Africa Express
Emanuela ULIVI
9 luglio 2026
Il fantasma alla fine si è materializzato. A pochi giorni dalla firma a Washington dell’accordo-quadro tra Israele, Libano e Stati Uniti, per negoziare il disarmo di Hezbollah e il ritiro di Israele dal Sud del Libano, il premier israeliano Netanyahu, durante la trasmissione The Sunday Briefing del canale Fox News, ha pronunciato la parola fatidica: annessione.
Non i ministri messianici Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, fanatici della Terra Promessa, ma il capo del governo in persona. Netanyahu non ha detto esplicitamente che Israele intende annettere il sud del Libano, ma che alcuni villaggi cristiani – senza specificare quali – avrebbero formulato la richiesta di far parte di Israele, per essere protetti, parole sue, contro i fanatici di Hezbollah che li vogliono uccidere. Aggiungendo: “noi facciamo la stessa cosa con i cristiani dappertutto”.

Attraverso un comunicato congiunto, quindici sindaci hanno smentito il premier israeliano. Il primo cittadino di Rmeish ha così liquidato le sue affermazioni: “il solo pensiero di una cosa del genere è fuor di questione”.
Dopo la ripresa della guerra da parte di Hezbollah il 2 marzo, due giorni dopo l’attacco di Israele e USA all’Iran, Israele ha replicato, bombardando il Libano e con l’invasione di terra, ritagliando in territorio libanese una fascia di sicurezza al confine profonda 10 chilometri, separata dal resto del Paese da una linea gialla.
Nei bombardamenti sono morte più di 4.300 persone. Decine di migliaia gli sfollati, 200.000 dei quali non torneranno nelle loro case nel Sud, ha anticipato il ministro della Difesa israeliano Katz. Nonostante i vari cessate il fuoco – per ultimo quello stabilito dall’accordo tra Iran e USA, firmato il 17 giugno scorso – Israele continua coi raid aerei. Colpisce strutture civili, fa esplodere e demolisce abitazioni e luoghi di culto nella zona tampone interdetta ai residenti. Una terra di nessuno come a Gaza.
Ma, sfidando gli ordini di evacuazione, nella maggior parte dei villaggi cristiani della zona, gli abitanti si sono rifiutati di lasciare le loro case.
Difesa dei cristiani?
Più che le smentite delle municipalità libanesi, le parole di Netanyahu sulla difesa dei cristiani sono sconfessate dai fatti.
Episodi come la profanazione ad opera di militari israeliani del crocifisso nel villaggio cristiano di Debel, o della statua Madonna con la sigaretta in bocca, hanno urtato la sensibilità religiosa. Come in precedenza, vedere il monastero di Deir Mimas vandalizzato da alcuni soldati dell’Unità Speciale Golani e la statua di S. Giorgio, distrutta da un mezzo blindato israeliano.

A marzo invece è morto, per le ferite riportate, il parroco Pierre el-Rai, di Qlayaa,nel Sud, colpito dall’artiglieria dell’esercito israeliano, mentre era nella sua abitazione. Qualche giorno prima aveva partecipato a Marjeyoun ad un raduno degli abitanti del luogo, determinati a non lasciare le proprie case. Siamo gente armata solo delle armi della pace, aveva assicurato il parroco, chiedendo di considerare Marjeyoun una “zona rossa” dove non sarebbero stati ospitati sfollati provenienti dall’area schierata con Hezbollah.
Due mesi dopo, le forze israeliane hanno raso al suolo il convento e la scuola delle suore del Santo Salvatore a Yaroun, già danneggiati dai bombardamenti nel 2024.
“Dappertutto”
La difesa dei cristiani “dappertutto”, ostentata dal premier israeliano, si scontra con la realtà anche a Gaza.
Il complesso della chiesa greco-ortodossa di S. Porfirio, la più antica della Striscia risalente al V secolo, che ospitava 411 persone, famiglie cristiane e musulmane, è stata colpita da un missile nel 2023, 18 i morti.
L’anno scorso la stessa sorte è toccato alla chiesa cattolica della Sacra Famiglia a Gaza City, dove trovano riparo famiglie cristiane e musulmane. Il parroco, padre Gabriele Romanelli, è stato ferito leggermente, ma nel 2023 un cecchino israeliano che sparava sui fedeli che uscivano dalla stessa chiesa, ha ucciso due donne, madre e figlia.
Danneggiata dai bombardamenti, anche la chiesa bizantina di Jabalia, riaperta al pubblico da Hamas nel 2022, dopo i restauri curati da organizzazioni internazionali.
Un drone israeliano colpisce i paramedici accorsi per soccorrere un bambino
“Dappertutto” non è nemmeno la Cisgiordania. L’espansione delle colonie, votate regolarmente dal governo israeliano, e gli attacchi dei coloni mettono la comunità cristiana a rischio di estinzione, specie dopo la guerra a Gaza.
A Taybeh, dove fino al 1967 i cristiani erano 8.000, oggi sono scesi a 1.300, i patriarchi e i capi delle Chiese di Gerusalemme un anno fa hanno denunciato “l’occupazione illegittima delle terra, l’intimidazione criminale che i coloni infliggono alla nostra comunità” ed hanno rivolto un appello alla comunità internazionale.
L’ultimo rapporto del Religious Freedom Data Center, uscito pochi giorni fa, che documenta le molestie contro i cristiani in Israele nel periodo aprile-giugno di quest’anno. La relazione ha rilevato 83 episodi di intolleranza, in particolare nella Città Vecchia di Gerusalemme, dove si trovano due quartieri cristiani. Molestie quali sputi, aggressioni fisiche, minacce verbali, atti vandalici, lancio di rifiuti e di oggetti nei cortili dei monasteri, provocazioni online.
Il picco è stato registrato durante la Marcia delle Bandiere il 14 maggio, nella “Giornata di Gerusalemme” che celebra la riunificazione della città dopo la guerra del 1967.
La “protezione delle minoranze”
Le parole di Netanyahu in veste di paladino dei cristiani, evocano un altro scenario: la Siria post Assad in cui Israele, dopo aver occupato un’altra porzione del Golan, si è schierato con la comunità drusa siriana e ha attaccato il nuovo governo.
Infatti, all’indomani della caduta del regime di Bachar Al-Assad, l’8 dicembre 2024, Israele ha inviato l’esercito sul versante siriano del monte Hermon. Una un’area demilitarizzata controllata dalle Nazioni Unite, adiacente alla parte dell’altopiano siriano del Golan occupato da Israele dal 1967 e annesso unilateralmente nel 1981. Una presenza “limitata e temporanea” aveva detto, che è diventata permanente.
Con il rovesciamento del presidente Al-Assad da parte del gruppo islamista Hay’at Tahrir al-Cham, Israele ha iniziato a lanciare centinaia di attacchi sulle infrastrutture militari della Siria, per evitare che armi pesanti e chimiche del vecchio regime cadessero nelle mani delle forze di Al-Sharaa, capo e fondatore di HTC. Formazione questa nata nel 2017 dalla scissione di Jabat al-Nusra, ala siriana di al-Qaeda, costituita nel 2012 dallo stesso Al-Sharaa quando si faceva chiamare Abu Mohammad al-Jolani. Su di lui pendeva una taglia di 10 milioni di dollari, revocata dagli Stati Uniti in dicembre 2024.
Altra brutta notizia per Israele, è il consolidamento dell’influenza in Siria della Turchia, che ha sostenuto Al-Sharaadurante nella sua offensiva contro il regime di Assad.
A fianco dei drusi
A metà dicembre 2024 è circolato sui social siriani il video di una riunione dei rappresentanti di sei villaggi drusi, situati vicino alle alture del Golan occupato e annesso da Israele, che avrebbero affermato di preferire la dominazione israeliana piuttosto che vivere sotto il giogo degli islamisti di Hay’at Tahrir el-Cham, che una settimana prima ha preso il potere a Damasco.
Durante l’incontro, uno sceicco druso del villaggio di Hader avrebbe detto che “anche se è considerato sbagliato chiedere di essere annessi al Golan da Israele), questo è il male minore rispetto a quello che ci sta succedendo”. Dichiarazione subito arginata dalla commissione spirituale drusa di Hader come posizione personale.
Il video è stato diffuso sul social X con i sottotitoli in inglese ed ha destato non pochi sospetti.
Se negli anni precedenti era aumentato il numero dei drusi che avevano chiesto la nazionalità israeliana, è altrettanto possibile che il presunto appello dei capi drusi per l’annessione, sia stata la giustificazione all’occupazione di Israele della zona tampone nel Golan. Ciò viola però l’accordo del 1974, raggiunto tra la Siria e Israele dopo la guerra dello Yom Kippur.
La difesa dei drusi – che pure rappresentano il 2 per cento della popolazione israeliana – è sembrata a molti un pretesto di Israele per attaccare Damasco e consolidare la sua nuova postazione sul Golan. A fianco dei drusi, spaventati dalla pulizia etnica a Tartous e Lattakia contro gli alauiti, a metà luglio 2025, Israele è intervenuto a Sweyda. Ha attaccato le truppe governative, intervenute per calmare le tensioni nel tentativo di imporre l’autorità di Damasco su tutti i gruppi. Ha colpito a Damasco la sede dello Stato maggiore delle forze armate e l’area del palazzo presidenziale.
“Se l’inganno continua a creare illusioni qua e là, è ovviamente a causa della sopravvivenza di questo mito dell’alleanza delle minoranze che, negli ultimi decenni, è riuscita a sedurre più di una comunità nella nostra regione, minacciata da periodiche eruzioni di violenza ispirate dal credo.
Ma sarebbe sbagliato vedere in questi canti delle sirene israeliane solo un progetto benefico per riunire popolazioni legittimamente preoccupate per il loro destino.
L’espansionismo per vocazione è infatti l’impresa sionista; e se i profeti di Israele hanno tracciato la strada, sono i suoi generali che passano a cose concrete, che accumulano i fatti compiuti sul campo”, commentava Issa Goraieb sull’Orient-Le Jour il 2 maggio 2025.
I cristiani del Libano
Rivolgendosi ai cristiani del Libano. Netanyahu sa di parlare ad una comunità precisa, in un paese regolato dagli equilibri confessionali. Sa di risvegliare dei ricordi di lunga data sulle relazioni tra Israele e i cristiani libanesi e sulle divisioni comunitarie, che hanno portato alla guerra civile, dal 1976 al 1989, le cui ferite non sono del tutto rimarginate.
Con l’accordo di Taef che ha posto fine a quella guerra fratricida, la conseguente modifica della costituzione ha sottratto ai cristiani il predominio nel paese, dividendo salomonicamente i seggi in parlamento tra cristiani e musulmani.
Minoritaria sul piano demografico, la comunità cristiano-maronita si sente da allora esposta, se non minacciata, pur avendo svolto un ruolo fondamentale e d’avanguardia nell’istituzione del Libano moderno, consolidato dal il Patto Nazionale del 1943 che ripartisce il potere su base confessionale. La successiva rimessa in discussione di quel patto non scritto – ma tuttora in vigore – da parte delle formazioni non cristiane è stata una delle cause della guerra.
Questione federalismo
Qualche giorno fa, un deputato delle Forze Libanesi – il partito del cristiano Samir Geagea con più seggi in parlamento – in un’intervista a un sito web ha riportato sul tavolo la questione del federalismo, rimettendo in discussione l’attuale sistema politico.
Il federalismo è un’istanza che Geagea ha in mente fin dalla fine della guerra civile, e che propone regolarmente all’attenzione del dibattito politico incontrando sempre ferme opposizioni.
Per il Libano l’argomento è sempre stato un tabù: si teme che dietro il decentramento amministrativo e finanziario si nasconda la cantonalizzazione e la partizione del paese in regioni su base confessionale.
Il tempismo dell’intervista di un deputato delle Forze Libanesi sul federalismo e le affermazioni del premier israeliano sulla protezione dei cristiani, sono ovviamente una mera coincidenza.
Emanuela Ulivi
emanuelaulivi@hotmail.com
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