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Russia e America si affrontano anche in Africa: il Centrafrica vuole la revoca dell’embargo delle armi

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes

25 giugno 2023

Solo pochi giorni fa, in occasione della revisione periodica di MINUSCA (missione di pace dell’ONU nel Paese) la Repubblica Centrafricana ha chiesto nuovamente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la revoca totale dell’embargo sulle armi.

Sala del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, New York

Ovviamente il principale alleato di Bangui, la Russia (membro permanente del Consiglio di Sicurezza), ha appoggiato la richiesta invocando la “sovranità” della Repubblica Centrafricana e gli altri tre Paesi africani che attualmente fanno parte dell’Istituzione (Mozambico, Gabon e Ghana) si sono schierati con la ex colonia francese.

Il Paese è più stabile

Nel 2020 l’embargo è stato allentato, ma ora Bangui ritiene che è arrivato il momento di mettere un punto finale, visto che dopo l’accordo di pace e di riconciliazione siglato con i ribelli quattro anni fa, il Paese è più stabile. Inoltre, visto che i rapporti con MINUSCA non sono tra i migliori, le autorità di Bangui vorrebbero evitare di notificare gli acquisti di armi alla missione dell’ONU.

Ma già all’inizio del 2018, Mosca aveva ottenuto una parziale abolizione dell’embargo in vigore in Centrafrica, inviando fucili d’assalto, pistole e lanciarazzi RPG. E con le armi sono arrivati i contractor di Evgenij Prigozhin (patron dei Wagner), ufficialmente approdati a Bangui  per proteggere il presidente, Faustin Touadéra e il suo regime.

Casse dello Stato vuote

Giacché le casse dello Stato sono vuote a causa del lungo e sanguinoso conflitto interno iniziato nel 2013, il governo di Bangui ha dato in concessione diversi giacimenti auriferi al gruppo Wagner.

Centrafrica: mercenari del gruppo russo Wagner

Società e manager russi vicini a Wagner hanno poi saputo trasformare, grazie a notevoli investimenti, anche piccole miniere artigianali in grandi siti di estrazione. Il tutto lascia pensare a una presenza dei contractor progettata a lungo termine.

Non essendo ben chiaro il reale legame tra il Gruppo Wagner e il Cremlino, Washington si chiede se il denaro guadagnato dalla società paramilitare russa viene reinvestito nelle sue truppe e risorse in Ucraina. Oppure se i profitti vengono depositati nelle casse del governo di Mosca.

In questi anni, i mercenari si sono macchiati di crimini atroci nei confronti della popolazione centrafricana. Indagini in tal senso sono state svolte dalla ONG Human Rights Watch e da esperti del Palazzo di Vetro. E a maggio, i commercianti di un quartiere della capitale hanno abbassato le serrande per protestare contro le continue vessazioni, racket e rapimenti commessi dai contractor di Mosca.

Continuano i combattimenti

Anche se il Paese è ora più stabile, i combattimenti continuano e la provincia di Haut-Mbomou, nel sud-est della Repubblica Centrafricana, è stata nuovamente teatro di violenze. Lo scorso 20 giugno, sono scoppiati scontri tra il gruppo di autodifesa locale “Zandé Ani Kpi Gbé’ e i ribelli dell’UPC (Unità per la Pace nella Repubblica Centrafricana), membri della coalizione CPC (Coalizione dei patrioti per il cambiamento). Si combatte per il controllo della sottoprefettura di Mboki, in una regione dove il governo centrale è per lo più assente.

Secondo quanto riporta Corbeaunews Centrafrique (quotidiano online), durante gli scontri sarebbero morti 5 civili e 40 miliziani delle due fazioni, mentre oltre 5mila residenti avrebbero lasciato le proprie case.

Alla fine di maggio, il presidente Faustine Archange Touadéra ha poi annunciato che il 30 luglio prossimo si terrà il referendum per una nuova Costituzione, che permetterebbe all’attuale capo di Stato di ricandidarsi nuovamente alla prossima tornata elettorale. Una scelta politica molto criticata non solo nel Paese, ma anche oltre le frontiere.

Faustin Archange Touadera, presidente del Centrafrica, a sinistra e Vladimir Putin, presidente della Russia

Touadéra è stato eletto nel 2016 e, nel 2020 in piena crisi di sicurezza, motivo per il quale solamente un elettore su 3 è riuscito a recarsi alle urne, è stato riconfermato come capo di Stato. Il secondo mandato scade nel 2025, secondo l’attuale Costituzione.

Decreto annullato

Lo scorso settembre, la Corte Costituzionale aveva annullato il decreto per l’istituzione di un comitato per la stesura della nuova legge fondamentale dello Stato. A tutta risposta Touadéra ha dimesso il presidente del principale organo di garanzia costituzionale.

Intanto la situazione umanitaria continua a essere disastrosa in tutto il Paese. Mohamed Ag Ayoya, coordinatore umanitario delle Nazioni Unite in Centrafrica, ha fatto sapere all’inizio di questo mese che oltre la metà della popolazione, ossia 3,4 milioni di persone, necessitano protezione e aiuti umanitari.

Ormai nel Paese non esistono più i servizi di base. Tre cittadini su cinque non hanno accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici e solo il 55 per cento dei bambini completa la scuola elementare

La Russia, Prigozhin e i suoi uomini ieri hanno tenuto il mondo intero con il fiato sospeso. E la tensione si è sentita anche in Africa, dove la loro presenza è sempre più diffusa e pressante.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
Twitter: @cotoelgyes
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Le miniere in Centrafrica – Wagner

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Trentuno minatori del Lesotho uccisi dal metano in una miniera d’oro sudafricana dismessa

Africa ExPress
Pretoria, 23 giugno 2023

Sarebbero ben 31 i minatori clandestini provenienti dal vicino Lesotho, morti lo scorso 18 maggio in una miniera aurifera in disuso nella provincia sudafricana del Free State, nella cittadina di Welkom, che dista 250 chilometri da Johannesburg. La macabra scoperta è stata annunciata solamente poche ore fa dal governo sudafricano.

Sudafrica: Morti 31 minatori “illegali” provenienti dal Lesotho

Finora, secondo quanto emerge, sono stati recuperati tre corpi, mentre altri 28 sono ancora sottoterra.

A causa della disoccupazione endemica, migliaia di minatori illegali soprannominati “zama zama” (in lingua zulù: quelli che provano e riprovano), tentano la fortuna cercando di estrarre ciò che resta nei giacimenti di metalli preziosi.

Secondo il Department of Mineral Resources and Energy (DMRE), le vittime sono morte il 18 maggio, ma a tutt’oggi non sono ancora state determinato le circostanze esatte dei decessi, ma si presume che siano state causate da un’esplosione di gas metano.

Un portavoce del ministro delle Miniere e dell’Energia, Gwede Mantashe, ha detto che ci potrebbe volere del tempo per recuperare i corpi, poiché le autorità non vogliono rischiare di perdere altre vite umane.

Il DMRE ha dichiarato inoltre che un’indagine sull’incidente, condotta con l’aiuto di Harmony Gold (HARJ.J), il precedente proprietario della miniera, che ha cessato le attività negli anni ’90, ha fatto sapere che i livelli di metano erano molto elevati nel pozzo di ventilazione .

Molti dei zama zama provengono dal Lesotho, Paese che in lingua bantu significa: il popolo che parla la lingua sothu, ma è conosciuto anche come il regno del cielo. E’ una monarchia parlamentare e i rapporti tra il re Letsie III, i partiti e l’esercito sono fragili, ma stabili. Il regno è un ex protettorato britannico, che ha ottenuto l’indipendenza nel 1996.

Il Paese conta poco più di due milioni di abitanti e il 40 per cento della popolazione vive con meno di 1,90 dollari al giorno. La maggior parte è cristiana, il 15 per cento animista, mentre solo il 5 per cento è musulmana.

Economicamente è uno dei Paesi meno sviluppati al mondo; è una piccola enclave del Sudafrica dal quale dipende per lo più la sua economia. Gran parte dei lesothiani lavora nelle miniere sudafricane.

Il tasso di propagazione del virus HIV è uno tra i più alti al mondo e è tra i Paesi africani con il maggiore numero di suicidi omicidi.

Africa ExPress
Twitter: africexp
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Il Lesotho in testa alla classifica per numero di omicidi: la faida delle fisarmoniche al centro di molti assassini

Ex mandriano di asini, oggi miliardario, vince le elezioni in Lesotho e corre per diventare premier

 

ESwatini, dove regna la monarchia assoluta di Mswati III ed è vietato dissentire e scioperare

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
23 giugno 2023

“Chi osa dissentire da chi detiene il potere viene punito”. Lo afferma Vongai Chikwanda, vice direttore ad interim di Amnesty International per l’Africa meridionale.

Nello specifico si riferisce a Sticks Nkambule, segretario generale dello coalizione di sindacati “Swaziland Transport Communication and Allied Workers Union” (SWATCAWU). Deve comparire davanti alla giustizia perché il 13 e 14 dicembre 2022 ha avuto la sfrontatezza di aver organizzato una manifestazione.

Mswati III eSwatini manifestazione contro il governo
eSwatini, manifestazione contro il governo

La protesta era stata indetta per chiedere il rilascio di due membri del parlamento eswatini: Mthandeni Dube e Bacede Mabuza. I due politici, dal 25 luglio 2021, sono in prigione per aver chiesto riforme politiche nel Paese.

Le accuse di Amnesty

Amnesty International accusa il governo: “Le autorità dell’Eswatini stanno effettivamente criminalizzando il dissenso pacifico. Lo dimostrano le molestie e le intimidazioni nei confronti di Sticks Nkambule e del sindacato che rappresenta per aver semplicemente organizzato una protesta”.

Nel piccolo regno africano incastonato tra Mozambico e Sudafrica non c’è da stupirsi per l’atteggiamento ostile di re Mswati III verso chi protesta.

È infatti l’ultima monarchia assoluta del continente africano. Il modo di fare del monarca ricorda il marchese del Grillo nell’omonimo film di Mario Monicelli interpretato da un mitico Alberto Sordi che dice al popolo: “Io so io e voi nun siete un ca..zo”.

Mswati III Mappa dell'Africa e di eSwatini
Mswati III Mappa dell’Africa e di eSwatini

Arresti e morti anti-regime

Il Regno di eSwatini è tutto sotto il controllo del sovrano al quale poco importa dei diritti dei sudditi. E mentre Mthandeni Dube e Bacede Mabuza sono in galera e Sticks Nkambule deve fare i conti con il tribunale, c’è chi ha perso la vita per i diritti.

Nel gennaio scorso l’avvocato Thulani Maseko, noto difensore dei diritti umani del Paese e oppositore politico, è stato ucciso nella sua abitazione.

Le proteste anti-regime del 2021 sono finite in un bagno di sangue. Le forze di sicurezza hanno sparato sui manifestanti: un morto e 80 feriti, alcuni in modo grave.

Quando Mswati III ha bandito i partiti

Con la promulgazione della nuova Costituzione – era il 2016 – Mswati III ha introdotto la monarchia assoluta. Non ci sono più partiti e il parlamento ha solo poteri consultivi. In eSwatini è ammesso solamente l’associazionismo apartitico.

Mswati III
Mswati III, re di eSwatini

La popolazione è stanca di vedere la famiglia reale che vive nel lusso mentre il resto del Paese è in estrema povertà. Nel 2019 la popolazione ha visto scaricare 20 Rolls-Royce nuove nuove di zecca destinate ai membri della sua grande famiglia.

La gente vuole l’annullamento del bando ai partiti, diritti democratici di base, rilascio dei prigionieri politici, ritorno degli esiliati, democrazia multipartitica. Tutti diritti che continuano ad essere negati. E, sopratutto tra i giovani, c’è chi spera che cada la monarchia.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
@sand_pin
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Crediti immagini:
– Re Mswati III
Di Amada44 – Opera propria, Pubblico dominio
– Mappa eSwatini
Pubblico dominio, Collegamento
– Mappa Africa
Di Alvaro1984 18 – Opera propria, Pubblico dominio

ESwatini: ucciso avvocato e difensore per i diritti umani mentre il re fustiga gli oppositori al suo regime

Due piccoli Stati africani in vetta alla triste classifica mondiale dei suicidi

Bamako chiede all’ONU: “Ritirate immediatamente i caschi blu”

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
21 giugno 2023

Il 16 giugno scorso al Palazzo di Vetro, il ministro degli Esteri del Mali, Abdoulaye Diop, ha chiesto il ritiro immediato dei caschi blu di MINUSMA, la missione dell’ONU nel Paese.

Era nell’aria che il regime attualmente al potere nell’ex colonia francese volesse annunciare qualcosa di grosso nella sala del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Pare che solamente i membri permanenti (Russia, USA, Cina, Regno Unito, Francia) avessero già fiutato qualcosa. Senza battere ciglio e in modo secco e convinto venerdì scorso, il ministro degli Esteri del regime militare di transizione, Abdoulaye Diop, ha chiesto il ritiro immediato dei caschi blu.

Caschi blu della missione ONU (MINUSMA) in Mali

Attualmente la missione dell’ONU in Mali comprende 11.676 militari, 1.588 personale di polizia, 1.792 civili (859 nazionali – 754 internazionali, compresi 179 volontari delle Nazioni Unite), per un totale di 15.056.

Eppure, malgrado alcune divergenze anche profonde, sembrava che le questioni tra le parti si fossero appianate. Tant’è vero che nelle prossime settimane erano previsti  negoziati per il rinnovo del mandato di MINUSMA.

“E’ stato un fallimento”

Diop ha poi sottolineato che dopo quasi dieci anni di presenza sul campo,  MINUSMA è stato un fallimento. La missione ONU è diventata parte del problema, perché ha alimentato le tensioni esacerbate con accuse estremamente gravi che sono altamente negative per la pace, la riconciliazione e la coesione nazionale in Mali.

La dichiarazione di Diop è paragonabile alla richiesta di ritiro dei soldati francesi dal Mali dopo mesi di tensioni e dichiarazioni accese. Nell’agosto 2022,  gli ultimi soldati dell’operazione “Barkhane” hanno poi lasciato la loro ex colonia.

La popolazione contesta

Ma nel Paese non tutti condividono la scelta dei militari al potere. A Gao e Timbuktu, una buona fetta della popolazione chiede il mantenimento della missione dell’ONU. E, secondo un politico di Timbuktu, MINUSMA impiega molta gente del luogo, “investe anche nello sviluppo, cosa che il governo non fa”, ha poi aggiunto.

Anche se il contingente dell’ONU non ha raggiunto l’obiettivo primario, cioè quello di riportare la sicurezza nella zona, oltre al lavoro ha dato una mano forte per quanto concerne i servizi essenziali, ha sostenuto un rappresentante di Gao.

Il ruolo dei Wagner

La frattura tra la giunta militare e l’ONU è il risultato di una crisi esplosa poi con l’arrivo del gruppo paramilitare russo Wagner e le recenti accuse del Palazzo di Vetro sui massacri, ovviamente poco apprezzate da Bamako.

Mercenari del gruppo Wagner in Mali

In un rapporto inviato alle Nazioni Unite nel dicembre 2022, Bamako aveva elencato richieste specifiche a Minusma, tra queste:  dare priorità alla dimensione di sicurezza del mandato, rafforzare il sostegno alle forze armate maliane e optare per azioni offensive e pattugliamenti.

Bocciato Guterres

Ma la razionalizzazione della missione ONU – senza riduzione di personale ma con la chiusura delle basi – raccomandata nel rapporto del 13 giugno scorso dal segretario generale delle Nazioni Unite,  Antonio Guterres, è stata respinta dalla giunta maliana. “Né le proposte di Guterres, né la bozza di risoluzione attualmente in fase di negoziazione tra i membri di questo Consiglio, rappresentano una risposta adeguata alle aspettative del popolo maliano”, ha replicato Diop.

Sia a New York come a Bamako, molti diplomatici sono preoccupati per il grave impatto che potrebbe avere il ritiro dei caschi blu nel Paese. Sebbene ostacolata nell’esercizio del suo mandato, MINUSMA, è ritenuta la missione di pace più pericolosa al mondo. In quasi 10 anni di attività, sono stati uccisi 192 soldati. Malgrado ciò è stata sempre un deterrente contro i gruppi jihadisti nel nord e nel centro del Paese.

Il portavoce della giunta militare di transizione del Burkina Faso ritiene la decisione di Bamako molto coraggiosa e il governo di Ouagadougou ha invitato la comunità internazionale di “rispettare rigorosamente le scelte fatte dal Mali”.

Cornelia I. Toelgyes                
corneliacit@hotmail.it
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DAL NOSTRO ARCHIVIO:

ESPULSO CAPO DIRITTI UMANI MINUSMA

Rapporto dell’Onu accusa: forze armate e combattenti stranieri responsabili del massacro di 500 persone in Mali

Fallita la missione africana in Ucraina e Russia: bocciati i 10 punti della proposta di pace

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
20 giugno 2023

La missione di pace di un gruppo di presidenti africani cha hanno visitato sia l’Ucraina sia la Russia, incontrando i presidenti Zelensky e Putin, è fallita. La delegazione, capeggiata dal presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, è tornata nel continente con un nulla di fatto, la loro proposta per porre fine al conflitto scoppiato in Europa non ha avuto il desiderato successo.

Missione di pace di leader africani in Ucraina

I leader africani, appunto Ramaphosa, i presidenti Macky Sall (Senegal), Hakainde Hichilema (Zambia), Azali Assoumani (Comore), nonché rappresentanti del Congo-Brazzaville, Uganda, Egitto (tutti Paesi rimasti neutrali per quanto concerne l’invasione russa in Ucraina), sono stati accolti con una pioggia di bombe venerdì mattina nella regione di Kiev, poco prima di incontrare il capo di Stato ucraino, Volodymyr Zelensky.

Dopo Kiev, Ramaphosa e il resto della delegazione si sono diretti sabato a San Pietroburgo, nel nord-ovest della Russia, dove hanno esposto il loro piano di pace a Vladimir Putin.

Malgrado la tiepida accoglienza da parte dei leader dei Paesi in conflitto, il presidente sudafricano, appena rientrato, ha detto ieri che la missione è stata un successo.  Eppure  finora i colloqui tra i leader africani con Zelensky prima e Putin dopo, non hanno mostrato risultati tangibili.

“Si tratta di un’iniziativa storica perché è la prima volta che i leader africani hanno intrapreso una missione di pace al di fuori del continente”, ha dichiarato Ramaphosa nella sua newsletter settimanale.

Pretoria aveva annunciato il mese scorso il lancio di un tentativo di pacificazione tra i due belligeranti.

Il Sudafrica, potenza economica trainante in Africa, ha rifiutato di condannare l’invasione dell’Ucraina e ha sempre affermato di voler restar neutrale e di preferire il dialogo per porre fine alla guerra.

Va ricordato che il conflitto in Ucraina ha avuto pesanti ripercussioni nei Paesi africani, specie a causa dell’aumento dei prezzi dei cereali.

La delegazione ha presentato al due leader una proposta di 10 punti. Tra questi la de-escalation del conflitto, il riconoscimento della sovranità dei Paesi, l’esportazione senza ostacoli di grano attraverso il Mar Nero e il rimpatrio dei prigionieri di guerra e dei bambini nei Paesi di origine.

Vladimir Putin, presidente russo, qui con il suo omologo delle Comore, Azali Assoumani

Putin ha sottolineato che la proposta è molto difficile da attuare, mentre Zelensky rifiuta qualsiasi colloquio con Mosca finché le truppe russe si trovano su suolo ucraino.

Ramaphosa ha avuto anche colloqui privati con Putin a San Pietroburgo, poco prima dell’incontro ufficiale con tutta la delegazione.

Il viaggio non è proprio iniziata sotto i migliori auspici. Appena atterrato in Polonia, all’aeroporto Chopin a Varsavia, l’aereo, su cui viaggiavano quasi 120 persone, è stato bloccato dalle autorità. Parte dello staff addetto alla sicurezza del presidente sudafricano non è potuto sbarcare.

Il fatto ha provocato un incidente diplomatico tra Varsavia e Pretoria. Wally Rhoode, capo della sicurezza del presidente sudafricano, ha accusato le autorità polacche di razzismo e di mettere in pericolo la vita del suo presidente.

Varsavia ha liquidato le esternazioni di Rhoode come insensate, affermando che molti dei passeggeri non erano in possesso di un porto d’armi e dunque non hanno ottenuto il permesso di lasciare l’aereo.

Il volo charter era partito da Pretoria giovedì con a bordo oltre ai membri della delegazione anche agenti delle  forze di sicurezza sudafricane e giornalisti accreditati a seguire Ramaphosa nel suo viaggio a Kiev. Solo nella serata di venerdì i giornalisti hanno ottenuto l’autorizzazione di lasciare l’aereo.

Anche il capo di Stato sudafricano è arrivato nella capitale polacca giovedì, ma a bordo dell’aereo presidenziale Inkwazi, poi ha viaggiato in treno fino a Kiev, dove è arrivato venerdì, secondo quanto ha riferito la presidenza.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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ll calvario di un italiano con un grave tumore in galera in Nuova Guinea per un traffico di cocaina tutto da provare

Africa ExPress come spiega lo stesso nome
si occupa di Africa, ma in qualche caso abbiamo raccontato
storie gravi accadute in altri continenti
che la stampa ha ignorato. Nella sua tradizione
il nostro quotidiano online ha salvato italiani accusati ingiustamente di inesistenti traffici di droga.  

Speciale per Africa ExPress
S.B.
Milano, 19 giugno 2023

È ricoverato nel Paradise Hospital di Port Moresby in Nuova Guinea e ha i giorni contati, ormai rischia di morire. Dopo la dura detenzione nel carcere di Papua in Nuova Guinea, a nord est dell’Australia dove è stato rinchiuso 34 mesi fa, Carlo D’Attanasio 54enne abruzzese è stato colpito da un tumore all’intestino e versa in gravi condizioni come attesta l’ultimo bollettino medico.

Abbandonato a sé stesso lancia appelli da circa 3 anni senza risultati. Ha bisogno di un intervento urgente ma la struttura ospedaliera non è in grado di assicurargli l’intervento e il nostro connazionale va avanti a dosi di morfina.

Nelle ultime ore il ministro degli Esteri Tajani è intervenuto sul premier James Marape e gli ha chiesto il rimpatrio per motivi umanitari.

Carlo D’Attanasio è stato arrestato nell’agosto del 2020 con la pesantissima accusa di traffico internazionale di stupefacenti, per l’esattezza 611 chili di cocaina. Carlo è ancora in attesa di processo da allora.

L’udienza fissata al 13 giugno è stata rinviata, le condizioni dell’italiano si sono intanto aggravate. Una vicenda che si tinge di giallo dalle prime battute, sullo sfondo corruzione e malaffare.

Era arrivato con la sua barca a Papua nell’aprile del 2020, Carlo. Attraversava gli oceani in solitaria, mesi fra le onde. Più volte nelle acque dell’Atlantico e poi da Panama ha attraversato il Pacifico per approdare a Papua dopo una tempesta.

Prigione in Nuova Guinea

La barca necessitava di riparazioni. Vi è restato 5 mesi e due giorni prima della ripartenza è stato bloccato e arrestato. Ad accusarlo i due occupanti di un piccolo aereo precipitato sull’isola, con 611 chili di cocaina a bordo , sopravvissuti allo schianto. È lui il trafficante, colui che ha trasportato in barca la droga per poi consegnargliela.

Peccato non siano in grado di fornirne il nome e dichiarano altresì di non conoscerlo personalmente… Insomma l’italiano è il colpevole. Le accuse sono inconsistenti eppure D’Attanasio finisce in una cella sporca, piccola, sovraffollata, dove contrae alcune infezioni.

Carlo scrive mail alla Farnesina, all’ambasciata di Canberra, al console onorario. Nulla, silenzio. Gli Avvocati locali latitano, anche il legale pagato dal lui non è di aiuto. La tesi accusatoria vuole che l’abruzzese abbia sfidato l’oceano, con le sue incertezze e difficoltà, trasportando a bordo un enorme quantitativo di cocaina. La forma più assurda e stravagante di narcotraffico.

La questione si è ormai spostata sul piano umanitario e tutto è nelle mani delle autorità. In questi 3 anni Carlo ha potuto contare soprattutto sulla ex moglie Simona, sui parenti e sugli amici che gli hanno inviato pacchi per sostentarlo. Oggi non bastano più. D’Attanasio sta morendo, bisogna agire prima che sia troppo tardi

S.B.
twitter @africexp

 

SeaFuture, la mostra navale militare dell’usato contestata da associazioni e società civile

Speciale per Africa ExPress
Luciano Bertozzi
Giugno 2023

Un altro passo verso l’economia di guerra, così può essere definita l’esposizione SeaFuture, svoltasi all’Arsenale Navale di La Spezia, inaugurata 5 giugno dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, e conclusasi tre giorni dopo..

La Fiera, nata nel 2009 come “la prima fiera internazionale dell’area mediterranea dedicata a innovazione, ricerca, sviluppo e tecnologie inerenti al mare”, negli anni è stata trasformata nell’unica mostra militare in Italia in cui i partecipanti sono le principali aziende del settore militare (soprattutto Fincantieri e Leonardo, che sponsorizzano anche l’evento) e la Marina Militare. La fiera, quindi, ha preso il posto della Mostra Navale di Genova vetrina dell’industria militare navale “made in Italy” negli anni Ottanta e chiusa grazie al movimento pacifista.

Particolarmente inquietante è stata la presenza dei rappresentanti di una settantina di Marine Militari, come quelle di Arabia Saudita, Egitto, Algeria, Emirati Arabi Uniti, Israele, Somalia, Pakistan, Turchia, Paesi belligeranti o che calpestano le libertà fondamentali.

Il mondo dell’associazionismo, riunito nel cartello Riconvertiamo SeaFuture ha contestato la mostra, chiedendo il ritorno alle finalità iniziali, con una manifestazione nella città ligure.

La trasformazione è avvenuta anni fa, nel 2014, con l’allora ministro della Difesa Roberta Pinotti, del Partito Democratico, all’indomani dell’approvazione della Legge navale che ha stanziato alcuni miliardi di euro pubblici per rinnovare la nostra flotta. “Da lì l’idea – ha ricordato Giorgio Beretta su Il Manifesto – di vendere le navi dismesse dalla Marina militare ai Paesi emergenti, soprattutto dell’Africa e del Medio Oriente che – come riportava il comunicato ufficiale di una precedente edizione – potrebbero essere interessati all’acquisizione delle unità navali della marina militare italiana non più funzionali alle esigenze della squadra navale, dopo un refitting effettuato da parte dell’industria di settore. Un salone dell’usato militare, dunque, ben lontano dall’innovazione e dalla sostenibilità”.

Il governo Meloni sta puntando molto sull’industria militare come volano dell’economia nazionale. Recentemente ha tolto le limitazioni all’esportazione verso l’Arabia Saudita di alcuni materiali di armamento (bombe per gli aerei) che in passato sono stati utilizzati nella guerra in Yemen.

La commistione tra militare e civile, coinvolge impropriamente anche settori della ricerca scientifica e dell’istruzione, che dovrebbero invece rimanerne ben distinti. Il futuro dell’industria navale e del mare non possono continuare a dipendere dalla produzione e dal commercio di sistemi militari, sottraendo fondi al settore civile.

“Il Mediterraneo, deve ritornare ad essere – sottolineano i pacifisti di Riconvertiamo Seafuture – un ponte di incontro tra i popoli e le culture, tra i centri di ricerca e tutte le realtà interessate a promuovere la tutela del mare, la sostenibilità ambientale, il turismo responsabile e lo sviluppo sostenibile nel rispetto dei diritti delle persone e dei popoli”.

Comitato “Riconvertiamo Seafuture”

In pratica avviene tutto il contrario di quanto è previsto dalla legge 185 del 1990, che nel disciplinare rigorosamente il commercio delle armi vieta le vendite a Paesi belligeranti o retti da regimi liberticidi. contempla, inoltre, “misure idonee ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”.

Questo è un aspetto fondamentale, anche per consentire un’alternativa ai lavoratori che non vogliono produrre per il militare, senza dover subire il ricatto occupazionale.

Il Covid 19 e l’alluvione dell’Emilia-Romagna, hanno dimostrato chiaramente che la sicurezza di una popolazione non deriva dal possesso di potenti Forze Armate, bensì da un sistema sanitario pubblico efficiente e da una protezione civile capace di contrastare gli eventi estremi, sempre più distruttivi.

Dirottare le scarse risorse verso il settore militare, dimostra mancanza di volontà politica di contrastare la lotta al cambiamento climatico e di rafforzare il servizio sanitario nazionale. Non solo: vendere armi a Paesi che alimentano i venti di guerra in tutto il mondo costituisce una politica che vanifica la nostra Costituzione, senza creare occupazione, ma produce solo lutti e distruzioni. Purtroppo anche la UE, che consente l’uso dei fondi del PNRR per produrre le armi e sostiene i regimi che impediscono l’immigrazione, ha tradito i suoi scopi istitutivi, essendo nata proprio per evitare la guerra in Europa.

Luciano Bertozzi
luciano.bertozzi@tiscali.it
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Terroristi attaccano un liceo in Uganda: almeno 41 morti (38 studenti)

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
18 giugno 2023

I terroristi sono arrivati venerdì in piena notte dalla vicina Repubblica Democratica del Congo e hanno attaccato il liceo Lhubiriha, a Mpondwe, nei pressi Bwera (distretto di Kasese). Il bilancio è terribile. Le autorità ugandesi hanno recuperato i corpi di 41 persone, tra loro 38 studenti, bruciati, fatti a pezzi o uccisi a colpi di arma da fuoco. Altri sei alunni sono stati rapiti.

Un attacco terrorista in piena regola. Sotto accusa i miliziani di ADF (Allied Democratic Forces), un gruppo armato di origine ugandese, che dal 1995 opera per lo più nella parte orientale del Congo-K. Il raggruppamento armato ha giurato fedeltà all’ISIS in Africa centrale (ISCAP). Nel 2021 gli Stati Uniti hanno inserito Alliance Democratic Forces nella lista dei gruppi terroristi.

Gli aggressori hanno attaccato la scuola verso le 23.00 di venerdì, incendiato gli edifici, in particolare i dormitori, e saccheggiato un magazzino di generi alimentari.

Secondo l’esercito, si è trattato di un aggressione coordinata e su larga scala. La maggior parte delle vittime sono studenti dai 16 anni in su. Il generale ugandese Dick Olum, comandante delle forze che combattono l’ADF, ha spiegato: “Gli alunni hanno cercato di reagire, ma sono stati sopraffatti”.

Felix Kulayigye, portavoce di UPDF (Uganda Peoples’ Defence Forces), le ragazze sono state attaccate con coltelli e machete. I corpi delle vittime, alcuni difficili da identificare, sono stati portati all’obitorio dell’ospedale di Bwera doe sono stati ricoverai i feriti, alcuni in modo grave.

In base a quanto riferito da uno studente di 16 anni, sopravvissuto alla strage, gli aggressori sono arrivati armati di machete e pistole, sparando dall’esterno.

Uganda: ADF attacca una scuola superiore al confine con il Congo-K

“Hanno continuato a sparare attraverso le finestre, poi hanno dato fuoco alla nostra stanza mentre eravamo dentro, prima di andare nel dormitorio delle ragazze”, ha raccontato il ragazzo.

Soldati e polizia ugandesi stanno inseguendo i terroristi, che dopo il terribile raid sono fuggiti nella ex colonia belga, dirigendosi verso il Parco Nazionale Virunga con sei ostaggi. La riserva naturale è un santuario per specie rare, tra cui i gorilla di montagna. Ma anche molti gruppi ribelli attivi nella parte orientale della RDC, usano il parco come nascondiglio.

Già nel 1998 i terroristi di ADF avevano attaccato una scuola, l’Istituto Tecnico di Kichwamba, vicino al confine con la RDC. Allora ottanta studenti erano stati bruciati vivi nei loro dormitori e più di cento rapiti.

Restano ancora molte domande aperte sulla terribile aggressione. Infatti, Florence Kabugho, deputata del distretto di Kasese, si chiede: “Dov’era la sicurezza quando gli assassini sono venuti in Uganda, vista la forte presenza di truppe al confine”?

Dalla fine di novembre 2021 l’esercito congolese (FARDC) e truppe ugandesi hanno lanciato un’operazione congiunta per stanare i miliziani di ADF nella ex colonia belga. Lo scorso marzo, gli Stati Uniti hanno offerto una ricompensa fino a 5 milioni di dollari per qualsiasi informazione che possa condurre a Musa Baluku, un ugandese nato tra il 1975-1976, attuale leader del gruppo.

ADF è stato fondato agli inizi degli anni ’90 dal leader ribelle Jamil Mukulu, già cattolico e convertito all’islam e passato più volte dai fedeli di Gesù a quelli di Maometto e viceversa.

Il suo gruppo era piccolo, Jamil quindi imbarcò con sé gli uomini delle vecchie milizie del dittatore Idi Amin e si unì a un altro piccola fazione ribelle, il NALU. In quegli anni i ribelli avevano stabilito le loro basi in Congo-K giusto poco oltre i confini con l’Uganda.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Congo-K, arrestato uno dei fondatori di ADF

Kampala: attacco terrorista

Bomba su bus, Kampala

 

 

Congo-B, nel parco WWF torture, sfratti forzati e villaggi distrutti in nome della “conservazione”

Speciale per Africa ExPress
Sandro Pintus
17 giugno 2023

“Dipendo dalla pesca. Sono condannato a una vita di povertà perché il parco mi ha privato dell’attività che mi permetteva di vivere. Fa male rendersi conto che non posso costruire una casa e avere una vita normale. Alla mia età, sono tornato a vivere con i miei genitori perché non posso più permettermi una casa”.



“Volete ucciderci?”

È la dura testimonianza di K. residente del Parco Nazionale Ntokou-Pikounda (PNNP), ultima area della conservazione in Congo-B gestita dal Fondo mondiale per la natura (Wwf).

“Siamo stanchi di questo parco. La caccia è un problema. La pesca è un problema. Alla fine, cosa vogliono? Ucciderci? Le autorità di questo Paese vogliono che tutti noi diventiamo ladri per poterci arrestare”.

“Tutto appartiene agli animali. Non è giusto. Le guardie ecologiche hanno creato un clima di terrore e insicurezza che ci impedisce di tornare alla nostra terra. Voi ONG a volte siete complici. Dovete aiutarci a risolvere questo problema”, si sfoga K.

wwf mappa del parco
Mappa dell’Africa centro occidentale con la posizione del parco Ntokou-Pikounda (Courtesy OpenStreetMap)

La denuncia di Rainforest Foundation

Purtroppo è un copione già visto nei parchi africani gestiti dal WWF e denunciati da Survival International, argomento trattato da Africa ExPress con diversi articoli. Questa volta la denuncia sulla violazione dei diritti umani nel parchi gestiti dal Wwf, arriva anche dall’ong britannica Rainforest Foundation (RFUK).

La testimonianza di K., insieme a tante altre e ai dati riguardanti il PNNP, la troviamo sul report del Centre d’Actions pour le Développement (CAD), partner locale di RFUK. Il titolo dello studio è “Parco Nazionale Ntokou-Pikounda: quando la felicità di alcuni impone la miseria ad altri”, (50 pagine), pubblicato nel marzo 2023.

Le accuse al WWF



Le accuse contro il Wwf sono molteplici. Dalla violazione del diritto dei popoli indigeni, alla violazione del diritto alla libertà di movimento e di residenza.

Ci sono casi di tortura, trattamenti crudeli, inumani e degradanti, sgomberi forzati di famiglie e individui, distruzione e furto di beni personali. Viene registrato almeno un bambino morto per non avere avuto cure mediche a causa del divieto di navigare il fiume Bokiba.

La distruzione dei ranger

L’incubo per gli abitanti del parco è iniziato tra il 2019 e il 2021. I ranger hanno distrutto e bruciato centinaia di aree di pesca situate all’interno del parco. “Intere famiglie sono state portate via con la forza, spesso con la violenza”, si legge nel report. Le testimonianze hanno indicato la distruzione di almeno 50 accampamenti ma le comunità dei residenti parlano di almeno 300.

wwf
Gorilla di pianura (Gorilla gorilla gorilla) nello Zoo di Berlino, Germania. È il tipo di gorilla presente nel parco di Ntokou-Pikounda, cogestito dal Wwf

Protezione dei gorilla ma non degli esseri umani

Creato per decreto nel 2013, per proteggere i gorilla di pianura, il Parco ha una superficie di circa 4.272 kmq. L’area (grande quasi quanto il Molise) è cogestita da Wwf dal 2017 e riceve finanziamenti dalla Banca Mondiale e dal Wwf Belgio. 

Dati ufficiali parlano di 8.000 abitanti tra i quali ci sono 500 indigeni ma il numero dovrebbe essere molto superiore.

La popolazione che abita nell’area definita “protetta” vive di caccia e di pesca e le guardie forestali impediscono loro qualsiasi attività. Come negli altri parchi a gestione dal Wwf gli abitanti non sono stati coinvolti nelle decisioni.

Secondo RFUK, intorno a Ntoukou-Pikounda, l’impronta ambientale delle popolazioni è centinaia di volte inferiore a quella di un abitante medio del Nord del mondo. In pratica pare che l’ong ambientalista voglia proteggere i gorilla ma non protegge gli esseri umani che vivono nel parco.

Allora perché accanirsi con qualche migliaio di cacciatori e pescatori la cui sussistenza da innumerevoli generazioni dipende dalla foresta e ne sono i migliori custodi? “Il Wwf si è dimostrato ricettivo a discutere la situazione – scrive RFUK – resta da vedere se l’impegno porterà a cambiamenti tangibili sul campo”.

Sandro Pintus
sandro.p@catpress.com

Twitter:
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Crediti foto:
– Gorilla di pianura (Gorilla gorilla gorilla), Hominidae, Western Gorilla; Zoological Garden Berlin, Germany.
Di H. Zell – Opera propria, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15776981

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In Sudan la democrazia può attendere: in Darfur gli RSF ammazzano il governatore

Africa ExPress
16 giugno 2023

Il wali (parola araba per governatore) del Darfur occidentale, Khamis Abakar, è stato rapito da uomini armati mercoledì sera nella sua casa a Geneina e poi assassinato.

Khamis Abakar, governatore del Darfur occidentale, rapito e assassinato

Solo due ore prima del suo sequestro, il governatore, durante una intervista televisiva telefonica all’emittente TV Al-Hadath, aveva accusato pubblicamente i paramilitari di Rapid Suport Forces, capeggiati da Mohamed Hamdan Dagalo, meglio noto come Hemetti, e le sue milizie armate arabe di aver ucciso civili a Geneina, capoluogo del Darfur occidentale.

Abakar aveva anche lanciato un appello alla comunità internazionale, chiedendo un loro intervento, perché l’esercito sudanese e le forze congiunte dei movimenti armati del Darfur non sarebbero in grado di proteggere gli abitanti.

“Nella regione è in corso un genocidio e quindi abbiamo bisogno di un intervento internazionale per proteggere la popolazione della regione”, aveva dichiarato il governatore. Già prima della guerra in Darfur le comunità arabe e non arabe erano in lotta per le scarse risorse idriche e per questioni di terreni coltivabili e pascolo.

Da alcuni filmati circolati sui social media nella tarda serata di mercoledì, si vede un gruppo di uomini armati, alcuni dei quali con uniformi di RSF, mentre stanno arrestando Abakar. E, secondo il quotidiano online Sudan Tribune, il comandante di RSF nel Darfur occidentale, Abdel Rahman Jumma, è apparso in un video che mostra l’arresto del governatore prima di essere brutalmente ammazzato.

Screenshot di un video mentre viene arrestato il governatore del Darfur occidentale

Le forze armate sudanesi, capeggiate dal presidente, Abdel Fattah al-Burhan, in un post pubblicato su Facebook, hanno accusato i paramilitari di RSF di aver sequestrato e brutalmente ucciso il wali del Darfur occidentale.

Diversi gruppi (Sudan Revolutionary Front (SRF) di Hadi Idris,  Sudan Liberation Movement-Minni Minnawi e  Justice and Equality Movement (JEM) Gibril di Ibrahim), firmatari dell’accordo di Juba, hanno rilasciato dichiarazioni di condanna dell’assassinio del governatore. Tuttavia non hanno accusato le RSF dell’uccisione del politico.

In Darfur, dove i paramilitari di Hemetti sono nati, sono cresciuti e si sono sviluppati e si chiamavano janjaweed prima di essere integrati nella RSF per ripulirne l’immagine, hanno ricominciato ad attaccare i villaggi delle etnie africane, bruciando le capanne ammazzando gli uomini e distruggendo ogni cosa.

Ma i paramilitari negano qualsiasi coinvolgimento nei massacri in Darfur. E in un comunicato di ieri, le RSF ritengono la situazione nella parte occidentale della regione come risultato di una lotta tribale. Puntano il dito sull’intelligence militare sudanese, un’ala delle forze armate sudanesi (SAF), e sui suoi sostenitori islamisti radicali, legati all’ex regime del dittatore Omar al-Bashir, ritenendoli responsabili nell’ alimentare il conflitto, armando le tribù.

Alcuni residenti fuggiti nel vicino Ciad, intervistati recentemente da Al Jazeera, hanno raccontato di aver visto uomini con uniformi della RSF insieme a gruppi armati arabi.

Matthew Miller, portavoce del dipartimento di Stato di Washington, ha detto che gli USA sono molto preoccupati per le violenze etniche commesse dalle forze paramilitari, capitanate da Hemetti e dalle milizie alleate nel Darfur occidentale. Ha poi evidenziato che le atrocità che si stanno consumando nella zona, ricordano in modo inquietante gli orribili eventi del genocidio del 2004. Miller ha poi condannato ovviamente anche l’uccisione del governatore.

Insomma, dopo due mesi di lotta per il potere, i due generali non sono ancora pronti a sedersi al tavolo delle trattative, malgrado la disperata situazione umanitaria.

Secondo le Nazioni Unite, circa 2,2 milioni di persone sono state costrette a abbandonare le proprie case, tra loro 528.000 hanno cercato rifugio nei Paesi limitrofi, e si stima che 25 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria.

Armed Conflict LocationEvent Data Project (ONG specializzata nella raccolta di dati, analisi e mappature dei conflitti nel mondo), ritiene che nei due mesi di guerra siano morte oltre 2.000 persone, ma si teme che il numero reale sia molto più alto.

Interi quartieri della capitale Khartoum sono stati distrutti, ormai praticamente abbandonati dopo la fuga dei residenti. Per non parlare della regione occidentale del Darfur, dove i combattimenti hanno assunto una propria dimensione etnica, contrapponendo le comunità arabe a quelle non arabe.

Il conflitto non si è fermato alla capitale, dove i servizi essenziali sono praticamente inesistenti e gran parte degli ospedali non sono più in grado di operare per mancanza di personale, medicinali e tutto il resto.

I combattimenti si sono estesi in gran parte Paese, oltre in Darfur, come detto, anche a Merowe, una città del nord non lontana dal confine con l’Egitto, zona ricca di miniere aurifere, e base militare.

Dopo la rivolta popolare che ha fatto sì che i militari rovesciassero l’ex presidente Omar al-Bashir nel 2019, nei sudanesi si erano accese speranze di democrazia.

al-Burhan, presidente del Sudan e capo comandante delle forze armate (a sinistra), Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemetti, capo delle RSF e vicepresidente

Nel 2021, i due generali al-Bashir e Dagalo, le cui forze si combattono oggi, hanno orchestrato un colpo di Stato mettendo fine al già fragile accordo di condivisione del potere tra leader militari e civili, che avrebbe dovuto portare il Paese alle elezioni.

Ma ben presto si sono manifestati disaccordi per quanto riguarda l’integrazione delle RSF nell’esercito regolare. Ed ora tutte le aspettative, i sogni dei sudanesi, sono sepolti sotto le macerie.

Africa ExPress
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