Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
19 gennaio 2025
Il carburante è diventato un bene prezioso in Nigeria, dove il costo della vita ha raggiunto livelli insostenibili per buona parte della popolazione.
Ieri, una grande autocisterna è stata coinvolta in un incidente sulla strada che collega Abuja, la capitale del gigante dell’Africa, con Kaduna (capoluogo dell’omonimo Stato federale).
Nigeria: esplosione di un’autocisterna
Raccolta carburante
Così, senza pensarci molto, un gruppo di persone si è dunque precipitato verso il grosso automezzo che trasportava 60mila litri di benzina per raccogliere un po’ di carburante mentre si riversava sull’asfalto.
Poco istanti dopo il veicolo è esploso, lasciando dietro di sé una scia di morti e feriti. Il numero delle persone che hanno perso la vita è tutt’ora provvisorio.
Cattive condizioni strade
Esplosioni di autocisterne e incidenti sono all’ordine del giorno, viste le cattive condizioni delle strade. Solo due settimane fa è esplosa un’altra cisterna nel Delta State, uccidendo 5 persone.
Lo scorso ottobre, invece, ne sono morte 153 nel Jigawa State, nel centro-nord del Paese, mentre le persone stavano tentando di accaparrarsi un po’ di carburante.
Muhammadu Buhari, ex presidente della Nigeria
Muhammadu Buhari, ex presidente del Paese, è andato su tutte le furie dopo aver appreso la notizia della nuova strage. E, in un breve comunicato ha sottolineato: “I nigeriani non prestano attenzione agli avvertimenti. E’ stato detto e ripetuto di non raccogliere carburante mentre fuoriesce”.
Inflazione alle stelle
In un rapporto stilato alla fine dello scorso anno da funzionari nigeriani, agenzie delle Nazioni Unite e diverse ONG, si prevede che nel 2025 oltre 33 milioni di cittadini della ex colonia britannica soffriranno la fame.
Il galoppante aumento dei prezzi è iniziato nella seconda metà dell’anno scorso, dopo che il presidente del Paese, Bola Tinubu, ha svalutato la naira e tagliato i sussidi per cercare di risollevare la crescita economica e sostenere le finanze pubbliche. Ma il vero problema della Nigeria è la corruzione dilagante.
Nigeria: civili uccisi durante un attacco aereo
Boko Haram
Ci sono Paesi dove la morte è sempre dietro l’angolo. Una decina di giorni fa, durante un attacco a una base militare situata a Sabon Gari, nel distretto di Domboa nel nord-est della Nigeria, otto soldati sono stati ammazzati dai sanguinari terroristi Boko Haram.
Il governo di Abuja ha poi fatto sapere che durante la controffensiva aerea sarebbero stati uccisi 34 jihadisti.
Bande criminali
Qualche giorno fa, durante un attacco aereo, nello Zamfara State, nel nord-ovest della Nigeria, sono stati uccisi almeno 16 civili. Apparentemente erano stati scambiati per una banda di criminali.
Alcuni abitanti hanno raccontato invece ai reporter locali che le vittime erano membri di gruppi di vigilanza locali e civili. Tutti erano impegnati a proteggere la popolazione dai gruppi armati che continuano a arricchirsi con il rapimento di persone a scopo di riscatto.
Il rapimento per estorsione in Nigeria rappresenta un’attività a basso rischio e alta remunerazione. Le persone rapite dalle bande criminali vengono solitamente liberate dopo la consegna del denaro e raramente i responsabili vengono arrestati. In Nigeria è illegale pagare per la liberazione di un ostaggio.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 19 gennaio 2025
(2 – fine)
La scoperta della scienziata Antonella Pantaleo di un farmaco antimalarico rivoluzionario potrebbe fermare la strage annuale di quasi 600 mila persone (dati OMS 2023). Uno sterminio che, per il 94 per cento, colpisce il continente africano. I bambini sotto i 5 anni sono, per oltre il 76 per cento, vittime della malattia.
Diciannove anni di duro lavoro in Europa, USA, Africa e Asia. E sette brevetti. Tra queste invenzioni ce n’è una per le missioni extraterrestri con l’alga spirulina (Arthrospira platensis) per produrre ossigeno e cibo su Marte.
In questa intervista ci spiega come funziona il nuovo medicinale conto la malaria.
Come funziona il suo nuovo farmaco antimalarico? Stimola anche il sistema immunitario dell’ospite colpito per combattere l’infezione?
Il farmaco (Imatinib) ha effetto sull’ospite, ovvero sull’eritrocita, non sul Plasmodium. L’imatinib è un inibitore dell’enzima tirosin-chinasi presente nelle cellule e viene utilizzato principalmente nel trattamento di patologie come la leucemia mieloide cronica. Il suo meccanismo d’azione consiste nel bloccare specifiche tirosin-chinasi, inibendo così la proliferazione delle cellule tumorali.
Pertanto, l’Imatinib ha alcuni effetti antinfiammatori, ma non attiva il sistema immunitario. Pensiamo che agisca principalmente stabilizzando la membrana dei globuli rossi e sopprimendo l’attivazione delle cellule immunitarie e delle cellule endoteliali.
La prof.ssa Antonella Pantaleo dell’Università di Sassari
Quali sono stati i principali effetti collaterali osservati finora con questa nuova terapia?
Non abbiamo riscontrato effetti avversi gravi, ma alcuni pazienti hanno riportato sintomi lievi che non differivano dai sintomi osservati nel gruppo di controllo trattato con la terapia standard.
La terapia è efficace contro tutte le specie di Plasmodium che causano la malaria?
Il farmaco è stato testato su Plasmodium falciparum, ma il meccanismo d’azione suggerisce che dovrebbe essere efficace anche su altre specie di Plasmodium, ma non è stato ancora testato.
Terapia a breve termine
È una terapia a lungo o a breve termine e ci sono rischi di resistenza al trattamento, come accade con altre terapie antimalariche?
E’ a breve termine, non ci sono rischi di resistenza, questo è il motivo del successo del farmaco in quanto non è diretto al parassita e quindi esso non può mutare per eludere il farmaco.
Struttura dell’Imatinib
Oltre che in compresse la terapia può essere somministrata in altri modi e quanto dura il trattamento?
Abbiamo testato l’Imatinib sotto forma di compresse ma esistono anche formulazioni in polvere per soluzione orale, utilizzate in pazienti che hanno difficoltà a deglutire le compresse. Al momento, non sono disponibili formulazioni per somministrazione endovenosa. I pazienti guarivano, rispetto alle terapie tradizionali, nella metà del tempo; già al terzo giorno la parassitemia era nulla
La terapia può essere utilizzata anche nei bambini, nelle donne in gravidanza o nei soggetti fragili?
Siamo in una fase di sperimentazione in cui il farmaco viene testato solo su uomini adulti, mancano una ventina di pazienti da arruolare per passare a donne e bambini. Siamo fiduciosi in quanto il farmaco come scritto sopra è già utilizzato per la cura della leucemia in donne in gravidanza e nei bambini.
Utilizzabile con altri farmaci
Potrebbe essere utilizzato in combinazione con altri trattamenti antimalarici esistenti? Ci sono rischi di resistenza al trattamento, come accade con altre terapie antimalariche?
Si! Infatti lo abbiamo testato anche in combinazione con diidroartemisinina e piperaquina. Non ci sono rischi di resistenza
Il suo lavoro vede coinvolte oltre all’Università di Sassari anche l’Università di Torino e la Purdue University, Indiana, USA. Inoltre ha lavorato anche in Uganda, Vietnam e Laos, quanti pazienti sono stati trattati negli studi clinici finora?
I pazienti analizzati ed intervistati sono stati circa 250 ma una cinquantina adatti ad essere arruolati per il trial. Il Journal of Exprimental Medicine (JEM) ha pubblicato l’articolo sul trial con tutte le indicazioni sul numero dei pazienti e sulla terapia anche combinata con altri farmaci.
La terapia potrebbe essere adattata o utilizzata anche contro altre malattie trasmesse da parassiti o da insetti, come la dengue o zika?
Bisognerebbe dapprima testare il farmaco in vitro su altre specie parassitarie, poi ex vivo e poi ancora in vivo, come è stato fatto per testarlo sul plasmodium. Lo studio è iniziato nel 2006.
Mappa di crescita e decrescita della malaria (Courtesy OMS-WHO 2023)
Contro altre patologie
La terapia potrebbe essere adattata per combattere altre malattie?
Lo è! Imatinib è un farmaco antineoplastico appartenente alla classe degli inibitori delle tirosin-chinasi, è stato studiato e prodotto per il trattamento della leucemia mieloide cronica e successivamente usato anche per il trattamento della leucemia linfoblastica acuta PH+.
E’ utilizzato anche per la cura di alcuni tumori stromali (cioè tumori che spesso insorgono all’interno del tratto gastrointestinale) e di alcune neoplasie (cioè tumori) in cui sono coinvolte altri enzimi chinasi inibiti dal farmaco. Inoltre è stato dimostrato ultimamente da uno studio olandese che il farmaco riduce la mortalità nei casi gravi di COVID-19.
Secondo dati 2023 dell’OMS, il 94 per cento dei contagi e dei decessi causati dalla malaria sono in Africa. Se la terapia dovesse essere ampiamente utilizzata, quale impatto potrebbe avere sul numero di casi di malaria e sul controllo della malattia soprattutto nel continente africano ma anche a livello globale?
La risposta a questa domanda è complessa e dipende da molti fattori, come ad esempio quale sarà il farmaco standard di cura (SOC), ovvero quale sarà il trattamento di riferimento, una singola dose sarà sufficiente a curare tutti i pazienti? Quanto sarà il costo della terapia combinata? Dipende anche dalla rete di distribuzione del farmaco e da chi si farà carico dei costi.
Il MIT di Boston ha utilizzato l’Intelligenza artificiale per l’identificazione di una nuova classe di antibiotici. Pensa che l’IA possa essere utile per il vostro lavoro?
Il successo del MIT nel trovare una nuova classe di antibiotici dimostra chiaramente il potenziale rivoluzionario dell’IA, che potrebbe accelerare significativamente i progressi anche nel nostro campo di studio.
Potrebbe forse identificare rapidamente composti promettenti, prevederne l’efficacia e ottimizzare i protocolli di sperimentazione clinica. Ma soprattutto credo che potrebbe offrire nuove intuizioni sui meccanismi d’azione dei farmaci e supportare la pianificazione di interventi epidemiologici.
Intervistato già molto anziano su come avrebbe voluto essere ricordato, Jimmy Carter non rispose di getto, come fanno con battute i leader attuali, ma abbassò lo sguardo e ci pensò su.
Poi rialzò i suoi occhi azzurri e disse: “Vorrei essere ricordato come un buon nonno e un buon padre”.
Jimmy Carter, ex presidente USA, morto all’età di 100 anni
Dopo un altro minuto di silenzio aggiunse: “Per sintetizzare direi uno che ha sempre proposto pace e diritti umani”. Seguì altro silenzio pensoso e alla fine: ”direi che pace e diritti umani possano bastare”.
Jimmy Carter è morto a 100 anni lasciando dietro di sé la migliore eredità possibile per un leader della più grande potenza mondiale. Solo che tale eredità è stata accumulata dopo i 4 anni alla Casa Bianca e non durante.
Carter è l’ex presidente più di successo dell’intera storia americana. Nessuno dei suoi pari è riuscito a vivere dopo la presidenza una vita piena e dedicata ai principi come ha fatto Carter, mediante il Carter Center in cui è stato personalmente coinvolto.
I suoi valori
Mediazioni, controllo democratico delle elezioni, opere in favore dei diritti umani hanno costellato i decenni successivi la sua presidenza, con un impegno personale senza eguali.
Ciò che impressiona di più è la fedeltà assoluta ai propri valori: cristiano praticante, uomo di chiesa, Carter ha sempre creduto nella pace e nei diritti umani senza mai smentirsi, né durante il suo mandato né dopo.
Ha reagito a modo suo al giudizio critico dato dai contemporanei (e dai posteri) di non aver saputo interpretare il tempo della forza nascente proprio all’inizio degli anni Ottanta, quando perse la rielezione.
La fine degli anni Settanta fu un tempo di crisi ma anche di grandi speranze sancito dagli accordi di Helsinki e dalla distensione della quale fu ardente paladino, come dimostra la pace tra Egitto e Israele (l’univa che davvero tiene).
Dopo di lui solo signori della guerra (come Reagan o i Bush) o della prosperità occidentale (Clinton, Biden e Trump) o dello scontro culturale (Obama): insomma presidenti come leader forti.
Carter invece fu l’”uomo del sorriso”, il presidente gentile, considerato troppo evanescente e fragile per un tempo di durezza come quello della rivoluzione iraniana, del fanatismo crescente e dell’ultima fase dell’Urss (guerra in Afghanistan, Etiopia, Mozambico e Angola rosse ecc.).
La sua immagine
Forattini lo disegnava come una dentierasorridente senza corpo. Eppure Carter non ha mai ceduto al destino della forza, continuando a fare la sua parte in favore di un mondo di pace e dei diritti umani, in maniera sommessa ma tenace. Ha offerto l’immagine di un leader di altro tipo, di un’America gentile e antieroica, che non si impone né costringe altri a seguirla.
Un’America buona come raramente accade. Siamo abituati a concepire gli Stati Uniti il paese leader, il più forte per deterrenza militare e per capacità produttiva e tecnologica.
Spesso ci spaventiamo quando gli Usa perdono colpi nei confronti di potenze alternative, come fu l’Unione Sovietica ieri o lo è oggi la Cina. Carter propose un’immagine diversa di America non aggressiva.
Per tutta la via è rimasto pervicacemente un paladino dei diritti umani e contrario al doppio standard che Washington (come tutto l’Occidente) utilizza continuamente. Senza angelismi ma con ostinazione ha sempre difeso la parte della pace anche se ciò costava o gli veniva imputato come errore o debolezza.
L’ambasciata a Teheran
L’occupazione dell’ambasciata a Teheran da parte delle nascenti guardie della rivoluzione islamica, distrusse ogni possibilità di rielezione.
Venne il momento di un leader forte e molto rispettato, Ronald Reagan, che riarmò il Paese costringendo addirittura i sovietici alla resa. Nessuno mette in discussione quella politica che ha offerto ancora almeno due decenni di supremazia totale all’Occidente.
Allo stesso tempo – osserviamo oggi – ha creato attorno ad esso molti nemici. Possiamo vedere gli effetti della “scelta della forza” nel risorgere infinito di contrasti e guerre, mai davvero terminate.
Nuovo fantasma
Il pacifismo viene criticato come il “nuovo fantasma” che si aggira per l’Europa. Per contrasto con esso si preferisce ciecamente (e senza senso storico) l’unica via della contrapposizione.
Carter non era un pacifista ma un pacificatore: un leader favorevole all’alternativa del negoziato che tenti di ritrovare sempre un nuovo equilibrio.
La sua presidenza si concluse in fretta con un senso di fallimento ma la sua vita è continuata a lungo con successo, sempre in lotta permanente per i diritti dell’uomo e la pace.
Popolarità, fama e affermazione
Nessun presidente è riuscito come lui ad avere un destino post-presidenziale con più popolarità, fama e affermazione. Alla fine ha ottenuto il rispetto di tutti, anche dei suoi avversari.
L’unico che gli si possa in parte accostare è Robert F. Kennedy, con la notevole differenza di non essere mai stato alla Casa Bianca perché ucciso prima di conquistarla.
Anche lui (più del fratello JFK) aveva incarnato – seppure per un breve periodo – un’America diversa e più buona: fu il sentimento prevalente degli americani dell’epoca.
Nel libro fotografico “The Train” che pubblica le immagini degli americani che salutarono il suo feretro che tornava a casa per ferrovia, si vedono i volti dell’America di una volta, povera e dignitosa, dove non si urlava e non ci si odiava, almeno non quanto oggi. Un’America simpatica e forse scomparsa per sempre. Quella di Jimmy Carter.
Mario Giro* *Politologo
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 18 gennaio 2025
(1 – continua)
I bambini africani, e non solo, non moriranno più di malaria. Sembra un azzardo ma grazie a una scienziata italiana, Antonella Pantaleo, siamo sulla strada giusta.
Due decenni di lavoro e sette brevetti con esperienza, oltre che in Europa, anche negli Stati Uniti, Uganda, Vietnam e Laos. La ricercatrice comincia a lavorare sulla malaria nel 2006 all’Università di Torino.
Cambio di paradigma
Nel 2009, viene chiamata dall’Ateneo di Sassari, dipartimento di Scienze biomediche. “Facevo il dottorato ed ero in treno per Zurigo con il mio tutor, il professor Proto Pippia – racconta Pantaleo -. E gli dico: non è al parassita (Plasmodium) che dobbiamo guardare. Dobbiamo lavorare sull’eritrocita (il globulo rosso). Lui mi guarda e il viso si illumina. Mi risponde: hai ragione, blocchiamo questa modifica”.
La professoressa Antonella Pantaleo al microscopio nel suo laboratorio all’Università di Sassari
Cambia quindi il punto di vista della lotta alla malaria e al Plasmodium veicolato dalla zanzara anofele. A differenza degli altri farmaci che operano sul parassita, il lavoro di Antonella Pantaleo è stato utilizzare il medicinale sui globuli rossi attraverso un processo chimico (fosforilazione).
Questo processo mette l’eritrocita in condizioni di “ingabbiare” il parassita che non può replicarsi negli altri globuli rossi. “Allora ci siamo chiesti – racconta la scienziata – quali farmaci in commercio bloccano la fosforilazione? Ne abbiamo studiato tantissimi anche negli Stati Uniti, compresi i medicinali orfani”.
Finalmente trovano quello che cercavano: il principio attivo Imatinib. Il farmaco è utilizzato per il trattamento di pazienti con leucemia mieloide cronica. In vitro reagiva benissimo: “Il parassita rimaneva intrappolato nel globulo rosso – rivela la studiosa -. Non riusciva ad infettarne altri”.
I fondi del filantropo
Negli Stati Uniti, a Indianapolis, la scienziata presenta il suo lavoro in una tavola rotonda. Durante la pausa viene avvicinata dal filantropo statunitense Tom Hurvis presente all’incontro. “Di cosa hai bisogno per continuare la ricerca? – le chiede Hurvis -. La scienziata risponde che servirebbe una centrifuga e un microscopio. Invece arriva un finanziamento di 70 mila dollari e vengono depositati tre brevetti.
In Uganda
Con questo finanziamento, in Uganda, inizia la fase ex vivo: la studiosa doveva mettere in coltura il sangue dei pazienti malati di malaria. “Ho visto bambini senza speranza che morivano di malaria celebrale – racconta -. Ho passato i primi giorni a piangere. A casa avevo un bambino di 4 anni e mi immedesimavo”. I test ex vivo riescono: senza Imatinib il parassita cresce; con il farmaco non cresce. Rimane ingabbiato e muore dopo 24 ore.
Vietnam e Laos, guariti in 3 giorni
Vengono presentati i risultati e Mr. Hurvis e Pardue University (USA) e Università di Torino sponsorizzano i trial clinici in Vietnam in Laos. Il farmaco funziona. Il malato di paludismo, 24 ore dopo aver assunto una compressa, sta bene. In tre giorni sono guariti. Costo: 1 euro.
“Non è stato semplice, c’è un lavoro incredibile dietro questi studi ma vedere i pazienti andar via già dopo l’assunzione della prima compressa perché stavano bene ci ha ripagato di tutte le fatiche. Con un euro abbiamo curato la malaria. Ha funzionato ancora meglio nei pazienti con parassitemia più alta” – ci dice entusiasta -.
Oltre 700 i campioni raccolti in Vietnam e Laos. “Stiamo prendendo contatti per fare trial clinici anche in Burkina Faso – riferisce Pantaleo -. Due settimane fa sono stata contattata per fare il trial nelle Filippine”.
Malaria, il plasmodium all’interno di un globulo rosso
Il network
La dura battaglia della scienziata contro la malaria continua grazie a un network. Oltre all’Università di Sassari ne fanno parte la Purdue University, USA; l’Università di Torino; il National Institutes of Health, USA; Hulow Company di Tom Hurvis e Nurex, azienda sarda di biotecnologie.
La malaria in Africa
Gli ultimi dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (WHO-OMS) ci dicono che nel 2023, ci sono stati 263 milioni di casi di malaria. I decessi, in 83 Paesi, sono stati 597.000. Il 94 per cento dei casi di malaria sono in Africa: 246 milioni. I decessi per la malattia in nella Regione africana sono il 95 per cento (569.000). Il 76 per cento di tutti i decessi per malaria nella Regione sono bambini sotto i 5 anni.
Il Plasmodium, grazie alla sua capacità di adattamento, ha reso inefficaci tutti i medicinali utilizzati fino ad oggi contro la malaria. Pare che Antonella Pantaleo abbia il farmaco che ferma il micidiale killer.
“Quanti altri giornalisti devono essere uccisi prima di fare qualcosa per fermare l’impunità israeliana contro di noi? Siamo stati abbandonati dalle organizzazioni internazionali dei giornalisti, nessun supporto per noi che documentiamo da 459 giorni il primo genocidio della storia trasmesso in diretta”.
“Dai campi in cui ci siamo rifugiati raccontiamo le lacrime, la violenza, le uccisioni della nostra gente, e ancora i corpi umiliati, inceneriti, smembrati e ora anche congelati dal freddo”.
“In quanti altri modi dovete vederci uccisi per poter fermare l’inferno? Nemmeno una parola per chi questi fatti racconta, nessun sostegno per i giornalisti. Forse, se fossimo stati ucraini o di altra nazionalità, il mondo sarebbe corso in nostro aiuto”.
“Ma essendo palestinesi abbiamo un solo diritto: quello di morire ed essere mutilati dopo. Il giornalismo non è un crimine e noi non siamo bersagli, ma persone che stanno documentando un genocidio contro di noi”.
È una sintesi dell’appello disperato dei giornalisti di Gaza diffuso in rete, dinanzi al quale noi di Africa ExPress e di Senza Bavaglio non siamo rimasti indifferenti, nonostante si sia ben consci che rilanciarlo sui nostri canali potrebbe essere pregiudizievole e fors’anche rischioso.
Ma noi siamo giornalisti che mettiamo al primo posto la deontologia e l’umanità, quella che da mesi a Gaza è stata sepolta insieme a migliaia di cadaveri. Al di là delle ragioni e dei torti il genocidio in Palestina va fermato.
I giornalisti di Senza Bavaglio e Africa ExPress
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Dalla Nostra Inviata Speciale Federica Iezzi
di ritorno da Gaza City (Striscia di Gaza), 16 gennaio 2025
Mai la speranza è stata così segnata dalla fragilità. Le linee generali dell’accordo di un cessate il fuoco tra Israele e Hamas sono chiare da tempo. Il costo del ritardo è insostenibile.
Mentre si attende l’arrivo di domenica, giorno in cui il cessate il fuoco dovrebbe ufficialmente avere inizio, i bombardamenti a Gaza non si fermano.
Striscia di Gaza [photo credit Middle East Eye]La prima fase dell’accordo prevederebbe il rilascio graduale di ostaggi israeliani e fino a 1.000 prigionieri palestinesi, insieme a un ritiro parziale delle truppe israeliane da Gaza. A questo si aggiungerebbe l’ingresso urgente nella Striscia di aiuti umanitari, indispensabile ma comunque tristemente inadeguato.
Altri colloqui
A seguire, inizieranno i colloqui sulle fasi successive dell’accordo che prevedono il ritorno di altri ostaggi in cambio di un completo ritiro militare israeliano da Gaza.
E i problemi con questo piano sono già evidenti. Membri rilevanti della coalizione del primo ministro Benjamin Netanyahu – tra cui il ministro della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir e il ministro delle finanze Bezalel Smotrich – sono evidentemente più interessati a un’occupazione permanente della Striscia di Gaza che al rilascio degli ostaggi.
Nessun ruolo per Hamas
Durante tutto il conflitto, il governo israeliano ha chiarito che non prevede alcun ruolo per Hamas in una Gaza post-conflitto.
Ma l’Autorità Nazionale Palestinese, ha scarsa credibilità tra i residenti di Gaza. Ciò lascia un interrogativo aperto su un futuro governo nell’enclave.
Immagine falsa
Una cosa è certa: Israele non sarà mai in grado di ripristinare la sua precedente immagine falsa e glamour che si era costruita a partire dagli anni ’50 e che aveva diffuso tra l’opinione pubblica occidentale.
Israele, genocidio nella Striscia di Gaza
Sarà per sempre nota come lo Stato genocida, selvaggio e di apartheid che sancisce sfacciatamente per legge che solo gli ebrei hanno diritto all’autodeterminazione nella terra di Palestina.
Stigma esteso
Lo stigma ricade su Israele ma si estende con prepotenza anche agli Stati Uniti e ai Paesi occidentali che sostengono Israele. Senza dimenticare i Paesi arabi sionisti che hanno normalizzato le relazioni con Israele e sono rimasti in silenzio.
Pochi sanno che: la resistenza armata palestinese a Beit Hanoun nelle ultime settimane ha generato un’enorme logoramento militare ed economico sulle spalle di Tel Aviv, i costi imposti all’esercito israeliano nel nord della Striscia di Gaza hanno scioccato la società israeliana.
Nessun antisemitismo
La guerra tra Israele e il braccio armato di Hamas non è un conflitto di religioni, come ha cercato disperatamente di dipingerlo la Comunità Internazionale, esasperando l’antisemitismo.
E’ una guerra coloniale tra un occupato e un occupante. E’ una guerra contro un governo coloniale, suprematista, razzista e genocida.
Una cospicua parte della società civile israeliana è rimasta nettamente contro la politica distruttiva di Netanyahu, non da ultimo perché ha esposto al mondo il brutto volto dello stato sionista e l’immoralità delle sue forze armate.
Prima dell’ottobre 2023
La storia non è iniziata nell’ottobre 2023. Il mondo avrebbe dovuto prendere atto di anni di orrore e condannarli in maniera massiccia invece di celebrarli o negarli.
Avrebbe dovuto capire che tutto è il risultato dell’espropriazione di un popolo, della negazione dei suoi diritti più elementari, della privazione della sua libertà e della sua disumanizzazione.
Ritenere che l’atto di massacrare i civili renderebbe la vita quotidiana dei palestinesi più accettabile è un’aberrazione.
Morire in silenzio
Ma pensare che questi stessi palestinesi accetterebbero di morire in silenzio perché il loro destino non interessa più a nessuno è una follia.
La guerra di Gaza è lo specchio di un mondo che sta morendo davanti ai nostri occhi. La guerra di Gaza segna la fine di un’illusione: quella di un desiderio occidentale, a volte sincero, di costruire un ordine internazionale basato su qualcosa di diverso dalla legge del più forte.
Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
15 gennaio 2025
Man mano che passano le ore aumentano le salme allineate davanti all’uscita della miniera d’oro dismessa di Stilfontein, nella provincia Nordoccidentale del Sudafrica.
Inizio operazioni di salvataggio alla miniera di Stilfontein, Sudafrica
Blocco polizia
Per mettere fine all’estrazione aurifera illegale, il vecchio giacimento è sotto assedio della polizia dallo scorso novembre, . I minatori alla ricerca del prezioso minerale sono allo stremo perché le forze dell’ordine impediscono da tempo il rifornimento di viveri e acqua potabile.
Sopravvissuti arrestati
Da lunedì a oggi dal pozzo sono stati recuperati 78 cadaveri, mentre i soccorritori hanno salvato 216 persone ancora vive. La maggior parte dei sopravvissuti a quell’inferno erano disorientati, disidratati, feriti, ridotti a pelle e ossa. Appena hanno rivisto la luce del sole, sono stati arrestati con l’accusa di estrazione illegale. Parecchi inoltre sono stranieri senza permesso di soggiorno.
Zama zamas
Molti dei minatori che lavorano nei giacimenti dismessi provengono da altri Paesi dell’Africa meridionale, in cerca di “fortuna”, per mandare due soldi alla famiglia. Infatti vengono proprio chiamati zama zamas (coloro che tentano la fortuna in lingua zulù). Tra loro ci sono anche minorenni.
Centinaia mancano all’appello
Il bilancio dei morti è ancora provvisorio. Si stima che centinaia di minatori si trovino ancora nel pozzo, profondo 2,6 chilometri. Nelle operazioni di salvataggio, che dovrebbero durare alcuni giorni, viene utilizzata anche una gabbia metallica per recuperare sopravvissuti e cadaveri.
Centinaia di minatori ancora bloccati nel pozzo
La polizia ha fatto sapere che da agosto fino all’inizio delle operazioni di recupero, 1.576 minatori sono usciti con mezzi propri. Sono stati arrestati tutti e 121 tra loro sono già stati espulsi dal Sudafrica..
Niente cibo e acqua
Athlenda Mathe, portavoce nazionale della polizia sudafricana, ha specificato che gli agenti non hanno mai bloccato i pozzi e non hanno impedito a nessuno di uscire. E ha proseguito: “Noi combattiamo la criminalità e questo è esattamente ciò che abbiamo fatto. Fornendo cibo, acqua e beni di prima necessità ai minatori illegali, avremmo permesso ai criminali di prosperare”.
Pretoria sotto accusa
Ora piovono accuse contro le autorità di Pretoria. La Federazione sudafricana dei sindacati ha incolpato lo Stato per aver permesso che questi uomini “morissero di fame nelle viscere della terra”.
La misura drastica del governo è stata presa nell’ambito dell’operazione Vala Umgodi (“Tappare i buchi” in lingua zulù). Tale iniziativa è stata lanciata da Pretoria nel dicembre 2023 per bloccare lo sfruttamento illegale delle quasi 6mila miniere dismesse in tutto il Paese.
Aggiornamento: 16 gennaio 2025: La polizia ha interrotto le operazioni di soccorso, in quanto si ritiene che siano stati portati in superficie tutti i morti e i sopravvissuti.
Speciale per Africa ExPress Alessandra Fava 15 gennaio 2025
Si parla di tregua a Gaza. Sembra sempre più vicina. Ma ci vuole una cessazione della guerra anche in Cisgiordania, Libano e Siria.
L’esercito israeliano IDF sta occupando il Golan siriano (contro ogni norma internazionale) e in queste ore i carri armati israeliani pattugliano aree del Sud della Siria sequestrando armi agli abitanti. I militari sono entrati anche in Libano, violando altrettanti confini e trattati internazionali.
Israele ha invaso il territorio siriano passando dal Monte Hermon – fonte Wikipedia
Intanto a Gaza si continua a morire per la mancanza di aiuti e sotto le bombe. Nelle ultime 24 ore sono state uccise altre 32 persone a Deir el-Balah, Gaza City e Khan Younis, sempre nella Striscia. Tra questi 32 sappiamo che hanno perso la vita cinque bambini. In un’altra zona dieci persone tra cui una bambina di un anno. E ancora tre persone sono state colpite sotto una tenda. Il conteggio delle morti procede.
Le stime di Lancet
I morti a Gaza potrebbero essere molti di più di quelli contati dal governo di Hamas: al momento 46.645 con oltre 110 mila feriti. Lo ha scritto la rivista scientifica inglese The Lancet che stima ad agosto scorso una progressione dei morti sotto le bombe superiore al 41 per cento rispetto ai calcoli governativi dal 7 ottobre 2023.
Secondo The Lancet i morti a Gaza sono almeno il 41 per cento in più.
Quindi i morti sarebbero almeno 64.230 secondo gli epidemiologi e studiosi, Zeina Jamaluddine, Hanan Abukmail, Sarah Aly, Oona MR Campbell e Francesco Checchi, che da tempo seguono la guerra di Gaza e firmano l’ultimo report.
D’altra parte si è sempre saputo che il governo di Hamas calcola i defunti con nomi e cognomi ritrovati fra le macerie o arrivati in qualche ospedale oppure di cui ci siano testimoni diretti, mentre è evidente, grazie ad alcune testimonianze, che ci sono centinaia di cadaveri sotto gli edifici crollati, di cui non si ha contezza.
Secondo Ilan Pappe, storico israeliano contro il sionismo, tale dottrina sarebbe agli sgoccioli. Lo ha spiegato in una recente intervista a Copenhagen alla tv quatariota Al Jazeeera. “Sono stupito della mancata reazione dell’Europa davanti al genocidio più mediatizzato dei tempi moderni”, “the most televised genocide of modern times.”, ha detto Pappe. Il testo integrale qui: https://www.aljazeera.com/news/2025/1/14/israeli-historian-ilan-pappe-this-is-the-last-phase-of-zionism.
Stato neo-sionista
Per poi continuare: “Siamo di fronte a uno Stato che potremmo definire neo-sionista. I vecchi princìpi del sionismo ora sono molto più estremisti, in una forma più aggressiva che nel passato, cercano di conquistare in poco tempo quelle che la generazione precedente del sionismo tentava di prendere in un tempo molto più lungo e in modo graduale”.
E ancora: “Il tentativo della leadership è di completare il lavoro iniziato nel 1948, prendere ufficialmente tutta la Palestina storica e sbarazzarsi il più possibile dei Palestinesi e nello stesso tempo c’è qualcosa di nuovo, vale a dire creare un impero israeliano che faccia paura o sia rispettato dai suoi confinanti, e che possa persino espandersi territorialmente al di là dei confini della Palestina storica. Dal punto di vista storico, vorrei dire, con una certa cautela, che questa”.
Ultimo capitolo
“E’ la fase finale del sionismo. Nei movimenti ideologici, coloniali e imperiali, l’ultimo capitolo è il più ambizioso, ma porta puntualmente alla caduta e al collasso”, ha concluso infine.
Immagini su immagini: della guerra a Gaza sappiamo quasi tutto. Anche se Israele impedisce l’accesso ai giornalisti, la possiamo seguire sui social e attraverso i giovani occhi dei reporter delle tv arabe presenti nella Striscia.
Come dice Nour Elassy, cronista di Al Jazeera: “Non mi occupo di politica. Non ne ho bisogno. La guerra parla da sola in una quantità di piccoli dettagli”, come una madre senza una casa né un materasso, che cerca cibo per sé e il suo piccolo e vorrebbe tanto sapere quando finisce questa guerra, secondo una giornalista che a questo quesito non sa rispondere neppure lei. https://www.aljazeera.com/opinions/2025/1/14/why-i-wont-stop-telling-gazas-stories
Dal Nostro Corrispondente in Cose Militari Antonio Mazzeo
14 gennaio 2025
In Africa si moltiplicano le commesse di droni da guerra prodotti dalle aziende leader del complesso militare-industriale turco.
Un mercato in inarrestabile espansione quello dei velivoli senza pilota: affari miliardari per l’entourage familiare del presidente Recep Tayyp Erdoğan, mentre l’Italia si candida come possibile produttore di morte per conto di Ankara.
Sei unità
Le forze armate del Kenya si starebbero addestrando all’impiego dei droni-killer “Bayraktar” TB2, dopo averne acquistato in Turchia non meno di sei unità.
Bayraktar” TB2 per il Kenya
“Questa tipologia di aereo senza pilota avanzato (UAV) è stato fotografato in un hangar militare in Kenya e mostrava la bandiera keniana sui suoi stabilizzatori a V invertita”, riporta il sito specializzato Military Africa.
Il drone Bayraktar TB2 può raggiungere una velocità massima di 250 km/h, mentre la quota di tangenza massima è di 7.300 metri.
Bombe laser
I velivoli acquistati dalle forze armate di Nairobi sarebbero in grado di volare ininterrottamente fino a 27 ore e di trasportare bombe leggere a guida laser.
“Ogni sistema fornito dall’azienda produttrice comprende fino ad un massimo di sei velivoli a pilotaggio remoto Bayraktar TB2, due stazioni di controllo a terra, kit di alimentazione e manutenzione nonché armamento di precisione sempre prodotto dalle industrie turche”, spiega Ares Difesa.
Il TB2 è dotato di un sistema per il decollo e l’atterraggio completamento automatico. Per lo svolgimento di missioni ISR (Intelligence, Sorveglianza e Ricognizione) può montare telecamere diurne e notturne e radar SAR.
“In configurazione di combattimento, oltre al sensore laser per l’illuminazione dei bersagli anche a favore di altre fonti di fuoco, il Bayraktar TB2 può impiegare diversi tipi di armamento tra cui due missili guidati anticarro e munizioni a guida laser Roketsan MAM-L o MAM-C”, aggiunge Ares Difesa.
5 milioni di dollari
Il “Bayraktar TB2” è progettato e prodotto dalla società aerospaziale Baykar (sede principale nel distretto di Bahçeşehir, Istanbul), il cui fondatore e presidente del consiglio di amministrazione è Selcuk Bayraktar, genero del presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdoğan.
“L’acquisto dei droni Bayraktar TB2 segna un passo significativo negli sforzi del Kenya di modernizzare le proprie forze armate e rafforzare le proprie capacità difensive”, commentano gli analisti di Military Africa.
Sorveglianza aerea
“Con questi droni – continua la nota – il Kenya mira a sviluppare le operazioni di sorveglianza aerea, specialmente di fronte alle crescenti minacce alla sicurezza nella regione (…) Grazie ai Bayraktar TB2 si otterrà un vantaggio significativo nel mantenimento della sicurezza delle frontiere”.
I produttori turchi hanno promosso training addestrativi a favore del personale militare keniota.
Il 23 agosto 2024 l’ufficio stampa di Baykar ha pubblicato una nota in cui si ha spiegato che presso il Flight Training Center di Keşan(provincia di Edime) si “erano completate con successo le attività addestrative per l’impiego ed il supporto dei droni d’attacco TB2” con i piloti del “nostro Paese amico e fratello, il Kenya”.
Venduti a 35 Paesi
Secondo i manager di Baykar, i velivoli senza pilota “Bayraktar TB2” e “BayraktarAkinci” sono già stati venduti a 35 Paesi di Medio Oriente, Europa ed Africa. In particolare sono stati impiegati massicciamente nel conflitto in corso tra Ucraina e Russia ed in quello tra Azerbaijan ed Armenia in Nagorno Karabakh.
“Gli Stati africani stanno acquistando sempre più droni turchi per combattere i gruppi armati dopo il loro uso effettivo in vari conflitti internazionali – scrive Military Africa -. Per gli acquirenti africani con limitati budget militari, essi sono un’opzione particolarmente attrattiva data la loro convenienza ed efficacia”.
Per gli analisti militari i “Bayraktar TB2”consentono di sviluppare una “significativa potenza aerea” senza dover affrontare i grandi costi finanziari per le attrezzature e le lunghe attività addestrative richieste invece dalle “convenzionali” forze di attacco aereo con caccia pilotati.
Niger e Nigeria
Il Kenya si aggiunge ai numerosi Paesi africani che si sono dotati dei velivoli turchi a pilotaggio remoto o che hanno espresso l’intenzione di acquisirli. Tra essi spiccano Angola, Burkina Faso, Etiopia, Gibuti, Mali, Marocco, Togo e Tunisia.
Nelle settimane scorse pure il Niger avrebbe acquistato sei “Bayraktar TB2” da utilizzare contro i gruppi armati attivi nella regione meridionale del Sahel e nel bacino del Lago Ciad.
Nigeria: Progetto Guardian con droni turchi
Il governo della Nigeria avrebbe ordinato 43 UAV armati “Bayraktar TB2” nell’ambito del Progetto Guardian, mirato ad affrontare le sfide alla sicurezza nella regione nord-occidentale.
Utilizzati in Tigray
“Ancora prima dell’uso di queste potenti armi per la sorveglianza e l’attacco nel continente, va ricordato come il governo della Libia, legittimamente riconosciuto dalle Nazioni Unite, li ha impiegati a partire del 2019 contro le forze ribelli presenti nella parte orientale del Paese”, annota Military Africa. I “Bayrakar” sono stati usati dalle forze armate etiopi per i bombardamenti in Tigray tra il 2021 e il 2022.
Venduta la Piaggio
I “successi” dell’export di morte dell’azienda in mano al genero di Erdoğan hanno “convinto” il governo italiano Meloni-Crosetto-Tajani a cederle uno dei gruppi storici del comparto militare-industriale aerospaziale, la Piaggio Aerospace, con sede generale e stabilimento a Villanova D’Albenga (Savona) e centro servizi e vendite nel capoluogo ligure.
“Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha autorizzato i Commissari di Piaggio Aero Industries e Piaggio Aviation – le due società in amministrazione straordinaria che operano sotto il marchio Piaggio Aerospace italiana – a procedere con la cessione di tutti i complessi aziendali alla società turca Baykar”, riporta il comunicato pubblicato il 27 dicembre 2024.
Secondo i manager turchi di Baykar, nel 2023 il gruppo si è posizionato nella top list dei maggiori esportatori nazionali, con un valore dell’export superiore ad 1,8 miliardi di dollari.
Un report del think tank statunitense CNAS (Center for a New American Security) documenta come la Turchia abbia assunto un ruolo dominante nel mercato globale dei droni militari e la Baykar, da sola, controllerebbe il 60 per cento circa delle esportazioni.
Ruolo critico
“Il velivolo senza pilota d’attaccoBayraktar TB2 ha giocato un ruolo critico negli sforzi anti-terrorismo della Turchia così come ha primeggiato nelle operazioni internazionali”, affermano con malcelato cinismo i manager del gruppo.
“Essi – continuano – hanno dimostrato la loro efficienza in vari conflitti, e sono stati fondamentali nella fine della trentennale occupazione del Karabakh”.
Eroe in Ucraina
“Nel conflitto tra Ucraina e Russia iniziato nel febbraio 2022, i Bayraktar TB2 sono diventati un eroe agli occhi del popolo ucraino grazie al loro straordinario successo – aggiunge Baykar -. Essi hanno cambiato l’equilibrio di potere come moltiplicatore di forza nella guerra”.
“In Ucraina il Bayraktar TB2 non è stato solo fondamentale nelle operazioni di combattimento ma è divenuto anche un simbolo di speranza”, conclude il farneticante comunicato del gruppo turco oggi alla guida di Piaggio Aerospace. “Questo successo in Ucraina ha dimostrato l’influenza del Bayraktar TB2 ed ha mostrato al mondo che è esso è il migliore nella sua classe”.
Dal Nostro Inviato Sportivo Costantino Muscau
Nairobi, 13 gennaio 2025
Uno strapotere simile degli atleti etiopi in una maratona non si era mai visto: i primi 10 fra gli uomini e le prime dieci fra le donne. “Incredibile visu”, direbbero i latini, incredibili a vedersi (per chi non ha studiato la nostra lingua…madre).
È accaduto domenica 12 gennaio a Dubai, nella 24esima edizione che ha richiamato 17 mila runners di diverse età e Paesi. Il dominio dei maratoneti provenienti da Addis Abeba è stato debordante, anche se oscurato da un finale drammatico e avvincente nella gara femminile.
Staccata dal gruppo
Dopo il 25esimo km si sono staccate dal gruppo Dera Dida Yami e Bedatu Hirpa, compagne di allenamento. A 5 km dal traguardo, Dera Dida, 28 anni, vincitrice due anni fa nella competizione più antica degli Emirati, ha lasciato alle spalle Hirpa ed è sembrata avviarsi a bissare il successo del 2023.
All’improvviso, proprio all’ingresso del rettilineo finale, è entrata in crisi: la testa si è inclinata all’indietro, la respirazione appariva difficoltosa. Il pubblico se ne è reso conto e l’attenzione oscillava tra curiosità morbosa e fascino della sfida.
Vittoria danarosa
Anche perché a soli 10 secondi, incombeva la presenza della venticinquenne amica-compagna-rivale, Bedatu Hirpa. Mancava meno di 1 km all’arrivo e Hirpa ha intuito che la vittoria prestigiosa (e danarosa:80 mila dollari) poteva essere sua.
L’etiope Bedatu Hirpa vince la gara femminile della maratona di Dubai
Come è avvenuto, segnando il tempo di 2:18:27. Al traguardo ha poi dichiarato di non essersi accorta della grave crisi che aveva colpito la diretta concorrente
“Ero così concentrata sulla mia corsa che non ho capito che Dera stesse così male. Comunque ero sicura che avrei vinto”, ha commentato. Difficile da credere, perché a pochi metri dalla conclusione, si è voltata verso Dera e l’ha vista bene in faccia.
Suggerimento malizioso
Il che suggerisce, maliziosamente, che il vecchio detto è sempre valido :”A la guerre comme à la guerre”. Anche perché l’entusiasmo per il successo è apparso quasi eccessivo con il prendere a pugni l’aria, togliersi le scarpe, scagliarle lontano e correre avanti e indietro avvolta nella bandiera etiope.
In conferenza stampa ha poi ha scherzosamente annunciato che avrebbe devoluto il premio di 80.000 dollari al suo allenatore, Gemedo Dedefo.
Dedefo, originario di Arsi, nella regione Oromia, è considerato una sorta di santone nel mondo della Atletica e non solo in Etiopia. È venerato dalle donne: sotto la sua guida sono ormai sei le maratonete che si sono affermate a Dubai.
Devastata nell’aspetto
L’offerta l’ha presa sul ridere e si è accontentato della targa consegnata alla trionfatrice dallo sceicco Mansoor bin Mohammed bin Rashid Al Maktoun.
In ogni caso la vincitrice non è da sottovalutare: appena tre mesi fa ad Amsterdam aveva fermato i cronometri sulle 2h21’09”.
La povera Dida è giunta al traguardo appena 5 secondi dopo, ma devastata nell’aspetto.
Crampi allo stomaco
Si è consolata con un buon tempo, il suo record personale, (2h18’32”) e con un premio di 40 mila dollari. Dida, che è la moglie del campione olimpionico della maratona, Tamirat Tola, ha confermato di essere stata colpita da violentissimi crampi allo stomaco proprio al momento del rush finale.
Al terzo posto si è classificata l’esperta maratoneta Tigist Girma, 31 anni, con il tempo di 2:20:47.
L’esordiente etiope, Bute Gemechu, vince la maratona maschile di Dubai
La gara maschile, invece, si è svolta in modo “normale”, anche se sorprese non ne sono mancate. A cominciare dal dominatore, Bute Gemechu, 23 anni, esordiente sui 42,195 km a Dubai.
Affermazione da debuttante
È il quinto maratoneta etiope che si afferma da debuttante in questa competizione. E il suo tempo è stato di livello mondiale: 2 ore, 4 minuti e 51 secondi.
Al secondo posto è giunto Berehanu Tsegu, 25 anni, in 2:05:14, battendo per poco Shifera Tamru, 26 anni, che si è accontentato quindi della terza piazza in 2:05:28.
“Non sapevo che cosa avrei combinato – ha commentato Gemechu – dato che avevo deciso di correre questa maratone solo due mesi fa. Poi ho capito quando mancavano 8 km che le cose giravano per il verso giusto e ho sentito che avrei vinto”.
Sorpresa negativa
L’altra sorpresa (negativa) riguarda l’anziano, o veterano che dir si voglia, Dennis Kimetto del Kenya, recordman mondiale nel 2014 in 2h02’57.
Ora alla vigilia del suo 41° compleanno (22 gennaio) si è dovuto accontentare del 15° posto in 2h14’56”.
Al tempo che passa e alla marea etiope bisogna arrendersi. Dubai si è confermata terra di conquista incontrastata per i vessilliferi della bandiera verde, gialla e rossa: dal 2008 dominano gli uomini, dal 2007 le donne!
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