La carneficina in Tigray: una suora conferma atrocità e stupri

Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
15 maggio 2021

La carneficina nel Tigray non si ferma. I morti non si contano più e non si fa in tempo a seppellire i corpi, ormai ci pensano anche le iene a divorare i resti di chi ha perso la vita in questo conflitto.

Ci è voluto tutto il coraggio di una suora – che per sua sicurezza ha scelto l’anonimato – e il miracolo di un telefono funzionate, visto che le comunicazioni sono pressoché interrotte dall’inizio del conflitto, per raccontare alla giornalista del The Guardian, Tracy McVeigh, le atrocità che si consumano giornalmente nel Tigray.

Stupri in Tigray,Etiopia. La denuncia di una suora

La religiosa si occupa soprattutto degli sfollati, vive a Makallé, il capoluogo del Tigray e cerca di portare aiuti a coloro che si trovano in tende o in altri alloggi precari sia in città che nelle zone limitrofe.

“Tutti sono in condizioni precarie, dormono in 40-60 in una stanza e per 3-4mila persone ci sono solamente 4 bagni per gli uomini, altrettanti per le donne. Manca l’igiene anche per mancanza di acqua. Per non parlare di cibo e medicinali, che sono davvero una rarità in questi tempi”, racconta la suora.

E la sua conversazione con la giornalista continua: “Gli stupri sono all’ordine del giorno. Si consumano velocemente, in pubblico, anche di fronte ai familiari. Da quando mondo è mondo sono armi da guerra ripugnanti; ancora oggi i militari eritrei e etiopici non prendono nemmeno in considerazione l’età delle vittime, si inizia con le bambine di otto anni fino alle ultrasettantenni. Impossibile solo immaginare che un essere umano possa commettere tali crimini, mi chiedo spesso chi abbia formato, addestrato questi soldati. La popolazione civile paga il prezzo più alto di questa guerra, ovunque mi giri, vedo dolore: saccheggi, scontri, violenze omicidi, molestie, brutalità senza pari. Siamo isolati dal resto del mondo, soli e abbandonati”.

E infine la coraggiosa suora di Makallé lancia un appello al mondo intero: “Tutti dovrebbero alzarsi in piedi e condannare a gran voce ciò che sta accadendo nel Tigray. Basta uccidere civili, stuprare le donne”.

E’ davvero difficile documentare tutte le atrocità, gli abusi dei diritti umani, che vengono commessi da tutte le parti coinvolte in questo conflitto, giacché è diventato quasi impossibile monitorare la situazione umanitaria  dopo che internet è stato sospeso nuovamente da tre settimane.

Venerdì Josep Borrell, che ricopre la carica di Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza e Janez Lenarčič, commissario europeo per la gestione delle crisi hanno denunciato il limitato accesso degli aiuti umanitari nel Tigray. Inoltre hanno chiesto l’immediato ritiro delle truppe eritree.

Nel loro comunicato congiunto hanno specificato che militari impediscono il trasporto di cibo e beni di prima necessità specie nelle zone rurali, dove la crisi umanitaria ha raggiunto livelli catastrofici. E, secondo l’ONU sono almeno 5,2 milioni di persone su una popolazione di 5,7, che nel Tigray necessitano assistenza alimentare con la massima urgenza.

Utilizzare gli aiuti umanitari come arma da guerra è una grave violazione del diritto umanitario internazionale – hanno sottolineato Borrell e Lenarčič nel loro comunicato congiunto – perchè in questo modo si mettono a rischio milioni di vite umane.

Pochi giorni fa The Telegraph è venuto in possesso di una lettera indirizzata al Sinodo della Chiesa ortodossa etiopica, nella quale viene denunciato il massacro di almeno 78 tra preti, monaci, diaconi, cantori negli ultimi 5 mesi. Sei sopravvissuti hanno confermato questo strazio al quotidiano britannico, carneficina commessa nel sud-est del Tigray da truppe etiopiche e eritree.

Abune Mathias, patriarca della Chiesa ortodossa etiopica

La notizia è trapelata dopo la video-denuncia del patriarca della Chiesa ortodossa etiopica Abune Mathias. Nel filmato, arrivato miracolosamente oltre il confine dell’Etiopia, l’alto prelato condanna aspramente questa guerra, anzi, secondo lui Addis Ababa sta commettendo un vero e proprio genocidio nel Tigray. Un conflitto che ha scatenato una crisi umanitaria che ha toccato livelli mostruosi, senza risparmiare sacerdoti, tanto meno luoghi di culto.

Chiese e moschee secolari sono state distrutte, come il monastero di Debre Damo del VI secolo, situato nelle montagne di Adigrat e la prima moschea africana, Al-Nejashi, vicino a Wukro, città che dista oltre 800 chilometri dalla capitale. Nel 2015 la Turkish Cooperation and Coordination Agency (TIKA) aveva iniziato il restauro della moschea, terminato nel 2018. Il sito è stato poi inserito nella lista delle maggiori destinazioni del turismo religioso.

All’inizio della settimana il vice-procuratore generale dell’Etiopia ha respinto tutte le accuse sul massacro di Aksum del novembre scorso. Parlando con i reporter, il magistrato ha detto che secondo gli accertamenti fatti, i morti sarebbero non più di 93, per la maggior parte soldati.

Ma i rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch testimoniano ben altro. Del resto la stessa Ethiopian Human Rights Commission aveva parlato di una carneficina; l’unica discordanze tra le ONG e l’organizzazione etiopica è il numero delle persone ammazzate. Amnesty e HRW richiamano la necessità improrogabile di un’indagine internazionale, indipendente sul massacro di Aksum.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
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Vicedirettore di Africa Express, giornalista pubblicista, ha abitato in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.