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(1) Guinea Equatoriale, in un libro l’inferno vissuto da un italiano vittima della feroce dittatura Obiang

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 22 luglio 2016

Nessuno vorrebbe vivere l’incubo di Roberto Berardi, un imprenditore italiano, incastrato dalla dittatura della famiglia Obiang in Guinea Equatoriale. La sua atroce esperienza e le torture subite le racconta il romanzo-verità “Esperanza. La vera storia di un uomo contro una dittatura africana” scritto dallo stesso imprenditore con il giornalista Andrea Spinelli Barrile e pubblicato da Slow News.

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Due anni e mezzo nel carcere militare di Bata Central, nell’ex colonia spagnola, il peggiore di tutta l’Africa equatoriale. Un Paese poco più grande del Piemonte governata da 37 anni dal presidente-dittatore, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo e dal suo figlio maggiore – nominato vicepresidente – Teodoro Nguema Obiang Mangue, conosciuto come Teodorin.

Bastonate, frustate, torture, in isolamento, pasti a pane secco e acqua sporca in una cella lurida, violenze quotidiane perpetrate dai militari della Fuerza Especial e la malaria avrebbero dovuto piegare Roberto Berardi ma i suoi aguzzini non avevano fatto i conti con la determinazione, la tenacia, il coraggio e la grinta di un uomo innocente che lottava per avere verità e giustizia e tornare dalla sua famiglia.

Mappa della Guinea Equatoriale
Mappa della Guinea Equatoriale

Perché l’inferno?
Ma perché Berardi è finito nell’inferno carcerario della Guinea Equatoriale? Per un inconsapevole sbaglio pagato a caro prezzo: aver creato una società con Teodorin Obiang.

All’imprenditore italiano (25 anni di esperienza in Africa tra Nigeria, Benin, Togo, Camerun e Costa d’Avorio dove ha conosciuto sua moglie Chantal, con la quale ha avuto un figlio) sembra che gli arrivi l’occasione della vita. Una delegazione della Guinea Equatoriale gli offre la possibilità di aprire una multinazionale africana di lavori pubblici in Guinea Equatoriale a condizioni che Teodorin Obiang sia socio di maggioranza con il 60 per cento.

Berardi accetta subito e gli affari vanno alla grande con utili milionari finché scopre per caso che il conto aziendale è bloccato dalla Cia e dall’Interpol e che Francia e Stati Uniti stanno indagando su e su di lui per riciclaggio.

La truffa di Teodorin
Riesce a trovare le prove nelle quali risulta che il suo socio ha aperto dei conti correnti paralleli intestati a lui, sui quali ha spostato decine di milioni di dollari, acquistato auto di lusso, una villa in California per 30 milioni di dollari e all’asta e i cimeli di Michael Jackson tra i quali il guanto di diamanti usato in un concerto.

Teodorin lo sta fregando. Mette al sicuro la famiglia in Italia e i suoi collaboratori locali, fotocopia e spedisce la documentazione agli inquirenti americani passando così da complice a vittima. E questo non piace per niente al socio.

La villa a Malibu, in California. In alto, Teodorino Obiang
La villa a Malibu, in California. In alto, Teodorino Obiang

Comincia l’incubo
Chiede di parlare con Teodorin che invece di spiegargli cosa è successo lo minaccia di morte. Non solo. Berardi viene accusato di frode fiscale e imprigionato. Dopo un processo sommario a porte chiuse nel quale anche il giudice si scusa dicendogli che non poteva fare si più, viene condannato senza prove a due anni e quattro mesi di prigione e al pagamento di 1,2 milioni di dollari.

Spedito nel carcere militare di massima sicurezza di Bata Central in una cella di un metro per tre diventa così il prigioniero personale del Principe Teodorin perché sapeva troppo. I suoi aguzzini hanno un ordine: farlo soffrire senza ucciderlo.

La storia di quest’incubo viene raccontata in modo estremamente lucido con passione e rabbia, coraggio, solidarietà e compassione verso i compagni di prigione la maggior parte delle volte incarcerati senza motivo, che vengono torturati come lui e spesso ammazzati a bastonate perché in Guinea Equatoriale la vita umana non vale niente e in galera ancora meno.

Roberto Berardi (a sin) durante la carcerazione
Roberto Berardi. A destra durante la carcerazione

Ribellione e solidarietà
Davanti alla morte in una cella buia e umida con temperature fino a 40 gradi e piena di scarafaggi non rimane che la ribellione. Roberto Berardi non si perde d’animo di fronte al suo dolore e a quello degli altri e, corrompendo le guardie, li aiuta come può: fa entrare cibo e medicinali per curarne le ferite e salva la vita di un prigioniero dato per spacciato a causa delle torture subite.

Questo bianco che, impavido affronta i suoi aguzzini a testa alta e li insulta e non si fa piegare diventa un punto di riferimento per i detenuti di Bata Central. Lo considerano come un capo che fa loro ricordare di essere persone con una dignità e dà loro soccorso, coraggio e speranza anche in carcere. Si guadagna il loro rispetto.

La salvezza dalle donne
Ma la sua salvezza la deve soprattutto al cerchio di donne che crea una rete di aiuto, solidarietà e protezione per la sua salvezza e liberazione. Esperanza, ex detenuta, riesce a far passare cibo, medicinali e telefoni cellulari; Rossella, la sua ex moglie con la quale ha avuto due figli e ha mantenuto un rapporto di amicizia fa il possibile per tenere l’attenzione alta in Italia e Chantal, la donna che ama, muove le ong in Francia.

Roberto, grazie ai cellulari che riesce ad avere tramite Esperanza, riesce a comunicare con la famiglia e con l’Italia ma a caro prezzo: ogni telefono trovato nella sua cella dai suoi carcerieri gli costa infinite frustate e ulteriori brutalità. Riesce perfino a scappare dal carcere e tornarci senza farsi scoprire perché all’esterno è saltata la sua copertura che vuole proteggere.

(1/2 continua: http://www.africa-express.info/2016/07/25/guinea-equatoriale-in-un-libro-linferno-vissuto-da-un-italiano-vittima-della-feroce-dittatura-obiang-2/)

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
twitter: @sand_pin

– Mappa Guinea Equatoriale
Di Directorate of Intelligence, CIA – https://www.cia.gov/library/publications/resources/the-world-factbook/geos/ek.html– Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=25202422

Di Alvaro1984 18Opera propria, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=7410057

 

Abbattuto elicottero in missione segreta in Libia: morti tre soldati francesi

Africa Express
Tripoli, 21 luglio 2016

Un elicottero di fabbricazione russa è stato abbattuto in Libia da una milizia islamista denominata “Brigata per la difesa di Benghazi”: tre soldati francesi, che erano impegnati in una difficile e particolare missione di intelligence, sono rimasti uccisi.

“La Chambre des opérations pour la libération d’ Ajdabya”, un gruppo armato legato alla Brigata per la difesa di Benghazi, ha annunciato già domenica, 17 luglio, l’abbattimento del velivolo e ha messo sui social network un filmato con le immagini dello schianto.

Un elicottero di fabbricazione russa uguale a quello abbattuto
Un elicottero di fabbricazione russa uguale a quello abbattuto

La “Brigata” sostiene che l’elicottero apparteneva alle truppe di Khalifa Haftar e che a bordo si trovavano due francesi (invece erano tre, ndr), un giordano e un libico.

L’incidente si è verificato domenica scorsa nelle vicinanze di Benghazi e secondo l’agenzia di stampa AP non ci sarebbero sopravissuti.

Durante una conferenza stampa Jean-Yves Le Drian, ministro della difesa francese, ha confermato il fatto e la morte di tre suoi connazionali, ammettendo per la prima volta la presenza di forze di Parigi in Libia. Anche François Hollande ha espresso il suo cordoglio e ha sottolineato che a tutt’oggi la situazione nel Paese è difficile e pericolosa.

A dicembre il quotidiano francese “Le Figaro” aveva rivelato che Parigi stava pianificando un intervento in Libia, mentre lo scorso febbraio il giornale  “Le Monde” aveva annunciato la presenza segreta di soldati francesi nella ex-colonia italiana, svelando che si tratta di azioni militari non ufficiali. Il ministero della Difesa aveva aperto immediatamente un’inchiesta contro ignoti per rivelazioni di un segreto riguardante la difesa nazionale.

Solo pochi giorni prima dell’articolo su “Le Monde”, l’allora ministro agli esteri Laurent Fabius aveva rilasciato una dichiarazione in cui affermava che la Francia non sarebbe mai intervenuta militarmente in Libia.

Africa Express

Kofi Annan: “Anche i poveri hanno bisogno di un sistema d’allerta meteo”

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Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 20 luglio 2016

Kofi Annan, ex-segretario generale dell’ONU e Premio Nobel per la Pace 2001, ha lanciato un appello all’umanità perché si adoperi a bloccare i cambiamenti climatici i cui effetti, sottolinea, possano influire gravemente sulla saluto dell’uomo. La Commissione 2015 della prestigiosa rivista scientifica Lancet sulla relazione salute-cambiamenti climatici è stata categorica: “Il clima può compromettere gravemente il progresso per i suoi effetti sulla salute”. Gli effetti negativi vengono percepiti per lo più nel sud dell’ Asia e nel Continente africano.

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L’harmattan è un vento secco, carico di polvere che proviene dal Sahara e da novembre a marzo si abbatte sull’Africa occidentale. A volte si manifesta con vere e proprie tempeste e le minuscole particelle di detriti s’infilano ovunque: nelle vie respiratorie, negli occhi, sulla pelle e le ondate di freddo possono mettere in serio pericolo le persone più vulnerabili.

Con i cambiamenti climatici c’è la reale minaccia che il rischio rappresentato dall’harmattan potrebbe aggravarsi. Infatti, negli ultimi anni questo vento è diventato sempre più violento e meno prevedibile.

La crescente minaccia dell’harmattan dimostra quanto sia necessario e importante collaborare per proteggere la salute pubblica contro gli effetti dei cambiamenti climatici. Nel caso specifico, bisogna fare in modo che previsioni meteorologiche precise riescano a individuare “l’ultimo chilometro” e lo riescano a comunicare alla popolazione che si trova nella sua traiettoria, perché possa mettersi al riparo.

Ragazzina al vento

Gli effetti dell’harmattan ci indicano da dove iniziare: migliorare e incrementare le informazioni climatiche e meteorologiche, preparare le previsioni in modo dettagliato e corretto, fare sì che comprendano anche l’allerta per le tempeste di sabbia e polvere. E’ necessario che queste previsioni meteo vengano diffuse a larga scala, devono assolutamente raggiungere tutte le persone che ne hanno necessità.

I centri mondiali e regionali per le previsioni dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale (OMM) dispongono di calcolatori di ultima generazione, dei modelli e degli esperti necessari per elaborare le previsioni e diffonderle alle autorità nazionali. Tuttavia capita spesso che i servizi meteo nazionali siano sprovvisti dei mezzi necessari per poter interpretare tali informazioni, comunicarle alle autorità competenti, agli operatori sanitari e alla popolazione. Eppure basterebbe un investimento minimo per fornire il materiale necessario, la formazione del personale locale e il coordinamento, per poter diffondere in tempi utili un’allerta meteo precisa che possa raggiungere anche le zone più disagiate e più povere del mondo.

Per proteggere la salute delle popolazioni contro i rischi climatici, sostiene Kofi Annan, dobbiamo assolutamente trasformare il nostro approccio verso questi problemi così complessi. Per questo motivi l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’OMM agiscono di concerto per aiutare ai professionisti della salute pubblica ad acquisire un’ “intelligenza climatica”, per interpretare al meglio le informazioni sul clima.

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E’ dunque indispensabile sostenere i servizi meteorologici e climatici nei Paesi in via di sviluppo, fornire quanto prima tutto il materiale necessario, affinché l’allerta meteo e tutte le informazioni necessarie possano raggiungere la popolazione. Dobbiamo dare priorità assoluta alla trasmissione rapida di notizie importanti; la popolazione deve avere la possibilità di mettersi al sicuro da condizioni climatiche estreme.

L’allerta rapida è essenziale per una serie di motivi:

  1. La collettività ha la possibilità a reagire e di adattarsi ai rischi sanitari dovuti ai cambiamenti climatici.
  2. Può contribuire a far conoscere le cause e le conseguenze dei cambiamenti climatici, sostenendo così le politiche per rafforzare la capacità reattiva e attenuarne l’impatto.

Il cambiamento climatico crea problemi dal punto di vista sanitario nel mondo intero, figuriamoci nei Paesi più poveri del mondo.

Annan è convinto che una crescente consapevolezza del nesso tra salute e clima incoraggi gli operatori sanitari, i vari organismi dell’ONU, le agenzie governative,  i politici e la comunità scientifica ad una maggiore collaborazione per trovare delle soluzioni a tali problemi.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
twitter @cotoelgyes

 

Sud Sudan: arrestato il giornalista Alfred Taban direttore del Sudan Monitor e collaboratore di Africa ExPress

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 18 luglio 2016

Alfred Taban, direttore del quotidiano indipendente Juba Monitor e collaboratore di Africa ExPress, è stato arrestato dalle forze di sicurezza sud sudanesi che gli hanno messo le manette domenica mentre era in chiesa per una funzione religiosa. Gli agenti hanno aspettato che finisse di pregare e l’hanno portato via. Alfred è molto malato è la detenzione rischia di ucciderlo.

Assieme a lui gli agenti cercavano anche la sua vice, Ann Nimiriano Nunu Siya. Ann ha raccontato di una telefonata ricevuta da qualcuno che la avvisava delle intenzioni degli agenti delle sicurezza. Alfred ha scritto un editoriale, pubblicato dal Juba Tribune venerdì scorso, in cui spiegava che la soluzione per una pace duratura nel giovanissimo Stato era l’allontanamento dal potere del presidente Salva Kiir e del suo vice Rieck Machar.

Alfred Taban con il suo giornalei

“L’articolo non è piaciuto – ha spiegato al telefono con Africa ExPress un giornalista del quotidiano – perché, hanno detto gli agenti, incita alla violenza e a rovesciare il govero. Non è vero ma non gli hanno lasciato nemmeno il tempo di spiegare le sue ragioni. L’hanno portato via alle 4 del pomeriggio e hanno ordinato l’immediata sospensione della nostra pubblicazione”.

L’articolo di Alfred sicuramente è chiaro e altrettanto sicuramente deve aver irritato i due leader. Scrive il nostro collaboratore sul Juba Monitor: “Salva Kiir e Rieck Machar devono andarsene perché hanno dimostrato di non essere in grado di assicurare al Paese pace e prosperità. Hanno completamente fallito il loro compito. Non sono stati neppure in grado di controllare i loro soldati che hanno ammazzato decine di civili inermi, stuprato le donne, taglieggiato la popolazione e saccheggiato beni di proprietà private. Infine hanno dichiarato il cessato il fuoco solo dopo che decine di persone innocenti erano state ammazzate”.

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Conosco Alfred da oltre 20 anni, quando in Sudan lavorava per la Reuters. Appartiene a una piccola tribù, la bari, di origine nilotica, che non ha nulla a che fare con i gruppi etnici maggioritari: i dinka, i nuer, gli shilluk. Questo ovviamente gli permette di essere un giornalista senza interessi personali, di parte o tribali. Come sempre in questi casi le verità non piacciono ai politici ma quello che ha scritto Alfred ora lo pensano in tanti. In Sud Sudan e nelle capitali occidentali. E’ impossibile per Kiir e Machar convivere nello stesso governo, quindi è meglio che i due rinuncino spontaneamente al potere altrimenti c’è il rischio guerra perpetua.

Altred Taban è finito parecchie volte in carcere quando i due Sudan erano una nazione sola. Allora dirigeva a Khartoum il Sudan Monitor e dalle colonne del suo giornale lottava con la penna per l’indipendenza del suo Paese. I servizi di sicurezza del Paese e del suo dittatore Omar A Basir sono stati prodighi di manette con lui.

Africa ExPress, i suoi giornalisti chiedono l’immediata liberazione del collega. Rivolgiamo un appello – che chiediamo a Amnesty International, Articolo 21 e a Reporter sans Frontieres di veicolare – al presidente Salva Kiir perché Alfred possa tornare immediatamente al suo prezioso lavoro. In nome della salvaguardia dei diritti umani che il presidente sud sudanese si era impegnato a rispettare nel suo discorso tenuto a Juba il giorno dell’indipendenza il 9 luglio 2011.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@mail.com
twitter @malberizzi

Sentenza storica in Zimbabwe: organizzare manifestazioni contro il governo non è reato

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
Quartu Sant’Elena, 18 luglio 2016

Il pastore Evan Mawarire, accusato di aver organizzato manifestazioni contro il governo corrotto, è stato liberato ieri da un Tribunale nello Zimbabwe.

Il giudice Vakayi Chikwekwe, di fronte ad un folto pubblico che ha occupato ogni angolo della sala dell’udienza, ha dichiarato: “Le accuse rivolte al pastore non sono incostituzionali, dunque la Procura non può procedere contro di lui”.

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Il giorno del suo arresto, il 12 luglio 2016, Mawarire è stato incriminato per incitamento alla violenza, ma poco prima dell’udienza, la pubblica accusa ha cambiato i capi di imputazione: il pastore avrebbe cercato di rovesciare il governo eletto costituzionalmente.

Secondo il legale del pastore, la modifica delle accuse mosse contro il suo cliente sarebbero incostituzionali e il giudice ha accolto questa tesi senza battere ciglio.

Mawarire ha assistito alll’udienza avvolto nella bandiera dello Zimbabwe, dopo aver trascorso la notte in una cella, mentre la polizia ha perquisivano la sua abitazione, il suo ufficio e la chiesa.

Centinaia di sostenitori del pastore erano presenti all’udienza questo mercoledì, molti altri attendevano all’esterno del Tribunale. Il pastore di Ellard di Harare, la capitale dello Zimbabwe a voluto precisare: “Siamo tutti accanto a quell’uomo, avvolto nella bandiera della nostra Nazione che lotta contro questo governo che ha impoverito i suoi cittadini”.

Anche Robert Shivambu, Press Manager per l’Africa del Sud di Amnesty International in un comunicato ha chiesto la liberazione immediata del pastore e delle altre trecento persone arrestate nel Paese dall’inizio delle proteste la scorsa settimana. Shivambu ha aggiunto: “Il governo dovrebbe ascoltare le voci dei dissidenti invece di sopprimerle. Secondo la Costituzione dello Zimbabwe e i trattati internazionali ratificati dalle autorità zimbabwesi, la libertà di parola, proteste pacifiche e difendere i propri diritti è facoltà di ogni cittadino”.

Il mese scorso il pastore aveva messo in rete un video, diventato subito virale, nel quale esprime la sua rabbia contro il governo per il deterioramento delle condizioni sociali ed economiche nel Paese.

La scorsa settimana Mawarire ha chiesto alla comunità internazionale di fare pressione sul vecchio presidente Robert Mugabe affinchè ascolti i propri cittadini.

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Discoccupazione, corruzione a livello governativo e la mancanza di denaro liquido sono i principali problemi che affliggono lo Zimbabwe.

Il movimento pacifista #Thisflag movement fa paura al governo. E’ riuscito ad  organizzare la più grande protesta anti-governativa degli ultimi dieci anni.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Salva Kiir and Riek Machar must go if they Care the Future of South Sudan, says FDP/SSAF

Africa ExPress Special Correspondent
Saba Makeda
Juba, 15th July 2016
The eruption of fighting on 7th July 2016 between the Sudanese People’s Liberation Army (SPLA) and the SPLA in Opposition ( SPLA – IO) in  Juba and the huge loss of life and casualties as well as the destruction of properties that it has caused are clearly an indication of flaws of the Compromised Peace Agreement.

Clearly the Compromised Peace Agreement is in tatters and there is an urgent need to address the key shortcoming of the  agreement and in  particular  for IGAD mediators to consider the meaningful  inclusion of diverse voices from South Sudan both political as well as from Civil Society.

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In 2015, during the negotiation of the Compromised Peace Agreement in Ethiopia, Senior Generals and Politicians from the SPLM-IO were already dissenting and defecting  from SPLM-IO and accusing rebel   leader  Riek Machar of poor leadership because of provision of the Compromised Peace Agreement.

At the time, General Peter Gatdet, a hardliner famous for the capture of Bor in the aftermath of  December  2013, was one of the early defectors who rejected the proposal  for the formation of  Transitional Government that included both President Salva Kiir and Riek Machar and consequently vowed to fight both sides. At the time the significance of Gatdet’s defection was downplaid by SPLM-IO.

In August 2015, prior to the singing of the Compromised Peace Agreement, the South Sudan Federal Democratic Party/Soth Sudan Armed Forces (FDP/SSAF) broke away from the Riek  Machar lead Sudan People Liberation Movement – In Oppositions (SPLM – IO). The chairman and commander in chief of FDP/SSAF is H.E. Gabriel Changson Chan, is the former Minister of Youth, Culture and Sports.

The FDP has an armed wing called South Sudan Armed Forces (SSFA) initially lead by General Peter Gatdet. However by April  2016  there was  a formal separation between  FDP and  General  Peter Gatdet  as the latter had formed the National Defence Alliance (NDA). During the same period, reflecting the fluidity and complexity of South Sudan politics, the FDP suffered the defection to the Government of Gen. Gathoth Gatkuoth, Gen. James Malith Gatluak and Brig. Gabriel Gatwech Puoch.

During the negotiation of the Compromised Peace Agreement and in particular in August 2015, matters were not much better on the Government side. Because of these tensions and  dissentions, President Salva Kirr signed the Peace Agreement, with reservations on 26 August  2016, almost 2 weeks after  the  document had been signed by Dr Riek Machar (SPLM-IO) and Mr Pagan Amun –  the reinstated Secretary General of  the SPLM South Sudan  who  signed on behalf of the  former detainees – a group of high ranking politicians briefly jailed in the aftermath of the events of December  2013.

During an interview given to the Sudan Tribune on 11 February 2016, HE Gabriel Changson Chan stated:
“……. Depending on the peace agreement as the basis  of the Transitional Government of National Unity ( TGoNU) without  constitution will lead to failure in the implementation of the peace  agreement. “

“The agreement will be dead as soon as the First Vice President takes oath of office as the First Vice President

“The President will then govern the country with un –amended constitution and shall have the liberty to appoint and dismiss the First Vice President and the cabinet minister because there will be no constitutional  protection for them.

In April 2016, Dr Riek Machar finally arrived in Juba and the Transitional Government of National Unity (TGoNU) was formed.  Though people wanted to hope for the best, the general feeling in Juba  was that the formation of the TGoNu  had simply reset the country in the same position as it was in 2013 with the same  players and tensions in place.

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Earlier this month, fighting reminiscent of December 2013 erupted in Juba, causing more than 300 deaths, and the displacement of  over 30,000  people in Juba. In Addition  the fighting  was not restricted to Juba as almost simultaneously armed clashes were reported in Wau, Torit, Bentiu, Lainya, Yei , Kajo Keji. Though it is not possible to say that there was a deliberated coordination it is clear that there was a widening of the conflict throughout South Sudan.

Thought the ceasefire in Juba is most welcome, it is disturbing that:

  • Dr Cirino Hiteng g Deputy  Foreign Minister  – was unilaterally removed  from his  post by  President  Salva Kiir  following the IGAD press  release of  12 July 2016  condemning  the  eruption of fighting  on 7th July 2016 between the Sudanese  People’s Liberation Army(SPLA) and the SPLA in Opposition ( SPLA – IO) in  Juba and the huge  loss  of life and casualties as well  as the destruction of properties that  it  has  caused. The  dismissal has been strongly condemned by the SPLM Former Detainees and in  particular   Dr Cirino Hiteng himself, who during an interview with Radio  Tamazuj ( 14 July 2016  radiotamazui/en/article/cirino-hiteng-says-his-removal-violates-peace-deal ) stated that :
  •  “He has no right to do that because this is the coalition government and I have my group. We should discuss the issue, and if the Former Detainees are convinced, than it is up to us to look for a replacement.”
    • Cabinet Minister of the SPLM – IO Minister of Energy Dr Dhieu Mathok Ding Wol was arrested. It appears that the Minister has been seriously beaten.  Dr Dhieu is the Secretary General of the SPLM-IO and hails from Bahr El Gazal region, homeland of President Salva Kiir and his SPLA Chief of Staff Paul Malong.  This event lends  credence to  recent  reports that  certain Dinka  member of the SPLM –IO  are under  pressure to  defect
    • The apparent  targeting and killing, because of his Nuer  ethnicity, of  John  Gatluak Manguer  Nhial a journalist and  radio  manager
    • The killing of the SPLA body guards to Brig General Lul Ruai, the spokesman  for the SPLA
    • The Government is preventing  South Sudanese  from  crossing into Uganda, or from leaving from Juba Airport.

    On 14 July 2016, I interviewed HE Gabriel Changson Chan, former  Minister of Youth, Culture and Sports and present   chairman of the Political  Committee of the Federal Democratic Party (FDP) and commander in chief of the South Sudan Armed Forces (SSAF). He  explained  that recent events in South Sudan clearly demonstrate that the compromised Peace Agreement is very weak  and that there are no safeguards to ensure its viability and implementation. The mistrust and  antagonism  between  President Salva Kiir and Dr Riek Machar is  such  that it is not possible for the  two  personalities to  work  together  in particular in light of the fact that both expect to contest the 2018  elections. Changson  claims that during the negotiation phase of the  Compromised  Peace  Agreement  IGAD  was informed of the concerns  about the ability of President Kiir and  Dr Riek Machar to overcome their mutual antagonism, however such concerns were ignored .

  • According to the SSFDP Chairman the way forward is as follows:
    1. Immediate military and political intervention by IGAD  and partners to :
      1. Stop the fighting, maintain law and order and  prevent South Sudan from descending into total chaos
      2. Oversee the restructuring of the security sector institutions to reflect the diversity of South Sudan. In this regard  HE Gabriel Changson Chan stressed the importance of the complete demilitarisation of  Juba and  all other  major  towns in South Sudan and that South Sudanese forces must be  assembled in specific cantonment sites with clear buffer zones between them .IGAD/UNMISS to take up the responsibility of security in the country.
      3. Support the setting up of truly inclusive Transitional Government of National Unity (TGoNU) without President Kiir and First Vice President Riek Machar. The SSFDP  Chairman  explained that the  in the event that the two  leaders are to continue to participate in the TGoNU,   then it should be clear that  they   are doing so  only in  a caretaker  capacity and are not  to contest any  future
        1. Support the voluntary resettlement of  IDP’s and Refugees to  location of their  choice in South Sudan.

    Such stabilisation action would then support: The process of reconciliation in the country and in particular the:

    1. The Democratisation of the country including a well-studied and participatory process to decide on the type of Federation as well as the number States that will comprise such Federation.
    2. The establishment of Transitional Justice and  Accountability  for  war  crimes and crimes against  humanity.
    3. The development of a comprehensive economic recovery programme  for the country.

    H.E. is of the view that in the event that IGAD and partners fail to take immediate action to stop  the fighting, maintain law and order and  support the setting up of a truly inclusive  Transitional Government of National Unity ( TGoNU), the current conflict will expand as the South Sudanese People will  look to take such action as they deem  necessary to protect their rights.

    Makeda  Saba 
    makedasaba@ymail.com

Attaccata stazione di polizia in Kenya, sequestrati ostaggi

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Dal nostro inviato speciale Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 14 luglio 2016

Un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione questa mattina nella stazione di polizia di Kapenguria nel nord ovest del Kenya, ai confini con l’Uganda.

KAPENGURIA-POLICE

Le notizie sono ancora frammentarie ma si sa che ci sono state e sparatorie, ci sono dei morti e sono stati catturati gli ostaggi. La stazione di polizia e circondata dalle forze speciali del Kenya.

Sono state intavolate trattative con gli assalitori per cercare di liberare gli ostaggi. Non si sa bene chi siano gli uomini che sono penetrati degli uffici, ma tutto lascia pensare che si tratti di shebab o di loro simpatizzanti. Africa express vi terrà informati di quanto succede.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Lotta al terrorismo: Netanyahu stringe un’alleanza strategica con il Kenya

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Dal Nostro Inviato Speciale
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 13 luglio 2016

Kenya e Israele hanno stretto un’alleanza strategica per combattere il terrorismo. Il trattato di amicizia è stato firmato durante la recente visita del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Nairobi, dopo un colloquio con il presidente Uhuru Kenyatta. La cooperazione tra i due Paesi verterà soprattutto nello scambio di informazioni di intelligence. Gli israeliani hanno promesso di condividere con l’ex colonia britannica tattiche e strategie di spionaggio.

Il premier israeliano Netanyahu con il presidente Kenyatta
Il premier israeliano Netanyahu con il presidente Kenyatta

Netanyahu, commentando l’accordo, ha spiegato: “Se si conosce in anticipo che qualche terrorista sta organizzando un attentato si può tentare di neutralizzarlo per salvare vite umane. Questo è il nostro compito e per questo abbiamo intenzione di condividere le informazioni sensibili con il Kenya e altri Paesi africani.

Il Kenya negli ultimi 4 anni ha conosciuto un’ondata di attentati senza precedenti. I terroristi arrivano dalla Somalia attraverso un confine difficile da controllare. Il governo di Nairobi sta costruendo un muro lungo poco più di 700 kilometri per impedire agli shebab, la filiale di Al Qaeda in Africa orientale, di entrare nel Paese. Ha chiesto per questo l’aiuto di Israele che si è detto pronto a fornire il proprio supporto non solo materiale, ma anche tecnico/politico per individuare i mezzi elettronici migliori per contrastare le infiltrazioni di terroristi.

Per gli stessi motivi Israele sta costruendo una muraglia di sicurezza e una barriera elettronica ai suoi confini con la Giordania e con l’Egitto nel Sinai.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

The International Community is Searching the Solution to stop the war in South Sudan

Africa ExPress Special Correspondent
Saba Makeda
Juba, 12th July 2016

On  Monday 11th July 2016, in view of the deteriorating situation in South Sudan and in particular in Juba there were emergency meeting of  both  the UN  in New York  as  well as  of IGAD Council in  Nairobi.

The IGAD Council meeting held in Nairobi  was also attended by the Troika  representatives of USA ( Ambassador HE  Nic  Hailey), UK ( High Commissioner HE Robert Godec), Norway (Royal  Norwegian Charge D’Affairs HE  Vebojen Heines ); the Head of the EU Delegation to Kenya ( HE Stefano Dejak); Deputy  Head of Mission  Embassy of Italy to Kenya  and  Representative of the IGAD Partner  forum  ( Ms Angela Loi).

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Following the meeting the IGAD Council issued the following statement:

  1. Condemns in the  strongest  terms  the  eruption  of  fighting  on 7th July 2016 between the Sudanese  People’s Liberation Army(SPLA) and the SPLA in Opposition ( SPLA – IO) in  Juba and the huge  loss  of life and casualties as well  as the destruction of properties that  still continues unabated
  2. Further condemns the  targeting of the UN compound and attempts to prevent  civilian population from  getting protection
  3. Urges President Salva Kiir Mayardit and First Vice President Dr Reik Machar to assume responsibility and  take immediate   measures to  prevail  upon  the respective  military leaders and  stop the fighting that continues  unabated in  Juba  and  may  soon  escalate to other  areas of South Sudan
  4. Underlines the importance of the leaders  assertion of the command and control of their respective  armed forces and  passing of continuous  messages  to the  general population for calm  and reconciliation.

And demands

  1. An immediate cease  fire
  2. Re-opening of the Juba International Airport  to be protected by UNMISS
  3. Immediate return of  all  armed  forces  and  weapons to their  barracks
  4. Opening of humanitarian corridors
  5. Urgent revision of the UNMIS mandate to  establish an intervention  brigade and increase number of  troops from the region to inter alia  secure  Juba
  6. Accountability of those responsible for the breakdown of law and order;  and
  7. Immediate implementation of the  security  arrangements  as  enshrined by the  ARCSS  ( IGAD Plus  Agreement on the  Resolution  of the  Conflict in the Republic of South Sudan)

Late on Monday 11 July 2016, friends and colleagues in Juba started to report that they could hear announcements on the streets of Juba of cease fire this was  later officially confirmed by Brigadier General  Lul Ruai, the spokesperson for  the SPLA  who  read  the  Republican Order No 17/2016 signed  by President  Salva Kiir Mayardit on SSBC .

At least 3000 displaced women, men and children gather to seek shelter in Juba, South Sudan at the UN compound in Tomping area, Monday, July 11, 2016. Heavy explosions are shaking South Sudan's capital Juba Monday morning as clashes between government and opposition forces entered their fifth day, witnesses say, pushing the country back toward civil war. (Beatrice Mategwa/UNMISS via AP)

Today, 12th July 2016 the UN Security Council  plans to meet  and discuss  recent events in South Sudan . It is of particular  relevance that in  preparation  for the  UN Security  Council  meeting the Secretary General Banki Moon is lobbying for the imposition of an immediate arms embargo, additional targeted sanctions on leaders and commanders  blocking the implementation of the Peace Agreement, and the fortification of the UN mission  in the South Sudan which  has in  fact been the target of attacks during recent events.

Thought the ceasefire in Juba is most welcome the reality is that the IGAD Plus  Agreement on the  Resolution  of the  Conflict in the Republic of South Sudan ( ARCSS) (also known as the Compromised Peace Agreement)  is in  tatters . This time the armed conflict was not limited to Juba, almost simultaneously armed clashes were reported in Wau, Torit, Bentiu, Lainya, Yei, Kajo Keji. Though it is not   possible to that there was a deliberated coordination it is clear that there is widening of the conflict throughout South Sudan. To address the situation that is now developing in South Sudan, there will be a need to seriously consider the meaningful inclusion and participation of Civil Society in the peace process. The  previous  attempt  of  involving  Civil Society  in discussion  held in  Ethiopia  was  very poor  and farcical

Juba, a city barely  recovering from the horrific  events of  December 2013, is once again left wounded, in mourning and  fearful that the  perpetrators of the  recent violence will use the  lull  to  re-arm and regroup. Today the  people of South Sudan are left with  many unanswered questions that can be summed up with the one universal question  – WHY ?

Civil Society Organisation  are once  again left to pick up the pieces,  Community Empowerment for Progress Organisation ( CEPO) , South Sudan Peace and Reconciliation Commission  and others  are  calling for national  mourning  as a means  not only to mourn  the dead but also  to regroup to fight for the only fight  worth  fighting  Peace For  South Sudan. Peace for the Children of South Sudan.

Makeda Saba
makedasaba@ymail.com

 

Gambia e Tanzania mettono fuori legge i matrimoni dei minorenni

Africa ExPress
Banjul e Dodoma, 11 luglio 2016

Il Gambia e la Tanzania hanno bandito i matrimoni per minorenni. I trasgressori saranno puniti severamente con pene da scontare in luride galere.

Il presidente gambiano, Yayha Jammeh ha decretato che chi sposa una ragazza al di sotto dei diciotto anni, sarà punito con vent’anni di galera. Mentre l’Alta Corte della Tanzania ha pronunciato una storica sentenza che vieta i matrimoni di maschi e femmine minori di diciotto anni.

Il Gambia ha organizzato una campagna per rendere illegali i matrimoni dei minori in tutta l'Africa
Il Gambia ha organizzato una campagna per rendere illegali i matrimoni dei minori in tutta l’Africa

Nel Gambia il trenta per cento delle ragazze minorenni sono sposate, mentre in Tanzania le bambine spose raggiungono il trentasette per cento.

Fino all’entrata in vigore della nuova legge, le ragazzine tanzaniane potranno sposarsi all’età di quattordici anni, ma solo  con il consenso dei genitori. Le organizzazioni e gli attivisti per i diritti dei minori della Tanzania hanno salutato positivamente la nuova legge.

Durante i festeggiamenti per la fine del Ramadan, Jammeh ha sottolineato che anche i genitori e gli imam che celebrano le nozze di minori saranno puniti con pene di detenzione. E ha concluso con questo ammonimento: “Se non ci credete, provatelo domani e vedrete”.Stop Child Marriage

Gli attivisti per i diritti delle donne del Gambia hanno appreso con soddisfazione le nuove disposizioni, ma ritengono che sarebbe stato più opportuno collaborare con le comunità locali per cambiare gli usi e costumi, piuttosto che infliggere dure pene di detenzione ai trasgressori.

Lo scorso dicembre il presidente del Gambia aveva anche bandito la mutilazione dei genitali femminili (FGM). Anche per questa pratica è prevista una pena detentiva di tre anni.

Secondo l’UNICEF nei Paesi musulmani almeno tre quarti delle donne sono state sottoposte a tale pratica.

Africa ExPress