta, una sfilza di arresti avvennero in Kenya e una sequela di cause intentate da parte Keniota verso l’Italia e viceversa, con un conseguente raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi, a cui la debole rappresentanza diplomatica italiana dell’epoca non ha contribuito a risollevare.
Quando le elezioni presidenziali in Kenya del 2022 sancirono la vittoria di William Ruto, il progetto venne riesumato dal suo primo promotore e un lavoro di ricucitura intrapreso da parte Keniota, che intravvedeva un fastidioso arbitrato richiesto da parte italiana, propendere secondo l’Avvocatura di Stato de Kenya malgrado tutto sulle maggiori colpe del Paese ospitante il progetto che di quello che lo eseguiva, l’Italia.
L’arrivo del nuovo ambasciatore italiano a Nairobi, Roberto Natali, nel settembre del 2022, ha ridato impeto al dialogo costruttivo tra le parti, aiutato anche dalla calendarizzazione della visita del Presidente Mattarella come contributo fattuale per sotterrare le intenzioni bellicose: quando il nostro presidente ha calcato lunedì scorso il suolo keniota (34 anni dopo l’ultima visita di Stato), le intenzioni positive si sono cristallizzate, ritirando i contenziosi in sede legale e riaprendo il tavolo progettuale caro al Presidente Ruto.
Il presidente Mattarella saluta gli italiani presenti in Kenya, si riconoscono Marinella e Franco De Paoli, Michele Castegnaro, Lorenza Truffelli del ristorante Pomodoro al centro commerciale Village Market di Nairobi (foto Africa Express)
Rimarrebbe da comprendere ancora qualche aspetto del progetto, in particolare chi si è arricchito con i primi fondi erogati e spesi per acquisire SUV 4×4 di gamma alta, se l’assicurazione contratta dal Kenya con SACE (Servizi Assicurativi del Commercio Estero) sul progetto originale possa essere riutilizzata senza troppe penali e soprattutto se CMC, all’epoca alleata con il gruppo Gavio per l’esecuzione di questa opera possa ancora essere d’attualità.
Di memoria, la CMC aveva dichiarato concordato preventivo nel 2019 e a tutt’oggi non è fuori dal guado. Certamente questo progetto di 300 milioni di euro sarà una boccata di gran ossigeno per il gruppo ravennate che certamente ringrazierà Quirinale e Farnesina per il loro operato dietro le quinte.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
15 marzo 2023
Nella provincia di Bas-Uélé, nel nord della Repubblica Democratica del Congo, sono stati rapiti 25 adolescenti alla fine di febbraio.
25 adolescenti rapiti nel nord del Congo-K
E’ successo nel territorio di Ango, zona confinante con la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan. Un gruppo di 7 uomini armati fino ai denti sono arrivati verso le 22.00 del 28 febbraio scorso e hanno attaccato tre villaggi (Namangu, Zamoi e Banda).
Il commando ha dapprima saccheggiato una decina di case e un negozio, poi, secondo quanto ha affermato un amministratore locale, ha portato via con la forza 25 giovanissimi tra i 12 e 18 anni, tra loro anche diverse ragazze e pare che una fosse pure incinta.
I tre villaggi sono situati in un’area isolata, lontani dal capoluogo del territorio di Ango, una zona molto vasta, controllata da un solo distaccamento militare.
Inizialmente le autorità del luogo hanno puntato il dito su ribelli ex-Séléka (gruppi di ribelli ancora attivi in Centrafrica), ma l’amministratore del territorio di Ango ha il forte sospetto che si tratti invece di uomini del Lord’s Resistance Army (LRA), in italiano, l’Esercito di Resistenza del Signore, un gruppo armato ugandese, attivo anche in altri Stati africani (Repubblica centrafricana, Congo-K, Sudan, Sud Sudan)
“Si sono presentati con in mano due pistole ciascuno. Hanno portato via i nostri giovani. Non chiedono riscatti, hanno bisogno dei maschietti per il loro esercito, mentre le ragazzine subiscono abusi sessuali e sono costrette a diventare le mogli dei loro aguzzini”, ha specificato un amministratore locale.
Le province settentrionali della RDC sono ex roccaforti di LRA. L‘ultimo rapimento messo a segno dal gruppo armato ugandese nella regione risale al 2020.
Già la settimana precedente sono stati portati via 3 uomini in un altro villaggio; sono stati rilasciati poco dopo. Ora le autorità hanno fatto sapere di voler pattugliare l’intera zona per tentare di trovare i ragazzi sequestrati.
Per anni sia l’Uganda che gli Stati Uniti hanno dato la caccia a Joseph Kony, leader della Lord’s Resistance Army in Centrafrica, con un importante dispiegamento di truppe e costi. Nel 2017 i due governi hanno ritirato i loro uomini.
Il gruppo ribelle si è decisamente molto indebolito negli ultimi anni e si mormora che il loro leader sia gravemente ammalato. Sembra che ordini ai suoi uomini di procurare medicinali per curarsi, piuttosto che reperire nuove armi. Si suppone che Kony si trovi ancora in Centrafrica, sempre che non sia già passato a miglior vita.
Nel 2013 e nel 2021, gli Stati Uniti hanno promesso una taglia 5 milioni di dollari per informazioni che possano portare alla cattura di Kony.
Il leader di LRA resta comunque ancora uno dei terroristi più ricercati dalla Corte Penale Internazionale (CPI) dell’Aja per crimini contro l’umanità. Alla fine di gennaio, la Corte Penale Internazionale ha fatto sapere di voler confermare i 33 capi d’accusa contro Kony, sperando che in questo modo vengano incentivati gli sforzi internazionali per trovare il fuggitivo più ricercato dell’Africa.
Nel 2021, la CPI ha invece condannato a 25 anni di galera Dominic Ongwen, ex bambino soldato, poi diventato uno dei maggior comandanti di LRA.
LRA è stato fondato verso il 1987, dal fondamentalista cristiano Joseph Kony, con l’intento di rovesciare il governo ugandese del presidente Yoweri Museveni, per instaurare un regime fondato sui dieci comandamenti, anzi un undicesimo è stato aggiunto dal leader: divieto assoluto di andare in bicicletta, pena dell’amputazione di una gamba.
Joseph Kony, fondatore e capo di LRA
Questo gruppo è ritenuto responsabile di almeno centomila morti, del sequestro di decine di migliaia di minori e di averli trasformati in bambini-soldato; è accusato di torture, matrimoni forzati nonché stupri, per ottenere bambini da trasformare in soldati o in mogli per i soldati. Alle giovani donne spesso venivano tolti i neonati per essere usati come oggetti di scambio.
Kony è nato nel 1961 nel villaggio di Odek, nella provincia settentrionale di Gulu, in Uganda. I suoi genitori, Luizi Obol e Nora Oting, entrambi acholi, (etnia che risiede per lo più il nord dell’Uganda) hanno avuto sei figli ed erano agricoltori.
Il padre era cattolico, la madre anglicana. Kony è stato chierichetto fino al 1976. All’età di 15 anni ha abbandonato la scuola per diventare un guaritore tradizionale.
Nel 1987, all’età di 26 anni, Kony ha fondato l’Esercito di Resistenza del Signore, un’organizzazione fondamentalista cristiana che ha operato nel nord dell’Uganda fino al 2006.
Dal punto di vista ideologico, il gruppo è fondato su un mix di misticismo, nazionalismo acholi e fondamentalismo cristiano. Sosteneva di voler istituire uno Stato teocratico in Uganda, basato sui 10 comandamenti biblici e sulla tradizione acholi.
Tra l’altro Kony si è proclamato portavoce di Dio, sostenendo di essere stato visitato da una schiera di 13 spiriti, tra questi anche un fantasma cinese.
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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella,
é in visita di Stato
nella Repubblica del Kenya fino al 16 marzo.
Dal Nostro Corrispondente Michael Backbone
Nairobi, 15 marzo 2023
Dopo trentaquattro anni di assenza (Cossiga, 1989), il Presidente Mattarella effettuauna Visita di Stato in Kenya, dove si tratterrà per quattro giorni.
Visita di Stato in Kenya del presidente Sergio Mattarella, con il suo omologo, William Ruto a Nairobi
E’ avvenimento assai raro per l’Italia quello di impegnare così tanto tempo il Presidente per un viaggio in un solo Paese africano, forse il segno di un rinnovato interesse strategico del Kenya per l’Italia? In fondo siamo la seconda comunità europea presente in Kenya dopo gli inglesi. A dire il vero durante la seconda Guerra Mondiale eravamo tre volte più dei coloni inglesi, ma perlopiù prigionieri di guerra.
Accolto in gran pompa ieri mattina con ventun salve di cannone a State House dal Presidente William Ruto, Mattarella ha un’agenda fitta di impegni come descritto più sopra dall’Ufficio Stampa del Quirinale.
Le problematiche dell’ambiente saranno sicuramente il catalizzatore degli incontri, tuttavia che la maggiore ambizione è stata quella di tessere una relazione di diplomazia economica riaprendo il discorso interrotto sulle dighe assegnato alla Cooperativa Muratori e Cementieri,CMC, di Ravenna nel 2015 poi naufragato per malversazioni economiche e l’istanza di fallimento del contractor ravennate tre anni dopo.
I due Paesi hanno deciso di rinunciare alle azioni legali rispettive (Italia presso la Corte di Arbitrato dell’Aia per mancati pagamenti e Kenya contro le tre aziende di cui CMC è capofila per non esecuzione di contratto) e riaprire il dossier delle dighe di Arror e Kimwarer.
Malindi, Kenya: centro spaziale Luigi Broglio
Mattarella è oggi a Malindi per visitare il Centro Spaziale Luigi Broglio, di cui fa parte la piattaforma S. Marco, rampa di lancio di qualche satellite italiano negli anni Sessanta.
Sarà accompagnato dal DG dell’Agenzia Spaziale Italiana, Saccoccia, per intavolare un dialogo di formazione in ingegneria aerospaziale a livello locale, per creare competenze locali e rilanciare le ambizioni congiunte in questo settore.
L’agricoltura sarà anche uno dei temi cardine nelle conversazioni tra delegazioni, allargando il discorso alla gestione delle risorse idriche e la capacità delle soluzioni italiane, siano esse pilotate dalle numerose ONG italiane presenti in Kenya o direttamente tramite le azioni di AICS (l’agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo) e in subordine ICE (l’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane), che aprirà quest’anno un ufficio a Nairobi.
Si parlerà probabilmente anche di energie sostenibili, con ENI presente sul territorio grazie alla riconversione della raffineria di olio combustibile di Mombasa verso olii di origine vegetale, per il quale la presidenza keniota ha sin d’ora garantito 300.000 acri di terre marginali adatte allo sfruttamento di quei vegetali oleosi che sono materia prima per la raffineria.
Per finire, l’Università Cattolica del S. Cuore con il progetto E4Impact offrirà una visione delle startup operanti dal Kenya e sostenute dall’incubatore alla cui presidenza siede Letizia Moratti.
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Speciale per Africa ExPress Antonio Mazzeo
Marzo 2023
Escalation bellico-militare USA in Somalia. Sessantuno tonnellate di armi (fucili d’assalto AK-47 di produzione ex URSS e mitragliatrici pesanti) e relative munizioni sono state donate dal Pentagono all’Esercito nazionale della Somalia.
Lo rende noto in un comunicato l’Ambasciata degli Stati Uniti a Mogadiscio. Gli armamenti sono stati trasferiti a bordo di due aerei cargo C-17 di US Air Force; i velivoli sono atterrati il 28 febbraio scorso nell’aeroporto internazionale “Aden Adde” della capitale somala. Ad attenderli il responsabile affari esterni del corpo diplomatico USA Tim Trinkle, il ministro della difesa della Somalia Abdulkadir Mohamed Nur Jama e il Capo di Stato maggiore delle forze armate, generale Odowaa Yusuf Rageh.
“L’assistenza militare supporterà le operazioni correnti dell’esercito somalo contro le milizie di al-Shebab negli Stati di Galmadug e Jubaland e della Brigata di fanteria avanzata Danab di cui è stato avviato il processo di reclutamento”, scrive l’Ambasciata USA in Somalia. “La donazione di armi e munizioni rappresenta una delle priorità della partnership USA con la Somalia (…) La consegna verrà notificata al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite da parte del Governo federale somalo in stretto coordinamento con l’Ufficio di cooperazione alla sicurezza dell’Ambasciata USA a Mogadiscio in accordo con le risoluzioni ONU”.
Secondo quanto riportato dal sito specializzato Defense News, in un comunicato ufficiale sottoscritto congiuntamente con gli altri partner di riferimento nella gestione delle operazioni di sicurezza in territorio somalo (Qatar, Turchia, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito), il Pentagono si è impegnato a sostenere gli sforzi della Somalia nella gestione dei sistemi d’arma e delle munizioni nel caso in cui il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite revocasse l’embargo di armi pesanti al paese africano.
L’ONU ha rinnovato l’embargo nel novembre 2022 anche se però ne ha alleggerito gli effetti: oggi la Somalia può importare infatti missili terra-aria e anticarro e droni da combattimento.
Il sempre più evidente sostegno USA alle operazioni offensive dell’esercito somalo avviene alla vigilia del ritiro dal Paese delle forze armate dell’Unione Africana e dell’affidamento delle responsabilità di difesa alle autorità somale entro la fine del 2024. Washington intende sostenere pienamente la “guerra totale” dichiarata dal presidente Hassan Sheikh Mohamud contro i militanti di al-Shebab che controllerebbero una parte importante di territorio somalo. La controffensiva militare ha il sostegno formale dei paesi confinanti: Etiopia, Kenya e Gibuti.
Attualmente nel Paese africano sono presenti circa 450 militari USA; essi sono stati schierati nel corso del 2022 su decisione del presidente Joe Biden che ha revocato l’ordine di ritiro del suo predecessore Donald Trump. I reparti statunitensi stanno sostenendo l’intervento dei militari somali e della coalizione multinazionale dell’Unione Africana con operazioni di intelligence, l’addestramento militare e gli attacchi diretti con l’ausilio di droni killer.
Le milizie di Al Shebab reclutano nelle proprie file anche bambini soldato
Sono i sempre più frequenti dispacci del Comando delle forze armate USA per il continente africano (US Africom) di Stoccarda, Germania, a confermare il dirompente interventismo statunitense in Corno d’Africa. Due attacco aerei con velivoli senza pilota “su richiesta del Governo federale della Somalia” e “a supporto delle operazioni dell’Esercito nazionale contro al-Shebab” sono stati condotti da US Africom il 14 e il 17 dicembre 2022 nei pressi della città costiera di Adale, regione centro-meridionale dell’alto Shebele, a circa 250 km da Mogadiscio.
Nel corso dei due attacchi sarebbero stati uccisi quindici membri delle milizie armate jihadiste. Un terzo attacco con droni killer, ancora nei pressi di Adale, è stato ordinato dal Pentagono il 23 dicembre 2022 e avrebbe causato la morte di sei miliziani di al-Shebab.
“US Africa Command ha condotto stamani uno attacco di auto-difesa collettiva a circa 260 km a nordest di Mogadiscio, vicino Galcad, dove le unità dell’Esercito nazionale somalo sono impregnate in un pesante combattimento a seguito di un complesso, esteso ed intensivo attacco da parte di un centinaio di combattenti al-Shebab”, riporta una nota emessa il 20 gennaio 2023. “Le azioni combinate da parte delle forze alleate schierate sul terreno e l’attacco aereo hanno prodotto la distruzione di tre veicoli e la morte di una trentina di terroristi”.
Tre giorni dopo il Comando USA di Stoccarda si è assunto la paternità di un nuovo attacco con l’uso di droni armati in una “regione remota” nei pressi di Xaradheere, 396 km a nordest di Mogadiscio “dove le forze armate somale stanno conducendo un’operazione contro le milizie armate”.
Due i membri di al-Shebab assassinati. I velivoli killer USA tornavano a colpire ancora l’area di Xaradheere il 25 gennaio. La portata di quest’ultima operazione bellica veniva enfatizzata da una dichiarazione pubblica del Segretario della Difesa, Lloyd J. Austin III.
“Su ordine del presidente, i militari USA hanno eseguito un attacco nel nord della Somalia in cui hanno trovato la morte alcuni membri dell’ISIS tra cui Bilal-al-Sudani, un leader dell’organizzazione terroristica in Somalia ed elemento chiave della rete globale dell’ISIS”, riferiva il capo del Pentagono.
“Al-Sudani era responsabile della crescente presenza dell’ISIS in Africa e del finanziamento delle operazioni del gruppo in tutto il mondo, incluse quelle della fazione ISIS operante nella provincia di Khorasan, in Afghanistan. Quest’azione rende gli Stati Uniti d’America e i suoi partner più liberi e più sicuri e riflette il nostro costante impegno a protezione degli americani dalla minaccia del terrorismo in patria e all’estero”.
Anche la Casa Bianca ha diffuso un comunicato sul bombardamento in Somalia del 25 gennaio 2023. “Al-Sudani ha una lunga storia da terrorista – esordisce l’ufficio stampa di Joe Biden -. Prima di operare con l’ISIS, egli era stato identificato dal dipartimento del Tesoro per il suo ruolo all’interno degli Shebab: facilitava i combattenti stranieri a raggiungere i campi di addestramento dell’organizzazione jihadista e collaborava al finanziamento degli estremisti violenti stranieri in Somalia”. Sempre secondo la Casa Bianca, originariamente era stata pianificata la cattura di Al-Sudani “ma la risposta delle forze ostili all’operazione ha portato alla sua morte”.
“Il Dipartimento della Difesa ha presentato il piano d’intervento in un briefing al Presidente”, aggiunge lo staff di Biden. “Egli ha condiviso il piano con il direttore nazionale di intelligence, il direttore del Centro anti-terrorismo, il vicedirettore della CIA e i responsabili del team per la sicurezza”. La Casa Bianca ha stimato che una decina i “terroristi” siano stati uccisi nell’attacco contro Bilal-al-Sudani.
A febbraio 2023 il Comando di US Africom ha rivendicato altri tre attacchi con droni in Somalia: il primo – giorno 10 – a 45 km a sudovest di Hobyo (472 km di distanza da Mogadiscio); il secondo – il 15 febbraio – vicino Beletueine (460 km a nordovest della capitale); il terzo – il 21 – nello Stato di Galmudug.
Complessivamente sarebbero stati assassinati ventiquattro membri di al-Shebab. “Dato che tutti gli strike sono stati effettuati in luoghi remoti della Somalia, possiamo affermare con certezza che nessun civile è stato ucciso”, prova a rassicurare il Pentagono. “Il Governo federale della Somalia e l’US Africa Command continueranno a prendere le migliori misure per prevenire vittime civili. La protezione dei civili rimane una condizione vitale dei comandi operativi per promuovere una maggiore sicurezza per tutti gli africani”.
Per estendere tra la popolazione il consenso alle operazioni militari USA, Washington sta accrescendo pure la quantità di “aiuti umanitari” destinati alle autorità somale. “Gli Stati Uniti sono uno dei numerosi Paesi che contribuiscono agli sforzi di stabilizzazione economica e all’assistenza umanitaria e militare del Governo Federale”, spiega Washington.
“Il Comando di US Africom è il braccio militare dell’intero approccio governativo USA con I partner africani. Diplomazia, sviluppo e difesa sono i tre elementi (3D) dell’intervento condotto dalle molteplici agenzie governative statunitensi per accrescere la cooperazione e il sostegno dei nostri partner: le soluzioni condivise per le sfide per la sicurezza, incluse quelle contro l’estremismo violento o il terrorismo”.
Per il Pentagono la Somalia assume sempre più un ruolo centrale per la “stabilità” di tutta l’Africa orientale. “Le forze armate assegnate al Comando di US Africom addestrano, accompagnano e assistono le unità militari alleate aiutandole a conseguire gli strumenti che necessitano per sconfiggere le milizie di al-Shabab, il più grande e mortale network di al-Qaeda nel mondo.
US Africom e le forze alleate continueranno a valutare i risultati di queste operazioni e forniranno informazioni addizionali a secondo dei casi. Non saranno però rilasciati dettagli specifici sulle unità coinvolte e sugli assetti impiegati in modo da rendere sicuri gli interventi”. E la guerra nel martoriato Paese africano si fa ancora più sanguinosa e secretata.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
13 marzo 2023
Un nuovo dramma della migrazione si è consumato tra sabato e domenica notte, lontano dai nostri occhi, nell’Oceano Indiano. Qui in Occidente la notizia è trapelata solamente poche ore fa, grazie a un comunicato rilasciato dalle autorità malgasce. Seconde le prime stime gli annegati sarebbero tra 22 e 25.
Naufragio in Madagascar
I disperati sono fuggiti dal Madagascar con rotta verso Mayotte, un’isola in mezzo all’Oceano, diventato il 101º dipartimento francese nel 2011. Come tale, la valuta ufficiale dell’isola è l’euro.
L’Autorità portuale, marittima e fluviale (APMF) del Madagascar ha fatto sapere che sul natante si trovavano 47 persone. Il naufragio si è consumato a largo del distretto di Ambanja, all’estremità settentrionale del Madagascar, che dista poco più di 350 chilometri dal dipartimento francese.
Ventitré passeggeri sono stati salvati, altri ventidue corpi senza vita sono già stati recuperati, ha dichiarato APMF in un breve comunicato. Le ricerche sono scattate immediatamente, alle quali hanno partecipato non solo le autorità preposte – marina, gendarmeria, agenti della dogana – ma anche semplici pescatori.
Sulla rotta marittima che collega le Comore, o il Madagascar, a Mayotte, si verificano regolarmente i naufragi delle kwassa-kwassa, piccole imbarcazioni a motore utilizzate dai contrabbandieri. Incidenti in mare che raramente trapelano fino a noi.
I kwassa-kwassa sono in realtà tradizionali imbarcazioni da pesca, il cui nome probabilmente è stato mediato da quello di una danza congolese (kwassa, appunto) a sua volta proveniente dal francese quoi ça? (Che cos’è questo?). Come il ballo, le barche “oscillano” pericolosamente.
Non solo malgasci o comoriani, anche altri abitanti del continente tentano questa via di fuga per raggiungere la porta d’entrata dell’Europa in questa parte del mondo, Mayotte, appunto, isola della quale sono attratti come da una calamita.
Ma non è tutto oro quello che brilla: gran parte degli abitanti di Mayotte, che comprende due isole principali, Grande-Terre et Petite-Terre, vivono in condizioni precarie, non hanno avuto dalla Francia i benefici e il tanto sperato progresso dopo che l’isola ha ottenuto lo statuto come Dipartimento francese nel 2011.
La popolazione residente legalmente è passata da 40 mila nel 1978 a quasi 290.000 mila. Cifra sicuramente sottostimata. Il 50 per cento della popolazione è straniera, il 95 per cento proviene dalle vicine Comore, il 30 per cento sono migranti “illegali” e molto spesso, grazie alle leggi sull’immigrazione francese, le autorità procedono al rimpatrio immediato.
Le autorità controllano il tratto di mare con pattugliatori e aerei per intercettare i kwassa-kwassa. E il ministro dell’Interno del governo di Parigi, Gérald Darmanin, in occasione della sua visita a Mayotte dello scorso dicembre, ha dichiarato di voler rafforzare la lotta contro l’immigrazione.
Anche le leggi più severe non riescono a bloccare le partenze dei disperati. Attualmente alcune zone del Madagascar sono colpite da una grave crisi alimentare, specie dopo il passaggio del ciclone Freddy.
Nel sud-est dello Stato insulare sono oltre 880mila le persone che necessitano di aiuti umanitari, tra loro almeno 80mila, nella regione di Vatovavy,la più colpita dal ciclone, hanno bisogno di assistenza immediata per i prossimi tre mesi.
Ma le Organizzazioni chiedono anche donazioni per aiutare le popolazioni del sud e del sud-est del Madagascar, colpite anch’esse dall’insicurezza alimentare.
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dal Corriere della Sera Massimo Nava
Parigi, 12 marzo 2023
Decisamente, il mese di febbraio è stato un mese di anniversari importanti. Non solo quello, appena ricordato, dell’invasione russa dell’Ucraina, ma anche di quello di vent’anni fa, in cui maturò la decisione degli Usa di invadere l’Iraq.
Storia e Memoria non si divertono con le coincidenze, ma le analisi dovrebbero tenerne conto.
La maggioranza dei Paesi rappresentati all’Onu ha condannato l’azione della Russia, ma allora l’Assemblea assistette a due drammatici interventi contrapposti.
Armi di distruzione di massa
Il 5 febbraio, il segretario di Stato Usa, Colin Powell, cercò di dimostrare che il dittatore Saddam Hussein fosse in possesso di armi di distruzione di massa e che pertanto andasse attaccato, con l’obiettivo di abbattere il regime e avviare un processo democratico.
Colin Powe durante il suo controverso discorso alle Nazioni Unite con cui tentò di dimostrare che Saddam Hussein era in possesso di armi di distruzione di mazza
Ma il ministro degli esteri francese, Dominique de Villepin, si oppose con fermezza, sostenendo la necessità di perseguire la via diplomatica e i controlli delle agenzie internazionali sugli arsenali dell’Iraq. Di fatto, si creò una spaccatura fra Francia e Stati Uniti, la cui onda lunga sarebbe arrivata in Europa e nel mondo arabo e africano. L’immagine dell’America fu offuscata.
La Storia darà ragione alla Francia. Non solo perché le accuse di Powell si dimostrarono false, come lui stesso ammise anni dopo, ma perché la guerra in Iraq avrebbe fatto a pezzi il diritto internazionale e innescato una drammatica instabilità in tutto il Medio Oriente, le cui conseguenze furono il Califfato dell’Isis, gli attentati di matrice islamica in Europa, la guerra in Siria. In Iraq, all’invasione e ai bombardamenti seguirono anni di attentati contro la popolazione civile e scontri fra le componenti religiose. In Afghanistan, cominciò un’altra operazione militare, fino all’ignominiosa riconquista da parte dei talebani.
Dominique de Villepin durante uno dei suoi interventi all’ONU
“In Iraq — disse de Villepin dopo il conflitto — non erano in gioco soltanto guerra e pace, ma anche le regole su cui deve essere fondato l’ordine internazionale. L’intervento preventivo non può essere una regola”. L’allora segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan definì l’intervento in Iraq con un solo aggettivo: “Illegale”.
Aggravare le divisioni
Come in una profezia, de Villepin aveva indicato il rischio di aggravare le divisioni tra società, culture e popoli, un terreno fertile per il terrorismo e l’instabilità internazionale. “La guerra è sempre la sanzione di un fallimento. (…) Parlo a nome di un vecchio Paese, la Francia, di un continente come il mio, l’Europa, che ha conosciuto guerre, occupazioni, barbarie…”. Ma furono parole al vento. Allora, come del resto oggi, la diplomazia fu messa tra parentesi, accantonata come un segno di debolezza o peggio di benevolenza verso il nemico. Salvo ritornare di moda in un deserto di lutti e macerie.
Colin Powell a un giornalista dell’Abc News ammise: “Naturalmente. È una macchia. Io sono colui che ha agito in nome degli Stati Uniti e questo sarà parte della mia storia. È stato doloroso”. Ma il 20 marzo, esattamente vent’anni fa, la guerra cominciò e l’Iraq fu invaso dalla cosiddetta “coalizione di volenterosi”, guidata da Stati Uniti e Gran Bretagna e sostenuta — ieri come oggi — dal più solerte alleato degli americani, la Polonia.
Non erano necessarie sfere di cristallo, rapporti dell’intelligence o profonda conoscenza dell’Iraq per prevedere che la guerra sarebbe stata breve e il dopoguerra infinito. Bastava ascoltare testimoni del tempo come il vecchio Amir, che citava Lawrence d’Arabia: “Quando si comincia una guerra da queste parti è come mangiare una zuppa con il coltello”; o guardare vecchie fotografie, come quella del 1917 (per chi ama le coincidenze, era sempre in marzo), che raccontavano l’invasione britannica. I soldati che entravano a Bagdad erano agli ordini del generale Stanley Maude che disse: “Non veniamo qui come nemici, né come conquistatori, ma come liberatori”. Seguirono rivolte e massacri.
Una bugia proclamata
I vecchi di Bagdad non potevano accertare l’esistenza delle armi di distruzione di massa, il pretesto della guerra, ma nemmeno immaginare che la tragedia del loro Paese sarebbe cominciata con una bugia proclamata nella massima istituzione internazionale.
La guerra divise l’Europa, dal momento che Francia e Germania si opposero all’intervento, mentre Gran Bretagna, Polonia e Italia sostennero la decisione americana. Anni dopo, anche il Parlamento di Londra mise sotto accusa il premier Tony Blair, confermando che l’intervento fu deciso sulla base di motivazioni false e non seriamente vagliate.
Tony Blair ammise, anche alla CNN, di aver provocato la guerra in base a informazioni false
La Francia, allora paladina del diritto internazionale e dell’opposizione alla guerra, cambiò tuttavia registro anni dopo: l’ex presidente Nicolas Sarkozy fu infatti il primo sostenitore del bombardamento della Libia per eliminare Gheddafi. Seguirono guerra civile, scontri tribali, ondate migratorie, instabilità endemica.
Pretesti e giustificazioni
Anniversari e ricorsi storici, oggi come ieri, rimandano al conflitto fra sovranità degli Stati e diritti dei popoli e delle minoranze. Conflitto che ha offerto negli ultimi vent’anni i più svariati pretesti e giustificazioni per interventi armati. Basti ricordare la legittima difesa e la lotta al terrorismo (Afghanistan), il dovere d’ingerenza (Bosnia, Kosovo), le armi di distruzione di massa e l’esportazione della democrazia (Iraq), la protezione di una minoranza (Libia).
Giustificazioni più o meno etiche, come il “bombardamento umanitario”, un ossimoro, o dettate da ambizioni e interessi strategici, che hanno contribuito a indebolire il sistema internazionale delle regole e a mortificare il ruolo delle Nazioni Unite, con il risultato che il vuoto di legalità è stato progressivamente riempito da altre logiche, da obiettivi politici e militari con pretesa di fondamento morale e ideologico e in sostanza dalla più ignobile delle leggi, quella del più forte, come nella martoriata Ucraina, vittima della legge di Putin.
Massimo Nava mnava@corriere.it
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Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
11 marzo 2023
Nonostante la diffusa commozione per il naufragio avvenuto sulla costa calabra con decine di vittime, difficilmente la politica italiana ed europea sull’immigrazione cambierà. Anzi. Il Consiglio dei Ministri riunitosi a Cutro è stato solo un fenomeno mediatico. Nel concreto, finora il governo ha promosso le espulsioni.
I relitti del barcone su cui erano imbarcati i migranti, naufragato nelle acque di Cutro
“Quante altre persone dovranno morire – ha affermato Eve Geddie, direttrice dell’Ufficio di Amnesty International presso le istituzioni europee – prima che i politici europei si rendano conto che bloccare le rotte sicure e legali e criminalizzare i soccorritori non impedisce ai migranti di intraprendere i viaggi, ma rende le traversate ancora più pericolose? Invece di rendere i confini europei ancora più inaccessibili respingendo le persone e criminalizzando i soccorritori delle Ong che provano a salvare vite in mare, i governi europei dovrebbero concentrarsi sul garantire passaggi sicuri alle persone migranti”.
La riunione dei ministri
E’ di pochi giorni fa una riunione dei Ministri dell’Interno di Italia, Malta, Cipro, Spagna e Grecia. Durante il meeting è stata confermata la linea del contrasto all’immigrazione clandestina, mediante il rafforzamento dei rimpatri e l’aumento della sorveglianza dei confini.
Non solo, anche il Consiglio europeo del 9 febbraio, si è espresso in tal senso: “L’Unione Europea rafforzerà – si legge nelle conclusioni dell’incontro – la sua azione tesa a prevenire le partenze irregolari e la perdita di vite umane, ridurre la pressione sulle frontiere dell’UE e sulle capacità di accoglienza, lottare contro i trafficanti e aumentare i rimpatri. A tal fine si intensificherà la cooperazione con i Paesi di origine e di transito attraverso partenariati reciprocamente vantaggiosi.”
Controllo delle frontiere
Il Consiglio, inoltre, “invita la Commissione a finanziare misure degli Stati membri che contribuiscono direttamente al controllo delle frontiere esterne dell’UE, quali i progetti pilota per la gestione delle frontiere, nonché al miglioramento del controllo delle frontiere nei Paesi chiave sulle rotte di transito verso l’Unione europea;”.
Febbraio 2023: L’Italia consegna un nuovo natante alla guardia costiera libica
In altre parole fondi europei andranno a rafforzare gli apparati di regimi repressivi, ad esempio la Guardia Costiera libica, che addirittura ha nei propri dirigenti persone ricercate dall”Interpol proprio per traffico di migranti!
Poche settimane fa l’Italia ha consegnato alla guardia costiera libica la prima di cinque motovedette, pagate con fondi europei e le altre quattro andranno a Tripoli nei prossimi mesi.
Politica di chiusura
Questa politica di chiusura è coerente con quanto attuato dai governi succedutisi negli ultimi anni, ad esempio il Partito Democratico ha votato con poche eccezioni il provvedimento che ha autorizzato le missioni in Libia, ivi compresa la formazione e la fornitura delle navi destinati alla guardia costiera.
Durante il governo Gentiloni, l’allora ministro degli Interni, Marco Minniti, ha stipulato il Memorandum d’intesa bilaterale Italia/Libia nel febbraio 2017. Secondo Amnesty International, oltre 82.000 persone intercettate in mare sono state riportate in Libia nei soli primi 5 anni di operatività del Memorandum stesso, grazie ai natanti forniti dal nostro Paese.
Anche il Movimento 5 Stelle, quando era al potere non ha fatto nulla per cambiare le cose. Durante il governo Conte -1 sono stati adottati i decreti Salvini. L’Esecutivo Meloni ha riproposto tali norme, con il decreto-legge n.1/2023 convertito in legge nonostante le numerose proteste, fra cui quelle della Commissaria per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatoviae.
Ostacolano ricerche e soccorso
Di fatto, secondo la signora Mijatoviae, queste regole potrebbero ostacolare le operazioni di ricerca e soccorso delle ONG e quindi in contrasto con gli obblighi dell’Italia ai sensi dei diritti umani e del diritto internazionale.
Ma il nostro governo non si ferma, del resto è noto che strumentalizzare il fenomeno fa guadagnare voti. Le forze politiche non si rendono conto, tuttavia, che i migranti non fuggono da ineluttabili calamità naturali, bensì dagli effetti del cambiamento climatico che nei Paesi africani sono tremendi; da guerre combattute per procura per garantire le indispensabili materie prime per il nostro assurdo stile di vita e da regimi corrotti al potere proprio per garantirci tutto ciò.
Sono di pochi giorni fa le dichiarazioni del presidente tunisino, Kaïs Saïed, contro i migranti subsahariani che hanno scatenato l’odio razziale. L’Italia, ha sostituito la dipendenza dal gas russo acquistandolo prima da Egitto, Libia, Congo, Emirati Arabi Uniti ed altri, regimi autoritari, rafforzati dagli investimenti miliardari dell’ENI, in controtendenza con gli obiettivi europei di riduzione dei combustibili fossili.
Si moltiplicheranno così i migranti ambientali, costretti a lasciare le proprie terre, ormai incoltivabili. Con Tripoli il Cane a sei zampe ha siglato, quest’anno, un accordo da otto miliardi di euro per lo sfruttamento del gas, l’intesa sostenuta politicamente dal governo, non prevede condizioni sul rispetto delle libertà fondamentali.
Situazione deprimente
Di fronte a una situazione così deprimente è importante il segnale lanciato dalla società civile, che proprio oggi, 11 marzo, ha manifestato nella spiaggia di Cutro, per esprimere indignazione per quanto accaduto, e ha espresso solidarietà alle famiglie delle vittime.
“Fermare la strage, subito! La strage di Cutro non è stato un incidente imprevedibile. È solo l’ultima di una lunghissima serie di tragedie che si potevano e si dovevano evitare”. E’ l’appello sottoscritto da numerose associazioni, fra cui Amnesty International e la CGIL.
Questa manifestazione è solo il primo importante appuntamento nazionale di un percorso di iniziative e mobilitazioni che le predette associazioni intendono organizzare. Di fronte all’irresponsabilità dei governanti c’è chi non si rassegna e non vuole perdere l’umanità.
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Sono stati liberati i 5 europei (due francesi, un belga, uno spagnolo e un italiano) fermati ieri nella Repubblica Centrafricana insieme a altri cinque, clienti e impiegati di un locale/albergo di Bangui. Lo ha reso noto il giornale online RFI Afrique poche ore fa.
Le dieci persone sono state arrestate all’alba di ieri nell’albergo-ristorante Le relais Des Chasses, ritrovo della capitale della Repubblica Centrafricana.
Due cittadini centrafricani e un ghaniano sono stati rilasciati poco dopo il loro arresto. Mentre i due francesi, uno dei quali un funzionario della FIFA, sono stati rimessi in libertà nel pomeriggio del 9 marzo.
Gli altri europei, tra loro, appunto anche un nostro concittadino, del quale non sono state rese note le generalità, sono stati interrogati a lungo dalla Direction de la Surveillance du Territoire (DST) di Bangui.
Non è emersa nessuna accusa nei confronti degli europei. Telefoni e computer sono stati restituiti ai legittimi proprietari.
Finora non sono state rilasciate comunicazioni ufficiali sull’operazione di polizia o sui motivi dell’irruzione nell’albergo dove stanno soggiornando gli europei.
Secondo fonti presenti sul luogo, i poliziotti dell’Office Central de Répression du Banditisme (OCRB) sono tutt’ora alla ricerca di prodotti altamente infiammabili o di altro materiale sospetto, ma non hanno trovato nulla del genere, né nelle camere, tantomeno nei locali del ristorante, locali perquisti nuovamente stamattina.
Degli europei si sa ben poco: uno tra loro è rappresentante della Federazione Internazionale di Calcio in missione di formazione, un altro volontario è di un’associazione di pensionati francesi che fornisce formazione tecnica, mentre un terzo è dirigente di un’azienda che si occupa di riparazioni stradali. Degli altri due non è trapelato proprio nulla finora.
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Dal Nostro Corrispondente Costantino Muscau
10 marzo 2023
Le colpe dei padri ricadono o no sui figli? La Bibbia su questo punto sembra ambigua e contradditoria. Per la Corte d’Appello di Parigi il dilemma non si pone: tale padre, tale figlio.
Lamine Diack, senegalese, capo dell’Atletica mondiale tra il 1999 e il 2015, e il suo erede, Papa Massata Diack, facevano parte della stessa Banana organization. Ovvero: quella rete corruttiva che, alimentata da bustarelle milionarie, nel 2011 ha nascosto i test degli atleti russi sospettati di essere dopati. E ha consentito loro, in questo modo, di prendere parte alle Olimpiadi di Londra nel 2012.
Papa Massata Diack, condannato a Parigi
Insomma, doping e corruzione. Secondo l’accusa il grande vecchio dell’atletica mondiale, nel frattempo passato a miglior vita (Lamine è morto nel dicembre 2021 a 88 anni) e suo figlio Papa, 57 anni, erano al cuore di questo colossale giro di tangenti per favorire l’atletica russa.
E per questo la Corte d’Appello di Parigi, ieri giovedì 9 marzo, ha confermato la condanna per corruzione a Papa Massata Diack: 5 anni di carcere (il padre ne aveva avuto 4 di cui 2 condonati) e divieto di ricoprire qualsiasi incarico legato al mondo dello sport per 10 anni. Papa era stato consulente marketing della Federazione internazionale di Atletica (IAAF, prima che questa diventasse World Athletics). Il Tribunale gli ha solamente ridotto la salatissima ammenda inflittagli in primo grado: da 1 milione di euro a 500 mila euro.
Lamina Diack, ex presidente della IAAK
L’imputato, dal Senegal, dove si era rifugiato sette anni fa all’inizio delle indagini, ha ribadito la sua totale estraneità ai fatti addebitatigli
Papa Massata, “Infatti, non ha potuto assistere alla sentenza, perché – ha dichiarato alla Reuters la sua avvocatessa Marie-Sophie Goldschmidt – si trova sotto controllo giudiziario nel suo Paese, da cui non può uscire. E comunque la sentenza è illogica e iniqua, sono stupefatta. Non è altro che un copia e incolla di quella di primo grado. Il mio cliente è stato condannato più per la sua assenza che non per i reati di cui è accusato”.
I giudici francesi hanno condannato a 3 anni con la condizionale e a 100 mila euro di ammenda, anche l’ex consigliere giuridico della IAAF, l’avvocato Habib Cissé, 52 anni, che ha ribadito la sua innocenza.
Secondo l’inchiesta, però, lo scandalo della Banana organization (come l’aveva definita Regis Bergonzi, l’avvocato della Federazione internazionale) ha mosso montagne di danaro. In cambio della sparizione delle liste degli atleti russi dopati, o dell’occultamento dei test, i padrini dell’atletica russa avrebbero rinnovato cospicui accordi pubblicitari milionari con l’IAAF.
Non solo: il figlio di Lamine Diack avrebbe “spostato” 15 milioni di euro grazie a società di copertura; e Habib Cissé (che dalla Corte d’Appello di Parigi è stato interdetto dalla professione di avvocato) avrebbe preso dai moscoviti quasi 3 milioni e mezzo di euro.
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A fine febbraio la polizia del Burundi ha fatto irruzione durante un seminario sull’imprenditoria giovanile, organizzato dall’associazione MUCO, impegnata nella lotta contro AIDS-HIV e ha arrestato 24 persone.
Oltre a alcuni membri dell’associazione, le forze dell’ordine hanno fermato anche diversi giovani, accusati di presunte “pratiche omosessuali”.
Burundi: arrestate 24 persone per presunte “pratiche omosessuali”
Dopo lunghi e estenuanti interrogatori, durati una decina di giorni, ora 17 uomini e 7 donne sono stati accusati di pratiche omosessuali e all’incitamento di quest’ultime. Dovranno restare in custodia cautelare fino al processo.
MUCO è regolarmente registrata in Burundi. Il seminario è stato cofinanziato dall’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID). Ma ciò non ha fermato i poliziotti e gli agenti dei servizi: hanno interrotto il seminario e perquisito la sede dell’associazione a Gitega. Lì hanno trovato droghe, preservativi e documentazione sui diritti degli omosessuali. I membri di MUCO hanno dichiarato che si tratta di materiale didattico per la lotta contro l’AIDS-HIV.
Sono stati i vicini a allertare le forze dell’ordine, preoccupati per l’andirivieni di ragazzi e ragazze, accusandoli per giunta di omosessualità.
Non c’è da meravigliarsi, visto che il presidente del Burundi, Évariste Ndayishimiye, ha apostrofato gli omosessuali come maledetti. In un recente discorso alla nazione, il capo di Stato, al potere dal 2020, si è espresso in questi termini: “Chiedo a tutti i burundesi di maledire coloro che si lasciano andare all’omosessualità perché Dio non può sopportarlo. Devono essere banditi, trattati come paria nel nostro Paese perché ci portano la maledizione”.
A tutt’oggi in Burundi è in vigore il codice penale promulgato nel 2009 dal defunto presidente Pierre Nkurunziza, che ha governato il Paese con il pugno di ferro. In base a tale legge i rapporti sessuali con una persona dello stesso sesso sono punibili da tre mesi a due anni di carcere.
Le cose non vanno meglio in Uganda, dove il Parlamento ha preso in esame un progetto di legge a dir poco draconiano, volto a criminalizzare chiunque si identifichi come LGBTQ+ e rischia fino a dieci anni di carcere.
Nella proposta è prevista anche una condanna per i proprietari che affittano case a persone gay. E la presidente della Camera, Annet Anita Among, membro del partito di maggioranza (NRM), ha persino usato un linguaggio omofobico rivolgendosi ai legislatori, dopo la presentazione della proposta di legge.
Il disegno di legge è stato promosso da Asuman Basalirwa, membro del partito all’opposizione. Finora non è chiaro se il presidente Yoweri Museveni e il Movimento di Resistenza Nazionale (NRM), che ha la maggioranza in Parlamento, sosteranno tale proposta.
E’ risaputo che Museveni è assolutamente contrario a persone LGBTQ+, ma va ricordato che nel 2014 la Corte costituzionale ha dovuto cancellare una legge anti-gay “per vizio di forma”. Allora, appena varata la severa legge, aveva suscitato scalpore nel mondo intero. Alcuni Paesi occidentali, tra cui Olanda, Danimarca, Norvegia e Svezia avevano drasticamente ridotto gli aiuti economici all’Uganda e anche la Banca mondiale ha rinviato a tempo imprecisato l’erogazione di un importante prestito.
E solo pochi giorni fa la first lady del Kenya, Rachel Ruto ha proclamato una preghiera nazionale contro l’omosessualità nel Paese. La Ruto ritiene che tale pratica rappresenti una minaccia per l’istituzione della famiglia.
Nell’Africa dell’est, come in molti altri Paesi del continente, le persone LGBTQ sono discriminate da società conservatrici, sia a maggioranza cristiana che musulmana, dove l’omosessualità è ancora un tabù.
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