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Nonna Katrina, in Sudafrica ultima parlante lingua boscimane, la più antica del pianeta

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
12 febbraio 2026

Ouma Katrina Esau è una delle leggende viventi del Sudafrica. Ma ha un triste primato: è rimasta l’ultima del suo popolo a parlare la lingua N|uu. Dopo di lei non ci sarà altra persona che parla correntemente l’antica lingua San.

Lo scorso 4 febbraio Katrina Esau ha compito 93 anni. L’anziana saggia viene chiamata affettuosamente Ouma, Nonna in africaans, la lingua dei coloni olandesi arrivati in Sudafrica nel 1600.

Ouma Katrina Esau
Ouma Katrina Esau, ultima parlante della lingua N|uu

È stata Elsie Vaalbooi, morta a 102 anni nel 2002, a riportare a galla la lingua San data per estinta nel 1974. Figura boscimane importante nella conservazione dell’idioma e della sua cultura, con Vaalbooi è iniziata la ricerca delle persone di lingua N|uu. La studiosa ha lavorato con linguisti e antropologi per documentare e preservare l’idioma materno.

Trovato l’ultimo gruppo

Alla fine degli anni ’90, nel Capo settentrionale è stato trovato un gruppo di una ventina di anziani che parlavano fluentemente e correttamente il N|uu. Tra questi anche Ouma Katrina e i suoi fratelli.

Nel 2021 è morta Anna, sorella di Ouma Katrina. L’anziana è rimasta l’unica oratrice fluente della lingua N|uu. Ha deciso che la sua missione era insegnare la lingua degli antenati ai giovani della sua comunità. La scuola è una piccola aula nella sua casa di Rosedale, a ovest di Upington, nel Capo settentrionale.

Libri, film e DVD

Il libro Qhoi n|a Tijho di Ouna Katrina Esau
Il libro Qhoi n|a Tijho (Tartaruga e Struzzo) di Ouna Katrina Esau

Insieme a Elsie Vaalbooi, Ouma Katrina ha creato un dizionario digitale di lingua N|uu. Ha collaborato con Puku Children’s Literature Foundation per pubblicare il primo libro in lingua N|uu per bambini.

Insieme alla nipote, Claudia Snyman, è diventata co-autrice di un libro Qhoi n|a Tijho (Tartaruga e Struzzo). Sono le storie che ascoltava da bambina. Il libro è scritto in N|uu e in africaans ed è stato tradotto anche in inglese, seTswana, isiZulu e isiXhosa.

La tecnologia non la spaventa. Anzi, la utilizza per preservare la sua lingua indigena. Il suo progetto è quello di creare CD e DVD didattici per fare in modo che chiunque lo desideri, possa imparare la lingua N|uu.

 La Nonna San è stata anche attrice, interprete nel cortometraggio crudo e commovente The People of the Sun diretto da Lucinda Ohlson.


Il trailer del cortometraggio “The People of the Sun” con protagonista Ouma Katrine Esau (si possono sentire alcune frasi in lingua N|uu)

La voce di Ouma e di altri anziani è stata registrata e archiviata. In questo modo è possibile riascoltare la pronuncia, il tono e i ritmi unici della lingua N|uu.

Medaglia d’onore e laurea honoris causa

Il prezioso lavoro che Ouma Katrina sta facendo viene riconosciuto anche dalle più alte autorità. Nel 2014 ha ricevuto il prestigioso Ordine del Baobab d’Argento dall’allora presidente sudafricano Jakob Zuma e nel 2020 è stata nominata Leggenda Vivente Sudafricana.

Nel 2023 la University of Cape Town le ha dato la laurea Honoris causa. Un riconoscimento per il suo prezioso lavoro nel preservare una lingua sudafricana.

Colonialismo e apartheid contro i ǂKhomani San

N|uu è la lingua madre della popolazione San (ǂKhomani San) parlata da 20.000 anni. I San sono conosciuti anche come boscimani oppure ottentotti a causa dei suoni linguistici clic o schiocchi.

Ouma Katrina Esau
Boscimani San

Vivono tra Sudafrica, Namibia e Botswana ma hanno dovuto affrontare il colonialismo e l’apartheid. Le comunità San sono state forzatamente spostate dalle loro terre ancestrali. È stato impedito loro di parlare la lingua N|uu e gli è stata imposta la lingua africaans, cancellando così la loro identità.

Oggi ci sono speranze che la lingua N|uu si possa salvare. I bambini cantano canzoncine e conoscono i nomi degli animali ma, secondo gli esperti, sarà difficile che torni ad essere parlata spontaneamente.

Credito foto:
– Due san intenti ad accendere il fuoco (Deception Valley)
Di Ian Sewell, CC BY-SA 2.5, Collegamento

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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Botswana, elicottero della polizia spara su boscimani che cacciano e precipita

Botswana, giudice vieta di seppellire anziano boscimano nella terra degli avi

 

Somalia: atterraggio d’emergenza nell’Oceano Indiano

Africa ExPress
Magadisco, 11 febbraio 2026

Appena decollato dall’aeroporto di Mogadiscio, capitale della Somalia, un aereo della Starsky Aviation Ltd, compagnia somala, ha mostrato gravi problemi tecnici. Dunque il pilota ha dovuto prendere una decisione immediata. Senza esitazioni ha effettuato un atterraggio d’emergenza su una spiaggia dell’Oceano indiano che si trova nelle immediate vicinanze dello scalo di partenza.

La compagnia aerea ha elogiato pubblicamente il pilota eroe per la decisione presa. Solo grazie alla sua prontezza di riflessi e la sua esperienza è riuscito a salvare da morte certa i 50 passeggeri e i 5 membri del personale di bordo.

Aereo della compagnia somala Starsky Aviation Ltd, atterrato in acque poco profonde dell’Oceano Indiano

L’Autorità dell’aviazione civile (CAA) della Somalia ha confermato che il personale della cabina di pilotaggio li aveva informati martedì mattina, subito dopo il decollo, che l’aereo, un Fokker 50 (prodotto dall’omonima azienda con sede in Olanda) presentava problemi tecnici. Il pilota aveva chiesto l’autorizzazione di ritornare immediatamente allo scalo.

A questo punto, secondo quanto riferito alla BBC dal direttore della CAA, Ahmed Macalin Hassan, il velivolo è tornato indietro, ha toccato terra, ma non è riuscito a fermarsi sulla pista dell’aeroporto. Il Fokker 50 poi superato l’asfalto e si è adagiato sulla battigia della vicina spiaggia.

I passeggeri a bordo sono scesi immediatamente dall’aereo, camminando tranquillamente, nelle acque tiepide dell’Oceano Indiano. Nessuno ha riportato ferite gravi. La spiaggia di fronte a Mogadiscio  è infestata dai pescecani. Sono gli squali Leuca o dello Zambesi, una specie in grado di risalire anche i fiumi, cioè può vivere in acqua dolce. Abita lungo le coste e predilige i fondali bassi e bassissime: un pericolo costante per bagnanti e pescatori che vengono con una certa frequenza sbranati.

Il ministro dei Trasporti somalo ha riferito che sono state alle allertate la Missione di pace dell’ONU e dell’Unione Africana. I caschi blu e verdi si sono precipitati immediatamente sul luogo dell’incidente per collaborare nelle operazioni di soccorso. Ma con grande sollievo, tutti passeggeri e il personale di bordo sono stati trovati in discrete condizioni, anche se molto spaventati.

Africa ExPress
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Il servizio dei Wagner costa: il conto mette in difficoltà il governo del Centrafrica

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
10 febbraio 2026

Licenziare i Wagner non è una questione semplice, Faustin-Archange Touadéra, presidente del Centrafrica al terzo mandato, non sa da che parte voltarsi per saldare il conto che la società gli ha presentato. Una cifra da capogiro, perché oltre alle mensilità arretrate la società russa ha chiesto anche i soldi per armi, munizioni, blindati, carri armati e e tutto ciò che è stato utilizzato dai mercenari durante i lunghi anni di permanenza nel Paese.

Da tempo negli altri Paesi africani (Mali, Burkina Faso, Niger e altri) che hanno sottoscritto accordi militari con la Russia, i paramilitari sono stati “sostituiti” dal nuovo contingente Africa Corps, controllato direttamente dal Cremlino,

Ultimo baluardo di Wagner

Il governo centrafricano è l’unico che ha ancora sul suo libro paga i soldati di ventura della società privata, un tempo appartenente a Evgenij Prigožin, morto nel 2023 in un incidente aereo ancora tutto da chiarire.

Malgrado le pressioni esercitate da Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, sul suo omologo di Bangui, Touadéra, i paramilitari di Wagner sono sempre presenti, malgrado il malcontento della popolazione. A dire il vero “malcontento” è un eufemismo, la gente ne è terrorizzata, non vede l’ora che facciano i bagagli.

Mercenari Wagner in Centrafrica

In questi anni di permanenza in Centrafrica, i miliziani russi hanno fatto il cattivo e il brutto tempo nel Paese. Assassini, torture, arresti e sparizioni si sono susseguiti a tambur battente, senza che le autorità di Bangui battessero ciglio.

Dopo la loro partenza, nell’ex colonia francese arriveranno i mercenari di Africa Corps. Per i servizi del nuovo contingente Putin ha chiesto al suo omologo 15 milioni di euro al mese. Tale cifra rappresenta il 40 per cento del bilancio del Paese del 2025.

Bisogna trovare soldi, e anche in fretta, ma non per la popolazione: per non irritare il Cremlino. Anche i “nuovi” mercenari offriranno protezione al presidente e al suo entourage, controllo alle miniere. Parecchi giacimenti sono in mano a società russe.

Popolazione in miseria

Gran parte della popolazione vive nella miseria più totale, dimenticati dal governo centrale e dalla comunità internazionale. Il 71 percento dei centrafricani vive al di sotto della soglia di povertà. Mancano i servizi di base, strade spesso non percorribili, specie nel periodo delle piogge, disoccupazione endemica e un tasso di istruzione molto basso, mentre il costo della vita è sempre più elevato.

Il 70 per cento della popolazione centrafricana vive sotto la soglia della povertà

Il cardinale, Dieudonné Nzapalaïnga, ha fatto un resoconto ai reporter di Corbeau News Centrafrique, di una sua recente visita pastorale in alcuni villaggi. I piccoli centri abitati distano poco più di un’ora di viaggio dalla capitale Bangui, ma solo arrivarci è una vera avventura: strade bianche totalmente dissestate, praticamente impraticabili durante la stagione delle piogge.

Il racconto del cardinale è a dir poco raccapricciante, rasenta all’inverosimile per chi vive in comode case: “Qui non funziona nulla. Non c’è nemmeno acqua potabile. I militari chiedono persino soldi ai giovani che tentano di andarsene per cercare fortuna altrove. I centri sanitari sono privi di tutto, mancano le medicine, che la gente è costretta ad acquistare da venditori ambulanti. Ovviamente i farmaci sono di dubbia provenienza e non si sa cosa contengano”.

La principale preoccupazione dei genitori, come del resto quasi ovunque in Africa, è l’istruzione per i propri figli. Sognano un futuro migliore per loro. Ma nei luoghi visitati dal prelato le scuole non funzionano perché non si trovano insegnanti.

Il cardinale punta il dito contro le autorità, che concentrano le già magre risorse del budget sulla capitale Bangui, dimenticando il resto del Paese e i suoi abitanti.

Emirati ultima spiaggia

Ma anche a Bangui i problemi non mancano di certo. Continue interruzioni di corrente sono all’ordine del giorno, mettendo in ginocchio persino gli ospedali. Non di rado i chirurghi sono costretti a utilizzare la torcia dei loro telefonini per illuminare il campo operatorio.

Secondo quanto riportato da Africa Intelligence, articolo poi ripreso da diversi giornali online, da alcuni mesi il governo della ex colonia francese sarebbe in stretto contatto con gli Emirati Arabi Uniti (EAU), per rilanciare una cooperazione in svariati settori. Lo dimostrano anche i diversi viaggi di Touadéra a Abu Dhabi, dove ha pure incontrato il capo di Stato, Mohammed bin Zayed.

Faustin-Archange Touadéra, presidente del Centrafrica e il capo di Stato degli Emirati Arabi Uniti, Mohamed bin Zayed Al Nahyan

Pare che gli Emirati vogliano investire nel settore aurifero e energetico. Ma si mormora anche di un progetto aeroportuale vicino alla capitale, che dovrebbe comprendere anche un centro di manutenzione per aerei.

Ma non si esclude che in realtà gli Emirati potrebbero voler utilizzare il territorio centrafricano come base strategica per lo schieramento di truppe e armamenti in Sudan.

Abu Dhabi è un attore chiave, per quanto riguarda la sanguinosa guerra civile che si sta consumando da quasi tre anni nell’ex protettorato anglo-egiziano: sostiene le Rapid Support Forces (FSR), capitanate da Abdallah Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Centrafrica: una statua per onorare l’ex leader dei mercenari Wagner, morto nel 2023

 

 

Israele blocca in aeroporto tre cittadini del Ghana: rappresaglia di Accra

del Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 febbraio 2026

Lo scorso dicembre, 7 cittadini del Ghana sono stati trattenuti senza spiegazioni all’aeroporto internazionale di Ben Guriel di Tel Aviv. Tra i ghaniani fermati, c’era anche una delegazione ufficiale di 4 persone che avrebbero dovuto partecipare a una conferenza sulla Cyber security nello Stato ebraico.

I membri della delegazione ghanese sono stati rilasciati dopo 5 lunghe ore, mentre gli altri tre sono stati rispediti a Accra con il primo volo disponibile.

Il ministero degli Esteri del Ghana ha condannato l’episodio, apostrofandolo come “traumatizzante e disumano”. E il governo di Accra, indignato, in una dichiarazione ha protestato contro il comportamento della controparte israeliana, ritenendo che i propri cittadini siano stati deliberatamente presi di mira.

Rappresaglia del Ghana

Ma il 10 dicembre c’è stata una risposta concreta del Paese africano le cui autorità, per rappresaglia, hanno negato l’ingresso nel Paese a tre cittadini israeliani appena atterrati all’aeroporto internazionale della capitale. Sono stati espulsi seduta stante e rinviati al mittente. Con tale mossa di ritorsione la controversia diplomatica tra i due governi si è inasprita ulteriormente.

Kotoka, aeroporto internazionale del Ghana

“Il governo del Ghana è stato costretto ad attivare un’adeguata azione di reciprocità, espellendo tre israeliani arrivati oggi in Ghana a seguito del maltrattamento e dell’espulsione ingiustificata di tre ghanesi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Okudzeto Ablakwa.

Israele accusa ambasciata del Ghana

Dal canto suo Israele ha negato di aver preso di mira specificamente cittadini del Ghana. Ha insistito sul fatto che le proprie azioni sarebbero state conformi al diritto internazionale. Tel Aviv ha poi incolpato l’ambasciata ghanese per non aver collaborato adeguatamente durante il processo di espulsione. Vicenda contestata a sua volta da Accra.

Insomma un tira e molla da entrambe le parti. La questione si è risolta a livello diplomatico. E infine il ministro degli Esteri del Ghana ha fatto sapere che Israele si è scusato ufficialmente per quanto accaduto.

Critiche per genocidio

Non è chiaro cosa ci sia davvero dietro tutta questa storia, prima o poi si saprà. Tuttavia lo Stato ebraico è sempre più criticato da molti Paesi del continente africano per le “azioni punitive” nei confronti dei palestinesi nella Striscia di Gaza, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Eppure il Ghana è sempre rimasto abbastanza neutrale per quanto riguarda la guerra in Medioriente. Al contrario del Sudafrica, che, insieme a una coalizione di Stati ha portato Israele alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja con l’accusa di genocidio. Solo pochi giorni fa Pretoria ha dichiarato l’ambasciatore israeliano accreditato nel Paese come persona non grata. Secondo il ministero degli Esteri avrebbe “insultato” il presidente, Cyril Ramaphosa, e violato ripetutamente le norme diplomatiche.

Relazioni con Israele dal 1958

Va poi ricordato che il Ghana è stato il primo Paese africano a aver stabilito relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico nel lontano 1958, anno nel quale l’allora ministro degli Esteri israeliano, Golda Meir si era recata in visita ufficiale a Accra, ed era stata ricevuta dal presidente ghanese dell’epoca, Kwame Nkrumah.

Qui il video della visita di Golda Mair in Ghana
https://jfc.org.il/en/news_journal/58303-2/93341-2/

Golda Meir, l’allora ministro degli Esteri israeliano e, Kwame Nkrumah, primo presidente del Ghana indipendente

Dietro richiesta dell’Organizzazione dell’Unità Africana (oggi Unione Africana), i rapporti con Israele sono stati interrotti nel 1973 a causa della guerra Yom Kippur. Ma già nel 1996 il Ghana aveva riaperto la sua rappresentanza diplomatica a Tel Aviv, mentre Israele nel 2011 a Accra

Grazie alla riapertura delle missioni diplomatiche, la cooperazione tra i due Paesi è notevolmente aumentata.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Villaggio nigeriano rifiuta conversione alla jihad: i terroristi ammazzano 200 residenti

Francesco Casillo

Speciale per Africa ExPress
Francesco Casillo
Lagos, 8 febbraio 2026

Woro è un piccolo villaggio nello Stato di Kwara, nel nord ovest della Nigeria. Ad inizio anno un gruppo auto presentatori come religioso si è palesato chiedendo accoglienza.

L’8 gennaio qualcuno ha spedito una lettera al capo della comunità, Saliu Tanko, con la richiesta di poter promuovere all’interno della comunità la separazione dal governo nigeriano e l’affiliazione alla loro organizzazione.

Terroristi uccidono oltre 200 residenti in un villaggio in Nigeria

Autorizzazione negata. Ovviamente il capo della comunità ha avvertito subito le autorità e disposto controlli sul perimetro del villaggio. “Il giorno dell’appuntamento – racconta un membro dello staff del municipio locale – avevamo predisposto agenti e forze armate per arrestare i banditi ed interrogarli sul motivo dei loro sermoni sediziosi”.

Si ignorava che il capo dei predicatori era Abubakar Saidu, detto Sadiku, luogotenente del defunto capo di Boko Haram, Abubakar Shekau, più noto con il nome di battaglia di Darul Tawheed.

Dopo il ridimensionamento di Boko Haram nell’est della Nigeria, Sadiku aveva viaggiato in Niger e da lì aveva messo su un suo gruppo indipendente ed era rientrato in Nigeria, nascondendosi nella riserva naturale dello Stato di Kwara.

Gli uomini di Sadiku nel frattempo avevano pagato diversi ragazzi di strada per farsi dare le informazioni su tutte le milizie presenti nel villaggio. Avevano quindi piazzato degli esplosivi sulle strade di ingresso al villaggio.

Dopodiché, il 3 febbraio, verso le 5 del mattino, sono entrati in azione. Centinaia di uomini a bordo di motociclette e armati di Ak-47 hanno fatto irruzione nell’abitato sparando all’impazzata e a vista e bruciando case.

“C’erano degli informatori tra di noi – ha dichiarato Abubabar Abdullahi Daniadi, capo del municipio locale -. I nostri vigilanti hanno provato a respingere gli intrusi, ma i banditi erano meglio equipaggiati, così i nostri uomini sono stati sopraffatti e molti di essi bruciati vivi”.

La casa del capo villaggio è stata rasa al suolo. Quando è arrivato in cielo un elicottero dell’esercito i terroristi gli abitanti del villaggio sono stati fatti inginocchiare e trucidati a sangue freddo sul posto. Dopo il massacro gli assassini si sono allontanati potando via donne e bambini.

Il giorno dopo i sopravvissuti si sono recati in moschea per pregare i terroristi sono tornati e hanno finito il lavoro ammazzando i fedeli radunati nel luogo sacro.

Boko Haram, Nigeria

I morti, quasi tutti musulmani, sono oltre 200. “I miliziani erano vestiti come soldati – racconta un  commerciante scappato al massacro – avevano tutto l’equipaggiamento militare e c’era anche una donna con l’hijab che portava le munizioni. Non abbiamo sospettato nulla finché non abbiamo sentito gli spari”.

Un ragazzino sopravvissuto racconta che tra i bambini rapiti c’è la sua sorellina di 7 anni che soffre di una malattia cronica, “non so se riuscirà a sopravvivere”, ha singhiozzato.

Il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha definito l’attacco “vigliacco e barbarico”, ed ha annunciato lo stanziamento di un battaglione nello Stato di Kwara in seguito al massacro della comunità di Woro.

Una misura tardiva che avvalora la convinzione che nonostante l’intervento americano il governo nigeriano non sia in grado di fronteggiare gli attacchi anche quando ci sono tutti i segnali per predisporre un intervento preventivo. Ma non solo: viene sbugiardata anche l’amministrazione Trump secondo cui il bombardamento natalizio americano nello Stato del Kwara è stato giustificato dai massacri contro i cristiani. In Nigeria in numero di musulmani trucidati e/o rapiti nel nord del Paese  (secondo rapporti di secondo organizzazioni come Armed Conflict Location & Event Data Project, Amnesty International e il Global Terrorism Index) è più alto di quello dei cristiani che subiscono le stesse atrocità.

Francesco Casillo
© RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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Difesa dei cristiani o mani sulle risorse? Cosa ha spinto Trump a bombardare la Nigeria

Olimpiadi invernali Milano-Cortina: in pista corre anche l’Africa

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 7 febbraio 2026

È cominciata con un doloroso…fuori pista la discesa della sparuta pattuglia africana alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026.

La keniana Sabrina Simader, 26 anni, che a PyeongChan 2018, in Corea, era diventata la prima sciatrice alpina a rappresentarne il Kenya ai Giochi Olimpici della neve e del ghiaccio, all’ultimo momento si è dovuta ritirare per un infortunio.

E così Nairobi, nella sfilata delle 92 nazioni che ieri sera, venerdì 6 febbraio, ha aperto la XXV edizione di queste olimpiadi nel (ribattezzato ma condannato a morte) San Siro Olympic Stadium, ha avuto un solo esponente: il giovanissimo Issa Laborde Gachiringi, che pur avendo solo 18 anni, ha già trascorso buona parte della sua vita con gli sci ai piedi.

Possibile? Un ragazzino nato a cavallo dell’Equatore vuole seguire le orme di Philip Boit, il primo keniano della storia a competere ai Giochi invernali nel 1998?

Non è l’unico interrogativo che ci si pone di fronte alla discesa in…pista di atleti provenienti da latitudini poco inclini ad accogliere la “candida visitatrice “.

Non solo Kilimangiaro

Tanti credono che gli unici manti bianchi nel Continente nero siano le nevi del Kilimangiaro.

E sbagliano. Il Marocco, ad esempio, ha 2 validi impianti sciistici: Oukaimeden e Michlifen; il Sud Africa ne ha uno importantissimo, il Tiffindel, a 2700 metri, e perfino il Lesotho può esibire l‘Afriski resort, a circa 3000 metri.

Ma altri, giustamente, possono domandarsi: quante piste da sci ci sono in Benin? E in Guinea-Bissau?

E quanti impianti per pattinare, per lo slittino, per lo snowboard affollano le campagne di Nigeria, Eritrea, Kenya, Madagascar dal clima tropicale, subtropicale o equatoriale?

lo sciatore nigeriano Samuel Ikpefan che partecipa alle gare di fondo (Cross-Country Skiing)

Dubbi mal riposti, in verità, perché sarebbe facile replicare: più o meno quanti ne offre Milano alle sue migliaia di cittadini che, sci a piedi, per il ponte di sant’Ambrogio dilagano sulle Alpi italiane, svizzere, francesi.

Eppure, senza impianti invernali di nessun tipo, la gran Milan città di pianura, ha ottenuto di organizzare per la prima volta queste Olimpiadi, sia pure “diffuse”, condivise con Cortina d’Ampezzo, Val di Fiemme e Livigno. (Il capoluogo lombardo può fregiarsi di una sola pista di pattinaggio: quella che viene aperta a Natale per la gioia dei bimbi!)

Chiusa la parentesi, resta il fatto che questa è la seconda volta nella storia delle Olimpiadi invernali che l’Africa è rappresentata da otto Paesi con 13 sciatori, impegnati, nei prossimi giorni, nello sci alpino, di fondo, freestyle e nello skeleton.

Grande rappresentanza sudafricana

La squadra più numerosa è quella sudafricana, la cui presenza tutto sommato, non dovrebbe suscitare stupore e meraviglia. E’ composta da 5 atleti: due adolescenti, il diciassettenne Thomas Weir e la diciottenne Lara Markthaler, entrambi selezionati per lo sci alpino. A loro si uniscono la sciatrice freestyle Malica Malherbe (21), Nicole Burger (31), per lo skeleton e Matthew Smith (35), sci di fondo. Tutti esordienti olimpici.

La biografia di altri atleti rivela invece un… trucco neanche tanto ben nascosto. Prendiamo uno dei due rappresentanti marocchini: Pietro Tranchina.

Nati sulle vette bianche all’estero

E’ nato e cresciuto in Italia, a Susa (Torino) il 5 marzo 2003 da mamma (Saida) marocchina, ma –  come Pietro ha raccontato all’Adnkronos pochi giorni fa – “il Marocco mi ha dato l’opportunità di confrontarmi con i migliori, di crescere e fare esperienze importanti a livello sportivo. Nella scelta ha inciso anche il rapporto con la mamma. Siamo molto legati e nel suo Paese mi sento a mio agio”.

Il caso più sorprendente però è quello del beninese Nathan Tchibozo, 22 anni, che travolto da insolita passione per le scintillanti vette, si è allenato tra Svezia e Italia pur di non rinunciare al suo sogno bianco.

Nathan è nato a Parigi da genitori del Benin il 15 febbraio 2004, è cresciuto in Francia, dove a soli tre anni ha imparato a sciare, diventando bravissimo nello slalom gigante e nello slalom speciale.

Tanto bravo anche a zigzagare tra una nazionalità e l’altra. Nel 2023, infatti, ha rappresentato il Togo ai Mondiale (primo togolese in assoluto) e alla fine del 2025 ha ottenuto dal CIO (Comitato Olimpico Internazionale), il cambio di Federazione e di nazionalità, sia pure dopo lunghe procedure e polemiche. E grazie alla testardaggine del padre che è riuscito a far nascere la Federazione sciistica del Benin, uno Stato in cui il monte più malto non raggiunge i 700 metri.

Così nella cerimonia di apertura parallela di Livigno, Nathan, (studente di laurea triennale in Commercio e Marketing sportivo ad Albertville) ha potuto sfilare, ieri sera, come portabandiera, col vessillo giallo verde e rosso del debuttante Benin.

Chi si è fatta le ossa nelle Alpi francesi è anche Mialitiana “Mail” Clerc, 26 anni, del Madagascar, con un passato da inserire nella serie “incredibile ma vero”.

Ecco come lei stessa ha raccontato la sua vita: “Pratico lo sci alpino da quando avevo 3 anni. Sono stata adottata, in un orfanotrofio, all’età di 1 anno da una coppia francese che viveva in Alta Savoia.

I miei genitori hanno iniziato a insegnarmi lo sci alpino fino a quando non ho iniziato a prendere lezioni di sci come tutti gli altri. Quando ero più giovane facevo molte attività diverse: sci alpino, lezioni di danza classica e moderna. Ero anche una violinista e pianista. Poi ho iniziato le gare di sci alpino in diversi club intorno alla mia città. Quando ho compiuto 16 anni, ho colto l’occasione per correre per la Federazione Sciistica del Madagascar”.

Una Federazione sciistica nella quarta isola più grande al mondo dove possono imperversare i cicloni non certo le tempeste di neve!!!! (Comunque freniamo lo stupore: anche Egitto, Algeria e Camerun hanno federazioni sciistiche….).

In malgascio non esiste la parola neve

Per il Madagascar però un po’ di sbalordimento è comprensibile: nella lingua malgascia il dizionario non contiene neppure la parola neve.

L’espressione più vicina sarebbe “ranomandry”, una parola composta che significa acqua che dorme o che sta ferma, e che corrisponde all’italiano ghiaccio.

Neve o ghiaccio, Mialitiana è pronta a diventare la prima atleta africana a competere in ben tre Olimpiadi invernali. E nella  serata di apertura dei giochi ha fatto da alfiere con il collega di sci alpino, Mathieu Gravier, 22 anni, figlio di papà dell’Isere e di madre malgascia.

Anche Mathieu è cresciuto sui pendii innevati della celebre stazione montana de Les Deux Alpes.

Ma torniamo alla sfortunata keniana Sabrina Simader, cui Cortina non sembra portare fortuna, considerato che i mondiali del 2001 cadde e si dovette ritirare.

Sabrina, come raccontò allora ad Africa Express – è originaria di Kilifi, sulla costa turistica del Kenya, ma a 3 anni con la madre e il patrigno austriaco venne in Europa e ben presto inforcò gli sci sulle Alpi austriache.

Ora non ha potuto sventolare il vessillo del Kenya. Al suo posto lo ha fatto il 18enne Issa Laborde Gachiringi, quello che sembrerebbe nato a cavallo dell’Equatore. Sembrerebbe, perché, grattando un po’, (ma neanche tanto) emerge dal cuore delle Alpi francesi, che il suo nome completo è Issa Laborde Gachiringi Dit Pere, è nato da padre transalpino, pattugliatore di piste e madre operatrice di assistenza all’infanzia.

“Lo sci è sempre stata una mia passione – ha scritto Issa nel suo sito issakenyanskier.com/–  e ho iniziato a gareggiare a 5 anni, vincendo la mia prima medaglia quell’anno.

Nel 2024, ho avuto l’onore di essere il primo rappresentante maschile del Kenya alle Olimpiadi. Voglio rappresentare l’Africa e le mie radici keniote nelle competizioni di alto livello. Il mio obiettivo non è solo quello di far conoscere lo sci ai paesi africani, ma anche di condividere la mia storia stimolante, di innalzare la mia bandiera e di mettere in luce la mia passione per lo sci alpino in luoghi dove questo sport è meno conosciuto”.

Sempre sulle Alpi francesi (Annemasse, Alta Savoia) è fiorito il rappresentante nigeriano, Samuel Ikpefan, 33 anni, e sempre grazie a suo padre, che lo ha stimolato. E non ha voluto dimenticare la patria lontana: nel 2019 ha optato per la Nigeria.

Eritreo in Canada

Ma ci sarà qualcuno che ha cominciato in una nazione senza neve, senza montagna, senza alcuna tradizione negli sport invernali? Oppure tutti sono cresciuti fra le dentate e scintillanti vette europee, o in terre ghiacciate, come il Canada? Come il portabandiera dell’Eritrea, Shannon Ogbnqi Abedq, 30 anni.

Le sue radici sono africane da parte dei genitori, ma la nascita è avvenuta nello Stato di Alberta, dove suo padre, ingegnere geologo, si trasferì con un permesso di lavoro. Shannon prese confidenza con la neve a 3 anni e non smise più di sciare. Nel 2011 scelse di gareggiare per l’Eritrea.

Rainbowman

E che dire di Winston Tang, 19 anni, vessillifero dell’esordiente Guinea-Bissau ai Giochi Olimpici (slalom maschile di sci alpino). È nato a Park City, nello Utah, ed è uno snowman arcobaleno: taiwanese-americano-guineano!

È la conferma che non soltanto è importante partecipare (anche se arriverà un giorno la prima medaglia fresca di neve per l’Africa…) ma che lo sport non ha confini.

E che anche le condizioni climatiche dei luoghi di nascita non sono un limite.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Break the ICE: è ora di rompere il ghiaccio e conoscere i più famosi agenti del momento, but no selfie please!

Gli agenti federali dell’ICE sono operativi in Italia,
ufficialmente per proteggere i leader politici e gli atleti americani.
Il Washington Post ha pubblicato un bel ritratto che spiega
chi sono e cosa fanno i paramilitari dell’ICE.

Speciale per Africa ExPress
Novella Di Paolo
5 febbraio 2026

ICE is coming to town. E non stiamo parlando del gelo americano che sta bloccando gli Stati Uniti sud-occidentali e che pure contribuirebbe all’atmosfera dei giochi olimpici; né tantomeno del furgoncino dei gelati, con l’inquietante jingle natalizio da carillon scarico, come quelli dei film dell’orrore e quindi proprio perché sono solo film, a suo modo comunque rassicurante.

No. Quelli appena arrivati a Milano per le olimpiadi invernali sono i fantomatici agenti per il controllo dell’immigrazione e delle dogane americani, saliti alla ribalta per i fatti di Minneapolis dove hanno assassinato un paio di persone: gli ICE, appunto. Che però, a dispetto della denominazione, pare che non agiranno affatto, ma si chiuderanno in ufficio a lavorare d’intelligence.

È lecito tuttavia chiedersi in che mise si presenteranno, se si porteranno dietro SUV e passamontagna, anfibi e pistola d’ordinanza. Ci sarebbe da mettersi comodi e guardarli sfilare, magari insieme alle delegazioni olimpiche, il giorno dell’inaugurazione, ma poi si rischierebbe di assistere a un corteo di carnevale.

Ci sarebbe da divertirsi e giocare a riconoscerli, se non si trattasse di una cosa seria. Non la parata di apertura, ma la loro venuta qui in Italia, che un poco, nonostante le raccomandazioni del Viminale (“non li vedrete in strada”), puzza di attacco alla sovranità dello Stato, quello italiano.

Ecco come le infografiche del Washington Post presentano le attività e gli agenti dell’ICE

Come saranno mascherati dunque non lo sapremo, ma sicuro è, come racconta il Washington Post in una interessante quanto allarmante infografica, che quelli che resteranno in America saranno ben equipaggiati per continuare a battere le strade statunitensi in lungo e in largo ancora per un bel po’.

Non bisogna capirci molto di tecnologia per avere un quadro completo degli ultimi, anche se in uso già da diversi mesi, strumenti investigativi in dotazione agli ufficiali dell’ICE. “Armi invisibili”, le chiama il Washington Post, “tecnologia di supporto investigativo” le definisce il Dipartimento di Sicurezza Americano.

Dettagli lessicali che comunque non cambiano il quadro della situazione, all’interno del quale le forze antiimmigrazione hanno decisamente superato i confini consueti, forti dell’appoggio degli uomini del presidente che “hanno rivendicato l’autorità di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per monitorare e indagare sulle reti di manifestanti anti-ICE, compresi i cittadini americani ” e autorizzati dal DHS che ha “ampliato significativamente l’ambito operativo per l’uso del riconoscimento facciale, dell’intelligenza artificiale e di altre tecnologie”.

Si tratta di strumenti digitali già adoprati da altre agenzie di controllo e sicurezza americane che però si occupano prevalentemente di terrorismo e reati contro i minori e altri crimini federali.

Le tipologie sono due: controllo e monitoraggio. Applicazioni che a meno di un metro riconoscono i volti e tracciano l’iride. Antenne per la lettura di targhe automobilistiche. Droni che riescono a vedere il colore di una maglietta, ma che pare non mettono a fuoco i volti.

Lo scopo di queste dotazioni è quello di monitorare attività e spostamenti dei sospetti tramite il controllo dei cellulari e dei veicoli. Oltre alla applicazione per il riconoscimento facciale che, insiste il Dipartimento di Sicurezza, eliminerebbe immediatamente le foto non corrispondenti ai profili già schedati, il Washington Post cita altri dispositivi, o meglio, strategie operative tramite le quali gli agenti si appoggiano a apparecchi installati sul territorio per raccogliere dati altrimenti non accessibili.

In sostanza l’ICE si frappone tra l’utente e l’apparecchiatura intercettandone i segnali. È il caso della lettura delle targhe tramite fototrappole che, isolando la cifra identificativa, dispiegano un ventaglio di informazioni che va dalle specifiche tecniche del veicolo ai dettagli di pagamento del parcheggio.

O dei localizzatori telefonici camuffati da antenne cellulari, che disconnettono i dispositivi dalle reti degli operatori commerciali e li attaccano forzatamente a quella di controllo federale. L’operazione consentirebbe solo la locazione GPS delle celle intercettate; per ottenere ulteriori informazioni trattandosi di dati sensibili, l’ICE, sottolinea l’ente gestore, necessita di una autorizzazione dal giudice, a meno che, precisa di contro l’ICE, si tratti di casi di emergenza, quali tutela dell’incolumità pubblica o possibilità di fuga dell’imputato.

Condizioni, come intuibile, facilmente dimostrabili dalle forze federali.

Una autorizzazione è richiesta anche per accedere ai dati di locazione dei telefoni cellulari, rubrica, messaggi, foto, conversazioni, che la Corte Suprema ha dichiarato strettamente personali, ma che gli agenti federali puntualmente aggirano ricorrendo a dei broker. Quello che sconcerta, a parte la esagerata mole di dati ricercati dalla task force, è la modalità poco lineare di accesso a questi ultimi.

Leeor Ben-Peretz, direttore strategico dell’azienda israeliana Cellebrite, mostra la sua tecnologia di hacking telefonico nel 2016. (Jack Guez/AFP/Getty Images)

L’ICE potrebbe dotarsi di apparecchi propri e invece si appoggia a terzi. La scelta è sicuramente legata anche all’aspetto economico. Questo non vuol dire che l’operazione non ha avuto costi rilevanti, ma che si è preferito risparmiare. Il governo federale non ha di fatto acquistato nulla, a parte una nuova batteria di droni in grado di avvistare, su una superficie di 40 metri quadri, gente da più di 12 chilometri di distanza e di individuare una singola persona da circa un chilometro. Per il resto si tratta di licenze e appunto di collaborazione con le autorità locali, spesso impossibilitate a rifiutarsi, proprio in virtù della sbandierata sicurezza nazionale che ha la precedenza su quella locale.

La strategia è però prevalentemente politica. Cercare, esigere, la collaborazione dei singoli stati e città, infatti, sortisce un doppio effetto. Da un lato sottomette i rappresentanti locali, passibili anche loro di denuncia, se non riconoscono la superiorità dell’autorità federale; dall’altro li galvanizza, rendendoli parte integrante dell’intero processo investigativo. La solita storia del bastone e della carota.

A Cortina comunque gli agenti non porteranno né l’uno né l’altra. Né droni, né antenne. Ma, con tutta probabilità, i telefoni cellulari sì. D’altronde sono pur sempre esseri umani questi federali, che scrollano le ultime news, postano foto e aggiornano stati, mettono like, guardano video virali, si divertono a riconoscere quelli generati dall’IA, e in questo dovrebbero essere campioni. La prudenza però non è mai troppa. Io, dovessi capitare in questi giorni da quelle parti, non accetterei selfie dagli sconosciuti.

Novella Di Paolo
dipaolonovella12@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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TotalEnergies in Mozambico riapre il progetto gas da 20 mld attaccato nel 2021 dai jihadisti a Cabo Delgado

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
5 febbraio 2026

Dopo cinque anni riprende il progetto della multinazionale TotalEnergies per l’estrazione del gas naturale (GNL) nella penisola di Afungi, Cabo Delgado, che era stata attaccata dai miliziani dello Stato islamico IS-Mozambico.

Il 29 gennaio Patrick Pouyanné, presidente e CEO di TotalEnergies,  ad Afungi, ha incontrato il capo dello Stato mozambicano, Daniel Chapo. I due hanno annunciato il pieno riavvio delle attività del progetto LNG del Mozambico onshore e offshore.

TotalEnerges Chapo e Pouyanné Mozambico
Daniel Chapo, presidente del Mozambico e Patrick Pouyanné, CEO di TotalEnergies

Sicurezza in mano al Ruanda

Il governo mozambicano ha confermato le misure adottate per la sicurezza dell’area con 4.000 militari della Ruanda Defence Force (RDF). I soldati ruandesi sono in Mozambico dal 2021 grazie a un accordo bilaterale Maputo-Kigali iniziato con un migliaio di militari e poliziotti ruandesi.

Un accordo indispensabile perché le Forze di difesa mozambicane  (FADM) non riuscivano a fermare l’insurrezione jiadista iniziata nell’ottobre 2017 a Cabo Delgado.

La linea rossa superata è stata l’occupazione di Palma, la capitale del gas accanto ad Afungi, da parte dei jihadisti di IS-Mozambico affiliati a ISIS.

Un violentissimo assalto durato una decina di giorni. Il governo mozambicano non ha mai dato il numero dei morti ma fonti indipendenti hanno calcolato circa 1.400 decessi, soprattutto civili. Sono dovuti intervenire i marines sudafricani per riportare a casa i connazionali.

La missione SAMIM

Nemmeno l’intervento della Missione militare della Comunità dei Paesi dell’Africa meridionale (SAMIM) è riuscita a fermare i jihadisti. La missione, dal giugno 2021 a luglio 2024, con 2.800 soldati, che ha coinvolto otto Paesi, si è conclusa per mancanza di fondi. Ha arginato gli attacchi di IS-Mozambico che però continuano.

A causa di questa pericolosissima situazione TotalEnergies aveva deciso la sospensione dei lavori e l’evacuazione del personale dei cantieri per “forza maggiore”. Nella nota diramata dalla società petrolifera il cantiere riapre con 4.000 lavoratori, 3.000 di questi sono mozambicani.

“Questo progetto di riferimento posizionerà il Mozambico come un importante esportatore di GNL”, ha dichiarato Patrick Pouyanné.

Secondo il capo dello Stato, Daniel Chapo: “Il progetto consolida il posizionamento del Mozambico come hub energetico regionale. Conferma il Paese come attore credibile e rilevante nel mercato globale del gas naturale liquefatto, rafforzando la sua posizione geostrategica e il suo ruolo nella sicurezza energetica globale”

TotalEnergies mappa dei giacimenti di gas Cabo Delgado
Mappa dei giacimenti di gas di TotalEnergies a Cabo Delgado, Mozambico (Courtesy TotalEnergies)

TotalEnergies e il Mozambico

La multinazionale francese produce e commercializza energie: petrolio e biocarburanti, gas naturale, biogas e idrogeno a basse emissioni di carbonio, rinnovabili ed elettricità.

Gli impianti di Afungi sono gestiti da Mozambique LNG che vale circa 20 miliardi di dollari. È una joint venture composta da TotalEnergies EP Mozambique Area 1 che detiene il 26,5 per cento della società.

Ne fanno parte anche la giapponese Mitsui E&P Mozambique Area 1 (20 per cento), la mozambicana ENH Rovuma Área Um (15). L’impresa indiana ONGC Videsh Rovuma, la mozambicana Beas Rovuma Energy Mozambique e l’olandese BPRL Ventures Mozambique hanno il 10 per cento ciascuna. La tailandese PTTEP Mozambique detiene l’8,5.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Bambini armati tra i jihadisti che hanno assediato e ucciso a Palma, Mozambico

Mozambico, spasmodica attesa di marines sudafricani per liberare Palma dai jihadisti

Truppe sudafricane lasciano il Mozambico per fine missione anti jihadista: sono finiti i fondi

Trump autorizza forniture d’armi per 7 miliardi di dollari: destinazione Israele

Dal Nostro Redattore Difesa
Antonio Mazzeo
4 febbraio 2026

Nuove forniture di sistemi d’arma USA per i prossimi interventi bellici di Israele a Gaza e in Medio oriente. E qualche buon affare anche per il gruppo Leonardo SpA..

A fine gennaio, il ministero della Guerra degli Stati Uniti d’America ha approvato un piano di oltre 7 miliardi di dollari per il trasferimento ad Israele di elicotteri d’attacco, veicoli leggeri terrestri e componenti per elicotteri leggeri nell’ambito della Foreign Military Sale (FMS), il programma di assistenza USA per l’acquisto di armi da parte dei paesi partner.

Aiuti militari malgrado cessate il fuoco

Si tratta del maggiore pacchetto di aiuti militari dell’amministrazione Trump dopo l’accordo di cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, sistematicamente violato dalle forze armate israeliane.

Gaza

Coincidenza vuole che la decisione del Pentagono giunge subito dopo la formalizzazione del Board of Peace, il consiglio di amministrazione guidato da Washington che punta alla trasformazione di Gaza in un mega Resort-Casinò pluristellato per facoltosi turisti nordamericani, europei e mediorientali.

Approvazione Congresso

Il piano di “aiuti” sarà sottoposto nei prossimi giorni al Congresso per la definitiva approvazione. La tranche più rilevante del valore di 3,8 miliardi di dollari è destinata al trasferimento di 30 elicotteri d’attacco “Apache AH-64E” e relative attrezzature (motori, sistemi radar, sensori avanzati, piattaforme addestrative e interventi logistici e di manutenzione).

Gli “Apache” saranno prodotti dai colossi militari-industriali Boeing e Lockheed Martin e consentiranno ad Israele di rafforzare ulteriormente le proprie capacità d’attacco aereo di precisione.

Una tranche del valore di 2 miliardi dollari andrà all’acquisto di 3.250 veicoli tattici leggeri congiunti (JLTV) e relativi sistemi d’arma, munizioni e attrezzature tecniche. I veicoli saranno prodotti da AM GeneralLLC., mentre il personale militare statunitense e alcuni contractor assicureranno la formazione e il supporto logistico in Israele per sei anni dopo la loro consegna.

Equipaggiamenti, addestramenti

Il dipartimento della Guerra prevede inoltre un intervento del valore di 740 milioni di dollari per ammodernare i veicoli da trasporto truppe “Namer” in dotazione alle forze israeliane dal 2008.

Dulcis in fundo, sono previsti 150 milioni di dollari in equipaggiamenti, pezzi di ricambio, addestramento e supporto ingegneristico per la flotta di elicotteri leggeri AW-119Kx prodotti da Leonardo Helicopters USA, società interamente controllata dalla holding italiana Leonardo SpA.

Elicottero Koala, Augusta Westland

Gli Agusta Westland AW119Kx, denominati da Leonardo come “Koala” e da Israele “Ofer” (cerbiatto), sono elicotteri impiegati in ambito militare per differenti missioni: dall’addestramento e la formazione dei piloti dei velivoli d’attacco, al trasporto VIP, ai servizi di assistenza medica e SAR (ricerca e soccorso), alla vigilanza e sicurezza, ecc.

I velivoli sono in dotazione dei reparti israeliani dalla primavera del 2024. Leonardo Helicopters (stabilimenti a Filadelfia, Pennsylvania) li ha consegnati alla Flight Training School dell’Aeronautica militare, ospitata nella base aerea di Hatzerim, nel deserto del Negev.

Il contratto per la fornitura del modello AW119Kx è stato firmato nel dicembre 2019 dal gruppo Leonardo con il Dipartimento della Guerra Usa. Inizialmente era prevista la consegna a Tel Aviv di sette elicotteri AW119Kx, unitamente a un pacchetto di servizi, attività addestrative, simulatori di volo e altri equipaggiamenti, più il supporto tecnico per venti anni.

Ben 12 elicotteri

Il 6 aprile 2022 è stato sottoscritto un nuovo accordo con l’US Army Contracting Command che ha elevato a dodici il numero degli AW119Kx, con l’opzione per altri quattro velivoli. Il contratto prevede la presenza di personale dell’azienda italiana nella base aerea del Negev per la formazione dei piloti israeliani e la manutenzione degli elicotteri.

I sistemi d’arma per 7 miliardi di dollari che il Pentagono intende trasferire ad Israele si sommano ai 25 cacciabombardieri F-15 ordinati dalle autorità di Tel Aviv a fine dicembre 2025.

Nello specifico, ancora nell’ambito della Foreign Military Sale, l’Aeronautica Militare USA ha affidato a Boeing un contratto del valore di 8,57 miliardi di dollari per la produzione dei velivoli da guerra negli stabilimenti di St. Louis, Missouri. La consegna sarà completata nel 2035.

Israele si conferma il maggiore destinatario di aiuti militari statunitensi al mondo dopo la Seconda guerra mondiale. Ad oggi si calcola che lo Stato sionista abbia ricevuto sistemi bellici per il valore di oltre 158 miliardi di dollari.

Dal 7 ottobre 2023, la data dell’attacco di Hamas e dell’avvio del genocidio della popolazione palestinese di Gaza, Israele ha ricevuto da Washington più di 21 miliardi di dollari in “assistenza militare d’emergenza addizionale”.

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com

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Quei governi fatti saltare da USA anche con l’aiuto degli squadroni della morte – 3

Speciale Per Africa ExPress
Massimo A. Alberizzi
31 gennaio 2026
(3 – fine)

Il primo articolo è stato pubblicato qui
Il secondo articolo è stato pubblicato qui

Negli anni 70 l’attenzione americana resta inchiodata al Sud America. Dopo il Cile, dove il governo legittimo e democratico di Salvador Allende viene defenestrato da un golpe guidato dal sanguinario generale Augusto Pinochet, il 24 Marzo 1976 è la volta dell’Argentina. I militari cacciano Isabel Peron, eletta anche lei democraticamente, e instaurano una dittatura dal pugno di ferro.

Migliaia di documenti che riguardano il coinvolgimento degli Stati Uniti nel golpe sono stati declassificati tra il 2001 e il 2016. Provengono da diverse agenzie governative americane, tra cui Dipartimento di Stato, CIA, Ministero della Difesa, Consiglio di Sicurezza Nazionale, FBI.

Ad esempio, un cablogramma del 5 marzo 1976 inviato dall’ambasciata statunitense in Argentina al Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, afferma: “I preparativi per il colpo di stato sono pronti. Le navi e i membri della Marina sono stati schierati in punti strategici in tutto il Paese per controllare possibili disordini dopo la presa del potere”.

Argentina 24 marzo 1976. Militari in azione contro chi resiste

Nel 2016, il National Security Archive degli Stati Uniti ha pubblicato 14 nuovi documenti che gettano luce sul ruolo di Washington nei giorni che precedettero il golpe. Questa massa di documentazione suggerisce che gli Stati Uniti erano a conoscenza dei preparativi per il colpo di Stato e che c’era un certo grado di supporto o tolleranza nei confronti delle azioni dei militari argentini.

Il ruolo di Kissinger

I documenti raccontano che Kissinger, sconfessando le motivazioni che lo avevano portato al Nobel per la Pace nel 1973, si era mostrato molto comprensivo verso i militari golpisti. “Sappiamo che siete in difficoltà. Sono tempi curiosi quelli in cui attività politiche, criminali e terroristiche tendono a emergere senza una chiara separazione. Capiamo che dovete stabilire un’autorità. Farò quel che posso”, ch’è scritto in una lettera  del segretario di Stato di Richard Nixon al ministro degli esteri argentino golpista César Augusto Guazzetti. Il 9 luglio 1976, il principale consigliere di Kissinger, Harry Shlaudeman, gli forniva particolari sui sistemi di Buenos Aires, dove veniva applicato “Il metodo cileno: terrorizzare l’opposizione, anche a costo di uccidere preti e suore”.

Le mani sul Canale di Panama

La morte all’età di 52 anni, in un incidente aereo, il 31 luglio 1981, del generale di Panama Omar Torrijos, leader de facto del Paese dal 1968 non è stata ancora chiarita. Torrijos nel 1977 aveva raggiunto con il presidente Carter un accordo che sanciva, a partire dal 2000, il diritto al controllo dei centroamericani sul Canale di Panama. Quell’accordo ha suscitato solo speculazioni su un possibile coinvolgimento degli Stati Uniti nel decesso del capo centroamericano, ma non ci sono prove concrete né documenti declassificati.

Marines nella giungla di Panama

Occorre però notare che Omar Torrijos, oltre ad essere un deciso oppositore del controllo americano sul Canale, aveva manifestato posizioni politiche vicine a movimenti nazionalisti e rivoluzionari dell’America Latina. Durante la sua leadership, Torrijos aveva fatto parecchie dichiarazioni di sostegno al presidente cileno Salvador Allende, e aveva appoggiato e sostenuto la sua linea di supporto all’autodeterminazione dei popoli latinoamericani.

Ma non solo: aveva offerto appoggio politico e logistico ai sandinisti che in Nicaragua combattevano contro la dittatura ereditaria della famiglia Somoza. I sanguinari Somoza avevano governato il Paese centroamericano dal 1934, accumulando immense fortune e mantenendo il potere grazie alla Guardia Nazionale e al sostegno degli Stati Uniti. Il 17 luglio 1979 erano stati cacciati dalla rivoluzione sandinista.

Torrijos aveva mostrato simpatia verso i movimenti guerriglieri in Guatemala e per i ribelli in El Salvador, soprattutto all’inizio della guerra civile, come parte della sua politica di solidarietà latinoamericana e di sfida agli Stati Uniti.

Figura scomoda

Questo atteggiamento aveva contribuito a renderlo una figura scomoda per Washington, soprattutto nel contesto della Guerra Fredda e del controllo strategico sul Canale di Panama. Le tensioni erano culminate negli scontri del 1964, noti come ‘Giorno dei Martiri’:  ventidue morti panamensi e 4 soldati statunitensi avevano spinto gli Stati Uniti a negoziare i trattati Torrijos-Carter nel 1977, che avevano sancito il trasferimento del controllo del Canale allo stato panamense entro il 1999. Questi eventi e documenti storici testimoniano l’attrito tra gli Stati Uniti e Torrijos.

Nel 2026, i Marines statunitensi sono tornati operativi a Panama per rafforzare la sicurezza del Canale, in risposta alle crescenti preoccupazioni per l’influenza cinese e nel quadro di accordi di cooperazione militare bilaterale. Esercitazioni congiunte e il dispiegamento di personale sono previsti tra gennaio e febbraio 2026, coinvolgendo basi aeree e navali per attività di addestramento e protezione.

Il 31 gennaio il quotidiano filo Trump The Epoch Times, pregiudizialmente anticinese e anticomunista, ha pubblicato la notizia che la Corte suprema di Panama ha ufficialmente espulso la Cina comunista dal Canale di Panama.

1966: è la volta dell’Indonesia

All’attenzione americana non sfugge neppure l’Indonesia. Dopo un periodo tumultuoso di democrazia parlamentare, nel Paese insulare, nel 1959 Sukarno introduce un sistema autoritario noto come “democrazia guidata” per ripristinare la stabilità e reprimere le ribellioni regionali.

All’inizio degli anni ’60, Sukarno persegue una politica estera in cui e posiziona l’Indonesia tra i leader del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM), schierato dichiaratamente contro le interferenze americane e sovietiche negli affari interni di altri Paesi. Queste politiche aumentano le tensioni con le potenze occidentali che accusano l’Indonesia, nonostante fosse uno Stato non comunista, di avvicinarsi troppo all’Unione Sovietica.

Il culmine di questa politica si colloca il CONEFO (Conference of the New Emerging Forces) il piano di Sukarno per una nuova Organizzazione delle Nazioni Unite con sede a Giacarta ideato proprio per limitare il potere sia degli Stati Uniti, sia dell’Unione Sovietica.

A seguito del tentativo di colpo di Stato del 30 settembre 1965, attribuiti al Partito Comunista Indonesiano (PKI), il generale Suharto nel 1967 assume il controllo del governo con un golpe. Subito dopo scatta una vasta epurazione anticomunista sostenuta dalle agenzie di intelligence occidentali, comprese quelle degli Stati Uniti e del Regno Unito. Tra le 500.000 e oltre un milione di persone vengono massacrate in massa; vengono presi di mira membri e sospetti simpatizzanti del partito comunista (PKI).

Suharto (in mimetica) accompagnato da militari fotografato a Giacarta nel 1965 (Photo courtesy del US National Security Archive)

Esistono file statunitensi desecretati che mostrano un coinvolgimento indiretto degli Stati Uniti nella caduta di Sukarno e nell’ascesa di Suharto alla fine del 1965. In particolare:
documenti della CIA e del Dipartimento di Stato desecretati negli anni ’90 e 2000 rivelano che Washington seguiva da vicino le tensioni interne in Indonesia e forniva sostegno logistico e intelligence all’esercito durante la repressione contro il Partito Comunista Indonesiano (PKI).

Alcuni cablogrammi declassificati mostrano che funzionari americani incoraggiarono l’esercito a muoversi contro Sukarno e il PKI, fornendo liste di sospetti comunisti e assistenza politica.

Nel 2017, il National Security Archive ha pubblicato un ampio dossier di documenti che confermano la conoscenza e la tolleranza da parte degli Stati Uniti delle violenze di massa tra il 1965 e il 1966. Questi documenti non provano un ruolo diretto americano nel colpo di Stato, ma confermano un sostegno strategico e informativo all’azione militare che portò alla rimozione di Sukarno.

Squadroni della morte

Gli squadroni della morte in America Latina erano gruppi paramilitari o clandestini, spesso legati a governi, eserciti o forze di polizia, che operavano durante le dittature militari e i conflitti interni tra anni ’60 e ’80. Il loro compito era eliminare oppositori politici, sospetti guerriglieri o presunti simpatizzanti della sinistra attraverso sequestri, torture, sparizioni forzate e omicidi.

Erano particolarmente attivi in Paesi come Argentina, Cile, El Salvador, Guatemala e Brasile, e furono responsabili di migliaia di vittime nell’ambito di quella che veniva definita “guerra sporca” o, a livello regionale, Operazione Condor.

Anche in questo caso esistono prove documentali che indicano una relazione tra gli Stati Uniti e gli squadroni della morte in Sud America. Ad esempio, gli Archivi del Terrore contengono documenti che mostrano la cooperazione tra i servizi di sicurezza di vari Paesi sudamericani e l’implicazione degli Stati Uniti nella repressione politica. Inoltre, il Progetto FUBELT della CIA mirava a sovvertire il governo di Salvador Allende in Cile, contribuendo indirettamente alla formazione di gruppi paramilitari. Le prove documentali principali riguardano:

Archivi del Terrore (Paraguay, 1992): scoperti da Martín Almada, contengono comunicazioni tra i servizi di sicurezza di Argentina, Cile, Brasile, Uruguay, Bolivia e Paraguay durante l’Operazione Condor. Alcuni documenti mostrano contatti diretti con CIA e FBI e la presenza di ufficiali statunitensi in attività di cooperazione contro i dissidenti politici.

Operazione Condor (anni ’70-’80): un coordinamento tra dittature sudamericane per eliminare oppositori politici, spesso con il supporto logistico e di intelligence degli USA

Progetto FUBELT (Cile, 1970-1973): una serie di operazioni coperte della CIA autorizzate da Nixon per creare le condizioni di un colpo di stato contro Salvador Allende. Includeva finanziamenti, propaganda e sostegno a gruppi militari che avrebbero poi instaurato la dittatura di Pinochet, responsabile dell’uso di squadroni della morte.

Scuola delle Americhe (Fort Benning, USA): ha addestrato migliaia di ufficiali latinoamericani in tecniche di contro-insurrezione e operazioni speciali, molte delle quali furono impiegate per la repressione e le esecuzioni extragiudiziali.

Questi documenti e testimonianze storiche delineano un quadro di supporto statunitense, diretto o indiretto, alla creazione e operatività degli squadroni della morte in America Latina.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@africa-express.info

Il primo articolo è stato pubblicato qui
Il secondo articolo è stato pubblicato qui

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