C’è puzza ovunque, non si possono utilizzare le toilette quasi tutte intasate da liquami maleodoranti e per entrare nelle poche disponibili occorre aspettare anche per 45 minuti perché si liberino. Insomma si può dire che la nave ammiraglia della Armada, la superportaerei Gerald Ford, orgoglio dell’indomito presidente americano Donald Trump, è stata fermata … dalla cacca.
Il presidente statunitense, Donald Trump, insiste e continua a minacciare Teheran: “Se non si arriva a un accordo sul nucleare, succederanno cose brutte”. E giovedì scorso il taycoon pare abbia persino fissato un ultimatum: potremmo intervenire già tra 10-15 giorni. Doveva aggiungere: “Se i nostri marinai riusciranno ad andare in bagno”.
Sta di fatto che per dimostrare al mondo e all’Iran che gli USA stanno facendo sul serio, Washington ha già sguinzagliato anche la più grande portaerei del mondo, la Gerald Ford appunto. Ufficialmente l’imponente mezzo navale è fermo per rifornimenti nella base navale statunitense di Souda Bay a Creta, sulla rotta verso il Medio Oriente. Rifornimenti che stanno impiegando troppo tempo per essere caricati. Già, perché non sono solo loro i problemi dell’ammiraglia. Senza toilette non si può procedere e andare all’arrembaggio.
Gerald Ford, la più grande portaerei al mondo
La portaerei Gerald Ford, fiore all’occhiello della marina militare, è un gioiello di ingegneria navale, dotata delle tecnologie più avanzate. Il gigante del mare è lungo 337 metri e largo 78, a propulsione nucleare, in grado di ospitare 75 aerei e 4539 persone, sta affrontando seri problemi a livello idraulico in questa sua importante missione.
Secondo alcuni rapporti interni, come Africa ExPress ha potuto accertare, il sistema di ultima generazione si è dimostrato essere piuttosto fragile, specie nell’attuale dispiegamento. Infatti si è rotto. Decine dei 650 servizi igienici della nave sarebbero andati fuori uso, causando code fino a 45 minuti per potervi accedere.
L’avanzato sistema fognario della portaerei ha un sistema delle acque reflue (blackwater) progettato per essere più efficiente rispetto alle tradizionali tubature alimentate per gravità. Funziona sottovuoto come quello degli aerei. La rete fognaria e il sistema di gestione delle acque reflue (blackwater), sono impianti ingegneristici complessi, concepiti per l’autosufficienza in mare e il rispetto delle normative ambientali internazionali (MARPOL).
Il problema deriverebbe da un difetto di progettazione per cui il guasto di una singola valvola può disattivare interi reparti. Una vera seccatura, aggravato dal persistente accumulo di calcio nelle strette tubature. Questi blocchi richiedono speciali “lavaggi con acido”, procedura di manutenzione, oltre a essere molto costosa (si parla di 400.000 dollari ogni volta), sarebbe particolarmente difficile da eseguire mentre la nave è in servizio attivo.
Non è oro tutto quello che brilla, dunque. Nessuno può negare che, anche vedendola solo in fotografia, la portaerei Gerald Ford sia maestosa, “una vera e propria opera d’arte” da guerra. Eppure sta mettendo in ginocchio il personale presente a bordo.
E, parafrasando Victor Hugo, che ha descritto magistralmente la rete fognaria (di Parigi) ne “I Miserabili”, ha paragonato le fogne alla coscienza della città (in questo caso della portaerei più grande del mondo).
Un nuovo round di colloqui a Ginevra è stato fissato in agenda per domani, 26 febbraio, con l’obiettivo di evitare una escalation militare.
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Speciale per Africa ExPress Costantino Muscau
23 febbraio 2026
“Quaranta gradi all’ombra del lenzuolo” è una commedia scollacciata del cinema italiano di 50 anni fa con Barbara Bouchet ed Edwige Fenech. In Congo-K il gossip politico l’ha trasformata in “che cosa succede sotto lenzuola a 40 gradi?”.
Un titolo indagatorio rivolto a due poteri forti del Paese, travolti da (in) solito destino nell’immenso mare di internet: il presidente della Repubblica Democratica del Congo, Felix Antoine Tshilombo Tshisekedi, 63 anni, e la ministra degli Affari Esteri, della Cooperazione e della Francofonia, Thérèse Kayikwamba Wagner, 43 anni, antropologa e politologa, con master a Venezia e a Cambridge (Usa).
Come cantava Don Basilio nella celebre aria de Il barbiere di Siviglia? “La calunnia è un venticello/ Un’auretta assai gentile/Che insensibile/ sottile/Leggermente/dolcemente/Incomincia a sussurrar…”
Il presidente del Congo-K, Felix Tshisekedi e la sua ministra degli Esteri, Thérèse Kayikwamba Wagner
Nel caso in questione, l’auretta è stata sicuramente insensibile, ma assai poco gentile e per niente sottile. E’ stato un vento impetuoso partito dall’Europa e dagli Usa che ha inguaiato il presidente Tshisekedi e imbrattato l’immagine di una sua protetta (politicamente parlando), la Kayikwamba Wagner, da lui messa a dirigere un dicastero cruciale nel maggio 2024.
Qualche mese fa la signora Teresa, figlia di Johannes Wilhelm Wagner, tedesco, cattolico prete spretato per amore della congolese Thérèse Kayikwamba Kabundji, è finita nel tritacarne di un travolgente, maschilista “spetteguless” (come direbbero a Striscia la notizia).
Ministra incinta
Si tratta di questo: sarebbe stata messa incinta nientemeno che dal suo presidente.
A creare e alimentare i rumors sarebbero stati due noti e discussi espatriati congolesi: Claude Pero Luwara, giornalista rifugiato in Belgio e responsabile del canale televisivo CPL.
Luwara si dichiara perseguitato politico e aggredito anche fisicamente dal regime di Kinshasa. Quattro anni fa, è stato radiato dall’Unione nazionale della Stampa del Congo(Unpc): avrebbe insultato il capo dello Stato.
L’altro è Emmanuel Banzuzi, residente in Svezia e responsabile del canale nazionale Bishop. Bazuzi si dichiara “artista, musicista cristiano, blogger, attivista per l’uguaglianza sociale e lo stato reale del diritto nel mio paese”.
Guai sotto le lenzuola
Infine il sito web https://congointelligence.com/, che si definisce “un media americano focalizzato sulla RDC”. E’ infatti una piattaforma abbastanza urlata, di opposizione attiva al governo congolese con sede negli Stati Uniti
Apriti o cielo!
Si sa che per i politici, i veri guai nascono spessissimo sotto le lenzuola. Senza andare molto lontano nel tempo e nello spazio, su imbarazzanti relazioni extraconiugali potrebbe aggiornarci l’ex ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, 64 anni, e Maria Rosaria Boccia, 43 primavere, (presunte) consulente del ministero per i Grandi eventi. Altro che dire: “Non drammatizziamo, è solo una questione di corna”.
Ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano e Maria Rosaria Boccia
In Congo-K, infatti, quella che poteva e doveva essere solo una questione privata (ammesso e non concesso che abbia un fondamento) è diventata un affare politico ad alto rischio.
Già due anni fa era scoppiato lo scandalo che aveva coinvolto l’allora ministro dell’Istruzione, Tony Mwaba Kazadi, 46 anni, che aveva fecondato la sua vice, ora trentaduenne, Aminata Namasia, nel 2019 la più giovane deputata della RDC.
Gravidanza “per caso”
Il ministro ammise “l’incidente” (!) e confessò, fra l’ilarità generale, che “era avvenuto per caso”.
Stavolta è diverso. L’affare si è ingrossato perché vengono tirati in ballo il numero 1 dello Stato fra i più vasti e importanti del Continente nero e la titolare di uno dei ministeri nevralgici.
Entrambi sono impegnati direttamente a gestire e a tentare di risolvere la guerra che insanguina le regioni nell’est del Paese (Nord Kivu, Sud Kivu e Ituri). Un conflitto sanguinosissimo tra il governo centrale e il gruppo armato M23(AFC sostenuto dal Ruanda. Un Paese, quest’ultimo, che la ministra ben conosce, perché c’è stata per due anni e perché per molto tempo si è occupata della situazione geopolitica nella regione dei dei Grandi Laghi.
Prima di entrare in politica, Thérèse, infatti, si era impegnata nel sociale, lavorando a Kigali, nel 2010, con l’importante Agenzia tedesca (sede a Bonn) per la cooperazione allo sviluppo internazionale (GIZ).
Perfetta in inglese
Se a 16 anni – come ha raccontato – lavorava in un supermarket, l’intelligenza e la determinazione le hanno aperto la strada del successo: parla benissimo l’inglese (e si è visto quando ha incontrato Trump poco tempo fa), ha conseguito un master in Diritti Umani e democratizzazione nel Centro europeo interuniversitario di Venezia e in Pubblica amministrazione alla Harvard Kennedy School (Cambridge, Usa).
Nel 2019 a Nairobi è diventata assistente di Xia Huang, l’inviato speciale delle Nazioni Unite per la regione dei Grandi Laghi. E’ stato allora che ha incontrato per la prima volta il presidente della Repubblica Félix Tshisekedi.
La sua azione diplomatica, non appena insediatasi al ministero, è stata caratterizzata da un obiettivo ben preciso: attaccare la presenza delle truppe ruandesi sul suolo congolese, invitare la comunità internazionale “a intervenire concretamente contro l’aggressione del Rwanda perché la compassione non basta”. Ed ecco che il Ruanda compare anche nell’affaire in cui è stata coinvolta.
Il “venticello” e don Basilio
Il venticello, infatti, canterebbe sempre don Basilio, “Piano, piano, terra terra/Sottovoce, sibilando,/Va scorrendo,/ va scorrendo/Va ronzando, va ronzando/Nell’orecchie della gente/S’introduce, s’introduce destramente/E le teste ed i cervelli/Fa stordire e fa gonfiar/ Dalla bocca fuori uscendo/lo schiamazzo va crescendo/Prende forza a poco a poco/vola già di loco in loco/ sembra il tuono, la tempesta/ che nel sen della foresta Va fischiando, brontolando/E ti fa d’orror gelar…”
Non solo “nel sen della foresta”, si propaga il venticello malefico: il pettegolezzo, grazie a internet, fa il giro di buona parte dell’Africa, dalla Sierra Leone all’Uganda allo Zimbabwe; i social ci sguazzano aggiungendo sempre nuovi particolari: “la ministra è a Bonn, in clinica; la ministra ha ammesso di aspettare un figlio; la ministra si dimetterebbe per prendere il posto, (a novembre nell’assemblea di Phnom Penh in Cambogia) di segretaria generale della “Organisation Internationale de la Francophonie (OIF), scavalcando niente meno che il rappresentante ruandese, Louise Mushikiwabo. La ministra all’interno della famiglia presidenziale ha scatenato il prevedibile putiferio tanto che la First Lady, Denise Nyakeru Tshisekedi, 58 anni, (madre di 5 figli) avrebbe chiesto le dimissioni della signora Teresa in dolce attesa”…
Inutile dire che di tutto ciò non solo non c’è stata mai nessuna conferma ufficiale, ma non esiste uno straccio di prova. Addirittura un sito, il 24 ottobre scorso, è arrivato a sostenere che la ministra sarebbe rimasta incinta per inseminazione artificiale e avrebbe una gravidanza a rischio “aggravata dallo stress da lavoro e dai numerosi viaggi diplomatici”.
Colpo di cannone
Per questo avrebbe preferito cambiare aria e ricoverarsi in un ospedale tedesco. Come canta sempre don Basilio: “Alla fin trabocca e scoppia, si propaga, si raddoppia/E produce un’esplosione/ Come un colpo di cannone/Un tremuoto, un temporale/ Un tumulto generale/ Che fa l’aria rimbombar”.
Il colpo di cannone, il rimbombo nell’aria tocca l’apice nella prima decade di novembre, quando la vittima di queste dicerie (“Il meschino calunniato/ Avvilito, calpestato/Sotto il pubblico flagello”) grida: ora basta! Un sito arriva addirittura a porre un velenoso quesito: questo papà celebre, distribuendo figli a destra e a manca, ha veramente il tempo di occuparsi del suo Paese?
Altre fonti della diaspora congolese sostengono che “fondi pubblici per 30 milioni di dollari sarebbero stati stanziati e dati a madame con l’obiettivo di mettere a tacere i media indipendenti e critici del regime e della gravidanza da inseminazione artificiale. E fin qui si potrebbe essere nella normale strumentalizzazione politica di un fatto privato.
Ma si è scatenata anche una serie di commenti virulenti, spesso venati di misoginia e sessismo, che hanno spinto la responsabile della diplomazia congolese a rompere il silenzio e a scendere in campo a viso aperto con un comunicato ufficiale contro.
Causa per diffamazione
Ha infatti annunciato di aver incaricato il potentissimo studio legale di Bruxelles, ALTIUS (ha un organico di 90 professionisti) di avviare un procedimento legale per diffamazione e violazione della privacy. Il ministro di Stato ha scritto: “Mi assumo pienamente la responsabilità di proteggere mio figlio” e di proseguire il mio lavoro “con serenità e concentrazione, questi attacchi hanno tentato di “offuscare un momento di intimità e gioia familiare ”, di screditarmi, di indebolire la mia voce nell’esercizio delle funzioni diplomatiche. Al di là della mia persona, questa azione fa parte della lotta di tutte le donne contro la violenza, sia fisica che verbale, e contro la denigrazione sessista ancora presente nelle nostre società; chiedo una presa di coscienza collettiva del rispetto della privacy delle donne pubbliche. Nessuna donna, pubblica o privata, dovrebbe vedere il suo corpo ridotto a campo di battaglia”.
Un appello che rischia di cadere nel vuoto. Il giorno successivo alla denuncia della ministra, il sito https://congointelligence.com/ ha così reagito, citando anche gli elogi del Corriere della Sera): “Rachida Dati, la ministra della Giustizia francese, single e incinta, non ha sporto denuncia contro i giornalisti. Ma nella RDC, la ministra degli Esteri Kayikwamba, incinta tramite inseminazione artificiale del bambino avuto da Félix Tshisekedi, ha sporto denuncia contro CongoIntelligence.com e diversi media della diaspora: ma perché?”
Detrattori politici
Tre anni fa, Aminata Namasia (la viceministra rimasta incinta per… caso) dichiarò: “Ho una vita che deve essere rispettata da tutti, al di là dei miei doveri ufficiali. I detrattori politici possono attaccare le mie opinioni e azioni politiche, piuttosto che diffamarmi”.
Eh, già, “ma queste notizie spopolano sui media”, commentò Barca Horly, un giornalista congolese di Times.cd., che evidentemente non conosceva don Basilio. “Ma che mondo è questo? E’ un mormorio tra la gente e tra le celebrità”. E concludeva: “chiunque non abbia vissuto in Congo non ha visto nulla!”
Venisse da noi, pochi anni fa Filippo Ceccarelli per Longanesi scrisse “Il letto e il potere – storia sessuale d’Italia da Mussolini a Vallettopoli bis” . “Leader erogeni, predatori di gossip, ruffiani di lungo corso… dal moralismo dei nonni alla più evoluta spudoratezza. Il popolo di un tempo oggi si chiama pubblico, dunque nulla è privato”. Mazzabubù …quante corna ci stanno quaggiù!
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
22 febbraio 2026
Via i migranti dagli States. Il presidente Donald Trump non demorde, è alla continua ricerca di Paesi terzi pronti a “accogliere” richiedenti asilo “non graditi” negli USA.
A gennaio il governo del Camerun ha siglato un accordo segreto con gli USA, volto ad “ospitare” africani deportati dall’amministrazione di Washington. Nessun dettaglio del recente trattato è stato reso noto.
Il presidente USA, Donald Trump con il suo omologo del Camerun, Paul Biya
Anche il 92enne Paul Biya, il più anziano leader africano, rieletto pochi mesi fa per un ottavo mandato, non ha saputo resistere allo “charme” di Trump, come del resto altri suoi omologhi del Sud Sudan, Ghana, Ruanda, Guinea Equatoriale e eSwatini (ex Swatziland), l’unica monarchia assoluta del continente.
Nelle ultime settimane sono stati deportati 17 richiedenti asilo – tra loro un apolide e una donna – dagli Stati Uniti a Yaoundé. I “non graditi” da Trump sono sono originari da 9 Paesi del continente: Angola, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Ghana, Kenya, Marocco, Senegal, Sierra Leone e Zimbabwe.
Sbattuti in galera
Senza alcuna base legale, le autorità camerunensi hanno sbattuto in galera i poveracci appena atterrati a Yaoundé.
I deportati hanno riferito che, pur non avendo ottenuto diritto di asilo negli USA, il Tribunale aveva disposto il divieto di espulsione nel proprio Paese di origine per timore di persecuzioni o torture.
Deportazione di rifugiati in Camerun
E, come sottolinea Human Rights Watch (HRW) in un suo recente rapporto, l’amministrazione Trump ha aggirato queste protezioni, spedendoli in un Paese terzo, che secondo molte ONG potrebbe anche espellerli. Secondo l’organizzazione umanitaria, le espulsioni degli Stati Uniti di richiedenti asilo verso Paesi africani nell’ambito di “accordi opachi”, violano il diritto internazionale e devono essere respinte.
Due dei deportati sono già ritornati nel loro Paese di origine, mentre gli altri 15 si trovano ancora in una prigione a Yaoundé. Eppure il Camerun ha siglato la Convenzione sui rifugiati del 1951 e dovrebbe applicare una legislazione nazionale che tutela i rifugiati.
Marocchina terrorizzata
Tra coloro che sono già arrivati nella propria patria, c’è anche l’unica donna vittima dell’amministrazione Trump. E’ tornata in Marocco, dove rischia fino a tre anni di galera perché omosessuale, fatto considerato illegale nel Regno.
La giovane è terrorizzata, ha paura di essere rintracciata soprattutto dai familiari. L’avevano picchiata e malmenata dopo aver scoperto che era lesbica. Alcuni anni fa ha lasciato il Marocco, fuggendo dapprima in Brasile con un visto turistico. Da lì ha attraversato ben 6 Paesi prima di approdata finalmente negli USA all’inizio del 2025. Ma invece di essere accolta, è stata subito spedita in galera per poi essere deportata in Camerun.
Mano lunga di Washington
Il governo di Biya ha arrestato anche alcuni giornalisti che hanno denunciato la deportazione dei rifugiati dagli USA. Un freelance in missione per AP è stato schiaffeggiato dalla polizia e trattenuto brevemente nella capitale insieme ad altri tre giornalisti e un avvocato.
Secondo quanto riportato da più fonti, la polizia avrebbe sequestrato anche le loro attrezzature, perchè avevano tentato di filmare la struttura che ospita i deportati.
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I leader africani non ci stanno più. Il ministro degli Estero nigeriano, ma soprattutto quello keniano chiedeono di porre fine all’arruolamento di giovani africani per combattere in Ucraina.
Recentemente funzionari ucraini hanno dichiarato di aver trovato due nigeriani, morti lo scorso anno durante i combattimenti con i russi.
Pur non avendo confermato la morte dei due connazionali, tuttavia domenica scorsa, Kimiebi Imomotimi Ebienfa, portavoce del ministero degli Esteri nigeriano, ha dichiarato che “diversi cittadini del nostro Paese sono state vittime in zone di guerra in Paesi stranieri, dopo essere stati ingannati e costretti a firmare contratti di arruolamento militare”.
Rafforzare vigilanza consolare
Il ministero degli Esteri nigeriano ha poi sottolineato, senza nominare esplicitamente il Paese governato da Vladimir Putin, di aver chiesto alle proprie missioni all’estero di “rafforzare la vigilanza consolare e fornire servizi di consulenza tempestivi ai propri cittadini”.
Nigeriani catapultati nella guerra russa-ucraina
Secondo un rapporto pubblicato la scorsa settimana dal collettivo investigativo All Eyes on Wagner, almeno 36 nigeriani sarebbero stati reclutati dall’esercito russo, cinque dei quali già morti in combattimento.
Déjà vu in Jugoslavia
Bashir Galma, esperto militare nigeriano in pensione, non si meraviglia di questo fatto. Ha dichiarato ai reporter della BBC che si tratta di un Dejà vu: il reclutamento di nigeriani e altri africani in conflitti stranieri non è un fatto nuovo. “Anche molti anni fa, durante i conflitti in Jugoslavia, abbiamo avuto questo problema ed è triste che i nostri giovani cadano in queste trappole e perdano la vita in una guerra che non significa nulla per loro”, ha specificato.
Arruolamenti ingannevoli vanno avanti da quando è iniziato il conflitto russo-ucraino. All’inizio dell’invasione delle trippe moscovite, anche l’ambasciatore di Kiev, accreditato in Senegal, tramite un annuncio sulla sua pagina Facebook aveva scritto: “Cerchiamo volontari che desiderano combattere insieme a noi contro l’aggressione di Mosca”. Messaggio poi rimosso dal social network, dopo le proteste ufficiali del ministero degli Esteri di Dakar.
Il reclutamento dei russi è molto più subdolo. Gli annunci non menzionano per nulla l’arruolamento nelle loro truppe. Lo confermano anche le testimonianze di diversi keniani. Alcuni giovani hanno rivelato a AFP che un’agenzia prometteva loro un lavoro ben pagato in Russia, come Africa-ExPress ha riportato già in altri articoli.
Gli stipendi prospettati sono “da capogiro” per i giovani keniani disoccupati o malpagati, salari che spesso non superano le 100 euro mensili.
Secondo i keniani sentiti da AFP, tutto ha inizio in un’agenzia di reclutamento nella capitale, i cui dipendenti promettevano un lavoro ben remunerato in Russia come venditore, agente di sicurezza, atleta di alto livello e altro. Gli stipendi prospettatati oscillavano tra i 920 e i 2.400 euro al mese. I candidati pronti a partire, venivano poi inseriti in gruppi WhatsApp, dove persone che parlavano in swahili, raccontavano la loro vita idilliaca nel nuovo Paese.
Ma appena arrivati a Mosca, i ragazzi africani si trovano di fronte a una realtà ben diversa. Immediatamente vengono confiscati i documenti di viaggio, poi sono costretti a siglare un contratto in russo, redatto in caratteri cirillici, ovviamente del tutto incomprensibile per i poveracci. Infine vengono inviati sul fronte nella fila dei militari di Mosca per combattere gli ucraini.
Rapporto dell’intelligence del Kenya
Solo due giorni fa è stato presentato un rapporto del Servizio Nazionale di Intelligence (NIS) al Parlamento del Kenya. Nella relazione si parla di almeno 1000 connazionali reclutati dai russi. Il NIS ha dichiarato che a febbraio di quest’anno, 89 kenioti erano in prima linea nel conflitto tra Russia e Ucraina.
L’intelligence del Kenya ha spiegato anche che il modus operandi del reclutamento è inquietante. E’ stato evidenziato infatti che funzionari keniani corrotti di diverse agenzie statali e personale aeroportuale avrebbero collaborato con organizzazioni criminali che operano nel traffico di esseri umani.
Oltre 1000 giovani del Kenya arruolati dai russi
Kimani Ichung’wah, leader della maggioranza al Parlamento di Nairobi (United Democratic Alliance, partito del presidente William Ruto), ha poi affermato che le agenzie avrebbero anche collaborato con il personale dell’ambasciata russa a Nairobi e della rappresentanza diplomatica del Kenya a Mosca per aiutare ad ottenere i visti russi per i giovani reclutati.
Ambasciata russa nega coinvolgimento
Ovviamente la missione di Mosca a Nairobi ha negato qualsiasi coinvolgimento del proprio personale. L’ambasciata ha poi aggiunto che, sebbene non recluti stranieri, la legge russa consente a cittadini di altre nazionalità che si trovano legalmente nel Paese di arruolarsi volontariamente nelle forze armate, cosa per altro legale in molti Paesi, compresa la Francia.
Kimani Ichung’wah ha poi spiegato che inizialmente le reclute partivano dall’aeroporto internazionale Jomo Kenyatta (JKIA) di Nairobi con visti turistici, raggiungendo Mosca con voli via Turchia o via Emirati Arabi Uniti (EAU).
Tuttavia, con l’intensificarsi dei controlli allo scalo di Nairobi, i trafficanti hanno cambiato tattica, dirottando le vittime attraverso il Sudafrica, l’Uganda e altri Stati confinanti.
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Dal governo italiano una nuova indicazione dei comportamenti ambigui che hanno caratterizzato, da sempre, la nostra politica nei confronti della Palestina. Il mini-dibattito nell’Aula di Montecitorio intorno alle comunicazioni del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sui recenti sviluppi relativi al “piano di pace” per la Striscia di Gaza e alla costituzione del cosiddetto Board of Peace, è stato un calibrato, non inusuale circo di dichiarazioni politiche.
I vari distinguo dei rappresentati dei partiti hanno dimostrato, ancora una volta, che nessuno ha voluto o avuto il coraggio di affrontare seriamente la questione della Palestina e della sua popolazione.
Il modo di trattare la faccenda della partecipazione o meno del nostro Paese alla nuova, assurda quasi ridicola, impresa economico-coloniale guidata dal presidente americano, ha volutamente aggirato i temi di fondo.
E’ stato solo Nicola Fratoianni, segretario e leader di Sinistra Italiana e di Alleanza Verdi e Sinistra, a ricordare che “in Cisgiordania, proprio in queste ore, è in corso l’accelerazione più impressionante degli ultimi decenni di una politica fatta di pulizia etnica, apartheid, annessione, distruzione di case, assassinii. Lei – Tajani – è venuto a dirci che condannate i coloni criminali. Ma si è dimenticato di rilevare che il governo di Israele ha appena avviato un processo di registrazione fondiaria in Cisgiordania come non accadeva dal 1967. Ci saremmo aspettati una parola su questo, ma ancora una volta lei non ha avuto il coraggio e l’onestà di pronunciare un giudizio chiaro”.
Quasi rivoluzionario rispetto agli altri il vicepresidente di Italia Viva, il partito fondato da Matteo Renzi, uomo politico da sempre ambiguo rispetto ai problemi del Medio Oriente. Da lui abbiamo sentito parole che in qualche modo dimostravano – per chi voleva capire – come l’Italia e altri Paesi dello schieramento cosiddetto occidentale, va avanti con due pesi e due misure. “Che cosa ci va a fare l’Italia al Board of peace? Dopo aver ingoiato senza battere ciglio i dazi e l’aumento del contributo alla Nato, la sudditanza e le ambiguità di Giorgia Meloni consegnano il nostro Paese a Trump. Come sempre senza proferire parola, nonostante si tratti di un board organizzato sul modello della Corea del Nord. Questo atteggiamento prono nei confronti degli Stati Uniti ha per l’Italia un prezzo altissimo in termini di credibilità internazionale”.
Le misure del governo USA sono la chiara dimostrazione che le pressioni economiche usate come armapacifica possono metterlo in ginocchio e anche cambiare radicalmente la sue politica. L’arma del boicottaggio – da ricordare sempre – portò all’eliminazione del criminale regime dell’apartheid in Sud Africa. Contro la Russia di Putin, reo di aver invaso un altro Paese europeo, gran parte del mondo occidentale, nel tentativo, finora fallito, di mettere fine ai massacri in Ucraina. ha introdotto misure economiche
Se i nostri leader – tutti – sono veramente interessanti ad aiutare sia il popolo palestinese che quello israeliano – ebrei e arabi – sarebbe il caso che intervengano seriamente contro il governo Netanyahu. Le sue intenzioni a dir poco criminali sono più che palesi e cominciano anche a ribellarsi gli stessi israeliani ebrei che fino a poco tempo fa erano impegnati per ottenere il rilascio degli ostaggi di Hamas.
Tel Aviv, manifestazione davanti a Defense Tech Expo,
Proprio pochi giorni fa, racconta il quotidianoHaaretz, attivisti di sinistra hanno manifestato alla Defense Tech Expo, fiera internazionale dedicata al commercio di armi, presso il Centro Espositivo di Tel Aviv. Gli attivisti hanno sventolato cartelli con la scritta “Qui si esporta il genocidio” e sono entrati nell’edificio della fiera gridando che Israele è uno Stato apartheid.
“Ogni Paese e ogni azienda privata che partecipa alla conferenza o firma un accordo con aziende israeliane produttrici di armi e tecnologia sta di fatto dichiarando che il genocidio è un’opportunità redditizia per loro, che l’apartheid, la pulizia etnica e gli omicidi di massa non solo sono legittimi, ma rappresentano anche opportunità commerciali”, hanno affermato gli attivisti, riferendosi alla grande kermesse molto frequentata anche da acquirenti europei.
Eric Salerno eric2sal@yahoo.com
X: @africexp
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Speciale Per Africa Ex Press Emanuela Ulivi
18 febbraio 2026
Quello che sta accadendo a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria, Iran, Iraq, in Yemen, non è definibile solo come il ridisegno dell’intera regione.
Nell’ottica di Ziad Majed, politologo franco-libanese, il Medio Oriente di oggi riflette altri “disordini”, fratture e trasformazioni a livello mondiale, che egli stesso identifica nell’erosione dell’universalismo, nell’indebolimento delle pratiche democratiche, nella radicale rimessa in discussione del diritto internazionale.
Ziad Majed
Per capire come il Medio Oriente di oggi sia un “rivelatore privilegiato” di un ordine mondiale in ricomposizione, nel suo ultimo libro Le Proche-Orient, miroir du monde – Comprendre le basculement en cours, (La Découverte, pp.352), uscito a ottobre 2025, Majed – professore all’Università americana di Parigi, dove dirige il programma di studi sul Medio Oriente – analizza sotto il profilo storico e geopolitico un secolo di trasformazioni della regione.
L’autore mostra come il Medio Oriente, all’incrocio tra Africa, Asia e Europa, ridefinito da spartizioni coloniali, indipendenze, colpi di stato, rivoluzioni e controrivoluzioni, sia sempre stato uno spazio in cui si sono riversate le dinamiche mondiali.
I momenti fondativi
Dalla caduta dell’impero ottomano, che segna la nascita del Medio Oriente – termine forgiato dalle diplomazie europee nel XIX secolo – l’autore individua dei momenti fondativi attraverso i quali focalizza il legame tra la storia della regione e le dinamiche mondiali: la spartizione del Medio Oriente e i mandati coloniali, la fondazione dello Stato di Israele e la Nakba, la “catastrofe” dei palestinesi, la guerra dell’ottobre 1973 e lo shock petrolifero, la rivoluzione iraniana del 1979 e il jihad in Afghanistan, la guerra del Golfo, gli attacchi dell’11 settembre 2001 e la lotta al terrorismo, le rivoluzioni arabe.
Fino ad un’ottava fase iniziata il 7 ottobre 2023, in cui a Gaza si sta consumando quello che anche per Majed è un genocidio, continua la pulizia etnica in Cisgiordania. Mentre il Libano, da anni in crisi economica profonda, è ancora terreno di attacchi da parte di Israele, la transizione in Siria, dopo il rovesciamento del regime degli Assad, è marcata da divisioni comunitarie, con scontri sanguinosi e dall’occupazione israeliana.
Ognuno di questi momenti di rottura ha rimodellato o consolidato dei regimi nei quali l’autonomia delle società ha dovuto costantemente fare i conti con gli interventi esterni, sottolinea l’autore che nel capitolo dedicato alle rivoluzioni arabe evidenzia l’emergere di una nuova generazione decisa a ottenere i propri diritti. Rivoluzioni, primavere, poi soffocate, specie in Siria, nell’indifferenza internazionale.
Lo sgretolamento del diritto
Il libro è anche uno sguardo sull’immagine riflessa e quello che vede sono le democrazie occidentali che ripiegano rispetto ai principi che le stesse hanno stabilito.
Il Medio Oriente è stato ed è quindi anche specchio del crollo di un certo ordine internazionale, in cui altre dinamiche hanno preso il posto dei principi universali e delle norme fissate dopo il 1945.
Dopo il “nuovo ordine mondiale” inaugurato dal presidente USA George H. W. Bush all’indomani della Prima Guerra del Golfo, che ha portato al processo di pace e agli accordi di Oslo, poi affossati, con George W. Bush figlio è iniziata la “guerra contro il terrorismo” dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
Un conflitto senza frontiere né limiti temporali, contro una nebulosa ideologica e transnazionale, che ha legittimato la logica dell’intervento globale e permanente fondata su una concezione espansiva della legittima difesa e si è tradotta in una serie di leggi eccezionali e nella creazione di Guantanamo, una prigione per sospettati, esclusi dall’applicazione delle leggi federali e dalle convenzioni di Ginevra.
il libro di Ziad Majed Le Proche-Orient, miroir du monde
Con la copertura della guerra al terrorismo, la Russia di Putin ha giustificato l’offensiva contro gli indipendentisti ceceni e il premier israeliano, Ariel Sharon, la guerra al terrorismo palestinese, paragonando Yasser Arafat a Osama Bin Laden.
Due anni dopo, nel 2003 è l’Iraq è al centro del riordino regionale su input dei neoconservatori, basato sul rovesciamento dei regimi ostili agli USA e sull’esportazione della democrazia, anche con la guerra, opponendo l’Asse del Bene a quella del Male, snobbando le istituzioni internazionali e multilaterali.
Dopo l’Afghanistan l’Iraq diventa il terreno di una dimostrazione di forza, di dissuasione globale, con una “bugia di Stato” – il possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein- senza copertura delle Nazioni Unite.
La questione palestinese dopo il 7 ottobre
A partire dall’8 ottobre 2023, la questione palestinese assume, nella lettura di Ziad Majed, la dimensione di “rivelatore dell’ordine mondiale contemporaneo”.
La solidarietà a Israele per il trauma causato dall’attacco di Hamas si trasforma presto in appoggio incondizionato ad una guerra che è andata oltre la legittima difesa o la risposta al terrorismo: l’appoggio militare di Biden a Israele e il veto alle risoluzioni che chiedevano il cessate il fuoco in Consiglio di Sicurezza ONU, la fornitura continua di armi e munizioni, la collaborazione di vari stati europei, indicano di fatto la loro implicazione diretta in una guerra rivolta anche contro la società palestinese.
Manifestazioni contro la guerra a Gaza
Questo appoggio trasforma le condizioni del dissenso. Le manifestazioni di solidarietà coi palestinesi di Gaza in alcuni Paesi vengono guardate con sospetto o vietate, oppure disperse in modo violento.
Alcune associazioni sono private dei finanziamenti pubblici, altre sciolte per decreto. Personalità del mondo sindacale e accademico sono colpite da procedimenti disciplinari o giudiziari. Screditati i bilanci dei morti forniti dal ministero della Sanità di Gaza, in mano ad Hamas, seppure corroborati da ONG sul campo e da agenzie ONU. Le immagini e i racconti dei giornalisti indipendenti vengono marginalizzati.
Un’opera di negazione unisce alla cancellazione materiale delle esistenze dei palestinesi, un’epurazione lessicale, per negare le violenze e squalificare le parole stesse destinate a dare loro un nome.
“Neutralizzando le categorie giuridiche e storiche adeguate per qualificare i crimini commessi, come ‘crimini di guerra’, ‘crimini contro l’umanità’, ‘pulizia etnica’ e ‘genocidio’, l’obiettivo è stato quello di erigere un silenzio normativo in cui l’annientamento poteva proseguire senza un linguaggio per designarlo”.
Una strategia di riconfigurazione semantica sommata a quella che Majed chiama “fabbrica mediatica della cancellazione” nella copertura dell’attacco del 7 ottobre e della guerra, caratterizzata dalla gerarchizzazione delle vite, dall’occultamento dei contesti storico e politico, dall’adesione ad una visione del conflitto che oppone la presupposta modernità democratica di Israele ad una alterità ridotta a arcaica e pericolosa. Questo nelle grandi democrazie occidentali.
La guerra a Gaza per Majed provoca anche un rovesciamento delle pretese etiche dell’Occidente, sostituendo agli ideali universalisti la “logica dell’eccezione permanente”. Anche il diritto internazionale umanitario, concepito per confinare la ragion di stato nei limiti della morale giuridica, è stato svuotato della sua sostanza o sospeso. “La sua chiamata in causa viene condizionata dall’identità delle vittime o dalla configurazione geopolitica delle alleanze”: con l’invasione russa dell’Ucraina si è riconosciuto subito il diritto del popolo ucraino a resistere, la causa palestinese invece è stata divisiva.
In questo clima l’esercizio della democrazia non può che uscirne inficiato, indirizzato verso una gestione autoritaria del dissenso. Le sanzioni di Trump contro i giudici della Corte Penale Internazionale e Francesca Albanese costituiscono un precedente pericoloso in cui l’incriminazione non deriva più dall’aver compito un atto barbaro ma dall’ambizione di far applicare a questo crimine delle norme condivise.
Per Majed tuttavia è ancora possibile riconfigurare l’universalità, costringendo la comunità internazionale a rigettare l’eccezione e a riaffermare la dignità di tutti i soggetti.
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NEWS ANALISYS
Da La Voce di New York Eric Salerno
17 febbraio 2024
Due pesi e due misure. La parola più giusta è ipocrisia. Le parole della famosa canzone della nostra Mina sembrano le più adatte a definire lo “sforzo” internazionale per mettere fine alla carneficina di Gaza. C’è chi sostiene che ambiguità e cautela siano indispensabili nelle fasi iniziali di una trattativa diplomatica per arrivare a un compromesso onesto.
Purtroppo osservando la cosiddetta “crisi mediorientale”, lo scontro crescente (a parole) con Israele sul futuro del popolo palestinese, è impossibile definire il comportamento del mondo uno strumento diplomatico di lotta per arrivare a una soluzione equa e in linea con i valori del nostro mondo di oggi.
Per quanto la guerra cha va avanti da quattro anni in Europa, tra Russia e Ucraina, le ambiguità della comunità internazionale hanno un volto diverso, forse più comprensibile visto che c’è chi è, fin dall’inizio convinto che la Russia in qualche modo ha ragione ed è l’indipendentismo Ucraino a essere colpevole della tragedia.
Esplosioni a Gaza / ANSA
La Storia europea può essere interpretata in molti modi, i diritti alla scelta di un popolo anche. Per la questione palestinese le cose stanno diversamente. Senza tornare indietro alla Risoluzione 181 del 1947 che sancisce la spartizione della Palestina, ricordiamo quella del 1967 che la comunità internazionale, con una Risoluzione delle Nazioni Unite, “impose” la fine dell’occupazione israeliana dei territori occupati da Israele nella guerra del giugno 1967 e il riconoscimento dei diritti del popolo palestinese.
Fu sul prato della Casa Bianca che il presidente Clinton sorrise nel settembre 1993 vedere Arafat, Peres e Rabin stringere le mani a conclusione di un lungo dialogo a distanza.
Bill Clinton, Yitzhak Rabin, Yasser Arafat alla Casa Bianca (13 settembre 1993) – Credit: Vince Musi / The White House, Public domain, via Wikimedia Commons
La storia degli ultimi trenta anni è il fallimento degli accordi sottoscritti dal leader palestinese (che aveva riconosciuto il diritto all’esistenza di Israele) e dai leader israeliani dell’epoca: colpa di Israele? Colpa della leadership palestinese? Credo che sarebbe meglio ammettere che è colpa, in gran parte, delle ambiguità di molti Paesi del mondo, in primo piano l’Europa e la complessa galassia dei Paesi arabi.
Contro quello che sta accadendo da due anni, su Gaza si sono sollevate proteste e condanne dagli stessi governi che non avevano voluto imporre con azioni pratiche la famosa Risoluzione dell’ONU di oltre mezzo secolo fa. E che non prendono nemmeno in considerazione un’iniziativa come il boicottaggio del Sudafrica bianco che portò dopo non molti anni alla fine dell’apartheid.
Al contrario: vediamo aumentare il commercio di sistemi militari tra Israele e il mondo. Uno degli ultimi accordi molto apprezzato è stato pubblicizzato dal produttore di armi di proprietà del governo israeliano. Recentemente la Rafael Advanced Defense Systems ha dichiarato che venderà i sistemi di protezione attiva Trophy (Meil Ruach, o Windbreaker in ebraico) per carri armati – del valore di 330 milioni di euro, o circa 385 milioni di dollari – a quattro Paesi della NATO: Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Croazia e Lituania.
Negli ultimi tre anni, Trophy è stato il principale sistema di protezione per i carri armati israeliani che operano a Gaza e in Libano. Armi testate in guerra valgono sempre di più anche se l’arsenale dell’avversario, in questi casi, è sicuramente meno ricco di strumenti di devastazione e morte.
Sono numerose le organizzazioni internazionali che raccontano come Israele dipende principalmente da tre Paesi per le sue importazioni di armi: Stati Uniti, Germania e Italia. Il nostro rappresenta appena l’1% delle importazioni di armi da Tel Aviv, ma rimane il terzo fornitore di armi di Israele.
Tutto ciò è in contrasto con la legge italiana n. 185 del 9 luglio 1990, che vieta il trasferimento di armi a entità coinvolte in un conflitto armato. Il governo italiano di tanto in tanto critica il comportamento di quello israeliano e parla a sostegno dei diritti del popolo palestinese, ma nell’ultimo trimestre del 2023 sono state spedite in Israele armi fabbricate in Italia per un valore di 2,1 milioni di euro. E nel 2024 l’Italia ha fornito ad Israele armi per un valore di 5,2 milioni di euro.
Eric Salerno Eric2sal@yahoo.com
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes 15 febbraio 2026
Lo scorso ottobre, con la caduta di al-Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale (Sudan) la comunità internazionale tutta si era indignata per il massacro di oltre mille persone trucidate dalle Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Dagalo, meglio noto come Hemetti.
I morti causati dalla furia omicida dei paramilitari sudanesi non erano “solo” mille come denunciato allora. Dopo mesi di indagini si è scoperto che le vittime delle RFS sono ben oltre 6000, persone ammazzate senza pietà nei primi tre giorni dopo la conquista del capoluogo del Darfur settentrionale.
Rapporto rivela massacro
L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite rivela maggiori dettagli su quanto è successo in quei giorni a al-Fasher subito dopo essere stata conquistata dalle RFS.
Sopravvissuta al massacro delle RFS nel capoluogo del Nord-Darfur
La relazione, stilata dall’OHCHR (Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani), è basata su centinaia di interviste effettuate alla fine del 2025 a sopravvissuti e testimoni. OHCHR ha così potuto documentare migliaia di uccisioni nei primi tre giorni dell’offensiva delle RSF. Tuttavia, nel rapporto viene precisato che il bilancio complessivo delle vittime durante l’offensiva durata settimane è “senza dubbio significativamente più alto”.
Le RSF e le milizie arabe alleate hanno compiuto uccisioni di massa ed esecuzioni sommarie, violenze sessuali, rapimenti a scopo di estorsione, torture e maltrattamenti, detenzioni, sparizioni, saccheggi e utilizzo di bambini nelle ostilità. Molti attacchi sono stati diretti contro civili e persone sulla base dell’etnia o della presunta affiliazione.
Lotta per il potere
I paramilitari sudanesi, dopo un assedio di 18 mesi, avevano messo in fuga lo scorso ottobre la VI divisione dell’esercito sudanese (SAF), la cui base era nella periferia della città. SAF, il cui leader è Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan e le RFS sono in guerra dall’aprile 2023. Una sanguinoso e brutale lotta per il potere, centrata sul controllo assoluto del Sudan, che ha messo in ginocchio l’intero Paese.
Ora, l’Alto Commissario di OHCHR, Volker Türk, ha rinnovato l’appello a tutte le parti in causa, affinché pongano fine a quelle che ha definito “gravi violazioni commesse dalle forze sotto il loro comando”.
Campo addestramento RSF in Etiopia
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) continuano a negare il loro appoggio agli uomini di Hemetti. Eppure, secondo un’inchiesta di Reuters di pochi giorni fa, Abu Dhabi avrebbe finanziato un campo di addestramento “segreto” per i paramilitari delle RFS a Benishangul-Gumuz, Etiopia.
Campo di addestramento per RSF a Benishangul-Gumuz in Etiopia
Ovviamente il ministero degli Esteri degli EAU ha risposto seccamente alla Reuters, affermando che il loro Paese non è parte in causa nel conflitto in Sudan e tantomeno è coinvolto “in alcun modo” nelle ostilità.
Il portavoce del governo etiopico e le RSF non hanno risposto alle richieste dettagliate della Reuters di commentare la presenza di questo sito.
Immagini satellitari mostrano il campo, situato nella remota regione occidentale di Benishangul-Gumuz, vicino al confine con il Sudan.
Diverse fonti, tra questi anche un alto funzionario del governo etiopico hanno confermato che Abu Dhabi avrebbe finanziato la costruzione del campo. E non solo, avrebbe inviato anche istruttori militari e provvederebbe, inoltre, al supporto logistico del sito.
In seguito alle rivelazioni della Reuters, l’Autorità per i Media (EMU) di Addis Abeba, ha negato il rinnovo della tessera per l’accreditamento dei tre giornalisti dell’Agenzia. EMU ha anche ritirato l’autorizzazione ai reporter dellai Reuters per coprire il 39esimo vertice dell’Unione Africana, che si è svolto il 14-15 febbraio.
Intanto gli Emirati utilizzano il porto di Berbera nel Somaliland, recentemente riconosciuto come Stato indipendente da Israele, per rifornire di armamenti le RFS come dimostra il video qui sotto.
Situazione umanitaria drammatica
Nel ex protettorato anglo-egiziano la situazione peggiora di giorno in giorno e, secondo l’ONU si tratta della peggiore crisi umanitaria al mondo, con oltre 9 milioni di sfollati e più di 4 milioni di persone che si sono rifugiati nei Paesi limitrofi, come Ciad, Egitto, Centrafrica, Etiopia, Sud Sudan, Uganda, Libia. I morti non si contano più: sono decine e decine di migliaia.
Chi è sopravvissuto alle bombe, alle pallottole, alla fame, al pericoloso tragitto verso un Paese straniero, inizialmente ha creduto di essere al sicuro, pieno di speranza di poter ricominciare una nuova vita senza pericoli. Purtroppo per molti non è stato così.
Dall’inizio dello scoppio della guerra in Sudan nell’aprile 2023, tantissimi rifugiati sudanesi sono arrivati in Libia. Nella città meridionale di Kufra, i richiedenti asilo sono finiti in campi insalubri. Senza prospettiva alcuna. Pertanto c’è chi ha deciso di tornare nel Paese di origine, nonostante gli orrori dei combattimenti.
Deportazioni forzate
Anche in Egitto le cose non vanno meglio. Organizzazioni per i diritti umani hanno riferito che attualmente centinaia di sudanesi e altri richiedenti asilo sono detenuti nelle putride galere egiziane, in attesa di essere deportati.
Egyptian Network for Human Rights ha denunciato pochi giorni fa la morte di un migrante fuggito dal Sudan – in possesso di regolare permesso di soggiorno -, in una prigione egiziana.
Una settimana fa un altro rifugiato sudanese aveva fatto la stessa fine in una cella di una stazione di polizia, dove era stato portato dopo il suo arresto.
Secondo la piattaforma per i rifugiati in Egitto, le deportazioni forzate sono ormai all’ordine del giorno. Nel 2025 sono stati rispediti a casa quasi 3000 sudanesi. E, in base a quanto riportato dall’ambasciatore di Khartoum accreditato a Il Cairo, attualmente oltre 400 connazionali sono detenuti nelle prigioni egiziane.
Speciale per Africa ExPress Novella Di Paolo
13 febbraio 2025
Dopo un autunno caldo di proteste e manifestazioni pro-democrazia, Kenya Uganda e Tanzania, I tre paesi confinanti dell’Africa orientale, si sono ritrovati più vicini, quasi senza confini, nella lotta ai soprusi compiuti dai rispettivi governi. Una sorta di alleanza solidale che ora ha bisogno di essere riconosciuta ufficialmente per poter crescere e consolidarsi. Per poter essere efficaci bisogna tornare ora a fare rete.
E ora sembra giunto il momento. Artisti giornalisti attivisti. Servono voci, e teste dietro alle voci, consapevoli e coraggiose. Si risveglia lo spirito sociale del fianco centro orientale dell’Africa. Un fianco per cui sempre più persone, giovani e istruite, vogliono diventare una spina. Per pizzicare i governi autoritari e corrotti che continuano a vincere illegalmente, elezione dopo elezione.
Proteste Gen Z
Stavolta però non c’è nessuna intenzione di farsi imbavagliare, perché, come ha dichiarato Mathias Kinyoda, responsabile di Amnesty International, a Africa Confidential, prestigiosa rivista quindicinale che si occupa di Africa, “non possiamo più tacere sugli arresti e le deportazioni. Il silenzio è complicità e la complicità aiuta la repressione”.
Le costanti minacce (“non provateci più!”) ricevute puntualmente dagli attivisti che cercano di denunciare i soprusi e impedire processi sommari e arresti illegali, non sortiscono ormai nessun effetto. Quando la solidarietà supera i confini il potere fa meno paura. E quando la protesta corre sul web la solidarietà può diventare più forte della violenza.
È quello che, dall’esplosione delle proteste della Gen Z del 2024, sta accadendo tra Kenya, Uganda e Tanzania, sui cui confini sta crescendo una nuova cortina di movimenti pro-democrazia, sempre più coesa e efficace.
Se ne sono accorti tutti e tre i capi di Stato, che cominciano a tremare e a coalizzarsi a loro volta; temono infatti che se uno di loro venisse smascherato si scoprirebbe l’intero sistema di corruzione e nepotismo che da decenni regola le relazioni politiche e economiche della regione. Per questo negli ultimi mesi c’è stato un inasprimento delle misure repressive, in particolare in Uganda, dove il presidente Yoweri Museveni, in carica da quarant’anni e che ha nuovamente vinto le elezioni a grande maggioranza, è stato accusato in una conferenza pubblica di avere trasferito il controllo delle procedure elettorali da un organismo indipendente alle milizie statali.
Trasformando di fatto una procedura democratica in una ingerenza dispotica. Le proteste pubbliche degli attivisti hanno allarmato a tal punto Museveni che, di comune accordo con il governo tanzaniano, ha bloccato l’uso dei social media e imposto restrizioni all’accesso alle reti internet private. Mossa che ha confermato il Kenya, e in particolare la città di Nairobi dove vige ancora una legislazione che tutela i diritti civili, nel ruolo di centro operativo di tutti movimenti pro-democrazia. È lì infatti che la comunicazione è ancora libera e dove, a partire dal 2024, i manifestanti sono sostenuti dai media privati e da una rete di internauti che fornisce loro, tramite donazioni private e raccolte fondi, supporto economico e logistico.
In prima linea si sono schierati i membri della Kongamano la Mapinduzi, una colazione di organismi di sinistra, e l’organizzazione Africans for Africa, guidata dai kenioti Bob Njagi e Nicholas Oyoo. Gli stessi che a dicembre hanno denunciato, con proteste al confine della Tanzania, brogli nelle elezioni di ottobre, rischiando di essere uccisi, come poi è accaduto a una decina dei loro compagni.
Più volte gli attivisti hanno cercato l’appoggio dell’Unione Africana (UA) e della Comunità dell’Africa Orientale (EAC, East African Community). Hanno tentato di denunciare, senza esito, la violazione sistematica da parte dei governi dei diritti fondamentali.
Kenya, Uganda, Tanzania : I giovani chiedono democrazia
Il desiderio però di democrazia è troppo forte e in assenza di una tutela internazionale riconosciuta non resta che metterci la faccia, nella consapevolezza dell’alto rischio che si corre; anche in Kenya dove, nonostante la maggiore tutela dei diritti e della libertà di espressione, c’è una forte attività repressiva da parte delle autorità. Gli stessi Njagi e Oyoo, che prevedono di candidarsi alle prossime presidenziali del 2027, sono stati deportati e detenuti in Uganda per un mese dopo le proteste di ottobre.
E le prospettive politiche non lasciano ben sperare. È notizia di poche ore fa, infatti, che Edwin Sifuna, vice presidente del partito di opposizione, Orange Democratic Movement, è stato deposto dal suo ruolo e estromesso dal movimento. La sostituzione arriva dopo una forte fase di crisi iniziata lo scorso autunno, quando il leader, Raila Odinga, morto nell’ottobre 2025, si è avvicinato, in maniera non ufficiale, al presidente William Ruto, mettendo da parte, tra gli altri, proprio Sifuna che invece puntava a dare una svolta alla linea del partito cavalcando l’onda della Gen Z.
A Nairobi però non se la passa bene nemmeno la maggioranza. Le pressioni si sentono anche all’interno del governo keniota. Emblematica è la situazione di Martha Karua, ex ministra della Giustizia, dell’era Uhuru Kenyatta, che ha espresso solidarietà e offerto tutela legale a Tundu Lissu, capo dell’opposizione e candidato alle presidenziali in Tanzania per il partito Chadema, arrestato con accusa di tradimento, e Kizza Besigye, leader ugandese del Forum for Democratic Change, detenuto per oltre un anno per possesso di armi.
Bloccata l’anno scorso all’aeroporto della capitale, insieme a due suoi collaboratori e mai arrivata in Tanzania per partecipare al processo a Lissu, la ministra ha affermato che un trattamento del genere non sarebbe stato possibile senza l’appoggio del presidente keniota Ruto. “Esiste una insana complicità tra i governanti della regione – ha affermato Karua – che certamente spiano e si scambiano informazioni sulle nostre attività”.
Accuse prontamente respinte dal responsabile della comunicazione delle forze militari ugandesi, il brigadiere general
e Felix Kulayigye, che giustifica la collaborazione con l’intelligence keniota con le esigenze di sicurezza nazionale.
Intanto, mentre il segretario del ministero degli Esteri keniota, Musalia Mudavadi, ha recentemente condannato, sotto pressione di vari attivisti, la deportazione e gli abusi che subiscono i kenioti all’estero, continua il silenzio complice del presidente William Ruto sulla detenzione di Kizza Besigye, a suo tempo arrestato alla periferia di Nairobi e estradato in Uganda. Le sua condizioni fisiche sono precarie e continuano a peggiorare. Ai tempi d’oro Besigye era il medico personale di Museveni.
Abbattere i confini non basta più, ora è il tempo di mettersi a correre veloce. Più veloce del leone. Più veloce del cacciatore.
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NEWS ANALYSIS
Massimo A. Alberizzi
13 febbraio 2026
Possibile che il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, abbia preso un abbaglio così grosso mettendo in bocca a Francesca Albanese, la relatrice dell’ONU per i Territori Palestinesi occupati, una frase che non ha mai detto? E cioè più o meno: ”Abbiamo un nemico comune, Israele”. Il video portato come prova delle dichiarazioni di Albanese è stato palesemente manipolato: cioè è falso. Eccolo:
Sembra che nella richiesta di dimissionare l’Albanese, il ministro del Paese d’oltralpe sia stato imboccato da una celebre sostenitrice di Israele, la controversa deputata macronista, Caroline Yadan, segretaria del gruppo parlamentare d’amicizia Franco-Israeliano.
La Yadan è l’autrice di una discutibile proposta di legge per cui chi vuole accedere alla cittadinanza francese deve riconoscere lo Stato di Israele.
Delle due cose l’una: o il ministro Barrot è stato ingannato dalla signora Yadan, o ha condiviso con lei l’idea che Francesca Albanese deve lasciare il suo posto, inventando di sana pianta l’accusa contro la relatrice dell’ONU italiana.
Comunque, dopo questa uscita, Jean-Noël Barrot dovrebbe dimettersi immediatamente e presentare pubblicamente le sue scuse, a Francesca Albanese e all’ONU. Per due motivi (scelga lui il più conveniente): o perché è stato preso in giro dalla Yadan o perché è connivente con lei.
Francesca Albanese
La pasionaria sionista sembra che nutra un odio profondo per Francesca Albanese. Nel marzo dello scorso anno, assieme ad altri 41 deputati ha già inviato una lettera al ministro Jean-Noël Barrot, chiedendogli di “opporsi, a nome della Francia, al rinnovo del mandato di Francesca Albanese come Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi, in seno al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite”.
Il 27 agosto 2025, ha la lasciato il gruppo macronista Renaissance all’Assemblea nazionale in polemica con la decisione del presidente francese di riconoscere lo Stato di Palestina.
Caroline Yadan
Pochi mesi prima, in aprile su Radio Monte Carlo ha presentato il rapporto sulle “derive islamiste nello sport”, pubblicato un mese prima. Quando il conduttore, Nicolas Jamain, citando i dati del rapporto, ha osservato che il fenomeno rimane “molto marginale”, riguardando infatti solo “lo 0,07 per cento delle associazioni” la pasionaria Caroline Yadan piuttosto seccata ha esclamato: “Non è affatto residuale. Ci sono atteggiamenti in piena contraddizione con i regolamenti della federazione calcistica. Per esempio, le preghiere negli spogliatoi sono comuni e ammesse”.
Il conduttore tra il serio e il faceto a questo punto le ha fatto notare che esistono anche club di confessione ebraica, come il Maccabi Créteil o Sarcelles, ma lei con atteggiamento irrispettoso ha insistito: “Non si tratta di un «comportamento ostentato”, al che il giornalista ha ribattuto che “una preghiera non è necessariamente proselitista”. La risposta razzista di Caroline Yadan è uscita sprezzante: “No, no, ma in questo caso si tratta di islamismo”.
Ma la signora Yadan non è nuova a esercitare la sua fantasia con false accuse infamanti contro chi critica il sionismo e Israele. Nel 2023 su twitter (oggi X) ha calunniato il giornalista e attivista Taha Bouhafs: sosteneva che fosse stato candidato come braccio destro del leader di estrema destra razzista Alain Soral alle elezioni europee del 2019. Falso.
La signora Yadan ha utilizzato la sua fervida inventiva lanciando accuse costruite ad arte contro il leader di sinistra Jean-Luc Mélenchon, quando venne sciolto il movimento antisemita Civitas. Lo accusò di aver difeso il gruppo politico cosa non vera, perché Mélenchon aveva plaudito allo scioglimento di Civitas. Ciononostante, lei, con disinvolta e fredda nonchalance, aveva proposto lo scioglimento di La France insoumise (LFI), il raggruppamento di Mélanchon.
Collezionare figuracce sembra un obiettivo chiaro e preciso della signora. Trovarsi in situazioni molto imbarazzanti dovrebbe procurarle una certa vergogna, specie perché lei è un deputato della Repubblica Francese. Invece no. Anzi. Quei principi sanciti dalla rivolta del 1789 non sembrano interessarla granché.
Infatti, dopo aver criticato con veemenza Amnesty International per il rapporto che accusa Israele di commettere un genocidio a Gaza, ha diffuso senza ritegno informazioni false sulla ONG.
Il ministro degli esteri francese Jean-Noël Barrot
Insomma, Caroline Yadan sembra essere l’incarnazione del sionismo senza freni. Il 28 gennaio 2025, all’indomani delle commemorazioni per gli 80 anni dalla liberazione del campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau, durante le interrogazioni al governo all’Assemblea nazionale, mette in discussione l’”odio verso gli ebrei” di “un pericoloso partito dell’estrema sinistra responsabile di un aumento dell’antisemitismo in Francia”, provocando l’uscita dalla sala della maggior parte dei deputati del gruppo LFI, di alcuni deputati dei gruppi ecologisti e socialisti e della deputata comunista Elsa Faucillon.
E l’Italia che fa? Alla faccia delle dichiarazioni o attitudini sovraniste il governo tace. Non importa nulla che Francesca Albanese sia italiana. A differenza dei ministri e del loro presidente, difende i palestinesi e quindi la sua sorte non interessa. Dimostrazione plateale che Giorgia Meloni non è e non vuole essere la rappresentante di tutti gli italiani.
Ma una grande delusione va riservata a molti dei mass media del nostro Paese che hanno ripreso pedissequamente le accuse del ministro, senza verificare la loro fondatezza. La propaganda e la disinformazione hanno colpito ancora.
Massimo A. Alberizzi massimo.alberizzi@africa-express.info
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