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Corte costituzionale ugandese respinge la richiesta di annullare la più repressiva legge al mondo contro l’omosessualità

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
4 marzo 2023

La Corte costituzionale ugandese ha respinto la richiesta di annullare o di sospendere la draconiana legge anti LGBTQ (acronimo per persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer), considerata una delle più repressive al mondo.

Corte costituzionale ugandese

Battezzata “legge anti-omosessualità 2023”, prevede pene durissime per le persone che hanno rapporti omosessuali e “promuovono” l’omosessualità. Il reato di “omosessualità aggravata” prevede la pena di morte, sentenza che in Uganda non viene però applicata da anni.

La legge è stata approvata nel marzo 2023, poi ripresentata all’inizio di maggio dopo la richiesta del presidente Yoweri Museveni di attenuare alcune parti della prima stesura. Infine è stato praticamente adottato il testo originale senza cambiamenti sensibili. Il capo di Stato a poi promulgato l’atto a fine maggio, fatto che ha scatenato l’indignazione dei Paesi occidentali, delle istituzioni internazionali (ONU, Banca Mondiale) e delle ONG, che ne hanno chiesto l’abrogazione. Gli Stati Uniti hanno imposto anche sanzioni contro il Paese.

In seguito, alcuni attivisti per la protezione dei diritti umani, due professori di diritto dell’università di Makerere, a Kampala, e due parlamentari del partito al potere, National Resistance Movement (NRM), hanno proposto un ricorso alla Corte costituzionale per l’abrogazione della legge anti- omosessualità 2023.

I magistrati della Corte suprema hanno respinto il ricorso. “Ci rifiutiamo di annullare la legge anti-omosessualità 2023 nel suo insieme, né concediamo quindi la sospensione della sua applicazione”, ha dichiarato il giudice Richard Buteera, leggendo la sentenza a nome dei suoi quattro colleghi.

I giudici hanno tuttavia stralciato alcune disposizioni ritenute incompatibili con le convenzioni internazionali, come la punizione dell’omessa denuncia di atti omosessuali.

La nuova legge è ampiamente sostenuta in Uganda, un Paese a maggioranza cristiana conservatrice. E Anita Among, presidente del Parlamento ha definito la sentenza di ieri un “grande successo, che dimostra che tutti i rami del governo – Parlamento, esecutivo e giudiziario –  hanno un obiettivo comune: proteggere l’Uganda da qualsiasi influenza straniera negativa”.

Le severe leggi contro gli omosessuali ancora in vigore in molti Paesi africani, risalgono all’era coloniale. Dai rapporti dei primi missionari approdati in Africa, si apprende che le popolazioni locali erano dedite ad attività sessuali del tutto libere e spregiudicate. Usi e costumi che avevano imbarazzato fortemente il perbenismo europeo.

E proprio con l’ingresso delle religioni cristiane, insieme all’esasperato bigottismo vittoriano, che in Africa che nacque una profonda repulsione per l’omosessualità.

L’Uganda, come molti Paesi africani, ha ereditato dalla potenza coloniale che la governava, il Regno Unito, parecchie norme tra cui quella che punisce l’omosessualità, anche tra persone adulte e consenzienti, come un qualunque reato.

Ancora oggi lo scottante argomento divide la Chiesa anglicana e quella ugandese ha interrotto da anni i rapporti con le consorelle americana e canadese, perché avrebbero violato il patto stipulato durante la conferenza di Lambeth nel 1998, secondo cui: “La Chiesa non può benedire o legittimare unioni di persone dello stesso sesso”.

Intanto però la sentenza emessa dalla Corte Costituzionale è stata fortemente criticata da parte delle Organizzazioni per i diritti umani e anche l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Volker Türk, ha nuovamente invitato il governo ugandese ad “abrogare in toto” tale legge, che l’anno scorso aveva definito “probabilmente la peggiore del suo genere nel mondo intero”.

E in un messaggio su X (ex Twitter), anche David Cameron, segretario di Stato del Regno Unito per gli Esteri, ha espresso il suo rammarico.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes

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Dossier Gaza/4a – Israele finanzia la guerra con le miniere del Congo in mano a un sionista, protetto da Netanyahu

Africa ExPress
Kinshasa, aprile 2024

Le ricchezze del sottosuolo della Repubblica Democratica del Congo attraggono molti investitori, pronti a sfruttare le risorse, devastare le bellezze naturali e lasciare nella miseria gran parte della popolazione.

Dan Gertler, multimiliardario israeliano

Uno dei tanti avidi magnati pronti a tutto, è il controverso uomo d’affari israeliano nel settore delle risorse naturali, Dan Gertler, oggi 51enne, apparso nel mercato congolese per la prima volta nel 1997.

Ancora oggi il miliardario è al centro dell’attenzione per le sue molteplici attività poco trasparenti. Nel 2017 l’uomo d’affari israeliano e le sue società vengono sanzionate dal dipartimento del Tesoro americano per corruzione ad alto livello nel Congo-K, in base  al Magnitsky Act (prende il nome dal legale russo anticorruzione Sergei Magnitsky) approvato del Congresso nel 2012.

La norma prevede sanzioni individuali consistenti, in particolare, il congelamento dei beni e il rifiuto del rilascio del visto d’entrata negli Stati Uniti. Nel 2016 la legge viene ampliata con il Global Magnitsky Human Rights Accountability Act, che permette al Governo degli Stati Uniti di sanzionare individui responsabili di gravi violazioni dei diritti umani e atti di corruzione ovunque commessi. Secondo i documenti del Tesoro USA, “si stima che la RDC abbia perso più di 1,36 miliardi di dollari” a causa degli “affari opachi e corrotti” di Gertler.

Ma nel gennaio 2021, durante l’ultima settimana dell’amministrazione Trump, le sanzioni contro il magnate minerario israeliano imposte per presunta corruzione, vengono alleggerite.

All’inizio di marzo dello stesso anno, il Tesoro, sotto il governo Biden, dietro richiesta di diverse organizzazioni (congolesi e internazionali) per la difesa dei diritti umani, annulla l’attenuazione delle sanzioni con la seguente dichiarazione: “L’abrogazione del provvedimento nei confronti di Gertler era incoerente con i forti interessi di politica estera americana nella lotta contro la corruzione nel mondo”, in particolare nella Repubblica Democratica del Congo.

Secondo quanto riportato da Martin Plaut, giornalista ex della BBC, in un suo articolo del 2022, Gertler sarebbe stato aiutato da alcuni degli uomini più potenti del governo di Israele, guidato da Binyamin Netanyahu (2009-2021). La notizia, diffusa da emittenti pubbliche israeliane, nonché dal quotidiano Haaretz, racconta che Yossi Cohen, allora direttore del Mossad, l’agenzia israeliana di spionaggio estero, si è recato tre volte in Congo nel 2019 per intercedere a favore di Gertler presso il presidente Joseph Kabila e il suo successore, Felix Tshisekedi. Gertler ha negato strenuamente di aver commesso qualsiasi illecito, sottolineando di non essere mai stato accusato in nessun tribunale del mondo.

Per capire come Gertler sia riuscito nei suoi intenti, bisogna ritornare indietro nel tempo. Amico di vecchia data dell’ex presidente Joseph Kabila, Gertler è stato più volte accusato di usare i suoi legami per ottenere concessioni minerarie. Gertler, che lo chiama “mon frère” (mio fratello, ndr) è stato uno dei pochi stranieri ad essere invitato al suo matrimonio nel 2009.

Dan Gertler al matrimonio di Jospeh Kabila, ex presidente del Congo-K

Allora, con la Fleurette Group, la sua holding d’investimento in RDC, Gertler controllava diverse concessioni minerarie nel Paese africano e la rivista Forbes lo aveva definito come “Il volto emergente del capitalismo irresponsabile in Africa”.

Nel 1997, la Repubblica Democratica del Congo (all’epoca si chiamava Zaire) era governata  dall’ex dittaore Mobutu Sese Seko, poi cacciato dal leader ribelle, Laurent Désiré Kabila, padre di Joseph. Ma per mettere in atto l’assalto alla capitale Kinshasa, Kabila aveva bisogno di soldi. Di molti soldi. E il giovane Gertler, nipote di Moshe Schnitzer, primo presidente e cofondatore della Borsa dei Diamanti di Israele, riesce a fornirgli 20 milioni di dollari. Una volta salito al potere, il giovane uomo d’affari israeliano sfrutta le sue relazioni con il neo presidente, ottenendo da lui diritti di estrazione mineraria a prezzi preferenziali. In cambio Gertler si impegna a garantire sostegno da parte dei Paesi occidentali al regime di Kabila.

Sito minerario in Congo-K

Dopo l’assassinio di Laurent Désiré Kabila nel 2001, sale al potere il figlio Joseph. E ancora una volta Gertler approfitta dell’inesperienza in campo politico del nuovo leader, allora appena trentenne, per consolidare i propri interessi. Durante il lungo periodo della presidenza di Kabila, Gertler ottiene importanti e sospetti contratti per l’esportazione di diamanti, oro, petrolio, cobalto e altri metalli preziosi.

Africa ExPress
(1 -continua)
X: @africexp
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Dossier Gaza/1 – La guerra si combatte tra tanta propaganda e poca informazione

Dossier Gaza/2 – La montatura mediatica degli stupri di Hamas nei kibutz ha giustificato 30 mila morti

La Striscia è preclusa ai media internazionali per ragioni di sicurezza. Da ottobre è entrata clandestinamente solo per alcune ore, una giornalista della CNN. Altri reporter sono entrati embedded, cioè al seguito e scortati dalle truppe israeliane.

Dossier Gaza/2 – La montatura mediatica degli stupri di Hamas nei kibutz ha giustificato 30 mila morti

Dossier Gaza/3a – “Tra incudine e martello”: la storia del racconto del New York Times sugli stupri di massa

Dossier Gaza/3b – “Tra incudine e martello”. Le news inaccurate nell’articolo del NYT sugli stupri di massa

Dossier Gaza/3c – “Tra incudine e martello”. Le notizie smentite dell’articolo del NYT sugli stupri di massa

Dossier Gaza/3d – “Tra incudine e martello”. Incongruenze e contraddizioni di testimone citato dal New York Times

Dossier Gaza/3e – “Tra incudine e martello”. Le pressioni israeliane sugli autori dell’articolo del New York Times

Senegal: la vittoria di Bassirou Diomaye Faye scuote la regione

Africa ExPress ha un accordo con Africa Confidential,
prestigiosa rivista edita a Londra dal 1960, e con il suo direttore
Patrick Smith e pubblica di tanto in tanto i suoi articoli.

EDITORIALE
Africa Confidential
Dakar, 1° aprile 2024

L’articolo originale si trova qui:
https://www.africa-confidential.com/article/id/14900/Faye%27s_victory_shakes_up_the_region

Mentre arrivavano i risultati dettagliati da tutto il Paese, Amadou Ba, ex primo ministro e portabandiera dell’alleanza di governo Benno Bokk Yaakaar (BBY), poteva trarre una sola conclusione. Nel pomeriggio del 25 marzo, a meno di 24 ore dalla chiusura delle urne, era chiaro che era stato decisamente sconfitto da Bassirou Diomaye Faye dell’opposizione radicale Patriotes africains du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité (Pastef).

Si tratta in ogni caso di un terremoto politico. Un uomo che è stato in carcere fino a 10 giorni prima del voto e che non aveva mai ottenuto una carica elettiva, non riuscendo nemmeno a conquistare un seggio nel consiglio comunale della sua regione due anni prima, è stato eletto capo di Stato con il 53,91% al primo scrutinio.

Il risultato si farà sentire in tutta l’Africa occidentale e nelle nazioni francofone del continente. Il disincanto nei confronti della vecchia classe politica si è fatto sentire, e i putsch militari saheliani hanno sfruttato queste frustrazioni.

Ora i senegalesi hanno dimostrato che i cittadini possono usare le urne per rimuovere un’amministrazione screditata. Lo hanno fatto in un processo pacifico e trasparente, protetto dalla legge e dalle istituzioni statali. Questo potrebbe dare una spinta alla politica: come le elezioni si può cambiare.

Giubilo dei senegalesi in piazza

Ciò è inquietante per le giunte militari di Mali, Burkina Faso, Niger, Guinea e Gabon. Dovrebbe anche preoccupare i governanti civili che hanno manipolato le regole elettorali e costituzionali per emarginare o escludere gli oppositori, rafforzando la loro presa sul potere.

Il Senegal è un Paese influente. Queste elezioni potrebbero aiutare la Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas), che sta lottando per ripristinare la fiducia nella politica costituzionale multipartitica e contrastare la deriva verso un altro ciclo di colpi di stato militari.

A doppio taglio

Ma pone anche questioni scomode per i leader dell’establishment come Alassane Ouattara in Costa d’Avorio o il nigeriano Bola Ahmed Tinubu: entrambi hanno visto le loro vittorie elettorali, nel 2020 e nel 2023, impantanate in polemiche.

Probabilmente cercheranno di attirare Faye nel cuore del club regionale. Ma lui vorrà mantenere un profilo distintivo, per proteggere la propria base politica e la propria credibilità.

Sostenitori del neopresidente Bassirou Diomaye Faye festeggiano la vittoria aDakar, Senegal la sera el 24 marzo (REUTERS/Zohra Bensemra)

Il profilo radicale di Faye e la sua potenziale popolarità tra i giovani dell’Africa occidentale potrebbero fornire un utile sostegno agli sforzi dell’inviato speciale delle Nazioni Unite nella regione, Leonardo Simão, per ammorbidire l’ostilità delle giunte saheliane nei confronti dei leader dell’Ecowas. Potrebbe aiutarlo a convincerli a ripensare al loro ritiro dal blocco.

Per i Paesi esterni alla regione, la vittoria di Faye è a doppio taglio. Sebbene l’emancipazione dalle pretese di dominio francese sul Senegal sia stato un elemento di spicco della proposta del leader del Pastef Ousmane Sonko, negli ultimi tre anni, entrambe le parti si sono preparate a questo momento.

Mesi fa, la Francia ha inviato in Senegal funzionari di alto livello per incontrare privatamente Sonko e rassicurarlo che avrebbe lavorato con chiunque i senegalesi avessero scelto come presidente. Le congratulazioni del 25 marzo di Emmanuel Macron a Faye, annunciate su X (ex Twitter), non sono state una sorpresa.

Il presidente uscente Macky Sall è stato uno stretto alleato di Parigi. Ma i funzionari di Macron erano allarmati dall’accelerazione della crisi sotto il governo di Sall. Macron aveva lavorato duramente per convincerlo a dimettersi. La successione di un Ba eletto con soddisfazione avrebbe perpetuato l’atmosfera cupa e il suo risentimento nei confronti dell’ex potenza coloniale. I funzionari di Parigi potrebbero sentirsi quindi tranquillamente sollevati dalla vittoria di Faye.

Ma il tono e l’intonazione dei suoi messaggio saranno importanti. Intervistato la scorsa settimana, Faye ha tenuto a sottolineare l’importanza del rispetto reciproco nelle relazioni bilaterali, sia con la Francia che con gli Stati Uniti o altri Paesi.

Nel 2012, fu il ballottaggio a consegnare la vittoria a Macky Sall, anche se all’epoca era l’eroe popolare che sfidava l’anziano presidente Abdoulaye Wade, che aveva convinto il Consiglio costituzionale a permettergli di chiedere un terzo mandato.

Questa volta, però, la macchina del Pastef, sebbene privata dello status formale di partito dalle autorità e in mezzo a un campo di 19 candidati – anche se alla fine due nomi minori si sono ritirati – è riuscita a superare facilmente il 36,02% di Ba.

In Senegal i voti vengono scrutinati pubblicamente nei singoli seggi elettorali non appena le urne chiudono alle 18.00, con i risultati locali riportati in diretta dai media. A metà tarda serata del 24 marzo, molto prima che potessero emergere i dati ufficiali provvisori, il campo del Ba ammetteva che Faye aveva vinto.

E alle 15.15 del giorno successivo, le loro speranze che i forti risultati tardivi provenienti dalle roccaforti settentrionali del governo potessero costringere la gara a un secondo scrutinio si erano infrante – e così Ba ha fatto la telefonata di concessione.

 

Fino a quel momento, la maggior parte delle persone si aspettava che la competizione sarebbe andata al ballottaggio. C’erano così tanti candidati, tra cui nomi importanti come Aliou Mamadou Dia, dell’islamista Parti de l’unité et du rassemblement (PUR), l’ex sindaco di Dakar, Khalifa Sall, e il capo del partito Rewmi, Idrissa Seck, che si era classificato secondo nel 2019 con il 20,51%.

Ma tutti questi, e altri, sono stati emarginati dalla lotta tra Faye, l’emblema del cambiamento, e Ba, il volto dello status quo. Dia (2,51%) e Sall (1,55%) sono stati gli unici altri candidati a raggiungere l’1%.

Faye deve la sua impressionante vittoria in parte alla popolarità e al fascino giovanile di Sonko, di cui era il candidato sostituto, e all’abilità del movimento nel condurre la campagna elettorale.

Quando a metà del 2023 è diventato chiaro che Sonko rischiava il carcere e l’esclusione dalle elezioni, a causa delle sue condanne per diffamazione e corruzione della morale giovanile, il team ha filmato di nascosto il suo video di sostegno a Faye, pronto per essere pubblicato a sorpresa negli ultimi mesi prima del voto. Lo slogan del loro manifesto elettorale era ancora più diretto: “Diomaye moy Sonko” (“Diomaye è Sonko”).

Impopolare

Altrettanto importante è stata l’entità della rabbia dei cittadini senegalesi per il modo in cui Macky Sall stava erodendo i valori democratici e le libertà civili del Paese e presiedeva alla politicizzazione del sistema giudiziario. Ciò è stato esemplificato dalla discutibile pena detentiva di Sonko per aver diffamato un ministro e, in precedenza, dalla condanna a sei anni inflitta a Khalifa Sall per abuso politico di fondi comunali per impedirgli di sfidare Macky alle presidenziali del 2019.

La morte di almeno 60 manifestanti in scontri in strada con le forze di sicurezza e l’incarcerazione di centinaia di persone, per lo più giovani, a causa di proteste di piazza o anche di post su Facebook, hanno approfondito il disincanto nei confronti di Macky Sall anche tra molti esponenti della classe media urbana che stavano beneficiando maggiormente della crescita economica (Africa Confidential Vol. 65 n. 4, Fury as Sall’s vote delay scatenate mayhem).

La corruzione è stata un’altra fonte di rimostranza. Ha provocato un profondo risentimento la nomina da parte del presidente di suo fratello Aliou – accusato di aver fatto affari con il petrolio – a capo di un fondo di investimento statale (Africa Confidential Vol. 63 n. 11, Macky Sall affronta la maledizione del terzo mandato). Ma è stata forse l’ambizione di Macky di candidarsi per un terzo mandato a portare la situazione al punto di ebollizione.

La dichiarazione del capo di Stato dello scorso luglio di non volere un ulteriore sua elezione ha abbassato la temperatura. Poi la sfiducia e la furia del popolo sono aumentate il 3 febbraio, quando Macky ha annunciato unilateralmente il rinvio delle elezioni presidenziali, con i suoi sostenitori parlamentari che hanno tentato di fissarle a dicembre.

Il Consiglio costituzionale ha bloccato questa manovra. Ma questo non ha placato la rabbia nei confronti di Macky Sall. E Ba, il candidato da lui scelto, ne ha pagato il prezzo.

Sebbene Ba abbia ottenuto risultati rispettabili quasi ovunque, le sue aree di maggior forza erano nel nord-est, scarsamente popolato. È stato decisamente superato da Faye nel popoloso agglomerato urbano di Dakar e in molte altre concentrazioni urbane chiave, tra cui Thiès, Ziguinchor e la città santa di Touba, sede della confraternita religiosa dei Mouride.

L’appoggio all’ultimo minuto di Faye da parte dell’ex presidente Abdoulaye Wade, un Mouride, e di suo figlio Karim – squalificato dalle elezioni – ha probabilmente contribuito al risultato di Touba. E questo potrebbe avere conseguenze in futuro.

L’ex presidente del Senegal Wade con il direttore di Africa Express, Massimo Alberizzi

Mentre Faye e Sonko riflettono sulle nomine della nuova squadra di governo, sanno che potrebbe essere stato il sostegno dei Wade e del loro Parti démocratique sénégalais (PDS) a portare Faye alla vittoria al primo turno.

Al contrario, non devono nulla ai molti candidati seri ma minori che avrebbero potuto sperare di ottenere un posto da ministro se ci fosse stato un secondo turno.

Faye vorrà rassicurare e dimostrare rapidamente la propria competenza. Il nervosismo finanziario o la mancanza di fiducia delle imprese ostacolerebbero lo sforzo del governo di rilanciare la crescita e ridurre la disoccupazione. Gli scarsi standard di governance metterebbero a rischio il recente sostegno degli elettori di centro.

Un momento della campagna elettorale

Sembra quindi probabile la nomina di alcuni ex ministri e altre figure pubbliche di tutto rispetto: forse l’ex premier Aminata Touré – che ha sostenuto Sonko negli ultimi 18 mesi – o Thierno Alassane Sall, parlamentare noto per il suo impegno a favore del rigore finanziario e della trasparenza.

Faye avrà anche bisogno di una maggioranza legislativa nell’Assemblea nazionale, che conta 165 seggi. Attualmente, l’alleanza Yewwi Askan Wi ha solo 56 seggi. Anche se riuscirà a ripristinare la più ampia ma effimera partnership precedente con i 24 sostenitori di Wade e a ottenere il sostegno dei due veri indipendenti, non riuscirà a raggiungere la maggioranza.

Potrebbe sperare di tentare alcuni membri dell’alleanza BBY di Macky Sall, ormai demoralizzata. Questo potrebbe essere un motivo per nominare uno o due membri dissidenti dell’amministrazione uscente, come Aly Ngouille Ndiaye.

Un’altra opzione sarebbe quella di indire elezioni legislative anticipate nel corso dell’anno. Ciò consentirebbe alla squadra di Faye-Sonko di capitalizzare la vittoria e la conseguente luna di miele politica. Data l’ampiezza del compito che li attende, queste condizioni non dureranno a lungo.

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Approfondimento
Diomaye Faye: dalla prigione al palazzo

La vittoria alle elezioni del 24 marzo di Bassirou Diomaye Faye, candidato alla presidenza del Patriotes africains du Sénégal pour le travail, l’éthique et la fraternité (Pastef) – ufficialmente sciolto come partito dalle autorità ma, in realtà, molto vivo – è ampiamente vista come un trionfo per il suo mentore politico Ousmane Sonko.

Sin dal forte terzo posto di Sonko alle elezioni presidenziali del 2019, l’attivista anti-corruzione era stato considerato la minaccia più potente alle speranze di Macky Sall di ottenere un terzo mandato. Quando il Senegal è entrato nella fase finale di avvicinamento alla gara riprogrammata, è stata la personalità di Faye, più equilibrata e tranquilla, a emergere. Il suo volto è apparso sulla maggior parte dei manifesti elettorali.

Faye e Sonko sono stretti alleati. Dopo il rilascio di Faye dalla prigione di Cap Manuel, a sud di Dakar, la folla che lo accoglieva nella capitale scandiva: Diomaye moy Sonko, Sonko moy Diomoye (“Diomaye è Sonko, Sonko è Diomoye”, in wolof). I due uomini erano colleghi all’Impôts et Domaines (l’ispettorato fiscale nazionale) di Dakar. Quando sono entrati a farne parte, era diretto da Amadou Ba, il principale rivale di Faye alle elezioni del 24 marzo. Alcuni dakariani sostengono che l’eccellente curriculum lavorativo di Faye all’interno dell’autorità fiscale abbia reso Ba riluttante ad attaccarlo durante la campagna elettorale.

Quando Sonko e Faye hanno fondato il Pastef nel 2014, è stato Faye a generare le idee e le politiche per il movimento nascente. I due hanno uno stile diverso e, come ha dimostrato l’ultimo anno, hanno forze politiche diverse.

Sonko, rapido nel trovare slogan e impulsivo nelle sue azioni, ha un tocco popolare che ha ispirato centinaia di migliaia di giovani senegalesi. L’anno scorso, dopo settimane di proteste di piazza e di speculazioni sulle sue battaglie in tribunale, la sua immagine di ragazzo su tutti i manifesti, sembrava aver acquisito un’aura quasi religiosa.

Eppure, molti senegalesi si sono chiesti cosa avesse potuto indurre un personaggio pubblico con ambizioni presidenziali a rischiare di visitare un centro massaggi durante il blocco di Covid, l’avventura del febbraio 2021 culminata con la condanna di Sonko l’anno scorso per “corruzione della morale giovanile”.

È stato allora che Faye, il fidato collega di retrobottega, ha assunto il ruolo di segretario generale del partito e ha tenuto la macchina in moto.

Le loro tattiche politiche erano evidenti in un’abile operazione mediatica che rimaneva in stretto contatto con i giornalisti, anche stranieri, e continuava a organizzare briefing e messaggi per la stampa anche quando sia Faye che Sonko erano in carcere.

Ousmane Sonko

La disciplina organizzativa di Faye si rifletteva anche nel programma politico dettagliato e ponderato del Pastef. Ha svolto un ruolo chiave nel tessere l’alleanza Yewwi Askan Wi con Khalifa Sall, l’ex sindaco di Dakar, che ha conquistato la maggior parte delle principali città e cittadine del Senegal nelle elezioni comunali del gennaio 2022 e ha ottenuto 56 seggi nelle elezioni parlamentari del luglio dello stesso anno.

Questa calma attenzione alla strategia politica e ai risultati suggerisce che Faye porterà in ufficio alcune delle competenze di cui avrà bisogno al governo. Le differenze rispetto a Sonko non devono essere sopravvalutate. I due uomini – di età simile, con Faye che ha compiuto 44 anni il 25 marzo – sono sempre stati vicini. Faye ha chiamato uno dei suoi figli Ousmane.

Uno dei poster che invitavano a votare Ba, in candidato del partito al potere

Entrambi sono stati attivi nel sindacato dei servizi fiscali, Syndicat autonome des agents des Impôts et domaines, un’altra base politica fondamentale. Sonko ha radici familiari in Casamance, nel sud; Faye è di Ndiaganiao, vicino a Mbour, a sole due ore di macchina a sud di Dakar. Inoltre, è meno abile nelle campagne politiche e non è un oratore istintivo come Sonko. Faye non è riuscito a conquistare un seggio comunale nella sua zona d’origine nemmeno con il trionfo dello Yewwi nel 2022. Ha tenuto fuori dal dibattito la sua visione personale della società senegalese.

Musulmano convinto e conservatore, ha due mogli. Questo ha attirato l’attenzione dei media stranieri, anche se non è insolito in Senegal
. La seconda moglie di Faye, Absa, è musulmana; la
prima moglie, Marie Khone, madre dei suoi quattro figli, è cristiana.

In un’intervista pre-elettorale a Le Monde – giornale scelto per far arrivare il suo messaggio ai politici di Parigi – Faye ha dichiarato che la sua fede è una questione personale, osservando che “il Senegal rimane un Paese democratico, una repubblica che ha scelto la laicità, sancita dalla Costituzione”.

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L’Italia non vuol ritirare il contingente militare dal Niger e manda il capo degli 007 a trattare con i golpisti

Africa ExPress
31 marzo 2024

Il presidente del regime militare di transizione del Niger, Abdourahmane Tchiani, ha ricevuto giovedì scorso Giovanni Caravelli, direttore dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna (AISE).

Il leader della giunta militare di transizione del Niger Tchiani, a colloquio con Caravelli, direttore dell’AISE,

Secondo quanto riportato dall’Agenzia di stampa nigerina: “Caravelli ha portato un messaggio di solidarietà da parte del presidente del Consiglio dei ministri italiano, Giorgia Meloni, confermando la volontà di voler rafforzare la cooperazione tra i due Paesi”. Nel comunicato viene sottolineato che l’Italia è l’unico Paese europeo ad aver proseguito normalmente e senza interruzioni la cooperazione con il Niger dopo il colpo di Stato del 26 luglio 2023.

Tchiani ha elogiato la professionalità e il comportamento dei militari italiani durante l’addestramento delle forze armate nigerine. Ricordiamo che l’Italia è presente nel Paese con 250 uomini nell’ambito della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (MISIN).

L’arrivo dello 007 italiano è stato preceduto da una visita congiunta di Difesa e Esteri. L’8 marzo scorso Francesco Paolo Figliuolo, Comandante Operativo di Vertice Interforze (COVI) e l’Ambasciatore Riccardo Guariglia sono stati ricevuti dai vertici delle autorità militari di transizione a Niamey, al potere dopo il golpe. Il presidente Mohamed Bazoum, spodestato dopo il putsch, si trova a tutt’oggi ancora agli arresti domiciliari.

I militari italiani sono gli unici europei rimasti nel Paese dopo il colpo di Stato. Le truppe francesi sono state messe alla porta dall’attuale governo. Gli ultimi soldati hanno lasciato il Niger a dicembre.

E solo due settimane fa Niamey ha dato il ben servito anche agli americani, revocando con effetto immediato la cooperazione militare stipulata nel 2012. Questa settimana il ministro degli Interni nigerino Toumba ha incontrato Kathleen FitzGibbon, ambasciatore statunitense accreditato nel Paese. Nelle prossime settimane Washington presenterà alle autorità di Niamey un piano per il ritiro delle proprie truppe dal Paese dalla base aerea 201 di Agadez.

Niger,Agadez: Air Base 201

Il Niger ha messo fine alla cooperazione militare con gli USA subito dopo la partenza di una delegazione di Washington, capeggiata da Molly Phee, Assistente del Segretario di Stato per gli Affari Africani. Gli alti funzionari, tra loro anche il comandante di AFRICOM (comando a capo delle operazioni americane in Africa), Michael Langley e Celeste Wallander, alto funzionario del Pentagono, erano stati ricevuti dal primo ministro del governo del nigerino, Ali Mahamane Lamime Zeine. Durante i colloqui gli americani avevano fatto presente la preoccupazione dell’amministrazione Biden per i crescenti legami del Paese con Russia e Iran.

Come le giunte golpiste dei vicini Mali e Burkina Faso, anche il Niger ha rafforzato i legami militari con la Russia.

Funzionari di alto livello della Difesa di Mosca, tra questi anche il viceministro Yunus-bek Yevkurov, recentemente hanno incontrato in Niger il leader della giunta militare. Mentre all’inizio dell’anno il premier nigerino era volato a Mosca. E proprio pochi giorni fa, Tchiani ha avuto un lungo colloquio telefonico con Vladimir Putin, conversazione alla quale hanno assistito diversi ministri della giunta militare.

In un breve comunicato il Cremlino ha poi sottolineato che le parti sono disponibili ad attivare un dialogo politico e a sviluppare progetti di cooperazione in svariati campi. I due leader hanno anche parlato del problema sicurezza nel Sahel, della necessità di coordinare le azioni volte a combattere il terrorismo.

A gennaio Lamine Zeine, accompagnato dai ministri della Difesa, del Petrolio e del Commercio, dopo una tappa a Mosca, è volato anche in Turchia e Serbia e infine in Iran, dove è stato ricevuto dal vicepresidente Mohammad Mokhber. Il governo di Niamey ha comunque respinto le affermazioni della delegazione di Washington, secondo cui “avrebbe firmato un accordo segreto sull’uranio con la Repubblica Islamica dell’Iran”.

Sorgono legittimi i dubbi che dietro l’intenzione italiana di mantenere una presenza militare in Niger ci sia lo zampino della Francia, degli Stati Uniti e forse anche dell’Unione Europea. Non ci si dovrebbe stupire se si scoprisse che il tentativo italiano di restare è stato coordinato con gli alleati.

Sta di fatto che se la missione italiana restasse davvero in Niger, rappresenterebbe l’ultimo avamposto della NATO nel Paese. Situazione di non facile gestione non appena arriveranno i militari di Mosca per dare supporto alle forze armate di Niamey nella lotta contro i terroristi e per stabilizzare il potere dei golpisti.

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La giunta golpista del Niger dà il benservito agli americani: revoca della cooperazione militare

ACCORDO DI COOPERAZIONE IN MATERIA DI DIFESA TRA IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA ITALIANA E IL GOVERNO DELLA REPUBBLICA DEL NIGER

Il criminologo Musacchio: “Il nazionalismo sionista ha portato la guerra a Gaza”

Speciale per Africa ExPress
Valentina Vergani Gavoni
29 marzo 2024

Formalmente non possiamo ancora definire “genocidio” la politica colonialista in Palestina. I delitti commessi da Israele in 76 anni però definiscono la sua identità di Stato sovrano. L’impunità – fondata su consenso – è garantita dall’appropriazione dei simboli identitari ebraici che riproducono un albero genealogico storico, politico e culturale. “Ci sono molte assonanze con il classico metodo mafioso –  afferma Vincenzo Musacchio, criminologo forense associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (Stati Uniti) -. È palese la forza d’intimidazione del vincolo associativo tra i due blocchi. Altrettanto è la condizione di assoggettamento, connivenza e omertà che da esso deriva”, aggiunge.

Rabbi Yisroel Dovid Weiss

“È peggio della mafia – attacca Rabbi Dovid Weiss, leader del gruppo ebraico ortodosso Neturei Karta –. È un’entità criminale. Palestinesi ed ebrei sono vittime dello stesso oppressore”. Parlare di mafia (intesa come organizzazione) è “limitativo” continua Weiss. “Se tornassimo alle origini di Israele, gli Stati Uniti e le altre potenze occidentali hanno creato questo Stato per una minoranza presente in quella terra. Perché avrebbero dovuto farlo? I sionisti strumentalizzano la sofferenza degli ebrei per ottenerne il supporto”, racconta. Secondo Musacchio “sussistono argomentazioni sostenibili di genocidio nella misura in cui questo modello di guerra era inteso a distruggere deliberatamente una parte del popolo”.

Nel 1983 Roger Garaudy – scrittore e politico francese – credeva che il sionismo politico nato con Theodor Herzl e il suo libro Der Judenstaat (1896) è “sia una perversione che un tradimento del sionismo religioso e della vera missione spirituale del giudaismo”, che lo stesso Garaudy esaltava. I seguaci di Herzl hanno sfruttato ciò che lo scrittore chiama il “mito storico e il pretesto biblico per il sequestro della Palestina e l’espulsione dei suoi abitanti”. Quello che sta accadendo ora “è la conseguenza di questo – conclude il leader di Neturei Karta –. Hamas è una scusa per continuare. Il sionismo usa le emozioni, come il senso di colpa, per avere il consenso del mondo” sottolinea.

Prima della nascita dello Stato di Israele (1948), diverse organizzazioni sioniste hanno combattuto per realizzare il sogno del loro padre fondatore. L’Irgun è stato classificato dalle autorità della Gran Bretagna e dalla maggior parte delle stesse organizzazioni ebraiche come “un’entità terrorista”. E ha anticipato quello che oggi è il Likud, l’attuale partito israeliano di destra guidato da Benjamin Netanyahu.È plausibile pensare che un’organizzazione criminale possa diventare uno Stato sovrano – spiega Vincenzo Musacchio -. Uno Stato che determina una guerra e commette crimini di matrice internazionale è senza dubbio definibile come ‘criminale’. Gli Stati in fondo cosa sono se non organizzazioni politiche con un governo, un territorio e una popolazione?”.

Il rabbino Roberto Della Rocca

Roberto Della Rocca, esponente del partito di sinistra israeliano Meretz dice: “Una cosa è essere antisionista, un’altra è essere contro questo governo. Io sono contro questo governo di ultra destra, però sono sionista – e aggiunge – Il movimento sionista, quando è nato, era un movimento di sinistra per la liberazione del popolo ebraico e il suo ritorno a lavorare la terra”. L’Irgun era infatti una scissione dell’Haganah, considerata un’organizzazione paramilitare moderata. Era costituita per lo più da agricoltori ebrei che a turno sorvegliavano le loro fattorie e i loro Kibbutzim. Il sionismo è il movimento di autodeterminazione del popolo ebraico”, racconta Della Rocca. L’unica soluzione contro l’antisemitismo era “creare uno Stato per gli ebrei” in quella terra. “Si chiamava Palestina e si è sempre chiamata Palestina – racconta l’esponente sionista del partito israeliano Meretz e continua – Per quanto riguarda i semiti, sono ebrei e arabi. Essere antisemita quindi significa essere contro gli ebrei, ma anche contro gli arabi. Negli anni poi è rimasto solo per gli ebrei. Chi è contro gli arabi viene definito anti-islamico (anche se non sono tutti musulmani)”.

Striscia si Gaza: oltre 30mila morti

Dopo oltre 30mila morti dal 7 ottobre 2023 gli alleati più fedeli di Netanyahu stanno perdendo il consenso nazionale e devono fare i conti con la politica interna: “Credo che nessuno possa fermare Israele se non gli Stati Uniti qualora veramente decidessero di farlo – spiega Musacchio e conclude – C’è una strettissima relazione tra le guerre e gli effetti politici ed economici. I principali problemi sono legati ai costi in termini di aiuti. Da una prospettiva politica credo che ci saranno notevoli cambiamenti e aumenterà soprattutto in Europa lo scollamento tra elettori ed eletti”.

Valentina Vergani Gavoni
valentinaverganigavoni@gmail.com
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Accordo Unione Europea-Kigali per l’esportazione di minerali dal Ruanda, minerali che però sono in Congo-K

Speciale per Africa ExPress
Marina Piccone
Marzo 2024

Un accordo fra l’Unione Europea e il governo di Kigali “per favorire lo sviluppo di catene di valore durature e resilienti per le materie prime critiche” cioè, i minerali strategici per l’attuazione della cosiddetta economia verde.

Peccato, però, che il Ruanda non li possieda. I preziosi minerali sono invece presenti, in grande quantità, nella vicina Repubblica Democratica del Congo, messa da anni a ferro e fuoco proprio dal regime di Paul Kagame per impossessarsene.

Il protocollo d’intesa, firmato il 19 febbraio, smentisce la stessa Unione Europea che, nel 2012, aveva deciso di sospendere il finanziamento al Ruanda di nuovi progetti di sviluppo in attesa di un chiarimento circa l’implicazione di Kigali nel conflitto che imperversava nell’Est congolese. Un rapporto dell’Onu di quell’anno, infatti, denunciava il sostegno del governo di Kagame al gruppo ribelle M23 che, ancora oggi, è autore di innumerevoli omicidi e soprusi nel territorio della RDC.

Cosa ha provocato il cambiamento di atteggiamento? “È evidente che il Global Gateway, il piano per collegare il mondo con investimenti e partnership lanciato dalla Commissione europea il primo dicembre 2021, permette di superare qualsiasi altra decisione presa in precedenza – risponde Maurizio Gressi, esperto di relazioni internazionali e di diritti umani -. La tappa inaugurale del piano strategico – continua – è stata il pacchetto di investimenti Africa-Europa, con circa 150 miliardi di euro destinati a rafforzare la cooperazione con i partner africani, fra i quali il Ruanda è uno dei privilegiati”.

Il recente sodalizio comporta una mobilitazione di fondi verso il piccolo Stato africano per creare le infrastrutture necessarie. “Il Paese è un attore maggiore a livello mondiale nel settore dell’estrazione del tantalio. Produce anche stagno, tungsteno, oro e niobio e dispone di riserve di litio e di terre rare”, recita il protocollo.

“Un’affermazione che serve a garantire il rispetto della legalità secondo le norme di tracciabilità che l’Europa stessa si è data nel 2021, ma che non risponde a verità”, si legge in un comunicato della Rete Insieme per la Pace in Congo, formata da associazioni e singole persone, una delle tante voci che si sono levate in questi giorni contro l’iniziativa della Ue. “Il Ruanda, infatti, – continua il comunicato – non dispone di quantità significative di questi minerali e ne è diventato grande esportatore solo grazie alle guerre che ha provocato a ripetizione in Congo a partire dal 1996, sempre attraverso interposti movimenti”.

“Dall’est del Congo, con la complicità di responsabili corrotti a vari livelli – c’ scritto nel documento – esce un profluvio di oro, coltan, cobalto e terre rare che entra in Ruanda e altri Paesi confinanti ad est. Tutto questo a prezzo di morti, violenze di ogni genere, sfollati e furti di beni di una popolazione la cui colpa è solo quella di vivere in un territorio ambito”.

Sito minerario in Ruanda

La notizia dell’accordo è arrivata come un fulmine a ciel sereno proprio quando qualcuno, nel mondo, si stava accorgendo di questo conflitto, riaccesosi da due anni, e appena dopo che il popolo congolese aveva ingoiato a fatica la notizia dei 20 milioni attribuiti dall’Ue al regime ruandese, a fine 2022, per il sostegno alle sue forze presenti in Mozambico. “Se l’obiettivo dell’intesa, come dichiarato dal Parlamento europeo in risposta alle tante critiche emerse, ‘è accrescere la tracciabilità e la trasparenza e rafforzare la lotta contro il traffico illegale di minerali’, non era forse più opportuno sanzionare il Ruanda anziché stipulare contratti proprio sui frutti della rapina in atto?”, è la domanda della Rete Ipc.

“Persino i ragazzini delle scuole elementari sanno che il Ruanda non possiede minerali – commenta padre Giovanni Piumatti, missionario nel Nord Kivu per 50 anni -. Ne sono consapevoli tutti perché vedono con i propri occhi i traffici del governo di Kigali, un ladrocinio fatto alla luce del sole”.

“Insieme per la Pace in Congo – esprime con forza la richiesta all’Unione Europea di tornare sui propri passi e anche di – considerare attentamente la situazione interna del Ruanda, dove c’è un altissimo livello di sofferenza repressa. Le tragedie passate, come il genocidio del 1994, di cui il regime ruandese si accinge a commemorare il trentennale, non devono chiudere gli occhi su ciò che ormai è denunciato apertamente da molte serie inchieste e dall’Onu stesso, fin dal Rapporto Mapping dell’ottobre 2010”.

Marina Piccone
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Petizione · No allo scandaloso accordo tra UE e Rwanda sui minerali del Congo! · Change.org

Congo-K: “No a fondi europei al Ruanda per operazione anti jihadisti in Mozambico”

 

Congo-K: “No a fondi europei al Ruanda per operazione anti jihadisti in Mozambico”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
28 marzo 2024

Kinshasa si oppone agli aiuti dell’Unione Europea alle Forze armate ruandesi (RDF) che combattono contro i jihadisti nel nord del Mozambico.

Area di TotalEnergies in sicurezza

Circa 2.000 militari ruandesi, in Mozambico, hanno bonificato l’area di Palma, a Cabo Delgado, estremo nord del Paese. Hanno messo in sicurezza i cantieri di TotalEnergies. La multinazionale francese è in attesa di riprendere ufficialmente le sue attività su un mega-progetto di gas naturale liquefatto. Un progetto sospeso nel 2021 a causa di attacchi jihadisti nel quale ha investito 20 miliardi di euro.

È la seconda volta che la Repubblica Democratica del Congo (Congo-K) si mette di traverso sugli aiuti delle alle truppe ruandesi di stanza in Mozambico. Nel 2022 l’UE aveva deciso aiuti per 20 milioni di euro al Ruanda per combattere contro Isis-Mozambico (già Al Sunnah wa-Jammà).

Congo-K mappa area azione M23
Congo-K mappa area di azione M23 in Nord Kivu (Courtesy GoogleMaps)

Accuse al Ruanda e a M23

Secondo il governo congolese, Kigali è responsabile della rinascita del movimento M23, ribelli di etnia tutsi che combattono contro le Forze armate congolesi (FARDC).

La motivazione è che i fondi UE verrebbero sviati verso i militari RDF che aiutano i ribelli M23 nel Nord Kivu, provincia orientale del Congo-K. Concedere nuovi finanziamenti al Ruanda viene considerato un sostegno chi è accusato di essere coinvolto nel conflitto in Nord Kivu.

Un rapporto ONU conferma che il Ruanda ha creato, e anche comandato, la milizia M23. Ma le pressioni internazionali hanno costretto il Kigali a cessare il sostegno ai ribelli.

Proteste dell’eurodeputata in sessione plenaria UE

Africa ExPress ha già scritto sull’argomento anche grazie alle accuse portate avanti dall’europarlamentare belga, Maria Arena, contro l’intervento del RDF in appoggio al M23.

In un intervento in sessione plenaria del Parlamento UE (24 febbraio scorso) ha accusato il Ruanda del saccheggio di metalli strategici. Ha anche accusato l’esercito ruandese di appoggiare le peggiori violazioni dei diritti umani nella regione.

Congo-K miliziani M23 in Nord Kivu
Congo-K, miliziani M23 in villaggio del Nord Kivu

La linea rossa

“Questo nuovo aiuto rappresenterebbe ‘linea rossa’ ” – scrive Radio France International. “Il mese scorso, la firma di un accordo di cooperazione tra Unione Europea e Ruanda sui minerali strategici aveva già suscitato la rabbia del Congo-K, che accusa il suo vicino di aver saccheggiato il suo sottosuolo”.

Kigali è accusata di rubare questi minerali strategici nel Nord Kivu e venderli all’estero. Ue inclusa. Secondo fonti vicine alla presidenza congolese “l’accordo UE-Ruanda è un ulteriore segno della connivenza di Bruxelles con Kigali”.

HRW: crimini contro l’umanità

Oltre alla denuncia dell’eurodeputata Maria Arena c’è anche quella dell’Osservatorio per i diritti umani Human Right Watch (HRW) soprattutto contro M23 accusati di crimini contro l’umanità. HRW ha documentato stupri di donne davanti ai figli e mariti, uccisioni sommarie, attacchi con armi esplosive in aree popolate della provincia del Nord Kivu.

I miliziani di M23 hanno ucciso e ferito civili, danneggiato infrastrutture e aggravato una crisi umanitaria già grave. Dal 2022 ad oggi la crisi del Nord Kivu ha causato oltre un milione di sfollati. Molti di questi vivono in campi improvvisati senza latrine, senza ripari, senza acqua e senza assistenza sanitaria.

Congo-K sfollati in campo profughi improvvisato nel Nord Kivu
Congo-K, sfollati in campo profughi improvvisato nel Nord Kivu

“L’Unione Europea dovrebbe garantire che la sua recente assistenza alla missione della RDF nel nord del Mozambico sia adeguatamente monitorata – dichiara HRW -. Questo per evitare che l’UE contribuisca indirettamente a operazioni militari abusive nel Congo orientale”.

Sandro Pintus
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Congo-K: operazione congiunta dell’esercito e dei caschi blu per bloccare i ribelli M23

Eurodeputata belga denuncia UE: “No ai 20 milioni al Mozambico per i militari ruandesi”

Dall’Unione Europea 32 milioni di euro a Mauritania e Mozambico in aiuti militari per combattere il terrorismo

Scambio di accuse tra Ruanda e Congo-K mentre un nuovo rapporto dell’Onu inchioda le ingerenze di Kigali con forniture d’armi ai ribelli M23

Allarme violenze sessuali nei campi per rifugiati in Congo-K

In attesa del Kenya, ad Haiti schierati i Marines

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Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
28 Marzo 2024

Il Kenya ha sospeso i suoi piani di dispiegamento di polizia ad Haiti, a causa della recente e critica ondata di violenza e del cambiamento significativo nella leadership del Paese.


Nel luglio 2023, il Kenya ha accettato di guidare la missione di Sostegno alla Sicurezza Multinazionale, approvata dalle Nazioni Unite, a supporto del Paese caraibico, avvolto dalla brutalità del conflitto tra bande armate. Tuttavia, lo scorso gennaio, la massima corte del Kenya si è pronunciata contro il dispiegamento di polizia, citando la mancanza di accordi formali tra i due Paesi.

Sembrava che l’ostacolo fosse stato superato quando, all’inizio di marzo, il presidente kenyano, William Ruto, e il primo ministro haitiano, Ariel Henry, firmarono i reciproci accordi necessari. In ogni caso, a decidere se l’accordo firmato avesse soddisfatto o meno i requisiti legali, sarebbe spettato alla Corte d’appello del Kenya, in un’udienza in tribunale che non ha ancora avuto luogo.

Il dispiegamento di una forza di polizia internazionale, mira a sedare la crescente violenza delle bande armate, che si è preoccupantemente intensificata dalla fine di febbraio.

L’annuncio della dimissione di Henry, di qualche settimana fa, e la successiva costituzione di un consiglio di transizione ha complicato le cose.

Il ministro degli Esteri del Kenya, Korir Sing’Oei, ha dichiarato che le dimissioni del primo ministro hanno apportato un “cambiamento fondamentale nelle circostanze”. I politici dell’opposizione kenyana hanno ribadito lo scarso addestramento e equipaggiamento della polizia del proprio Paese, di fronte a un rapido deterioramento della situazione di sicurezza ad Haiti.

Obiettivo e condizione necessaria al dispiegamento della forza multinazionale è dunque la formazione di un governo ad interim haitiano, in modo da rendere concreto il coordinamento con le forze di sicurezza del Paese, per la conduzione verso elezioni libere ed eque.

Da anni Haiti registra un trend crescente di omicidi e rapimenti. L’iniziale obiettivo, dichiarato delle bande armate, era forzare le dimissioni del primo ministro Henry. Ora si ambisce ad un cambiamento completo del sistema politico haitiano.

In settimana, il Comando Meridionale degli Stati Uniti (SOUTHCOM) ha annunciato che la flotta di sicurezza antiterrorismo della marina statunitense (FAST – Marine Fleet-Anti-terrorism Security Team) è stata schierata nella capitale haitiana Port-au-Prince, per mettere in sicurezza l’ambasciata americana ed evacuare parte del personale.

Il dispiegamento del corpo dei Marines arriva pochi giorni dopo che gli Stati Uniti hanno accennato all’istituzione di misure politiche per arginare la crescente violenza a Haiti, in attesa di una nuova autorità costituzionale.

Gli Stati Uniti hanno molti interessi nello schieramento del Kenya a Haiti, essendo il principale finanziatore della missione e il luogo di predilezione per la migrazione da Haiti.

Il governatore della Florida, Ron DeSantis, ha già annunciato il dispiegamento di 250 ulteriori agenti di polizia e guardie nazionali al confine, nonché il dispiegamento di aerei e navi, in previsione di un aumento del flusso migratorio da Haiti. La Florida rimane un punto caldo per la migrazione dal Paese.

Il generale Laura Richardson, comandante del Comando Meridionale degli Stati Uniti, non esclude che le truppe statunitensi possano essere coinvolte in uno sforzo internazionale ad Haiti “Siamo preparati se chiamati dal nostro Dipartimento di Stato e dal Dipartimento della Difesa”.

Le preoccupazioni di Washington riguardo all’intervento diretto sono in parte dovute alla lunga storia di interferenza degli Stati Uniti nella politica haitiana, inclusa l’occupazione americana decennale nei primi anni del 1900 e la presunta interferenza americana nelle recenti elezioni haitiane. La fascia politica haitiana vede gli Stati Uniti come parzialmente responsabili dell’attuale crisi, a causa del sostegno americano a Henry, e ad altri leader haitiani, che hanno represso le proteste e guidato il Paese verso un governo autoritario.

Federica Iezzi
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Sudan guerra di tutti contro tutti: forze speciali ucraine combattono con l’esercito contro i mercenari russi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
26 marzo 2024

Le forze speciali di Kiev si sono spostate in Sudan, a ben 6000 chilometri dall’Ucraina, per combattere il nemico numero uno del loro Paese: i russi, i mercenari della società Wagner, presenti nell’ex protettorato anglo egiziano dal 2017.

Mercenari russi delle Wagner catturati dalle forze speciali ucraine in Sudan

I contractor di Mosca supportano le RSF (Rapid Support Forces, gli ex janjaweed), capitanate da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, mentre il de facto presidente e capo delle forze armate (SAF), Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, gode da alcuni mesi dell’appoggio delle forze dell’intelligence militare di Kiev.

Secondo un recente articolo del Wall Street Journal, l’estate scorsa al-Burhan avrebbe chiesto aiuto al suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, per contrastare i paramilitari delle RSF. Kiev ha accolto l’appello, non solo perché Khartoum ha fornito armi all’Ucraina subito dopo l’invasione dei russi nel 2022, ma soprattutto per arginare l’influenza di Mosca in Africa.

Le RFS controllano parte del territorio sudanese, in particolare zone dove si trovano le miniere aurifere.

Va ricordato che anche l’Italia ha dato supporto logistico alle RSF. Nel gennaio 2022 il colonnello Antonio Colella, del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) si era recato a Khartoum, dove ha incontrato Hemetti, allora vicepresidente del Consiglio sovrano. Africa ExPress e il Fatto Quotidiano avevano reso noto l’incontro in un loro articolo.

Già a settembre dello scorso anno la CNN  aveva dato notizia del trasferimento di materiale bellico da Kiev verso l’ex protettorato anglo-egiziano e operazioni effettuate con droni che avrebbero colpito postazioni delle RSF. Mentre i primi di novembre, il Kyiv Post, principale quotidiano ucraino in lingua inglese, aveva pubblicato un video nel quale si vedono unità speciali della Direzione principale dell’intelligence del ministero della Difesa ucraino (HUR), filmato condiviso anche in un articolo di Africa-ExPress.

Pochi giorni fa la LCI (canale televisivo all news francese) ha presentato un documento in esclusiva con interviste e filmati delle forze speciali ucraine in Sudan, presenti nel Paese dall’agosto scorso. Combattono i mercenari di Wagner e le RSF, accanto all’esercito sudanese. Ma vogliono soprattutto destabilizzare l’attività russa e arginare l’estrazione dell’oro nelle miniere controllate da Wagner. “Il Sudan è diventato un importante punto di transito logistico nella regione, con infrastrutture sul Mar Rosso. Dunque per Wagner è semplice prelevare ogni sorta di risorsa naturale e trasportarla attraverso il Sudan per finanziare le proprie attività e la guerra in generale”, ha spiegato un soldato ucraino dell’intelligence militare.

Durante svariate operazioni, i soldati ucraini hanno ucciso diversi mercenari di Wagner, mentre altri sono stati fatti prigionieri. Gli uomini di Zelensky addestrano inoltre le truppe sudanesi. “I militari di Kiev hanno acquisito molta esperienza, sono pronti a trasmettere le proprie competenze a altri Paesi”, ha sottolineato un militare dei servizi speciali intervistato dall’emittente LCI.

Sudan: vietato il transito dei convogli umanitari provenienti dal Ciad

La sanguinosa guerra, iniziata poco meno di un anno fa e ignorata quasi completamente dalla comunità internazionale, continua a mietere vittime. Secondo le Nazioni Unite sono stati uccisi 12.000 civili entro la fine del 2023 (anche se si ritiene che il bilancio reale delle vittime sia molto più alto) e quasi la metà dei 49 milioni di abitanti del Sudan ha bisogno di aiuti umanitari. I combattimenti continuano e la sopravvivenza è sempre più difficile. La popolazione è costretta a fuggire dalle proprie case. Gli sfollati sono ben oltre 10 milioni e lo spettro della carestia si avvicina sempre di più.

Edem Wosornu, direttore delle operazioni dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), ha sottolineato mercoledì scorso: “Il Sudan è uno dei peggiori disastri umanitari a memoria d’uomo”.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
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Sudan: bloccati i convogli umanitari alla frontiera con il Ciad, milioni di sudanesi rischiano di morire di fame

A fianco dei golpisti i mercenari russi della Wagner cui Hemetti ha concesso di sfruttare le miniere d’oro del Sudan

Dossier Gaza/3e – “Tra incudine e martello”. Le pressioni israeliane sugli autori dell’articolo del New York Times

Questa la quinta e ultima puntata della traduzione dell’inchiesta
della rivista online
The Intercept che smonta l’articolo del NEW YORK TIMES
del 28 febbraio scorso sugli stupri di Hamas a Gaza,
a firma di Jeffrey Gettleman, Anat Schwartz e Adam Sella.
L’articolo originale è qui:
https://theintercept.com/2024/02/28/new-york-times-anat-schwartz-october-7/?utm_medium=email&utm_source=The%20Intercept%20Newsletter

Da The Intercept
28 febbraio 2024

Israele ha promesso di avere una quantità straordinaria di testimonianze oculari. Secondo la polizia israeliana, gli investigatori hanno raccolto “decine di migliaia” di testimonianze di violenze sessuali commesse da Hamas il 7 ottobre, anche sul luogo di un festival musicale attaccato”, hanno riferito Schwartz, Gettleman e Stella il 4 dicembre. Queste testimonianze non si sono mai concretizzate.

Netanyahu il mese scorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite -Credit Maansi Srivastava/The New York Times

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito il tema in un discorso tenuto il 5 dicembre a Tel Aviv. “Dico alle organizzazioni per i diritti delle donne e a quelle per i diritti umani: avete sentito parlare dello stupro delle donne israeliane, di atrocità orribili, di mutilazioni sessuali? Dove diavolo siete?”.

Lo stesso giorno, il presidente Joe Biden ha tenuto un discorso in cui ha detto: “Il mondo non può distogliere lo sguardo da ciò che sta accadendo. È compito di tutti noi – governo, organizzazioni internazionali, società civile, singoli cittadini – condannare con forza la violenza sessuale dei terroristi di Hamas senza equivoci, senza equivoci e senza eccezioni”.

L’inchiesta del Times, durata due mesi, era ancora in fase di editing e revisione, ha detto la Schwartz nel podcast, quando ha iniziato a preoccuparsi della tempistica. Così mi sono detta: “Stiamo perdendo lo slancio. Forse le Nazioni Unite non stanno affrontando il tema della violenza sessuale perché nessun [media] uscirà con una dichiarazione su ciò che è accaduto lì”. Se la storia del Times non verrà pubblicata presto, ha detto, “potrebbe non essere più interessante”. La Schwartz ha spiegato che il ritardo le è stato spiegato internamente con un “Non vogliamo rendere la gente triste prima di Natale”.

Ha anche raccontato che fonti della polizia israeliana le hanno fatto pressioni affinché si muovesse rapidamente per la pubblicazione. Ha detto che le hanno chiesto: “Cosa c’è, il New York Times non crede che ci siano state aggressioni sessuali qui?”. La Schwartz si sentiva nel mezzo: “Sono anche in questo posto, sono anche un’israeliana, ma lavoro anche per il New York Times“, ha affermato. “Quindi sono tra l’incudine e il martello”.

Gal Abdush con il marito Nagi

L’articolo del 28 dicembre “Urla senza parole” si apriva con la storia di Gal Abdush, descritta dal Times come “la donna con il vestito nero”. Il video del suo corpo carbonizzato sembrava mostrare il suo fondo schiena. “I funzionari della polizia israeliana hanno detto di ritenere che la signora Abdush sia stata violentata”, ha riferito il Times. L’articolo ha definito Abdush “un simbolo degli orrori inflitti alle donne e alle ragazze israeliane durante gli attacchi del 7 ottobre”.

Il Times cita i messaggi WhatsApp di Abdush e di suo marito alla famiglia, ma non dice che alcuni membri della famiglia ritengono che i messaggi cruciali rendano poco plausibili le affermazioni dei funzionari israeliani. Come riportato successivamente da Mondoweiss, (ma anche da Africa Express, ndr) Abdush ha inviato un messaggio alla famiglia alle 6:51 del mattino, dicendo che erano in difficoltà al confine. Alle 7:00, il marito ha inviato un messaggio per dire che era stata uccisa. La famiglia ha detto che la carbonizzazione è stata causata da una granata.

“Non ha senso – ha spiegato la sorella di Abdush – che in un breve lasso di tempo l’abbiano violentata, massacrata e bruciata?”. Parlando dell’accusa di stupro, suo cognato ha commentato: “I media se lo sono inventato”.

Un altro parente ha confessato che la famiglia ha subito pressioni, con un falso pretesto, per parlare con i giornalisti. La sorella di Abdush ha scritto su Instagram che i giornalisti del Times “hanno detto di voler scrivere un reportage in memoria di Gal, e questo è tutto. Se avessimo saputo che il titolo avrebbe parlato di stupri e massacri, non avremmo mai accettato”. Nel suo articolo successivo, il Times ha cercato di screditare il suo commento iniziale, citando la sorella di Abdush come se fosse stata “confusa su ciò che era successo” e stava cercando di “proteggere sua sorella””.

La donna che ha filmato Abdush il 7 ottobre ha dichiarato al sito israeliano YNet che Schwartz e Sella l’hanno costretta a dare al giornale l’accesso alle sue foto e ai suoi video per servire la propaganda israeliana. “Mi hanno chiamato più volte e mi hanno spiegato quanto sia importante per l’hasbara israeliana”, ha ricordato la donna, usando il termine per la diplomazia pubblica, che in pratica si riferisce agli sforzi di propaganda israeliana diretti al pubblico internazionale.

Quando i giornalisti del New York Times hanno incontrato ostacoli nel confermare le soffiate, si sono rivolti a funzionari israeliani anonimi o a testimoni che erano già stati intervistati ripetutamente dalla stampa. Parecchio tempo dopo l’inizio della loro inchiesta, i reporter si sono ritrovati esattamente al punto di partenza, e, per corroborare la loro affermazione che più di 30 corpi di donne e ragazze erano stati scoperti con segni di abusi sessuali, si sono affidati in larga misura alla parola di funzionari israeliani, soldati e operatori di Zaka

Nel podcast di Channel 12, la Schwartz ha sostenuto che l’ultimo tassello mancante per la storia era il numero preciso fornito dalle autorità israeliane su eventuali sopravvissuti a violenze sessuali. Ha assicurato: “Ne abbiamo quattro e siamo in grado di dimostrare la veridicità di quel numero”, spiegando che le era stato comunicato dal Ministero del Welfare e degli Affari Sociali. Non sono stati diffusi altri dettagli. L’articolo del Times riportava infine che c’erano “almeno tre donne e un uomo che sono stati aggrediti sessualmente e sono sopravvissuti”.

Quando il 28 dicembre la storia è stata finalmente pubblicata, Schwartz ha descritto l’ondata di emozioni e reazioni online e in Israele. “Prima di tutto, sul giornale abbiamo dato un posto molto, molto importante. Il che è, a proposito di tutte le mie paure, è una grande dimostrazione di fiducia essere messi in prima pagina”.

“In Israele le reazioni sono state incredibili. Tutti i media hanno ripreso l’articolo e lo hanno descritto come una sorta di ringraziamento per aver fornito il numero delle vittime. Grazie per aver detto che c’erano molti casi, che si trattava di uno schema. Grazie per avergli dato un titolo che suggerisce che forse c’è una logica organizzativa dietro, che non si tratta di un atto isolato di una persona che agisce di propria iniziativa”.

I collaboratori del Times, che hanno parlato con The Intercept a condizione di restare anonimi per timore di ritorsioni professionali, hanno descritto l’articolo “Urla senza parole” come il prodotto degli stessi errori che hanno portato alla disastrosa nota del redattore e alla ritrattazione del podcast “Caliphate” e della serie cartacea di Rukmini Callimachi sul gruppo dello Stato Islamico.

Kahn, l’attuale direttore esecutivo, era noto per essere un promotore e un protettore di Callimachi. Il reportage, che il Times ha riconosciuto in una revisione interna di non essere stato sottoposto a un esame sufficiente da parte dei redattori di alto livello e non ha rispettato gli standard del giornale per garantirne l’accuratezza, era stato finalista per il Premio Pulitzer 2019. Tale premio, insieme ad altri prestigiosi riconoscimenti, è stato revocato in seguito allo scandalo.

Margaret Sullivan, l’ultima redattrice pubblica del New York Times (un giornalista addetto al controllo della qualità degli articoli, ndr) che ha ricoperto un intero mandato prima che il giornale cancellasse la posizione nel 2017, ha dichiarato di sperare che venga avviata un’indagine sulla storia di “Urla senza parole”. “A volte scherzo dicendo: è un altro buon giorno per non essere il redattore pubblico del New York Times – ha scritto  – ma l’organizzazione potrebbe davvero usarne uno in questo momento per indagare a nome dei lettori”.

In alcune riunioni per la stesura delle storie, ha raccontato la Schwartz nel podcast di Channel 12, erano presenti redattori con esperienza in Medio Oriente per porre domande approfondite. “Avevamo una riunione settimanale in cui si esponeva lo stato di avanzamento del lavoro sul nostro progetto”, ha raccontato. “E gli scrittori e i redattori del Times che si occupano di questioni mediorientali, provenienti da ogni parte del mondo, ti fanno domande che ti mettono alla prova, ed è eccellente che lo facciano, perché tu non credi a te stessa neanche per un momento”.

Le domande erano impegnative e si doveva rispondere, ha raccontato nel podcast: “Una delle domande che ti vengono poste – ed è la più difficile a cui non poter rispondere – è che se questo è successo in così tanti posti, com’è possibile che non ci siano prove forensi? Com’è possibile che non ci sia documentazione? Come è possibile che non ci siano documenti? Un rapporto? Un foglio Excel? Mi sta parlando di Shari [Mendes]? È una persona che ha visto con i suoi occhi e ora vi sta parlando – non c’è un rapporto [scritto] che renda autorevole ciò che sta dicendo?”.

A questo punto nel podcast interviene il conduttore: “E allora vi siete rivolti alle autorità ufficiali israeliane, chiedendo che vi dessero qualcosa, qualsiasi cosa. E come hanno risposto?”. “Non c’è niente – ha detto la Schwartz -. Non c’è stata alcuna raccolta di prove dalla scena”. Ma in generale, ha raccontato, i redattori sostenevano pienamente il progetto. “Non c’è mai stato scetticismo da parte loro – ha affermato -. Ciò non significa comunque che avessi [la storia], perché non avevo una ‘seconda fonte’ per molte cose”.

Un portavoce del Times ha sottolineato questa parte dell’intervista come prova del processo rigoroso del giornale: “Abbiamo rivisto l’intera trascrizione ed è chiaro che lei si ostina a prendere citazioni fuori contesto. Nella parte dell’intervista a cui lei fa riferimento, Anat descrive di essere stata incoraggiata dai redattori a corroborare le prove e le fonti prima di pubblicare l’inchiesta. In seguito, parla di incontri regolari con i redattori in cui venivano poste domande “difficili” e “impegnative”, e del tempo necessario per intraprendere la seconda e la terza fase di ricerca delle fonti. Tutto questo fa parte di un processo di giornalismo rigoroso che continuiamo a sostenere”.

Nell’intervista rilasciata al podcast di Channel 12, la Schwartz ha dichiarato di aver iniziato a lavorare con Gettleman subito dopo il 7 ottobre. “Il mio compito era quello di aiutarlo. Aveva tutti i tipi di pensieri sulle cose, sugli articoli che voleva fare”, ha ricordato. Il primo giorno c’erano già tre cose nella [sua] scaletta, e poi ho visto che al terzo posto c’era “Violenza sessuale””. La Schwartz ha raccontato che all’indomani degli attacchi del 7 ottobre non ci si è concentrati molto sulle violenze sessuali, ma quando ha iniziato a lavorare per Gettleman, hanno cominciato a diffondersi voci su tali atti, la maggior parte delle quali si basavano sui commenti degli operatori della Zi e degli ufficiali e soldati dell’IDF.

Dopo la pubblicazione dell’articolo, Gettleman è stato invitato a parlare alla School of International and Public Affairs della Columbia University in un panel sulla violenza sessuale. I suoi sforzi sono stati elogiati dal panel e dalla sua ospite, Sandberg, ex dirigente di Facebook. Invece di raddoppiare il servizio che ha contribuito a far vincere al New York Times il prestigioso Polk Award, Gettleman ha respinto la necessità per i giornalisti di fornire “prove”.

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“Quello che abbiamo trovato – non voglio nemmeno usare la parola ‘prove’, perché prove è quasi un termine legale che suggerisce che si sta cercando di dimostrare un’accusa o di provare un caso in tribunale”, ha detto Gettleman a Sandberg. “Non è il mio ruolo. Ognuno di noi ha il suo ruolo. Il mio ruolo è documentare, presentare informazioni, dare voce alle persone. E abbiamo trovato informazioni lungo tutta la catena della violenza, quindi della violenza sessuale”.

Gettleman ha detto che la sua missione era quella di smuovere le persone. “È davvero difficile ottenere queste informazioni e poi dar loro forma”, ha detto. “Questo è il nostro lavoro di giornalisti: ottenere le informazioni e condividere la storia in modo che le persone si preoccupino. Non solo per informare, ma per commuovere le persone. Ed è quello che faccio da molto tempo”.

Un giornalista del Times ha detto che i colleghi si chiedono come potrebbe essere un approccio equilibrato: “Sto aspettando di vedere se il giornale farà un servizio approfondito, impiegando lo stesso tipo di risorse e mezzi, sul rapporto delle Nazioni Unite che ha documentato gli orrori commessi contro le donne palestinesi”.

Aggiornamento: 29 febbraio 2024

Questa storia è stata aggiornata per includere i commenti twittati dopo la pubblicazione da Anat Schwartz. Questa storia è stata aggiornata anche per includere una dichiarazione del Times, ricevuta dopo la pubblicazione, secondo cui il redattore degli standard Phil Corbett intendeva lasciare l’incarico a partire dal giugno 2022 e riguardo a un episodio di “The Daily” che non è mai andato in onda.

Correzione: 29 febbraio 2024

The Intercept
(3e – fne)

Questa storia è stata corretta per rimuovere un riferimento errato a esperti non nominati in un articolo del New York Times; il Times ha nominato un esperto. È stato rimosso un riferimento agli ospiti di una riunione editoriale del Times, dovuto a un errore di traduzione; i partecipanti erano redattori. Questa storia è stata corretta per indicare che Adam Sella è il nipote del partner di Anat Schwartz, e non della Schwartz.

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