Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
24 maggio 2026
La nuova epidemia di ebola continua la sua corsa e non si ferma entro i confini della Repubblica Democratica del Congo. Ieri il ministero della Sanità di Kinshasa ha denunciato la morte di 204 persone, mentre i casi sospetti sarebbero già 867. Il giorno precedente (venerdì), l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha parlato di 750 casi sospetti e 177 vittime, legate probabilmente al micidiale virus, innalzando anche il livello di allerta sanitaria da “elevato” a “molto elevato”. Ieri la Croce Rossa ha inoltre annunciato la morte di tre suoi volontari in RDC.
Si presume che l’attuale epidemia fosse stata in circolazione nell’Ituri ben prima di metà maggio.
Vaccino non disponibile
Il ceppo che caratterizza la 17esima epidemia di ebola, dichiarata lo scorso 15 maggio nella Repubblica Democratica del Congo, è particolarmente aggressivo. Si tratta del Bundibugyo, che prende il nome dall’ omonimo distretto ugandese, dove è stato identificato per la prima volta nel 2007 e finora non esiste nessun vaccino per questa variante della patologia. Al momento attuale l’immunizzazione è disponibile solamente per ebolavirus Zaire.

In precedenza Bundibugyo si è presentato solo altre due volte. In Uganda, nel 2007 appunto, e poi nel 2012 in Congo-K.
Nuovi casi anche in Uganda
Sabato il ministero della Sanità di Kampala ha annunciato tre nuovi casi di ebola, portando in Uganda il totale a cinque, di cui uno mortale. I nuovi contagiati sono un autista e un operatore sanitario, entrambi ugandesi e una donna congolese.
La massima autorità sanitaria dell’Unione Africana (UA), Africa CDC (Africa Centres for Disease Control and Prevention) ha avvertito che anche altri Paesi rischiano di essere colpiti dalla gravissima patologia. Tra quelli a alto rischio contagio ci sono Angola, Burundi, Repubblica Centrafricana, Congo-Brazzaville, Etiopia, Kenya, Ruanda, Sud Sudan, Tanzania e Zambia.
Focolaio dell’attuale epidemia è Ituri, provincia nel nord-est del Congo-K. La zona è situata al confine con l’Uganda e il Sud Sudan ed è ricca di giacimenti auriferi e è caratterizzata da intensi movimenti di persone, legati all’attività mineraria. Ma non solo. Nella provincia sono attivi parecchi gruppi armati e i terroristi di ADF ((Alliance Democratic Forces, un’organizzazione islamista ugandese, presente anche nel Congo-K dal 1995), alleati allo Stato islamico, e conosciuti per la loro violenza nei confronti dei civili. Dunque spostamenti e insicurezza sono tra le prime cause di propagazione del virus killer, il cui indice di mortalità è del 50 per cento.
Il governo di Kampala ha preso immediatamente alcuni provvedimenti, come la sospensione per quattro settimane di tutti i trasporti pubblici, compresi traghetti e autobus transfrontalieri. Merci e generi alimentari sono però esclusi dai divieti.
Tuttavia anche mercati e altri grandi assembramenti sono stati momentaneamente vietati nelle zone di confine, dove le persone si spostano frequentemente tra i due Paesi.
Ruanda maggiori controlli
Anche se finora non sono stati segnalati casi in Ruanda, il governo di Kigali ha ugualmente già messo in atto misure restrittive per quanto riguarda i viaggiatori.
Ai cittadini stranieri che hanno transitato in Congo-K negli ultimi 30 giorni è vietato l’ingresso nel Paese. Mentre ruandesi e stranieri residenti in Ruanda potranno rientrare, ma dovranno sottoporsi a quarantena. Il ministero della Sanità ha inoltre comunicato che saranno rafforzate le misure di screening nell’aeroporto internazionale di Kigali.
Secondo Africa CDC occorrono 319 milioni di dollari per far fronte alle esigenze legate alla epidemia. In primis dovranno essere devoluti alla Repubblica Democratica del Congo e all’Uganda. Ma non solo, fondi dovranno essere messi a disposizione anche agli altri Paesi a rischio. Finora sarebbero stati già promessi impegni di finanziamenti per 230 milioni di dollari.
M23/AFC senza esperienza ebola
Le misure volte a contenere la diffusione del virus si basano essenzialmente sul rispetto degli interventi di prevenzione e sull’individuazione tempestiva dei casi. “È un problema che riguarda tutti noi”, ha dichiarato Samuel Roger Kamba, ministro della Sanità del Congo-K, sottolineando che il Paese dovrebbe avere il “pieno controllo” del proprio territorio per arginare la diffusione dell’epidemia.
Attualmente, purtroppo, così non è, visto che vaste zone sono ancora controllate dai ribelli M23/AFC.
M23 (Movimento del 23 marzo) e l’AFC (Alleanza del fiume Congo)”, ovvero il movimento armato e la sua ala politica, sostenuti dal vicino Ruanda sin dalla recrudescenza della ribellione congolese nel 2022.
Il ministro della Comunicazione e portavoce del governo di Kinshasa, Patrick Muyaya, sostiene che la coalizione non ha nessuna esperienza nella gestione di ebola. Muyaya ha pure ammesso che il trattato di cooperazione sanitaria di 1,2 miliardi dollari, siglato qualche mese fa con gli USA, non ha ancora prodotto i risultati desiderati.
Vietato ingresso a stranieri
E gli Stati Uniti hanno subito rafforzato le misure, impedendo l’ingresso incontrollato nel proprio territorio di persone, portatrici eventuali del virus. L’ultima misura, già in vigore da qualche giorno. Di fatto coloro che sono stati nel Congo-K, Uganda e Sud Sudan nelle ultime tre settimane devono atterrare esclusivamente in Virginia, a Dulles, uno degli aeroporti di Washington DC. Ma non è tutto; la misura prevede che chi non è cittadino americano, anche se in possesso della Green Card (permesso di residenza) non può entrare negli USA se ha soggiornato nelle ultime tre settimane in Paesi dove è in corso l’epidemia.
OMS ha già dispiegato le sue squadre nell’Ituri e ha inviato alcune tonnellate di materiale nell’epicentro del focolaio di ebola dove l’organizzazione resta assai complicata e complessa: strade dissestate, territorio dilaniatO da violenze a causa dei continui attacchi di gruppi armati.
Nuovi attacchi ADF
Ituri conta 8 milioni di abitanti, ma oltre un milione di persone si trovano in campi per sfollati, fuggite dalle loro case a causa delle incessanti aggressioni.

L’ultima risale a pochi giorni fa a opera dei terroristi di ADF, che si sono nuovamente scatenati contro i civili. Tra il 22 e il 23 maggio sono stati ritrovati i corpi di 32 persone nella chefferie (amministrazione territoriale) Walese-Karo. Il bilancio è ancora provvisorio, perchè a causa della persistente insicurezza, altre aree del territorio restano per ora inaccessibili, ha dichiarato ONGDH PROTECTION PLUS (Organizzazione per la Difesa dei Diritti Umani).
Nell’Ituri si sono anche verificati diversi incidenti in alcune strutture sanitarie dovuti alla diffidenza di una parte della popolazione. Nella notte tra venerdì e sabato è stata incendiata una tenda fornita da Medici senza Frontiere (MSF) a un ospedale locale.
Mentre giovedì è scoppiata una piccola rivolta in un altro nosocomio nella regione. Alcuni giovani hanno fatto irruzione nella struttura ospedaliera perché gli era stata negata la consegna del corpo di un loro congiunto.
Sepolture secondo protocolli OMS
Va ricordato a questo punto che le salme dei morti di ebola necessitano specifiche sepolture, secondo i protocolli di OMS. Sono vietati i funerali tradizionali, perché le persone che lavano il cadavere possono infettarsi facilmente, visto che la trasmissione avviene tramite i fluidi corporei del malato. Il virus non muore con la persona, continua la sua attività. E’ necessario l’intervento di una equipe specializzata, che avvolge il corpo della persona deceduta per il micidiale virus in un sacco e portarlo via.
La grave febbre emorragica è endemica nella ex colonia belga, dove periodicamente si ripresenta. La prima epidemia di ebola scoppiò nel Paese il 26 agosto 1976, a Yambuku, una città nel nord di quello che allora si chiamava Zaire. Il virus colpì un’insegnante di 44 anni, Mabalo Lokela, dopo un viaggio nell’estremo nord del Paese. Immediatamente si pensò che la donna fosse affetta da malaria. Ben presto si presentarono altri sintomi. Loleka mori l’8 settembre 1976.
I morti durante questa prima epidemia apparsa in Congo, nella valle del fiume Ebola (da cui il nome del virus), furono 280. Durante quella del 1995 morirono alcune suore italiane a Kikwit. Gli ammalati che furono contagiati dal virus nel 2000 a Gulu, in Uganda, furono curati nell’ospedale italiano Lachor, un efficiente complesso diretto dal compianto dottor Piero Corti, che l’aveva fondato pochi anni prima assieme alla moglie Lucille, medico anche lei.
Cornelia Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
X: @cotoelgyes
©️ RIPRODUZIONE RISERVATA
Lo spettro dell’ebola torna in Congo-K: oltre 80 morti nel nord-est
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