Gibuti ha annunciato qualche settimana fa la costruzione di una base di lancio spaziale in Africa. Lo ha fatto sapere il presidente dello Stato nel Corno d’Africa, Ismaël Omar Guelleh, sul suo account Twitter.
Ismaël Omar Guelleh, presidente del Gibuti con la delegazione cinese
Guelleh ha siglato un memorandum di intesa per la realizzazione della base con la società cinese Hong Kong Aerospace Technology. Secondo una fonte della presidenza, un accordo definitivo dovrebbe essere pronto tra aprile e maggio, dopo una visita di esperti gibutiani in Cina.
Se il progetto dovesse andare in porto, sarebbe l’unica base attiva in Africa, e dovrebbe sorgere nella regione settentrionale di Obock.
L’Africa ha circa 15 Paesi che si trovano sull’equatore o vicino ad esso, una posizione geografica ideale per l’accesso allo spazio. In termini di tracciamento dei satelliti, di ricezione dei loro segnali e di monitoraggio, è il continente meglio posizionato, affermano gli esperti in materia.
Per i cinesi, Gibuti risulta il luogo ideale, in quanto hanno già una base militare nel Paese, ma bisogna comunque tener conto della stabilità politica regionale e la sicurezza in questa parte dell’Africa e del Golfo di Aden.
La futura base di lancio spaziale necessità ovviamente della realizzazione di altre infrastrutture, come un porto a Obock e strade, nonché la creazione di impianti per la fornitura di corrente elettrica e di acqua.
Poiché Gibuti non ha risorse economiche sufficienti per finanziare il progetto, i cui costi sono stimati in oltre un miliardo di dollari, è stata avviata una partnership con una società cinese.
Secondo quanto riferisce in un comunicato la presidenza di Gibuti, l’accordo “prevede la concessione definitiva dell’infrastruttura aerospaziale alla parte gibutiana, al termine di un periodo di co-gestione di 30 anni, che dovrebbe portare a un processo di trasferimento di competenze e professionalità”.
Sta di fatto che passerà ancora del tempo finché sarà effettuato il primo lancio, visto che i tempi previsti per la realizzazione della base non saranno brevissimi. I primi lavori dovrebbero iniziare alla fine del 2023 e concludersi un anno dopo, mentre la prima delle 7 rampe di lancio dovrebbe essere operativa alla fine del 2024 e l’ultima alla fine del 2027.
Le attività del progetto dovrebbero inoltre consentire la creazione di diverse centinaia di posti di lavoro, contribuendo così all’economica della regione di Obock e del Paese.
I lavori dovrebbero iniziare alla fine del 2023, la prima delle 7 rampe di lancio dovrebbe essere operativa alla fine del 2024 e l’ultima alla fine del 2027.
La futura base di lancio spaziale a Gibuti non è comunque la prima in Africa. Il Centro spaziale Luigi Broglio ha sede a Malindi, Kenya, di proprietà dell’Università Sapienza di Roma, gestito dall’Agenzia Spaziale Italiana.
Attualmente il nostro centro provvede solamente al tracciamento di numerosi satelliti di varie agenzie (NASA, ESA e Agenzia spaziale cinese), ma dalla sua costruzione negli anni sessanta fino al 1988 sono stati lanciati 23 satelliti in orbita.
Il Progetto San Marco fu ideato e gestito da Luigi Broglio e, alla sua morte nel 2001, assunse il nome attuale.
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Speciale per Africa ExPress Luciano Bertozzi
Febbraio 2023
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha incontrato nei giorni scorsi a Roma il presidente della Somalia, Hassan Sheikh Mahamud e il ministro della Difesa, Mohamed Nur Abulkadir.
Nel colloquio sono stati affrontati – si legge in un comunicato del ministero della Difesa – “il supporto e il sostegno alle forze armate di Mogadiscio per la lotta al terrorismo, alla pirateria e per aumentare la sicurezza del Paese, condizione indispensabile per lo sviluppo economico”.
Hassan Sheikh Mahamud, presidente somalo, in visita in Italia
Il ministro Crosetto, ha preso parte insieme ai governanti dell’ex colonia italiana e ad altri ministri somali, all’evento “Italia, Somalia. Una relazione speciale” organizzata dalla Fondazione Med-Or della multinazionale delle armi Leonardo.
“La Difesa italiana è in prima linea in Africa- ha affermato Crosetto – con una missione europea (EUTM) e una Bilaterale (MIADIT). Contrastare il terrorismo e la pirateria nel continente significa tutelare la sicurezza anche dell’Europa. “Dobbiamo impegnarci di più come Paese in una logica che veda, accanto alle missioni militari, la presenza del nostro sistema Paese, l’industria, l’agricoltura, l’università, affinché il territorio possa industrializzarsi, e nascano nuove opportunità economiche, sociali, culturali che possano colmare il divario sociale ed economico tra nazioni vicine. La Somalia ha il confine marino più lungo dell’Africa, abbiamo ragionato quindi sulla possibilità di aumentare gli aiuti nel settore marittimo per il contrasto alla pirateria trainando anche l’Europa e la NATO in quest’area di interesse strategico”.
Gli incontri, anche con la presidente Meloni, non hanno nemmeno sfiorato il tema dei diritti umani. Com’è possibile schierare le nostre forze armate per addestrare esercito e polizia della nostra ex colonia, nonostante le stesse utilizzino addirittura, per esempio, i bambini-soldato.
Da molto tempo, un apposito rapporto del segretario generale ONU Antonio Guterres denuncia questa situazione, nonostante il governo somalo si sia impegnato formalmente di porvi fine.
Nel 2021, le Nazioni Unite hanno registrato circa un centinaio di piccoli nelle fila delle sopraindicate forze di sicurezza. Purtroppo le denunce rimangono nei cassetti e non suscitano alcuna reazione. Ogni anno il nostro Paese proroga le missioni militari nell’area e nessun parlamentare, salvo rarissime eccezioni, solleva obiezioni, nonostante la Somalia sia devastata da un conflitto che dura da decenni e sia ricca unicamente di armi.
Nell’ex colonia sono presenti circa seicento militari italiani, nell’ambito di alcune missioni.
Tre sono dell’Unione Europea: EUTM Somalia, con lo scopo di formare i soldati di Mogadiscio, comandata da un generale italiano con circa centosettanta soldati italiani. Il costo annuo è di circa 14 milioni di euro.
Mentre EuAtalanta combatte la pirateria nelle acque antistanti il Paese africano, con duecento marinai, una nave e due aerei, con un costo nel 2022 di 27 milioni.
Infine il compito di Eucap Somalia consiste nel rafforzamento della sicurezza marittima con la presenza di 15 nostri connazionali per un costo di mezzo milione. Le altre missioni sono: Missione Bilaterale di Addestramento delle Forze di Polizia somale e gibutine (MIADIT), operata da settantacinque carabinieri, con un costo di 4,5 milioni. La missione ha formato negli anni migliaia di poliziotti.
La nostra base di Gibuti che si affaccia sullo strategico stretto di Bab el Mandeb, tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, (costo annuo 13 milioni) svolge da centro logistico per le predette missioni.
All’inaugurazione, nel 2013, l’allora capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, la definì “un avamposto permanente in un’area di enorme importanza strategica sia per quanto riguarda l’antipirateria, sia per il contrasto al terrorismo”, a ridosso della Somalia e dello Yemen, “sia per la sorveglianza dei traffici mercantili. Il costo complessivo 2022 di tutte le predette missioni è stato di 60 milioni di euro annui.
Con Mogadiscio abbiamo stipulato un Accordo di cooperazione militare (ratificato dal Parlamento con la legge 19.4.2016, n.64) anche per favorire l’export dell’industria della difesa “made in Italy”
Siamo sicuri, tuttavia, che fornire aiuti militari sia l’unica strada per combattere il terrorismo di Al Shabab e per garantire la sicurezza al popolo somalo? L’Occidente (Italia compresa) impedisce la traversata del Mediterraneo dei migranti, ha fornito vaccini anti-covid con il contagocce e non fa nulla per contrastare il cambiamento climatico (di cui la Somalia è fra i Paesi più colpiti) non appare quindi credibile quando parla di “aiutarli a casa loro” o di sviluppo. Il nostro Paese dovrebbe, ad esempio, subordinare gli aiuti militari al rispetto dei diritti umani, sarebbe il minimo, anche per farsi perdonare il nostro colonialismo.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
26 febbraio 2023
Al 15° “Tour du Rwanda“ il successo finale è andato a Henok Mulubrhan, 23 anni, nato ad Asmara, da poche settimane anche campione continentale africano. Ma la sua squadra è l’italianissima “Green Project Bardiani-CSF Faizanè” con sede a Bibbiano, provincia di R. Emilia, che si è dimostrata la più organizzata e compatta fra tutte le 19 partecipanti.
L’eritreo Henok Mulubrhan vince il Tour du Rwanda 2023
Giustamente il team tricolore nel suo sito ha commentato: “Henok Mulubrhan sontuoso, vince l’ultima tappa e il Tour du Rwanda. Batte tutti nella volata ristretta a Kigali. Grandissima prova di squadra in questa trasferta ricca di emozioni”. I piazzamenti ottenuti nella seconda corsa più importante del continente nero, conclusasi dopo 8 frazioni, domenica 26 febbraio verso mezzogiorno, in cima al Canal Olympia in Rebero (località “in” della capitale ruandese), parlano chiaro.
Sabato al termine della tappa regina ad alzare le braccia sotto lo striscione d’arrivo era stato Manuel Tarozzi, 24 anni, di Faenza, della “Green Project Bardiani”. Una meritata soddisfazione per il giovane che un anno fa aveva esordito tra i professionisti con caduta e frattura; un altro italiano, Walter Calzoni, 21 anni, di Sellero (Val Camonica), della “Q36.5 CYCLING” ha conteso fino all’ultimo secondo la maglia gialla della vittoria finale all’eritreo.
Nelle prime quattro tappe, Calzoni si è sempre piazzato tra i primi 10, nella quinta è arrivato secondo e ha condiviso il primato della classifica generale con Henok Mulubrhan.
L’eritreo, però, con il suo gruppo è stato ancor più costante e quindi meritatissimo dominatore: è giunto terzo il primo giorno, secondo il secondo giorno, primo il terzo e ultimo giorno, (domenica) e nella graduatoria finale ha lasciato alle sue spalle proprio il corridore camuno.
“Ringrazio Dio per questa vittoria, che mi ripaga di tanti sacrifici”, ha dichiarato il giovane africano, prima che l’immarcescibile Paul Kagame, 65 anni, presidente della Repubblica dal 2000, in versione casual (occhiali neri alla moda, pizzetto bianco, giacchino blu e camicia a quadri), gli consegnasse sul palco la maglia gialla finale.
Paul Kagame, presidente del Ruanda
Henok non poteva essere più felice: poche settimane fa conquistatore del titolo nazionale africano e ora della sua prima corsa con tappa finale e primato. Un successo non facile: nel giro ruandese non si scende mai sotto i 1500 metri di altezza, con temperature che superano sempre i 30° C e un tasso di umidità elevato.
Paul Kagame non poteva perdersi il bagno di una folla sempre più entusiasta dello sport su due ruote e della dimensione internazionale che sta acquisendo questa manifestazione sponsorizzata, ovviamente, dal governo e comunque organizzata in modo impeccabile.
Il portale spagnolo Ciclo21 preso dall’impeto si è spinto a parlare del popolo che “respira il sapore della strada e sente come proprie le pedalate dei ciclisti”. Non scherza come retorica neppure il sito ufficiale della corsa, che così commenta l’arrivo di Kagame sul traguardo per seguire le ultime fasi della corsa: “Siamo onorati di avere sua Eccellenza a illustrare questo evento”.
“Sua eccellenza” ora aspetta il 2025: il suo Paese ospiterà il campionato mondiale di ciclismo. La prima volta assoluta per l’Africa. Un altro passo avanti, o un’altra pedalata, utile alla diplomazia di un leader indiscusso e indiscutibile. E guai a provare a farlo, dicono (sottovoce) gli oppositori.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
25 febbraio 2023
Durante la tornata elettorale odierna sono stati segnalati incidenti sparsi, anche se non della portata delle precedenti elezioni. Le scaramucce non hanno comunque compromesso le votazioni a livello nazionale. I nigeriani sono stati chiamati alle urne per eleggere il loro nuovo presidente, nonché 109 senatori e 360 deputati per la Camera dei rappresentanti.
Nigeria: lunghe code davanti a alcuni seggi elettorali
In molti seggi le attese degli aventi diritto al voto sono state lunghe e interminabili, in quanto tantissimi uffici elettorali hanno aperto le porte con grande ritardo, dovuto all’intempestiva consegna del materiale.
La corrispondente di Africa ExPress, Blessing Akele, ci ha inviato alcune foto del suo seggio elettorale alla Oguola (Holy Cross) Primary school a Oredo, nell’Edo state, nella Nigeria meridionale e ci ha raccontato della determinazione della gente nel voler esprime il proprio diritto al voto.
Mamma con bimbo in attesa davanti al seggio nell’Edo state, Nigeria
La corrispondente di Africa-ExPress ha preso come esempio una giovane mamma che si è presentata al seggio con una borsa piena di acqua e cibo per sé e il suo bambino. Ha persino portato pannolini e abitini puliti per poter cambiare il suo piccolo. Lei era vestita di bianco e verde, il colori della Nigeria.
Anche questa signora, come milioni e milioni di altri nigeriani, non ha voluto mancare a questo importante appuntamento elettorale.
La gente ha atteso pazientemente davanti ai seggi, perché stanca della situazione, nettamente peggiorata sotto il governo di Muhammadu Buhari, presidente uscente, in carica dal 2015.
La nazione più popolosa del continente è in ginocchio a causa dei molteplici problemi riguardanti la sicurezza: l’insurrezione dei terroristi Boko Haram e dei loro cugini di ISWAP, oltre che ai continui rapimenti a scopo di riscatto, dei conflitti tra pastori seminomadi e agricoltori.
Se si aggiungono anche carenza di denaro liquido, mancanza di carburante e continue interruzioni della corrente elettrica, oltre alla corruzione endemica e povertà estrema, il malcontento della popolazione e il desiderio di un cambiamento radicale è più che comprensibile, tenendo conto che il tasso d’inflazione ha raggiunto il 21,82 per cento lo scorso gennaio.
Secondo la Commissione elettorale nazionale indipendente (INEC), i risultati ufficiali potrebbero essere attesi a partire dalla tarda serata di domenica. Alcuni seggi hanno già iniziato a contare le schede diverse ore fa, mentre in altri le votazioni erano ancora in corso per la ritardata apertura. In 141 seggi elettorali dello Stato meridionale di Bayelsa, ricco di petrolio, il voto è stato rinviato a domani a causa di disordini.
I tre principali candidati delle presidenziali in Nigeria: I tre principali candidati, Tinubu (al centro), Atiku (a destra) e Obi (a sinistra)
Sono ben 18 i candidati in lizza per la poltrona più ambita del Paese. I tre favoriti sono: l’ex governatore di Lagos Bola Tinubu, 70 anni per il partito al potere, All Progressives Congress (APC), l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, 76 anni, corre per il People’s Democratic Party (PDP), principale partito di opposizione, e Peter Obi che di anni ne ha solo 61, in lizza con il Labour Party, ed è molto popolare tra giovani elettori.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
25 febbraio 2023
Oggi si torna alle urne in Nigeria per eleggere il nuovo presidente e l’Assemblea Nazionale. Nel Paese più popoloso del continente, il clima è teso, incandescente, come sempre prima di una tornata elettorale.
Oyibo Chukwu, candidato al Senato del Labour Party dell’Enugu state, Nigeria
Mercoledì scorso, il giorno precedente alla chiusura della campagna elettorale, è stato ammazzato brutalmente assieme al suo autista, Oyibo Chukwu, candidato al senato per il Labour Party nell’Enugu state, nel sud-est della ex colonia britannica. La vettura sulla quale viaggiavano è caduta in un’imboscata. Stavano tornando a casa dopo un’assemblea di propaganda elettorale.
In risposta al grave attentato, la Commissione elettorale nazionale indipendente (INEC) ha fatto sapere poche ore fa di aver sospeso le elezioni senatoriali nell’Enugu state. I cittadini residenti nello Stato federale in questione, potranno eleggere il proprio candidato l’11 marzo, quando si torna alle urne per votare i nuovi governatori, ha precisato il residente di INEC in un comunicato.
In preda alla violenza diffusa e i rapimenti perpetrati da bande armate in vista delle elezioni, i problemi di sicurezza sono peggiorati , con diversi attacchi e incendi dolosi anche agli uffici dell’INEC.
Oggi molti mercati in tutto il Paese sono stati presi quasi d’assalto dai clienti. Tutti, chi più chi meno, ha cercato di comprare cibo e beni di prima necessità per non dover uscire nei prossimi giorni. Con le presidenziali odierne, la gente teme disordini e violenze dopo il voto, come è già successo in passato.
Mohammadu Buhari, presidente uscente della Nigeria
Muhammadu Buhari lascia una popolazione frustrata, allo stremo per la carenza di denaro liquido e carburante, con un tasso d’inflazione, che a gennaio ha raggiunto il 21,82 per cento, il più alto dal 2005.
Per non parlare dei problemi di sicurezza. Nel nord-est Boko Haram e ISWAP (acronimo per Islamic State West Africa Province, cugini dei primi, dai quali si sono separati nel 2016 per incomprensioni), continuano le loro incursioni, anche se meno insistenti di un tempo, ma rappresentano comunque ancora una minaccia per la popolazione.
Eppure durante la campagna elettorale del 2015 per il suo primo mandata, Buhari aveva annunciato trionfalmente che entro la fine dell’anno avrebbe sconfitto i sanguinari Boko Haram.
A tutt’oggi i terroristi sono sempre in azione, insieme a loro ISWAP e altre bande criminali che minacciano la sicurezza in tutto il Paese. Inoltre la corruzione galoppante, presente a tutti livelli, e l’impunità, sono questioni gravi che hanno un peso non indifferente sulle elezioni di domani.
L’attuale presidente non può ricandidarsi dopo due mandati consecutivi. Va comunque ricordato che Buhari ha già occupato la posizione di Capo di Stato dopo il golpe militare del 31 dicembre 1983.
I tre principali candidati delle presidenziali in Nigeria: I tre principali candidati, Tinubu (al centro), Atiku (a destra) e Obi (a sinistra)
Sono ben 18 i candidati in lizza per la poltrona più ambita. I principali aspiranti alla presidenza sono l’ex governatore di Lagos Bola Tinubu, 70 anni per il partito al potere, All Progressives Congress (APC), l’ex vicepresidente Atiku Abubakar, 76 anni, corre per il People’s Democratic Party (PDP), principale partito di opposizione, e Peter Obi che di anni ne ha solo 61, Labour Party, è molto popolare tra giovani elettori.
Peter Obi ha avuto le migliori quotazioni nei sondaggi pre-elettorali e, per raggiungere i suoi supporter e i giovani, suoi potenziali elettori, è stato molto attivo sui social media.
I tre principali candidati, Tinubu, Atiku e Obi hanno promesso di rilanciare l’economia martoriata e di combattere l’insicurezza dilagante e la corruzione endemica.
Bola Ahmed Tinubu, ex governatore di Lagos dal 1999 al 2007, multimilionario, musulmano di etnia yoruba, è originario del sud-ovest del Paese. Cofondatore dell’All Progressives Congress nel 2013 insieme al presidente uscente Muhammadu Buhari.
La carriera politica di Tinubu è iniziata negli anni ’90 con una sua forte opposizione al governo militare in carica. Conosce molto bene la Nigeria in lungo e in largo e negli anni ha saputo creare alleanze politiche, etniche e religiose in tutto il Paese.
Nonostante il suo passato come oppositore al regime militare, ha promesso di sguinzagliare le forze armate per porre fine all’insurrezione islamista. Ma gli elettori hanno già sentito questa promessa da Buhari. Non ha mai saputo tradurre in fatti la parola data.
Il candidato del partito al potere è anche accusato di e appropriazione indebita di fondi, fatti che ovviamente ha negato.
L’ex vicepresidente Atiku Abubakar, 76 anni, si candida per la sesta e probabilmente ultima volta. Multimilionario pure lui, musulmano del nord, di etnia fulani.
Quando Buhari era ancora in politica, le sue possibilità di vincere le presidenziali sono sempre state considerate scarse. Ma con l’attuale presidente fuori dalla competizione, l’eterno candidato spera ora di farcela, pur essendo consapevole che probabilmente faticherà a conquistare l’elettorato più giovane, visto che la maggior parte dei quasi 10 milioni di nuovi elettori registrati quest’anno ha meno di 34 anni.
Abubakar punta molto sul suo passato come vicepresidente tra il 1999 e il 2007, quando ha guidato un team economico che ha attuato riforme di successo nei settori delle telecomunicazioni, delle pensioni e delle banche.
Come Tinubu, anche Abubakar è accusato di appropriazione indebita di fondi e clientelismo che risalgono al periodo della sua vicepresidenza. Ovviamente anche lui ha negato ogni illecito.
Peter Obi del Partito Laburista si è presentato come il candidato anti-establishment nella speranza di raccogliere voti tra coloro che provano rabbia per lo status quo.
L’ex governatore dell’Anambra state è riuscito a conquistarsi il sostegno dei giovani nigeriani urbani del sud, molti tra questi in difficoltà economiche per mancanza di lavoro e a causa della sempre crescente insicurezza. I suoi supporter si autodefiniscono come “Obi-dient” (obbedienti)
Obi è un cristiano Igbo, un gruppo etnico del sud-est, cioè del Biafra. Alcune fazioni igbo si battono per la secessione della loro regione dalla Nigeria. In precedenza è stato membro del raggruppamento politico Peoples Democratic Party, ma ha lasciato il partito.
Come gli altri due candidati, anche Obi è accusato di appropriazione indebita, ma soprattutto di evasione fiscale. Il suo nome è emerso persino nei famosi Pandora Papers.
Le votazioni si svolgono oggi dalle 8.30 alle 14.30.
Gli elettori già in coda prima della chiusura del seggio, potranno accedere alle urne anche oltre l’orario stabilito.
Sono oltre 93 milioni di persone aventi diritto al voto.
Il processo di spoglio impegnerà gli scrutatori per diversi giorni. I risultati sono attesi per la prima metà della prossima settimana.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
23 febbraio 2023
Hanno dovuto interrompere gli studi, trovano a tutt’oggi enormi difficoltà nell’ottenere il permesso di soggiorno, sono rifugiati invisibili in tutta l’Europa. Eppure sono fuggiti dalle stesse bombe un anno fa. Difficile comprendere il trattamento dedicato ai profughi ucraini da quello riservato ai cittadini di altri Paesi terzi, africani, asiatici e mediorientali.
Studenti africani durante la fuga dall’Ucraina
L’odissea è iniziata con le prime bombe riversate dai russi, con conseguente ondata di panico in tutta l’Ucraina. Anche gli studenti africani del campus universitario di Kiev si sono svegliati a suon di esplosioni quella notte. Si sono trovati improvvisamente in mezzo a una guerra non loro.
I giovani hanno cercato di raggiungere le frontiere, per non essere seppelliti sotto le macerie. I più hanno dovuto affrontare una marcia forzata per ore. Ma non c’è stato nulla da fare: erano neri e i bus erano riservati agli ucraini in fuga.
Mentre alcuni Paesi africani, come il Marocco, hanno rimpatriato i loro cittadini non appena è iniziata l’invasione russa, moltissimi altri sono scapati andati in Europa. Ma tutti quanti hanno visto andare in frantumi i loro progetti nelle prime ore del 24 febbraio 2022.
Da una parte gli studenti africani sono felici, sollevati, di essere sopravvissuti alle bombe russe e alla violenza razzista ai confini dell’Ucraina, ma dall’altra non sanno da che parte voltarsi.
Perché, a differenza degli ucraini, i profughi africani sono stati esclusi dalla protezione temporanea. La direttiva europea, attivata il 4 marzo 2022, autorizza l’accesso al lavoro, all’alloggio, all’assistenza sociale e medica per un periodo di dodici mesi (rinnovabile fino a tre anni) in tutti gli Stati membri. La protezione non riguarda invece i cittadini di Paesi terzi che godevano permessi di soggiorno brevi in Ucraina, come appunto gli studenti.
“Non volevo partire, pensando a tutti sacrifici che la mia famiglia ha fatto nel corso di tutti questi anni per farmi studiare medicina a Dnipro, al centro dell’Ucraina. Mi mancavano solo tre mesi alla laurea. Alla fine ho preso il treno per Kiev con la mia fidanzatina Paola”, racconta un giovane, originario del Congo-Brazzaville.
Alla frontiera polacca, per fuggire al controllo discriminatorio nei confronti degli africani da parte di alcuni funzionari ucraini, Paola dichiara di essere incinta. Poi i due quindi finiscono in Francia.
Una volta arrivati a Parigi, vengono ospitati da SOS Solidarités. Poiché non hanno ottenuto il permesso di soggiorno – la loro richiesta è ancora sospesa – i due studenti sono stati costretti a lasciare l’albergo che li ha ospitati per mesi. Ora sono a casa di un amico e stanno cercando di ricostruire le loro carriere professionali e accademiche.
I sogni infranti dei giovani studenti africani fuggiti dalla guerra in Ucraina
Sebbene sia riuscito a completare il suo dottorato, grazie ai corsi online dell’ università ucraina, il giovane congolese non può lavorare in Francia perché non ha il permesso di soggiorno. Per mantenersi ha dovuto rassegnarsi a fare un corso di formazione come conducente di carrelli elevatori. “Non ho fatto tutti questi sacrifici per fare un altro lavoro. Voglio fare il medico in un ospedale”, racconta disperato il giovane.
Non va meglio negli altri Stati europei. Le organizzazioni della società civile hanno chiesto ripetutamente alla comunità internazionale di incoraggiare le istituzioni per avviare un meccanismo di transizione equo che dia agli studenti africani l’opportunità di completare la loro formazione prima di tornare a casa.
Etonam Ahianyo, coordinatore dell’associazione Save Africans Ukraine, è pessimista: “Queste persone sono studenti e non sono minacciati nel loro Paese, quindi non hanno motivo di chiedere asilo. Ciò significa che è molto probabile che le loro domande di asilo continuino a essere respinte”.
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Speciale per Africa ExPress Sandro Pintus 23 febbraio 2023
Nella serata di martedì 20, il ciclone tropicale Freddy, è violentemente entrato nella costa sud-orientale del Madagascar. Secondo il servizio meteo malgascio è stato un forte impatto con venti tra 130 e 180 km orari. Il ciclone ha colpito Mananjary – già distrutta l’anno scorso dal ciclone Batsirai – spazzando via i fragili tetti e le case. Sono andate distrutte o allagate 4.500 abitazioni e finora si registrano cinque morti morti.
L’impatto sulla terraferma non ne ha attutito la violenza. Nel momento in cui scriviamo, il sito meteo Zoom Earth attraverso i satelliti EUMETSAT e Meteosat-IODC lo classifica come Ciclone Tropicale Intenso da 185 km orari.
La Federazione Internazionale della Croce Rossa via Twitter ha lanciato l’allarme rosso su tutta l’area e il governo malgascio ha chiuso le scuole. Dopo il Madagascar, le previsioni dicono che, dopo 850 km nel Canale del Mozambico, toccherà le coste dell’ex colonia portoghese venerdì mattina 23 febbraio. Perdendo un po’ di forza entrerà nell’area di Vilanculos, tra Beira e la capitale, Maputo, diventando Forte Tempesta Tropicale con venti a 110 km orari.
Secondo le previsioni, dopo 400 km, terminerà la sua corsa come Bassa Pressione Tropicale da 55 km/h verso il confine con il Sudafrica. Il Mozambico ricorda con dolore i danni del ciclone Idai che nel 2019 ha causato oltre mille morti. Nelle scorse settimane le forti piogge hanno alluvionato vaste aree del sud del Paese e l’arrivo di Freddy desta molta preoccupazione.
Freddy è nato il 3 febbraio 1.150 km a sud-est di Giacarta in Indonesia, nell’Oceano Indiano. Si è mosso verso nord-est come Disturbo Tropicale da 50 km orari per circa 900 km.
Dopo tre giorni ha cambiato rotta verso ovest per diventare un ciclone di categoria 1. Dopo un’altra settimana, in pieno oceano Indiano, si è trasformato in Ciclone di categoria 4 con venti fino a 260 km orari. Dopo aver sfiorato Mauritius e La Reunion, il 20 febbraio, ha toccato le coste centro meridionali dell’Isola Grande.
Da quando ha colpito il Madagascar esiste ancora un “cono di incertezza” che non permette di avere previsioni esatte. Il ciclone Freddy dal 3 al 21 febbraio ha percorso 9.400 chilometri nella vastità dell’oceano. Quando, dopo aver toccato la terraferma, il suo itinerario distruttivo sarà concluso avrà fatto circa 11 mila chilometri.
(ultimo aggiornamento 23 febbraio 2023, ore 12:56)
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Il ministro per il Turismo del Botswana, Philda Kereng, durante un suo intervento al Parlamento, ha affermato che negli ultimi cinque anni sono stati uccisi 138 rinoceronti. Il numero sarebbe però calato drasticamente lo scorso anno.
Botswana: rinoceronti bianchi
Ora è scattato l’allarme, negli ultimi anni il Paese ha perso un terzo della popolazione di questa specie già a rischio. Secondo i dati ufficiali, dal 2013 al 2017, sarebbero stati ammazzati solamente due pachidermi.
Il ministro ritiene che la carneficina compiuta dai bracconieri sia dovuto al continuo aumento della richiesta di corna di rinoceronte sul mercato internazionale; questo commercio illegale viene pagato profumatamente in Cina e in altri Paesi asiatici.
Botswana: rinoceronte nero
Per la medicina tradizionale cinese, senza prove scientifiche, la polvere di corno di rinoceronte è utilizzata contro il cancro, l’impotenza e altre patologie, ma non solo, è molto ambito anche dai gioiellieri per la creazione di monili preziosi.
La Kereng ha poi sottolineato che molte bande criminali di bracconieri si sono spostati in Botswana da altri Paesi dell’Africa meridionale, visto che, in particolare in Sudafrica, le leggi contro il bracconaggio sono state inasprite.
Inoltre, i ranger continuano a pattugliare senza sosta i parchi nazionali sudafricani, costringendo così i bracconieri a cercare le corna altrove. Infatti, grazie ai nuovi provvedimenti addottati, le uccisioni dei rinoceronti sono fortemente calate nel Paese.
Secondo la Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES), in Botswana sarebbero rimasti solamente 285 rinoceronti bianchi e 23 neri.
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Speciale per Africa ExPress Cornelia I. Toelgyes
20 febbraio 2023
Il cambio dello scettro è avvenuto ieri, in occasione della 36esima sessione ordinaria dell’Unione Africana, che ha aperto i lavori sabato a Addis Abeba, Etiopia.
Macky Sall, capo di Stato del Senegal e presidente di turno uscente dell’UA, ha passato il testimone a Azali Assoumani, che guiderà l’istituzione panafricana per un anno. Clima, autosufficienza alimentare e sicurezza sono tra i punti principali del programma svelato dal capo di Stato comoriano.
Azali Assoumani, capo di Stato delle Comore e nuovo presidente di turno dell’Unione Africana
Un piccolo Stato tra i grandi. L’Unione delle Comore, che conta meno di un milione di abitanti, sono ora alla guida del continente. È la prima volta che un Paese insulare con un’influenza limitata a livello internazionale, viene investito di una tale responsabilità.
Parigi ha fortemente appoggiato l’ingresso del piccolo Stato nell’ arcipelago dell’Oceano Indiano alla presidenza dell’UA, chiedendo al Kenya di ritirare la propria candidatura. Il presidente comoriano è un habitué dell’Eliseo, che apprezza ovviamente l’aperta opposizione di Assoumani all’invasione russa dell’Ucraina.
Assoumani è diventato presidente delle Comore nel 1999 dopo aver organizzato un colpo di Stato ai danni dell’allora Presidente Tadjidine Ben Said Massounde, rimanendo al potere fino a gennaio 2002.
Nel maggio dello stesso anno vince le elezioni e rimane alla guida dello Stato insulare fino al 2006. Dieci anni dopo riesce nuovamente a farsi rieleggere ed è al potere a tutt’oggi.
E’ risaputo che alla Francia interessa avere Moroni alla testa dell’organizzazione panafricana. Visti i rapporti tesi che intercorrono tra Parigi e alcuni Paesi del Sahel, in particolare il Mali, le Comore potrebbero fare da intermediario. Inoltre, è uno dei pochi governi africani che si è schierato nettamente contro l’invasione russa in Ucraina; la maggior parte degli Stati del continente, infatti, ha preferito astenersi.
Le Comore e la Francia sono inoltre coinvolti in una crisi irrisolvibile per quanto concerne l’isola francese di Mayotte. L’Unione delle Comore è uno Stato insulare che si trova nell’estremità settentrionale del Canale del Mozambico, nell’Oceano Indiano. E’ composto da tre isole, Grandi Comore, Mohéli e Anjouan, che hanno ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1975. La quarta isola, Mayotte, ha sempre rifiutato di far parte della Repubblica Federale Islamica ed è rimasta fedele alla Francia, cioè territorio d’oltremare.
Le relazioni tra Parigi e Moroni sono alternanti, in quanto lo Stato insulare chiede che Mayotte ritorni a far parte della Repubblica Federale. Anche le Nazioni Unite hanno ritenuto nullo il referendum del 1976 e in più risoluzioni non vincolanti, hanno chiesto la restituzione dell’isola alle Comore. Nulla di fatto.
Eppure Mayotte è il più povero dei territori oltremare e, secondo uno studio di INSEE (Istituto nazionale della statistica e degli studi economici francese) del 2019, quasi la metà della popolazione dell’isola è di nazionalità straniera, per lo più comoriana.
Ma con il beneplacito di Moroni, nel 2022 la Francia ha rimpatriato ben 23.380 comoriani. “Le buone relazioni con le Comore sono necessarie per combattere la pressione migratoria su Mayotte”, ha sottolineato il ministro degli Esteri d’oltralpe durante un suo intervento al Parlamento.
Cerimonia d’apertura della 36esima assemblea ordinaria dell’Unione Africana a Addis Abeba, Etiopia
Intanto ieri, a conclusione dei lavori del 36esimo summit dell’organizzazione sono state adottate parecchie decisioni, dichiarazioni, risoluzioni e altre mozioni, già oggetto di accesi dibattiti anche in passato e non ancora risolti.
Tra i testi adottati durante l’assemblea generale c’è anche un rapporto del presidente ruandese, Paul Kagame, sulle riforme istituzionali dell’UA. Rimangono però molti altri punti sui quali non è stato ancora trovato un comune accordo.
E’ il caso dello status di osservatore accordato a Israele in seno all’UA. Un comitato ad hoc avrebbe dovuto esaminare la questione da un anno, ma i membri non si sono mai riuniti fino ad oggi. Dunque i Capi di Stato presenti al summit hanno deciso di attendere le conclusioni della commissione.
Sta di fatto che Israele non ha apprezzato l’incidente diplomatico accorso sabato mattina, quando è stato letteralmente messo alla porta il rappresentante dello Stato ebraico durante la cerimonia di apertura dell’UA.
Il ministero degli esteri di Gerusalemme ha sottolineato che l’ambasciatore Sharon Bar-Li è stato allontanato, nonostante il suo status di osservatore accreditato, con tanto di badge d’ingresso.
Di altro avviso è Ebba Kalondo, portavoce del presidente della commissione dell’Unione Africana. Ha infatti dichiarato che la diplomatica è stata allontanata poiché non era il rappresentante israeliano debitamente accreditato in Etiopia. L’invito sarebbe stato inviato all’ambasciatore residente in Addis Abeba. Insomma una questione ancora tutta da chiarire. Equivoco o atto politico?
Intanto resta la linea dura per quanto concerne i cambi di potere incostituzionali, niente allentamento delle sanzioni già adottate per Mali, Burkina Faso e Guinea.
Altrettanto hanno dichiarato sabato scorso i Paesi membri della CEDEAO (Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale). Anzi, l’organizzazione dell’Africa occidentale ha persino imposto il divieto di viaggiare ai membri e rappresentanti dei governi di Mali, Burkina Faso e Guinea.
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Dal Nostro Corrispondente Sportivo Costantino Muscau
19 febbraio 2023
Dice un proverbio africano: “Morire non è una catastrofe, la catastrofe risiede nel dover dormire affamato”.
Christian Atsu non è morto affamato. Era nato affamato, di una fame che non lo avrebbe mai lasciato. Al punto che quando era giocatore ben pagato nel Porto, al ristorante “Sol Verde” di Espinho, in Portogallo, mangiava non solo la carne del pollo, ma anche le ossa. “Da bambino ho imparato a non buttar via niente del cibo che avevo davanti – confesserà -, perché non sapevo se, quando e che cosa avrei potuto mangiare nei giorni successivi”.
Christian Atsu
Christian Atsu è morto ricco e felice. Felice anche di aver aiutato, nella sua breve esistenza, famiglie senza cibo, detenuti senza speranza, ragazzi senza scarpe e senza scuole.
Christian Atsu è il calciatore ghanese dell’Hatayspor morto, a 31 anni, sotto le macerie del terremoto che in Turchia ha sterminato quasi 50 mila persone. E’ stato ucciso dalla sua generosità.
Commosso dalla partecipazione gioiosa dei suoi compagni per il gol della vittoria da lui segnato domenica 5 febbraio, aveva spostato di un giorno il biglietto aereo per raggiungere la moglie e i tre figli in Inghilterra.
E il terremoto, il giorno dopo, il 6 febbraio, lunedì, ha spianato il residence Ronesance in cui viveva nella città di Hantakya, e posto fine alla sua generosa esistenza. Come a quella di decine di altre persone.
Dalle macerie, Christian, senza vita, è stato estratto solo dopo 12 giorni di contestate e affannose ricerche, sabato mattina18 febbraio, davanti agli occhi della sorella gemella e del fratello maggiore.
Terremoto in Turchia
La sua fine ha scosso il mondo sportivo e commosso la sua terra di origine, il Ghana. Il presidente in carica Nana Akufo-Addo ha dichiarato: “Dio ce lo ha dato e Dio ce lo ha tolto. Ma sarà difficile averne uno come lui”. I rappresentanti del governo, oltre che della famiglia e del Ghana Football Association (GFA) domenica sera 19 febbraio hanno accolto la salma del giocatore, al Kotoka International Airport.
“Riposa in pace fratello, questa è dura da digerire – ha scritto il giocatore belga di origini zairesi Romelu Lukaku, (è dell’Inter in prestito al Chelsea) nel post corredato da una foto che lo ritrae con Atsu con il quale ha giocato nell’Everton nella stagione 2014/15 – È stato fantastico frequentarti per la tua umiltà e il tuo amore per Dio”.
Christian non era uno qualsiasi, come giocatore, ma soprattutto come uomo. Da calciatore, nell’Everton nel Chelsea, nel Porto, in Arabia Saudita, Turchia, nella nazionale (ben 65 partite con i Black Stars) era amato e rispettato da tutti. Come uomo, era un sant’uomo. Senza esagerazione. Cristiano di nome e di fatto.
Nato in Ada Foah, sulla costa est del Ghana, da famiglia di contadini era cresciuto nella povertà e calcisticamente si era affermato grazie all’Accademia calcistica del Chelsea. “Mi sento un privilegiato, sono uno di quelli benedetti da Dio. La fede è la cosa più importante nella mia vita. Sono stato fortunato, non avevo nulla e quindi devo restituire qualcosa a chi non ha niente. Il calcio ha cambiato la mia vita, mi ha permesso di aiutare la mia famiglia e la mia comunità. Talvolta, quando ci penso, mi sembra di essere un miracolato”, dichiarò quando sbarcò alla squadra del Newcastle, che sabato scorso lo ha ricordato allo stadio, alla presenza della moglie Marie-Claire Rupio, e ai loro tre bambini.
E la sua fede si è tramutata in opere (di bene). Sempre supportato dalla moglie, che aveva conosciuto in Portogallo. Di origini tedesche, Mareie-Claire Rupio, non si è limitata a fare la mamma o la velina del calciatore famoso: due anni fa, ha pubblicato un suo libro Stop Bullying Me, che ha ottenuto ottime recensioni. Narra la storia di una giovane donna impegnata in una lotta contro l’oscurità che pare avvolgere la sua vita.
Il sito Ghanaweb.com in un dossier dedicato tutto al giocatore tragicamente scomparso ha aperto una pagina con le 7 opere di misericordia corporale (potremmo chiamarle così mutuando il linguaggio delle pratiche cristiane) compiute da Christian: pagò liberazione dal carcere e cure mediche per una poveretta (Mama Theresa) di 62 anni, per un detenuto cieco, per il rilascio di 10 ghanesi imprigionati per aver rubato cibo, per altri 40 finiti in cella per reati minori, per una madre che allattava due bambini, condannata in quanto si era appropriata di cibo avanzato.
Regalò, infine, 80 paia di scarpe da calcio ad altrettanti ragazzini scalzi e soldi e vestiti e quant’altro agli orfanelli della fondazione Becky’s, di cui era il massimo donatore, in Senya Berekum (storica città della costa ghanese). Senza dimenticare che dal 2016 era l’ambasciatore nel mondo della organizzazione Arms Around The Child (AATC)
Ha scritto un cittadino ghanese sui social media: “Non ho mai amato il calcio, ma quando ho saputo quel che Christian ha fatto per la nostra gente, per gli esclusi, gli emarginati ho cominciato a piangere. Ma – come si dice in Africa – quando la morte ti invita, non superi quella notte”.
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