Speciale per Africa ExPress
Cornelia I. Toelgyes
23 aprile 2021

Kofi Annan, ex segretario generale dell’ONU, aveva sostenuto già nel 2016 che effetti negativi dei cambiamenti climatici vengono percepiti per lo più nel sud dell’ Asia e nel continente africano.

Un anno dopo, nel 2017, con risoluzione numero 2439, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU riconosce che i cambiamenti climatici fungono da catalizzatore per i conflitti, specie in Africa.

Bacino del Lago Ciad

Molti esperti e studiosi di questo fenomeno sono infatti convinti che con l’aumento della temperatura gli attacchi terroristi e i morti causati da queste aggressioni tendono a moltiplicarsi.

Basti pensare all’attuale situazione del lago Ciad. La siccità, la condizione del lago stesso, che un tempo era tra i più grandi del continente africano, si è ridotto negli ultimi cinquant’anni del novanta per cento per l’eccessivo utilizzo delle sue acque, la prolungata siccità e i cambiamenti climatici. Nel 1963 la superficie del lago era di ventiseimila chilometri quadrati oggi non raggiunge nemmeno millecinquecento chilometri quadrati. E da diversi anni, lungo il bacino di questo lago (confina con Nigeria, Niger, Camerun e Ciad ), che un tempo era considerato un’oasi nel deserto, si consuma una delle più grande tragedie umanitarie, dovuta ai conflitti nelle nazioni circostanti.

Con l’aumento della siccità, nel nord-est della Nigeria, dove il 50 per cento della popolazione sopravvive grazie all’agricoltura, pesca e allevamento di bestiame, molti mezzi di sussistenza sono venuti meno o a mancare del tutto e dunque, specie i giovani, si arruolano con Boko Haram o ISWAP, (Islamic State West Africa Province), una fazione che si è staccata dallo storico raggruppamento terrorista jihadista Boko Haram nel 2016. “I nostri giovani si arruolano con gruppi terroristi per mancanza di lavoro e le difficili condizioni economiche. Contadini e allevatori litigano per la poca acqua rimasta. I pastori vanno in cerca di nuovi pascoli e così nascono i conflitti. “, ha ammesso Muhammadu Buhari, presidente della Nigeria.

Gli attacchi dei terroristi nei confronti dei contadini sono in costante aumento. Il 2020 è stato un anno nefasto; a fine novembre sono stati sgozzati decine e decine di braccianti nel Borno State (nod-est Nigeria).
Dal 2009 a oggi proprio a causa dei continui attacchi dei terroristi nigeriani sono morte decine di migliaia persone, 2,4 milioni hanno lasciato le loro case. Gran parte degli sfollati si trovano ora attorno al bacino del lago Ciad.

Il terrorismo non è la sola piaga che affligge il gigante dell’Africa. Da diversi mesi sono in costante aumento i sequestri di studenti e attacchi armati su larga scala si verificano in aree colpite da importanti cambiamenti climatici.

Pastore semi-nomade fulani con fucile automatico

Non si esclude che i responsabili delle aggressioni in queste zone siano i fulani (un gruppo etnico, tra loro molti pastori semi-nomadi) in quanto gran parte dei rapitori hanno denunciato la scomparsa del loro bestiame e si sono lamentati di interferenze e aggressioni di gruppi di vigilanti. Quest’ultimi sono stati istituiti dagli agricoltori per proteggersi dagli allevatori; spesso queste “guardie” agiscono oltre le loro competenze. Gli stati maggiormente interessati da questi conflitti, che dal 2018 hanno causato 300mila sfollati, sono: Adamawa, Benue, Nasarawa, Plateau e Taraba, al centro del Paese.

Nel passato i fulani e gli agricoltori vivevano in armonia. I primi, grazie alle loro mandrie, fertilizzavano i campi dei secondi e offrivano latte e carne. In cambio ricevevano grano e altri prodotti agricoli. Con il passare degli anni questa pacifica convivenza è venuta meno. Anzi, si è trasformata in guerra e questo soprattutto a causa dei cambiamenti climatici.

Questo tipo di conflitto si riscontra anche in altri Paesi del continente e in tutto il Sahel. Infatti, molti analisti e numerose organizzazioni umanitarie sono convinti che il conflitto tra pastori nomadi e contadini sia sempre stato sottovalutato dai governi, eppure, come si evince da un rapporto di SB Morgan Intelligence consulting, negli ultimi vent’anni sono morte migliaia di persone durante gli scontri tra agricoltori residenti e i pastori semi-nomadi nella sola Nigeria. Nella pubblicazione della SB le milizie dei fulani sono da ritenersi più pericolose dei terroristi Boko Haram. E anche secondo il database di Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED) l’undici percento delle morti di civili in Africa sono causati da scontri con pastori.

Anche il Corno d’Africa (Eritrea, Etiopia, Somalia, Kenya) non è esente da conflitti dovuti ai cambiamenti climatici. Tredici milioni di persone devono lottare giornalmente contro la siccità, causando migrazioni, tensioni etniche e terrorismo.

Invasione di cavallette (Courtesy IRC)
Invasione di cavallette (Courtesy IRC)

Specie nel Corno d’Africa l’insicurezza è stata esacerbata anche da un altro fenomeno legato ai cambiamenti climatici: l’invasione di immensi sciami di locuste che hanno devastato ettari e ettari di colture.

L’Africa, che contribuisce appena con il 2 per cento dell’emissione di carbonio, è la vera vittima delle conseguenze del riscaldamento globale, soprattutto per quanto riguarda i conflitti armati, frutto, appunto, anche dei mutamenti del clima.

Cornelia I. Toelgyes
corneliacit@hotmail.it
@cotoelgyes
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Giornalista, vicedirettore di Africa Express, ha vissuti in diversi Paesi africani tra cui Nigeria, Angola, Etiopia, Kenya. Cresciuta in Svizzera, parla correntemente oltre all'italiano, inglese, francese e tedesco.