Berhane Abrehe, ex ministro dell’Economia dell’Eritrea, sarebbe morto in una delle terribili galere del Paese. Lo ha reso noto Voice of America nella sua edizione in lingua tigrigna.
Berhane Abrehe
Poco prima del suo arresto nel settembre 2018, Berhane aveva pubblicato Hagerey Eritrea (Il mio Paese. L’Eritrea), un libro in due volumi, contenenti aspre critiche al regime eritreo e accuse ben mirate al ruolo del presidente Isaias Afewerki. Nella sua opera aveva sollecitato l’istituzione di un ordinamento democratico e aveva persino osato chiedere al dittatore di presentarsi a un dibattito pubblico.
Hagerey Eritrea di Berhane Abrehe
La ex colonia italiana è governata dal 1991 con pugno di ferro da Isaias Afeworki. Le Nazioni Unite hanno riconosciuto l’Eritrea come Stato indipendente nel 1993 dopo il referendum al quale ha partecipato il 99 per cento della popolazione.
La dittatura non perdona le critiche, non tollera quelle che giungono dall’estero, figuriamoci cosa succede se qualcuno osa esprimere giudizi nel Paese stesso. Il coraggioso ex ministro delle Finanze, in carica dal 2001 al 2012, ha scritto e pubblicato le sue dure e mirate osservazioni mentre viveva nella sua casa a Asmara.
Lamoglie dell’ex ministro, Almaz Habtemariam è finita dietro le sbarre già mesi prima. Avrebbe aiutato uno dei loro figli a fuggire dal Paese. Non è dato sapere se a tutt’oggi è ancora detenuta. Oppure è morta.
Come migliaia e migliaia di altri prigionieri in Eritrea, anche Berhane, classe 1945, non è mai stato accusato formalmente di alcun crimine, tantomeno ha visto l’aula di un tribunale. E’ stato sbattuto in galera semplicemente per aver osato esprimere critiche nei confronti del regime. E così l’ex ministro è morto in prigione senza aver potuto godere del diritto fondamentale di un equo processo. E come moltissimi altri detenuti, durante gli anni di prigionia anche Berhane non ha mai potuto avere contatti con l’esterno. Ha vissuto in totale isolamento e finora non sono trapelate notizie sulle cause della sua morte, tantomeno l’ora e la data esatta.
Secondo quanto riportato in un articolo firmato da Paolo Lambruschi su Avvenire nell’ottobre 2018, Ephrem, figlio di Berhane, fuggito dal Paese, già allora era molto preoccupato per l’anziano padre, che qualche anno prima aveva subito un trapianto di fegato proprio in Italia.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
20 agosto 2024
La Guinea Equtoriale ha finalmente un nuovo primo ministro. Il 17 agosto scorso Teodoro Obiang Nguema ha conferito l’incarico al 48enne Manuel Osa Nsue Nsua. Il giovane, che dal 2012 fino a poco giorni fa ha occupato la posizione di direttore generale della Banca Nazionale del Paese, succede a Manuela Roka Botey. Dopo solo 18 mesi, la ex premier è stata costretta a rassegnare le dimissioni alla fine di luglio, perché ritenuta “inefficace” dal dittatore equatoguineano, salito al potere nel 1979 con un sanguinoso colpo di Stato contro lo zio Francisco Macìas Nguema, fatto fucilare poco dopo.
Manuel Osa Nsue Nsua, nuovo premier della Guinea Equatoriale
La Roka Botey è stata la prima donna premier del suo Paese. Il mese scorso ha dovuto piegarsi alla volontà di Obiang, che non ammette obiezioni. Dalla fine di luglio al 16 agosto 2024 la ex primo ministro e il suo governo hanno continuato ad esercitare le loro funzioni ad interim, in attesa della nomina del suo successore.
Il Nsue Nsua, ancora bambino, ha raggiunto lasorella in Spagna, dove ha frequentato anche l’università, pagandosi gli studi con lavori part time. Ha conseguito due lauree in scienze economiche e commerciali, seguite da un master in gestione finanziaria. Dopo aver lavorato per l’istituto di credito Santander, nel 2012 il ministro delle finanze equatoguineano dell’epoca lo ha chiamato a Malabo, per supervisionare la revisione contabile della Banca centrale. Alla fine della missione gli è stato offerto di dirigere l’istituto bancario.
La Guinea Equatoriale è uno dei regimi più spietati di tutto il continente. La famiglia Obiang gestisce le ricchezze del piccolo Stato africano come se fossero personali. Invece gran parte degli abitanti vive al di sotto della soglia di povertà.
Generalmente molto unito per quanto concerne la spartizione dei beni del Paese, nel 2023 il clan di Malabo non ha battuto ciglio quando il viceministro del Paese, Teodoro Nguema Obiang Mangue, conosciuto da tutti come Teodorin, ha firmato l’autorizzazione per l’arresto del fratellastro, Ruslan Obiang Nsue. Il membro della famiglia presidenziale è ritenuto responsabile della vendita di un aereo della Ceiba Intercontinental, la compagnia di aviazione statale.
Eppure Treodorin, figlio dell’anziano capo di Stato proprio come il fratellastro, non gode fama di essere un santo. E’ stato tra le persone ricercate dall’Interpol, ma la richiesta del mandato di arresto internazionale è stato poi cancellato. Teodoro Obiang ha fatto risultare le proprietà sequestrate in Francia come beni della Guinea Equatoriale e non del figlio. Nonostante le accuse e i processi in contumacia in USA e Francia e il sequestro dei suoi beni, continua a girare il mondo indisturbato.
Teodorin Obiang, vicepresidente della Guinea Equatoriale
E’ la prima volta che un membro della famiglia del presidente finisce in manette. Ruslan, ex segretario di Stato per la Gioventù e lo Sport, al momento del suo arresto era direttore di Ceiba Aéroport, dopo essere stato dapprima vicedirettore e poi direttore generale di Ceiba Intercontinental.
Ai domiciliari da gennaio 2023, su Ruslan si sta abbattendo ora una tempesta giudiziaria. Lunedì scorso si è aperto a Malabo contro di lui il processo per aver venduto un aereo della compagnia di aviazione statale. Deve rispondere alle accuse di abuso d’ufficio e appropriazione indebita di fondi pubblici: il rampollo di casa Obiang rischia una condanna fino a 18 anni di carcere e 750.000 euro di multa. Per ora l’udienza è stata sospesa e non è dato sapere quando sarà emessa la sentenza.
Il figlio del presidente, Ruslan Obiang Nsue, sotto processo a Malabo
Già nel novembre 2022 le autorità di Malabo avevano aperto un’inchiesta sulla sparizione di un ATR 72-500, che si trovava in Spagna dal 2018 per manutenzione di routine. L’aereo sarebbe poi stato venduto dal figlio del presidente alla Binter Technic, società che si occupa di manutenzione aeronautica, con sede a Las Palmas.
Durante l’udienza il 49enne Ruslan, ha ammesso di aver siglato un contratto di vendita per l’ATR 72-500 per 250.000 euro, ma di averne ricevuti solo 125.000, somma che avrebbe versato sul suo conto bancario in Spagna.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 19 agosto 2024
In Africa, dall’inizio del 2024, i casi di vaiolo delle scimmie (già Monkeypox, ora Mpox), sono oltre 17.000. Nel momento in cui scriviamo, nell’area centro meridionale del continente africano sono stati registrati 524 morti. Il 96 per cento dei decessi sono riportati nella Repubblica democratica del Congo (Congo-K).
Provette positive Mpox, virus del vaiolo delle scimmie
OMS: “emergenza globale”
L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), mercoledì 14 agosto, a causa dell’epidemia di Mpox ha dichiarato l’emergenza globale. È la seconda volta, in due anni, che l’Agenzia dell’ONU per la salute annuncia l’allarme sul potenziale pericolo di una pandemia causata da questo virus.
Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS ha descritto l’emergere e la diffusione di una nuova variante di Mpox, definita “molto preoccupante”.
La variante Mpox clade 1
La nuova variante si chiama clade 1 e la sua diffusione avviene principalmente per via sessuale. Il ceppo Clade 1 è stato identificato dall’OMS anche in Uganda, Burundi, Ruanda e Kenya. Il vaiolo delle scimmie non era mai stato segnalato in questi Paesi dei Grandi laghi. Se il 96 per cento dei contagi e dei decessi si contano in Congo-K, il restante 4 per cento è diviso anche con Centrafrica, Camerun, Gabon e Congo-B.
Mappa dei Paesi africani colpiti da Mpox, vaiolo delle scimmie
Mpox è in Europa
Il ceppo clade 1 è arrivato anche in Europa. La porta d’ingresso non è stato in Sud del Vecchio continente, porto di migranti africani, ma la Svezia. Il primo caso extra africano è stato diagnosticato ad una persona dell’area di Stoccolma che si trova in isolamento. Ha contratto il virus in un Paese africano in cui sono stati segnalati altri casi. La Scandinavia aveva in precedenza già conosciuto la meno pericolosa variante clade 2b. Il clade 1 ha, invece maggiori probabilità di causare malattie gravi e mortalità più elevata.
Magnus Gisslen, epidemiologo dell’Agenzia per la salute pubblica della Svezia ha dichiarato al New York Times che la gente ha paura. “Le persone si ricordano della pandemia da Covid-19”. Clade 2 è stato responsabile di un’epidemia di Mpox in Congo-K nel 2022. Durante quell’epidemia ci sono stati 15.600 contagi e 537 morti.
Come avviene contagio Mpox
Come avviene il contagio da Mpox
Veicoli del contagio sono le scimmie ma anche roditori (ratti, scoiattoli e porcellini d’India). L’infezione si prende attraverso il consumo di carne di animali malati o fluidi corporei, lesioni delle mucose di questi animali. La trasmissione del virus tra esseri umani avviene attraverso liquidi del fisico, per via aerea o per contatto sessuale con persone infettate.
I sintomi e vaccini
I sintomi dell’infezione cominciano con febbre, brividi e dolori muscolari. Le persone con casi più gravi possono sviluppare bolle e lesioni caratteristiche su viso, mani, torace e genitali. In alcuni Paesi africani la malattia è endemica ma esistono vaccini. Ne verranno creati di nuovi per la variante clade 1.
Un’azienda farmaceutica ha annunciato che sta creando il vaccino TNX-801. È un antidoto vivo replicante attenuato basato sull’horsepox che, secondo l’azienda “offre una migliore tollerabilità rispetto ad altri rimedi”. Dopo l’annuncio le sue azioni hanno avuto un rialzo del 75 per cento.
Le raccomandazioni del ministero della Salute italiano
Il ministero della Salute, in una circolare del 19 agosto fa delle raccomandazioni ai viaggiatori. “Si raccomanda di sensibilizzare i viaggiatori diretti in Paesi con focolai confermati di infezione da MPXV clade I in merito al rischio di contrarre la malattia, fornendo loro informazioni pertinenti per proteggere sé stessi e gli altri prima, durante e dopo il viaggio. Si raccomanda, inoltre, di sconsigliare
la partecipazione ad eventi con assembramenti nei paesi con focolai confermati di MPXV clade I”. Per maggiori informazioni: Ministero della Salute.
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Un giornalista di Africa ExPress è riuscito a entrare nella Striscia di Gaza
dal valico di Rafahcon l’Egitto, e ha inviato questa prima testimonianza
Dal Nostro Inviato Speciale Jonah Levi
Dayr al-Balah, 17 agosto 2024
Quando si prova a chiudere la porta dell’auto del convoglio delle Nazioni Unite, ci si accorge di quanto sia pesante. E’ un mezzo blindato. Sfreccia tra la polvere dell’unico punto di accesso a Gaza. I droni volano di giorno e di notte, si sente il loro rumore ma non si vedono.
Prima della Salah al-Deen road, non c’è alcuna strada, ci sono pietre e polvere, che cercano di tracciare un cammino. Attorno solo desolazione. Ogni casa è violata, è ferita, è colpita, è bruciata, è crollata.
Striscia di Gaza [photo credit Arab Center Washington DC]Il sole scalda la pelle mentre un intreccio di chilometri di muri, trincee, barriere metalliche, recinzioni e filo spinato circonda questa terra. Gaza è una maledetta prigione a cielo aperto, dove un intero popolo è stato confinato sotto una massiccia occupazione militare e al quale vengono somministrate dosi di tranquillanti, come aiuti umanitari, per prevenire l’implosione.
Doppiezza Occidentale
Contro la doppiezza occidentale a Gaza, bisogna imparare a parlare senza riserve, indipendentemente dalle restrizioni sulle voci filo-palestinesi. Annacquando il linguaggio, si aggira la censura e forse si guadagna maggiore credibilità e quindi spazio per essere ascoltati. Ma tutto questo girare in punta di piedi su quello che avrebbe dovuto essere un linguaggio chiaro sulla Palestina, ha un prezzo. Quando la verità è mascherata o nascosta, si apre lo spazio per inganni e mezze-verità.
Emarginando le voci palestinesi, l’Occidente ha perso la capacità di comprendere il contesto dietro la guerra a Gaza, di accettare o di gestire la propria parte di responsabilità e di svolgere un ruolo significativo nel porre fine alle atrocità.
Desolazione a Gaza (Jonah Levi per Africa Express)
Il risultato è un’inevitabile dissonanza cognitiva in cui i governi occidentali stanno violando le stesse regole che hanno creato, opponendosi alle leggi che hanno sancito e investendo in un genocidio, mentre criticano guerre altrove.
Autorità morale
L’Occidente, così, non riuscirà mai a rivendicare una qualsiasi autorità morale, a recuperare la credibilità perduta o a costruire una fiducia duratura con il Sud del mondo. Perché la storia che racconta Israele non inizia mai un secondo prima che uno dei loro soldati venga ferito o che un razzo venga fagocitato dal complesso sistema antimissile, puntato perennemente su Gaza.
La cronologia degli scontri omette così le violenze ordinarie inflitte ai palestinesi, i controlli permanenti, l’occupazione militare, il blocco aereo, marittimo e terrestre di un territorio, il muro di separazione, la distruzione di case, famiglie, vite, la colonizzazione di terre.
Etichettare Hamas come la fonte dei guai della Palestina, nella logica della comunicazione, è brillante. Perché permette di presentare la lotta del povero popolo israeliano – per il diritto ad avere una terra in cui vivere e morire – contro l’aggressione terroristica di un’organizzazione religiosa messianica.
Cenere, sangue e macerie
E’ con cenere, sangue e macerie che gli abitanti di Gaza tentano disperatamente di ritornare sulla mappa delle inquietudini globali e di ricordare la loro agonia a un mondo che li dimentica.
L’oppressione quotidiana prende posto sopra rovine e desolazione. Ancor più del parossismo di violenza rappresentato dal bombardamento di una popolazione prigioniera, essa mostra l’intoppo in cui è sprofondata la politica di occupazione israeliana, con la complicità attiva degli Stati Uniti e dei governi europei. Terrorizzare, destrutturare, ridurre alla dipendenza: il quadro è univoco.
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Da questa mattina 7300 masai della Tanzania stanno bloccando la strada per il cratere Ngorongoro e il parco nazionale Serengeti. Il popolo indigeno ha fermato un centinaio di veicoli con a bordo turisti e il governo di Dodoma ha immediatamente inviato 14 mezzi della polizia per mantenere l’ordine pubblico.
Proteste del popolo masai in Tanzania: bloccate vetture dei turisti
La protesta si è intensificata nelle ultime settimane I masai reclamano da anni maggiori diritti sulle terre dei parchi che abitano nei parchi Serengeti e Ngorongoro, uno degli ecosistemi più preziosi al mondo.
Gli indigeni stanno lottando contro le politiche del governo della presidente tanzaniana, Samia Suluhu Hassan, che vuole costringerli a lasciare le loro terre, privandoli dei servizi sociali primari, quelli sanitari e scolastici. Provvedimento che impedisce pure l’iscrizione alle liste elettorali.
Già qualche mese fa Survival International – organizzazione che difende i diritti dei popoli indigeni – aveva accusato il governo tanzaniano di violenze contro i masai: “Vengono espulsi dalle loro terre ancestrali per far spazio al turismo della conservazione e alla caccia ai trofei”. Va poi sottolineato che gli Emirati Arabi Uniti vorrebbero utilizzare parte del parco nazionale Serengeti e Ngorongoro come riserva di caccia privata, costringendo il trasferimento dei Masai che la abitano.
Recentemente la Commissione europea ha tagliato i fondi al Paese dell’Africa orientale perché non rispetta i diritti umani come previsto dal progetto “NaturAfrica”.
Pochi giorni fa il governo aveva fatto arrestare esponenti dei principale partito dell’opposizione, il Chadema, tra loro anche il candidato alle scorse presidenziali, Tundu Lissu. I masai stavano protestando pacificamente a Mbeya, città nel nord-ovest della Tanzania, ma la manifestazione era stata vietata anticipatamente dalle autorità che temevano violenze. Anche durante le proteste odierne alcuni attivisti sono stati fermati dalle forze dell’ordine.
Oggi tramite i social network, Lissu ha fatto arrivare il proprio sostegno alla protesta dei masai. Dal canto loro i manifestanti, mentre stavano bloccando la strada di accesso dal Ngorongoro al Serengeti, hanno spiegato ai turisti le ragioni della manifestazione. Intanto però molti vacanzieri sono rimasti bloccati all’interno dell’area protetta del Ngorongoro, senza potersi spostare nemmeno verso il parco nazionale Serengeti o un direzione dell’aeroporto di Arusha.
Comunicato della comunità Masai, Kea
La comunità masai ha diramato oggi un comunicato nel quale chiede il rispetto dei propri diritti fondamentali e la riapertura di un dialogo costruttivo con le autorità tanzaniane.
Poche ore fa è arrivato anche il sostegno della Conferenza Episcopale della Tanzania (TEC), che ha chiesto al governo di rispettare i diritti di questo popolo indigeno
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16 agosto 2024
Ibrahim Traoré, giovane golpista che nel 2022 ha preso il potere in Burkina Faso e da allora presidente della giunta militare di transizione, ha affermato di aver sventato recentemente un colpo di Stato.
Ibrahim Traoré, leader della giunta militare di transizione in Burkina Faso
Ha raccontato che alcuni ufficiali, di stanza all’estero, e soldati dell’esercito, con l’appoggio di terroristi, avrebbero pianificato un attacco per impossessarsi del potere. Ha poi sottolineato che alcuni alti graduati sono già stati arrestati, senza però specificare la loro identità. Il presunto golpe sarebbe stato organizzato fuori dai confini del Paese e prevedeva anche il reclutamento di agenti nei ranghi dell’esercito burkinabè.
Dopo aver illustrato la situazione durante il suo discorso ripreso dalla TV di Stato, il presidente di fatto del Burkina Faso, ha voluto sottolineare che le chiacchiere di una possibile destabilizzazione del Paese sarebbero state fomentate da una cellula di servizi d’intelligence occidentale.
Dopo l’attacco jihadista a Mansila (nel nord-est del Paese) dell’11 giugno scorso, durante il quale sono stati uccisi oltre 100 militari e parecchi civili, circolavano voci di malcontento da parte delle truppe e Traoré non era più apparso in pubblico per diversi giorni.
La carneficina è poi stata rivendicata da GNIM (Gruppo di sostegno dell’Islam e dei musulmani), costituito nel marzo 2017. Il movimento ora è guidato da Iyad Ag-Ghali, vecchia figura indipendentista tuareg, diventato capo jihadista e fondatore di Ansar Dine, in italiano: ausiliari della religione (islamica). Il “consorzio” comprende diverse sigle, tra questi Ansar Dine, Katiba Macina, AQMI (al Qaeda nel Magreb Islamico) e altri.
L’8 agosto scorso i jihadisti hanno sferrato un nuovo attacco a un convoglio militare tra Ougarouou e Boungou, nella provincia di Tapoa (nell’est del Burkina Faso). Stava tornando da una delle miniere aurifera. L’aggressione è stata resa nota solo qualche giorno dopo. Secondo una fonte della sicurezza che ha parlato con i reporter di RFI in anonimato, i combattimenti tra l’esercito e i terroristi sarebbero stati molto intensi e violenti e un numero ancora imprecisato di militari sarebbe stato ucciso. Ci sarebbero anche parecchie vittime tra i civili, persone che si sono aggregate al convoglio per raggiungere “in sicurezza” Fada-Ngourma, capoluogo della Provincia, visto che gran parte della zona è considerata roccaforte di gruppi jihadisti.
Attacchi dei terroristi ai convogli militari in Burkina Faso
Finora le autorità di Ouagadougou non hanno rilasciato nessun rapporto ufficiale. Sono già state recuperate decine di salme, ma si teme che il bilancio possa essere molto più pesante, visto che il convoglio era composto da tre battaglioni di intervento rapido, in parole povere, c’erano non meno di 500 soldati, oltre ai civili.
IlBurkina Faso, come i suoi vicini del Mali e del Niger, da oltre 10 anni è soggetto a continui attacchi dei terroristi. Finora le aggressioni hanno ucciso 20mila civili, oltre due milioni sono sfollati. Parte dei territori sono ancora fuori dal controllo dello Stato centrale, e, malgrado le forze messe in campo dalla giunta militare ad interim, i jihadisti continuano indisturbati le loro aggressioni contro la popolazione e le truppe di Ouagadougou.
Sergej Viktorovič Lavrov, il potente ministro degli Esteri di Mosca, durante il suo tour africano dello scorso giugno, ha incontrato anche Traroré, promettendogli l’invio di altri istruttori nel Paese. Un gruppo di militari burkinabè, invece, sarà formato in Russia. In occasione dei colloqui bilaterali si è parlato anche di affari e scambi commerciali.
All’inizio di agosto, esponenti del gruppo ROSATOM, gigante russo che opera nel settore nucleare, si è recato a Ouagadougou per valutare la possibilità della costruzione di una centrale nucleare nel Paese, necessaria per soddisfare le esigenze energetiche della popolazione. Secondo i dati della Banca Mondiale, nel 2020 il 67,4 per cento dei burkinabé aveva accesso alla corrente elettrica nelle città, mentre nelle zone rurali solamente il 5,3.
Traoré non perdona chi contesta la sua politica e non accetta critiche. Dopo svariati attacchi a emittenti TV, giornalisti e dissidenti, ora è la volta della magistratura. In passato i sindacati dei togati si sono opposti all’eccessivo autoritarismo del presidente e per questo motivo ora il governo ha sospeso almeno 5 magistrati, mandandoli a combattere al fronte. Il presidente ha annunciato anche una revisione del Codice penale.
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Speciale per Africa ExPress Massimo A. Alberizzi
15 agosto 2024
I miliziani tuareg e i jihadisti maliani che il 27 luglio nel centro del Sahara, in Mali ma ai confini con l’Algeria, hanno inferto una sonora sconfitta all’esercito regolare e ai loro alleati mercenari russi, sono stati aiutati dai consiglieri francesi che hanno fornito le informazioni di intelligence necessarie per vincere la furiosa battaglia. I francesi, a loro volta, hanno incaricato tecnici militari ucraini, da loro addestrati in Ucraina, di utilizzare i droni intervenuti (e sono stati decisivi) durante i combattimenti. Ma non solo: i francesi hanno fornito ai terroristi islamici tutte le informazioni che hanno loro permesso di prevalere sulle truppe russo-maliane, nella terza parte della battaglia, durata ben tre giorni.
Secondo fonti confidenziali raccolte da Africa ExPress (ma che non possiamo rivelare per ovvi motivi) gli americani sono estranei alla vicenda. La CIA era stata solo informata dai francesi e Jeremy, una delle antenne dei servizi di Washington, residente fino a poche settimane fa in una base USA a Niamey, è stato tenuto al corrente di tutta l’operazione, cui alla fine ha dato il suo benestare, per altro non necessario.
Un ufficiale delle forze speciali
Il gruppo di ucraini era comandato da un ufficiale delle forze speciali di Kiev, unità conosciuta con il nome di Khimik. Khimik è nota per aver partecipato a combattimenti in Siria, nelle forze antigovernative appoggiate e armate dagli americani e dai francesi.
La cosa più preoccupante è l’alleanza di fatto e il coordinamento tra i jihadisti e i francesi, informazione che non sarà sfuggita a Jeremy. Sembra di rivedere lo scenario degli anni ’80 in Afghanistan quando per combattere i sovietici gli Stati Unti rifornirono di armi ai mujaheddin di Osama Bin Laden che poi si rivoltò contro chi l’aveva aiutato. Quelle armi furono utilizzate dai terroristi di Al Qaeda. Le conseguenze di questa politica rischiano di essere devastanti.
Ora i francesi – con la benevolenza degli americani – per combattere i russi e la loro influenza sui governi del Sahel, accantonando cinicamente principi e ideologie, hanno deciso di servirsi dei potenti miliziani jihadisti legati ad Al Qaeda e di allearsi con loro, applicando l’adagio popolare, il nemico del mio nemico è mio amico.
Centro smistamento migranti
Il 27 luglio e nei giorni immediatamente precedenti, a Tin Zaouten (attenzione, la grafia, traslitterata dall’arabo, di questa località può essere diversa), in pieno deserto, i ribelli tuareg e i jihadisti dell’Isis hanno avuto tre scontri con un gruppo di mercenari della compagnia Wagner (da poco ribattezzata Africa Corps) e di regolari dell’esercito. Secondo le stime diffuse anche da ambienti occidentali sarebbero rimasti uccisi almeno 84 soldati di ventura al soldo del Cremlino e 47 militari maliani.
lo schizzo della battaglia disegnato per Africa Express da uno dei partecipanti
È stato un duro colpo per l’organizzazione mercenaria. La Wagner era guidata da Yevgeny Prigozhin, morto in un incidente aereo e ora direttamente controllata dalla struttura di comando della difesa russa.
Subito dopo le battaglie del 27 luglio Andriy Yusov, portavoce del servizio di intelligence militare ucraino (GUR), gongolante per la vittoria, ha sostenuto orgoglioso che i ribelli tuareg avevano “ricevuto informazioni necessarie, e non solo informazioni, che hanno permesso il successo di un’operazione militare contro i criminali di guerra russi”.
Attacco ai tuareg
Africa ExPress è ora in grado di spiegare come sono andate le cose in quei giorni. Il 25 luglio le truppe maliane, sostenute dai Wagner, provenienti dal villaggio di Boghassa (più di 80 uomini e 24 veicoli, tra cui sei blindati e sei motociclette) attaccano il villaggio di Tin Zaoutene, centro di smistamento di migranti e base di trafficanti e contrabbandieri, controllato dai ribelli tuareg del Cadre stratégique pour la Défense du Peuple de l’Azawad (CSP-DPA), una sigla che comprende diverse formazioni secessioniste. Secondo il giornalista Wassim Nasr le immagini del convoglio lasciano capire che la maggior parte degli assalitori erano bianchi, probabilmente russi.
I tuareg, comandati da Alghabass ag Installa, resistono e respingono gli assalitori. I combattimenti riprendono il 27 luglio. I russi-maliani, durante una tempesta di sabbia, cadono in un’imboscata dei tuareg a Zakak, villaggio sulla strada per Kidal, il capoluogo di quella regione maliana. I regolari e i mercenari russi tentano di ritirarsi ma sono inseguiti dai ribelli tuareg e il terzo scontro avviene verso Abeïbara. I superstiti, in fuga, cadono in un’altra imboscata dei jihadisti del Groupe de Soutien à l’Islam et aux Musulmans (GSIM) in una valle delle montagne di Tin-Gamera, a 40-70 chilometri a sud di Tin Zauten. Gli islamisti sono guidati da Sedane Ag Hita, uno dei suoi comandanti più anziani, e da Abdorrahmane Zaza, noto come “Abdorrahmane Al-Targui”, emiro della regione di Tin-Essako.
Accordo organico
Secondo alcuni osservatori il modo in cui si è svolta l’imboscata potrebbe far pensare a una forma di partnership temporanea tra i francesi e i gruppi jihadisti, invece sarebbe stata solo un’alleanza ad hoc diretta contro l’esercito maliano e Wagner. Questa però non è la versione raccolta da Africa ExPress. Le nostre informazioni parlano di un’accordo organico tra francesi e jihadisti.
Questa è la cronaca che si può facilmente leggere sui giornali francesi, sempre molto attenti alle cose africane. Ma la fonte confidenziale sentita da Africa ExPress, spiega ancora: ”I francesi hanno organizzato tutta l’operazione in stretto coordinamento con i servizi di sicurezza algerini che hanno contribuito con informazioni precise e ben documentate. Sebbene i rapporti tra Parigi e Algeri in questo momento non siano dei migliori (dopo il sostegno assicurato da Macron al piano di pace marocchino per il Sahara Occidentale, l’ex colonia francese ha richiamato il suo ambasciatore in Francia, ndr), la collaborazione tra le due intelligence sembra ancora solida e ben collaudata e ora i francesi sono diventati consiglieri dei separatisti tuareg e di Al Qaeda e dell’ISIS”. Poi aggiunge un dettaglio: “Il sentimento antifrancese nel Sahel è stato provocato, tra l’altro, dallo scarso impegno delle truppe degli ex colonialisti nella guerra contro gli islamisti. L’opinione pubblica e i militari si sono convinti che la declamata guerra ai terroristi servisse solo come una giustificazione alla loro presenza in Mali e in Niger. Infatti, i legionari non hanno fatto granché contro i terroristi”.
Guerra fuori dall’Europa
Insomma, la guerra tra Russia e Ucraina si combatte anche fuori dall’Europa e, come tutte le guerre, è fatta di colpi bassi, intrighi, accordi e alleanze all’apparenza innaturali. Quando si tratta si geopolitica non si può usare la logica e il buon senso. Non ci si può fidare delle dichiarazioni politiche espresse e/o delle posizioni ostentate. Ciò che sembra inverosimile può diventare in un batter d’occhio realtà. Gli avvenimenti degli ultimi decenni ci hanno abituati a colpi di scena. Gli americani avevano finanziato e armato Osama Bin Laden, gli israeliani avevano finanziato Hamas e ora i francesi si alleano ad Al Qaeda per sbarazzarsi dei russi che hanno preso il loro posto nel Sahel. Gli occidentali in Africa sono stati allontanati ma non si può credere che accatteranno la situazione con rassegnazione. Si preannunciano giorni difficili. Soprattutto per gli africani.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
15 agosto 2024
E’ stato accolto come un eroe il velocista, Letsile Tebogo, 21 anni, al rientro in patria qualche giorno fa, in Botswana. Almeno 30 mila persone hanno festeggiato lui e gli altri atleti dell’Olympic team nello stadio della capitale Gaborone. Il presidente ha “premiato” la medaglia d’oro nei 200 metri e l’argento nella staffetta 4×400 concedendo a tutto il Paese un’altra mezza giornata di festa nazionale.
Il Botswana celebra Letsile Tebogo, medaglia d’oro alle olimpiadi di Parigi
Festa grande in Algeria
Esplosione di festeggiamenti anche in Algeria per il ritorno a casa delle tre “medaglie”. In particolare, Imane Khelif, 27 anni, la pugile d’oro ai Giochi di Parigi ingiustamente coinvolta in vergognose polemiche sulla sua identità sessuale. “Le donne algerine sono un esempio e un modello per il mondo intero”, ha detto tra la folla entusiasta che l’attendeva in aeroporto e poi nel villaggio natale di Biban Mesbah, vicino a Tiaret (a 300 km dalla capitale maghrebina).
Imane Khelif, medaglia d’oro nella boxe, Parigi 2024
“Siamo piccoli e sconosciuti, ma forti e talentuosi” è stato il commento a Capo Verde del pugile Daniel Varela de Pina, 28 anni, primo atleta del piccolo arcipelago (10 isole di fronte alla costa ovest africana, 600 mila abitanti) a vincere una medaglia, seppure di bronzo, alle Olimpiadi. Il primo ministro, Josè Ulisses de Pina Correia e Silva, 62 anni, si è congratulato con lui e ha enfatizzato l’impresa sportiva di un giovane che dall’infanzia povera e difficile (veniva pesantemente bullizzato) è arrivato all’alloro olimpico. La capigliatura del giovane, con le due originali crocchie laterali, aveva colpito tutti il giorno dell’inaugurazione (era il portabandiera del suo Paese). Ma poi anche i suoi pugni hanno lasciato il segno.
Kenya leader indiscusso
L’Africa a pochi giorni dalla chiusura dei XXXIII Giochi olimpici (domenica 11 agosto) celebra i 43 successi conquistati in Francia da 12 Paesi. Nove sono state le medaglie d’oro portate a casa, quattro delle quali appuntate sul petto degli atleti del Kenya, che si è confermato leader indiscusso del continente sul piano sportivo. Ha messo in cassaforte anche due argenti e cinque bronzi.
Kenya, leader africano indiscusso alle olimpiadi di Parigi
Taekwondo, questo sconosciuto
Lo sport africano in questa occasione non ha finito di stupire. E’ stato eccellente non solo nel suo tradizionale campo (maratona maschile, 3 mila siepi, 5 e 10 mila metri), ma anche nella sciabola con il tunisino Fares Ferjani, 27 anni, (argento) e nella spada con l’egiziano Mohamed Elsayed, 21 anni, (bronzo). E come dimenticare il Taekwondo, l’arte marziale che in Africa ha avuto uno sviluppo impressionante negli ultimi 30 anni dopo che si era riusciti, faticosamente, ad abbattere la falsa credenza che fosse uno sport legato a una religione strana o addirittura a riti satanici.
I pionieri sono stati il Lesotho, Africa Centrale e Mali, ora è diffuso in 45 Paesi del Continente.
E alle Olimpiadi qualche frutto pregiato del Taekwondo è stato raccolto: il tunisino Firas Katoussi, 28 anni, nella categoria 80 kg ha raggiunto l’oro, il connazionale Mohamed Khalil Jendoubi, 22 anni, l’argento (58 kg) e l’ivoriano Cheick Sallah Cisse, 30 anni, il bronzo sugli 80 kg (aveva già assaporato il metallo pregiato nel 2016 a Rio).
Il fallimento Nigeria
Ma non tutto è oro quel che luccica. C’è un grande Paese che si lecca le ferite: la Nigeria. Aveva speso cifre enormi nella preparazione dell’evento e dei suoi rappresentanti, ha mandato a Parigi ben 88 atleti per competere in 11 discipline. Il ministro per lo sviluppo dello Sport, John Owan Enoh, 58 anni, con parole ispirate aveva espresso il desiderio che la squadra potesse superare la sua migliore prestazione olimpica ottenuta ai Giochi di Atlanta del 1996 (sei medaglie, di cui 2 ori). E si era detto sicuro che “la squadra eccellerà e renderà orgogliosa la nazione”.
Risultati? Zero assoluto. Niente di nuovo, purtroppo: anche a Londra, nel 2012, “zero tituli”, direbbe il buon Mourinho. Neanche una medaglia di latta. O di legno.
Una certa ilarità
In compenso la Nigeria ha suscitato una certa ilarità quando la ciclista Ese Lovina Ukpeseraye, 25 anni, si è trovata impossibilitata a scendere in pista nel keirin e nello sprint. A causa del limitato preavviso per gareggiare, il Team Nigeria non aveva una bicicletta adatta! Con grande spirito sportivo, la Germania gliene ha offerto una.
La ciclista nigeriana, Ese Lovina Ukpeseraye
In compenso sul podio di Parigi sono saliti altri campioni di origine nigeriana.
Ne citiamo due: Yemisi Ogunleye, 25 anni, nata inGermania da padre nigeriano, è stata prima nel lancio del peso (per la Germania, ovviamente), e Salwa Eid Naser, (originariamente chiamata Ebelechukwu Agbapuonwu) che ha visto la luce 25 anni fa a Onitsha sul fiume Niger nello stato di Anambra). Ha preso la medaglia d’argento nei 400 metri, ma per il Bahrein, Paese del papà, per il quale ha scelto di gareggiare.
I frutti della diaspora
E via dicendo… D’altra parte i frutti della diaspora nera sono riassunti nella campionessa che è stata la più medagliata dei Giochi: Sifan Hassan, 31 anni. A 15 anni la madre la spedì in Olanda per una miglior vita, a 16 anni Sifan ottenne lo status di rifugiata, a 20 anni, nel 2003, il passaporto dei Paesi Bassi.
Già a Tokio nel 2021 era stata dominatrice dei 5 mila e 10 mila metri e bronzo nei 1500. A Parigi è stata inarrestabile e indimenticabile per il suo scatto finale nella maratona: oro indiscusso. E in più due bronzi, nei 5 e 10 mila metri!
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EDITORIALE Federica Iezzi
Amman (Giordania), 14 agosto 2024
Si sente spesso criticare l’attenzione apparentemente eccessiva riservata alla guerra a Gaza. Perché non il Sudan? O il Congo orientale? Etiopia, Somalia, Myanmar, Yemen: dove sono finiti nelle cartine geografiche?
L’accusa, sovente esplicita o ipocritamente velata, lotta tra odio antisemita o sostegno incondizionato a Hamas. Non viene in mente che si possano difendere i diritti dei palestinesi semplicemente perché esseri umani oppressi.
Khan Younis, Striscia di Gaza [photo credit UNICEF]La domanda, in ogni caso, è legittima e merita una risposta. Dipende semplicemente da quale punto della storia si parte.
I paralleli della storia recente
La portata della distruzione e della morte non ha molti paralleli nella storia recente. Dobbiamo cercare nelle campagne di genocidi che hanno insanguinato il passato – piuttosto che nei conflitti armati – per trovare cifre analoghe a quelle di Gaza.
L’annientamento degli esseri umani corre nello stesso senso della distruzione fisica di Gaza. Più della metà della popolazione è rimasta senza casa. I paralleli più vicini a Gaza, in termini di volume e velocità di distruzione, sono i bombardamenti strategici della Seconda Guerra Mondiale.
La Palestina è segnata da un conflitto mostruoso. Le guerre in Congo-K, Sudan o Siria sono complicate, con le loro innumerevoli fazioni, alleanze variabili e sostegno internazionale. Il conflitto tra palestinesi e israeliani non ha niente di complicato. È una situazione coloniale prototipo.
Immagini che parlano
Visualizzare il crimine è fondamentale per entrare in empatia con le vittime. Lo sappiamo fin dalla Seconda Guerra Mondiale, quando gli Alleati si preoccuparono di documentare i campi di concentramento nazisti, con montagne di corpi segnati dalla morte, e di far circolare le immagini. La memoria antifascista che sopravvive oggi non può essere compresa senza di loro. Ecco perché l’Olocausto ci ripugna ancora. Perché lo abbiamo visto. Ed ecco perché oggi di fronte al massacro di Gaza la nostra anima si ribella. Perché lo stiamo vedendo.
Ma né l’insolita portata della distruzione né la proliferazione delle immagini spiegano da sole l’indignazione che proviamo. Siamo profondamente turbati e spaventati per l’atteggiamento disinteressato delle democrazie occidentali.
Due ragioni
E per due ragioni: perché senza il sostegno dell’Occidente a Israele la situazione sarebbe molto diversa e perché il silenzio di un governo ci rende tutti colpevoli. È vero che l’indifferenza dell’Europa e degli Stati Uniti nei confronti dei crimini contro l’umanità non è una novità, ma lo è il sostegno incondizionato e pubblico ai responsabili. Il sostegno alle azioni di Israele a Gaza riduce l’umanità delle sue vittime. E l’alterità è un elemento costitutivo della disuguaglianza e del razzismo.
Il risveglio politico ispirato da Gaza ha dato voce alla nostra identità come esseri umani che, in maniera del tutto naturale, si identifica con gli oppressi contro l’oppressore. Gaza ci tocca perché qualcosa di fondamentale sta crollando. Si tratta della riabilitazione dell’imperialismo e del razzismo. Perché legittima i crimini contro l’umanità come modo di fare politica. Perché rappresenta una riduzione delle libertà – di manifestazione, di coscienza e di espressione – senza precedenti nelle democrazie occidentali dal 1945.
Come il Vietnam
Durante la guerra in Vietnam, altri conflitti dissanguarono il mondo, alcuni dei quali orrendi come il conflitto in Angola o quello in Biafra. Hanno suscitato anch’essi costernazione ma mai così massiccia e su scala globale come quella del Vietnam.
Perchè nelle proteste contro il Vietnam, la gente ha combattuto contro il colonialismo e il militarismo, contro il razzismo e la guerra, contro la corsa agli armamenti e contro ogni violenza sostenuta dall’Occidente nel sud del mondo. Ci sono momenti in cui un conflitto riassume e ingloba tutti i conflitti: negli anni ’60 era il Vietnam, negli anni ’80 l’apartheid in Sudafrica, negli anni ’90 la Jugoslavia. Oggi è la Palestina.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 13 agosto 2024
Manuel Chang, ex ministro delle Finanze mozambicano ha ricevuto tangenti per un totale di sette milioni di dollari USA. Per questa cifra di denaro ha dato la garanzia del governo mozambicano per prestiti a tre società statali poi fallite.
Il politico mozambicano ha poi frodato gli investitori americani e stranieri convertendo in eurobond il debito dell’azienda statale Ematum. Questi titoli sono stati immessi sul mercato dalle banche dal Credit Suisse e dalla banca russa VTB. Altri 200 milioni sono andati nelle tasche di Chang e varie tangenti a complici.
Manuel Chang, ex ministro mozambicano delle Finanze, in tribunale a Johannesburg
Colpevole di frode e riciclaggio
La giuria del tribunale distrettuale di Brooklyn, New York, ha ritenuto Manuel Chang colpevole di “frode e cospirazione per commettere riciclaggio di denaro”. Lo scandalo, avvenuto tra il 2013 e il 2015, è conosciuto in Mozambico come Dividas ocultas (Debiti occulti) mentre a livello internazionale è noto come Tuna bonds.
Aveva a che fare con l’acquisto di una flotta di imbarcazioni per la pesca del tonno da parte dell’azienda statale mozambicana Ematum. Si trattava di 39 imbarcazioni vendute da un’azienda francese sull’orlo del fallimento: 24 pescherecci – mai utilizzati – e 15 motovedette militari.
I due miliardi di dollari
Un’operazione finanziaria da due mld di dollari USA (1,9 mld di euro) che mirava ad ottenere soprattutto le imbarcazioni militari. Tutto senza l’autorizzazione del parlamento mozambicano e senza informare il Fondo monetario internazionale (FMI).Un debito che ha messo in ginocchio l’economia mozambicana. Un “affaire” che vede implicati anche l’ex presidente Armando Guebuza e l’attuale capo di Stato, Filipe Nyusi, ministro della Difesa durante la presidenza Guebuza.
Struttura dei debiti occulti
Faremo appello
“Non c’é prova evidente che Manuel Chang abbia preso ricompensa o denaro” – ha dichiarato ai giornalisti il suo avvocato difensore, Adam Ford, all’uscita dal tribunale. “Il mio cliente ha solamente garantito ciò che il suo governo voleva. Faremo appello”.
Gli USA avevano immediatamente richiesto l’estradizione. Poche ore dopo anche il governo mozambicano aveva chiesto che il suo politico venisse trasferito a Maputo per essere processato.
Dopo un lungo braccio di ferro tra Washington e Maputo, durato 54 mesi, l’ex ministro mozambicano è stato estradato da Johannesburg negli USA. Il politico 68enne ha già passato oltre cinque anni di carcere tra Johannesburg e New York. Con le pesanti accuse del tribunale di Brooklyn, Manuel Chang rischia da 12 a 20 anni di carcere. Nelle prossime settimane è attesa la sentenza definitiva.
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