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Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Afghanistan in lotta: le scuse dell’ex presidente Ashraf Ghani

Speciale Per Africa ExPress
Tahmina Arian*
9 settembre 2021

Le scuse dell’ex presidente Mohammad Ashraf Ghani alla nazione afghana.

Ashraf Ghani, che inaspettatamente ha lasciato la sua nazione il 15 agosto con l’arrivo dei talebani a Kabul, si è espresso attraverso uno statement basato sulle accuse che gli sono state rivolte. Era stato accusato di aver portato con sé milioni di dollari che appartenevano al popolo afghano. Per difendere la sua posizione, ha negato questa accusa invitando auditor ufficiali o investigatori finanziari per dimostrare che chi che dice è vero.

Mohammad Ashraf Ghani, ex presidente dell’Afghanistan

La nazione afghana, che conosce ed consapevole della propria storia, solleva interrogativi e ripensa ad alcuni degli accordi firmati dai re passati nella storia dell’Afghanistan, come gli accordi di Lahor, Gandomak, Durand e Rawalpindi. La nazione, che sta soffrendo immensamente, adesso è molto più preoccupata per l’accordo del Qatar (ndr accordi di Doha).

Dopo gli accordi di Doha

I talebani sono entrati gradualmente a Kabul/Afghanistan.

Recentemente i talebani hanno annunciato il gabinetto del loro governo solo uomini, solo un’etnia. senza donne e giovani. Questo gabinetto non include nessuno ed è formato solo da talebani: comprende un primo ministro nella lista dei terroristi delle Nazioni Unite, un ministro degli interni ricercato dall’FBI, un ministro dell’informazione rilasciato da Guantanamo. Questi sono i leader  governeranno 30 milioni di afgani.

Il popolo afghano ora sta mettendo in discussione il ruolo delle Nazioni Unite, specialmente degli Stati Uniti, che hanno praticato una politica ingiusta con il rischio di uccidere milioni di civili, comprese le proprie forze armate.

9 settembre 2021

La “settimana del martire”: oggi è l’anniversario della morte del leader Ahmad Shah Massoud (1953-2001)

Al primo leader della resistenza afghana, Ahmad Shah Massoud, noto anche come eroe nazionale o leone del Panjshir, è stata ripetutamente offerta una posizione di potere dai talebani che cercavano in questo modo di impedire la sua resistenza, ma il leader ha sempre rifiutato perché voleva che l’Afghanistan fosse un Paese democratico sicuro, dove ci fosse protezione, dove tutte le etnie potessero governare insieme condividendo il potere.

Ahmad Shah Massoud era contrario all’idea di “Emirato dell’Afghanistan”. E’ stato assassinato in un attentato suicida nel distretto di Khajwa Bahawuddin a Takhar da due membri di Al-Qaeda nel settembre 2001.

L’anniversario della morte di Massoud è celebrato ogni anno in Afghanistan, oggi il 9 settembre.

Tahmina Arian
*Autrice del libro “Burka: Not My Identity”
© RIPRODUZIONE RISERVATA
(traduzione di Sara Mauri)

Afghanistan timetable: Ashraf Ghani, Qatar agreement, Shah Massoud’s anniversary

Special for Africa ExPress
Tahmina Arian*
9th September 2021

The Former president Mohammad Ashraf Ghani’s apology to the Afghan nation.

Ashraf Ghani who unexpectedly left his nation in August 15th by the arrival of Taliban in Kabul, had shown up himself with a statement of explanation based on the allegations which was addressing him. He was accused of taking millions of dollars out which were belonging to the Afghan people.

Mohammad Ashraf Ghani, former president of Afghanistan

To defend his position, he denied this accusation by calling upon official audit or financial investigators to prove the veracity of his statement.

The Afghan nation who are more aware of their history rises questions by flashing back on some of the signed agreements by the past kings in the history of Afghanistan such as the agreements of Lahor, Gandomak, Durand, and Rawalpendi. The nation who are immensely suffering are now more afraid of the Qatar agreement.

After Qatar agreement

Taliban gradually entered in Kabul/Afghanistan.

Recently, announced their official cabinet based on a specific gender, rase and ethnicity by excluding women and youths. This inclusive cabinet of Taliban are such as a prime minister on the UN terror list, an interior minister wanted by the FBI, an information minister released from Guantanamo Bay.

These are the men who will be leading 30 million Afghans.

The people of Afghanistan now question the united nations specially the United States for the injustice not only on them but on their own army forces by playing unfair politics at the risk of killing millions of civilians including their own army forces.

9th Sep 2021

The martyr’s week, and the leader Ahmad Shah Massoud’s death anniversary (1953-2001).

The first Afghan resistance leader, Ahmad Shah Massoud, who is also known as national hero or lion of Panjshir, was repeatedly offered a position of power by the Taliban to make his resistance stopped but the leader declined as he wanted Afghanistan to be a democratic country with safety and security where all the ethnicities lead together with share power and he was against the idea of “The Emirate of Afghanistan.”

Ahmad Shah Massoud was assassinated in a suicide bombing in Khajwa Bahawuddin district in Takhar by two members of Al Qaeda in September 2001. The anniversary of Massoud’s death is marked annually on 9 September in Afghanistan.

Tahmina Arian
*Author of the book “Burka: Not My Identity”
© RIPRODUZIONE RISERVATA ©COPYRIGHT

Etiopia: l’orrore continua, altri cadaveri con segni di tortura nel fiume

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
9 settembre 2021

La nebbia avvolge i corpi mutilati senza vita, in lontananza si vede solo qualche arto che emerge dal fiume Gash-Setit, che in Etiopia prende il nome di Tekeze. Un settore del corso d’acqua segna il confine naturale più occidentale tra Eritrea e Etiopia, mentre in un altro punto quello tra Etiopia e Sudan.

Piano piano, la corrente porta i cadaveri verso l’argine, dove i testimoni assistono a scene che vanno oltre l’orrore: corpi di uomini, donne, adolescenti, bambini.

Alcuni cadaveri portano persino segni di tortura, altri hanno le braccia legate dietro la schiena. Uno scenario agghiacciante, riportato dalla CNN nel suo reportage del 5 settembre scorso. Sono tutte persone originarie del Tigray, la regione nel nord dell’Etiopia, dove dal 4 novembre scorso si consuma un sanguinario conflitto.

Altri morti nel fiume al confine tra Etiopia e Sudan

In questi ultimi giorni sono stati ripescati 14 corpi, probabilmente provenienti da Humera, che si trova in una posizione strategica – Etiopia da un lato e il Sudan dall’altro – e testimoni oculari hanno riferito alla CNN che sembra di vivere in un film dell’orrore. Humera si è trasformata in un luogo di morte, dove le persone vengono detenute per chissà quanto tempo in condizioni disumane e per non parlare di esecuzioni di massa al confine. Questa volta gli aguzzini non hanno voluto solo “punire” i tigrini, ma anche i sudanesi che abitano sull’altra sponda, Nel tratto del fiume dove sono stati trovati i poveri resti, l’acqua è contaminata e non più potabile.

Il ministero degli Affari Esteri di Khartoum ha convocato l’ambasciatore di Addis Ababa accreditato in Sudan per chiedere spiegazioni sul ritrovamento dei primi cadaveri tra la fine di luglio e i primi di agosto. Finora le autorità etiopiche non hanno rilasciato alcun commento ufficiale.

E la guerra continua nel nord dell’Etiopia, con essa anche la fame. Il 90 per cento della popolazione del Tigray necessita aiuti umanitari, tra questi oltre 400 mila persone si trovano in una situazione disperata. Con l’espandersi del conflitto nelle regioni vicine (Afar e Amhara) il contesto è peggiorato: altre 300mila persone hanno lasciato le loro case per lo stato di grave insicurezza e 1,7 milioni non sono in grado di procurarsi il cibo.

In un breve comunicato riportato ieri dalla BBC, i leader del TPLF  (Tigray People’s Liberation Front) stimano che nella regione siano già morte di fame almeno 150 persone. Il responsabile per l’agricoltura dei “ribelli”, Atinkut Mezgebo, ha precisato:  “Le persone stanno morendo sotto i nostri occhi, in particolare donne e bambini”.

Sì, nel 2021 si muore di fame in Etiopia, Paese governato da Abiy Ahmed, insignito del Premio Nobel per la Pace 2019. Billene Seyoum, portavoce di Abiy ha respinto categoricamente qualsiasi responsabilità del governo etiopico per quanto riguarda il blocco degli aiuti umanitari.

Dichiarazione rilasciata dopo l’appello lanciato dall’ONU a tutte le parti coinvolte nel conflitto di permettere il passaggio dei convogli per sfamare la popolazione. Ogni giorno  dovrebbero entrare almeno 100 camion nelle zone di conflitto, ma da tempo non si vede nemmeno uno. “I magazzini sono completamente vuoti, non resta più nulla da distribuire alla gente affamata”, ha precisato  Satyen Tait, un membro dello staff di World Food Programme delle Nazioni Unite (WFP) in Etiopia.

Difficile verificare cosa sta veramente accadendo nelle zone in guerra, nel Tigray gran parte delle linee telefoniche sono ancora interrotte. Quasi impossibile far arrivare cibo e beni di prima necessità anche via aerea e poi lanciarli con il paracadute, in quanto aumenterebbero enormemente i costi. Richiederebbe poi un’imponente organizzazione sul terreno per la distribuzione, difficilmente realizzabile proprio a causa dell’insicurezza nella regione.

Intanto l’opposizione eritrea fa sapere che sono arrivati nuovi contingenti da Asmara. Secondo questa fonte avanzerebbero da Humera verso Gondar. Anche le forze del TPLF hanno confermato che da alcune settimane stanno affrontando le truppe di Isaias Afewerki vicino a Dabat (Amhara), città sulle montagne Semien lungo l’autostrada Gondar-Debarq.

Ieri Reuters ha riportato accuse pesanti rivolte ai “ribelli” da un amministratore di un villaggio vicino a Gondar. In base a testimonianze riportate, le forze del Tigray avrebbero ucciso 120 civili tra il 1° e il 2 settembre a Sewnet Wubalem. Il TPLF ha respinto tali accuse.

Salva Kiir, presidente del Sud Sudan, a sinistra, e Abiy Ahmed, primo ministro dell’Etiopia

Il primo ministro del Sudan, Abdalla Hamdok, nella sua veste di presidente dell’IGAD (“Autorità intergovernativa per lo sviluppo”), un’organizzazione internazionale politico-commerciale, i cui membri sono: Kenya, Ethiopia, Uganda, Gibuti, Sudan, Sud Sudan, Somalia, Eritrea (attualmente non partecipa alle riunioni), ha chiesto al presidente del Sud Sudan, Salva Kiir, la sua disponibilità come mediatore nel conflitto in Etiopia e, sembra, che l’ufficio di Kiir abbia accettato l’offerta di IGAD. Ora bisogna attendere una risposta da Addis Ababa, che finora ha rifiutato tutte le mediazioni proposte sin dall’inizio del conflitto, persino quella dello stesso Hamdok e quella dell’Unione Africana. Abiy ha sempre dichiarato di non gradire nessuna interferenza o mediazione da parte di organismi internazionali e altri Stati.

Chissà se il governo etiopico accetterà il presidente sud sudanese, che ha incontrato proprio la settimana scorsa il primo ministro etiopico a Addis Ababa in occasione di una sua visita ufficiale nel Paese. Kiir governa un Paese reduce di un conflitto interno e dove non mancano tutt’ora scontri etnici.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoerlgyes
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BREAKING NEWS/Etiopia: tigrini riconquistano la loro capitale Makallé

L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

Sfilano a Makallé centinaia di soldati etiopici catturati dai guerriglieri del Tigray

L’Etiopia del Nobel massacra i tigrini e riduce i quadri delle ambasciate

Afghanistan: a long day

Special for Africa ExPress
Sara Mauri
8th September 2021

Yesterday morning Afghan women went out on the streets again. But if the protests, over and above are made to underlining the desire to clarify the position of women within the new Afghan political order, also denounced the situation in the Panjshir valley. Many slogans, in the streets and among the people, were also against Pakistan.

On this day full of news, also characterized by a long and interesting discussion in the Italian Senate, the Taliban revealed the composition of the new government of a resurrected “Taliban Islamic emirate”.
For those who follow Afghan events, this has been an endless day. Many things have happened, let’s try to list them all.

Moahmmad Fahim Dashty

Moahmmad Fahim Dashty, spokesman and high commander of the National Resistance Front (NRF), the Afghan resistance that is now trying to fight the Taliban in the Panjshir Valley, died on 5 September. Dashty was very popular among people, so many have been the messages of condolence on social media.

Afghan journalist and politician has been the voice of the resistance during the conflicts in the Panjshir region, the last anti-Taliban stronghold. Born in 1973, he had survived an Al Qaeda attack on 9 September 2001. He had recently granted some interviews. In a video of NDTV (Indian media) – only 5 days ago – he said:
“If we all are killed in the resistance, this is a winning situation for us. The history will write about us, that there are people who stood for their nation to the end of line.”

Anti-Pakistan slogans

There have been many rumors about ongoing battles in the Panjshir valley. Some people think that Taliban attacks has been somehow aided by a neighboring state: Pakistan. And even if there is no official confirmation, the anti-Pakistani popular sentiment among people is very strong. This is why more and more slogans against this country appear in the protests.

Yesterday’s protests

Hundreds of people protested yesterday in Kabul about the situation in Panjshir. Afghan demonstrators, led by women, marched through the streets of the capital. The Taliban did not interfere at first, but then violently dispersed the protests firing into the air. Pakistan, as we have written, is seen by several Afghans as the state that helped the Taliban fight in the valley. Men and women were on the streets for various reasons. Panjshir, they say, has no medicine, there is no food, roads are blocked.

“Freedom” and “We do not want a government supported by Pakistan”. These are some of the slogans showed during the demonstrations, after Ahmad Massoud, the head of the National Resistance Front, lead the people to fight.

Women’s protests

Women’s protests continued, especially in Kabul. Women didn’t stop. They went out on the streets, despite everything and despite violence.

Zahra Rahimi of Tolo News reports: “The women of Herat also protest, demanding their fundamental rights; freedom”. All of them are asking what their life will be, now. Taliban imposed university classes separated by tents. Although Talibans said their society will be inclusive, they told women not to go out.

In a video, posted on Twitter, a Taliban compares women without hijabs at melons to buy.

In another video, posted on social media, a woman addresses a man, saying: “Panjshir is burning and you are watching. The children in the Panjshir have been bombed, the women have been killed, your brothers are about to be killed, why are you watching? Why don’t you join? Why don’t you take a stand? Why don’t you defend yourself? Why don’t you raise your voice?”

Meanwhile, Talibans, to disperse the crowd, started shooting in the air.

Journalists

As women fought for their rights, some journalists which were following the protests were also targeted. At one point, Talibans also prevented some of them from resuming the demonstrations. A Tolo News cameraman was taken away by the Taliban along with his camera.

In a tweet, reporter Zahra Rahimi wrote:
“My colleague, Waheed Ahmadi, who was covering today’s protest in Kabul was taken by the Taliban fighters. He along with some other journalists and cameramen were taken to unknown place”.

And Lotfullah Najafizada, editor of Tolo News, also denounced on Twitter:
“Our colleague Waheed Ahmady, who has covered many frontlines over the years, is arrested by the Taliban in Kabul for filming Afghan women’s protest. I call on the Taliban to release our colleague asap”.

After a few hours, the chief of Tolo News reported on Twitter that the colleague had fortunately been released along with a dozen other journalists.

But the problem remains. Indeed, Lotfullah Najafizada has written:
“Media cameras are confiscated, journalists are asked not to film and some are turned away. Protestors continue to march in Kabul at gunpoint. Where is the freedom to protest and the freedom to report about it?”

Sara Mauri
saramauri@ymail.com
Twitter @SM_SaraMauri
@africexp
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Afghanistan, gli spari sulla folla non fermano le proteste contro i talebani

 

Afghanistan, gli spari sulla folla non fermano le proteste contro i talebani

Speciale Per Senza Bavaglio
Sara Mauri
8 settembre 2021

Ieri mattina le donne afghane sono di nuovo scese per strada. Ma le proteste, oltre a sottolineare volontà di chiarire la posizione femminile all’interno del nuovo assetto politico afghano, denunciavano anche la situazione nella valle del Panjshir. Molti slogan, nelle strade e tra la gente, erano anche contro il Pakistan.

In questa giornata abbastanza densa di notizie, caratterizzata anche da una lunga e interessante discussione al Senato italiano, i talebani hanno anche rivelato la composizione del nuovo governo di un risorto “emirato islamico talebano”.
Ieri è stato un giorno infinito per chi segue le vicende afghane. Sono successe molte cose, proviamo ad elencarle tutte.

Moahmmad Fahim Dashty

Il 5 settembre è morto Moahmmad Fahim Dashty, portavoce è alto comandante del National Resistance Front (NRF), il fronte di resistenza afghano che ora sta cercando di lottare contro i talebani nella Valle del Panjshir. Dashty era molto amato dalla gente, moltissimi sono stati i messaggi di cordoglio sui social media.

Giornalista e politico afghano è stato la voce della resistenza durante i conflitti nella regione del Panjshir, ultima roccaforte anti talebana. Nato nel 1973, era sopravvissuto a un attacco di Al Qaeda del 9 settembre 2001. Di recente aveva concesso delle interviste. In un video di NDTV (media indiano) – solo 5 giorni fa – diceva: “Se moriamo nella resistenza, é una vittoria per noi, la storia scriverà di noi, come di persone che combattono per il loro Paese fino alla fine”.

Gli slogan anti-Pakistan

Ci sono stati molti rumors sulle battaglie in corso nella valle del Panjshir. Alcuni pensano che gli attacchi dei talebani siano stati aiutati in qualche modo da uno stato vicino: il Pakistan. E anche se non ci sono conferme ufficiali, il sentimento popolare anti pachistano é molto forte. Questo é il motivo per cui, nelle proteste appaiono sempre più slogan contro il Paese confinante.

Le proteste di ieri

Centinaia di persone hanno protestato ieri a Kabul, per la situazione in Panjshir. I manifestanti afgani, guidati da donne, hanno marciato per le vie della capitale. I talebani all’inizio non hanno interferito, ma poi hanno disperso con violenza la protesta, sparando in aria. Il Pakistan, come abbiamo scritto, è visto da diversi afghani come lo stato che ha aiutato i talebani a combattere nella valle. Uomini e donne erano nelle strade per diverse ragioni. Il Panjshir, dicono, non ha medicine, non c’è cibo, le strade sono tutte bloccate.

‎”Libertà” e “Non vogliamo un governo appoggiato dal Pakistan”. Questi alcuni degli slogan urlati durante le manifestazioni,‎ dopo che Ahmad Massoud, alla guida del Fronte di Resistenza nazionale, ha incitato la gente a lottare.

Le proteste delle donne

Anche le proteste delle donne sono andate avanti, soprattutto a Kabul. Le donne non si sono fermate. Sono uscite nelle strade, nonostante tutto e nonostante la violenza.

Riporta Zahra Rahimi di Tolo News: “Anche le donne di Herat protestano, chiedendo i loro diritti fondamentali; la libertà”. Tutte si chiedono come sarà la loro vita ora. I talebani impongono classi universitarie separate da tende. Nonostante dicano che la società sarà inclusiva, dicono alle donne di non uscire.

In un video, diffuso su Twitter, si sente un talebano paragonare le donne senza hijab addirittura a dei meloni da comprare.

In un altro video, diffuso sui social media, una donna si rivolge a un uomo, dicendo: “il Panjshir sta bruciando e voi state a guardare. I bambini nel Panjshir sono stati bombardati, le donne sono state uccise, i tuoi fratelli stanno per essere uccisi, perché stai a guardare? Perché non ti unisci? Perché non prendi posizione? Perché non ti difendi? Perché non alzi la voce?”.

Intanto, i talebani, per disperdere la folla, hanno iniziato a sparare in aria.

I giornalisti

E mentre le donne lottavano per i loro diritti, anche alcuni giornalisti che seguivano le proteste, sono stati presi di mira. Ad un certo punto, i talebani hanno impedito anche ad alcuni di loro di riprendere le manifestazioni. Un cameraman di Tolo News è stato portato via dai talebani insieme alla sua macchina fotografica.

In un tweet la reporter Zahra Rahimi ha scritto: “Il mio collega, Waheed Ahmadi, che stava seguendo la protesta di oggi a Kabul è stato preso dai combattenti talebani. Lui insieme ad altri giornalisti e cameraman sono stati portati in un luogo sconosciuto”.

E anche Lotfullah Najafizada, direttore di Tolo News, ha denunciato su Twitter: “Il nostro collega Waheed Ahmady, che ha coperto molte linee di fronte nel corso degli anni, è stato arrestato dai talebani a Kabul per aver filmato la protesta delle donne afghane. Invito i talebani a rilasciare il nostro collega immediatamente”.

Dopo qualche ora, il direttore di Tolo News ha comunicato su Twitter che il collega era stato fortunatamente rilasciato insieme a una dozzina di altri giornalisti.

Ma il problema resta. Infatti, Lotfullah Najafizada scrive: “Le telecamere dei media vengono sequestrate, ai giornalisti viene chiesto di non filmare e alcuni vengono respinti. I manifestanti continuano a marciare a Kabul sotto la minaccia delle armi. Dov’è la libertà di protestare e la libertà di denunciare?”

Sara Mauri
saramauri@ymail.com
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Le imbarazzanti amicizie di USA, Francia, Italia e Israele del golpista guineano

Speciale per Africa ExPress
Antonio Mazzeo
7 settembre 2021

Militari golpisti crescono all’ombra di US Africom , il Comando delle forze armate degli Stati Uniti d’America per le operazioni nel continente africano. Mamadi Doumbouya, il colonnello a capo delle forze speciali dell’esercito della Guinea-Conakry che il 5 settembre ha deposto con un putsch il presidente Alpha Condé, è uno dei militari dell’Africa occidentale che negli ultimi anni ha operato a stretto contatto con il Dipartimento della difesa USA.

Due post apparsi sul profilo facebook dell’Ambasciata USA in Guinea-Conakry ritraggono infatti il colonnello golpista in due rilevanti eventi strategico-militari. Il primo, pubblicato il 15 ottobre 2018, ritrae l’allora maggiore Mamadi Doumbouya, descritto dall’ufficio stampa diplomatico quale “comandante dell’unità delle forze speciali dell’esercito della Guinea (GAF)”, accanto ad alcuni ufficiali del Pentagono e ai rappresentanti dell’Ufficio di cooperazione in materia di sicurezza del Dipartimento di Stato, a conclusione di un vertice tenutosi all’interno dell’ambasciata USA a Coankry finalizzato a “rinforzare la collaborazione reciproca e prepararsi a partecipare alla riunione di pianificazione delle esercitazioni militari all’estero denominate Flintock 2019 e a una conferenza internazionale sulla collaborazione delle forze speciali che si terrà in Germania”.

A conclusione della nota, l’ufficio stampa dell’ambasciata USA enfatizza come i diplomatici statunitensi e AFRICOM “sostengono le unità speciali delle forze armate della Guinea”.

Il secondo post è più recente (13 febbraio 2019) ed è corredato da un video della durata di poco di un minuto in cui una decina di militari del corpo speciale dell’esercito guineano, a volto coperto e in tenuta d’assalto, salgono a bordo di un grande aereo da trasporto USA che poi decolla dalla pista dell’aeroporto militare di Conakry.

“Nel quadro della cooperazione militare esistente tra gli Stati Uniti e la Guinea – si legge nel comunicato dell’Ambasciata USA – 26 militari guineani sotto il comando del colonnello Mamadi Doumbouya sono partiti da Conakry lo scorso 12 febbraio con destinazione il Burkina Faso, per prendere parte ad un’esercitazione militare per conto del governo americano denominata Flintock 2019, accanto ai loro fratelli d’armi provenienti da più di 30 paesi africani e occidentali”.

Flintock 2019, tenutasi in Burkina Faso ed in Mauritania, partecipò pure una task force del Comando Operazioni delle Forze Speciali italiane,.composta da incursori del 9° Reggimento Col Moschin dell’Esercito, del Gruppo Operativo GOI della Marina Militare, del 17° Stormo dell’Aeronautica e del GIS dell’Arma dei Carabinieri.

In particolare presso il quartier generale istituito in Burkina Faso, i militari italiani hanno operato “in supporto alle attività di pianificazione degli staff dei Paesi africani partecipanti”, compreso ovviamente il GAF diretto dal colonnello Mamadi Doumbouya.

Mamadi Doumbouya

A riprova delle consolidate relazioni tra il Comando di US Africom e i vertici delle forze armate del piccolo Stato africano, dal 30 luglio al 2 agosto 2019, la capitale Conakry è stata scelta per ospitare il seminario annuale internazionale di “promozione della logistica militare” in ambito alleato, promosso dai militari statunitensi e a cui hanno partecipato i rappresentanti di 24 paesi africani e gli alti comandi operativi in ambito continentale.

Ma il nuovo “uomo forte” della Guinea-Conakry non è noto solo negli States e presso il Comando Operazioni delle Forze Speciali d’Italia. Nato il 4 marzo 1980 nella regione di Kankan e sposo di un’ufficiale della Gendarmeria guineana, Mamady Doumbouya si è formato presso la Scuola di guerra francese, ottenendo pure un master in difesa all’Università Panthéon-Assas di Parigi.

Secondo Radio France InternationaleDoumbouya ha partecipato ad alcune operazioni militari e a corsi di formazione in Afghanistan, Costa d’Avorio, Gabon, Senegal, Repubblica Centraficana, Gibuti, Cipro, Regno Unito e finanche in Israele. In quest’ultimo Paese, il futuro comandante delle unità speciali dell’esercito guineano e poi golpista, avrebbe frequentato un corso d’addestramento all’USA-International Security Academy, istituto privato e fornitore di servizi di sicurezza, intelligence a “anti-terrorismo”.

A doversi vergognare di quanto sta accadendo in queste concitate giornate nel paese dell’Africa occidentale sono davvero in tanti…

Antonio Mazzeo
amazzeo61@gmail.com
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I Talebani mostrano al mondo il loro bottino di guerra: un arsenale sofisticato

Africa ExPress
7 settembre 2021

Incredibile! Non si può definire altrimenti la parata militare di Kandahar con cui i talebani i hanno mostrato al mondo l’arsenale militare catturato durante la loro marcia alla conquista di Kabul. Non solo mitra ma anche materiale altamente sofisticato che sono in gradi di muovere e pilotare.

A guardare questo video diffuso da un network indiano non si può restare stupiti e abbagliati. non si può fare a meno di porci una domanda: nella loro drammatica ritirata gli americani hanno proprio sbagliato tutto.

Africa Express
twitter @africexp 
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In Afghanistan i guerriglieri di Massoud resistono e combattono i talebani

Speciale Per Africa ExPress
Tahmina Arian*
7 settembre 2021

Quando i talebani hanno affermato di aver occupato il Panjshir, le forze del fronte di resistenza nazionale erano già presenti in tutte le posizioni strategiche nella valle del Panjshir per continuare la lotta con i talebani. I residenti della valle che già più volte hanno vissuto la sconfitta dell’Armata Rossa sanno bene come sconfiggere i talebani aiutati dal loro mentore e sostenitore (il Pakistan).

L’attacco dei talebani del 5 settembre sul Panjshir con il sostegno diretto del Pakistan ha indotto il fronte di resistenza nazionale a prendere una posizione rivoluzionaria, incitando alla rivolta generale.

Ahmad Massoud, leader del National Resistance Front

Ahmad Massoud, leader del fronte di resistenza nazionale, ha lanciato questo messaggio ai suoi compatrioti: ”Ovunque voi siate, all’interno o all’esterno del paese, vi chiediamo di insorgere nella resistenza per la dignità, l’integrità; di insorgere contro l’umiliazione insuperabile provocata oggi dagli stranieri”.

Ci sono volute solo poche ore affinché il suo appello alla resistenza ricevesse una massiccia risposta di persone provenienti da Andarab, Daikundi, Kabul, Bamiyan, Ghazni, Faryab e Mazar che hanno subito condiviso il suo messaggio di libertà, resistenza e rivoluzione.

La resistenza nazionale del Pansjhir sta vivendo ora una posizione imprevista o completamente cambiata che può essere definita come l’esordio di una resistenza rivoluzionaria.

Tahmina Arian
*Autrice del libro “Burka: Not My Identity”
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Afghanistan: i talebani hanno ucciso il portavoce della resistenza armata in Panjshir

The National Resistance Front in Panjshir still resists for a free Afghanistan

Special for Africa ExPress
Tahmina Arian*
September 7th 2021

When the Taliban claimed to be occupying Panjshir, the National Resistance Front forces were already present in all strategic positions across the Panjshir valley to continue the fight with Taliban. The valley residents who experienced defeat of the Red Army more than a few times know well on how to defeat the Taliban along with their mentor and supporter (Pakistan).

The Taliban attack of 5th September by direct support of Pakistan on Panjshir turned the national resistance front to take a revolutionary stand by declaring a general uprising.

Ahmad Massoud, leader of the National Resistance Front

Ahmad Massoud, leader of the National Resistance Front voice message to his compatriots spreaded as: ‘’Wherever you are, wether inside the country or outside the country, we appeal to you to rise up in resistance for the dignity, integrity, rise up against crippling humiliation brought on us today by the foreigners.’

Didn’t take longer than a few hours that his call for resistance received a massive response of people from Andarab, Daikundi, Kabul, Bamiyan, Ghazni, Faryab and Mazar with the message of freedom, resistance and revolution.

Pansjhir national resistance is now at a sudden or a completely changed position which can be named as the beginning of a revolutionary resistance.

Tahmina Arian
*Author of the book “Burka: Not My Identity”
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Afghanistan: Taliban kill resistance army spokesman in Panjshir

São Tomé e Principe: eletto il nuovo presidente dopo rinvii del ballottaggio

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
7 settembre 2021

Carlos Vila Nova, candidato dell’unico partito all’opposizione, ha vinto il secondo turno della tornata elettorale e è il nuovo presidente del piccolo Stato dell’Africa centro-occidentale, São Tomé e Principe. I risultati provvisori sono stati resi noti dalla Commissione elettorale 24 ore dopo la chiusura dei seggi. Ora l’ultima parola spetta alla Corte Costituzionale, che dovrà convalidare l’esito delle urne.

Carlos Vila Nova, neo-eletto presidente di São Tomé e Príncipe

Vila Nova, candidato del partito di centro-destra, Azione Democratica Indipendente (ADI), ha portato a casa il 57,54 per cento delle preferenze, mentre il suo avversario, Guilherme Posser da Costa  del raggruppamento politico, Movimento per la Liberazione di São Tomé e Príncipe (MLSTP, socialdemocratico), il 42,46 per cento. MLSTP è uno dei pilastri dell’attuale coalizione di governo. L’affluenza al ballottaggio è stata piuttosto debole. Infatti  il 34,68 per cento dei circa 123.000 aventi diritto al voto si è astenuto.

Il primo turno della tornata elettorale si è svolto il 18 luglio 2021. Il ballottaggio è stato rinviato due volte per presunte frodi elettorali sollevate da Delfim Neves, arrivato solo terzo, mentre Carlos Vila Nova era risultato primo con il 43 per cento delle preferenze e Guilherme Posser da Costa secondo con il 21 per cento dei voti. La Corte Costituzionale ha poi rigettato l’appello di Neves.

Alle elezioni di luglio erano in lizza ben 19 candidati per la poltrona più ambita del Paese, eppure Il capo dello Stato dell’arcipelago gode solo di un ruolo di rappresentanza e di promulgazione delle leggi, la maggior parte del potere esecutivo spetta al presidente del consiglio e al governo.

L’organo di garanzia costituzionale aveva preso tempo per decidere se rifare il conteggio dei voti, dopo il ricorso presentato da Neves. Per settimane la popolazione è rimasta con il fiato sospeso. Una contestazione inedita in questo piccolo Stato, spesso considerato un modello di democrazia nel così travagliato continente africano. E proprio a causa del posticipo del ballottaggio, il mandato del presidente uscente, Evaristo Carvalho, scaduto il 3 settembre, è stato esteso dal parlamento martedì scorso.

Il 79enne presidente uscente Carvalho, eletto nel 2016, dello stesso partito di  Vila Nova, non si è ricandidato per motivi di salute.

Il neo-eletto 65enne presidente è un ex ministro, laureato in ingegneria per le telecomunicazioni, è preoccupato per l’attuale situazione socio-economica del Paese. “Dobbiamo lottare contro l’esclusione e divisione sociale, una piaga che purtroppo ha preso piede anche qui”.

La campagna elettorale si è svolta in un clima sereno. Per lo svolgimento delle elezioni le autorità hanno dovuto chiedere aiuti finanziari alla comunità internazionale.  La corruzione, presente a tutti livelli, è la principale causa dell’attuale crisi. Lo stesso presidente uscente, nonché la società civile hanno denunciato il fenomeno più volte, aumentato durante la pandemia con il calo del turismo e delle esportazioni, per lo più di cacao e caffè.

Lo Stato insulare conta poco più di 210.000 abitanti, la maggior parte vive a São Tomé. La ex-colonia portoghese si trova nell’Oceano Atlantico, a largo dell’Africa centro-occidentale, nel Golfo di Guinea. E’ composta da una ventina di isole, le due maggiori sono São Tomé e Príncipe, che distano centoquaranta chilometri tra loro. Un terzo della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà.

São Tomé prende il nome dall’apostolo Tommaso, perché fu proprio il giorno della sua festa che i navigatori portoghesi, João de Santarém e Pedro Escobar, scoprirono l’isola nel lontano 1470. Allora era completamente disabitata. Per avviare una produzione agricola su larga scala della canna da zucchero, i portoghesi importarono personale dall’Angola, in un primo tempo uomini liberi, poi schiavi.

Ma i portoghesi affiancarono all’attività agricola un mercato ben più redditizio, quello del commercio di esseri umani sulle rotte atlantiche. L’arcipelago diventò così uno dei più importanti porti di smistamento degli schiavi, catturati sulle coste e nell’entroterra dell’Angola e del Congo e destinati poi alla colonia portoghese in Brasile.

Cornelia I. Toelgyes
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São Tomé e Príncipe: presidente per 15 anni e di nuovo candidato si dimette dal ballottaggio