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Il Senegal lancia una sfida contro l’isolamento: nuovi collegamenti bus inter-regionali

  • Africa ExPress
    25 gennaio 2020

E’ partito giovedì mattina da Dakar alla volta di Banjul il primo pullman del nuovo servizio inter-africano, lanciato dalla società di trasporti pubblica del Senegal. La nuova linea si chiama Dem Dikk (andata e ritorno in lingua wolof).

Dem Dikk inaugura la nuova linea Dakar-Banjul

La data non è stata scelta a caso: solo un anno fa era stato inaugurato il nuovo ponte sul fiume Gambia che collega la regione di Casamance (nel Senegal meridionale) con il Gambia, piccolo Paese anglofono dell’Africa occidentale, un’enclave nel territorio della ex colonia francese. E questa importante infrastruttura è stata realizzata anche per far uscire Casamance dall’isolamento e per incentivare gli scambi commerciali.

I nuovi bus sono climatizzati e il viaggio dura più o meno 6 ore. Ogni viaggiatore può portare con se non più di 2 bagagli e il costo della tratta Dakar-Banjul è di 18 euro. Certo, più caro del tassì a sette posti, ma ben più confortevole e molto meno costoso dell’aereo.

Ora il Senegal punta molto su questo nuovo collegamento, il primo di molti altri che seguiranno. Lo ha detto Mamadou Silèye Anne, direttore del trasporto internazionale della società Dakar Dem Dikk. “Le prossime tappe previste sono la Guinea, il Mali, la Mauritania”, e ha aggiunto: “E’ una nuova sfida, volta per far uscire i Paesi dall’isolamento, partecipare alla libera circolazione negli Stati aderenti alla CEDEAO (Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale).

Il nuovo ponte che collega il Gambia con il Senegal

“Queste nuove linee sapranno soddisfare la necessità di mobilità inter-regionale, i popoli devono interagire e integrarsi e il trasporto è il mezzo più efficace per raggiungere tale scopo”, ha sottolineato Aubain Sagna, segretario generale del ministero dei Trasporti senegalese.

E’ anche una nuova sfida tra il trasporto pubblico e quello privato, che finora ha dominato la scena. Vedremo se saprà competere in futuro con mezzi moderni, sicuri e a basso costo.

Africa ExPress
@africexp

Nuovo ponte tra Gambia e Senegal passo importante per la pace in Casamance

 

Trionfo dell’Etiopia alla maratona di Dubai: atlete e atleti stracciano tutto il mondo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
24 gennaio 20120

Hip Hip hip urrà per l’Etiopia. Il sigillo di Salomone si è impresso ancora una volta sulla maratona di Dubai. Il tricolore verde giallo e rosso ha ammantato i primi 42km e 195 metri della stagione 2020 e ha offuscato le sfumature cromatiche del resto del mondo atletico africano e non solo. Un festival, uno show, un’alba dorata tutta etiopica.

La 21a edizione della Standard Chartered Dubai Marathon disputatasi alle 3 della notte di venerdì 24 gennaio, vede nell’ordine d’arrivo, dietro il vincitore, Olika Bikila Odugna, un ragazzo del ‘99, etiope, altri 18 suoi connazionali e un solo intruso, il keniano, Eric  Kiprono Kiptanui, 29 anni, classificatosi secondo.

Questo per la gara maschile.

Se passiamo a quella femminile, il risultato non cambia: al primo posto Worknesh Debele Degefa,  29 anni, etiope fragilissima (all’apparenza) , seguita da una pattuglia di 8 compatriote. L’unica presenza “spuria” quella di Risper Biyaki Gesabwa, messicana giunta 10 minuti dopo per occupare il 10 posto. Che poi la 31enne Risper proprio messicana non è: infatti, è nata in Kenya  e ha scelto di cambiare  nazionalità dopo aver conquistato la maratona di Città del Messico nel 2017.

Gli etiopi Olika Adugna Bikila, a destra, e Worknesh Degefa, i vincitori della maratona di Dubai 2020

Degefa l’anno scorso aveva trionfato a Boston, 3 anni fa era già arrivata prima nel Paese degli Emirati. Quest’anno, però, scrive Pet Butcher il sito ufficiale delll’Atletica, “è stata la star dello show di Dubai per la tenacia, perché ha disputato metà della gara con seri problemi fisici e ha segnato il tempo di 2 ore 19 minuti e 38 secondi”. Appena 2 minuti in più del suo record nazionale (2h17’41”):  non male per aver corso con il mal di schiena che la ha fatta cadere tra le braccia dei medici appena tagliato il traguardo. Più che meritati, quindi, i 100 mila dollari di premio.

Il suo successo, comunque, era stato messo in conto, così come lo strapotere degli etiopi. Eppure non tutto è andato  secondo le previsioni  nell’evento che ha segnato l’apertura della stagione mondiale della lunga distanza.

Diverse le sorprese che lasciano a bocca aperta.

Nella competizione maschile i primi 11 hanno sgambettato sotto le 2 ore e i 7 minuti. E avrebbero potuto far meglio se ci fossero stati meno caldo, meno umidità e meno vento.

Per capire come sono cambiati gli atleti: il tempo dell’11° classificato, Bershah Yerssie è stato di 2h06’39” e 20 anni fa sarebbe stato record del mondo. Oggi non gli ha consentito neppure di incassare un dollaro del milione di monte premi, distribuito fra i primi 10 (40 mila al secondo, 20 al terzo fino a 2500 al 10°)

Standard Chartered Dubai Marathon, 2020

La sorpresa maggiore è venuta proprio dal vincitore, Olika Adugna, all’esordio nella maratona, che ha intascato, pure lui, i 100 mila dollari di premio. Ha stupito sia per il tempo (2h06’15”) ma soprattutto per l’astuzia tattica degna di un veterano: ha battuto allo sprint tutti i grandi favoriti che ha lasciato illudere negli ultimi 500 metri. Come dire che è a Dubai è nata l’ennesima stella etiope. “Mi sono sentito molto bene e ho sempre creduto di poter vincere”, ha commentatoChe però, dovrà cominciare da subito – è il caso di dire – a guardarsi le spalle. Il secondo arrivato è, infatti, un altro esordiente di quasi 10 anni maggiore: quell’Eric Kiprono Kiptanui (allenato dall’italiano Renato Canova), che, a detta degli intenditori, potrebbe essere uno dei pochi in grado di porre fine allo strapotere etiopico nella maratona di Dubai. Un dominio incontrastato dal 2012!

Costantino Muscau
muskost@gmail.com

Si scrive Dubai, si legge Etiopia e si corre la maratona più ricca del mondo

 

Zimbabwe: miliardario paga lo stipendio a medici per porre fine allo sciopero

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 gennaio 2020

Strive Masiyiwa, miliardario e filantropo originario dello Zimbabwe, ma residente a Londra, è disposto a pagare gli stipendi ai giovani medici del suo Paese. I camici bianchi sono in sciopero da oltre 4 mesi, mettendo così in ginocchio il già precario sistema sanitario.

L’uomo d’affari, presidente e fondatore di Econet Wireless (società di telecomunicazioni, media e tecnologia) metterà a disposizione 6,25 milioni di dollari, che dovrebbero coprire i salari di 2000 medici per i prossimi 6 mesi.

Strive Masiyiwa, miliardario e filantropo originario dello Zimbabwe

Ognuno di loro riceverà 300 dollari. Attualmente lo stipendio mensile di un medico difficilmente supera i 100 dollari, metà di questi vengono assorbiti dagli elevati costi dei mezzi pubblici.

L’indennità mensile per i dottori sarà finanziata da Higherlife Foundation, fondazione appartenente al filantropo. Cosa succederà una volta trascorsi i sei mesi non è ancora chiaro, vista la catastrofica situazione economica della ex colonia britannica. L’ex granaio dell’Africa, flagellato da catastrofi naturali, inflazione, povertà, disoccupazione e sanzioni economiche rischia la più grave crisi alimentare della sua storia: il 50 per cento della popolazione è minacciata da insicurezza alimentare. Infatti, proprio per far fronte alla siccità, la Commissione Europea ha stanziato un fondo di 22,3 milioni di euro a 5 Paesi dell’Africa meridionale, tra questi anche lo Zimbabwe, che potrà usufruire di 16,8 milioni.

Intanto l’Associazione dei medici ospedalieri dello Zimbabwe (ZHDA) ha accettato l’offerta Masiyiwa, tuttavia i dottori del servizio pubblico sono preoccupati per il futuro e auspicano che si possa trovare una soluzione a lungo termine.

Sciopero dei medici ospedaliero nello Zimbabwe

Masimba Ndoro, vice presidente di ZHDA, ha inoltre fatto notare che ci sono molti altri problemi da risolvere: negli ospedali mancano non solo i medicinali, ma anche guanti, disinfettanti, garze e altri utensili sanitari basilari, che devono essere acquistati dai familiari dei pazienti nelle farmacie. Ndoro ha infine aggiunto: “Buona parte della popolazione fa davvero fatica a mettere in tavola un pasto al giorno e ci piange il cuore dover chiedere ai congiunti di procurare medicinali e quant’altro per i malati. Nei nostri nosocomi manca tutto ormai”.

E proprio in questi giorni è stato lanciato un nuovo allarme dal governo: le riserve di grano stanno per terminare. Lo ha fatto sapere il ministro dell’agricoltura, Perrance Shiri, precisando che sono rimasti solamente 100.000 tonnellate nelle riserve strategiche statali e i prezzi d’importazione sono alle stelle.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes

Dono dell’Europa: 23 milioni di euro per aiuti umanitari in Africa meridionale

Zimbabwe: sanità allo sbando, licenziati in tronco oltre quindicimila infermieri

Zimbabwe, salari svalutati oltre il 90 per cento: medici e 230mila statali in sciopero

Corruzione in Namibia per 11 milioni di euro: coinvolti due ex ministri

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sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 23 gennaio 2020

“Tutto il mondo è paese”, dice il proverbio, e, in ogni luogo del mondo, quando girano tanti soldi la corruzione è sempre dietro l’angolo. Questa volta ne ha fatto le spese la multinazionale ittica islandese Samherji, accusata di corruzione in Namibia ed evasione fiscale.

Lo scandalo è venuto a galla da documenti Wikileaks attraverso un’indagine di giornalismo investigativo islandese di Kveikur, in collaborazione con Stundin e Al Jazeera Investigations. Una serie di servizi trasmessi da RUV, la maggiore emittente televisiva islandese, hanno scosso come un terremoto la tranquilla Islanda. L’onda d’urto è arrivata, come uno tsunami fino in Namibia, uno dei meno popolati, pacifici e poveri Stati africani.

Bernhard_corruzione
Bernhard Esau, ex ministro della Pesca della Namibia sospettato di corruzione

Nella corruzione, secondo Al Jazeera, sono coinvolti politici ad altissimo livello. Tra questi gli ex ministri della Pesca, Bernhard Esau e della Giustizia Sacky Shangala. E poi funzionari d’alto rango del Paese africano con i personaggi ad essi collegati. Le cifre che riguardano la corruzione si avvicinano all’equivalente di 11mln di euro. Quelle dell’evasione fiscale per svariate decine di milioni di euro.

Il protagonista della vicenda, a sua insaputa, è lo sgombro, saporito e nutriente pesce azzurro del quale è ricchissimo l’oceano Atlantico che bagna Namibia e Angola. La Samherji, negli ultimi anni con la pesca dello sgombro al largo della Namibia, ha realizzato notevoli profitti in Africa. E, tra il 1990 e il 2011 ha investito circa 15mln di euro in aiuti allo sviluppo del Paese africano. La maggior parte di questo denaro è andato a sostegno del settore della pesca locale.

Corruzione in Namibia. Un peschereccio della Samherji
Corruzione in Namibia. Un peschereccio della Samherji

Terminato il programma di aiuti, Samherji nonostante le restrizioni agli investimenti esteri, ha cercato di garantirsi l’accesso alle quote di pesca nel Paese africano. A questo punto sono spuntate le tangenti denunciate da Johannes Stefansson, ex dipendente che ha accusato Samherji corruzione. “Stavano rubando le risorse di un Paese africano a proprio vantaggio senza lasciare niente.” – ha dichiarato Stefansson ad Al Jazeera. Ha anche scoperchiato la pentola dell’evasione fiscale che sarebbe attorno al 67mln di euro in paradisi fiscali offshore.

“Il fine giustifica le mazzette”, aveva detto la Samherji,  secondo Stefansson. Ora si è affidata a uno studio legale internazionale con sede in Norvegia. E nella sua pagina web, Eirikur S. Jahannsson, presidente del consiglio di amministrazione, scrive: “In Samherji ci impegniamo a fare affari onesti. Ci adopereremo sempre in conformità con le leggi e i regolamenti applicabili”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Siccità in Namibia, stato di emergenza. Colpite 500mila persone

Siccità in Namibia, stato di emergenza. Colpite 500mila persone

I leoni della Namibia dal deserto al mare: ora cacciano foche

“Colpiscilo in mezzo agli occhi”: cacciatori in Namibia abbattono elefante e il branco carica

Segreti, depistaggi e fake news: quattro anni senza Giulio Regeni

Speciale per Africa ExPress
Elisabetta Crisponi
25 gennaio 2020

Sono passati quattro anni dalla scomparsa in Egitto del ricercatore italiano Giulio Regeni. Il 25 gennaio 2016, nel giorno dell’anniversario dell’inizio delle proteste del 2011 (che hanno portato alla fine della trentennale dittatura di Mubarak) il ventottenne italiano, dottorando all’Università di Cambridge, esce dalla sua casa al Cairo per andare ad una festa di compleanno dove non arriverà mai.

Il suo corpo, seminudo e con segni di tortura, viene ritrovato il 3 febbraio lungo la superstrada che collega il Cairo con Giza. Da quel momento la Procura del Cairo e quella di Roma hanno avviato inchieste parallele. È stato ipotizzato un incidente, un omicidio passionale, persino lo spaccio di droga. Fino ad arrivare all’uccisione, da parte della polizia egiziana, di cinque presunti responsabili. A casa di uno di loro venne ritrovato il passaporto di Giulio, in realtà portato lì da un agente dei servizi segreti egiziani.

Giulio Regeni

Ad oggi, per i Pm italiani, Giulio è stato torturato e ucciso perché ritenuto una spia. La vera collaborazione tra i due Paesi, in realtà, non c’è mai stata. Agli italiani è stato concesso di interrogare alcuni testimoni solo per pochi minuti, i filmati delle telecamere nella stazione della metro, dove lo studente è scomparso, sono stati cancellati. I rapporti diplomatici tra l’Italia e l’Egitto si sono incrinati: l’8 aprile 2016 è stato richiamato a Roma l’ambasciatore italiano dal Cairo, per poi essere rinominato il 15 agosto 2017, tra le polemiche.

C’è stato anche chi ha gridato al complotto, vedendo la vicenda un’occasione per far interrompere le relazioni tra l’ENI e l’Egitto. Presto la crisi diplomatica ha iniziato a puzzare di petrolio. In questo momento le relazioni tra i due Paesi persistono, ma il 26 gennaio 2019, il presidente della Camera Roberto Fico ha accusato il presidente egiziano di aver mentito sull’omicidio.

Ad aprile 2019 il premier Giuseppe Conte ha incontrato al-Sisi e lo scorso dicembre ha ribadito, con una chiamata al presidente egiziano, l’urgenza di collaborazione per risolvere il caso.

Giulio era soprattutto un ragazzo che amava ciò che faceva. Aveva frequentato il liceo a Trieste per poi partire all’estero. Una borsa di studio l’aveva portato in un liceo del New Mexico, negli Stati Uniti. Era poi tornato in Europa. Si era laureato a Oxford, e poi iscritto a Cambridge, per il Dottorato di Ricerca, motivo del suo trasferimento al Cairo.

Giuseppe Conte, presidente del Consiglio dei ministri italiano e Abdel Fattah al-Sisi , presidente dell’Egitto

Sapeva parlare cinque lingue e ogni tanto scriveva per alcune testate giornalistiche sotto pseudonimo. Aveva vinto due premi, nel 2012 e nel 2013, al concorso internazionale ”Europa e giovani”, promosso dall’Istituto regionale per gli studi europei per ricerche e approfondimenti sul Medio Oriente.

In Egitto aveva fatto amicizia con scrittori e artisti, passava le giornate a intervistare gli ambulanti, frequentando i loro ambienti. A dicembre 2015 partecipò ad una riunione di attivisti del sindacato, notando una ragazza velata che lo fotografava col cellulare, fatto che lo aveva turbato. Col passare del tempo, il rapporto con il capo del sindacato degli ambulanti Mohammed Abdallah, si era rovinato. All’inizio di gennaio del 2016, avevano discusso per una borsa di studio di 10 mila sterline (11 mila euro), offerta da un’organizzazione no-profit britannica, la “Antipode foundation”. Abdallah chiese a Regeni se quella cifra poteva essere usata per progetti d’attivismo politico, o per poter curare sua moglie, cosa che gli venne negata dal giovane ricercatore.

Di questa conversazione, registrata dal sindacalista all’insaputa di Giulio, si può rintracciare il video su YouTube:

https://www.youtube.com/watch?v=bwo61fQDcYw).

Dalla presa di potere di al-Sisi, nel 2014, 80 mila egiziani sono stati arrestati e torturati, molti di questi condannati a morte. Intanto, alle accuse dei Paesi occidentali e degli enti per i diritti umani, il governo egiziano risponde ribadendo la sua determinazione nel combattere ciò che reputa terrorismo.

Mentre il bianco candido del tricolore egiziano sbiadisce sempre più tra il nero dell’oscurità e il rosso del sangue, chiediamo ad un altro tricolore, quello italiano, di esigere verità sulla morte di questo ragazzo, figlio della sua terra e amante del mondo.

Elisabetta Crisponi
elicrisponi@hotmail.it

Sequestro Silvia Romano: ora c’è un altro ricercato

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La realizzazione di questo articolo è stata possibile grazie al finanziamento
ricevuto da tanti lettori dopo il lancio della campagna di crowdfunding. Ringraziamo
chi ci sta dando una mano per reperire i mezzi necessari a continuare
le inchieste giornalistiche. Vogliamo scoprire la verità. E ci riusciremo grazie a voi.
Africa ExPress
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Inviato Speciale per Africa ExPress e per Il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
Malindi, 20 gennaio 2020

Sfilata di testimoni ieri al processo contro i presunti rapitori di Silvia Romano, la giovane italiana sequestrata il 20 novembre 2019 a Chakama, villaggio a un’ottantina di chilometri nell’entroterra di Malindi. Nessun europeo tra il pubblico: i diplomatici non ci sono visti e neppure i giornalisti. L’ordine della Farnesina in questi mesi infatti è stato chiaro: “Abbandonare Silvia”.

Silvia Costanza Romano insieme ai bambini di Chakama

Le domande del giudice, Julie Oseko, e della procuratrice, Alice Mathangani, hanno riguardato due aspetti: dov’è finito l’accusato numero uno, Ibrahim Adhan Omar, che dopo aver pagato la cauzione non si è fatto più vedere, sparendo nel nulla? E poi: come ha fatto il poverissimo sarto Juma Suleiman residente a Kwale, un villaggio vicino Mombasa, a pagare, depositando in tribunale titoli di proprietà per 26 mila dollari, quella cauzione?

Il sarto Juma Suleiman che ha pagato la cauzione a Ibrahim Adhan Omar

Nessuno ha saputo risponder alla prima domanda, ma è stato individuato un cognato di Ibrahim, certo Mohammed Omar Ali, che dovrebbe sapere dove si trova il congiunto ricercato. E’ stato dato incarico alla polizia di trovare Mohamed per interrogarlo. Se il latitante non si dovesse recuperare entro il 9 marzo, la Corte procederà senza indugio. Per l’11 e il 12 marzo sono previste altre due udienze a Chakama: la giudice vuole interrogare altri 17 testimoni che non possono permettersi di raggiungere il tribunale di Malindi. Dovrebbe così finire il processo e si dovrebbe andare a sentenza. Poiché Ibrahim è sparito dal 20 novembre scorso, qualcuno degli avvocati ha avanzato l’ipotesi che sia stato ammazzato per tappargli al bocca.

Alla seconda domanda il sarto Juma Suleiman, che dichiara di guadagnare l’equivalente di 100 dollari al mese, ha risposto sicuro che ha pagato quei 26 mila dollari per tirar fuori Ibrahim giacchè il latitante è un suo amico – lo conosce da 26 anni – e senza esitazione ha versato la cauzione.

Quella di ieri è stata l’ultima udienza cui ha partecipato la procuratrice Alice Mathangani. Dal 3 febbraio è stata trasferita a Nairobi e quindi lascerà il posto a un suo collega che non è stato ancora nominato. Mathangani nelle udienze dei mesi scorsi era apparsa piuttosto combattiva e si era opposta, assieme all’ispettore di polizia che coordina le indagini, Peter Murithi, alla richiesta della difesa di concedere la cauzione agli imputati. Li aveva giudicati troppo pericolosi e con il rischio di una fuga che poi si è puntualmente verificata. La giudice Oseko aveva invece deciso diversamente.

Ibrahim è l’unico somalo dei tre accusati: gli altri due, Moses Luari Chende e Abdulla Gababa Wario, sono kenioti, anche se di etnia somala. Al momento dell’arresto, nei pressi di Garissa, città colpita da attacchi islamisti, Ibrahim è stato trovato in possesso di armi e le indagini  hanno dimostrato che ha ottenuto la carta di identità keniota corrompendo i membri della commissione governativa incaricata di pronunciarsi sulle richieste di documenti.

Subito dopo l’udienza una chiacchierata con gli inquirenti ha permesso di approfondire alcuni punti. La procuratrice Alice Mathagani ritiene che Silvia sia ancora viva altrimenti se fosse stata uccisa la notizia si sarebbe diffusa. Tenerla segreta – sostiene – sarebbe stato impossibile. Non sa o non vuole spiegare cosa sia successo qualche giorno dopo il rapimento della volontaria, quando i ranger guardia parco, avevano individuato il bivacco dove si erano accampati rapitori e rapita. Avevano però ricevuto l‘ordine di non muoversi e di aspettare i rinforzi. Ma all’arrivo degli aiuti i malviventi erano già scappati.

Aula udienze Corte Malindi

Alla polizia invece rivelano che c’è un altro ricercato quello che sarebbe stato l’organizzatore del ratto: Saidi Adhen. “E’ lui che sa ogni cosa, soprattutto i reali motivi del rapimento, ancora sconosciuti”.

Massimo Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
@malberizzi

Rimandato processo ai rapitori di Silvia: emergono quarto uomo, errori, omissioni

Dono dell’Europa: 23 milioni di euro per aiuti umanitari in Africa meridionale

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 21 gennaio 2020

La Commissione Europea ha deciso di stanziare 22,8mln di euro per aiuti umanitari causati dalla siccità in Africa meridionale. I Paesi del continente ai quali andranno i fondi per aiutare le popolazioni sono cinque: Eswatini (ex Swaziland), Lesotho, Madagascar, Zambia e Zimbabwe.

Siccità, l'EU ha stanziato fondi per aiuti umanitari in Africa meridionale
Siccità, l’EU ha stanziato fondi per aiuti umanitari in Africa meridionale

La maggioranza del finanziamento per un totale di 16,8mln è destinato allo Zimbabwe. Servirà a rafforzare l’assistenza alimentare e nutrizionale, a migliorare l’accesso ai servizi sanitari di base e all’acqua pulita oltre che a proteggere le persone vulnerabili.

Alla siccità dell’ex colonia britannica si aggiunge un tracollo economico, che ha collocato il Paese tra i quattro al mondo che soffrono maggiormente di carenza di cibo. Lo Zimbabwe sta affrontando una delle peggiori crisi alimentari del mondo. Una situazione che ha portato metà della popolazione (7,7mln di di abitanti), alla fame. In alcune aree del Paese le temperature hanno superato i 50°C portando alla morte, per fame e sete, anche la fauna selvatica.

Anche lo Zambia, per la prima volta da molti anni, sta vivendo una pesantissima crisi. Secondo maggior fornitore di grano nella regione, sta affrontando un deficit di produzione di cereali e il suo più alto numero di persone a rischio di carenza di cibo. I restanti 6mln di euro verranno utilizzati per per finanziare l’assistenza alimentare e nutrizionale, oltre che in Zambia, in Eswatini, Madagascar e Lesotho. Secondo l’UE, ci sono 12 milioni di persone a rischio fame.

Mappa dei Paesi africani colpiti dalla siccità. Quelli più scuri hanno maggiore bisogno di aiuti umanitari (Courtesy UE)
Mappa dei Paesi africani colpiti dalla siccità. Quelli più scuri hanno maggiore bisogno di aiuti umanitari (Courtesy UE)

“Molte famiglie povere hanno difficoltà ad avere cibo sufficiente a causa dei raccolti scarsi” – ha dichiarato Janez Lenarčič, commissario per la Gestione delle crisi. “Queste famiglie hanno accesso ridotto all’acqua e, in alcuni casi, non possono acquistare cibo per il costo eccessivo dei prodotti alimentari sui mercati. Gli aiuti umanitari dell’UE contribuiranno a fornire generi alimentari ai più bisognosi e a far fronte alla crisi alimentare nelle comunità rurali fragili”.

Il finanziamento della Commissione europea giunge in un momento in cui vaste regioni dell’Africa meridionale stanno affrontando la siccità più grave dal 1983. Da gennaio 2019 l’Unione Europea sta sostenendo azioni umanitarie nella regione con finanziamenti per 67,8mln di euro.

Attraverso questi finanziamenti umanitari, l’UE dà la priorità alla fornitura di aiuti rapidi come sovvenzioni per l’emergenza a persone vulnerabili colpite da catastrofi improvvise. Ciò evita di dover vendere i loro beni quando il cibo finisce, solo per ritrovarsi ancora meno in grado di affrontare il prossimo disastro.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com
Twitter: @sand_pin

Emergenza siccità in Africa australe: morti 300 elefanti, 600 saranno trasferiti

Zimbabwe: l’ex granaio dell’Africa sprofonda in una grave crisi alimentare

Zimbabwe, salari svalutati oltre il 90 per cento: medici e 230mila statali in sciopero

Cambiamento climatico: in Africa a rischio gli ortaggi per l’aumento di insetti dannosi

Angola, Isabel Dos Santos sulle orme del padre: congelati i beni mira alla presidenza

Speciale per Africa ExPress e per il Fatto Quotidiano
Massimo A. Alberizzi
Nairobi, 19 gennaio 2019

L’Angola intensifica la sua battaglia contro Isabel Dos Santos, la figlia di José Edoardo Dos Santos, il presidente che ha guidato il Paese per 38 anni, arricchendosi, lui e la sua famiglia, a dismisura. Una Corte di Luanda, la capitale dell’ex colonia portoghese, ha ordinato il congelamento dei beni dell’ex first daughter. Isabel Dos Santos è considerate una delle donne più ricche del mondo. Secondo la rivista specializzata Forbes, la sua fortuna personale è stimata in più di 2 miliardi di dollari

Da quando nel 2017 il padre ha lasciato lo scranno più alto del Paese al successore, Joao Lourenço, per lei, considerata intoccabile e superiore a ogni legge, è cominciata una irrefrenabile discesa. Il nuovo corso ha voluto allontanare dai posti di potere tutti i membri dell’ex prima famiglia, accusata di aver sottratto allo stato denaro e beni per alcuni miliardi di dollari. Dapprima è stata allontanata dalla presidenza della Sonangol, la compagnia petrolifera di Stato che lei gestiva – secondo le accuse – con una certa allegria, poi pian piano da ogni posizione rilevante. Lourenço è stato molto abile a farle terra bruciata attorno; e così lei è stata abbandonata da quelli che l’ossequiavano e l’adulavano giusto per raccogliere le briciole del suo potere.

All’ordine della Corte di congelare i suoi beni, Isabel ha reagito negando le accuse di irregolarità finanziarie e definito la decisione dei giudici “strumentale e politicamente motivata”.

“E’ una caccia alle streghe – ha continuato in un’intervista alla Reuters – architettata per indebolire l’influenza di mio padre e distrarre la gente dai fallimenti economici. Io dovrei partecipare a questa buffonata come capro espiatorio”. Le accuse contro di lei sono assai circostanziate. Partecipazioni in società a maggioranza statali, come il 25 per cento nella gigantesca compagnia telefonica Unitel, nel Banco de Fomento Angola e in altre compagnie minori, compresa la catena di supermercati Cantado, un cinema e un centro commerciale. Ma i suoi affari si estendono fuori dall’Angola: in Portogalllo, a Capo Verde in Sudafrica e spaziando dalle banche, alle telecomunicazioni (dove possiede partecipazioni rilevati) in un crescendo di attività minori.

La parlamentare europea lusitana, Ana Gomes – che ha svolto complesse indagini sul crimine organizzato, l’accusa di riciclaggio di denaro attraverso le sue banche – ha lanciato parecchi twitt di denuncia. Isabel ha reagito querelandola ma proprio ieri una corte di Lisbona ha dato ragione alla Gomes: “La libertà di espressione e di informazione – c’è scritto nella sentenza – ha la precedenza sui diritti della persona di salvaguardare la propria reputazione e il proprio buon nome”

Lei ha sempre attribuito la sua ricchezza al duro lavoro, agli investimenti intelligenti e alla saggezza negli affari, ma i suoi critici le hanno risposto sostenendo che niente di tutto ciò sarebbe stato possibile se il padre non avesse permesso al Paese di piombare nel buco tetro della corruzione, di cui la sua famiglia si è spudoratamente avvantaggiata.
I dirigenti attribuiscono le decisioni dei giudici di congelare i suoi beni proprio alla campagna contro la corruzione lanciata dal governo. Ma qualcuno sostiene che l’onda moralizzatrice sia diretta in particolare contro la famiglia del vecchio capo per bloccare la sua influenza. Comunque la mannaia dell’attuale gruppo dirigente non ha colpito soltanto la figlia dell’ex capo dello Stato ma anche suo fratellastro José Filomeno Dos Santos, ex presidente del Fundo Soberano de Angola, una sorta di INPS locale, sotto processo con l’accusa di riciclaggio di denaro, e corruzione, per aver trasferito 500 milioni di dollari dalle casse dell’istituto al suo conto in banca personale. Per altro la sua sorellastra Welwitschia Dos Santos deputato, è stata sospesa dal parlamento per arricchimento illecito.

In Angola sono poche le famiglie ricche, anzi ricchissime, tutte legate all’ex presidente Edoardo Dos Santos. Il resto della popolazione vive nelle baraccopoli sotto la soglia di povertà

Ma la “Principessa”, così era chiamata quando in Angola era potentissima e intoccabile è di gran lunga la più ricca della famiglia. Ha comunque un background di tutto rispetto: nata a Baku (ex Unione Sovietica e ora capitale dell’Azerbaigian, dove il padre guerrigliero comunista era finito in esilio) da madre azera, ha studiato alla prestigiosa All-Girls Boarding School di Londra e poi ingegneria elettronica al King’s College, dove ha incontrato il suo futuro marito, Sindika Dokolo, madre danese e padre ricco uomo d’affari della Repubblica Democratica del Congo (altro Paese super corrotto come l’Angola), divenuto poi businessman collezionista d’arte.

Secondo un giornale ugandese che gli fece una lunga intervista qualche mese fa la “Principessa” avrebbe intenzione di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2022. Gli attacchi del governo erano già cominciati, ma non in maniera così intensa. All’inizio di gennaio dopo la notizia del congelamento dei suoi beni dal suo sontuoso rifugio di Londra ha smentito alla BBC, confessando: “Ora non posso neppure tornare in Angola. Ho paura per la mia incolumità”.

Massimo A. Alberizzi
massimo.alberizzi@gmail.com
twitter @malberizzi

João Lourenço, il nuovo presidente dell’Angola, silura Isabel dos Santos

“Basta posti di comando ai figli”: pugno di ferro contro la corruzione in Angola

“Basta posti di comando ai figli”: pugno di ferro contro la corruzione in Angola

 

 

 

L’ex dittatore Yahya Jammeh vuol tornare in Gambia: e in tanti lo sostengono

Africa ExPress
19 gennaio 2029

Yahya Jammeh, il feroce ex dittatore gambiano non si arrende. Vuole ritornare a casa e sfidare Barrow.

Migliaia di persone hanno sfilato giovedì scorso a Banjul, la capitale del Gambia, a sostegno dell’ex despota che si trova in esilio “volontario” in Guinea Equatoriale dall’inizio del 2017, dopo aver perso le elezioni presidenziali contro Adama Barrow. Prima della partenza ha svuotato completamente le casse dello Stato, lasciando il Paese sul lastrico.

Jammeh ha diretto con mano ferrea per oltre 22 anni il piccolo Paese anglofono dell’Africa occidentale, un’enclave nel territorio del Senegal. Avevava “conquistato” il potere con un colpo di Stato nel 1994, poi era stato rieletto una prima volta nel 1996 grazie a “libere e democratiche elezioni”, chiaramente truccate.

Yahya Jammeh, ex dittatore del Gambia

Lui e il suo regime sono accusati dei più efferati crimini: sparizioni forzate, arresti extragiudiziari, morti sospette, accanimento contro i media e i difensori dei diritti dell’uomo, violazione dei diritti fondamentali dell’uomo, per non parlare del suo odio atavico verso gay e lesbiche.

Solo qualche giorno fa Jammeh aveva chiesto aiuto al suo partito, Alliance for Patriotic Re-orientation and Construction Party. “Chiederemo all’ONU, all’Unione Africana, alla Comunità Economica dell’Africa  dell’Ovest (ECOWAS) –  ha spiegato Ousman Rambo Jatta, un dirigente del raggruppamento politico – affinchè mantengano gli impegni. Nel 2017 le organizzazioni internazionali avevano inserito nell’accordo una clausola che garantisse a Jemmeh di poter far ritorno nel Paese qualora lo desiderasse. Il trattato era stato stipulato perseverare l’impasse che era venuto a crearsi dopo la vittoria di Barrow e il dittatore si rifiutava di accettare la propria disfatta.

Il portavoce del governo, Ebrima Sankareh, sostiene di non sapere nulla di questo documento: “Barrow non ha mai firmato un tale accordo – ha chiarito -. Se Jammeh dovesse tornare senza autorizzazione, non possiamo garantire la sua incolumità e sicurezza”.

Jatta ha replicato che Jammeh ha il sacro santo diritto di vivere in pace nel suo Paese, minacciando un suo arresto potrebbe sfociare in un bagno di sangue. Finora Jatta non ha fatto sapere quando si prevede il ritorno del dittatore.

E giovedì scorso i suoi sostenitori hanno consegnato alla Commissione africana dei diritti umani e dei popoli  una petizione dall’ APRC indirzzata all’UA.

“Il partito ha bisogno del suo leader”, ha dichiarato la ventiseienne Ismaila Colley, descrivendolo come un “uomo di pace”. Forse ha dimenticato che da oltre un anno la Commissione Verità e Riconciliazione sta raccogliendo testimonianze terrificanti di vittime delle atrocità commesse dal tiranno a dal suo entourage.

Adama Barrow, presidente del Gambia

“Jammeh deve tornare, i tempi sono duri sotto l’attuale governo. Il vecchio presidente deve riprendere le redini del Paese”, ha detto un commerciante ventitreenne durante la manifestazione.

I gambiani si fanno sentire in queste ultime settimane. Migliaia di sostenitori di Barrow hanno sfilato domenica scorsa per le vie della capitale, hanno voluto manifestare la loro approvazione alla decisione del presidente di restare in carica 5 anni e non solo 3, come aveva promesso all’inizio del suo mandato.

Un altro gruppo, contrario alla permanenza del presidente per altri 2 anni, avrebbe voluto protestare durante questo fine settimana, ma l’autorizzazione è stata negata. Per contro è stata autorizzata quella pro Jammeh giovedì scorso.

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Lesotho: pronto a dimettersi il premier accusato dell’omicidio della moglie

Africa ExPress
17 gennaio 2020

Il primo ministro del Lesotho, Thomas Thabane, alla fine ha ceduto alle pressioni e è pronto a dimettersi. Persino il suo partito, All Basotho Convention (ABC), ha chiesto la sua testa perché avrebbe ostacolato le investigazioni sulla morte della sua ex moglie, Lipolelo, 58 anni, uccisa a colpi di pistola alla periferia della capitale Maseru, nel giugno 2017. Il fatto è accaduto due giorni prima che l’ex marito prestasse giuramento come primo ministro.

L’omicidio della ex moglie di Thabane è tornato alla ribalta in queste settimane, grazie a una lettera di Holomo Molibeli, commissario di polizia del piccolo regno, un’enclave del Sudafrica. Il 23 dicembre scorso ha scritto al primo ministro accusandolo di aver ostacolato le indagini ma di essere addirittura implicato nella morte della moglie. Nel suo messaggio Molibeli ha sollecitato la sospensione del capo del governo. Il portavoce di Thebane, Relebohile Moyeye, ha fatto sapere che il primo ministro non ha mai ricevuto la missiva e dunque non ha potuto rispondere alle accuse.

Thomas Thabane con la moglie Maesaiah

L’ottantenne Thabane dopo soli due mesi dall’uccisone di Lipolelo – con cui era in lite per la causa di divorzio, in particolare sul ruolo di first lady – ha sposato la giovane Maesaiah, su cui pende un mandato d’arresto perché ha disubbidito all’ordine di presentarsi al commissariato d polizia. Finora la nuova consorte non è ancora accusata di omicidio, comunque risulta irreperibile.

Lipolelo Thabane, ex moglie del primo ministro, uccisa nel 2017

Il coraggioso commissario di polizia ha mostrato alla Corte alcuni documenti secondo cui il primo ministro ha cercato di rimuoverlo dal suo incarico.

Il primo governo di Thabane è stato rovesciato nel 2014 con un colpo di Stato. Allora lui si era rifugiato nel vicino Sudafrica, perché temeva per la sua incolumità. Nel 2017 si è candidato nuovamente e ha vinto. Il suo partito aveva portato a casa quarantotto seggi sugli ottanta da aggiudicare. Il suo avversario, Mosisli, ne aveva guadagnati trenta.

La piccola enclave è una monarchia parlamentare, il cui sovrano è Letsie III. Nell’Assemblea Nazionale vi sono membri elettivi di partiti riconosciuti dallo Stato, ma vi risiedono anche alti gradi militari, capi tribali e rappresentanti delle minoranze etniche.

Il Lesotho è tra i Paesi più poveri dell’Africa. Metà della popolazione su 2.125.000 abitanti vive in povertà, a causa dell’elevato tasso di disoccupazione e un’economia totalmente dipendente dal Sudafrica. Inoltre il 22,7 per cento degli adulti è affetta da infezione da HIV / AIDS.

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Lesotho: vince di misura il partito d’opposizione che guadagna 48 seggi su 80