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Mozambico: reparti speciali di polizia sparano contro auto dell’ex candidato presidente Mondlane, morti e feriti

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
7 marzo 2025

Nella tarda mattinata del 5 marzo le Unità di intervento rapido (UIR) della polizia mozambicana hanno aggredito il corteo del candidato presidente dell’opposizione Venancio Mondlane. L’attacco ha lasciato sull’asfalto due morti. I feriti sono sedici tra questi anche due bambini che erano appena usciti da scuola. 

La dinamica della sparatoria

Il corteo di auto di Mondlane, ex candidato presidente per il Partito Ottimista per lo Sviluppo del Mozambico (PODEMOS) sta attraversando la capitale Maputo. Al suo seguito i manifestanti in festa che appoggiano il politico e contestano il risultato delle elezioni. Un risultato giudicato truffa elettorale.

Poco dopo le 13.00 “Un contingente dell’UIR ha speronato la carovana di Venancio Mondlane e ha iniziato a sparare con proiettili veri e gas lacrimogeni. Questo contingente, pesantemente e sproporzionatamente armato, era trasportato in due veicoli blindati e sei auto furgonate Mahindra”, si legge nella nota del team di Mondlane.

“I colpi sono stati sparati a distanza ravvicinata e diretti contro coloro che seguivano Venâncio Mondlane. Sono state uccise due persone tra le quali anche un membro dell’équipe del candidato presidente”, dice il comunicato.

Questo materiale video ci è stato inviato dal Mozambico
Attenzione! Questo video potrebbe urtare la vostra sensibilità
Unità di intervento rapido (UIR) sparano a manifestazione di Venancio Mondlane

La protesta del “popolo di Mondlane” era contro la sua esclusione dall’accordo con i partiti di opposizione. I gruppi politici invitati lo avevano firmato mercoledì mattina con Daniel Chapo, candidato del FRELIMO insediatosi alla presidenza del Mozambico il 15 gennaio. L’attacco è stato trasmesso in diretta sui social media nei profili online dell’ex candidato alla presidenza.

Venâncio Mondlane, contattato dalla Radio televisione portoghese (RTP) ha confermato di stare bene. Il politico ha dichiarato che diversi membri del suo staff sono stati feriti. Ma non si sa se lui è stato colpito e dove si trova nel momento in cui scriviamo. Secondo la polizia era necessario disperdere la manifestazione per problemi di ordine pubblico ma molti si chiedono: “Perché sparare ancora sui dimostranti?”.

Post FB contro sparatoria Mondlane
Post di un bimbo ferito dalla polizia dopo la sparatoria contro Mondlane

Perchè hai fatto sparare a mio figlio?

“Presidente Daniel Chapo, perché hai fatto sparare a mio figlio? Ti scrivo col cuore ferito…che male ha fatto il mio bambino? Stava solamente uscendo da scuola con la divisa scolastica – è il post su facebook di un padre disperato – . È per questo che hai chiesto il nostro voto? Per ammazzare i nostri figli?…Era solo un bambino innocente”.

Morti, feriti e arresti arbitrari

Dal 21 ottobre 2024 al 16 gennaio 2025, la piattaforma mozambicana Decide, ha registrato 315 morti, in tutto il Paese. Nelle manifestazioni contro i brogli elettorali il 91 per cento dei decessi è stato causato da colpi sparati con proiettili veri dalla polizia. Il restante 9 per cento è deceduto per inalazione di gas lacrimogeni o aggressione fisica.

Le manifestazione di protesta indette da Mondlane sono state un successo di popolo. Decide ha registrato circa 730 sparatorie della polizia che hanno causato più di 3.000 feriti. Le detenzioni illegali sono state oltre 4.200 in tutto il Mozambico. Il 96 per cento di questi è ancora in custodia.

Mondlane scampato ad altro attentato

Non è la prima volta che l’ex candidato presidente sfugge a un attentato. Era già stato minacciato di morte via social. Mentre era in Sudafrica con la famiglia in esilio volontario, ha raccontato di essere scampato per miracolo ai killer che stavano entrando in casa.

Il 19 ottobre scorso gli squadroni della morte mozambicani, a Maputo hanno freddato con una ventina di proiettili due suoi importanti collaboratori. Si chiamavano Elvino Dias e Paulo Guambe.

Mondlane alla manifestazione a Maputo
Mondlane alla manifestazione a Maputo

Non si arrende

Mondlane, continua a contestare le elezioni dello scorso 9 ottobre vinte dal partito FRELIMO al potere dall’indipendenza (nel 1975) senza soluzione di continuità. Brogli provati con schede elettorali precompilate, elettori fantasma, seggi sotto il controllo del FRELIMO, opacità nel conteggio dei voti e altro.

L’indagine “25 years of electoral fraud, protected by secrecy” (25 anni di frodi elettorali protette dal segreto) conferma i brogli del partito al potere. Lo ha pubblicato il Centro per l’integrità pubblica (CIP), ONG di Maputo

Venancio Mondlane, dopo essere scampato anche a quest’ultima sparatoria continua a convocare manifestazioni contro il FRELIMO e la truffa elettorale.

“Vogliamo annunciare che dal 2025 fino al 2030 ci saranno 1.825 giorni di manifestazioni quotidiane. Se non fate quello che vuole il popolo, non governerete in Mozambico”, ha dichiarato.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

X (ex Twitter):
@sand_pin
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Elezioni in Mozambico: Frelimo e Podemos “abbiamo vinto” ma osservatori UE protestano per irregolarità

Elezioni in Mozambico, assassinati due esponenti del partito di opposizione Podemos

 

Continua il braccio di ferro in Mozambico: il leader di Podemos invita i militari a disobbedire e proclama nuovo sciopero

In bilico l’accordo sul cessate il fuoco a Gaza: violazioni e pretese allontanano la pace

Speciale per Africa ExPress
Federica Iezzi
6 marzo 2025

Bloccato l’ingresso di cibo, acqua, materiale sanitario, carburante, in un’eco dell’assedio imposto da Israele sulla Striscia di Gaza.

È ormai manifesta la ripetuta violazione del diritto internazionale umanitario, secondo il sottosegretario generale per gli affari umanitari delle Nazioni Unite, Tom Fletcher.

Striscia di Gaza [photo credit Haaretz]
Continua la pressione del governo di Tel Aviv su Hamas, affinché accetti quella che Benjamin Netanyahu descrive come una proposta degli Stati Uniti per estendere la prima fase del cessate il fuoco.

Seconda fase

Dunque, sembra lontana la seconda fase, secondo cui Hamas rilascerebbe gli ostaggi rimasti, in cambio del ritiro completo delle Forze di Difesa Israeliane (cioè l’esercito) da Gaza e di un cessate il fuoco duraturo.

La prima fase del cessate il fuoco si è conclusa domenica. Subito dopo, Israele – con la mediazione dell’inviato speciale degli Stati Uniti in Medio Oriente, Steve Witkoff – ha proposto di estendere quella fase fino alla fine del Ramadan e alla festa ebraica della Pasqua, a metà aprile.

Ricorso alla corte suprema

Ore dopo l’annuncio di Israele, cinque gruppi non governativi hanno chiesto alla Corte Suprema di Israele un ordine provvisorio che impedisca allo Stato di ostacolare l’ingresso degli aiuti a Gaza, sostenendo che la mossa viola gli obblighi di Israele ai sensi del diritto internazionale e equivale a un crimine di guerra.

Un’ulteriore violazione dei termini della tregua, è il mancato ritiro dell’esercito israeliano dal corridoio Filadelfia (Philadelphi Corridor), sul confine tra Gaza e Egitto. In base all’accordo, le truppe di Netanyahu avrebbero dovuto iniziare il ritiro la scorsa settimana e terminarlo entro otto giorni.

I negoziati sulla seconda fase sarebbero dovuti iniziare un mese fa. Hamas ha insistito affinché quei colloqui iniziassero. Israele ha avvertito che potrebbe riprendere la guerra qualora avesse ritenuto inefficaci i negoziati.

Seicento camion

La prima fase del cessate il fuoco è entrata in vigore il 19 gennaio e ha consentito l’ingresso nella Striscia di 600 camion carichi di aiuti umanitari al giorno. E così sarebbe dovuto continuare durante tutte e tre le fasi del cessate il fuoco. In realtà, è stato consentito l’ingresso di meno del 50 per cento del numero concordato di camion.

Oltre al blocco di aiuti umanitari, l’esercito di occupazione israeliano ha violato ripetutamente il cessate il fuoco uccidendo almeno 100 palestinesi.

Trentatré rilasciati

Intanto continuano i colloqui a Il Cairo, in Egitto, tra Israele e Hamas, con la presenza di mediatori del Qatar e degli Stati Uniti.

L’accordo di cessate il fuoco e scambio di prigionieri ha fermato la guerra genocida di Israele contro Gaza, che ha ucciso più di 48.000 palestinesi, ha sfollato il 90 per cento della popolazione e ha lasciato l’enclave in rovina. Trentatrè sono gli ostaggi israeliani rilasciati finora e 59 sono quelli ancora trattenuti.

Circa 1.900 prigionieri palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono stati rilasciati nella prima fase dell’accordo. Molti di quelli scarcerati nel primo scambio, e alcuni nei tre scambi successivi, non erano mai stati accusati e sono stati detenuti senza processo nelle prigioni israeliane in base a quella che viene chiamata “detenzione amministrativa”, un processo ampiamente criticato dai gruppi per i diritti umani.

Federica Iezzi
federicaiezzi@hotmail.it
Twitter @federicaiezzi
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA

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Ecco perché l’Ucraina fa gola a tutti: è una cornucopia di minerali critici

Speciale per Africa-ExPress
Sergio Pizzini*
Bologna, 5 marzo 2025
(English translation at the end) 

L’affermazione sui falsi depositi di terre rare in Ucraina, destinati agli Stati Uniti, avanzata dagli esperti della Società Geologica Italiana, è formalmente corretta.

Il termine terre rare, una famiglia di 15 elementi, i lantanidi, viene usato impropriamente dai politici, e riportato senza commenti dalla stampa, quando si tratta dei giacimenti di minerali critici di cui l’Ucraina è ricca.

Le ricchezze dell’Ucraina

Ricco sottosuolo

L’Ucraina, infatti, possiede depositi di 22 dei 34 minerali che l’UE classifica come critici, alcuni dei quali si trovano in zone controllate dalla Russia. Le diverse zone geologiche dell’Ucraina ne fanno un fornitore di prim’ordine di risorse minerarie, detenendo circa il 5  per cento del totale mondiale.

Per fare un primo esempio, l’Ucraina possiede una delle più grandi riserve di litio d’Europa, stimata in 500.000 tonnellate, circa il 3 per cento delle riserve totali mondiali, ma al momento non viene estratto nulla del litio ucraino.

Un ulteriore problema per il litio ucraino è che il minerale di litio presente è la petalite, un fillosilicato di litio e alluminio (Li Al Si4 O10), considerato più costoso per estrarre il litio metallico rispetto allo spodumene (LiAlSi2O6), il minerale primario utilizzato dai produttori di litio.

Indispensabili in molti settori

Nel 2022, l’Ucraina si è classificata al 69° posto nella produzione mondiale di cobalto, esportando solo 41.400 dollari di questo metallo. Sia il cobalto che il litio sono essenziali per la produzione di veicoli elettrici.

L’Ucraina è anche un potenziale fornitore chiave di titanio, berillio, manganese, gallio, uranio, zirconio, grafite e detiene il 7 per cento delle riserve mondiali. È uno dei pochi Paesi che estrae minerali di titanio, fondamentali per l’industria aerospaziale, medica, automobilistica e navale.

Interessanti giacimenti

Infine, l’Ucraina è ricca di depositi accertati di berillio, fondamentale per l’energia nucleare, l’industria aerospaziale, militare, acustica ed elettronica, nonché di minerali di uranio e zirconio, quest’ultimo importante per la produzione di ZrO2, che opportunamente drogato potrebbe funzionare come elettrolita solido per le celle a combustibile.

Donald Trump, presidente degli Stati Uniti

È quindi facile comprendere l’interesse di Trump per i minerali critici (lui li ha chiamati rare minerals) dell’Ucraina.

Sergio Pizzini*
©
RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.sergiopizzini.eu/curriculum.html
*Già professore ordinario di Chimica Fisica all’università degli studi di Milano

English translation

The claim about fakes concerning the rare earths deposits in Ukraine, to be to the USA, rised by experts of the Italian Geological Society, is formally correct.

The term rare earths, a family of 15 elements, the lantanides, is improperly used by politicians, and reported without comments by the press, when dealing with the deposits of critical minerals of which Ukraine is rich. Ukraine, in fact, holds deposits of 22 out of 34 minerals that EU classifies as critical, of which some are in parts controlled by Russia. Ukraine’s diverse geological zones make of it a top supplier of mineral resources, holding around 5% of the world’s total.

As a first example, Ukraine holds one of Europe’s largest lithium reserves, estimated at 500.000 tons, approximately the  3% of global total reserves, but none of Ukraine's lithium is being mined at present. The additional problem for Ukrainian lithium is that the lithium mineral present is petalite, a lithium aluminium phyllosilicate (Li Al Si 4 O 10 ), considered more costly to extract lithium metal than the spodumene (LiAlSi 2 O 6 ), the primary ore used by lithium producers.

 In 2022, Ukraine ranked 69th in world’s cobalt production, exporting just $41,400 worth of the metal. Both cobalt and lithium are essential for electric vehicle production.

Ukraine is also a key potential supplier of titanium, beryllium, manganese, gallium, uranium, zirconium, graphite, and holds the  7% of the world’s reserves. It is one of the few countries that mine titanium ores, crucial for the aerospace, medical, automotive and marine industries.

Eventually, Ukraine is rich of confirmed deposits of beryllium, crucial for nuclear power, aerospace, military, acoustic and electronic industries, as well as of uranium and zirconium ores, the last important for the production of ZrO 2, that suitably doped could work as solid electrolyte for fuel cells.

It is, therefore, easily to understand the Trump’s interest for Ukraine’s critical minerals.

Sergio Pizzini*
*Former professor of physical chemistry at the University of Milan.
http://www.sergiopizzini.eu/curriculum.html

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Pioggia torrenziale interrotto tour del Rwanda con polemiche: vince un francese

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
Nairobi, 4 marzo 2025

Era partito sotto un bel cielo, il 23 febbDalraio scorso, il 17esimo Tour ciclistico del Rwanda. È finito sotto una cattiva stella, domenica 2 marzo. Per “colpa” di un acquazzone tropicale, che ha stravolto l’ultima tappa, ha scatenato polemiche tra il francese vincitore, Fabian Doubey, 31 anni, e l’eritreo Henok Mulubrhan, 25 anni,  (giunto secondo), ha lasciato l’amaro in bocca agli organizzatori e seminato dubbi sul prossimo mondiale.

Il francese Fabien Doubey, vincitore del 17esimo tour del Rwanda

L’avvio di quella che negli anni è diventata una delle più importante manifestazioni ciclistiche continentali, era stato dato, al Kigali Amahoro Stadium, con una molta enfasi dal presidente della repubblica, Sua Eccellenza Paul Kagame, 67 anni, e dal presidente dell’Unione ciclistica internazionale (UCI), il francese David Lappartient, 51 anni.

Regime verso campionato 

La solennità dell’evento era legata al fatto che – come ha dichiarato la ministra dello Sport, Nelly Mukazayire, 43 anni, – il Paese delle mille colline, o la Svizzera africana, si appresta a ospitare, nel prossimo settembre ”lo storico campionato mondiale su strada, il primo del genere a onorare il continente africano”.

Tappa vicino a zona conflitto

Niente sembrava oscurare lo svolgimento festoso e spettacolare delle 7 tappe per complessivi 804 km, nonostante alla vigilia della corsa una squadra di livello mondiale, la belga Soudal-QuickStep, si fosse ritirata: era preoccupata per incolumità dei suoi atleti a causa della guerra in corso al confine tra Rwanda e Repubblica Democratica del Congo.

In effetti la terza tappa del Giro prevedeva l’arrivo dei 69 pedalatori a Rubavu. E’ una pittoresca città poco distante dalle zone del conflitto che devasta da anni la zona orientale del Congo-K, dove avrebbero un ruolo determinante anche le forze armate ruandesi che sostengono – secondo l’ONU – i ribelli del gruppo M23.

Strasburgo no a finanziamenti

Sempre a questo proposito, anche il Parlamento europeo ha chiesto all’Unione europea di sospendere l’accordo di cooperazione tra la Commissione europea e il Ruanda sul commercio di materie prime con il Paese e di fare pressione per annullare i mondiali di ciclismo in programma il 21-28 settembre a Kigali.

Pioggia tropicale

Al di là, o al di sopra di queste nubi, e nonostante la qualità dei ciclisti al 17esimo Tour del Rwanda non fosse proprio eccelsa, la gara si è svolta regolarmente con la partecipazione di un pubblico entusiasta fino a domenica 2 marzo.

Quel giorno le nuvole si sono scatenate in una pioggia equatoriale rendendo le strade scivolose proprio – beffa di Giove pluvio – quelle strade che dovevano fare da test per la rassegna iridata di settembre.

Dopo una caduta di 30 corridori, gli organizzatori si sono decisi a neutralizzare la gara e ridurre la parte del percorso che comprendeva la parte più dura (l’ascesa del Monte Kigali e l’omonimo muro).

Stop gara

Tornati tutti in sella, sei atleti si sono lanciati in una fuga, che è riuscita ad accumulare oltre un minuto di vantaggio sul plotone. Acque e vento però sono tornati a essere violenti, quel punto, il leader della classifica, la maglia gialla, Fabien Doubey, della TotalEnergies, si è improvvisato capo popolo e ha invitato i colleghi a rallentare e a fermare la gara.

La frazione così è stata definitivamente annullata. Immediata la reazione indignata dell’eritreo Henok Mulubrhan,25 anni, della Astana, distante in classifica solo 6 secondi, che mirava a spodestare il francese negli ultimi durissimi 13 km.

Proteste atleta eritreo

Tour Rwanda: interruzione ultima tappa per pioggia

Henok, già campione africano e vincitore del Tour del Rwanda nel 2023, al giro d’Italia di due anni fa era stato premiato e ammirato per la sua combattività: “Una vergogna  – ha dichiarato -. In Europa per queste gocce non avremmo mai fermato la corsa. Certo gli faceva comodo una soluzione del genere”.

Anche il terzo in graduatoria, a 11 secondi, Il tedesco Oliver Mattheis, 29 anni, ha ribadito: “Se annulliamo questa tappa, nelle Fiandre non ci saranno più corse”. (E nessuno si ricorda una Milano Sanremo finita sotto la neve).

Lo stesso direttore della competizione, Freddy Kamuzinzi, ha commentato: “Tutto è andato bene fino all’ultimo giorno. Ma non sapevamo che un solo corridore potesse impedire la conclusione della gara”.

Vincitore – portavoce sanzionato

Il vincitore si è, invece, giustificato dicendo: “Mi sono fatto il portavoce del gruppo, ho pensato alla nostra sicurezza”.

Non si è mostrata d’accordo la giuria, che gli ha inflitto un’ammenda di 200 franchi svizzeri “per comportamento scorretto e per aver danneggiato l’immagine dello sport”. Ora il vincitore rischia di comparire davanti alla commissione disciplinare dell’UCI.

Paese sicuro

Proteste anche di molti tifosi sui social, che hanno denunciato un certo strapotere della TotalEnergies. Sarà un caso – è stato fatto notare – che il responsabile della TotalEnergies, Jean-René Bernaudeau, avesse dichiarato di ritenere il Rwanda un Paese assolutamente sicuro e di avere fiducia nelle forze armate.

È difficile negare che il cammino verso i primi mondiali in Africa in 103 anni non stia diventando impervio, tra la guerra sulla porta di casa, pressioni internazionali, veri o presunti favoritismi, dubbi sulla sicurezza stradale.

Questo tour del Rwanda numero 17, infatti, è stato seguito attentamente dalla delegazione dell’UCI e dalle potentissime organizzazioni ASO e Golazo, incaricate dalla FederaIone ciclistica ruandese di organizzare i campionati del mondo su cui il “regime” di Kagame ha puntato alla grande.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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A uno spagnolo il tour del Ruanda pronto a ospitare i mondiali nel 2025

Non solo M23: Kinshasa chiama Kampala per combattere altri gruppi armati

Africa ExPress
Kampala/Kinshasa, 3 marzo 2025

Kampala spedisce nuove truppe nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. Stavolta non per dare la caccia al gruppo terrorista ADF, affiliato allo stato islamico. Allied Democratic Forces è un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995. E nemmeno per dar man forte all’esercito congolese nella lotta contro M23, supportato dai soldati ruandesi (RDF). Le autorità di Kinshasa hanno chiesto aiuto a UPDF (Forza di Difesa del Popolo Ugandese)  per stanare insieme a FARDC i miliziani di CODECO (acronimo per Cooperativa per lo sviluppo nel Congo, formato da combattenti di etnia Lendu), molto attivo nella provincia di Ituri, nella parte orientale del Paese.

Residenti decapitati

L’11 febbraio il gruppo armato ha ucciso oltre 50 persone a Djaiba (Ituri). Secondo quanto riferito alla stampa locale da testimoni oculari, i miliziani hanno bruciato parecchie case mentre gli abitanti si trovavano ancora all’interno. Hanno anche sparato contro chiunque si trovasse in strada, altri residenti sono stati decapitati con machete. Un massacro in piena regola.

Il giorno precedente avevano preso di mira un campo per sfollati nella stessa zona, ma per fortuna sono stati cacciati dai caschi blu di MONUSCO.

Miliziani CODECO, Congo-K

Miniere d’oro

Anche l’autunno scorso CODECO ha compiuto altre stragi nell’Ituri. Il gruppo è rinomato per la sua violenza e i suoi sanguinosi attacchi. Ma non è sempre stato così. Negli anni ’70 non era altro che una cooperativa agricola della comunità di Lendu (un’etnia di contadini), poi i componenti del gruppo hanno fiutato l’odore dell’oro e adesso controllano parecchi siti minerari nella provincia.

Ituri sotto attacco

La provincia dell’Ituri è sotto attacco di vari gruppi armati, tra questi CODECO e la milizia Zaïre, che sostiene di difendere la comunità Hema (formata essenzialmente da pastori). Dal 2017 a oggi le continue aggressioni hanno causato la morte di migliaia di civili e la fuga di massiccia di abitanti in campi per sfollati.

Attraversata la frontiera

Insomma l’Uganda ha accolto la nuova richiesta di aiuto e un convoglio ha attraversato la frontiera diretto a Mahagi. E ieri, Felix Kulayigye, portavoce di UPDF ha dichiarato ai giornalisti che la città è già sotto il loro controllo.

Già due settimane fa Kampala ha dispiegate un migliaio di soldati a Bunia, capoluogo di Ituri, rinforzi arrivati nel momento in cui M23 ha conquistato altri territori più a sud nell’est della ex colonia belga.

Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente Yoweri Museveni e capo delle Forze di Difesa dell’Uganda

A metà febbraio, Muhoozi Kainerugaba, figlio del presidente Yoweri Museveni e capo di UPDF aveva annunciato sul suo account X (ex Twitter) che le sue truppe avrebbero “invaso” l’Ituri, se tutte le forze presenti non dovessero consegnare le armi entro 24 ore. Allora il suo comunicato non era stato nemmeno commentato dal primo ministro congolese, Judith Suminwa, visto che Muhoozi è conosciuto per i suoi post provocatori sui social network.

A dirla tutta, i militari ugandesi sono presenti nel Congo-K dal 2021 per contrastare insieme ai soldati di FARDC i terroristi ADF, ma questo gruppo armato opera in tutt’altra zona, molto distante da Mahagi e dal raggio d’azione dove UPDF è già presente.

Africa ExPress
@africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Congo-K: massacri, ebola, morbillo, atrocità si consumano di continuo e in silenzio

Congo-K: operazione congiunta dell’esercito e dei caschi blu per bloccare i ribelli M23

Sospesa in Sudan distribuzione di cibo nei campi degli sfollati: migliaia a rischio morte per fame

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
1° marzo 2025

Dopo quasi due anni dall’inizio della guerra, in Sudan la popolazione è costretta a affrontare giornalmente nuove sofferenze. Oltre alle bombe, violenze di ogni genere, anche la fame è una vera e propria arma da guerra. Mentre continuano a arrivare i rifornimenti di armi, è nuovamente stata sospesa la distribuzione di cibo in alcune zone del Paese.

Stop di PAM e MSF

Anche per lo stop degli aiuti umanitari di USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale), imposto dall’amministrazione Trump, l’80 per cento delle cucine d’emergenza ha dovuto chiudere i battenti.

MSF chiude per il momento operazioni nel campo per sfollati di Zamzam per continue violenze

E non solo. Il Programma Alimentare Mondiale (PAM) ha momentaneamente sospeso l’attività nel campo per sfollati Zamzam, nel Darfur settentrionale, per l’intensificarsi dei combattimenti nell’area. “Senza gli aiuti alimentari salvavita, migliaia di famiglie potrebbero morire di fame nelle prossime settimane”, ha evidenziato Laurent Bukera, Direttore regionale per l’Africa orientale e Direttore nazionale ad interim di PAM per il Sudan.

Già nell’agosto dello scorso anno era stata dichiarata un’emergenza carestia nel sito per gli evacuati.

Come PAM, pure l’ONG Medici senza Frontiere è stata costretta a ritirarsi da Zamzam, vicino a Al-Fashir, capoluogo del Nord-Darfur, accerchiata da oltre 10 mesi dai paramilitari RFS.

Anche nel campo di Abu Shouk, situato a circa quattro chilometri da Al-Fashir, la situazione è drammatica. Gli 800.000 sfollati sono intrappolati tra i militari e i paramilitari.

Guerra senza sosta

Gran parte del Paese è teatro di continui combattimenti tra le due fazioni: le Rapid Support Forces (RFS), capeggiate da Mohamed Hamdan Dagalo “Hemetti”, da un lato e le Forze armate sudanesi (SAF) capitanate da Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, capo del Consiglio sovrano e de facto presidente del Sudan.

Sia Hemetti, un ex capo janjaweed, sia il capo dello Stato sudanese sono stati sanzionati dal Tesoro dell’amministrazione Biden, poco prima di cedere il testimone a quella di Donald Trump. Le due fazioni sono accusate di aver commessi crimini contro i civili in questa assurda guerra di lotta per il potere.

Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, ha denunciato le inimmaginabili sofferenze del popolo sudanese. Ha poi sottolineato che le violazioni del diritto internazionale continuano nella più totale impunità.

Convoglio armi

Pochi giorni fa, secondo quanto riportato da Reuters, alcuni combattenti che sostengono i governativi hanno affermato di aver intercettato un convoglio carico di armi destinato alle RFS nei pressi di Al-Fashir. Gli alleati di al-Bashir sostengono di aver neutralizzato anche alcuni mercenari stranieri, senza però precisare la loro nazionalità. Alcuni mesi fa i gruppi armati a sostegno di SAF avevano scovato paramilitari colombiani al soldo delle RFS.

Gli irregolari di Hemetti hanno smentito l’attacco a un convoglio di armi destinato a rinforzare i loro arsenali. “Si tratta di pure menzogne”, hanno commentato.

Rapporto HRW

Intanto Human Rights Watch ha accusato i combattenti alleati dei governativi di aver attaccato intenzionalmente gli abitanti di un villaggio nel Sudan centrale.

Nel rapporto, pubblicato martedì scorso, HRW non esclude che gruppi allineati a SAF, tra questi Sudan Shield Forces, il battaglione al-Baraa Ibn Malik e milizie locali, potrebbero aver commesso crimini di guerra nello Stato di Al-Gezira, riconquistato dai governativi il mese scorso.

Ventisei civili sarebbero stati uccisi durante l’attacco del 10 gennaio contro una delle numerose aggressioni contro alcune comunità, accusate di aver sostenuto i paramilitari di RFS mentre la regione era sotto il loro controllo.

Alleati di SAF attaccano villaggio a Al-Gezira (Sudan)

SAF ha fatto sapere che in questo casi si tratterebbe di aggressioni personali e si sta indagando su quanto accaduto nel villaggio di Tayba. Nel frattempo ha inviato truppe per proteggere gli abitanti.

Governo parallelo RFS

Colpo di scena la scorsa settimana a Nairobi, dove le RSF e una coalizione di gruppi armati e politici hanno siglato un documento volto alla formazione di un governo parallelo (“Political Charter for the Government of Peace and Unity”) nelle aree sotto il loro controllo. Il fatto che il Kenya abbia concesso ospitalità ai ribelli e associati ha irritato non poco il governo di Khartoum e ha creato frizioni a livello diplomatico tra le due Paesi.

Nairobi: RFS e alleati firmano documento per creazione di un governo parallelo a Nairobi

Secondo l’AFP, tra i firmatari risulta anche una fazione del Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese del Nord (SPLM-N) guidata da Abdelaziz Al-Hilu. Il gruppo controlla parti degli Stati del Kordofan e del Nilo Blu.

Mohammed Hamdan Dagalo, capo dell’RSF, non era presente al vertice di Nairobi. Il documento è stato siglato da Abdel Rahim Dagalo, fratello di Hemetti e numero due dei paramilitari.

I firmatari intendono creare un governo che abbia come obiettivo di porre fine alla guerra e di garantire l’accesso senza ostacoli agli aiuti umanitari. AFP, che ha potuto consultare il testo, riporta che nel documento i vari componenti si impegnano a “costruire uno Stato laico, democratico e decentrato, basato sulla libertà, l’uguaglianza e la giustizia, senza pregiudizi culturali, etnici, religiosi o regionali”.

Prevede inoltre la creazione di un “nuovo esercito nazionale unificato e professionale”, che rifletta la “diversità e la pluralità” dello Stato del Sudan.

Rischio divisione Paese

L’intenzione di voler creare un governo parallelo ha suscitato non poche perplessità nella comunità internazionale. Il portavoce del segretario generale dell’ONU ha evidenziato che si rischia di dividere ulteriormente il Paese e potrebbe portare addirittura a un peggioramento della crisi in atto.

La Lega Araba ha condannato atti volti a mettere a rischio l’unità del Sudan o di esporre il Paese a una possibile divisione o frammentazione.

E durante una conferenza stampa al Cairo, Ali Youssef, ministro degli Esteri sudanese, ha dichiarato che il suo governo non potrà mai accettare che un altro Paese riconosca un governo parallelo.

Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Mercenari colombiani combattono in Sudan con gli ex janjaweed

Il super-verme che potrebbe risolvere l’inquinamento da plastica in Africa

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
28 febbraio 2025

Forse siamo vicini alla soluzione dell’inquinamento di plastica in Africa. Un team di quattro scienziati e scienziate kenioti del Centro Internazionale di Fisiologia ed Ecologia degli Insetti (ICIPE) di Nairobi, Kenya, ha scoperto un super-verme mangia plastica. La ricerca è stata pubblicata su Nature da Evalyne Ndotono, Chrysantus Tanga, Segenet Kelemu e Fathiya Khamis.

Supereroe africano

Il super-verme africano si chiama Alphitobius ed è la larva di un “riciclatore”. E se, grazie al suo importante lavoro, riusciremo a eliminare la plastica dal grande continente, sarà veramente un supereroe africano.

Video dei super-vermi Alphitobius mentre mangiano polistirolo (Courtesy ICIPE)

Sì, perché ha cittadinanza e vive nell’Africa sub-sahariana e avrà parecchio lavoro da smaltire visto l’enorme inquinamento da plastiche. Alphitobius viene chiamato anche verme della farina minore perché vive soprattutto negli allevamenti di pollame. È la forma larvale, che dura otto/dieci settimane, dello scarafaggio Alphitobius.

Negli allevamenti l’insetto trova calore, riparo e soprattutto grande e costante quantità di cibo, situazione ottimale che permette la sua crescita e la riproduzione.

Il lavoro degli scienziati

La scienziata senior del team, Fathiya Khamis dell’ICIPE, in un articolo pubblicato su The Conversation spiega l’esperimento.

“Abbiamo scoperto che i vermi della farina alimentati con polistirolo e crusca sono sopravvissuti in misura maggiore rispetto a quelli alimentati con il solo polistirolo – spiega -. Si aggiungono a un piccolo gruppo di insetti che sono in grado di scomporre la plastica inquinante. È la prima volta che una specie di insetto originaria dell’Africa è stata trovata in grado di farlo”.

Pasto a base di polistirolo

La sperimentazione è durata oltre un mese con tre campioni di larve. Un gruppo è stato alimentato con sola crusca, un altro con crusca e polistirolo e un terzo con solo polistirolo.

“Abbiamo scoperto che i vermi della farina nutriti con polistirolo e crusca sono sopravvissuti in misura maggiore rispetto a quelli alimentati con il solo polistirolo.

Il microbiota intestinale

Ma la scoperta più importante è il microbiota intestinale della larva come “Il nostro studio ha esaminato anche i batteri intestinali dell’insetto – spiega la scienziata -. Volevamo identificare le comunità batteriche che possono sostenere il processo di degradazione della plastica”.

Secondo lo studio “I batteri predominanti osservati nelle larve alimentate con dieta a base di polistirolo sono stati Kluyvera, Lactococcus, Klebsiella, Enterobacter ed Enterococcus. Ma lo Stenotrophomonas ha dominato la dieta di controllo”.

L’indagine ha confermato che il verme può sopravvivere con una dieta a base di polistirolo. Questo succede grazie a un consorzio batteri fortemente associati alla degradazione di questo tipo di plastica.

La plastica in Africa

Purtroppo in Africa, secondo i dati del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) solo il 4 per cento della plastica viene riciclato.

Eppure il 70-80 per cento dei rifiuti solidi urbani generati nel continente sarebbe riciclabile. Durante le piogge questi rifiuti riempiono i corsi d’acqua e le strade delle città diventano fiumi saturi di materie plastiche.

super-vermi, strada allagata piena bottiglie di plastica
Congo, strada allagata piena bottiglie di plastica

Tutti i Paesi africani hanno presente il problema dei rifiuti delle plastiche, dal polistitolo ai PET, comprese le buste. Alcuni di questi hanno preso provvedimenti per arginare l’inquinamento. In 16 hanno hanno messo al bando la plastica purtroppo senza introdurre regolamenti e farli rispettare.

Alphitobius anche cibo del futuro

I vermi dell’Alphitobius, come le cavallette che divorano i raccolti, in Africa sono cibo super-proteinico. In alcuni Paesi africani come l’Uganda vengono sgranocchiate come snack o come street-food.

Ma non tutti sanno che il verme della farina minore (Alphitobius diaperinus) dal gennaio 2023 può essere venduto anche anche nell’Unione Europea. Dopo la farina di grillo è il quarto tipo di insetti approvato dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

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@sand_pin
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Congo-K, la tragedia dei rifiuti di plastica che diventano fiumi dopo le inondazioni

In Uganda l’invasione di cavallette è una manna: fritte sono un cibo prelibato

Piovono sanzioni sul Ruanda, ma i ribelli avanzano nell’est del Congo-K

Africa ExPress
Kinshasa, 26 febbraio 2025

Mentre continua l’avanzata del gruppo armato AFC/M23 nell’Est della Repubblica Democratica del Congo, iniziano a piovere sanzioni sul governo di Kigali.

M23 è un gruppo armato, composto soprattutto da tutsi e sostenuto dal Ruanda, mentre AFC, che significa Alleanza del Fiume Congo, è una coalizione politico militare, fondata il 15 dicembre 2023 in Kenya e della quale fa parte anche M23.

Consiglio di Sicurezza dell’ONU

Risoluzione Consiglio Sicurezza

Durante la seduta di venerdì scorso al Palazzo di Vetro, il Consiglio di Sicurezza ha condannato con una risoluzione il sostegno del Ruanda al gruppo M23. Kigali, secondo rapporti degli esperti indipendenti delle Nazioni Unite, è presente nel Congo-K con almeno 4.000 uomini. La condanna, votata all’unanimità, ha chiesto al governo ruandese di ritirare immediatamente le proprie truppe. Ha altresì intimato ai ribelli M23 di liberare i territori sotto loro controllo nel Nord e Sud Kivu, in particolare i rispettivi capoluoghi, Goma e Bukavu.

Sanzioni

Londra ha deciso di bloccare gran parte degli aiuti al Ruanda e Washington ha sanzionato il portavoce civile di AFC/M23 e un politico ruandese.

Durante la riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea di lunedì sono stati presi i primi provvedimenti contro il Paese delle Mille Colline per il suo sostegno ai ribelli nel Congo-K. La prima tranche di sanzioni, che include lo stop di qualsiasi dialogo politico in materia di difesa e sicurezza, è già attiva.

Per il momento non è stato ancora sospeso il Memorandum of Understanding, siglato con il Ruanda un anno fa e “volto a favorire lo sviluppo di catene di valore durature e resilienti per le materie prime critiche”. Peccato però che questi minerali si trovino in RDC e da anni il regime di Paul Kagame cerca di impossessarsene, anche grazie al gruppo M23. Secondo quanto riferito da Kaja Kallas, capo della politica Estera della Commissione Europea, il MoU, sarà soggetto a una revisione.

Veto Lussemburgo

Inaspettatamente però, Xavier Bettel, ministro degli Esteri del Lussemburgo, l’unica monarchia al mondo retta da un granduca, si è avvalso del diritto di veto e ha bloccato le sanzioni contro funzionari ruandesi. La decisione del capo della diplomazia lussemburghese ritarda i provvedimenti contro Kigali, poiché tali misure devono essere adottate all’unanimità.

Bettel ha giustificato la sua mossa con il fatto che bisogna dare spazio ai negoziati in corso. In particolare è necessario attendere quanto emergerà dalla riunione ministeriale congiunta tra i Paesi della Comunità per lo Sviluppo dell’Africa Australe (SADC) e la Comunità dell’Africa Orientale (EAC), prevista per il 28 febbraio prossimo.

Corte Penale Internazionale

Intanto nella giornata di ieri è atterrato a Kinshasa Karim Khan, procuratore generale della Corte Penale Internazionale dell’Aja, che da tempo sta indagando sui gravissimi crimini commessi nella parte orientale del Congo-K dopo la ripresa delle ostilità di M23.

Karim Khan, procuratore della Corte Penale Internazionale a Kinshasa, Congo-K

Giacché la diplomazia è al lavoro per riportare la Pace, nell’est della ex colonia belga la popolazione continua a pagare il prezzo più alto di questo conflitto. Secondo le autorità di Kinshasa, da gennaio a oggi sarebbero morte oltre 7mila persone. E le stragi non si fermano. Anche oggi Radio Okapi (emittente della MONUSCO, la missione di pace dell’ONU nel Paese) ha denunciato la vile uccisione di tre giovani a Uvira (Sud-Kivu), crimine commesso da uomini armati in divisa. L’assassinio dei tre potrebbe essere collegato all’uccisione di un uomo, fatto avvenuto la sera precedente. La vittima, che indossava una tuta militare, è stata bruciata viva martedì sera nello stesso quartiere della città.

Insicurezza

L’insicurezza sta aumentando in tutto il centro abitato, e, come riferito da Medici senza Frontiere, oltre 30mila persone sono già scappate. La gente ha paura, le case si stanno svuotando. Molte attività commerciali sono chiuse e il cibo comincia a scarseggiare.

Congo-K, Uvira: popolazione sotto tensione

Persino gli ospedali non vengono risparmiati dalle sparatorie, mettendo in serio pericolo pazienti e staff.

Casi di colera a Goma e dintorni

Anche a Goma, capoluogo del Nord-Kivu, sotto controllo di M23/AFC, la situazione è a dir poco catastrofica. OCHA (Ufficio degli Affari Umanitari dell’ONU) ha registrato un aumento degli episodi criminali, come sequestri, aggressioni, rapine in casa e furti. L’Organizzazione ha anche messo in guardia la popolazione del pericolo di mine e proiettili non esplosi, disseminati sia in città che nelle zone periferiche, per non parlare della sanità, ormai al collasso. Ci sono inoltre casi sospetti di colera nel campo di MONUSCO, dove si sono rifugiati molti soldati disarmati dell’esercito congolese (FARDC).

Ora si teme che l’epidemia possa espandersi. Nelle ultime due settimane è morta una persona a causa dell’infezione batterica, mentre sono stati riscontrati 420 casi a Goma e zone circostanti.

Agenti di polizia e soldati di FARDC sono passati nelle fila di M23

Defezione truppe

Nei giorni scorsi centinaia di poliziotti e militari di FARDC si sono uniti al gruppo armato AFC/M23.

Intanto i ribelli sono solo a una quarantina di chilometri da Uvira, la seconda città più importante del Sud-Kivu. Se dovessero conquistare anche questo grande centro abitato, gli irregolari potrebbero aprirsi un corridoio per raggiungere la provincia di Tanganyika.

Partenza soldati sudafricani

Nei giorni scorsi il gruppo armato AFC/M23 ha ordinato a tutte le forze armate straniere presenti sul territorio di lasciare immediatamente Goma. Quasi duecento militari sudafricani del contingente della Comunità Economica dell’Africa Australe (SADC) hanno già lasciato il Congo-K, dove è presente dal 2023 in appoggio dell’esercito regolare nella lotta contro M23. Le truppe di Pretoria hanno dovuto attraversare il confine verso il Ruanda, per poi imbarcarsi all’aeroporto internazionale di Kigali. Stessa sorte era toccata ai mercenari rumeni qualche settimana fa.

Altri componenti del contingente SADC (tra questi ancora parecchi sudafricani, oltre a malawiani e tanzaniani) sono chiusi nella loro base all’aeroporto e a Mubambiro, all’uscita di Goma.

Blocco aiuti USA

Molte ONG congolesi sono in grave difficoltà, non solo a causa del teatro di guerra nella parte orientale del Congo-K, ma anche per il blocco dei finanziamenti di USAID, imposto dall’amministrazione di Donald Trump. Il Congo-K è stato il maggiore beneficiario degli aiuti umanitari statunitensi nell’Africa francofona.

Africa ExPress
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https://www.africa-express.info/2025/02/22/congo-k-governativi-sbandati-attaccano-e-saccheggiano-il-vescovado-di-uvira/

https://www.africa-express.info/2024/03/29/accordo-unione-europea-kigali-per-lesportazione-di-minerali-dal-ruanda-minerali-che-pero-sono-in-congo-k/

 

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Se c’è qualcuno che non dimenticherà né perdonerà sono i palestinesi

EDITORIALE
da Haaretz
Gideon Levy
Tel Aviv, 16 febbraio 2025

Un’immagine vale più di 1000 parole: centinaia di detenuti palestinesi rilasciati sabato scorso sono visti in ginocchio, in prigione, costretti ad indossare magliette con la stella di David blu e le parole “non dimenticheremo né perdoneremo“.

Israele li ha così costretti a diventare stendardi ambulanti del sionismo nella sua forma più spregevole. La settimana prima i detenuti liberati avevano braccialetti con un messaggio simile: “Il popolo eterno non dimentica. Perseguiteremo e troveremo i nostri nemici.”

Foto, diffusa sabato dal servizio carcerario israeliano, di prigionieri palestinesi con magliette con il logo del servizio carcerario e la frase “Non perdoneremo né dimenticheremo”, Credit: Israeli Prison Service

Non c’è niente di meglio di queste immagini ridicole per riflettere quanto in basso possa scendere la propaganda di uno Stato moderno.

Quelle magliette, le scritte, la stella di David fanno parte di un processo narrativo che ha plasmato la psicologia di una nazione, disumanizza.

Il mondo, compreso Israele, ha dimenticato la Germania nazista, il Vietnam ha dimenticato gli Stati Uniti, gli algerini hanno dimenticato la Francia e gli indiani hanno fatto lo stesso con la Gran Bretagna: solo il “popolo eterno” non dimentica. Che cosa ridicola.

Se c’è qualcuno che un giorno “non dimenticherà né perdonerà”, saranno i palestinesi, dopo 100 anni di tormenti, compresi i prigionieri che sono stati rilasciati due sabati fa. Non dimenticheranno in quali condizioni sono stati detenuti e alcuni non perdoneranno la loro ingiusta detenzione, senza che si sia mai tenuto un processo sul loro caso.

Le emozioni si sono scatenate di nuovo sabato scorso, e a ragione. Altre tre vite sono state liberate dall’inferno. (…)

Ma mentre tutti gli occhi umidi erano rivolti alla base militare di Re’im – primo punto di arrivo degli ostaggi, e poi al Centro Medico Sheba e all’Ospedale Ichilov, dove subito dopo sono stati portati – sono stati rilasciati altri 369 detenuti e prigionieri palestinesi, tutti esseri umani, esattamente come i nostri Sagui, Iair e Sasha.

La folla brucia le magliette indossate dai prigionieri palestinesi liberati a Khan Yunis, nella Striscia di Gaza, sabato.Credit: Abdel Kareem Hana / AP

Le telecamere dei media stranieri si sono concentrate meno sui palestinesi, mentre quelle israeliane li hanno quasi del tutto ignorati. Dopotutto, sono tutti “assassini”.

Nessun elicottero li ha aspettati per portarli in ospedale e alcuni sono stati immediatamente espulsi dal loro Paese.

Una minoranza di loro aveva le mani sporche di sangue; gli altri erano prigionieri politici, oppositori del regime. La maggior parte di loro era residente a Gaza ed è stata coinvolta in quell’inferno.

Non è certo che tutte le centinaia di gazawi rilasciati sabato abbiano mai alzato una mano contro un soldato delle Forze di Difesa Israeliane o contro i residenti delle comunità di confine di Israele.

Alcuni di loro sono stati rapiti da Khan Yunis, proprio come gli israeliani sono stati rapiti da Nir Oz. Ma per quanto riguarda Israele, tutti loro facevano parte della forza Nukhba di Hamas.

Anche loro erano attesi da famiglie entusiaste, non meno delle famiglie Dekel Chen, Troufanov e Horn. Anche loro amano i loro figli. Alcuni di loro non sapevano cosa fosse successo ai loro cari dall’inizio della guerra, proprio come le nostre famiglie.

Ma mentre alle nostre famiglie, come a tutta la nazione, è stato permesso di gioire quanto volevano, guidati dalle trasmissioni di propaganda di Israele che trasformano ogni celebrazione umana in un festival di indottrinamento in stile nordcoreano, ai palestinesi è stato vietato di gioire.

Un prigioniero palestinese che indossa una maglietta del servizio carcerario israeliano viene salutato dopo essere stato rilasciato dalla prigione israeliana, nella città cisgiordana di Ramallah, sabato. Credit: Mahmoud Illean/AP

A Gerusalemme Est e in Cisgiordania, ogni manifestazione di gioia è stata nuovamente proibita. Non è stato permesso loro di esprimere la felicità. È così crudele la nostra tirannia, che si estende fino al controllo delle loro emozioni.

A giudicare dal trattamento dei prigionieri e degli ostaggi – un indice molto significativo – è difficile capire quale società sia più umana.

Israele rispetta la Convenzione di Ginevra più di Hamas? Non può più affermarlo. Questa dura impressione non può più essere modificata, nemmeno con le magliette con la Stella di David blu.

Gideon Levy

Haaretz è in quotidiano d’opposizione pubblicato anche in lingua inglese. L’originale di questo articolo si trova qui

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Editoriale-denuncia di Haaretz: “Quando Israele abusa degli ostaggi che tiene in custodia”

La nemesi di Israele: accusa di antisemitismo quelle Nazioni Unite che l’hanno voluto

Israele: mille modi per far cadere il governo Netanyahu

Due zambiani a processo per stregoneria contro il presidente

Africa ExPress
Lusaka, 24 febbraio 2025

Uno studio del 2018 ha rilevato che il 79 per cento dei zambiani crede ancora nella stregoneria. Generalmente chi è accusato di utilizzare poteri nefasti viene giudicato da un tribunale tradizionale. Ma stavolta due uomini, accusati di tali reati, sono dovuti comparire davanti ai giudici di una Corte civile.

Il presidente dello Zambia, Hakainde Hichilema

Magia e fenomeni soprannaturali

Non c’è da meravigliarsi, visto che il destinatario delle pratiche occulte dei due accusati è il presidente dello Zambia, Hakainde Hichilema.

Tutto il Paese sta seguendo con curiosità e interesse il processo e riflette chiaramente la credenza nella magia e nei fenomeni soprannaturali, ancora molto presente in alcune parti dell’Africa meridionale e non solo.

Legge coloniale

Torna alla ribalta anche una legge del 1914, risalente all’epoca colonia, che criminalizza tali pratiche. In molti, tra questi studiosi e anche politici, stanno criticando questa normativa.

E, Gankhanani Moyo, docente di beni culturali all’Università dello Zambia, ha sottolineato che il legislatore di allora non ha tenuto conto delle sfumature delle credenze tradizionali africane. “La nostra società e gli individui tradizionali del mio Paese credono in una forte relazione tra il mondo umano e il soprannaturale”, ha chiarito il professore.

Licenza per amuleti

I due uomini, di 42 e 43 anni, sotto processo, sono stati arrestati a dicembre per stregoneria mentre tentavano di vendere diversi amuleti, tra questi anche un camaleonte vivo. Durante le perquisizioni nelle loro case, la polizia ha trovato, oltre al rettile, 14 bottiglie vuote di medicinali tradizionali, la coda di un animale non meglio identificato e altro materiale ridotto in polvere.

Statuette utilizzate nelle pratiche di stregoneria.In Africa cono chiamate juju o grigri

Gli accusati hanno negato di praticare la stregoneria, ma di essere in possesso di una licenza per vendere amuleti.

Intrighi politici

Durante il processo sono emersi anche intrighi politici. Nella fase delle indagini preliminari è stato evidenziato che il mandante dei due indagati sarebbe il fratello di Emmanuel Banda, ex membro indipendente del Parlamento di Lusaka, con lo scopo di nuocere e maledire il presidente.

Qualcuno ritiene però che l’accusa nei confronti di un congiunto di Banda non sia altro che una trovata di Hichilema in previsione delle prossime presidenziali che si svolgeranno nel 2026.

Visto l’interesse che il processo sta suscitando nel Paese – durante la prima udienza il tribunale era stracolmo –  la magistratura aveva autorizzato che le altre udienze fossero trasmesse in diretta TV. Ma poi ha fatto marcia indietro, forse perché il potente Consiglio delle Chiese dello Zambia aveva espresso parere contrario alla messa in onda dei dibattimenti in aula.

Africa ExPress
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Ladri di peni e di seni e caccia alle streghe: una maledizione africana senza fine

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