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domenica, Aprile 12, 2026

Nelle montagne del Puntland, la resistenza somala contro lo Stato Islamico

Speciale Per Africa ExPress Davide Banfi* 11 aprile 2026 Attraverso...
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Nel 2016 99 medaglie, 63 ora. Modesto bilancio africano ai giochi paralimpici di Tokyo

Dal Nostro Corrispondente Sportivo
Costantino Muscau
6 settembre 2021

Il motto di Anrunè Weiers è: non sei disabile a causa della tua disabilità, ma sei capace grazie alle tue capacità.

Anrunè Weyers, 28 anni, sudafricana, insegnante, ha una menomazione congenita al braccio sinistro, ma le gambe sono eccezionali. E alla terza Olimpiade, anzi Paralimpiade, pur reduce da Covid 19 ha fatto valere tutta la sua capacità nei 400 metri: ha messo al collo la medaglia d’oro, dopo quella di bronzo (Londra 2012) e quella di argento (Rio 2016). Nella sua lunga carriera, cominciata a 11 anni di età, a parte questi tre successi olimpici, ha conquistato altre 10 medaglie in diversi Campionati del mondo, di cui 2 auree. “Ora posso ritirarmi e cedere il passo alle nuove generazioni – ha commentato dopo il trionfo giapponese, dedicato a Dio – Il Signore era con me quando ho preso il Covid-19, pensavo che il mio sogno di competere ai Giochi fosse finito. E’ venuto in mio soccorso…”.

Lucy Ejike, nigeriana, medaglia d’oro sollevamento pesi

Il motto di Lucy Ejike è: disciplina e duro lavoro. Lucy Ejike, 43 anni, nigeriana, amministratrice sportiva, madre di 2 figli, ha avuto la poliomielite a 1 anno di età ed è rimasta paraplegica. In carrozzella a vita. Nel 2000 è andata in palestra e ha cominciato a sollevare i pesi. Non si è più fermata. Tanto che subito si è presentata alle Paralimpiadi di Sidney e ha preso l’argento. Quattro anni dopo (2004, Atene) si è aggiudicata l’oro; nel 2008 a Pechino ha concesso il bis e nel 2016 a Rio il tris. Nel frattempo, a Londra (2012), era salita ancora sul secondo podio. Pochi giorni fa si è dovuta “accontentare” del bronzo ai Giochi paralimpici di Tokio. Sei olimpiadi e una collana scintillante di medaglie. <Lucy Ejike è una leggenda del sollevamento pesi>, la ha definita il sito del Comitato Internazionale Paralimpico.

Anrunè e Lucy sono le stelle dello sport africano paralimpico che hanno brillato più di altre nelle Paralimpiadi svoltesi a Tokio dal 24 agosto a domenica 5 settembre. Non le uniche, certo. Ci sono anche altre icone. La tunisina Raouaa Tlili, 31 anni, ad esempio, ha preso l’oro nel lancio del disco e del peso come nel 2016 a Rio. E ha fissato il record del mondo in entrambe le specialità. Raouaa è un’atleta tascabile, si potrebbe dire, (133 centimetri) per un fatto congenito, ma di un coraggio e una forza senza pari anche nella vita civile. Prima di salire sull’aereo per Tokio non ha esitato a scagliare accuse molto in alto: contro le autorità del suo Paese per aver lesinato gli aiuti agli atleti tunisini, soprattutto quelli con handicap.

A sua volta, la delegazione algerina potrebbe essere soddisfatta delle sue 4 medaglie più pregiate guadagnate da Athmani Skander Jamil, 29 anni, (sui 400 metri) e da tre donne: Cherine Abdelaoui, 23 anni, nel judo (52 Kg), Safia Djelal, 38 anni, e Boudjadar Ashmane, 41 anni, (entrambe nel lancio del peso, in categoria differenti)

Altrettanti ori hanno guadagnato Marocco, Nigeria e Sudafrica. Quest’ultimo Paese, però, è ben lontano dai trionfi delle 21 medaglie d’oro di Pechino 2008. Un bilancio che allora la proiettò fra le prime sei potenze sportive mondiali. Purtroppo il loro splendore non è bastato a illuminare la deludente prestazione complessiva degli atleti e atlete del continente nero in questa 16a edizione della più importante manifestazione sportiva per atleti con disabilità.

Nel 2016, a Rio de Janeiro, l’Africa aveva ottenuto 99 medaglie, di cui 36 d’oro. La Nigeria, la Tunisia, il Sud Africa, l’Algeria e l’Egitto avevano fatto man bassa con 76 prestigiosi riconoscimenti. Questa volta l’Africa porta a casa 63 medaglie, appena 21 d’oro. Peccato, soprattutto, per l’Etiopia. E non tanto per l’unico oro: primo posto conquistato dalla 21enne Menigstu Tigist Gezaghan nei 1500 metri. Quanto perché gli atleti di Addis Abeba avrebbero voluto onorare più degnamente il primo atleta paralimpico: Abebe Bikila, il trionfatore etiope scalzo nel 1960 alla maratona di Roma (e poi di Tokio). Vittima, nel 1969, di un terribile incidente automobilistico che gli frantumò la sesta e la settima vertebra, fu costretto a vivere su una sedia a rotelle. Per questa ragione gareggiò nel tiro con l’arco (appreso in ospedale) ai Giochi Paralimpici disputati ad Heildelberg, in Germania, nel 1972.

Al di là dei risultati sotto le aspettative (la pandemia ha avuto una parte notevole), per tutti i partecipanti valgono le parole rilasciate da Jean-Marie Nsengiyuva, coach de l’équipe ruandese di pallavolo, a RFI.com: “Avere un figlio handicappato non deve essere una fatalità. Bisogna trasmettere questo messaggio. Attraverso lo sport si deve cercare di aiutare le persone disabili a integrarsi nella società”.

L’appuntamento ora è per il 2024, a Parigi.

Costantino Muscau
muskost@gmail.com
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Afghanistan: i talebani hanno ucciso il portavoce della resistenza armata in Panjshir

Speciale per Africa ExPress
Tahmina Arian *
6 settembre 2021

Il Fronte di Resistenza Nazionale dell’Afghanistan (NRF) ha avuto il suo primo martire. Il suo nome era Moahmmad Fahim Dashty (5 settembre 2021) ed era era portavoce del National Resistance Front. Lui, a differenza di tutti i leader e politici, si è mosso nell’interesse nazionale dell’Afghanistan, non pensando al suo tornaconto personale. Il Panjshir resiste da solo, con tutti gli abitanti della valle.

Qualcuno lo sa?

Oh, si. Lo sanno tutti in Afghanistan. Dimenticavo, tutti sui social media (Facebook) pubblicano post con gli hashtag #StandWithPanjshir o #SavePanjsher.

Facciamo sul serio?

E ha funzionato? Ha funzionato le prime volte quando pubblicavano tutti #SanctionPakistan?!

No, davvero!

Perché non impariamo dai nostri errori del passato? Perché commettiamo sempre lo stesso errore, ancora e ancora? Perché solo con gli afgani?

Abbiamo tutti invitato il Pakistan a guidare il nostro Paese perché abbiamo compilato sondaggi sui social media guidati dai nostri cervelli vuoti. Sfortunatamente, abbiamo seguito ciò che gli altri ci hanno detto di seguire senza renderci conto del perché avremmo dovuto, dello scopo per cui avremmo dovuto farlo.

Il Panjshir e gli abitanti del Panjshir non resistono solo per sé stessi ma resistono per un Afghanistan con equa distribuzione di potere e risorse, uguali diritti e libertà dei cittadini, diritti delle donne, giustizia sociale e per la preservazione della democrazia.

Gli anziani del Panjshir che si sono uniti alla seconda resistenza hanno già dato l’ultimo saluto ai coloro che amano, alle loro famiglie. Questo significa che seguono le orme del loro leader Ahmad Shah Masoud per affrontare i talebani, per tutto l’Afghanistan libero, non solo il Panjshir.

Tahmina Arian
*Autrice del libro: “Burka: Not My Identity”
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Afghanistan: i talebani hanno ucciso il portavoce della resistenza armata in Panjshir

 

 

Afghanistan: Taliban kill resistance army spokesman in Panjshir

Special for Africa ExPress
Tahmina Arian *
August the 6th 2021

The National Resistance Front of Afghanistan had its first martyr named Moahmmad Fahim Dashty (5 September, 2021) who was a spokesperson of the National Resistance Front. He unlike all the leaders and politicians followed the best of pathways for the national interest of Afghanistan not the best for his personal interest. Panjshir resists alone with all the valley residents.

Does anyone know?

Oh, yeah everyone knows in Afghanistan, I forgot, they all announce their presence through social media (facebook) by the hashtags #StandWithPanjshir or #SavePanjsher.

Seriously?

Does it really work? Did it work at the earliest times when you all were announcing #SanctionPakistan?!

No, for sure !

Why don’t we learn of our past mistakes? Why are we making the same mistake again and again? Why only with Afghans?

We all have invited Pakistan to lead our country because we have all filled out surveys on social media regarding our empty brains. Unfortunately, we followed what the rest told us to go after without realising, why should we? or for what purpose we have to do it?

Panjshir and Panjshiri do not resist for themselves only but for an Afghanistan with equal distribution of power and resources, equal rights and freedoms of the citizens, rights of women, social justice and preservation of democracy..

All the Panjshir’s elders who joined the second resistance already have had their last goodbyes to their loved ones in their families. Means, they follow their leader Ahmad Shah Masoud’s footsteps to take on Taliban for a free Afghanistan not just Panjshir.

Tahmina Arian
*Author of the book “Burka: Not My Identity”
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Afghanistan: i talebani hanno ucciso il portavoce della resistenza armata in Panjshir

Tentato golpe in Guinea: non è chiaro se il presidente Alpha Condé è agli arresti

Africa ExPress
5 settembre 2021

“Abbiamo sospeso la Costituzione e abbiamo arrestato il presidente Alpha Condé”.Nel primo pomeriggio i golpisti, militari delle forze speciali, hanno annunciato alla TV di Stato della Guinea-Conakry. A  Conakry, capitale della Guinea, la situazione è tesa. In prossimità del palazzo presidenziale questa mattina c’è stata un’intensa sparatoria.  Alcuni militari ribelli si sarebbero scontrati con le forze lealiste.

Il presidente, Alpha Condé e la mappa della Guinea Conakry
Il presidente, Alpha Condé e la mappa della Guinea Conakry

I colpi di arma da fuoco sono partiti a Kaloum, quartiere finanziario e amministrativo, dove si trovano, oltre al palazzo del presidente Alpha Condé, rieletto per un terzo mandato lo scorso autunno, il ministero della Difesa nonché l’edificio che ospita lo Stato maggiore.

Tutte le caserme della capitale sono ancora in stato di massima protezione, e la sicurezza è stata rinforzata anche davanti alle abitazioni degli ufficiali guineani.

Al momento non è dato sapere dove si trovi il presidente. Ieri sera era ancora in città. I residenti sono resocontò di cosa stava accadendo quando  sono stati svegliati stamattina, alle prime ore dell’alba, da colpi di mitragliatrici.

Secondo quanto riporta “Le Monde”, le forze speciali, cioè i golpisti, avrebbero inviato alla France Presse e al ministero della Difesa di Conakry un video, nel quale affermano di aver catturato il presidente Alpha Condé e sciolte tutte le istituzioni del Paese. La Difesa guineana ha però risposto che i ribelli sarebbero stati tutti respinti.

Le dichiarazioni nel video sono state fatte da uno dei putschisti, la divisa: “Dopo aver preso il presidente, abbiamo sospeso  la Costituzione in vigore, sciolto il governo e tutte le istituzioni del Paese, nonché di chiudere tutte le frontiere terrestri e lo spazio aereo”. Il filmato è stato ampiamente diffuso anche nei social network, ma non è stato ripreso dall’emittente di Stato.

Il militare chiede ai suoi commilitoni di unirsi a loro, ma di restare nelle caserme e di continuare le propie attività. Inoltre, spiega che la situazione socio-economica è catastrofica, accusa la strumentalizzazione della giustizia, la totale mancanza del rispetto dei diritti del cittadino e dei principi democratici.

In un secondo filmato cui non si conosce l’origine sono stati ripresi alcuni golpisti insieme al presidente, vestito in modo casual (jeans e camicia), seduto su un divano. Nel video i putschisti si rivolgono a Alpha Condé, chiedendogli se fosse stato maltrattato, ma lui rifiuta di rispondere alle loro domande.

In un comunicato il ministero della Difesa afferma che la guardia presidenziale, insieme alle forze di difesa e sicurezza  avrebbero respinto gli insorti. Le autorità di ConaKry non avevano rilasciato commenti per parecchie ore.

Un diplomatico occidentale che ha voluto restare anonimo  ha confermato il tentato colpo di Stato capeggiato dalle forze speciali. Ma la situazione è ancora molto confusa. E’ possibile che i militari si siano ammutinati perché minacciati di licenziamento o arresto del loro capo. “Le forze speciali godono di privilegi e di mezzi superiori alle soldati ed è possibile che ciò abbia suscitato gelosie”, ha aggiunto il rappresentante occidentale.

Aggiornato ore 23.45

Appena appresa la notizia dell’arresto di Alpha Condé dalla TV di Stato, migliaia di persone si sono riversate sulle strade di Conakry. Alcune fonti hanno rivelato che anche alcuni alti funzionari governativi sarebbero stati arrestati. Mentre il maggiore oppositore del potere, Cellou Dalein Diallo, ha negato categoricamente di essere coinvolto nel golpe.

Condé finora non ha rassegnato le dimissioni, non ha lasciato il Paese, è nelle mani delle forze specialie, al momento attuale è trattenuto in un luogo che non è dato sapere.

L’anziano presidente ha vinto le elezioni lo scorso ottobre. La tornata elettorale si era svolta in un clima di forte tensione, oppressione con morti, feriti e arresti. E, pur di potersi candidare per un terzo mandato, l’ottantatreenne aveva chiamato i guineani alle urne nel marzo 2020 per cambiare la Costituzione, che prevedeva solamente due mandati presidenziali consecutivi.

Mamadi Doumbouya, colonnello delle forze speciali,

Nelle ultime settimane il governo ha aumentato le tasse e il prezzo della benzina è rincarato del 20 per cento, misure che non hanno fatto altro che incrementare il malcontento della popolazione.

Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, nonché l’Unione Africana hanno condannato il colpo di Stato e hanno chiesto l’immediata liberazione del presidente. L’UA ha anche chiesto una riunione urgente del Consiglio di Pace e della Sicurezza per esaminare la situazione della Guinea.

Il leader dei putschisti, Mamadi Doumbouya, colonnello delle forze speciali, è stato addestrato da militari francesi e americani di AFRICOM (U.S. Africa Command con sede a Stoccarda, Germania) e gran parte della sua formazione si è svolta in Burkina Faso. I suoi colleghi lo descrivono come un uomo calmo e molto riservato.

Naturalmente è stata annullata anche la partita di calcio tra la nazionale guineana e quella marocchina, valevole per le qualificazioni dei mondiali Qatar 2022. L’evento previsto per domani a Conakry è stato annullato, ma ora i giocatori del Marocco sono intrappolati in un albergo della capitale, senza sapere quando  potranno fare ritorno a casa.

Africa ExPress
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Guinea: ieri la popolazione ha votato per il presidente e oggi si parla di brogli

I soldati italiani in Afghanistan tra micidiali ordigni artigianali e alta tecnologia

Speciale Per Africa ExPress
Enzo Polverigiani
4 settembre 2021

La coalizione Nato a guida americana ha cercato ufficialmente di esportare in Afghanistan la democrazia occidentale e si è cacciata in un nido di vespe. Vere intenzioni a parte, questi sono i fatti. A pochi giorni dalla catastrofica ritirata da Kabul, con la foto dell’ultimo generale Usa che se ne va come l’ultimo sovietico trent’anni fa, con la promessa di vendetta di Joe Biden, con l’ipocrita solidarietà dell’UE verso i profughi, con la retorica e l’incompetenza dei politici strappati alle spiagge, l’attenzione sfuma verso le imminenti elezioni e il no vax, mentre l’Afghanistan torna al suo posto, qualche titolo nelle pagine interne.

Afghanistan, gente in fuga

Comunque, the show goes on, la farsa continua, sperando che non precipiti di nuovo in una catena di tragedie. La Storia purtroppo insegna che il nemico è più vulnerabile quando si ritira, e secondo gli analisti la guerra – unita a una inarrestabile catastrofe umanitaria – potrebbe andare avanti sottotraccia, con strumenti diversi ma ugualmente letali.

Uccisioni tecnologiche

Da un lato le uccisioni tecnologiche e “mirate” a distanza, dall’altro quelle più feroci e quindi più rivendibili in tv: decapitazioni, kamikaze, autobomba: attentati difficili da prevenire per l’estrema frammentazione del fronte terroristico.

L’indecifrabile guerriglia afghana – spiegava un colonnello della Brigata Aosta sul C-130 in volo verso Herat – non l’hanno combattuta solo i talebani, ma anche jihadisti di al-Qaeda, capiclan in ansia di prestigio, trafficanti di oppio che versano parte degli utili alla causa, trafficanti di armi che vanificano ogni speranza di pace, trafficanti di ostaggi che se li rivendono tra loro o minacciano di decapitarli in video, vecchi mujaheddin e signori della guerra padroni delle montagne e combattenti contro ogni nemico, talebani compresi. Schegge impazzite in uno scenario infernale.

Così, mentre politici e commentatori, ignari di tutto, pontificavano in tv, nella base di Herat affidata alla missione italiana esperti ufficiali e graduati – gente pratica e consapevole dei rischi di una guerra non dichiarata – insegnavano “con gli stivali sul terreno” tutto quel che c’era da sapere ai soldati appena arrivati dall’Italia: a cavarsela in caso di attentato, d’imboscata, di sequestro, di abbattimento di elicottero, anche di semplice incidente stradale. Sopravvivere, evadere, resistere, nascondersi erano le regole da tenere bene in mente.

Morte fai-da-te

Gli artificieri del IV Genio guastatori, agli ordini del colonnello N.P., facevano il mestiere più pericoloso del mondo, preparandosi a riconoscere e difendersi dalla sigla più temuta sullo scenario afghano: Ied, Improvised explosive device.

IV Genio guastatori in Afghanistan

Bombe improvvisate, artigianali, responsabili del maggior numero di vittime tra le forze dell’Isaf. La morte-fai-da-te contro le tecnologie di Mazinga, una insidiosa partita a scacchi tra passato e futuro che il colonnello descriveva con rabbia: “Dieci dollari di spesa, e si fanno danni enormi e decine di morti. E’ una minaccia subdola, e per contrastarla abbiamo creato una specie di corso di laurea. La ricerca e la neutralizzazione degli Ied è compito della Task force formata da siciliani e sardi”.

“Sono specialisti che studiano le mappe – aggiungeva – fanno intelligence ed elaborano statistiche sui criminali che interrano le mine ai lati delle strade, setacciando le zone più a rischio, precedendo i convogli e aguzzando la vista, insegnando il mestiere anche ai soldati afghani. Ma i terroristi imparano, e in fretta: all’inizio attaccavano i nostri blindati, i Lince, con cinque chili di esplosivo, e più le blindature venivano rinforzate, più aumentava il carico di esplosivo, arrivato anche a 100-200 chili”.

Rottami metallici

Il maresciallo G.C., giovane, bruno, occhialuto, spiegava tra l’ironico e il professionale, come un piazzista di aspirapolvere. “Gli Ied sono strumenti di guerriglia. La loro natura non convenzionale rende difficile prevederne la potenza, perché di varie dimensioni e materiali: solfiti, nitrato d’ammonio, fertilizzanti pressati in una pentola. Non tutti i talebani sono ignoranti e conoscono solo le dottrine coraniche. Alcuni sono ugualmente abili con kalashnikov e computer. Uno Ied è composto di contenitori, esplosivo, batteria. Le cariche sono militari, commerciali o artigianali. Il dosaggio è rapportato all’uso che se ne vuol fare. Per rendere più micidiale l’esplosione, spesso l’ordigno viene riempito con rottami metallici. I contenitori possono essere Uxo, le bombe sovietiche inesplose, bombole di gas, pentole a pressione, a volte carogne di animali, perfino resti umani. L’abilità degli attentatori dipende anche dal camuffamento di simili ordigni. Ne abbiamo trovati perfino nella spazzatura. Difficilissimo individuare quelli interrati ai lati o sotto le strade, ancor più in ambienti urbani. Le più letali sono le mine a ragno, 4-5 collegate tra loro. Come si scoprono? Addestramento, fiuto e anche il famoso fattore C, che, usando un eufemismo, vuol dire fortuna”.

“I detonatori – continuava il maresciallo – sono sistemi radio attivati a distanza, telecomandi per giocattoli, telefonini, cordless, lamine a contatto, penne biro, marchingegni a pressione. Perfino orologini al quarzo che costano non più di 7-8 dollari. Occorre esperienza per scoprirli, studio del terreno e ricerca dei segnali: impronte, terra o sabbia di diverso colore, materiale di riporto ammucchiato e via così. In città prevale la tecnica dell’autobomba, che fa più morti e moltiplica l’effetto-terrore. Anche in questo caso ci sono indizi da interpretare: veicoli che rallentano, traffico irregolare, vetri oscurati, un singolo occupante nella vettura, auto sbilanciata, gomme nuove su veicoli vecchi. Le auto da trasformare in bombe sono scelte tra le più comuni in circolazione, come ad esempio le Corolla bianche: ce ne sono migliaia nelle città afghane. Altissimo rischio, poi, per quanto riguarda i kamikaze, i fanatici con cinture esplosive, indotti al sacrificio dall’integralismo religioso o dalle minacce alla famiglia. Quasi impossibile individuarli tra la folla”.

Filmati raccapriccianti

Il maresciallo mostrava due filmati raccapriccianti girati in località dell’Afghanistan. Nel primo si vedeva un autocarro rallentare fino a formare una lunga coda di veicoli, ridotti in briciole da un’improvvisa, terrificante esplosione. Proprio un camion-bomba a Nassiriya, in Iraq, nel novembre 2003, causò la morte di 19 italiani tra militari e civili. Nel secondo filmato una colonna di blindati sfila sulla Ring Road: appena passato l’ultimo, nel centro della strada l’asfalto si gonfiava un’enorme bolla che esplodeva formando un profondo cratere. Come nell’attentato di Capaci.

In una steppa brulla, nell’area di Camp Arena, tra le rovine secolari di un villaggio, la Task force guastatori simulava la ricerca e neutralizzazione di uno Ied. Sminatori e artificieri superesperti e superattrezzati: oltre allo scafandro protettivo indossato dal loro collega americano nella finzione del film “The hurt locker”, impiegavano il curioso robot – anch’esso attore nel film di Kathryn Bigelow – munito di cingoli, di giraffa metallica con pinza e cesoia, e di due telecamere, manovrato da un operatore che lo seguiva sul pc dall’interno di un Buffalo color sabbia, il gigante corazzato americano da un milione di dollari, progettato per resistere agli Ied e alle mine.

I militari setacciavano il terreno, si soffermavano su un rilievo che sembrava uno scavo di talpa. Il robot, dopo aver scoperto Ied e detonatore, sparava un getto d’acqua ad altissima pressione che disarticolava l’ordigno.

La tragedia di Kabul suscita i pensieri peggiori. A meno che i mullah talebani di ritorno non si dimostrino efficienti uomini di governo. Ma il monito di Biden (unito alla montagna di armi abbandonate ai vincitori) non incoraggia troppe speranze. “Terroristi, vi inseguiremo in capo al mondo”. Non sembrano le parole di Bush dopo l’11 settembre?

Enzo Polverigiani
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Afghanistan 2013: per gli italiani il dramma del ritiro era annunciato

Malawi: zona rurale si illumina, basta una bici e un vecchio frigo

Africa ExPress
2 settembre 2021

Una vecchia bici, un compressore di un frigo e l’ingegno di un giovane hanno portato la luce nella maggior parte delle case di Yobe Nkosi, un villaggio nelle colline del Malawi, a oltre 300 chilometri dalla capitale Lilongwe.

Anni fa, quando Colrerd Nkosi, un residente del luogo, è ritornato a casa dopo aver terminato le scuole secondarie, non voleva e non poteva accettare che nel suo paese i bambini dovessero fare i compito a lume di candela e nemmeno sempre, spesso mancavano pure i soldi per acquistarle.

Malawi, Colrerd Nkosi porta la corrente elettrica nel suo villaggio

Pur non essendo un esperto di meccanica e elettricità, ha scoperto che la corrente del fiumiciattolo che scorre dietro la casa materna aveva abbastanza forza per far girare i pedali della sua bici.

Dopo vari tentavi, Colrerd  assembla una piccola dinamo in grado di generare corrente elettrica, che riesce a portare fin dentro la casa.

Poi, quando ha visto i vicini ogni giorno in fila davanti alla sua casa per ricaricare il proprio cellulare, Colrerd ha deciso che non poteva fermarsi. Doveva elaborare il suo progetto per portare l’elettricità in tutto il paese.

A poco a poco “l’ingegnere fai da te” riesce a deviare il letto del fiume, creando una piccola cascata, poi ha assemblato una piccola turbina idroelettrica con il compressore di un vecchio frigorifero, in grado di fornire energia domestica per altre sei case.

Mesi dopo ha costruito una turbina più grande con l’ausilio di una sgranatrice per granoturco. La piccola centrale elettrica artigianale è stata installata alla periferia del paese e grazie all’ingegno del giovane, oggi quasi quarantenne, nessuna casa del suo villaggio è più al buio. I ragazzi non hanno più scuse per non fare i compiti, e così al calar della sera non si sente una mosca volare. Tutti concentrati sullo studio per poter superare gli esami di fine anno scolastico. Ancora oggi, la scuola di Yobe Nkosi è la sola ad avere la luce in tutto il distretto, che conta ben 17 istituti.

L’elettricità viene trasportata grazie a due chilometri di cavi rudimentali, sostenuti da tronchi d’albero. Gli “utenti” pagano più o meno un euro al mese, insomma hanno la luce quasi gratis. “Spero che presto potranno anche cucinare con questa corrente, così eviteranno di tagliare gli alberi e di usare il carbone a legna”, ha detto l’ingegnere autodidatta. Colrerd ha dato la sua disponibilità per costruire altre piccole centrali nei villaggi vicini.

 

Malawi, finalmente arriva la luce nel villaggio di Yobe Nkosi

La sua invenzione ha attirato l’attenzione degli amministratori locali e persino il ministro dell’Energia del Malawi ha promesso di cofinanziare cavi elettrici sicuri e affidabili, che permetteranno di  portare la corrente in tutte le case dei 18 mila abitanti della zona.

Il Malawi è il Paese più densamente popolato  di quell’area geografica. Conta quindici milioni di abitanti e oltre il settanta percento vive nelle zone rurali. Ex-colonia britannica, ha ottenuto la piena indipendenza nel 1964, ma resta uno dei Paesi più poveri dell’Africa. Oltre la metà della sua popolazione vive con meno di 1,25 dollari al giorno. L’aspettativa di vita è tra le più basse del pianeta: quarantanove anni per gli uomini, cinquantuno per le donne e la principale causa di morte è l’infezione da HIV/AIDS.

Le ricchezze del Paese sono in mano a un’élite ristretta e la corruzione della classe politica è proverbiale. Il presidente Lazarus Chakwera, eletto lo scorso anno dalle fila dell’opposizione, cerca di combattere con ogni mezzo disonestà e immoralità della classe politica.

Solo l’11 per cento della popolazione del Paese è collegata a una linea di corrente elettrica, tra questi la popolazione rurale rappresenta il 4 per cento e in molti luoghi con il calar del sole cessano tutte le attività.

Africa ExPress
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Corruzione: mandato d’arresto contro Joyce Banda la ex presidente del Malawi

Guinea Equatoriale, anche un italiano tra centinaia di dannati nelle putride galere

sandro_pintus_francobolloSpeciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
Firenze, 4 settembre 2021

Non possono ricevere visite dei loro avvocati o familiari, sono senza alcun diritto e languono dimenticati nelle prigioni della Guinea Equatoriale. Sono le centinaia di prigionieri che la dittatura di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha scaraventato nelle patrie galere.

Persone dimenticate, molte delle quali imprigionate con processi farsa e discutibili, accusati di delitti inesistenti. Sono detenuti nel piccolo stato africano, nel carcere Playa Negra di Malabo e in quello di Bata, considerate tra i penitenziari peggiori al mondo.

La prigione famigerata di Black Beach, a Malabo, in Guinea Equatoriale
La prigione famigerata di Black Beach, a Malabo, in Guinea Equatoriale

La denuncia viene attraverso un comunicato di Amnesty International. “Dal momento dell’ingresso in carcere, di questi prigionieri non si è più saputo nulla. I loro familiari non sanno neanche se siano ancora vivi o siano morti – si legge -. Alcuni anni fa, un prigioniero appena rilasciato descrisse la prigione di Playa Negra come una sorta di buco pregno dell’umidità che arrivava dal mare. Si viveva in condizioni inumane, in cui la tortura era la regola e la vita dei detenuti era messa a rischio dal sovraffollamento”.

Un ingegnere italiano, rapito e condannato a 60 anni di galera

Tra questi anche Fulgencio Obiang Esono, un ingegnere italiano di origini equatoguineane residente a Pisa, rapito in Togo dai servizi segreti della Guinea Equatoriale. L’ingegnere è stato sequestrato insieme a Francisco Micha, un amico equatoguineano di 68 anni che viveva in Spagna dalla fine degli anni Novanta.

Partiti da Roma per questioni di affari in Togo, dal giorno dell’arrivo nel paese africano, il 18 settembre 2018, sono diventati irrintracciabili. Sono stati condannati a 60 anni di prigione e sono nel carcere di Playa Negra ma non si riescono ad avere loro notizie.

Fulgencio Obiang Esono durante il processo e la mappa della Guinea Equatoriale

L’infernale esperienza di un imprenditore italiano

Sull’inferno delle carceri equatoguineane ne sa parecchio anche un altro italiano: l’imprenditore Roberto Berardi. È stato “incastrato” con una truffa da Teodorin Obiang, socio in affari e figlio del dittatore africano. Berardi è rimasto rinchiuso 900 giorni nel carcere di Bata Central e torturato quotidianamente. L’imprenditore ha raccontato nei dettagli la sua terribile esperienza in un libro pubblicato da Slow News. Il titolo è “Esperanza. La vera storia di un uomo contro una dittatura africana”, scritto con il giornalista Andrea Spinelli Barrile nel 2016.

Roberto Berardi (a sin) durante la carcerazione
Roberto Berardi (a destra) durante la carcerazione

Una famiglia di cleptocrati

La famiglia del presidente-tiranno 89enne tiene il Paese con il pugno di ferro da 42 anni. Rappresenta il tipico caso di creptocrazia, il saccheggio delle risorse a suo vantaggio personale senza alcuna distribuzione  per la popolazione.

L’ex colonia spagnola è ricca di petrolio (terzo produttore del continente africano), uranio e diamanti. Il dittatore, la moglie Constancia Mangue e il primogenito Teodorin amministrano lo Stato come fosse cosa di loro proprietà, annientando fisicamente gli oppositori. Teodorin, visto che l’opposizione non esiste, è colui che è stato designato a ereditarne il “trono”. A meno che, alla morte del vecchio despota, i militari non fermino la sua ascesa con un colpo di Stato.

Intanto, nonostante sia stato condannato da un tribunale francese per riciclaggio di denaro e corruzione, Teodorin la settimana scorsa è stato visto a Roma. Ad Africa ExPress è stato segnalato anche a Cagliari. Dal 27 agosto il suo yacht, Ebony Shine, da 100 milioni di dollari è ormeggiato al porto del capoluogo sardo.

Guinea Equatoriale - manifestazione Amnesty porto Cagliari
Attivisti di Amnesty al porto di Cagliari davanti allo yacht del vice presidente della Guinea Equatoriale, Teodorin Obiang

Amnesty International ieri ha manifestato davanti allo yacht di Teodorin. Chiedevano rispetto per i diritti umani e l’accesso al carcere degli avvocati e i familiari di Fulgencio Osono. Il portavoce dell’ong, Riccardo Noury, dice che per l’Italia la presenza di Teodorin è una vergogna. Nel suo Paese presiede da anni una spietata repressione.
(aggiornamento alle 23.05 del 3 settembre 2021)

Sandro Pintus
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Vacanze sarde per Teodorin, cleptocrate equatoguineano condannato in Francia

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(1) Guinea Equatoriale, in un libro l’inferno vissuto da un italiano vittima della feroce dittatura Obiang

 

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Vacanze sarde per Teodorin, cleptocrate equatoguineano condannato in Francia

 

 

Afghanistan, le donne in piazza per chiedere lavoro, istruzione e libertà

Editoriale Per Africa ExPress
Sara Mauri
Lecco, 2 settembre 2021

I giornali si popolano in fretta, subito arriva qualcosa d’altro da scrivere, qualche altra tragedia da raccontare, i riflettori si spengono. Le notizie passano veloci, domani è un altro giorno. Così succederà anche all’Afghanistan. Ce ne dimenticheremo, come si fa con un dramma lontano, come abbiamo fatto in passato. Ma ci sono ancora tante persone che sperano, che non si meritano il silenzio.

Teniamo i riflettori accesi anche dopo, quando la novità sarà scemata, quando nessuno avrà più interesse, quando i talebani avranno preso i mezzi, quando vedremo solo gli uomini. Perché le donne ci saranno sempre, coperte da un velo nero, sbirceranno dalle tende, nascoste, in gabbia, segregate dietro i muri delle case. Mute.

Shaharzad Akbar, Afghanistan Independent Human Rights commission,

Esodo improvviso

E sarà colpa anche nostra. Una guerra durata 20 anni, un esodo improvviso. C’è ne siamo andati, le abbiamo lasciate lì. Abbiamo chiuso la porta e spento la luce.

Ma le femmine sono creature forti, hai voglia a distruggerle. Hanno radici, partoriscono uomini, si muovono nel dolore e nell’ombra, camminano sulle macerie e ricostruiscono sempre.

La forza dell’essere femmina sconvolge, ogni volta. E stupisce davvero quella forza sovrumana di sopravvivere e di lottare in condizioni che vanno al di là del coraggio. I talebani hanno vietato a molte donne di lavorare, frequentare l’università, di andare a scuola. Ma loro iniziano a uscire, ad alzare la testa e la voce.

Le donne si muovono a Herat. Anche laddove sembra morta la speranza. Ci sono giornaliste da salvare, studentesse, madri di famiglia che non ci stanno. Ed è un carosello di veli di tutti i colori, quello che scorre su Twitter. Le donne sono uscite nelle strade ignorando i pericoli. Oggi la protesta ha contagiato anche Kabul. E ci vuole davvero un grande coraggio a scendere nelle piazze presidiate da talebani armati di mitra!

Sheroes cioè eroine al femminile

Protestano. Lo fanno per la loro vita futura, per quello che succederà nel loro Paese dopo che l’Occidente se n’è andato. Per quello che succederà alle loro figlie, sorelle e madri. Le donne afghane chiedono lavoro, istruzione, libertà. Quelli che sarebbero i loro diritti in un paese civile. “È nostro diritto avere istruzione, lavoro e sicurezza”, dicono. “Non abbiamo paura, siamo unite”.

Donne in Afghanistan protestano davanti a un miliziano talebano

 

Shaharzad Akbar per rivolgersi alle donne di Herat che protestano contro i talebani le ha chiamate Sheroes. Eroi, femminile, plurale. She. Eroine, ma con un termine più forte, più semplice, più efficace, più vero.

Traduco il suo tweet: “Eroine. Si invitano le donne dei Paesi vicini e del mondo islamico a difendere i diritti umani delle donne afghane.  Perché l’indifferenza? Dov’è la solidarietà femminista globale quando le donne afghane ne hanno più bisogno? Perché non assistiamo ogni giorno a proteste a sostegno delle donne afghane?”

Appello ai musulmani

Questo si chiede Shaharzad Akbar, dell’Afghanistan Independent Human Rights commission, vedendo l’indifferenza delle donne dei paesi vicini e del mondo. Ed è un appello, un grido all’universo musulmano e non. Perché, sapete, sotto un cielo nero, milioni di stelle brillano ancora.

La battaglia di queste donne è una gran lezione. E allora chiediamo: perché le femministe italiane, quelle che scrivono di donne, che lottano per le donne, non si uniscono tutte in un unico coro? Perché non iniziamo a combattere insieme per le cause giuste, per la vita e e la qualità della vita di altre donne e non solo per noi stesse?

Potremmo stupirci, alla fine, scoprendo un femminismo concreto, vero, generoso, gratuito e senza ipocrisie.

Sara Mauri
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Vacanze sarde per Teodorin, cleptocrate equatoguineano condannato in Francia

Africa ExPress
2 settembre 2021

Una settimana fa Teodorin Obiang, figlio del presidente-dittatore della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, non ha resistito al suo narcisismo. Ha postato sul suo profilo Intagram una sua fotografia in posa su un lungotevere di Roma. Probabilmente si è fermato nella Capitale per lo shopping. Oltre alle proteste di Amnesty International anche quelle dei cittadini, cui sono cari i diritti umani ignorati da sempre dalla Guinea Equatoriale.

Teodorin Obiang Nguema
Teodorin Obiang Nguema, a Cagliari

Questo il video reportage di Simona Spina

Nel momento in cui scriviamo, ad Africa ExPress, è stata segnalata la sua presenza in Sardegna, a Cagliari. Dal sito Vessel Finder, Ebony Shine, il suo yacht multipiano risulta ormeggiato nel porto del capoluogo sardo dal 27 agosto. Costruita nel 2009, l’imbarcazione di 76 metri, naviga con bandiera delle Isole Cayman e secondo l’Agenzia Dire, è costata 100 milioni di dollari.

Lo yacht di Obiang sul molo al porto di Cagliari

Uno scandalo visto che la famiglia Obiang gestisce le ricchezze del piccolo Stato africano come se fossero personali. Invece la popolazione equatoguineana vive al di sotto della soglia di povertà. Informazioni raccolte da Africa ExPress confermano la sua presenza tre giorni fa nel centro di Cagliari, in Scalette di Santa Chiara.

La Ebony Shine in tutto il suo splendore

Che Teodorin Obiang si trovi a Cagliari, è una vergogna per l’Italia”, ha dichiarato all’Agenzia Dire, Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. “Su Teodorin pesano due condanne spiccate negli Stati Uniti e in Francia per reati economici, in particolare corruzione e riciclaggio di denaro. Nel suo Paese presiede da anni una spietata repressione. Tra le vittime, anche il cittadino italiano Fulgencio Obiang Esomo, che sta scontando una pena a 60 anni di carcere. La condanna è per una inesistente accusa di tentato colpo di Stato ai danni del dittatore Teodoro Obiang”.

Teodorin su Vessel Finder
Ebony Shine, yacht di Teodorin Obiang ormeggiato a Cagliari, su Vessel Finder (Courtesy  Vessel Finder)

Teodorin, nominato vice-presidente del suo Paese dal padre, è stato tra le persone ricercate dall’Interpol ma la richiesta del mandato di arresto internazionale è stato cancellata nel 2013. Teodoro Obiang ha fatto risultare le proprietà sequestrate in Francia come beni della Guinea Equatoriale e non del figlio. Nonostante le accuse e i processi in contumacia in USA e Francia e il sequestro dei suoi beni, continua a girare il mondo indisturbato.

La Guinea Equatoriale è un piccolo stato africano ricchissimo di petrolio, diamanti e uranio. Con 1,2 milioni di abitanti, ha un PIL pro capite di 23.700 USD. Peccato che questa ricchezza sia nelle mani di pochissimi cleptocrati.

Africa ExPress
@africexp

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Film africani alla mostra di Venezia: il più atteso Amira, del regista egiziano Diab

Speciale per Africa ExPress
Chiara Zanini
Venezia, 1° settembre 2021

La Mostra del Cinema di Venezia inizia oggi, tra le restrizioni imposte per il secondo anno consecutivo dal Covid-19 e l’apprensione per i registi afghani che stanno cercando di lasciare il proprio Paese. I festival del cinema sono da sempre un’occasione per viaggiare attorno al mondo attraverso lo sguardo e la sensibilità degli autori e degli interpreti dei film presentati.

La Mostra, con le sue proiezioni, le masterclass e le conferenze stampa rimane in questo senso uno degli appuntamenti più importanti al mondo, anche se la possibilità di incontrare il cast dipende dalla volontà dei diversi governi di concedere il visto.

Amira, film di Mohamed Diab in concorso alla nostra del cinema di Venezia

Trattandosi spesso di opere che veicolano riflessioni politiche, questo non è affatto scontato, e la pandemia viene spesso usata come pretesto per negare le partenze. Un bel problema per chi ha scelto una professione per la quale fare networking è fondamentale.

Ecco i film africani da tenere d’occhio in questa edizione.

Nella sezione Orizzonti vedremo Amira, film coprodotto da più Paesi e diretto dal regista egiziano Mohamed Diab. Protagonista è una diciassettenne palestinese, concepita con il seme di un uomo, trafugato dal carcere in cui lui è prigioniero.

I due si sono visti poche volte e sempre in carcere, ma per la ragazza il padre è un eroe. Il fenomeno dei figli dei prigionieri palestinesi nati tramite al traffico clandestino dello sperma dalle carceri israeliane è diffuso. Dice il regista: “Nell’atto di dipanare l’identità della nostra eroina, il film solleva la questione se l’odio nasca spontaneo o venga coltivato”.

I film di Diab sono sempre dei successi. Il suo lungometraggio d’esordio Cairo 678 (Les Femmes du bus 678) è stato molto premiato e tratta il tema delle molestie sessuali al Cairo, ma già nel 2007 Diab aveva rappresentato l’Egitto agli Oscar con El Gezira, mentre con Clash ha restituito il clima della fine delle Rivoluzione del 2011, cui ha preso parte. Attualmente sta lavorando per una serie Marvel: è uno dei registi degli episodi di Moon Knight.

Vedremo inoltre un cortometraggio yemenita, diretto dalla regista Shaima Al Tamimi, dal titolo Don’t get too comfortable, anch’esso inserito nella sezione Orizzonti. Si tratta di una sorta di lettera che la Al Tamimi rivolge al nonno, interrogandosi sull’apolidia e in particolare sulla diaspora degli yemeniti.

Lo fa utilizzando foto d’archivio, filmati di repertorio, animazione con metodo parallax e video astratti. La regista ha dichiarato: “È importante che le nostre storie vengano raccontate, ed è ancora più importante che siamo noi [yemeniti] ad avere il controllo della nostra narrativa”.

Il regista egiziano Mohamed Diab

Sempre al Lido si tiene un workshop della durata di tre giorni, chiamato Final Cut in Venice, giunto alla sua nona edizione, che prevede dei premi in denaro. Questi premi dovranno essere utilizzati per la post-produzione, ossia il completamento di sei film provenienti dall’Africa e da Giordania, Iraq, Libano, Palestina e Siria. Produttori e registi presenteranno le copie – lavoro dei propri film a operatori, distributori, programmers e altri produttori internazionali allo scopo di facilitarne il percorso, ultimarli e promuovere eventuali partnership di coproduzione, e infine l’accesso al mercato.

I primi due giorni del workshop (5 e 6 settembre) i film selezionati verranno proiettati, mentre il 7 settembre una sessione di incontri one-to-one verrà organizzata tra i progetti selezionati e i professionisti accreditati. Tre sono i film di finzione scelti: Under the Fig Trees di Erige Sehiri (co-prodotto da Tunisia, Qatar, Svizzera e Francia), Mami Wata di C.J. “Fiery” Obasi (co-prodotto da Nigeria e Francia) e Hanging Gardens di Ahmed Yassin Al Daradji (co-prodotto da Iraq, Palestina e Regno Unito). E tre sono i documentari: The Mother of All Lies di Asmae El Moudir (co-prodotto da Marocco, Germania, Qatar), We, Students! di Rafiki Fariala (co-coprodotto da Repubblica Centrafricana, Francia, Repubblica Democratica del Congo e Italia) e The Nights Still Smell of Gunpowder di Inadelso Cossa (co-prodotto da Mozambico, Germania, Francia, Norvegia, Paesi Bassi e Portogallo).

Chiara Zanini
chiara.zanini@outlook.com
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